sabato 31 agosto 2013

LETTERATURA ITALIANA DEL DOPOGUERRA - Il neorealismo (Italian literature of the post-war period - Neorealism)

   
Se si guarda bene il panorama della letteratura italiana durante il ventennio fascista si vedrà che esso presenta, in tutti i suoi aspetti, un volto ambiguo, o, se si preferisce, ambivalente nei confronti del regime. Un'arte fascista voleva il movimento di Strapaesema nello stesso tempo con il richiamo alla nostra tradizione plebea e alle squadre d'azione, contraddiceva il programma mussoliniano di assorbire i quadri della vecchia classe dirigente borghese e l'ambizione del regime di conquistare una propria egemonia anche culturale. Un'arte fascista proclamava di volere il movimento di 900ma nello stesso tempo, con il suo cosmopolitismo contraddiceva l'esigenza del regime fascista di richiamarsi alla tradizione italiana, di esaltare un primato italiano, di seguire una politica autarchica anche nel campo letterario.

L'autonomia del fenomeno artistico veniva affermata, invece, dagli scrittori della prosa d'arte e, in questo senso, essi opponevano una linea di resistenza al tentativo del fascismo di asservire la letteratura ai propri fini propagandistici. Ma, d'altra parte, il rifugio nella bella pagina e la fuga dalla realtà, poteva far comodo a un regime che proprio sulla deformazione della realtà fondava gran parte del suo potere. 

Voglio dire che in tutte queste manifestazioni letterarie - sia pure in misura diversa a seconda dei casi - s'intrecciano elementi di appoggio o di fiancheggiamento del regime fascista a elementi di opposizione. Tanto che la politica culturale nel fascismo ondeggiò spesso fra i due poli della richiesta di un'arte fascista (che esaltasse le imprese del regime) e del favoreggiamento di un'arte pura, che per  lo meno non desse fastidio al regime. 
Dopo il 1928, invece (quando, cioè, crollarono definitivamente i miti, le illusioni e gli equivoci che avevano accompagnato il sorgere e l'affermarsi del fascismo e che avevano potuto ingannare o rendere perplessi gruppi notevoli di intellettuali), cominciò a manifestarsi e ad affermarsi una letteratura chiaramente d'opposizione e di orientamento realistico.

Questa letteratura faceva propri gli aspetti più positivi della prosa d'arte (e molti di quegli scrittori faranno le loro prime prove proprio in Solaria), si richiamava alle grandi esperienze europee in polemica con la cultura ufficiale, cercava i suoi modelli italiani in Verga e in Svevo, scopriva nella letteratura americana un grande esempio di arte realistica e democratica, ma, soprattutto, s'impegnava a conoscere e a rappresentare la realtà italiana nelle sue più stridenti contraddizioni.

Vengono subito alla mente i nomi di Corrado Alvaro, Carlo Bernari, Alberto Moravia, Elio Vittorini, Cesare Pavese i quali, proprio nell'ultimo decennio della dittatura fascista, prepararono il terreno per I'esplosione neorealistica che verrà prodotta dalla seconda guerra mondiale e dalla lotta di liberazione. E' appunto il dramma degli anni 1941-45 che sconvolge fino alle radici la società e insieme la cultura italiana: il movimento artistico che cerca di riflettere tale nuova situazione storica viene definito neorealismo.
 Il neorealismo si nutrì, innanzitutto di un nuovo modo di guardare il mondo, di una morale e di una ideologia nuove che erano proprie della rivoluzione antifascista. In esse vi era la consapevolezza del fallimento della vecchia classe dirigente e del posto che, per la prima volta nella nostra storia, si erano conquistate sulla scena della società civile le masse popolari. Vi era I'esigenza della scoperto dell'Italia reale, nella sua arretratezza, nella sua miseria, nelle sue assurde contraddizioni e insieme una fiducia schietta e rivoluzionaria nelle nostre possibilità di rinnovamento e nel progresso dell'intera umanità. Il tono poteva variare dall'epico al narrativo o aI lirico, ma la posizione ideale rimaneva la stessa. 
E' evidente che un movimento di questo tipo si presentava
come un autentico movimento di avanguardia, rispetto ad altre cosiddette avanguardie che avevano proposto riforme soltanto formali, che non rompevano il cerchio della cultura della classe dominante, e che, qualche volta, compivano rivoluzioni canonizzate nell'Accademia d'Italia. Autentica avanguardia, perchè tendeva a riflettere i punti di vista, le esigenze, le denunce, la morale di un movimento rivoluzionario reale e non soltanto culturale. 
E dell'avanguardia il neorealismo ebbe il piglio aggressivo e polemico, la volontà di caratterizzarsi e di distinguersi nettamente dalla cultura tradizionale, accademica, arretrata, staccata dalla realtà..
Si presentò così come arte impegnata contro I'arte che tendeva ad eludere i problemi reali del nostro Paese; contrappose polemicamente nuovi contenuti (partigiani, operai, scioperi, bombardamenti, fucilazioni, occupazione di terre, baraccati, sciuscià), all'arte della pura forma e della morbida memoria (ma non fece mai, almeno nei migliori, di questi contenuti una precettistica); cercò un mutamento radicale delle forme espressive che sottolineasse la rottura con l'arte precedente e potesse esprimere più adeguatamente i nuovi sentimenti; si pose il problema di una tradizione di arte autenticamente realistica e rivoluzionaria a cui riferirsi, scavalcando le esperienze decadenti dell'arte moderna. 
Naturalmente un simile processo avvenne in modi e in tempi diversi a seconda del carattere specifico delle varie arti. E in letteratura (al contrario che nel cinema) avvenne con una certa difficoltà e in modo sempre incerto e caotico.
Si cominciò col documento nella ricerca di un massimo di concretezza e di oggettività. Basterà ricordare quelli pubblicati nelle prime annate della rivista Società curati da Bilenchi, oppure le opere più notevoli che, nei limiti del documento, si ebbero in quegli anni, da 16 Ottobre 1943 di Giacomo Debenedetti a Campo degli ufficiali di Giampiero Carocci, al Sergente nella neve di Rigoni-Stern e, soprattutto, a Se questo è un uomo di Primo Levi.

Tentò l'esperienza narrativo-saggistica, il cui esempio più cospicuo fu dato dal Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi; cercò di trasformare la memoria autobiografica in memoria storica e si ebbero le Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini. 
Ma si orientò soprattutto verso la cronaca come la forma narrativa che le garantisce il massimo di presa sulla realtà o di immunizzazione da ogni tentazione lirica. Per il linguaggio la strada era obbligata: bisognava innestare i dialetti nella lingua tradizionale. Bisognava però farlo accompagnando o anticipando il processo di formazione di una comunità linguistica che si era iniziato con la caduta del fascismo e corrispondeva sul piano della lingua alla rottura dei limiti regionali e corporativi, alla conquista da parte di grandi masse di una coscienza nazionale, all'affermarsi nella società civile delle classi popolari. 
Vanno comunque ricordati, accanto agli scrittori già citati, Francesco Jovine, Vasco Patolini, Italo Calvino, Domenico Rea, Mario Tobino per limitarmi solo ad alcuni nomi.

La debolezza ideologica del neorealismo si manifestò quando esso non venne più sorretto dall'ondata ascendente della rivoluzione democratica italiana. La crisi del movimento, iniziatasi grosso modo nel 1950 in coincidenza con la restaurazione capitalistica del nostro Paese, ha come aspetti più appariscenti la perdita della capacità espansiva, la riduzione della carica combattiva, la minore fiducia nella realtà, un certo ripiegamento su toni più intimi e smorzati. Esso, cioè, presenta alla sua base la restaurazione ideologica della sfiducia, dello scetticismo, dell'intimismo, del lirismo.
In effetti il neorealismo aveva troppo puntato su una presa diretta sulla realtà italiana e troppo aveva trascurato quegli approfondimenti storici, economici, sociologici ed ideologici con i quali doveva nutrirsi una nuova letteratura, aveva troppo presunto di poter arrivare a una conoscenza letteraria del nostro mondo e ci aveva offerto una sorte di Sturm und Drang mentre avevamo bisogno dei lumi dell'Enciclopedia
Comunque la crisi del neorealismo favorisce da una parte il risorgere di una letteratura intimistica e lirica la quale proprio nella simiglianza con la letteratura tradizionale deve cercare le ragioni prime del suo successo: e basterà pensare a Cassola, Bassani e Tomasi di Lampedusa; dall'altra spinge la nuova generazione di scrittori alla ricerca di nuove strade, non sempre chiare nel loro tracciato, che tuttavia hanno approdato in taluni, casi a risultati di grande interesse. 
Sperimentale si potrebbe definire tutta I'area di questa letteratura (anche se a tale definizione da molte parti si vuol dare una portata assai più ristretta) che va dalle esperienze di linguaggio e dalla scoperta del sottoproletariato di Pier Paolo Pasolini alle posizioni neoavanguardistiche del gruppo 63dalla ricerca di una letteratura della ragione, a ispirazione illuministica, di Leonardo Sciascia a quella non meno interessante di un gruppo di scrittori meridionali (Prisco, Incoronato, Pomilio) e alle più recenti, felici prove di Volponi. 

Un posto a parte spetta a Carlo Emilio Gadda, uno scrittore già maturo prima della seconda guerra mondiale, ma che nel dopoguerra ha raggiunto la piena affermazione tanto da costituire con Joyce il punto di riferimento quasi d'obbligo della giovane letteratura. 
La cosa che più colpisce nella prosa di Gadda è il momento linguistico, e stilistico, la ricerca, cioè, di un nuovo linguaggio narrativo che investe il lessico più che la sintassi ed utilizza come elementi fondamentali il dialetto, il linguaggio tecnico e, sia pure in misura minore, il richiamo dotto (il latino o altre lingue straniere, la figura etimologica ecc.). 
Va detto subito che all'origine di tale ricerca di linguaggio, non c'è una preoccupazione formalistica, ma un'esigenza profonda di verità, un bisogno di realtà. 
Gadda (e con lui, almeno all'inizio, tutti coloro che lo hanno seguito o fiancheggiato) parte dalle parole per raggiungere le cose e sente I'esigenza di frantumare il linguaggio letterario tradizionale proprio perchè trova quel linguaggio generico e retorico e desiderava mezzi espressivi che gli permettano davvero di conoscere la realtà. Il furore con cui Gadda aggredisce la lingua letteraria tradizionale e la lingua convenzionale della piccola-borghesia è animato da un desiderio irresistibile di raggiungere la realtà. Per questo lo affascina il modo di scrivere dei tecnici (notai, ingegneri, avvocati, spedizionieri, direttori di banca): perchè "ciascuno manovra nel suo campo feroce e diritto e, ciò che importa, secondo un'idea: e riesce come vuole l'idea: e non è, il girovagare prolisso dello pseudo-scrittore che par I'onda lunga di cert'uggia oceanica; uggia dell'infinito, dell'informe". 
Proprio, dunque, attraverso la ricerca di un linguaggio che stabilisca una presa diretta sulle cose, Gadda può compiere quel processo di demistificazione dei costumi piccolo borghesi e dei miti retorici del fascismo, e, nello stesso tempo, quel processo di enucleazione di sentimenti autentici dal velo di pudore che sempre li accompagna, che caratterizzano la spietata ironia e la coperta commozione di molte sue pagine indimenticabili.


VEDI ANCHE . . .

LETTERATURA ITALIANA DEL DOPOGUERRA

FRANCESCO JOVINE

Cristo si è fermato a Eboli - Carlo Levi

Cronache di poveri amanti - Vasco Pratolini

Se questo è un uomo - Pimo Levi

LE COSMICOMICHE - Italo Calvino

LA LUNA E I FALO' - Cesare Pavese

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana - Carlo Emilio Gadda

IL GATTOPARDO - Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Versione Sauvage)

IL GATTOPARDO - Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Versione Gramigna)

Accattone - Pier Paolo Pasolini



giovedì 29 agosto 2013

CAMILLO PRAMPOLINI - Il Socialismo evangelico (Socialism Gospel)

CAMILLO PRAMPOLINI
   
In appendice al settimanale La Giustiziadi Reggio Emilia, nei numeri dal 6 marzo al 1° maggio 1887, appaiono sei puntate di un racconto autobiografico di Eros, intitolato Il diritto al lavoro, ossia come diventai socialista
In esso si legge: 
"Ero, o almeno credevo di essere un moderato feroce, e dagli uomini della sinistra storica, allora al potere, venendo giù giù fino ai socialisti - dei quali s'intende, ignoravo completamente le teorie - detestavo con tutta I'anima la radicanaglia d'ogni colore. Quando morì Vittorio Emanuele... non sono ben certo, ma parmi d'aver pianto. Quando il suo successore... salì al trono... io rimasi tre giorni senza voce, l'avevo lasciata in istrada dal gran vociare: Viva il Re.... Quando mi avveniva di incontrare la carrozza reale, sembravami di toccare il cielo col dito nel momento solenne in cui mi era dato di levarmi il cappello ai sovrani... Come si vede, io moderato feroce, ero anche passabilmente imbecille". 

Questo è il giovane Camillo Prampolini (ossia Eros) fino ai vent'anni, quando, come vedremo, frequentando l'Università di Bologna s'imbatté in una proposizione, risolutiva per la sua vita: il diritto di proprietà esclude il diritto al lavoro.

Nato il 27 aptile 1859 a Reggio Emilia (ancora appartenente al Ducato di Modena, dominat dagli Estensi d'Austria) da Luigi Ernesto, capo del Comune, e da Maria Luigia Casali, benestante, termina le scuole secondarie in luogo, avendo già abbandonate totalmente le credenze religiose. 
Nel 1877 va a Roma, ospite di parenti, profondamente conservatori e religiosi, per frequentare quell'Università, che lascia, nella primavera del 1878, bocciato in economia politica.

Nel 1879, a Bologna, frequentando l'Alma Mater, nell'enunciazione del professore di filosofia del diritto Francesco Filomusi-Guidi, s'imbatté nello spunto della sua rivolta ideale a cui ha l'animo preparato dalla lunga vita trascorsa tra i poveri contadini di Massenzatico ove è stato ospite per lunghi anni dei nonni materni. 
Il docente sostiene che "il diritto di proprietà esclude il diritto al lavoro" e da qui inizia il processo di ricerca e di conquista dei principi economici, politici e morali che portano Prampolini ad abbandonare le precedenti opinioni "accettate... ad occhi chiusi - e per essere più esatto dovrei dire le parole, i suoni sillabici - che si davano per vere nell'ambiente in cui vivevo". 
Eros, narra ancora: 
"Quel diritto al lavoro che io conservatore avrei dovuto negare, era proprio lo stesso che mi stava in mente e che in coscienza sentivo invece di ammettere... Negare il diritto al lavoro era per me ammettere il dovere di morire di fame", sicché, dopo aver considerato le filosofie di tanti uomini illustri e dei "medesimi scrittori borghesi (secondo i quali) il diritto al lavoro porta logicamente seco la comunione dei mezzi di produzione ossia l'abolizione della proprietà privata", s'avvia decisamente a sostenere la causa delle plebi rurali e dei lavoratori sfruttati, naturalmente, contro il "sacrosanto" diritto di proprietà.

Nel 1882, già laureatosi in giurisprudenza, inizia la vita pubblica (scandalizzando il padre e tutti i benestanti) schierandosi con un gruppo di vecchi internazionalisti, e scrivendo sul settimanale Lo scamiciato, voce del popolo
Dopo un'altra breve esperienza giornalistica, il 17 gennaio 1886, Prampolini pubblica il primo numero del settimanale La Giustizia, dal sottotitolo Difesa degli sfruttati, del quale è direttore e proprietario e che, per quarant'anni accompagnerà tutta la sua azione politica. Il periodico ha un tipico carattere educativo, propagandistico, di polemica e di volgarizzazione ideologica estremamente piana e comprensibile, traducendo nelle sue righe la parola pacata, il ragionare logico e preciso che Prampolini usa nel corso dell'intensa attività di propaganda fra i contadini. Propaganda alla quale si accompagna un intenso e proficuo lavoro di costruzione di circoli e società cooperative in ogni località della provincia reggiana.
A seguito della sua popolarità il 23 novembre 1890 viene eletto deputato al Parlamento in una lista democratico-socialista, e va ad aggiungersi alla minuta schiera dei rappresentanti socialisti.
Alla vigilia della nascita del partito socialista, sotto la sua direzione, il 31 luglio 1892, esce la Lotta di classe. A Genova, dove, nell'agosto si costituisce il Partito socialista dei lavoratori italiani, scindendosi dagli anarchici, Prampolini rappresenta numerose organizzazioni del reggiano ed è confermato direttore dell'organo del partito. 
Nelle elezioni politiche del novembre dello stesso anno, è rieletto deputato per il collegio di Guastalla.
La rapida espansione della influenza socialista, nelle organizzazioni contadine e operaie, nelle elezioni politiche, induce il Ministro Costanzo Cauvet ad additare la Valle del Po come "il punto nero" dell'orizzonte politico d'Italia. Sarà proprio prendendo spunto da questa qualificazione che Antonio Vergnanini, pubblicherà a Reggio, agli inizi del 1894, per qualche mese un quotidiano dal titolo omonimo.
  
  
L'intensa attività di Prampolini, fra i lavoratori, attraverso La Giustizia, nel Parlamento (al quale viene rieletto sia nel maggio 1895, sia nel marzo 1897), ha un carattere del tutto particolare e suggestivo, "evangelistico". L'evangelismo di Prampolini è stato detto corrispondere in termini moderni, ad una concezione del socialismo inteso come filosofia delle masse. Lo sforzo suo, infatti, è stato teso a far intendere ed usare gli insegnamenti socialisti coltivando diffusi sentimenti ed aspirazioni del mondo contadino. Così, recuperando storicamente, con uno sforzo intenso e continuo, il contenuto umano e più avanzato del cristianesimo e diffondendo le idee del socialismo che egli ha abbracciato, suscita un movimento che si pone, nei contenuti e nelle forme, storicamente adeguate, i problemi antichi della giustizia sociale. 
Uno studioso dell'azione propagandistica prampoliniana nota che in essa, Prampolini: "rivela una rara penetrazione della psicologia contadina, una sorprendente capacità di aderire ai sentimenti elementari, alle aspirazioni profonde delle grandi masse, di tradurre in un linguaggio semplice ed accessibile, profondamente materiato di motivi sentimentali ed umani, idee nuove che portate a contatto del mondo contadino nella loro originaria formulazione dottrinale troppo gravemente avrebbero contrastato con il tradizionale modo di pensare. Attraverso questo lavoro di mediazione, di adattamento delle nuove idee ai termini concreti della tradizionale psicologia contadina, il socialismo prampoliniano assume quel suo particolare colorito umanitario, quella sua tipica intonazione evangelica che tanti equivoci e fraintendimenti ha determinato in coloro che non hanno colto il significato e l'importanza politica, la necessità e la validità storica (entro certi limiti) di quest'opera di "traduzione".

"La predica di Natale" che appare in La Giustizia, organo dei socialisti emiliani, del 24 dicembre 1897, è il documento più significativo del socialismo evangelico (Il testo della predica viene ristampato più volte in opuscolo, a volte anche con varianti. Una delle prime ristampe è la seguente: Camillo Prampolini, la predica di Natale, Firenze, Editore Nerbini, 1902, pp. 20.). 
questa è la parte centrale del "Predicatore(come si firmava il Prampolini): 

"Ebbene - diceva Gesù ai suoi compagni - noi dobbiamo far guerra a questo doloroso e brutto regno dell'ingiustizia in cui siamo nati; noi dobbiamo volere, fortemente volere il regno di Dio" - cioè il regno della giustizia, dell'eguaglianza, della fratellanza umana; noi dobbiamo persuadere i nostri fratelli che esso è possibile e non è un sogno... 
Questo, o lavoratori, questo era il pensiero e questa fu la predicazione di Cristo. Un odio profondo per tutte le ingiustizie, per tutte le iniquità; un desiderio ardente di uguaglianza, di fratellanza, di pace e di benessere fra gli uomini; un bisogno irresistibile di lottare, di combattere per realizzare questo desiderio - ecco l'anima, l'essenza, la parte vera, santa ed immortale del cristianesimo. 
Ed ora ditemi; siete voi cristiani? Lo sentite voi questo benefico odio per il male? Lo sentite voi questo divino desiderio del bene? Voi che cosa fate per combattere il male? Che cosa fate per realizzare il bene? Perché - badate amici miei - voi potete andare in chiesa ogni giorno; voi potete ogni giorno confessarvi e comunicarvi; voi potete recitate quante preghiere volete; ma se assistete indifferenti alle miserie e alle ingiustizie che vi circondano, ma se nulla fate perché debbano scomparire, voi non avete nulla di comune con Cristo e i suoi seguaci, voi non avete capito nulla delle loro dottrine, voi non avete il diritto di chiamarvi cristiani... 
Ed ora - voi lo vedete - le disuguaglianze e le miserie che egli (Cristo) ha combattuto sono più vive che mai. Mentre pochi godono nel lusso tutti i comodi e i piaceri della vita, e mentre - se la società fosse meglio ordinata - ci sarebbe il modo di star bene tutti quanti, vi sono milioni di uomini che mancano di. pane, d'istruzione, d'educazione, che sono sfiniti dalle eccessive fatiche o mancano di lavoro, che lottano quotidianamente col bisogno e con la fame...".

Questa "chiave" propagandistica porterà Prampolini a numerose polemiche con autorità della chiesa e periodici cattolici e, infine, il 1° gennaio 1901, alla scomunica, comminata dal Vescovo Vincenzo Manicardi, al direttore, ai redattori, allo stampatore, ai lettori, ai rivenditori de La Giustizia.

Se la "Predica di Natale" costituisce uno dei momenti più alti della particolare azione di penetrazione fra le masse che è un dato caratterizzante della figura di Prampolini, un momento decisivo della storia d'Italia, registra l'atto più clamoroso del parlamentare reggiano. 
Dopo la grave bufera reazionaria, seguita ai tumulti per la fame della primavera del 1898, conclusasi con gli spari dei cannoni di Bava-Beccaris e vaste repressioni, il governo di Pelloux, a partire dal febbraio 1899, vuol varare leggi eccezionali tese ad impedire gli scioperi, le attività politiche e la libertà d'associazione. Mentre nel Paese si leva un'ondata di sdegno i parlamentari dell'estrema sinistra iniziano una puntigliosa azione ostruzionistica che, attuando un'osservanza pedissequa del regolamento, prolunga indefinitamente l'iter legislativo, suscitando, nel suo corso, accese battaglie procedurali. 
Nella seduta del 20 giugno 1899, l'opposizione, allargatasi ai democratici liberali, chiede la votazione nominale del processo verbale del giorno precedente, a norma del regolamento.
Il Presidente della Camera insiste, arbitrariamente, per passare alla votazione segreta di altre leggi. Ai tafferugli precedenti, succede un fatto singolare: alcuni deputati socialisti, fra i quali è Prampolini, rovesciano ed asportano le urne per il voto, creando un tumulto generale, che provoca poi la chiusura della sessione parlamentare, durante lo stesso giorno. 
Nelle settimane successive, Prampolini, appreso che contro di lui ed i suoi compagni (Leonida Bissolati, Oddino Morgari e,Giuseppe De Felice) è stato emesso un mandato di cattura, si costituisce volontariamente a Regina Coeli, il 18 settembre, e poco dopo faranno altrettanto gli altri. 
Tornati in libertà tutti e quattro gli imputati, per non aver voluto il Governo affrontare un processo impopolare, Prampolini pubblica il testo della sua autodifesa che avrebbe detto ai giurati. 
Questi alcuni brani esaltanti: 

"Resistere all'arbitrio non è che una forma di rispetto e di ossequio alla legge; una delle forme più alte e più meritorie, perché esige forza di volontà e sovente anche spirito di sacrificio. Anzi, più ancora che ossequio, la resistenza all'arbitrio è difesa della legge. E questa difesa, signori giurati, è una necessità, un dovere del cittadino; appunto perché dove questa virtù manchi e non sia continuamente in atto, la legge è fatalmente destinata ad essere un nome vano, non vi può essere ordine, non libertà, non sicurezza e l'arbitrio è inevitabile, quanto è inevitabile che l'aria penetri dove trova il vuoto... Ora proprio questa virtù della resistenza manca in Italia, ed è questa precisamente la principale causa di tutti gli arbitri che si lamentano. Bisogna quindi risvegliarla, questa virtù civile, bisogna farla sorgere. E poiché i costumi assai più che con le parole si riformano con l'esempio, noi rappresentanti della nazione, di fronte all'arbitrio evidente della maggioranza dovevamo dare ed abbiamo dato appunto l'esempio della resistenza... Bisogna che la legge abbia finalmente tutto il suo impero, che essa sia veramente rispettata da tutti, dai potenti come dai deboli, dai governanti come dai governati. Liberi tutti di criticarla, di proporne le riforme anche più ardite, utopistiche o pazze o sovversive che dir si vogliano; ma finché essa esiste dev'essere osservata scrupolosamente; e i cittadini hanno l'obbligo di resistere a chiunque non l'osservi, qualunque sia il suo ufficio o il suo grado; sia pure la maggioranza della Camera o Io stesso sovrano". 

Infine il monito centrale a difesa della libertà politica: 

"Ed io per mio conto vi confesso, signori giurati, che per quanto mite e ripugnante sempre dei mezzi estremi, se la decisione dipendesse da me, non esiterei neppur davanti alle difese più estreme, piuttosto che lasciar togliere al mio partito la libertà di propagare un'idea che credo vera, giusta, buona, destinata al trionfo e capace di redimere l'umanità da mille miserie e dolori". 
E, dopo aver difeso la legittimità dell'ostruzionismo al decretone: 

"Ebbene signori giurati, per tutte le ragioni che vi ho dette, noi deputati, noi rappresentanti di una nazione, avremmo tradito il nostro mandato, saremmo stati dei vili o almeno degli incoscienti, in ogni modo dei pessimi italiani se alla forza brutale del numero che voleva sopraffarci in tal guisa, non avessimo dato in faccia al paese, l'esempio di opporre la forza del nostro diritto e della nostra fede. Quelle urne rovesciate, che sollevarono tanto clamore e che ci auguriamo non siano dimenticate, danno questa lezione al popolo italiano. Resistete agli arbitri! Difendete ad oltranza il diritto! Questa è lezione di libertà, di civiltà, e noi siamo orgogliosi di averla data".

Con la battaglia dell'ostruzionismo si chiude il decennio reazionario e si apre, dopo le elezioni del giugno 1900 (durante le quali Prampolini è rieletto deputato di Reggio), la cosiddetta "era liberale".

Vi è infine un terzo momento saliente delIa vita politica di Prampolini, che è eclatante e concorre, definitivamente a conquistargli l'attributo di apostolo
E' il 13 marzo 1902. Prampolini pronuncia un discorso alla Camera in appoggio al ministero "meno peggiore" che è in carica (il ministero Zanardelli-Giolitti, che ha inaugurata "l'età giolittiana"). E'un discorso con voce ed accenti che commuovono parlamentari e pubblico. 
Sul finire il parlamentare dice: 

"Per conto nostro molti anni di propaganda ci danno il diritto di dire che tutto ciò che era possibile fare per mozzare le unghie della bestia umana e frenare gli impulsi violenti, che l'ingiustizia,la miseria e la fame suscitano nella folla dei lavoratori, noi l'abbiamo fatto e lo faremo ancora"... 
La Camera applaude fragorosamente. Il Presidente della Camera, Giuseppe Biancheri, esclama: 
"Onorevole Prampolini!...". 
L'oratore, equivocando, crede di essere interrotto e replica: 
"Ancora poche parole, Signor Presidente, e poi ho finito".
Il Presidente Biancheri, commosso, esclama: 
"No, no, apostolo di pace, continui in questi nobili sentimenti che onorano lei, l'assemblea e il paese". 
Segue un nuovo fragoroso applauso; il Presidente Biancheri si asciuga le lacrime, Prampolini ringrazia e poi prosegue il discorso.

L'appellativo "apostolo di pace", che gli resterà poi sempre, ha anche il significato di una qualificazione politica del suo anelito umanitario, del suo riformismo gradualista e legalitario. In tutta la sua opera di costruzione dell'organizzazione dei lavoratori (volta alla redenzione economica ed alla espansione della loro libertà individuale e collettiva) è presente questo marcato suo indirizzo che è analogo nei numerosi suoi collaboratori.
Esso si manifesta particolarmente nella propensione e nella cura data alla organizzazione cooperativa, nella catalizzazione in essa dei fini della battaglia emancipatrice dei lavoratori.

In una lettera ad Andrea Costa, del lontano 1885, indirizzatagli appositamente "per farti una dichiarazione che mi preme moltissimo", Prampolini scrive (La lettera autobiografica è conservata nel  "fondo Costa" della Biblioteca comunale di Imola. Non reca data; l'attribuzione all'agosto 1885 è del dottor Fausto Mancini, studioso del "fondo Costa" e Direttore della Biblioteca imolese.):

"La Cooperativa di Reggio è una Cooperativa sui generisdi cui non credo vi sia in tutto il mondo terrestre la seconda copia. Secondo me essa è tutta il socialismo, per ciò che riguarda la parte economica della questione sociale. Che cosa vuole infatti? Eccolo: vuole abolire il commercio privato in tutto il comune di Reggio e sostituirvi il commercio collettivo, e cioè un forno, una cantina, una macelleria, una drogheria, una farmacia, ecc., di proprietà collettiva, inalienabile dei Reggiani e amministrata dai Reggiani. Quanto al servizio di rivendita delle merci, che cosa vuole il socialismo più radicale di più di ciò che vogliamo noi dalla Cooperativa di Reggio? Nulla io credo. Una volta padroni del consumo, una volta cioè padroni di quella immensa forza economica che è rappresentata da 5 o 6 negozi differenti a cui si alimentano quotidianamente 50.000 consumatori, sarà per noi una difficoltà ben piccola passare alla socializzazione di tutti gli altri servizi, di tutte le altre funzioni sociali nel comune ed anche nella Provincia di Reggio. Ed è per questa che nella nostra Cooperativa c'è tutto il socialismo. Se potremo riuscire - ed è qui il busillis - a fare il primo passo (abolizione del commercio privato quanto ai generi di prima necessità), noi ci sentiamo sicuri di fare in pochi anni tutti gli altri e di dare il primo esempio di un Comune collettivista".

Questi sono, negli anni che seguono, i concetti sostanziali, della teoria della Cooperazione integrale, elaborata da Antonio Vergnanini (antico compagno e collaboratore di Prampolini) e sostenuta particolarmente quando, nel 1912, succede ad Antonio Maffi, alla direzione della Lega delle Cooperative.

Prampolini, nel Partito Socialista milita sempre nell'ala riformista; è cioè nell'ala capeggiata da Filippo Turati (il quale, peraltro, fin dal 1881, quando Prampolini era agli esordi, ne fu un estimatore e, dopo, ne divenne grande amico). Così, quando nel partito si forma la corrente comunista (che darà poi vita nel gennaio 1921 al Partito Comunista Italiano), Prampolini è schierato con la Concentrazione socialista.

Nel novembre 1919, quando sale la grande ondata "rossa" è eletto ancora deputato, come lo era stato nelle elezioni del marzo 1909 e in quelle a suffragio allargato dell'ottobre 1913 (solo per un breve periodo precedente, infatti, era decaduto da un mandato che si ripeteva, ormai da 15 anni: nelle elezioni politiche del novembre 1904 - dopo lo sciopero generale nazionale del settembre - fu vittorioso, ma il risultato venne contestato e, nel ballottaggio effettuato il 15 gennaio 1905, fu sconfitto dall'avversario clerico-moderato della "grande armata" per appena 84 voti in meno).

Il 31 dicembre 1920, con un eccidio provocato dai fascisti a Correggio, si scatena la violenza nel reggiano, che segue un tragico crescendo nei primi mesi successivi. 
Il 14 marzo 1921 Prampolini e l'amico On. Giovanni Zibordi, sono inseguiti da fascisti e fati segno a colpi di rivoltella fin sulla soglia di casa; e l'8 aprile successivo i fascisti invadono la Camera del Lavoro di Reggio e la Cooperativa Stampa Socialista, distruggendo gli uffici e incendiando le suppellettili gettate sulle strade, quindi, sotto gli occhi di Prampolini, devastano ed incendiano la sede de La Giustizia. Per protesta contro il dilagante terrore fascista, Prampolini e i suoi compagni decidono l'astensione dal voto, per le elezioni del 15 maggio 1921.

Il Partito Socialista (da cui si sono scissi i comunisti) quando l'1 e il 2 ottobre 1922, si riunisce a Roma nel suo XIX Congresso, si divide ancora fra massimalisti e riformisti.
Ad opera di questi ultimi si costituisce il Partito Socialista Unitario, del quale diviene segretario Giacomo Matteotti. 
Prampolini aderisce al nuovo partito (che, dando vita ad un quotidiano prende lo stesso titolo del vecchio suo settimanale La Giustizia) ed in esso, svolge attività propugnando la necessità di lavorare ad intese tra le forze politiche affini per la difesa della libertà e della democrazia.
Nelle elezioni politiche dell'aprile 1924, nonostante il clima di terrore instaurato dai fascisti (che proprio in Reggio Emilia vede, il 28 febbraio, I'assassinio del candidato Antonio Piccinini), viene rieletto deputato.

Dopo il rapimento e l'uccisione da parte dei fascisti dell' On. Giacomo Matteotti, Prampolini diviene uno dei membri più attivi dell'opposizione antifascista dell'Aventino, opposizione che viene spezzata col colpo di Stato fascista del 3 gennaio 1925. 
Quando il 5 novembre 1925 il deputato del P.S.U. Tito Zaniboni compie un attentato contro Benito Mussolini, capo del governo, ed i fascisti scatenano una nuova ondata di violenze e di persecuzioni contro gli antifascisti, Prampolini deve sospendere la pubblicazione della sua Giustizia, e poi, esule volontario, deve lasciare Reggio Emilia. 
Si rifugia a Milano, ospitato dai compagno di partito, Nino Mazzoni. Per guadagnarsi da vivere lavora nella bottega antiquaria dell'amico, La casa bella, facendo il contabile e finanche il commesso. 
Nel 1929 è colpito da un grave male che lo porta a|la morte il 30 luglio del 1930.

Il 1° maggio del 1929, avuta la grave diagnosi della malattia - un cancro al viso - scrisse le sue ultime volontà. In esse tra l'altro, si legge: 

"La mia salma, non vestita, ma soltanto avvolta in un lenzuolo, sia trasportata al cimitero, in forma civile, sopra un carro di ultima classe, senza fiori, non seguita dai miei familiari e venga cremata, non sepolta. Né al cimitero, né altrove, nessuna lapide, nessun segno che mi ricordi".



Opere consultate: 

Saggio sulla storia del movimento operaio in Italia, Camillo Prampolini e i lavoratori reggiani (Giovanni Zibordi).

I vecchi socialisti prampoliniani (Bartolo Bottazzi)

Camillo Prampolini (Renato Marmiroli)

I pionieri nelle campagne (Alessandro Schiavi)

Camillo Prampolini. Rievocazione storica (Renzo Barazzoni)


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