lunedì 30 settembre 2013

TRASFIGURAZIONE DI CRISTO (Transfiguration of Christ) - Giovanni Bellini

Trasfigurazione  di Cristo (1455 circa)  Giovanni Bellini
Venezia, Museo Correr
Tempera su tavola cm 143 x 68 

Verso la metà degli anni Cinquanta Giovanni Bellini confronta il proprio stile con I'evoluzione dell'arte del cognato Andrea Mantegna, strettamente legato alla cultura umanistica padovana, come mostrano, in questo caso, l'ambiente roccioso e l' intensa caratterizzazione dei personaggi (Cristo tra Elia e Mosè in alto, tre Apostoli assonnati in basso), tutti con vesti e mantelli fitti di pieghe.
Il dipinto ha subito riduzioni.


Trasfigurazione di Cristo (1487 circa) Giovanni Bellini
Napoli, Gallerie di Capodimonte
Olio su tavola cm 116 x 154

Il confronto tra quest'opera, dipinta da Giovanni Bellini in età matura, e la Trasfigurazione giovanile del Museo Correr è eloquente: lasciato ogni retaggio di tardogotico, e superato anche il riferimento allo stille incisivo del cognato Andrea Mantegna, Bellini si è decisamente aperto a una nuova visione della pittura, in cui le figure sono liberamente inserite in un'atmosfera naturale calda e avvolgente.


L'affermazione di uno stile indipendente e grandioso negli anni della maturità (1470-1500).
Alla morte di Jacopo Bellini (avvenuta nel 1470 o nel 1471), il vero erede della fama paterna ai vertici dell'arte veneziana sembra essere Gentile, e non Giovanni. Nel testamento della madre, addirittura, Giovanni non viene nemmeno nominato. Così, mentre il fratello ottiene incarichi ufficiali, durante l'ottavo decennio del Quattrocento il nostro pittore viene interpellato anche da committenti non veneziani. 
Il rapporto con città come Pesaro e Ravenna può forse spiegare lo spiccato interesse dimostrato da Giovanni Bellini nei confronti dell'arte antica - sullo sfondo della Trasfigurazione conservata alle Gallerie di Capodimonte, a Napoli, compaiono due famosi monumenti di Ravenna, il Mausoleo di Teodorico e il campanile della basilica di Sant'Apollinare Nuovo e, ancor più, verso dipinti di Piero della Francesca.

In tutta la storia dell'arte non vi ha forse altri, da Raffaello in poi, che al pari di lui abbia fatto passi più progressivi, dal'inizio della sua carriera fino alla fine. Per questo, quando si paragonano le sue opere prime con quelle che egli dipinse da vecchio, siamo quasi indotti a credere che esse appartengano a secoli differenti, e che più generazioni abbisognassero per valicare tale distanza: sicché ben si appose chi il disse " il più antico de' moderni, il più moderno degli antichi".

Egli potè inoltrarsi fino ai più riposti penetrali del cuore umano, e schivando la rigida maniera bizantina vi sostituì la naturalezza delle espressioni, dalla maestosa serenità alla calma beata, all'ardente simpatia ed al geniale sorriso. Sostituì nei suoi dipinti all'effetto pesante e convenzionale dei fondi dorati o di finte pareti, fin allora in uso, ondulazioni di terreno con qualche alberetto o ruscello sotto un limpidissimo cielo azzurro, talora cosparso di crespe nuvolette, oppure v'introduceva qualche fabbrica ed altri accessori, producendo così un insieme più piacevole e naturale.


Giovanni Bellini fu un uomo di meditazioni instancabili, mai pago di evocare l'antico, d'intendere il nuovo e di provarli,  fu tutto quel che si dice: prima bizantino e gotico, poi mantegnesco e padovano, poi sulle tracce di Piero della Francesca e di Antonello da Messina, in ultimo anche giorgionesco; eppure sempre lui, caldo sangue, alito accorato, accordo pieno e profondo fra l'uomo, le orme dell'uomo fattosi storia, e il manto della natura
Accordo tra le masse umane prominenti e le nubi alte, lontane, e cariche di sogni narrati; tra le chiostre dei monti e le absidi antiche, le grotte dei pastori e le terrazze cittadine, le chiese color tortora del patriarcato e il chiuso delle greggi, le rocche medievali e le rocce friabili degli Euganei.
Una calma che spazia fra i sentimenti eterni dell'uomo: cara bellezza, venerata religione, eterno spirito, vivo senso; e una pacificazione corale che fonde e sfuma i sentimenti, dall'alba di rosa al tramonto di viola, secondo l'ora del giorno.



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LA COMETA DI HALLEY (Halley's comet)

La cometa di Halley (1986)

Le comete, sin dai tempi più remoti, hanno sempre suscitato un certo interesse: i popoli dell'antichità, ad esempio, consideravano questi corpi celesti come un presagio di una terribile catastrofe e persino la Bibbia si è servita di una cometa per celebrare la nascita di Gesù a Betlemme.

I primo scienziato che si dedicò allo studio delle comete (parola che deriva dal greco kòme ovvero "chiome",) fu Aristotele che, per reale mancanza di mezzi tecnici, sentenziò erroneamente che i corpi celesti altro non erano che vapori terrestri dispersi I'atmosfera. 
In seguito Paolo Dal Pozzo Toscanelli, Ticho Brahe, Giovanni Corelli chiarirono I'errore dello studioso greco e giunsero alla conclusione che le comete erano dei corpi celesti, lontanissimi dalla Terra, in continuo movimento intorno al Sole. 
Oggi, grazie ai progressi dell'astronomia, possiamo distinguere due tipi di comete a seconda della loro orbita: quelle periodiche e quelle non periodiche.

Le comete periodiche, a causa della loro orbita ellittica, compaiono ad intervalli regolari: ad esempio, la cometa di Encke, scoperta nel 1786, ripercorre la stessa orbita con un intervallo di 3 anni e a mesi mentre quella di Daniel, avvistata per la prima volta nel 1909, ricompare ogni 6 anni e mezzo. 
  
La cometa di Halley (1986)

A questa famiglia appartiene anche la famosa cometa di Halley, scoperta per la prima volta nel 1682 dall'astronomo che le diede il nome. 
La Cometa di Halley, il cui nome ufficiale è 1P/Halley, è la più famosa e brillante delle comete periodiche provenienti dalla Fascia di Kuiper, le quali passano per le regioni interne del sistema solare ad intervalli di decine di anni, piuttosto che periodi millenari delle comete provenienti dalla Nube di Oort.
In occasione della sua scoperta, Edmond Halley pronosticò che la cometa sarebbe ricomparsa 76 anni dopo, nel 1758: la previsione si rivelò pienamente esatta, con lo scarto di un solo mese. Quando la cometa di Halley ricomparve nel 1910, lo scarto di previsione degli astronomi dell'epoca fu di tre giorni soltanto. L'ultima apparizione della cometa Halley, quella del 1986, ha segnato un grande passo avanti nel mondo dell'astronomia:  il satellite europeo Giotto, durante il suo viaggio interplanetario. è riuscito a fotografare il nucleo della cometa, dando conferma alle supposizioni astronomiche espresse a questo riguardo.
  
La cometa di Halley nell'Arazzo di Bayeux.


Parametri orbitali

(all'epoca 17 febbraio 1994)
Semiasse maggiore - 17,8341442925537 UA
Perielio - 0,585978111516909 UA
Afelio - 35,08231047359043 UA (9 dicembre 2023)
Periodo orbitale - 75,32 anni (27509,1290731861 giorni)
Inclinazione orbitale - 162,262690579161°
Eccentricità - 0,967142908462304

Parametri Tisserand (Tj) -0,605 (calcolato)
Ultimo perielio - 9 febbraio 1986
Prossimo perielio - 28 luglio 2061

Dati fisici
Dimensioni - 11 km (diametro)
  
La cometa di Halley, come la vedevo io nel 1986

                                            

lunedì 23 settembre 2013

IDEALISMO EMPIRICO - Il problema del rapporto fra realtà intelligibile e realtà fisica (EMPIRICAL IDEALISM - The problem of the relationship between reality intelligible and physical reality)


 IL PROBLEMA DEL RAPPORTO FRA REALTA' INTELLIGIBILE E REALTA' FISICA

Si fa da taluni risalire l'inizio dell'empirismo inglese a Francesco Bacone (Londra, 22 gennaio 1561 – Londra, 9 aprile 1626), non certo perchè anche costui fosse inglese e si parli volentieri di caratteristica mentalità empirica degli Inglesi, ma forse perchè si vuol riconoscere in esso quella positività di pensiero, di cui si fa largo credito a Bacone.
Probabilmente si confonde l'empirismo, quale filosofia fondata sull'esperienza, con lo sperimentalismo baconiano, anch'esso fondato sull'osservazione e l'esperienza, ma che è, come vedemmo, un metodo di ricerca scientifica.

In realtà l'empirismo rappresenta, esso pure, uno sviluppo del Rinascimento, come il cartesianesimo, al quale ultimo si riserva comunemente la qualifica di razionalismo, contrapponendolo all'empirismo. 
Razionalistico fu, in sommo grado, anche l'empirismo inglese e alcune concezioni derivò dallo stesso Descartes (Cartesio). Così pure in quelli, che son ritenuti i continuatori più rappresentativi del Descartes, possiamo  trovare evidenti motivi di empirismo. pertanto la divisione che usa farsi, dopo il Descartes, fra empirismo e razionalismo e che noi pure faremo, non va intesa come netta e assoluta separazione.

Empirismo inglese e razionalismo cartesiano hanno ambedue il medesimo punto di partenza, che è il problema del rapporto fra la realtà intelligibile o spirituale e la realtà fisica o materiale; problema che è ancor quello del rapporto fra soggetto e oggetto, fra atto del pensiero e validità e natura del contenuto dell'atto.

Se l'espressione "filosofia dell'esperienza" può far ritenere a tutta prima l'empirismo come improntato di realismo gnoseologico ingenuo, un esame un po'attento lo mostra subito ben diverso.
Il soggettivismo, venuto da quella che abbiamo visto essere la grande fede nella potenza dello spirito umano, è forse più retaggio dell'empirismo che non del razionalismo.
Senza contare che da un'intima, benchè dagli empiristi inglesi non ben avvertita, esigenza di concretezza, propria dell'empirismo, è derivata subito per virtù di Giambattista Vico (Napoli, 23 giugno 1668 – Napoli, 23 gennaio 1744), quella concezione storicistica della cultura e della vita che ha, come vedremo, anche altri motivi ed è ben più ampia e integrale dell'empirismo inglese, ma gli è vicina nell'ammissione del processo generativo del conoscere, mentre è opposta al criterio gnoseologico cartesiano, ritenuto astratto.

A ogni modo, empirismo e razionalismo hanno condotto, come vedremo, al criticismo kantiano e all'idealismo assoluto che ne seguì; ed è certamente in vista di quest'ultimo risultato che da alcuni storici della filosofia l'uno è oggi chiamato senz'altro idealismo empirico e l'altro anche panlogismo, nome, questo, che era costume riservare all'idealismo hegeliano. 
Bisogna osservare che l'aggettivo "empirico" distingue quel primo idealismo dall'ultimo, in quanto, appunto, quello si caratterizzava in un fenomenismo naturalistico a fondo pluralistico, tanto nell'ambito dell'essere quanto in quello del conoscere, mentre questo tende verso un fenomenismo spiritualistico a fondamento monistico. 
Quanto poi al panlogismo, quello razionalistico cartesiano, di cui sono esponenti principali Baruch "Benedetto" Spinoza (Amsterdam, 24 novembre 1632 – L'Aia, 21 febbraio 1677) e Gottfried Wilhelm von Leibniz (Lipsia, 1º luglio 1646 – Hannover, 14 novembre 1716)  è un panlogismo sostanzialistico, mentre quello idealistico postkantiano, di cui sarà esponente soprattutto Hegel, è un panlogismo, se così può dirsi, a-sostanzialistico. 
Da qui si vede come la tradizionale tendenza ontologica o, comunque, naturalistica, anche se ridotta all'immanentismo o a un discusso trascendentismo, è ancora presente, sottintesa o palese, in tutto il pensiero fino a Kant, compreso.

È certo un'elaborazione filosofica assai importante quella che va dal Descartes al Kant; però l'avvio e la traccia le sono stati dati dai nostri filosofi del Cinquecento e dal Descartes; sotto più d'un aspetto, si può ritenerla una grande preparazione al Kant. 
Per usare metafore, anche se un po' strane, diremo che il Descartes e il Kant segnano, l'uno e l'altro, un termine d'arrivo e insieme di partenza nel cammino filosofico, un "nodo" capitale nello svolgimento del pensiero. E il motivo principale dell'importante elaborazione, che va dall'uno all'altro, abbiamo visto quale sia: il rapporto fra soggetto e oggetto, nel campo gnoseologico, fra realtà intelligibile e realtà fisica, nel campo metafisico. 
Benchè il problema, che nella trattazione si fa la parte del leone, sia quello della conoscenza, esso, in tutti i filosofi che vedremo, è anche e subito problema della realtà: perchè il problema ormai, come già ci occorse di notare, è uno. Il medesimo? 
Ecco il costante scrupolo; che non da tutti è vinto; poichè non tutti sono lo Spinoza o David Hume.

Così avvenne che, con lo scrupolo o senza, ci si mise per vie in parte rinnovate e in parte nuove, si svilupparono a oltranza, con gran forza e acume, concezioni filosofiche diverse, per cui non sempre si evitarono svolgimenti unilaterali; si accentuò nel razionalismo cartesiano l'apriorismo e nell'empirismo inglese il criterio contrario (e sta in questo, più che in altro, anche a motivo dei risultati, la più rimarchevole differenza fra i due indirizzi), cosicchè si arrivò con l'uno al dogmatismo e con l'altro indirizzo allo scetticismo. 
Per conseguenza, il problema del conoscere, con quello naturalmente dell'essere (il medesimo?) si ripresenterà a Kant, come richiedente una soluzione ex-novo. 
Il Kant, come il Descartes, farà tesoro anche della "esperienza" precedente.





domenica 15 settembre 2013

FILOSOFIA DEL RINASCIMENTO - UMANESIMO (Renaissance Philosophy - Humanism)

   
L'anima del Medio Evo e I'anima dell'età moderna - Nel Medio Evo la vita dello spirito è orientata verso il mondo soprannaturale. L'esistenza umana è preparazione a quell'al di là, dove il destino di ognuno si compie, e si compie per la virtù soprannaturale della grazia di Dio. La natura è degna d'interessamento solo come specchio dove si riflette e si disvela in qualche modo la misteriosa e trascendente realtà di Dio, in cui essa ha il suo principio e il suo fine. 
Depositaria della verità rivelata, indispensabile intermediaria fra la terra e il cielo, è la Chiesa. 
Essa ha il potere di sciogliere e di legare; ad essa spetta il compito di formare le anime e di regolare ogni sfera di attività umana, individuale e sociale. 
E quale lo spirito della civiltà, tale è la natura del problema centrale della filosofia in quest'epoca: il credere è posto come necessaria condizione dell'intendere; la comprensione della fede è il fine della speculazione; la filosofia è "ancella" della teologia.

Il mondo moderno ha caratteri precisamente opposti: non più teocentrismo nè autoritarismo ecclesiastico, bensì autonomia del mondo della cultura, rispetto a ogni fine trascendente; libera esplicazione dell'attività che lo costituisce; supremazia dell'evidenza razionale nella ricerca del vero; coscienza dell'assoluto valore della persona umana ed affermazione del suo potere sovrano nel mondo. 
La cultura si va gradualmente laicizzando. La vita e la natura sono apprezzate per sè stesse. L'uomo sente che suo compito e suo destino è il possesso sempre più pieno di questo mondo. La sconfinata ampiezza dell'universo non fa che stimolare la non mai sazia ambizione di conoscenza e di potenza attraverso la quale l'io si costituisce e si arricchisce, e la vita sociale si viene sempre più saldamente e più variamente articolando. 
La coscienza di siffatto orientamento spirituale trova, come sempre, la sua espressione sintetica nella filosofia. Non che questa diventi, di necessità, ostile alla religione e alla fede; può anche ammettere ciò che trascende l'universo e l'uomo. Ma questo è, semmai, il coronamento della libera indagine razionale sull'universo, non già - come per la  scolastica - il
presupposto extra-filosofico, che era prefissato nel suo contenuto e determinava in anticipo i limiti e le direttive della riflessione.


Rinascimento e Umanesimo - Il passaggio dalla civiltà medievale a quella moderna è segnato dal RinascimentoCon questo nome si designa quel vasto e profondo movimento di cultura che, originatosi in Italia e irradiatosi poi per tutta l'Europa, occupa all'ingrosso i secoli XV e XVI.
In che modo e per quali vie il Rinascimento determinò l'orientarsi dello spirito europeo verso le mete caratteristiche dell'età moderna?
In primo luogo è da ricordare quel processo di pensiero svoltosi nel secolo XIV, che noi abbiamo descritto e analizzato come dissolvimento della Scolastica. Con lo scotismo*I'occamismo* e l'averroismo* si era giunti a una più o meno decisa separazione del dominio della scienza da quello della fede, proclamata del tutto soprarazionale. 
La fisica e la logica avevano così potuto affermare per prime la loro indipendenza dalla teologia, da principio all'ombra dell'autorità di Aristotele, poi sempre più esplicitamente in nome dell'autonomia della ragione. E questa infine non tarda ad accampare diritti anche sul dominio misterioso che si stende di là dai limiti del naturale e dell'umano, entro i quali essa si era inizialmente contenuta: pur nella natura e pur nell'uomo vi è il divino, e questo è dunque possibile oggetto della, libera indagine della ragione.
Su questo processo si innesta, accelerandolo e intensificandolo, un movimento di pensiero, che porta alla più profonda disgregazione de mondo medievale: ed è il risorgere della civiltà antica nel pensiero e, possiamo dire, nel culto degli spiriti più eletti di quest'età.
Si frugano biblioteche e archivi; si intraprendono viaggi per lontani paesi ; si consultano dotti dell'Ellade e dell'Oriente; si fa ogni sforzo per apprendere il greco e poter così gustare e intendere nel testo originale i capolavori dell'antichità classica; s'indaga per stabilire l'autenticità di questo o quello scritto, si commenta, si traduce in latino, si imita; si scambiano e circolano tra gli amici e si ricopiano con devozione i manoscritti più preziosi: si istituiscono cattedre, a diffonderne la conoscenza: sorgono anzi, sotto la protezione di principi e pontefici, nuovi centri di studio (Accademie), al di fuori delle Università, troppo vincolate alla tradizione e alle finalità, ecclesiastiche e troppo rigidamente organizzate. 
È questo il Rinascimento.
Lo spirito e la portata storica di un tale ritorno all'antico sono ben diversi da quelli che ebbe il movimento - in apparenza analogo - nei secoli XII e XIII. Questo aveva avuto un carattere prevalentemente scientifico-filosofico (era il sistema aristotelico I'oggetto attorno a cui si era travagliato il pensiero dei latini); e poi esso era subordinato all'interesse teologico dominante nella cultura di quell'età. 
Ora invece la rinascita dell'antichità è ben più estesa e varia nel suo oggetto: non più soltanto scienziati e filosofi, ma poeti e oratori, storici e retori vengono ricercati e studiati con pari ardore; non vi è aspetto o elemento della cultura classica che non susciti interesse. Ed è questo un interesse d'impronta prevalentemente estetico-filologica, che attraverso la comprensione dello scritto tende a ridare vita alla personalità dello scrittole e a stabilire con questo un rapporto di comunione e di simpatia vivace; tende a rielaborare l'ideale di "umanità" che informò la vita e il pensiero dell'antichità classica, per assumerlo come modello da imitare. E questo significa il termine Umanesimo, con cui tale fase della cultura del Rinascimento vien designata.

In un primo momento prevale, certo, lo spirito di imitazione e un'attività di riproduzione: ma non è, questo, passivo e sterile asservimento a una forza estranea, bensì propedeutica necessaria perchè la vita interiore del soggetto possa liberamente dispiegarsi in quel che ha di più caratteristico. 
L'individuo esercita un'iniziativa - e rivela quindi il suo interesse personale - giù nella scelta del suo modello, tra i tanti che si offrono alla brama di conoscere, nella progressiva scoperta dei grandi dell'antichità. 
Ma poi è proprio dell'atteggiamento estetico il costruire per forza di fantasia un mondo ideale estraneo a quello della realtà, immune dalle limitazioni e necessità che questa impone a chi ci vive dentro. Così I'umanista, facendosi cittadino della remota società degli antichi, oblia la realtà presente che lo circonda: di questa egli non sente più la costrizione; se ne è emancipato rifugiandosi nel passato, e può quindi anche facilmente adattarvisi.

Certo questa specie di esistenza in partita doppia, questa scissione tra l'uomo di studio e l'uomo della vita pratica era una situazione provvisoria. Quel possesso di sè, quella libertà interiore che I'Umanista conquistava col costruirsi il suo mondo ideale per via di riproduzione e imitazione dell'antico, doveva col tempo premere sulla realtà presente e foggiarla conforme alle nuove esigenze. La riproduzione prepara la creazione originale; cioè, nel processo di liberazione del soggetto vi è, sì, un momento prevalentemente negativo, l'indifferenza di fronte alla realtà presente, ma questo non tarda a trasformarsi nel momento positivo della libertà, intesa come dominio sulla realtà circostante.

Pertanto, ideale di vita del più maturo Rinascimento è il formarsi d'una personalità, ricca e potente grazie alI'assimilazione e all'attiva rielaborazione dei valori umani più elevati offerti dal mondo della cultura e della storia: è l'affermarsi di un'individualità caratteristica e vigorosa che dia incremento a questo mondo umano. Quel valore infinito dell'io e della vita interiore che il mistico attuava nella comunione con Dio, l'uomo del Rinascimento lo ripone nella potenza della sua partecipazione al mondo della cultura, nell'originalità della creazione con cui esso si colloca nella corrente più viva della storia umana. 
Non è più tanto o soltanto l'aspirazione alla gloria celeste, ma il desiderio di onore e gloria terrena il motivo che lo ispira.

L'idea dell'unità della storia umana e anzi della storicità della nostra vita spirituale è quella che si afferma sempre più chiara e netta. Se il presente può collegarsi col passato più remoto e in esso trovare anzi ,il suo appoggio e il suo alimento, è perchè una stessa vita, uno stesso spirito si svolge attraverso le età. 
E da questo convincimento germoglia l'altra idea, che se l'umanità si svolge nella sua storia come un individuo, l'epoca moderna supera I'antica per ricchezze d'esperienze e per maturità spirituale, analogamente a quel che è l'uomo adulto rispetto alla prima età. 
Dal culto per l'antico - con cui si apre il Rinascimento - si giunge alla più orgogliosa affermazione della novità e superiorità, di ciò che è moderno: il riconoscimento dei servigi resi dai grandi delI'antichità, non toglie, nei moderni, la coscienza di essere andati più avanti e più in alto di loro. 
Il processo di emancipazione dello spirito attraverso la libera subordinazione ai maestri di umanità giunge così al suo grado estremo o alla sua logica conclusione.


NOTE

Scotismo - Dal nome del filosofo scozzese G. Duns Scoto (circa 1263/66 - 1308). 
Il complesso delle dottrine filosofico-teologiche elaborate da Scoto e dai suoi seguaci; in particolare, la dottrina dell’univocità dell’essere, la dottrina dell’haecceitas (ecceità), la teoria del carattere eminentemente pratico della teologia, l’affermazione dell’indimostrabilità filosofica di alcune fondamentali proposizioni teologiche, la teoria del primato della volontà sull’intelletto. Alla base dello scotismo c’è il tentativo di fondere insieme le tradizioni filosofiche platonico-agostiniana e aristotelico-tomista e di riformulare in modo nuovo il problema fondamentale della scolastica (rapporto tra ragione e fede); l’impostazione data a quest’ultimo problema, approfondendo la separazione tra scienza e teologia, concorrerà a determinare quella crisi del pensiero medievale che si concluderà poi con Guglielmo di Occam.

OccamismoDottrina filosofico-teologica elaborata da Guglielmo di Occam (secolo 14°) e dai suoi seguaci, caratterizzata dalla posizione critica nei confronti della fisica e della metafisica aristotelica; in particolare, l’occamismo riduce la realtà a individui irrelati, oggetto di conoscenza intuitiva; gli universali sono finzioni o segni comprendenti più individui, senza alcuna realtà fuori della mente; le scienze sono costituite da una molteplicità di "abiti" o modi di conoscere, e la stessa categoria della relazione non ha realtà extramentale. Alla radice dell’occamismo sta peraltro la dottrina dell’onnipotenza divina come principio assoluto da cui deriva la radicale contingenza del reale e delle sue leggi; anche il rapporto fra intuizione e oggetto è reso problematico dall’ipotesi che Dio possa provocare l’intuizione di un oggetto non esistente. Separando fortemente la ricerca filosofica dalla fede, la teologia perde ogni possibilità di presentarsi come disciplina scientifica e di utilizzare le strutture della filosofia aristotelica; netta è altresì l’autonomia dell’organizzazione politica dello Stato rispetto alla Chiesa, che come insieme dei fedeli non può avere finalità terrena. Nella storia l’occamismo, oltre a proporre il primato dell’individuale (unica realtà nell’ordine dell’essere e del conoscere), ha indicato e sviluppato metodologie di analisi logico-linguistiche che – in rapporto alla teoria dei segni – hanno condotto verso una considerazione delle strutture filosofiche come fatti linguistici, disancorando l’orizzonte delle ipotesi mentali dal riferimento alla realtà concreta.

Averroismo -  Con questo termine, non del tutto proprio, si suole indicare quella corrente o tendenza del pensiero filosofico occidentale dei secoli XIII e XIV che, in sede di interpretazione dei testi aristotelici, si richiamò ai commenti di Averroè (il cui nome arabo era Abū l-Walīd Muhammad ibn Ahmad Muhammad ibn Rushd, diventato nel Medioevo Aven Roshd e infine Averroes (Cordova, 1126 – Marrakesh, 10 dicembre 1198), fu un filosofo, medico, matematico e giurisperito arabo), accettandone esplicitamente anche quelle conclusioni - soprattutto il principio dell'eternità del mondo e la concezione dell'intelletto possibile unico e separato per tutta la specie umana - che sembravano contrastare con alcuni motivi fondamentali della tradizione religiosa e teologica cristiana.








venerdì 6 settembre 2013

ATTILA E GLI UNNI - Tutte le date (Attila And The Huns - All dates)

Ritratto frontale fantastico di Attila (Ivan Bidoli)
    
376 - Circa 200.000 Goti ottengono il permesso dall'imperatore Valente di entrare in territorio romano e si stanziano tra la Mesia e la Tracia incalzati dalle orde unniche.

378 - Battaglia di Adrianopoli: i Goti infliggono ai Romani la più dura sconfitta di tutta la storia militare romana con l'aiuto di mercenari unni.

395 - Gli Unni, durante l'inverno, invadono l'impero, passando il Danubio completamente ghiacciato.
Viene ritenuta la data più probabile della nascita di Attila.

400 - Gli Unni giungono al fiume Elba.

405 - Gli Unni del re Uldin sono al fianco del generale romano Stilicone e sconfiggono i Goti di Radagaiso nella battaglia di Fiesole.

412 - Gli Unni si stanziano nelle regioni oltre il corso del Danubio, adiacenti alla Pannonia romana.

422 - Gli Unni, grazie ad un allentamento delle difese sul Danubio, compiono una rapida scorreria in Tracia, ma vengono respinti.

425 - Il generale romano Ezio assolda un esercito di circa 60.000 Unni per portare aiuto all'usurpatore Giovanni.

433 - L'impero romano d'Occidente cede agli Unni la Pannonia Prima.

434 - Gli Unni di Rua chiedono all'imperatore d'Oriente la restituzione di Unni e di popolazioni già a loro sottomesse.
Rua muore e gli subentrano Attila ed il fratello Bleda.

435 - L'imperatore Teodosio II stipula con Attila e Bleda il trattato di Margo; il tributo da pagare ai re unni ammonta a 700 libbre d'oro.

435-439 - Gli Unni di Attila combattono nella Scizia, giungendo a sud nella Russia europea, a nord sul Baltico e sulle isole.

440 - Sacrilegio del vescovo di Margo. Gli Unni scatenano la guerra contro l'impero, approfittando dell'impegno militare dell'imperatore Teodosio II su due fronti: a Cartagine e al confine orientale.

442 - Nuova offensiva vittoriosa degli Unni di Attila contro i generali barbari al servizio dell'imperatore d' Oriente.

443 - Attila distrugge Ratiaria, quindi si dirige verso Naisso, Sardica e Arcadiopoli, minacciando da vicino Costantinopoli.
Resa di Teodosio II e pace di Anatolio a condizioni molto pesanti.

445 - Attila uccide il fratello Bleda e rimane solo alla guida degli Unni.

447 - Attila scatena una nuova guerra contro l'impero, mettendo a ferro e fuoco i Balcani.
Distruzione di Marcianopoli e di molte altre città.

449 - Nuova pace di Anatolio a condizioni ancora più dure delle precedenti.
Gli Unni ottengono di occupare la Dacia Ripense, estesa per 300 miglia, tolta ai Romani.
L'imperatore Teodosio II commissiona l'uccisione di Attila, offrendo una ricompensa di 40 libbre d'oro.

450 - Morte di Teodosio II in seguito ad una caduta da cavallo.
Gli succede Marciano.

451 - Attila attacca l'Occidente. Truppe romane al comando di Ezio muovono in soccorso dei Visigoti di Teodorico; si alleano Burgundi, Franchi, Ripuari, Sassoni, Armoricani, uniti per la prima volta a fronteggiare la minaccia unnica.
Gli Unni invadono la Gallia, abbattendo ogni resistenza, fino ad Orléans, dove Attila è sconfitto dalle forze alleate congiunte ed è costretto a ritirarsi (14 giugno).

18/20 giugno: battaglia in campo aperto ai Campi Catalaunici.
Teodorico muore, ma gli Unni sono sconfitti e si ritirano.
Scontro con Marciano in Oriente; i Bizantini hanno la meglio.

452 - Attila muove contro l'Italia: l'imperatore Valentiniano e iI generale Ezio abbandonano il campo. Gli Unni conquistano Aquileia dopo un lungo e durissimo assedio. Cadono poi tutte le maggiori città venete e lombarde. Un'ambasciata, formata da papa Leone I, dal prefetto Trigezio e dal console Gennadio Avieno, incontra Attila negli accampamenti unnici sul Mincio. Attila accetta l'armistizio e si ritira.
In Pannonia, forze unne sono battute da un esercito romano inviato da Marciano.

453 - Attila, di nuovo sul Danubio, celebra le nozze con la principessa germanica Ildico e muore la notte seguente, all'improvviso.
L'impero unnico viene diviso tra i numerosi figli di Attila.

455 - Ellac, figlio maggiore di Attila, è sconfitto e ucciso da una coalizione capeggiata dai Gepidi. Gli Ostrogoti sconfiggono altre tribù unne ed Ernac, figlio minore di Attila, chiede asilo all'imperatore d'Oriente.
L'impero unno è finito per sempre.


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