venerdì 6 settembre 2013

ATTILA E GLI UNNI - Tutte le date (Attila And The Huns - All dates)

Ritratto frontale fantastico di Attila (Ivan Bidoli)
    
376 - Circa 200.000 Goti ottengono il permesso dall'imperatore Valente di entrare in territorio romano e si stanziano tra la Mesia e la Tracia incalzati dalle orde unniche.

378 - Battaglia di Adrianopoli: i Goti infliggono ai Romani la più dura sconfitta di tutta la storia militare romana con l'aiuto di mercenari unni.

395 - Gli Unni, durante l'inverno, invadono l'impero, passando il Danubio completamente ghiacciato.
Viene ritenuta la data più probabile della nascita di Attila.

400 - Gli Unni giungono al fiume Elba.

405 - Gli Unni del re Uldin sono al fianco del generale romano Stilicone e sconfiggono i Goti di Radagaiso nella battaglia di Fiesole.

412 - Gli Unni si stanziano nelle regioni oltre il corso del Danubio, adiacenti alla Pannonia romana.

422 - Gli Unni, grazie ad un allentamento delle difese sul Danubio, compiono una rapida scorreria in Tracia, ma vengono respinti.

425 - Il generale romano Ezio assolda un esercito di circa 60.000 Unni per portare aiuto all'usurpatore Giovanni.

433 - L'impero romano d'Occidente cede agli Unni la Pannonia Prima.

434 - Gli Unni di Rua chiedono all'imperatore d'Oriente la restituzione di Unni e di popolazioni già a loro sottomesse.
Rua muore e gli subentrano Attila ed il fratello Bleda.

435 - L'imperatore Teodosio II stipula con Attila e Bleda il trattato di Margo; il tributo da pagare ai re unni ammonta a 700 libbre d'oro.

435-439 - Gli Unni di Attila combattono nella Scizia, giungendo a sud nella Russia europea, a nord sul Baltico e sulle isole.

440 - Sacrilegio del vescovo di Margo. Gli Unni scatenano la guerra contro l'impero, approfittando dell'impegno militare dell'imperatore Teodosio II su due fronti: a Cartagine e al confine orientale.

442 - Nuova offensiva vittoriosa degli Unni di Attila contro i generali barbari al servizio dell'imperatore d' Oriente.

443 - Attila distrugge Ratiaria, quindi si dirige verso Naisso, Sardica e Arcadiopoli, minacciando da vicino Costantinopoli.
Resa di Teodosio II e pace di Anatolio a condizioni molto pesanti.

445 - Attila uccide il fratello Bleda e rimane solo alla guida degli Unni.

447 - Attila scatena una nuova guerra contro l'impero, mettendo a ferro e fuoco i Balcani.
Distruzione di Marcianopoli e di molte altre città.

449 - Nuova pace di Anatolio a condizioni ancora più dure delle precedenti.
Gli Unni ottengono di occupare la Dacia Ripense, estesa per 300 miglia, tolta ai Romani.
L'imperatore Teodosio II commissiona l'uccisione di Attila, offrendo una ricompensa di 40 libbre d'oro.

450 - Morte di Teodosio II in seguito ad una caduta da cavallo.
Gli succede Marciano.

451 - Attila attacca l'Occidente. Truppe romane al comando di Ezio muovono in soccorso dei Visigoti di Teodorico; si alleano Burgundi, Franchi, Ripuari, Sassoni, Armoricani, uniti per la prima volta a fronteggiare la minaccia unnica.
Gli Unni invadono la Gallia, abbattendo ogni resistenza, fino ad Orléans, dove Attila è sconfitto dalle forze alleate congiunte ed è costretto a ritirarsi (14 giugno).

18/20 giugno: battaglia in campo aperto ai Campi Catalaunici.
Teodorico muore, ma gli Unni sono sconfitti e si ritirano.
Scontro con Marciano in Oriente; i Bizantini hanno la meglio.

452 - Attila muove contro l'Italia: l'imperatore Valentiniano e iI generale Ezio abbandonano il campo. Gli Unni conquistano Aquileia dopo un lungo e durissimo assedio. Cadono poi tutte le maggiori città venete e lombarde. Un'ambasciata, formata da papa Leone I, dal prefetto Trigezio e dal console Gennadio Avieno, incontra Attila negli accampamenti unnici sul Mincio. Attila accetta l'armistizio e si ritira.
In Pannonia, forze unne sono battute da un esercito romano inviato da Marciano.

453 - Attila, di nuovo sul Danubio, celebra le nozze con la principessa germanica Ildico e muore la notte seguente, all'improvviso.
L'impero unnico viene diviso tra i numerosi figli di Attila.

455 - Ellac, figlio maggiore di Attila, è sconfitto e ucciso da una coalizione capeggiata dai Gepidi. Gli Ostrogoti sconfiggono altre tribù unne ed Ernac, figlio minore di Attila, chiede asilo all'imperatore d'Oriente.
L'impero unno è finito per sempre.


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ARCHEOLOGIA DEL PERIODO UNNICO


* ANTONIO LABRIOLA - Filosofo marxista (Marxist philosopher)

giovedì 5 settembre 2013

PAOLO UCCELLO E LA DOLCE PROSPETTIVA (The sweet perspective)

Ritratto di Paolo Uccello, anonimo del XVI secolo, Louvre
     
Paolo di Dono, fiorentino, (1397-1475) "dotato dalla natura d'ingegno sottile, non ebbe altro diletto che d'investigare alcune cose di prospettiva difficili ed impossibili... Degli animali sempre si dilettò, e per farli bene vi mise grandissimo studio... e tenne sempre per casa dipinti cani e gatti, uccelli ed ogni sorte d'animali strani che potesse avere in disegno, non potendo tenerne molti de' vivi per essere povero". (Giorgio Vasari)


Già grandi pittori erano vissuti prima di Paolo Uccello, e le loro pitture, imponenti e complicate, mancavano tuttavia di rilievo, erano piatte, senza profondità.
Paolo Uccello se ne accorse. Perchè quelle figure, così ben colorite, avevano l'aspetto di farfalle aderenti alla parete? Perchè quelle sproporzioni? Perchè i monti sembravano alti come le persone?
Una pittura deve dare l'illusione della cosa vera. Ci si deve, insomma, poter passeggiare dentro. Con un gioco sapiente di proporzioni geometriche l'artista deve far sì che le figure e le cose più lontane siano rimpicciolite in confronto a quelle che sono in prima fila.
I travicelli del soffitto, i colonnati paralleli di un portico devono sembrare avviarsi tutti verso un sol punto... Ed anche i colori delle figure più vicine sono sempre più forti è decisi di quelli di figure collocate più indietro; senza contare che in natura tutti i corpi hanno un volume e che la pittura deve rappresentarlo esattamente.

Fu Paolo Uccello l'uomo paziente e intelligente che si sforzò di ottenere quella sapienza; e vi riuscì. Fu lui in gran parte a risolvere i primi problemi della prospettiva, cioè a tentare la rappresentazione geometrica dello spazio e delle dimensioni dei corpi secondo la lontananza.

Una scienza arida e difficile la prospettiva!

E Paolo Uccello ci perdette proprio la testa. 
Diventò solitario, strano melanconico.
Ma le sue passioncelle, i suoi svaghi li aveva anche lui.
Come gli piacevano gli uccelli, per vederli vivi e per dipingerli.
Lo chiamavano Paolo Uccello appunto per questo (Paolo di Dono era il suo vero nome). In casa sua sentivi cantare in tutte le chiavi l'orchestra allegra dei boschi e dei campi. Era tutto un fischiare, un trillare, un martellare argentino, un gorgheggiare... 
Tutti gli uccellini che poteva lasciar liberi perchè nè troppo piccoli, nè troppo grossi, li sprigionava dal pugno nella vecchia casa silenziosa, appena comprati per pochi soldi da un monello o sul mercato; e si godeva nel vederli saltellare tra i travi del soffitto, rincorrersi sull'impiantito di mattone, nascondersi sotto le cassapanche, tentare volatine brevi verso la luce. 
contemplava la grazia delle loro forme, la radiosa bellezza dei loro colori, la bizzarria dei loro costumi (I'originale disposizione delle penne e delle piume che coi loro colori, nelle varie gradazioni e sfumature, rivestono gli uccellini di un vero e proprio caratteristico costume), la varietà delle piccole creature canore. 
Li avrebbe lasciati tutti fuori delle gabbie, liberi come l'aria, se avesse avuto una uccelliera da principe come la sognava.
E di notte, nei brevi sonni che lo rapivano alla sua ansia di sapere, vedeva alberi brulicanti di colombe, e di cardellini, e praterie fiorite su cui camminavano fagiani dorati e pavoni tronfi spiegavano I'immensa ruota piena d'occhi di zaffiro.
Ma non amava solo gli uccelli. Cani e gatti, ghiri e scoiattoli, lepri e volpi erano una delizia per il suo cuore amoroso e per i suoi occhi da pittore... 
E tutte le bestie che non poteva comprarsi con un soldo, come i passeri e i pettirossi, se le faceva imprestare, quando riusciva: e le ritraeva con pennello paziente e innamorato, nei radi quadri che dipingeva o sulle pareti del suo studio. 
Quando Donatello o il Brunelleschi entravano in quella stanza piena di volatili vivi o dipinti, trovavano sempre qualcosa di nuovo sul muro: ora una vigna piena di passeri, ora una caccia in uno sfondo di campagna arata, con cavalieri al galoppo e cani avventati e cervi fuggenti... 
E ne ridevano di gusto e ci si divertivano un mondo...
Potevano ben ridere di lui: ma da quella testa matematica e paziente la pittura usciva armata di nuovi mezzi che la facevano più simile al vero, che le davano una nuova potenza di rilievo e di colore, che la arricchivano di tutte le creature e le cose curiose che brulicano nella vita oltre l'uomo...

E così egli aprì la strada a tanti artisti, rimanendosene tutta la vita oscuro.

È la sorte di coloro che preparano il cammino agli altri.




mercoledì 4 settembre 2013

OSVALDO GNOCCHI-VIANI - Il socialismo umanistico (The humanistic socialism)

Osvaldo Gnocchi-Viani
    
Osvaldo Gnocchi-Viani nasce a Ostiglia (Mantova) il 26 agosto 1837 da Teresa Viani e da Giuseppe Gnocchi; frequenta il Liceo di Mantova nel periodo dal 1810 al 1852. Studente universitario a Padova, se ne deve fuggire per aver partecipato ad una iniziativa contro la polizia austriaca. Fugge e si laurea nel 1859 a Pavia. Si avvicina poi sempre più al ristretto gruppo di persone che gravitano intorno a Mazzini e quest'ultimo lo sceglie come segretario.
Pur di costituzione gracile segue Garibaldi in Francia.


In un momento di felice intuizione Filippo Turati ebbe a definire Osvaldo Gnocchi-Viani il Benedetto Malon dell'Italia; infatti sia il Gnocchi-Viani che il Malon, nella loro lunga predicazione socialista, si fecero assertori di un socialismo "umanistico" tutto permeato di tensione morale e di spirito di conciliazione fra le varie componenti del movimento socialista, di esaltazione della autonoma vita organizzativa delle classi lavoratrici nelle società artigiane, nei comuni, nelle federazioni di comuni, nelle collettività nazionali. In definitiva si trattava di un ideale di tipo federalista che aveva lontane radici ideologiche sia in Francia che in Italia.

Nel momento in cui maggiormente il dibattimento si faceva serrato in Italia per la costituzione del partito socialista (1892), Filippo Turati giustamente criticava questa impostazione, che in definitiva era viziata da eccessivo eclettismo e sottovalutava il momento politico in favore della "creatività" della vita di base della classe lavoratrice italiana. 
Non era possibile, di fronte al nuovo compito storico della fondazione del partito porre sullo stesso piano anarchici, socialisti e tutta la fitta schiera delle correnti di impostazione vagamente socialista del tempo.  Il Gnocchi-Viani, invece, si esaltava di fronte a questa varietà e riconfermava in modo specifico il suo "malonismo".

Gli anni che immediatamente precedono e seguono la fondazione del partito socialista sono pure gli anni cruciali di una biografia del Gnocchi-Viani, poiché segnano una discriminazione non solo fra due momenti della sua vita, ma anche fra due fasi storiche del movimento socialista italiano; mente proficua, utile ed in armonia con i tempi e con I'evoluzione del movimento operaio italiano è l'opera del Gnocchi-Viani nel primo periodo, dopo la costituzione del partito socialista, la sua opera, che pure si colloca in una linea coerente con l'azione precedente, si pone ai margini della politica socialista del tempo.

Dopo iI 1892 è certo importante la sua azione, ma non certo paragonabile a quella svolta nei decenni che seguono l'unificazione dell'Italia.
Osvaldo Gnocchi-Viani, ancora giovane si pone a fianco di Mazzini come suo segretario, ma alcuni anni dopo segue Garibaldi tra i volontari dei Vosgi (1871). Perciò il Gnocchi-Viani già ora si è staccato dal Mazzini e dai mazziniani per aderire all'Internazionaleche voleva dire anche difesa dell'azione rivoluzionaria della Comune di Parigi. 
Comunque l'insegnamento del Mazzini non scompare nel Gnocchi-Viani, che sempre mantenne, nel corso di tutta la sua vita, in particolare considerazione la funzione della "educazione del popolo" sulla base di un impegno di tipo "morale", più che specificatamente "politico".

E' del 1875 un libretto nel quale esalta l'esperienza e il programma del "comune artigiano" di Firenze: "Vogliamo alludere - diceva - al concetto della Fratellanza Artigiana d'Italia, sorta non a Pekino, ma a Firenze nel 1861, e applicata in quella e in qualche altra città italiana. E' vero che non ebbe mai nella penisola larghe e fruttuose applicazioni, ma resta pur sempre il concetto, concetto che non morrà, e che la storia del socialismo infatti ha notato nelle sue eterne pagine; e lo ha notato perché quella Fratellanza Artigiana anelava ai Comuni composti dei Collegi di tutti i mestieri, i quali coi loro capi d'arte eletti, avrebbero amministrato i Comuni stessi: zona più larga dei Comuni, la Regione: alla capitale, il governo generale. E tutto questo organamento doveva avere essenzialmente e conservare schiettamente indole artigiana".

Tutto questo "nel 1862 diventò barlume internazionale".

Se secondo il pensiero del Gnocchi-Viani questa esperienza di derivazione mazziniana, (anche se non esente da prospettive federaliste) ebbe valore preminente prima del 1872, ci si potrebbe chiedere in che senso egli se ne stacchi decisamente nei decenni successivi. Infatti, secondo la terminologia anarchica del tempo, egli sollecitava l'impegno pratico verso una internazionale che non fosse né quella "comunista-autoritaria" (Marx), né quella "collettivistico-anarchica" (Bakunin), ma verso una internazionale (più precisamente verso un "partito operaio") che secondo le parole del Malon, in questo caso fedele interprete del pensiero del Gnocchi-Viani, fosse "liberata dall'immorale protezione dei consortisti e dalla influenza degli adoratori del santo maestro nato a Genova"
.
Il Gnocchi-Viani riteneva che le cooperative, le leghe di mestiere, le mutue, fossero la naturale culla dell'operaio che plasma con le proprie mani i rudimenti della sua grande personalità futura.  Ai comuni artigiani delle città egli intendeva far corrispondere i comuni agricoli, basati su articolate strutture cooperative e mutualistiche.

Così nella mente del Gnocchi-Viani si delineavano i contorni della "società futura",la nuova "terra promessa" del socialismo, un socialismo  integrale ove tutte le componenti della personalità del lavoratore dovevano trovare piena esplicazione (da quella economica, a quella politica), non disgiunte da un certo misticismo positivistico e panteistico. 
In questo è da ricercare la fondamentale tensione utopistica del GnocchiViani; l'utopismo suo non rivela comunque un carattere gratuito e di evasione poiché accompagnava la crescita del movimento operaio e socialista italiano, teso a saldare sparsi elementi in uno strumento politico, il "partito operaio".

Nel 1882 si formò a Milano, su ispirazione del Gnocchi-Viani il partito operaio, composto, per limite statutario, di soli operai manuali; esso pur con i suoi confini operaistici impegnerà i lavoratoti milanesi a cimentarsi nel campo politico ed elettorale, superando in tal modo le remore astensionistiche del periodo precedente. 
Nelle sue alterne e travagliate vicende il partito operaio sottratto alle influenze di vaghe impostazioni di democrazia sociale, costituirà uno dei fondamentali filoni dal quale uscirà nel 1892 il partito dei lavoratori italiani.

Dopo il Congresso di Genova il Gnocchi-Viani rimarrà il "malonista" di sempre; mentre egli apparirà sempre più assente dal dibattito ideologico del nuovo partito, non si attenuerà invece il suo impegno nel campo organizzativo e nell'azione di fondazione e di stimolo per la nascita di sempre nuovi organismi economici, assistenziali, sindacali dei lavoratori.

Si batte nel consiglio comunale di Milano, nella sua qualità di consigliere, per la concessione di un assegno alla Camera del Lavoro, ottenendo 15.000 lire; stimola la formazione di leghe di miglioramento femminili. 
Si intrattiene in lunghe conversazioni con una smaliziata e bizzarra figura di capitalista, Prospero Moisè Loria, arricchitosi con fortunate speculazioni in Egitto, e gli ispira, fra l'incredulità generale l'idea della futura Umanitaria, che sorgerà effettivamente utilizzando il cospicuo lascito del Loria stesso, morto nel 1893. 
Riunisce all'inizio del secolo professori, pubblicisti, medici e maestri per la costituzione di Università Popolari, allo scopo di attrarre gli operai verso studi sempre più impegnativi. Egli stesso si prodiga, con spirito missionario, in un'opera quotidiana di insegnamento attraverso la parola e lo scritto. 
In tal modo il Gnocchi-Viani, gracile e pallido, senza malizie od accorgimenti politici, va costantemente legando il suo nome ad un arricchimento della classe lavoratrice nel campo della società civile; già di per sé il Gnocchi-Viani ci offre una figura insolita di uomo politico: anacoreta nella vita, quasi privo di bisogni materiali, estraneo a ogni meschina vanità di persona, profondamente e costituzionalmente ottimista e candido come una fanciulla, o come un "santo" nel senso migliore del vocabolo, il "santo" che si ignora.

Ma se in questo si rivela la sua fondamentale coerenza di linea politica, d'altra parte egli continuerà nel sottovalutare I'importanza dell'azione politica vera e propria, ponendosi ai margini del movimento socialista italiano.
Non solo I'eclettismo politico del Gnocchi-Viani è in definitiva amore di concordia fra tutte le correnti del movimento operaio (purché non si ratti di sette chiuse ma di correnti che abbiano in comune il binomio socialismo ed umanitarismo), ma romantica esaltazione del socialismo ché, già come movimento e partito, è pienezza di vita spirituale. 
Caratteristiche della sua personalità queste espressioni:

"Una volta entrati in questo ambiente (socialista), che ha tante seduzioni nove e che il soffio di una vita novella agita ed elettrizza, non se ne può uscire; se ne è come ammaliati; pare che un misterioso incantesimo investa tutta la persona e percorra tutte le nostre fibre, fin le più risposte. Entro questo nuovo mondo di pensieri e di emozioni la vita la si sente centuplicata". 


"Di qui - ci dice Filippo Turati nel 1891 a proposito di questa propensione psicologica del Gnocchi-Viani - la giustificazione, larga e cordiale, di tutte queste scuole diverse, i cui errori, i cui difetti ed eccessi troveranno piena assoluzione, quando esse fondendosi, integrandosi a vicenda) passeranno tutte assieme a vita migliore, dando luogo all'organismo sociale nuovo e più perfetto, alla cui formazione hanno tutte quante aiutato". 
Ma in tal modo egli, che tanto contribuì a dare esistenza ed indirizzo ad un "partito operaio italiano", viene ad assegnare un posto marginale proprio al "partito operaio"; in altro punto il Turati aveva detto che il partito deve fare politica e arrivare alla "direzione dello Stato... a trasformare lo Stato e a servirsene come strumento ai grandi fini dell'emancipazione".

E' ora impossibile imbattersi in qualunque storia del movimento operaio italiano ove non ricorra in continuità il nome di Gnocchi-Viani, i suoi limiti vanno giudicati storicamente, poiché il suo eclettismo non può essere confuso con gli "integralismi" del periodo giolittiano; egli si collocava, nei decenni che seguono l'unificazione d'Italia, nella corrente reale dei movimenti sociali italiani. Anche dopo la fondazione del partito socialista, l'impostazione politica, l'atteggiamento psicologico, l'impegno pratico di Gnocchi-Viani non costituiscono un fatto isolato, ma alimentano forti correnti genericamente mutualistiche, cooperativistiche, che ancora non hanno trovato una storia.


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lunedì 2 settembre 2013

ELIO VITTORINI


   
Elio Vittorini (Siracusa, 23 luglio 1908 – Milano, 12 febbraio 1966) è stato uno scrittore italiano: a solo 58 anni è scomparso uno degli uomini più rappresentativi, più avanzati, della moderna cultura letteraria italiana. 
Tutto è stato detto dell'uomo (la squallida infanzia, la giovinezza poverissima, l'attivo antifascismo che gli fece conoscere il carcere) dello scrittore (che lega il suo nome a non pochi titoli e soprattutto a quello del romanzo Conversazione in Sicilia) dell'animatore di cultura (che iniziò questa attività con quell'antologia Americana fatta sequestrare dalla censura fascista) del suscitatore di giovani energie (dal Politecnico alle collane da lui dirette, al Menabò: e non vorrei ripetere cose già dette. 
Tra i fondamenti della letteratura era per lui, oltre la fede nella parola, il piacere di scrivere. 
"Riuscire a scrivere, egli ha detto, è certo riuscire ad avere il piacere di scrivere. E' non avere diffidenze col proprio scrivere. E' non avere da preoccuparsi di fare i conti e fare il ragioniere con le cose di cui si scrive. E' potersi abbandonare alla cosa che si ha dentro, e a tutto il suo sole, ma insieme a tutta la sua ombra. Non dico, naturalmente che il segreto di scrivere consista nel procurarsi le condizioni per scrivere con piacere. Si tratta di un problema un po' più complicato. Si tratta anche di intendersi sulla parola "piacere".

Per Vittorini, "un libro non è soltanto mio o tuo, nè rappresenta solo il mio contributo alla verità, il mio sforzo di ricerca della verità e la mia capacità di realizzazione letteraria"; un libro, dunque, non appartiene, per Vittorini a chi lo ha scritto;... "... eppure appartiene. A chi appartiene? Alla società alla quale io appartengo; alla generazione alla quale io appartengo. Anche dove sono mio e il mio libro è mio, dove il mio libro è diventato realtà letteraria io appartengo alla mia società e alla mia generazione. Ma dove non sono mio, e il mio libro non è
diventato realtà letteraria (e la mia ricerca di verità non è diventata verità letteraria), un libro è come se fosse stato scritto impersonalmente, da tutti coloro che hanno avuto o conosciuto o comunque sfiorato la mia stessa esperienza, vale a dire è è un documento".
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Di quell'Americana con cui egli aprì un discorso nuovo per il nostro Paese, così scrisse Giaime Pintor: 

"Un libro conta sempre per quello che non si propone, per quel margine di imprevisto che contiene in sè come una riserva di energia e di vigore. Così l'antologia di Vittorini, Americana, apparsa in una raccolta di opere di carattere divulgativo e facile a confondersi in una nozione critica comune. Quando si parla di narrativa tedesca o di teatro religioso si allude a un'unità scolastica, a un pretesto di cultura. Ma il libro di cui vogliamo parlare conta per un significato diverso: vale come il messaggio disinvolto di un popolo a chi è lontano dalle sue rive e la risposta orgogliosa dell'America ai problemi del mondo nuovo. Questa è stata almeno la riuscita di Vittorini e su questa riuscita polemica si può iniziare un discorso più vivo di quello che spetterebbe a una semplice antologia di testi.
Americana:la brevità del nome suggella la ricchezza delle intenzioni, evoca la fantasia dei viaggiatori piuttosto che lo studio dei filologi".

Accennando alla generazione sua contemporanea degli americani che ha fatto dei suoi mezzi di espressione, dei suoi film e dei suoi libri un'arma di guerra totale. Pintor scrive: 

"Come in ogni vero rivolgimento letterario, i nomi che contano fra gli scrittori americani d'oggi,
Hemingway, Faulkner, Saroyan sono soprattutto gli inventori di uno stile; ma il loro è uno stile sotto cui è ancora fresca la materia terrestre, che deve la sua pienezza alla presenza di nuovi oggetti: di nuove macchine e di nuove case, di nuove relazioni fra gli uomini. Sentire questo assoluto privilegio, non è ancora esaurire il compito del mitico, ma è la prima condizione per non fraintendere lo sforzo che un popolo e una generazione fanno per esprimersi. E questa consapevolezza si trova nelle note che Vittorini ha anteposto a ogni gruppo di scrittori.
Libere da ogni influsso scolastico, sorrette da una fantasia rigorosa e sicura, esse sono uno dei più notevoli esempi di storia letteraria vissuta da uno scrittore; certo più vicine a esempi classici, come L'Allemagne della Staél o Die romantische Schule di Heine, che al consueto lavoro dei critici di mestiere.
Il fatto che Vittorini abbia scritto queste pagine qualche mese dopo Conversazioni in Sicilia prova quale forza egli sia per la nostra cultura; come il suo nome abbia già varcato i limiti di una viva amicizia per iscriversi in una storia più duratura e profonda".

L'insegnamento di Vittorini lascia una traccia durevole nella storia del progresso culturale italiano.


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domenica 1 settembre 2013

LA NASCITA DEL FASCISMO (The rise of fascism)

    
Il fascismo, episodio e nodo della lotta di classe, manifestatosi in più paesi dopo la prima guerra mondiale come difesa e controffensiva capitalistica in una fase di sviluppo e di particolare minacciosità del movimento operaio, ebbe la sua origine in Italia; gli fu parallela la parabola mussoliniana e la sua fase terminale coincise con la sconfitta e la rovina del paese, ch'era stato dalla politica fascista trascinato alla guerra.


La versione "Sansepolcrista"

La versione ufficiale (mentre, nel 1921, gli oppositori capeggiati da Grandi rivendicavano a Bologna, nel dicembre 1920, la paternità del movimento) fece risalire I'atto di nascita del fascismo al 23 marzo 1919, e cioè alla famosa adunata di Piazza Sansepolcro indetta dal "Popolo d'Italia" per la quale Mussolini aveva teorizzato il moto ideologico, sostituendo all'ideologia l'incontro "dei problemisti, degli attualisti, dei realizzatori". 
Già dall'agosto 1918 il "Popolo d'Italia" aveva mutato I'etichetta di "giornale socialista" in quella di "giornale dei combattenti e dei produttori". Se la seconda accezione era utile all'equivoco demagogico che I'omonimizzava con "lavoratori" la prima rispondeva all'innegabile esistenza nel paese di una corrente che si era delineata già dopo Caporetto (Fascio parlamentare di difesa nazionale, fasci politici futuristi, come continuazione dell'interventismo e del nazionalismo) e che, nella crisi del Paese succeduta alla vittoria, raccoglieva quanti, con istanza di riforme e di riconoscimenti, presentavano il conto della loro partecipazione, volente o nolente, alla guerra.

Più vasta, più importante, e di spirito più aperto, fu l'Associazione Nazionale dei Combattenti, mentre l'estremismo del movimento fu rappresentato - spesso per iniziative futuriste - dalle Associazioni degli Arditi; e sorse anche un giornale L'Ardito, diretto dai futuristi Mario Carli e Ferruccio Vecchi. 
Questo movimento raccoglieva tendenze dalle più conservatrici alle più avanzate ed a questa eterogeneità si rifaceva Mussolini nel suo contingentismo, nel suo tentativo di polarizzare, comunque, intorno a sè una certa massa.

A preparare l'assemblea del 23 marzo per la Costituzione di un Fascio nazionale di combattimento (che il 21 fu preceduto, con una settantina d'intervenuti, da quella di un Fascio milanese) Mussolini dedicò dal novembre il Popolo d'Italia.
Secondo il programma di agnosticismo ideologico, teorizzato da Mussolini, l'Assemblea avrebbe dovuto deliberare "la coesistenza e la comunità di azione di tutti coloro - quali che siano i loro credi politici, religiosi, economici - che accettino una data soluzione di dati problemi" e, infatti, convennero conservatori di estrema destra, massoni, futuristi, anarco-sindacalisti, combattenti in genere e arditi in ispecie, interventisti dei vecchi Fasci italiani di combattimento fondati nel 1915 (ed a cui Mussolini era stato estraneo) ed interventisti di sinistra. Presiedeva I'ardito Ferruccio Vecchi, partecipava Marinetti, e Carli rappresentava i "Fasci pubblici futuristi". 
Non dovevano essere che un centinaio, scarso, di persone se i deliberati programmatici dell'Assemblea furono filmati solo da cinquantaquattro persone. La preparazione era stata quella di un'adunanza rivoluzionaria; ma non è privo di significato il fatto che ad offrire il salone per l'assemblea fosse il Circolo degli interessi industriali e commerciali di Milano, che quegli industriali e commercianti, evidentemente, la sapevano lunga circa la rivoluzionarietà di chi aveva indetto la riunione.

Quella rivoluzionarietà ci fu nei discorsi e nei deliberati i quali, all'infuori di una trasformazione di strutture, rappresentarono quanto di più avanzato potesse essere postulato: sul terreno politico: Costituente, con anticipata scelta della repubblica, enunciata dallo stesso Mussolini; le più ampie libertà civili; suffragio universale, proporzionale, voto alle donne; abolizione del Senato; istituzione di Consigli nazionali tecnici del lavoro; abolizione della polizia politica, abolizione della coscrizione obbligatoria, sostituita dalla istituzione di una milizia nazionale con brevi periodi di istruzione. 
Sul terreno sociale: giornata lavorativa di otto ore, minimi di paga; controllo tecnico dei rappresentanti dei lavoratori nell'industria e perfino, in taluni casi, loro gestione di industrie e servizi pubblici; assicurazione d'invalidità e vecchiaia, con pensione a partire dai 55 anni; terra ai contadini.
Dall'abolizione dei titoli nobiliari si passava a tutto un programma in confronto dei "ricchi"; scioglimento delle società anonime, proibizione delle speculazioni bancarie e borsistiche; revisione di tutti i contratti di forniture di guerra e sequestro dell'85 % dei profitti di guerra. 
L'assemblea non poteva certo, senza arrivare al socialismo, richiedere l'espropriazione della proprietà privata; si limitò a chiedere un'espropriazione parziale delle ricchezze, rappresentata da una forte imposta progressiva sul capitale. 
Non mancò la nota anticlericale (sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose e abolizione di tutte le mense vescovili); ed anche se Mussolini sottolineò le premesse imperialistiche, non mancarono forti accenni pacifisti (divieto di fabbricare armi di guerra, compito esclusivamente difensivo della milizia nazionale) e la stessa politica estera, mentre si reclamava I'abolizione della diplomazia segreta, era enunciata come "intesa a valorizzare nelle competizioni pacifiche della civiltà la nazione italiana nel mondo".

Questa costituzione del Fascio nazionale di combattimento che ha, qua e là, scarso seguito (il primo Congresso di Firenze, nell'ottobre, è ben povera cosa) non lascia traccia nel Paese; non
v'è alcuna forza politica che lo prende in considerazione; e di ciò è dimostrazione irrefutabile I'esito delle elezioni, che perfino a Milano registrano il completo fiasco mussoliniano, tanto è irrisorio il numero dei voti raccolti.

Il fascismo "della prima ora", infatti, non ha nulla a che vedere col fascismo che venne poi, il fascismo espressione di classe ed organizzazione armata protetta dallo Stato. Questo daterà solo dall'autunno 1920, per raggiungere la massima virulenza squadrista dai principi del 1921, anno in cui la sua ascesa, per usare un termine brechtiano, non fu più "resistibile". 
Il fascismo, col suo specifico contenuto di classe, nacque quando erano stato già scontate le due occasioni rivoluzionarie rappresentate nell'estate 1919 dai moti popolari e dall'occupazione delle fabbriche, un anno dopo.
   
                                                                   
                     
I tre fattori determinanti del fascismo

Tre, infatti, furono i suoi fattori determinanti: I'interesse della grande industria, spalleggiata dalla corrente nazionalista e intesa a stroncare le pretese dei metallurgici; l'interesse degli agrari insofferenti dei patti a cui il movimento contadino li aveva costretti e inteso alla distruzione delle leghe; la protezione largita dallo Stato allo squadrismo.

A fornire il materiale umano per la formazione di questo era stata la guerra: è la feccia sociale, sono i violenti nei quali la lotta a corpo a corpo e l'abitudine dell'uccidere avevano eccitato l'istintivo sadismo. 
Il caporale Mussolini (che era andato sotto le armi solo col richiamo della sua classe e che dopo 38 giorni di trincea si era imboscato in virtù della ferita ad una gamba provocata dal casuale scoppio di una bomba) a chi rivolse la sua prima allocuzione dopo I'annuncio della vittoria? Agli Arditi
Si imbrancò con essi nello stesso camion, il 10 novembre e parlò: 

"Arditi! Commilitoni! io vi ho difeso quando il vigliacco filisteo vi diffamava... Il baleno dei vostri pugnali e lo scrosciare delle vostre bombe farà giustizia di tutti i miserabili che volessero impedire la marcia della più grande Italia. Essa è vostra... A voi". 
"Gli Arditi levano i loro pugnali, li puntano sulla bandiera che è stesa sulla tavola (si è ora in un caffè) e gridano insieme: Viva l'Italia!".

Questa massa di violenti, unitamente ai peggiori detriti sociali che si aggregavano ad essi, costituirà la parte viva e preponderante della forza armata illegale a cui lo Stato democratico delegherà la difesa della classe capitalistica. Ad ingrossare le file dello squadrismo concorreranno gli spostati della borghesia, i più audaci dei quali riusciranno, nelle province, a capeggiare il movimento (saranno i futuri ras: i Farinacci, i Grandi, i Balbo).
Affluiranno nelle squadre figli di industriali e di agrari (valga l'esempio dell'agrario Caradonna nelle Puglie). Sorgerà, così, lo squadrismo, esercito extra-legale che dovrà essere equipaggiato, armato, pagato: e perciò poteva sorgere solo quando gli interessi di classe provvederanno a sovvenzionarlo.
    
Manifesto adunata fascista 

L'offensiva degli industriali

Per gli industriali questo avviene dopo l'occupazione delle fabbriche. Importante è ricordare che contro i sindacati operai ora gli industriali si sono anch'essi organizzati ed accentrati; che il
7 marzo 1920 - elemento che non ci sembra, finora, abbastanza valutato - è nata a Milano la Confederazione generale dell'industriala quale, se comprende i tre quarti della media e piccola, comprende tutta quanta, compatta, la grande industria,.che costituisce la vera forza economica dell'organizzazione.

Questa metterà subito in atto i suoi propositi battaglieri, formulerà un preciso piano d'azione e sarà essa a promuovere la serrata di sfida, provocando quell'occupazione delle fabbriche che basterà ad incutere nella borghesia la paura della rivoluzione e che della rivoluzione stessa sembrò l'inizio, o, almeno, la vigilia. 
Fallita I'occupazione per il comportamento dei riformisti e l'abilità di Giolitti (ma resta in piedi la minaccia del controllo operaio) bisognerà evitare a tutti i costi che il pericolo risorga, bisogna stroncare il movimento operaio.
Gli industriali si ricordano solo allora dell'esistenza di Mussolini e del Popolo d'Italia; riflettono che c'è intorno all'uomo ed al suo giornale una certa quantità di gente che può tornare utile per imporre con la violenza ciò che ad essi interessa, una forza che può essere incanalata secondo i loro fini, purchè la si organizzi e la si paghi; e si paghino Mussolini e il suo giornale. L'uomo sarà immediatamente con loro. E gli si vende per la seconda volta. 
Verso la fine dell'anno, gli industriali gli forniscono grosse somme.
Mussolini comincia una grande campagna per gli armamenti navali ed aerei e per  lo sviluppo della marina mercantile.
II 23 dicembre annunzia che sta per iniziare la lotta per una politica estera d'espansione, e fa sapere nello stesso tempo, che il Popolo d'Italia avrà nell'anno prossimo, i mezzi tipografici indispensabili per un giornale di grande tiratura. 
In questo terreno, è, dunque, al sicuro: il denaro non mancherà.

Ora il linguaggio di Mussolini non è già più quello di Piazza Sansepolcro; nè è quello che incoraggiava, ai principi del '19, Io sciopero dei ferrovieri e dei postelegrafonici e approvava il primo tentativo di occupazione di fabbriche fatto dall'Officina Franchi e Gregorini di Dalmine (Bergamo); non è quello che chiedeva ai ricchi di pagare le spese della guerra nè quello che incoraggiava le organizzazioni proletarie alla formazione di un Partito laburista; e non è nemmeno quello, ambiguamente fiancheggiatore, tenuto nel periodo dell'occupazione delle fabbriche. Ora il suo linguaggio è nettamente I'eco degli interessi industriali.


Gli agrari

Nelle campagne emiliane, intanto, che avevano dato ai principi del secolo, il maggiore contributo alla nascita della Confederterra e, successivamente, allo sviluppo della stessa, le leghe erano giunte ad una conquista di fondamentale importanza, e cioè che l'assunzione della
mano d'opera dovesse avvenire per tramite degli uffici di collocamento. Nè solo erano potenti le leghe ma aveva prosperato il movimento cooperativo pervenendo a notevolissima efficienza. 
Ora al primo apparire di formazioni di arditi e al fermentare di fenomeni di violenza, gli agrari emiliani videro la possibilità, realizzata verso la fine dell'anno, di assoldare gente che li servisse nello stroncare il movimento contadino e li liberasse dalle leghe e dai patti agrari. 
Il 6 marzo 1920 gli agrari avevano dovuto accettare il patto che imponeva gli uffici di collocamento. Un compatto sciopero di braccianti, ed un'agitazione per il rinnovo dei patti colonici, durante la quale la Federazione dei lavoratori della terra non aveva riconosciuto l'organizzazione padronale (Associazione Agraria), si erano conclusi il 25 ottobre con la piena vittoria contadina. 
L'Associazione Agraria fu senz'altro attiva nell'organizzare e sovvenzionare lo squadrismo. Risalgono a questo tempo l'assalto al Palazzo d'Accursio e al Castello di Ferrara. A breve distanza gli agrari emiliani furono imitati da quelli della Toscana, anche se qui, la struttura agraria era diversa (mezzadrile) e la violenza si esercitò contro i mezzadri anzichè contro i braccianti.
Naturalmente il movimento agrario emiliano-toscano si collegò rapidamente con quello mussoliniano-milanese. Formazioni squadriste furono promosse anche dagli agrari umbri e soprattutto dai pugliesi, i quali, del resto, non fecero che estendere su più vasta e organizzata base un'antica abitudine: quella di servirsi, contro i contadini, di mazzieri, gente che aveva dei conti da rendere alla giustizia, ma che i carabinieri lasciavano in parte, dato che il governo giolittiano si valeva di essa in occasione delle elezioni. 
Il frazionamento agrario costituì la seconda causa determinante per la nascita del fascismo, come movimento di classe.


La connivenza dello Stato

La terza fu I'intervento spalleggiatore dello Stato, particolarmente impostato dal governo Giolitti. Esso costituì l'implicito riconoscimento della impotenza dello Stato a risolvere sul terreno legale e democratico la crisi del dopoguerra e la sua abdicazione a favore di forze extra legali per una soluzione reazionaria.
Giolitti aveva, in occasione delle elezioni del novembre 1919 (discorso di Dronero) enunciato un programma quanto mai avanzato, che andava dalla valorizzazione del movimento operaio internazionale e dall'abolizione delle spese militati e della diplomazia segreta ad una pesante imposta progressiva sui redditi e le successioni ed alle più approfondite inchieste dirette a colpire i profitti di guerra: un implicito invito, insomma, alla collaborazione socialista. 
Succedendo a Nitti nel giugno 1920, egli dette ancor prova, in politica estera, delle sue abilità di statista col trattato di Rapallo. Nella politica interna, pur avendo visto fallire il suo invito ai socialisti, propose la nominatività dei titoli, la confisca dei sovraprofitti di guerra, l'inasprimento delle imposte sui ricchi; ma nel tempo stesso abolisce il prezzo politico del pane. La verità era che egli non poteva accettare l'avanzata del movimento operaio oltre un certo limite; non l'aveva accettata nel 1904 e non l'avrebbe accettata ora che la situazione si manifestava tanto più grave e minacciosa. 
Pur conoscendo le debolezze del Partito Socialista Italiano, egli non poteva nascondersi come nel clima europeo del dopoguerra, e, nella particolare situazione italiana, un tentativo di rivoluzione non fosse da escludersi; sapeva anche bene che, ove questa ipotesi si fosse verificata, lo Stato non aveva mezzi sufficienti per fronteggiarla. Nonostante, d'altronde, le sue professioni programmatiche avanzate, si delineava inattuabile la pretesa di risolvere la crisi economica sul terreno della democrazia liberale, conciliando, cioè, le istanze delle classi subalterne con quel sostanziale interesse borghese che aveva sempre costituito il fulcro della politica giolittiana. Che esistessero, d'altronde, nel Parlamento italiano, le condizioni per una risoluzione democraticamente liberale della crisi è da escludersi: quel liberalismo promosso da Giolitti agli albori del secolo apparteneva ormai al passato: questo aspetto è acutamente sviluppato dall'Alatri, il quale, partendo dalla riforma del suffragio nel 1911, nota che "la lotta delle frazioni più retrograde del liberalismo italiano contro il giolittismo si accentuò dopo quella riforma, e gli uomini che si trovarono a capo del governo italiano nel 1914 e 19115 sentivano l'urgenza di sferrare l'offensiva". 
Ma il cedimento si era verificato nel campo stesso giolittiano: i liberali giolittiani avevano cessato di esser tali nelle "radiose giornate" in cui, dopo aver lasciato in segreto di solidarietà la loro carta da visita alla portineria di casa Giolitti, avevano poi votato per Salandra e per la guerra; ormai i cosiddetti liberali non erano che dei conservatoti reazionari e non tarderanno ad allearsi elettoralmente con i fascisti. 
Quanto ai repubblicani avevano già da un pezzo rinunciato alla repubblica, coprendosi con la feluca di ministri, e su posizioni di arretramento li avevano seguiti i radicali: del più avanzato di essi, Francesco Saverio Nitti, P. Alatri ha pubblicato una sintomatica lettera ad Amendola in cui Nitti afferma:

"Bisogna che l'esperimento fascista si svolga indisturbato [...] se l'esperimento non riuscirà nessuno potrà dire che l'insuccesso dipende da noi, o che comunque abbiamo creato ostacoli. Se riuscirà si dovrà tornare alla normalità o alla costituzione... e i fascisti ci avranno reso un servizio". 

Quanto ai popolari (se si eccettua la minoranza migliolina) essi sorsero in funzione antisocialista e la loro posizione di classe l'accosta ai sostenitori del fascismo; ne sarà prova, come per liberali e democratici, la loro partecipazione alla formazione dei primo ministero fascista.
Quanti sostengono che i socialisti avrebbero dovuto collaborare ai ministeri del dopoguerra non. tengono presente, evidentemente, quale fu, prima e dopo le elezioni del 1919, la composizione della maggioranza della Camera; non considerano che in un ministero uscito da tale maggioranza i socialisti - cioè i riformisti - sarebbero stati necessariamente neutralizzati. Da una maggioranza, infatti, sostanzialmente conservatrice e tendenzialmente reazionaria, potevano uscire soltanto governi disposti a indennizzare chi aveva voluto la guerra dalle conseguenze della stessa ed a respingere - forse anche con la
violenza e con la soppressione di ogni libertà, forse anche mediante il fascismo - ogni istanza operaia e contadina diretta a profonde riforme di struttura. A queste Giolitti stesso era contrario e tra prima prova fu I'abolizione del prezzo politico del pane, per lui, tipico tutore della borghesia, era pregiudizialmente necessario, ormai, stroncare nettamente, radicalmente, l'avanzata eccessivamente impetuosa del movimento operaio e contadino. Egli, che era riuscito a liquidare il movimento di occupazione delle fabbriche, senza impegnare il Governo ma lasciando fare ai riformisti, pensò che ancora una volta il governo potesse non impegnarsi direttamente in questa azione, lasciando fare ai fascisti. 
E sotto il governo di Giolitti (sottosegretario agli interni Camillo Corradini, ministro della guerra Bonomi, della giustizia Fera) i fascisti, sicuri dell'impunità (le istruttorie dormivano o intervenivano sentenze scandalose) dettero sfogo alla più facinorosa attività. Solo, infatti, per la complicità degli organi dello Stato, potè essere attuata dallo squadrismo la prassi della "spedizione punitiva", cioè della devastazione, dell'incendio e dell'assassinio, da parte di manipoli armati, che su camion facevano irruzione in Case del Popolo, in Cooperative, nei domicili privati; qui la vittima designata era prelevata per essere soppressa, o senz'altro veniva ammazzata in presenza della moglie, dei figli. Quando non usavano armi da fuoco o pugnale, gli squadristi si accontentavano di usare il manganello (per postumi di feroci bastonature morranno Amendola e Gobetti) o di somministrare potenti dosi di olio di ricino, che, non di rado, ebbero conseguenze gravissime. La protezione, quindi, accordata allo squadrismo da tutti gli organi dello Stato (polizia, carabinieri, esercito, magistratura) fu il terzo fattore determinante della nascita del fascismo, largamente finanziata dalla grande industria e dagli agrari. 
Le squadre poterono avere, cioè, mano libera, non solo per I'aiuto che ricevevano nell'azione (tolleranza sempre, spesso partecipazione diretta e talvolta le stesse armi) ma soprattutto, per l'impunità che veniva assicurata: la sola volta in cui, a Sarzana, otto o undici carabinieri spararono sugli aggressori, questi, in numero di cinquecento, scapparono inseguiti dalla popolazione.


I ceti borghesi

Certo, accanto alla complicità necessaria della grande industria, degli agrari e dello Stato - che abbiamo chiamato, perciò, fattori determinanti - un altro fattore gravò (su vastissima scala) a spianare la via al fascismo nel Paese e fu il radicato antisocialismo della grande e piccola borghesia, tradizionalmente conservatrice e monarchica; questo antisocialismo era, adesso, acuito per il numero e l'intensità degli scioperi che ledevano gli interessi dell'industriale e del commerciante o anche solo (come gli scioperi tranviari) disturbavano la comodità del piccolo borghese. 
Si ricordi, in proposito, il severo attacco di Gramsci dopo i fatti del 2 dicembre 1919; ed acutamente il Procacci (Studi storici) parla di "due tipi di blocchi psicologici", la corrente popolare che fu, ed è restata avversa alla guerra, e la piccola borghesia "patriottica", quella, cioè, che ai suoi interessi accoppia anche una concezione astratta e retorica di "patria" e beve grosso quando gli sciovinisti accusano il socialismo di antipatriottismo. 
Diffuse sono nella media e piccola borghesia le reviviscenze dell'interventismo e particolarmente numeroso è il numero dei reduci disoccupati e degli spostati di guerra, e anche di coloro che, senza esser€ stati interventisti, erano stati in guerra, avevano combattuto e
credevano, in buona fede, che i socialisti svalorizzassero il loro sacrificio e la loro vittoria. 
Da tutte queste parti viene al movimento operaio in genere I'accusa di antipatriottismo, riferita al passato neutralismo ed all'attuale comportamento di coerenza con lo stesso (gli attacchi di questa parte si intensificarono, durante il ministero Nitti, dopo l'amnistia ai disertori). Ai "rossi" venivano imputate intemperanze e e prepotenze: ma si dimenticava che quei "rossi" erano (costantemente) vittime delle violenze della polizia e delle forze armate ogni qual volta scendevano in piazza per I'affermazione dei loro diritti. 
Dall'aprile del 1919 al settembre 1920 si erano verificati 140 conflitti con esito letale fra socialisti e polizia, con più di 320 operai uccisi contro un piccolissimo numero di vittime tra le forze di polizia; ciò nonostante i giornali "indipendenti" avevano presentato ai loro lettori le cose in .modo che aggressori apparissero sempre gli operai.

Non con la eterogenea e "rivoluzionaria" adunata di Piazza Sansepolcro, priva di un autentico contenuto di classe, ma con la sovvenzione industriale ed agraria e I'azione del governo Giolitti
nasce il fascismo autenticamente classista, tipica controrivoluzione di una rivoluzione non attuata, e nemmeno tentata, ma solo verbalmente minacciata dal massimalismo socialista.



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