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domenica 1 settembre 2013

LA NASCITA DEL FASCISMO (The rise of fascism)

    
Il fascismo, episodio e nodo della lotta di classe, manifestatosi in più paesi dopo la prima guerra mondiale come difesa e controffensiva capitalistica in una fase di sviluppo e di particolare minacciosità del movimento operaio, ebbe la sua origine in Italia; gli fu parallela la parabola mussoliniana e la sua fase terminale coincise con la sconfitta e la rovina del paese, ch'era stato dalla politica fascista trascinato alla guerra.


La versione "Sansepolcrista"

La versione ufficiale (mentre, nel 1921, gli oppositori capeggiati da Grandi rivendicavano a Bologna, nel dicembre 1920, la paternità del movimento) fece risalire I'atto di nascita del fascismo al 23 marzo 1919, e cioè alla famosa adunata di Piazza Sansepolcro indetta dal "Popolo d'Italia" per la quale Mussolini aveva teorizzato il moto ideologico, sostituendo all'ideologia l'incontro "dei problemisti, degli attualisti, dei realizzatori". 
Già dall'agosto 1918 il "Popolo d'Italia" aveva mutato I'etichetta di "giornale socialista" in quella di "giornale dei combattenti e dei produttori". Se la seconda accezione era utile all'equivoco demagogico che I'omonimizzava con "lavoratori" la prima rispondeva all'innegabile esistenza nel paese di una corrente che si era delineata già dopo Caporetto (Fascio parlamentare di difesa nazionale, fasci politici futuristi, come continuazione dell'interventismo e del nazionalismo) e che, nella crisi del Paese succeduta alla vittoria, raccoglieva quanti, con istanza di riforme e di riconoscimenti, presentavano il conto della loro partecipazione, volente o nolente, alla guerra.

Più vasta, più importante, e di spirito più aperto, fu l'Associazione Nazionale dei Combattenti, mentre l'estremismo del movimento fu rappresentato - spesso per iniziative futuriste - dalle Associazioni degli Arditi; e sorse anche un giornale L'Ardito, diretto dai futuristi Mario Carli e Ferruccio Vecchi. 
Questo movimento raccoglieva tendenze dalle più conservatrici alle più avanzate ed a questa eterogeneità si rifaceva Mussolini nel suo contingentismo, nel suo tentativo di polarizzare, comunque, intorno a sè una certa massa.

A preparare l'assemblea del 23 marzo per la Costituzione di un Fascio nazionale di combattimento (che il 21 fu preceduto, con una settantina d'intervenuti, da quella di un Fascio milanese) Mussolini dedicò dal novembre il Popolo d'Italia.
Secondo il programma di agnosticismo ideologico, teorizzato da Mussolini, l'Assemblea avrebbe dovuto deliberare "la coesistenza e la comunità di azione di tutti coloro - quali che siano i loro credi politici, religiosi, economici - che accettino una data soluzione di dati problemi" e, infatti, convennero conservatori di estrema destra, massoni, futuristi, anarco-sindacalisti, combattenti in genere e arditi in ispecie, interventisti dei vecchi Fasci italiani di combattimento fondati nel 1915 (ed a cui Mussolini era stato estraneo) ed interventisti di sinistra. Presiedeva I'ardito Ferruccio Vecchi, partecipava Marinetti, e Carli rappresentava i "Fasci pubblici futuristi". 
Non dovevano essere che un centinaio, scarso, di persone se i deliberati programmatici dell'Assemblea furono filmati solo da cinquantaquattro persone. La preparazione era stata quella di un'adunanza rivoluzionaria; ma non è privo di significato il fatto che ad offrire il salone per l'assemblea fosse il Circolo degli interessi industriali e commerciali di Milano, che quegli industriali e commercianti, evidentemente, la sapevano lunga circa la rivoluzionarietà di chi aveva indetto la riunione.

Quella rivoluzionarietà ci fu nei discorsi e nei deliberati i quali, all'infuori di una trasformazione di strutture, rappresentarono quanto di più avanzato potesse essere postulato: sul terreno politico: Costituente, con anticipata scelta della repubblica, enunciata dallo stesso Mussolini; le più ampie libertà civili; suffragio universale, proporzionale, voto alle donne; abolizione del Senato; istituzione di Consigli nazionali tecnici del lavoro; abolizione della polizia politica, abolizione della coscrizione obbligatoria, sostituita dalla istituzione di una milizia nazionale con brevi periodi di istruzione. 
Sul terreno sociale: giornata lavorativa di otto ore, minimi di paga; controllo tecnico dei rappresentanti dei lavoratori nell'industria e perfino, in taluni casi, loro gestione di industrie e servizi pubblici; assicurazione d'invalidità e vecchiaia, con pensione a partire dai 55 anni; terra ai contadini.
Dall'abolizione dei titoli nobiliari si passava a tutto un programma in confronto dei "ricchi"; scioglimento delle società anonime, proibizione delle speculazioni bancarie e borsistiche; revisione di tutti i contratti di forniture di guerra e sequestro dell'85 % dei profitti di guerra. 
L'assemblea non poteva certo, senza arrivare al socialismo, richiedere l'espropriazione della proprietà privata; si limitò a chiedere un'espropriazione parziale delle ricchezze, rappresentata da una forte imposta progressiva sul capitale. 
Non mancò la nota anticlericale (sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose e abolizione di tutte le mense vescovili); ed anche se Mussolini sottolineò le premesse imperialistiche, non mancarono forti accenni pacifisti (divieto di fabbricare armi di guerra, compito esclusivamente difensivo della milizia nazionale) e la stessa politica estera, mentre si reclamava I'abolizione della diplomazia segreta, era enunciata come "intesa a valorizzare nelle competizioni pacifiche della civiltà la nazione italiana nel mondo".

Questa costituzione del Fascio nazionale di combattimento che ha, qua e là, scarso seguito (il primo Congresso di Firenze, nell'ottobre, è ben povera cosa) non lascia traccia nel Paese; non
v'è alcuna forza politica che lo prende in considerazione; e di ciò è dimostrazione irrefutabile I'esito delle elezioni, che perfino a Milano registrano il completo fiasco mussoliniano, tanto è irrisorio il numero dei voti raccolti.

Il fascismo "della prima ora", infatti, non ha nulla a che vedere col fascismo che venne poi, il fascismo espressione di classe ed organizzazione armata protetta dallo Stato. Questo daterà solo dall'autunno 1920, per raggiungere la massima virulenza squadrista dai principi del 1921, anno in cui la sua ascesa, per usare un termine brechtiano, non fu più "resistibile". 
Il fascismo, col suo specifico contenuto di classe, nacque quando erano stato già scontate le due occasioni rivoluzionarie rappresentate nell'estate 1919 dai moti popolari e dall'occupazione delle fabbriche, un anno dopo.
   
                                                                   
                     
I tre fattori determinanti del fascismo

Tre, infatti, furono i suoi fattori determinanti: I'interesse della grande industria, spalleggiata dalla corrente nazionalista e intesa a stroncare le pretese dei metallurgici; l'interesse degli agrari insofferenti dei patti a cui il movimento contadino li aveva costretti e inteso alla distruzione delle leghe; la protezione largita dallo Stato allo squadrismo.

A fornire il materiale umano per la formazione di questo era stata la guerra: è la feccia sociale, sono i violenti nei quali la lotta a corpo a corpo e l'abitudine dell'uccidere avevano eccitato l'istintivo sadismo. 
Il caporale Mussolini (che era andato sotto le armi solo col richiamo della sua classe e che dopo 38 giorni di trincea si era imboscato in virtù della ferita ad una gamba provocata dal casuale scoppio di una bomba) a chi rivolse la sua prima allocuzione dopo I'annuncio della vittoria? Agli Arditi
Si imbrancò con essi nello stesso camion, il 10 novembre e parlò: 

"Arditi! Commilitoni! io vi ho difeso quando il vigliacco filisteo vi diffamava... Il baleno dei vostri pugnali e lo scrosciare delle vostre bombe farà giustizia di tutti i miserabili che volessero impedire la marcia della più grande Italia. Essa è vostra... A voi". 
"Gli Arditi levano i loro pugnali, li puntano sulla bandiera che è stesa sulla tavola (si è ora in un caffè) e gridano insieme: Viva l'Italia!".

Questa massa di violenti, unitamente ai peggiori detriti sociali che si aggregavano ad essi, costituirà la parte viva e preponderante della forza armata illegale a cui lo Stato democratico delegherà la difesa della classe capitalistica. Ad ingrossare le file dello squadrismo concorreranno gli spostati della borghesia, i più audaci dei quali riusciranno, nelle province, a capeggiare il movimento (saranno i futuri ras: i Farinacci, i Grandi, i Balbo).
Affluiranno nelle squadre figli di industriali e di agrari (valga l'esempio dell'agrario Caradonna nelle Puglie). Sorgerà, così, lo squadrismo, esercito extra-legale che dovrà essere equipaggiato, armato, pagato: e perciò poteva sorgere solo quando gli interessi di classe provvederanno a sovvenzionarlo.
    
Manifesto adunata fascista 

L'offensiva degli industriali

Per gli industriali questo avviene dopo l'occupazione delle fabbriche. Importante è ricordare che contro i sindacati operai ora gli industriali si sono anch'essi organizzati ed accentrati; che il
7 marzo 1920 - elemento che non ci sembra, finora, abbastanza valutato - è nata a Milano la Confederazione generale dell'industriala quale, se comprende i tre quarti della media e piccola, comprende tutta quanta, compatta, la grande industria,.che costituisce la vera forza economica dell'organizzazione.

Questa metterà subito in atto i suoi propositi battaglieri, formulerà un preciso piano d'azione e sarà essa a promuovere la serrata di sfida, provocando quell'occupazione delle fabbriche che basterà ad incutere nella borghesia la paura della rivoluzione e che della rivoluzione stessa sembrò l'inizio, o, almeno, la vigilia. 
Fallita I'occupazione per il comportamento dei riformisti e l'abilità di Giolitti (ma resta in piedi la minaccia del controllo operaio) bisognerà evitare a tutti i costi che il pericolo risorga, bisogna stroncare il movimento operaio.
Gli industriali si ricordano solo allora dell'esistenza di Mussolini e del Popolo d'Italia; riflettono che c'è intorno all'uomo ed al suo giornale una certa quantità di gente che può tornare utile per imporre con la violenza ciò che ad essi interessa, una forza che può essere incanalata secondo i loro fini, purchè la si organizzi e la si paghi; e si paghino Mussolini e il suo giornale. L'uomo sarà immediatamente con loro. E gli si vende per la seconda volta. 
Verso la fine dell'anno, gli industriali gli forniscono grosse somme.
Mussolini comincia una grande campagna per gli armamenti navali ed aerei e per  lo sviluppo della marina mercantile.
II 23 dicembre annunzia che sta per iniziare la lotta per una politica estera d'espansione, e fa sapere nello stesso tempo, che il Popolo d'Italia avrà nell'anno prossimo, i mezzi tipografici indispensabili per un giornale di grande tiratura. 
In questo terreno, è, dunque, al sicuro: il denaro non mancherà.

Ora il linguaggio di Mussolini non è già più quello di Piazza Sansepolcro; nè è quello che incoraggiava, ai principi del '19, Io sciopero dei ferrovieri e dei postelegrafonici e approvava il primo tentativo di occupazione di fabbriche fatto dall'Officina Franchi e Gregorini di Dalmine (Bergamo); non è quello che chiedeva ai ricchi di pagare le spese della guerra nè quello che incoraggiava le organizzazioni proletarie alla formazione di un Partito laburista; e non è nemmeno quello, ambiguamente fiancheggiatore, tenuto nel periodo dell'occupazione delle fabbriche. Ora il suo linguaggio è nettamente I'eco degli interessi industriali.


Gli agrari

Nelle campagne emiliane, intanto, che avevano dato ai principi del secolo, il maggiore contributo alla nascita della Confederterra e, successivamente, allo sviluppo della stessa, le leghe erano giunte ad una conquista di fondamentale importanza, e cioè che l'assunzione della
mano d'opera dovesse avvenire per tramite degli uffici di collocamento. Nè solo erano potenti le leghe ma aveva prosperato il movimento cooperativo pervenendo a notevolissima efficienza. 
Ora al primo apparire di formazioni di arditi e al fermentare di fenomeni di violenza, gli agrari emiliani videro la possibilità, realizzata verso la fine dell'anno, di assoldare gente che li servisse nello stroncare il movimento contadino e li liberasse dalle leghe e dai patti agrari. 
Il 6 marzo 1920 gli agrari avevano dovuto accettare il patto che imponeva gli uffici di collocamento. Un compatto sciopero di braccianti, ed un'agitazione per il rinnovo dei patti colonici, durante la quale la Federazione dei lavoratori della terra non aveva riconosciuto l'organizzazione padronale (Associazione Agraria), si erano conclusi il 25 ottobre con la piena vittoria contadina. 
L'Associazione Agraria fu senz'altro attiva nell'organizzare e sovvenzionare lo squadrismo. Risalgono a questo tempo l'assalto al Palazzo d'Accursio e al Castello di Ferrara. A breve distanza gli agrari emiliani furono imitati da quelli della Toscana, anche se qui, la struttura agraria era diversa (mezzadrile) e la violenza si esercitò contro i mezzadri anzichè contro i braccianti.
Naturalmente il movimento agrario emiliano-toscano si collegò rapidamente con quello mussoliniano-milanese. Formazioni squadriste furono promosse anche dagli agrari umbri e soprattutto dai pugliesi, i quali, del resto, non fecero che estendere su più vasta e organizzata base un'antica abitudine: quella di servirsi, contro i contadini, di mazzieri, gente che aveva dei conti da rendere alla giustizia, ma che i carabinieri lasciavano in parte, dato che il governo giolittiano si valeva di essa in occasione delle elezioni. 
Il frazionamento agrario costituì la seconda causa determinante per la nascita del fascismo, come movimento di classe.


La connivenza dello Stato

La terza fu I'intervento spalleggiatore dello Stato, particolarmente impostato dal governo Giolitti. Esso costituì l'implicito riconoscimento della impotenza dello Stato a risolvere sul terreno legale e democratico la crisi del dopoguerra e la sua abdicazione a favore di forze extra legali per una soluzione reazionaria.
Giolitti aveva, in occasione delle elezioni del novembre 1919 (discorso di Dronero) enunciato un programma quanto mai avanzato, che andava dalla valorizzazione del movimento operaio internazionale e dall'abolizione delle spese militati e della diplomazia segreta ad una pesante imposta progressiva sui redditi e le successioni ed alle più approfondite inchieste dirette a colpire i profitti di guerra: un implicito invito, insomma, alla collaborazione socialista. 
Succedendo a Nitti nel giugno 1920, egli dette ancor prova, in politica estera, delle sue abilità di statista col trattato di Rapallo. Nella politica interna, pur avendo visto fallire il suo invito ai socialisti, propose la nominatività dei titoli, la confisca dei sovraprofitti di guerra, l'inasprimento delle imposte sui ricchi; ma nel tempo stesso abolisce il prezzo politico del pane. La verità era che egli non poteva accettare l'avanzata del movimento operaio oltre un certo limite; non l'aveva accettata nel 1904 e non l'avrebbe accettata ora che la situazione si manifestava tanto più grave e minacciosa. 
Pur conoscendo le debolezze del Partito Socialista Italiano, egli non poteva nascondersi come nel clima europeo del dopoguerra, e, nella particolare situazione italiana, un tentativo di rivoluzione non fosse da escludersi; sapeva anche bene che, ove questa ipotesi si fosse verificata, lo Stato non aveva mezzi sufficienti per fronteggiarla. Nonostante, d'altronde, le sue professioni programmatiche avanzate, si delineava inattuabile la pretesa di risolvere la crisi economica sul terreno della democrazia liberale, conciliando, cioè, le istanze delle classi subalterne con quel sostanziale interesse borghese che aveva sempre costituito il fulcro della politica giolittiana. Che esistessero, d'altronde, nel Parlamento italiano, le condizioni per una risoluzione democraticamente liberale della crisi è da escludersi: quel liberalismo promosso da Giolitti agli albori del secolo apparteneva ormai al passato: questo aspetto è acutamente sviluppato dall'Alatri, il quale, partendo dalla riforma del suffragio nel 1911, nota che "la lotta delle frazioni più retrograde del liberalismo italiano contro il giolittismo si accentuò dopo quella riforma, e gli uomini che si trovarono a capo del governo italiano nel 1914 e 19115 sentivano l'urgenza di sferrare l'offensiva". 
Ma il cedimento si era verificato nel campo stesso giolittiano: i liberali giolittiani avevano cessato di esser tali nelle "radiose giornate" in cui, dopo aver lasciato in segreto di solidarietà la loro carta da visita alla portineria di casa Giolitti, avevano poi votato per Salandra e per la guerra; ormai i cosiddetti liberali non erano che dei conservatoti reazionari e non tarderanno ad allearsi elettoralmente con i fascisti. 
Quanto ai repubblicani avevano già da un pezzo rinunciato alla repubblica, coprendosi con la feluca di ministri, e su posizioni di arretramento li avevano seguiti i radicali: del più avanzato di essi, Francesco Saverio Nitti, P. Alatri ha pubblicato una sintomatica lettera ad Amendola in cui Nitti afferma:

"Bisogna che l'esperimento fascista si svolga indisturbato [...] se l'esperimento non riuscirà nessuno potrà dire che l'insuccesso dipende da noi, o che comunque abbiamo creato ostacoli. Se riuscirà si dovrà tornare alla normalità o alla costituzione... e i fascisti ci avranno reso un servizio". 

Quanto ai popolari (se si eccettua la minoranza migliolina) essi sorsero in funzione antisocialista e la loro posizione di classe l'accosta ai sostenitori del fascismo; ne sarà prova, come per liberali e democratici, la loro partecipazione alla formazione dei primo ministero fascista.
Quanti sostengono che i socialisti avrebbero dovuto collaborare ai ministeri del dopoguerra non. tengono presente, evidentemente, quale fu, prima e dopo le elezioni del 1919, la composizione della maggioranza della Camera; non considerano che in un ministero uscito da tale maggioranza i socialisti - cioè i riformisti - sarebbero stati necessariamente neutralizzati. Da una maggioranza, infatti, sostanzialmente conservatrice e tendenzialmente reazionaria, potevano uscire soltanto governi disposti a indennizzare chi aveva voluto la guerra dalle conseguenze della stessa ed a respingere - forse anche con la
violenza e con la soppressione di ogni libertà, forse anche mediante il fascismo - ogni istanza operaia e contadina diretta a profonde riforme di struttura. A queste Giolitti stesso era contrario e tra prima prova fu I'abolizione del prezzo politico del pane, per lui, tipico tutore della borghesia, era pregiudizialmente necessario, ormai, stroncare nettamente, radicalmente, l'avanzata eccessivamente impetuosa del movimento operaio e contadino. Egli, che era riuscito a liquidare il movimento di occupazione delle fabbriche, senza impegnare il Governo ma lasciando fare ai riformisti, pensò che ancora una volta il governo potesse non impegnarsi direttamente in questa azione, lasciando fare ai fascisti. 
E sotto il governo di Giolitti (sottosegretario agli interni Camillo Corradini, ministro della guerra Bonomi, della giustizia Fera) i fascisti, sicuri dell'impunità (le istruttorie dormivano o intervenivano sentenze scandalose) dettero sfogo alla più facinorosa attività. Solo, infatti, per la complicità degli organi dello Stato, potè essere attuata dallo squadrismo la prassi della "spedizione punitiva", cioè della devastazione, dell'incendio e dell'assassinio, da parte di manipoli armati, che su camion facevano irruzione in Case del Popolo, in Cooperative, nei domicili privati; qui la vittima designata era prelevata per essere soppressa, o senz'altro veniva ammazzata in presenza della moglie, dei figli. Quando non usavano armi da fuoco o pugnale, gli squadristi si accontentavano di usare il manganello (per postumi di feroci bastonature morranno Amendola e Gobetti) o di somministrare potenti dosi di olio di ricino, che, non di rado, ebbero conseguenze gravissime. La protezione, quindi, accordata allo squadrismo da tutti gli organi dello Stato (polizia, carabinieri, esercito, magistratura) fu il terzo fattore determinante della nascita del fascismo, largamente finanziata dalla grande industria e dagli agrari. 
Le squadre poterono avere, cioè, mano libera, non solo per I'aiuto che ricevevano nell'azione (tolleranza sempre, spesso partecipazione diretta e talvolta le stesse armi) ma soprattutto, per l'impunità che veniva assicurata: la sola volta in cui, a Sarzana, otto o undici carabinieri spararono sugli aggressori, questi, in numero di cinquecento, scapparono inseguiti dalla popolazione.


I ceti borghesi

Certo, accanto alla complicità necessaria della grande industria, degli agrari e dello Stato - che abbiamo chiamato, perciò, fattori determinanti - un altro fattore gravò (su vastissima scala) a spianare la via al fascismo nel Paese e fu il radicato antisocialismo della grande e piccola borghesia, tradizionalmente conservatrice e monarchica; questo antisocialismo era, adesso, acuito per il numero e l'intensità degli scioperi che ledevano gli interessi dell'industriale e del commerciante o anche solo (come gli scioperi tranviari) disturbavano la comodità del piccolo borghese. 
Si ricordi, in proposito, il severo attacco di Gramsci dopo i fatti del 2 dicembre 1919; ed acutamente il Procacci (Studi storici) parla di "due tipi di blocchi psicologici", la corrente popolare che fu, ed è restata avversa alla guerra, e la piccola borghesia "patriottica", quella, cioè, che ai suoi interessi accoppia anche una concezione astratta e retorica di "patria" e beve grosso quando gli sciovinisti accusano il socialismo di antipatriottismo. 
Diffuse sono nella media e piccola borghesia le reviviscenze dell'interventismo e particolarmente numeroso è il numero dei reduci disoccupati e degli spostati di guerra, e anche di coloro che, senza esser€ stati interventisti, erano stati in guerra, avevano combattuto e
credevano, in buona fede, che i socialisti svalorizzassero il loro sacrificio e la loro vittoria. 
Da tutte queste parti viene al movimento operaio in genere I'accusa di antipatriottismo, riferita al passato neutralismo ed all'attuale comportamento di coerenza con lo stesso (gli attacchi di questa parte si intensificarono, durante il ministero Nitti, dopo l'amnistia ai disertori). Ai "rossi" venivano imputate intemperanze e e prepotenze: ma si dimenticava che quei "rossi" erano (costantemente) vittime delle violenze della polizia e delle forze armate ogni qual volta scendevano in piazza per I'affermazione dei loro diritti. 
Dall'aprile del 1919 al settembre 1920 si erano verificati 140 conflitti con esito letale fra socialisti e polizia, con più di 320 operai uccisi contro un piccolissimo numero di vittime tra le forze di polizia; ciò nonostante i giornali "indipendenti" avevano presentato ai loro lettori le cose in .modo che aggressori apparissero sempre gli operai.

Non con la eterogenea e "rivoluzionaria" adunata di Piazza Sansepolcro, priva di un autentico contenuto di classe, ma con la sovvenzione industriale ed agraria e I'azione del governo Giolitti
nasce il fascismo autenticamente classista, tipica controrivoluzione di una rivoluzione non attuata, e nemmeno tentata, ma solo verbalmente minacciata dal massimalismo socialista.



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