venerdì 29 novembre 2013

CRISTIANESIMO E BUDDHISMO (Christianity and Buddhism)

                          
Il dialogo cristiano-buddhista si è andato sviluppando negli ultimi decenni, nonostante le differenze teologiche e dottrinali e alcune prese di posizione di chiusura.
I protagonisti di questo dialogo sono, da parte cristiana, soprattutto gesuiti, domenicani, saveriani e silvestrini (e il Consiglio Pontifico per il dialogo interreligioso) e, da parte buddhista, il Dalai Lama,la "scuola di Kyoto" con Masao Abe e la Fondazione Maitreya di Roma.


Meditazione e preghiera: il dialogo cristiano-buddhista

Il brano che segue è tratto da Buddhismo (Editrice Queriniana, Brescia 1981). 
L'autore, Heinrich Dumoulin, è un gesuita tedesco che ha vissuto per un quarantennio in Giappone, dove ha insegnato all'università Sophia di Tokio.

"Nessun altro elemento del buddhismo ha contribuito tanto al patrimonio religioso dell'umanità e ha trovato tanti ampi consensi quanto la meditazione buddhista. Già Friedrich Heiler, che pur disponeva di una conoscenza soltanto parziale delle vie buddhiste di meditazione, poneva in rapporto dialettico "Buddha, il maestro dello sprofondamento meditativo", e "Gesù, il maestro della preghiera". 
Meditazione e preghiera non si escludono necessariamente a vicenda, ma il loro è un rapporto
polare. Queste due punte avanzate della pratica religiosa si possono completare e fecondare reciprocamente. Secondo queste premesse, la meditazione orientale ha un importante compito da espletare nell'Occidente.

La meditazione buddhista essendosi ormai diffusa in tutto il mondo, passa anche attraverso un processo di secolarizzazione, che si impone per la sua problematicità. Tale processo di secolarizzazione raggiunge il suo stadio più acuto quando forme di meditazione orientale e buddhista vengono equiparate all'uso della droga. 
I maestri Zen giapponesi si sono dichiarati decisamente contrari al ricorso alla droga rifiutandosi di riconoscere l'equivalenza tra esperienze dovute alla droga e illuminazione Zen. 
L'impiego della droga è la forma particolare di secolarizzazione che si verifica ai nostri giorni. 
Non ogni forma di secolarizzazione però è necessariamente nociva ed è rilevante notare che, per quanto riguarda la meditazione Zen, la secolarizzazione è subentrata relativamente presto, almeno subito dopo l'introduzione dello Zen in Giappone. 
Questo in seguito al fatto che I'influsso dei monasteri Zen giapponesi sulla vita culturale e artistica del paese si accompagnava a un'unione tra aspirazione religiosa e cure mondane nell'attività dei monaci. [...]

Nella loro pur varia differenziazione, le forme di meditazione buddhista, viste dalla prospettiva occidentale, hanno in comune la tendenza a ricercare non tanto l'acquisizione di concetti e conoscenze nuove, ma di stati psichici, di gradi di concentrazione e di nuovi stati di coscienza. Si tratta più di tecniche psicosomatiche che di assimilazione di contenuti spirituali.
Si evidenzia a questo punto una fondamentale differenza con la meditazione cristiana tradizionale che si orienta verso le Scritture e le verità credute per rivelazione divina. 
In Occidente la meditazione buddhista fu a lungo pressoché ignorata per la visibile discrepanza con la mentalità occidentale, anche dopo che si venne a conoscenza della dottrina che la sorreggeva. È noto come tale situazione abbia subito un radicale mutamento negli ultimi secoli. 
Si può dire che oggi il valore delle forme di meditazione buddhista è riconosciuto da larghi circoli occidentali. A ciò hanno contribuito da una parte gli studi scientifici della psicologia moderna e dall'altra le esperienze di coloro che si sono attivamente impegnati nella pratica della meditazione buddhista. 
Da questa nuova situazione non si può certo dedurre che il divario tra meditazione buddhista e cristiana si sia annullato.
Tale differenza si mantiene inalterata, ma gli occidentali hanno capito l'importanza e I'utilità di uno studio serio delle forme di meditazione buddhiste. Anche molti circoli cristiani si sono rivolti con successo a pratiche orientali, promuovendo un processo di apprendimento delle tecniche meditative che è ancora in via di approfondimento.
La spiritualità cristiana non potrà mai rinunciare ai suoi contenuti originari e continuerà ad attenersi a essi anche nella pratica meditativa, però nulla si oppone al fatto che i cristiani adottino anche pratiche di meditazione buddhista e in particolare il metodo Zen che appare certamente il più collaudato. 
Probabilmente ne deriveranno vie nuove di spiritualità meditativa, di cui non si possono ancora prevedere gli effetti positivi.

Per quanto riguarda l'incontro fra buddhisti e cristiani nell'ambito della meditazione, si intravedono molti importanti punti di contatto per un dialogo sui contenuti fondamentali della vita religiosa. 
Un tale dialogo invita alla riflessione e al raccoglimento, si occupa meno del passato e della storia sollecitando invece un'apertura nuova al futuro.
Le religioni dal profondo della loro spiritualità devono sentire oggi più che mai di essere responsabili del futuro dell'umanità. E da esse ci si aspetta un contributo ineludibile alla causa del "nuovo" e del futuro, proprio perché traggono nutrimento dalla Causa ultima e alla Causa ultima rimandano.



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IL FASCISMO IN EUROPA (Fascism in Europe)


IL FASCISMO IN EUROPA

Il dopoguerra in Germania


Anche in Germania il dopoguerra fu agitato da una profonda crisi sociale ed economica, alla quale il governo socialdemocratico riusciva a far fronte con grande difficoltà.
Gli Alleati, soprattutto la Francia, pretendevano il pagamento per intero delle cosiddette riparazioni di guerra, ma l'economia tedesca, stremata, non era assolutamente in grado di pagare. 
Nel 1921 tali riparazioni vennero ridotte da 226 a 132 miliardi, da versarsi in 42 anni, ma il pagamento del primo miliardo provocò il crollo dell'economia tedesca. I prezzi salirono in modo spropositato; salariati e ceti medi caddero nella miseria più nera.

Nel 1923, poiché la Germania non riusciva ad adempiere ai suoi obblighi finanziari, la Francia procedette all'occupazione del Bacino della Ruhr, nella Renania, che da solo forniva i quattro quinti del carbone e dell'acciaio necessari all'economia tedesca. L'occupazione si risolse in un
fallimento perché gli operai iniziarono un lunghissimo sciopero e tutta la popolazione attuò la resistenza passiva.
L'occupazione cesserà solo nel 1930 in seguito a nuovi accordi internazionali.

La violenza fatta agli abitanti della Ruhr provocò il risentimento del nazionalismo tedesco, eccitato nel frattempo da gruppi estremisti di destra. Alla fine del 1923 questi gruppi tentarono addirittura un colpo di Stato di tipo fascista con il putsch di Monaco (putsch, in tedesco = sommossa). Ma questo fallì ed uno dei capi, Adolfo Hitler, venne arrestato.

Tali fatti preoccuparono gli Alleati nonché i gruppi moderati della borghesia tedesca. Si giunse così alla conferenza di Locarno, nel 1925, con la quale per la prima volta vincitori e vinti sottoscrissero degli accordi in piena parità.

Per alcuni anni lo "spirito di Locarno" fu alla base dei rapporti internazionali. Questo non impediva però alle correnti reazionarie di affrettare i tempi per un'offensiva contro le istituzioni democratiche. 
Negli anni Venti si affermavano infatti regimi autoritari in: Spagna, Portogallo, Polonia, Lituania, Jugoslavia, Francia, Austria, Romania.


La crisi del '29

Nel '29 negli Stati Uniti d'America scoppiò una gravissima crisi economica che interessò l'intero mercato internazionale: si produceva infatti più di quanto il mercato potesse acquistare, per cui i prodotti rimanevano invenduti, le fabbriche dovevano fermarsi e licenziare gli operai.

Il presidente democratico eletto nel 1932, Franklin Delano Roosevelt, promosse audaci interventi statali nell'economia (mediazione tra industriali e operai, iniziative di carattere sociale, investimenti statali in grandiose opere pubbliche). Questa politica, detta del New Deal (nuovo corso) salvò gli Stati Uniti dalla catastrofe e Roosevelt fu rieletto per ben altre tre volte alla presidenza.


Il socialismo in un solo paese

Negli stessi anni in URSS il leader dell'opposizione di sinistra, Leone Trotzkij sosteneva la necessita di puntare sulla riorganizzazione del movimento rivoluzionario. Il segretario del partito, Stalin, sosteneva invece la tesi della costruzione del "socialismo in un solo paese", della necessità, cioè, di concentrare tutti gli sforzi del comunismo mondiale nella realizzazione del socialismo in Unione sovietica.

La discussione politica ben presto degenerò. Trotzkij e i suoi seguaci vennero additati al partito e al popolo sovietico come responsabili di tutti i ritardi e le difficoltà inerenti alla costruzione dello Stato sovietico. Trotzkij fu espulso dal partito nel '27, e dalla stessa Unione sovietica nel '29.

Nel '28 Stalin iniziò la politica dei piani quinquennali. Con essi lo sviluppo dell'intero paese veniva preventivato e regolato ogni cinque anni dagli uffici economici statali.
Venne così dato l'avvio ad un profondo processo di trasformazione: venne creata una potente industria, vennero collettivizzate le campagne.


Il nazismo in Germania

Nel '32 Hitler concorse alle elezioni presidenziali e raccolse 13.000.000 di voti contro i 19 milioni dei suoi avversari e, il 28 gennaio del 1933, fu chiamato a presiedere il governo. Applicando lo stesso schema di Mussolini, Hitler si sbarazzò in breve tempo delle opposizioni ed impose la dittatura nazista, proclamandosi führer (capo) del Reich tedesco.

Fondamento della dittatura erano l'esaltazione della razza tedesca e l'antisemitismo. Gli Ebrei furono accusati come i responsabili di tutti i mali della società. Fu ovviamente un diversivo che la stessa classe dirigente escogitò per allontanare da sé le proprie responsabilità. 

Liberali, democratici, comunisti, ebrei, vennero perseguitati, uccisi o racchiusi nei mostruosi campi di concentramento.

Tutta la gioventù venne educata al nazionalismo e al culto della guerra.

Era fatale che fra nazismo tedesco e fascismo italiano si giungesse entro breve tempo ad una unita di azione.

L'ascesa di Hitler incoraggiò tutti i movimenti di destra europei. 
Nel '34 i nazisti assassinarono il cancelliere austriaco Engelbert Dolfuss, che dal '32 aveva instaurato in Austria un regime di terrore. L'assassinio mirava all'annessione dell'Austria da parte della Germania. 
L'Europa intera fu preoccupata del fatto e così anche la stessa Italia, che non vedeva di buon occhio la creazione di un blocco tedesco ai propri confini. 
Mussolini inviò delle divisioni al Brennero per scoraggiare Hitler dall'invadere l'Austria; per il momento l'indipendenza austriaca venne salvata.

Gran parte dei paesi europei, tranne la Francia e Inghilterra e qualche paese minore, cadevano così sotto il tallone fascista.

Nel 1935 nel Bacino della Saar si ebbe il plebiscito, previsto dai trattati di pace: il risultato fu favorevole al ritorno alla Germania e Hitler, confortato da questo, iniziò la rapida militarizzazione del paese.

Nel marzo del 1936 truppe tedesche occuparono la Renania, regione che a Versailles si era deciso di lasciare smilitarizzata. La macchina da guerra hitleriana si metteva in movimento.



mercoledì 27 novembre 2013

IL FASCISMO IN ITALIA (Fascism in Italy)


IL FASCISMO IN ITALIA

Le rivoluzioni proletarie

La Rivoluzione di ottobre in URSS aveva convinto i rivoluzionari europei che i tempi tanto attesi per una trasformazione radicale della società erano ormai maturi. La stanchezza della guerra, la miseria e la fame spinsero migliaia di uomini alla rivolta.

Nel novembre del 1918 in Germania era stata proclamata la repubblica (la Repubblica di Weimar, come fu detta dalla città nella quale venne convocata l'Assemblea Costituente), ma i socialdemocratici,che costituivano il maggior partito, non intendevano realizzare fino in fondo le riforme socialiste.
Per questo nel gennaio del 1919 i comunisti tedeschi (che avevano preso il nome di spartachisti, guidati da Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, tentarono la rivoluzione: il  governo socialdemocratico, di fatto difensore dell'ordine borghese, schiacciò con le armi gli insorti. Liebknecht e la Luxemburg furono massacrati (settimana di sangue; 10 - 17 gennaio).

Nel marzo anche in Ungheria scoppiò l'insurrezione comunista, diretta dal rivoluzionario Bela Kun. Anche qui però dopo qualche tempo la reazione borghese rovesciò il governo rivoluzionario.

Nonostante le sconfitte, la tensione rivoluzionaria andava aumentando. 
Nel marzo del 1919 si costituì a Mosca la III Internazionale comunista, alla quale aderirono i partiti comunisti di nuova formazione e quei partiti socialisti che avevano denunciato il tradimento della II Internazionale.


La reazione borghese

La borghesia, nel corso della sua storia, per estendere più saldamente il suo potere politico ed economico su tutte le classi sociali, aveva creato la libertà di associazione, di riunione, di stampa, le elezioni politiche, il Parlamento. Non poteva ora permettere che di queste istituzioni si servisse la classe operaia per la sua rivoluzione; era piuttosto disposta a sbarazzarsi di queste istituzioni, soprattutto in quei paesi dove più forte era la pressione proletaria.
Per questo motivo ostacolò in tutti i paesi la formazione dei nuovi partiti rivoluzionari, ne bloccò ogni tentativo insurrezionale e tentò di rovesciare lo stesso potere sovietico in URSS, alimentando con armi, danaro, soldati la controrivoluzione all'interno del territorio russo.

Questa operazione della borghesia portò naturalmente ovunque alla creazione dei regimi fascisti.


La situazione italiana

Nell'immediato dopoguerra in Italia la situazione era veramente critica. Da un lato la profonda disillusione per la cosiddetta "vittoria mutilata" agitava le classi medie, dall'altra motivi ben più concreti, quali i bassi salari, la disoccupazione, la miseria, agitavano le classi popolari.

La lotta sociale, quindi, dopo la parentesi dell'età giolittiana e della guerra, riprese violentissima, senza che il partito socialista fosse capace di dare uno sbocco rivoluzionario a tale volontà, sicuro che il sistema borghese sarebbe crollato da solo e che al proletariato non restasse che attendere fiducioso l'ora del crollo borghese e della rivoluzione.

Nel gennaio del 1919 i cattolici, dopo un lungo travaglio politico (ricordiamo che il papa, dopo la caduta del  potere temporale, aveva vietato alle masse cattoliche di prendere parte alla vita politica dello Stato italiano) fondarono il partito popolare. Esso si prefiggeva graduali riforme sociali, da attuarsi con la collaborazione di tutte le classi. Si trattava di una operazione borghese che, facendo leva sul sentimento religioso, mirava a sottrarre ai partiti rivoluzionari in favore delle masse.

Nel marzo del 1919 Benito Mussolini, l'ex socialista che, allo scoppio della guerra, aveva assunto posizioni interventiste, fondava a Milano i Fasci di combattimento, sulla base di un programma politico assai confuso, mirante a convogliare iI malcontento dilagante su posizioni politiche controrivoluzionarie e nazionalistiche.


Il 1919 e il 1920

Nell'estate del 1919, in coincidenza con la crisi politica aperta dalla caduta del Ministero Orlando, violente agitazioni popolari scossero tutto il paese. Fu una grande occasione rivoluzionaria, ma la mancanza di un partito deciso a dare uno sbocco politico al movimento fu dannoso al movimento stesso. Così il nuovo governo, presieduto da Francesco Saverio Nitti, riuscì a tenere in pugno la situazione. Non solo, ma nel settembre le forze reazionarie lanciarono addirittura una sfida controrivoluzionaria al governo Nitti con l'occupazione di Fiume.
Nel novembre il governo indisse le elezioni politiche, che dettero 156 seggi ai socialisti, 101 ai popolari, 251 ai liberali. I fascisti ottennero poche migliaia di voti.

Nel giugno del 1920 si costituì l'ultimo gabinetto Giolitti, che durò in carica poco più di un anno. Il vecchio statista dimostrò la consueta abilita sia nel trattare la questione fiumana, sia nel varare una serie di provvedimenti di carattere popolare, miranti a contenere la pressione delle agitazioni sociali.

Nell'estate del 1920 una seria agitazione fu iniziata dagli operai metallurgici per una rivalutazione dei salari.
L'intransigenza padronale fu assai ferma e gli operai risposero con l'occupazione delle fabbriche. Il movimento interessò tutte le aziende del Nord; ma ancora una volta il PSI e i sindacati non furono in grado di assumere alcuna iniziativa. Giolitti attuò la solita tattica del "lasciar fare", in attesa che il movimento si esaurisse per l'incapacità interna di andare avanti. Gli operai intanto, pur gestendo le fabbriche, non potevano far proseguire la produzione, perché le reti commerciali, le fonti bancarie, il governo stesso non erano nelle loro mani. Essi così dovettero porre fine all'occupazione e accettare le trattative con i datori di lavoro.


Il fascismo al potere

Fu allora che molti industriali e molti agrari del Nord, decisi a porre fine al movimento rivendicativo degli operai, forti della vittoria conseguita, cominciarono a finanziare squadre d'azione composte di fascisti, i cui obbiettivi antioperai e antidemocratici si andavano precisando sempre più.
Comuni nelle mani delle forze popolari, Camere del lavoro, sedi di cooperative e di partiti di sinistra furono sistematicamente devastate e incendiate. Dirigenti politici e sindacali dei lavoratori vennero bastonati, torturati, uccisi.

Nel gennaio del 1921, in occasione del XVII congresso del PSI, due gruppi guidati da Gramsci e da Bordiga, seriamente preoccupati della reazione fascista e della incapacità del PSI, uscirono dal partito socialista e crearono il Partito comunista d'Italia, che entrò a far parte della III Internazionale.

La situazione nel paese si faceva intanto sempre più incandescente. Giolitti chiese allora al re lo scioglimento della Carnera e la convocazione dei comizi elettorali. Il re accettò e nel maggio del '21 si votò per la nuova Camera. 
Giolitti pensava a un successo dei liberali, ma questo non si verificò: i popolari ebbero 107 deputati, i socialisti 123, i comunisti 15, i fascisti 35. Giolitti non riuscì a formare il governo. 
Era la fine dell'Italia liberale!

Venne allora costituito un governo sotto la direzione di Ivanoe Bonomi, che durò in carica dal luglio '21 al febbraio '22. 
Fu un periodo in cui la violenza fascista fu più bestiale che mai. Eccidi e stragi ormai non si contavano più. 
Alla violenza fascista la classe operaia rispose con un imponente sciopero generale. La rabbia dei fascisti toccò allora il culmine. Essi scesero in piazza contro gli scioperanti. 
Esercito e polizia non solo non intervennero a difendere i lavoratori aggrediti, ma addirittura dettero manforte ai fascisti. Segno evidente che ormai la borghesia italiana aveva fatto la sua scelta: si apprestava a gettare a mare Bonomi e a consegnare il governo a Mussolini.

Non rimaneva ormai che l'ultimo atto. Nell'ottobre del '22 colonne di fascisti iniziarono da tutta Italia una marcia su Roma; con tale manifestazione di forza, intendevano fare pressione sul re, perché affidasse iI governo a Mussolini, che attendeva a Milano il maturare degli eventi.

Il 28 ottobre i fascisti giunsero a Roma. Il nuovo presidente del consiglio, Luigi Facta, aveva predisposto un piano di emergenza per bloccare con l'esercito i fascisti alle porte di Roma. Ma il re non ne volle sapere, si rifiutò di firmare lo stato d'assedio proposto dal Facta e lasciò via libera ai fascisti. 
Quindi convocò Mussolini e gli affidò l'incarico di formare un nuovo governo.


I primi anni del fascismo

Il Gabinetto costituito da Mussolini non fu composto di soli fascisti, ma anche di uomini della destra liberale e del Partito popolare. Socialisti, comunisti, liberali di sinistra votarono contro il governo.

Fra i primi provvedimenti fascisti fu la costituzione della Milizia volontaria di sicurezza nazionale, esercito di parte, con chiari fini repressivi e liberticidi. 
Lo squadrismo intanto continuava nelle sue violenze; nel dicembre a Torino fu consumata un'orrenda strage di operai antifascisti.

Ebbero poi inizio le pressioni fasciste sul movimento cattolico: Mussolini si sforzò di convincere i cattolici che il miglior difensore dei valori religiosi era lui e non il Partito popolare. Molti settori cattolici cedettero a questa manovra e nel '23 don Sturzo, convinto antifascista e fondatore del Partito popolare, dovette lasciare la segreteria del partito.

Ormai la marcia verso la dittatura era aperta. 
Forte dell'appoggio degli industriali, degli agrari, della Chiesa, di vasti settori della vecchia classe dirigente, Mussolini organizzò per l'aprile del '24 nuove elezioni, dopo aver varato una nuova legge elettorale, secondo la quale il partito che avesse ottenuto la maggioranza relativa dei voti avrebbe avuto alla Camera ben due terzi dei seggi. 
Si giunse alle elezioni in un clima di intimidazione e di sopraffazione.
I fascisti e i loro alleati ottennero 356 seggi su 535. Ma non tutte le voci erano spente: socialisti e comunisti mantenevano una ferma e coraggiosa opposizione.

Un esponente socialista, Giacomo Matteotti, il 30 maggio 1924 tenne alla Camera un chiaro discorso, in cui senza mezzi termini denunciava al paese il terrore su cui il regime si reggeva. 
I fascisti non gliela perdonarono: iI 10 giugno Giacomo Matteotti venne aggredito, rapito e trucidato.

Il delitto suscitò nel paese una profonda indignazione.
Ma ancora una volta i partiti rivoluzionari e quelli democratico-borghesi non furono in grado di organizzare una lotta a fondo contro il fascismo. Essi si limitarono ad una sterile protesta. Come la plebe romana nella sua lotta contro i patrizi era solita rifugiarsi sull'Aventino per esprimere la sua protesta, allo stesso modo i deputati dell'opposizione abbandonarono la Camera, convinti che così facendo avrebbero isolato politicamente il fascismo e costretto il re a chiedere le dimissioni dal governo. 
Il ritiro dell'opposizione dai lavori parlamentari fu chiamato Aventino.


La dittatura fascista

Il calcolo delle opposizioni si dimostrò sbagliato. II re non intervenne contro gli assassini di Matteotti e Mussolini capì che non solo non era necessario cedere, ma che era anzi il momento di rafforzare il suo potere.

Il 3 gennaio 1925 Mussolini annunciò in un discorso alla Camera i provvedimenti che intendeva adottare per costituire la dittatura fascista. 
Furono sciolti partiti e associazioni, furono soppressi i giornali dell'opposizione; gli antifascisti vennero arrestati: molti di questi furono costretti all'attività clandestina, altri dovettero riparare all'estero, dando luogo ad un nuovo fuoruscitismo, che dai tempi del  Risorgimento gli Italiani non avevano più conosciuto.

Mentre l'opposizione in Italia e all'estero dava vita ad un movimento di resistenza al fascismo, questo rafforzava il suo dominio di anno in anno. 
Non ci fu più settore della vita nazionale in cui la dittatura non fosse presente. 
Nel '26 i sindaci e i consigli comunali, eletti dal popolo, furono sostituiti dal podestà e dalle consulte comunali, nominati dal governo. 
Nello stesso anno venne istituita I'Opera nazionale Balilla, con cui il fascismo si assumeva in prima persona il compito di educare i giovani, spinti al culto del duce, delle armi, della superiorità della razza italica.

Nello stesso anno venne istituito il Tribunale speciale, con il chiaro intento di perseguitare gli antifascisti. Esso poteva emettere anche condannare a morte. 
Insieme a moltissimi altri, Antonio Gramsci venne condannato da questo tribunale a 20 anni di carcere perché, come disse il pubblico ministero Isgrò, "occorreva impedire che il suo cervello funzionasse". Gramsci morirà di stenti in una clinica romana il 27 aprile del 1937.

Nel 1927 venne varata la Carta del lavoro, con la quale si codificavano i nuovi principi corporativi fascisti. Le corporazioni si sostituivano ai vecchi sindacati dei Lavoratori: erano organizzazioni delle quali facevano parte sia i lavoratori che i datori di lavoro. Poiché i capi di esse dovevano essere uomini "di sicura fede nazionale", cioè fascisti, la "collaborazione" tra datori di lavoro e lavoratori si risolveva in una solenne beffa ai danni di questi ultimi.


La politica economica del fascismo

I lavoratori pagarono di persona la politica economica fascista. Questa tendeva alla cosiddetta autarchia, a rendere cioè l'Italia capace di produrre da sola tutto ciò che le occorreva, naturalmente senza tenere in alcun conto la qualità dei prodotti e la economicità del prezzo.

Poiché il potere d'acquisto delle masse lavoratrici era assai basso, gli industriali non potevano produrre beni di consumo popolare e quindi tendevano a produrre per lo Stato, che commissionava loro soprattutto forniture militari, accumulando ingenti profitti. 
Alla politica autarchica era così strettamente legata una politica di preparazione alla guerra e di dispendiose quanto inutili realizzazioni, le cosiddette "opere del regime".
Tutto questo pesava enormemente sui bilanci delle famiglie italiane.

Il fascismo tuttavia dovette andare incontro alle esigenze, ormai più che mature, relative alla protezione del lavoro. Fu fissata in otto ore la giornata lavorativa e furono sancite norme per la previdenza e l'assistenza.

Tra le opere pubbliche che ebbero una certa utilità, ricordo la bonifica delle Paludi pontine, nel Lazio, mediante la quale oltre 60.000 ettari di terre incolte vennero trasformati in fertili poderi. Tra le "opere del regime", ispirate solo alla mania di grandezze, ma rovinose dal punto di vista economico, ricordo la "battaglia del grano".
Con essa si riuscì a non importare grano dall'estero, ma l'agricoltura, nazionale venne sconvolta: laddove erano pregiati frutteti e oliveti venne imposta la coltivazione del grano e alla fine dell'operazione questo prodotto venne a costare in Italia molto di più del prodotto importato.


I Patti lateranensi

Procedeva nel frattempo il riavvicinamento tra Mussolini e la Chiesa. 
Nel '26 ebbero inizio i contatti per una conciliazione tra Stato e Chiesa, che ponesse fine alla grave tensione esistente dalla liberazione di Roma del 1870.
Le trattative furono lunghe e laboriose, ma giunsero in porto l'11 febbraio 1929 con la firma dei Patti lateranensi, così chiamati dal Palazzo Laterano, dove furono sottoscritti.

Essi sono costituiti di tre documenti:

1) il Trattato, secondo il quale, abrogate le leggi delle guarentigie,  I'Italia riconosceva il nuovo Stato della Città del Vaticano.

2) la Convenzione finanziaria, con cui l'Italia si obbligava a versare alla Santa Sede la somma di circa due miliardi di lire a titolo di indennizzo per i territori sottratti alla Chiesa nel 1870.

3) il Concordato. Secondo quest'ultimo documento, ai vescovi veniva garantita la più ampia libertà di comunicare con il clero e con i fedeli. I chierici venivano esonerati dal servizio militare. 
Agli ecclesiastici venivano riconosciute particolari agevolazioni nei procedimenti penali. 
I preti apostati, quelli cioè che rinunciavano al sacerdozio, non avrebbero potuto ricoprire nessun ufficio statale che Ii mettesse in contatto con il pubblico.
Il matrimonio cattolico avrebbe avuto gli effetti civili.
Lo Stato inoltre si impegnava a considerare come "fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica l'insegnamento della dottrina cristiana" e a introdurre così l'insegnamento della religione in ogni ordine di scuole.
All'Azione Cattolica veniva riconosciuta piena libertà di movimento, purché questo fosse staccato da ogni attività sociale e politica.

La soddisfazione di tale vittoria per questo accordo, che costituiva una netta vittoria della Chiesa sullo Stato, venne chiaramente espressa da papa Pio XI che in un discorso del 14 febbraio ebbe a dire: 

"Il Concordato è, se non il migliore di quanti ne possono essere, almeno fra i migliori ... Forse ci voleva un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare, un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale".



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