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mercoledì 27 novembre 2013

IL FASCISMO IN ITALIA (Fascism in Italy)


IL FASCISMO IN ITALIA

Le rivoluzioni proletarie

La Rivoluzione di ottobre in URSS aveva convinto i rivoluzionari europei che i tempi tanto attesi per una trasformazione radicale della società erano ormai maturi. La stanchezza della guerra, la miseria e la fame spinsero migliaia di uomini alla rivolta.

Nel novembre del 1918 in Germania era stata proclamata la repubblica (la Repubblica di Weimar, come fu detta dalla città nella quale venne convocata l'Assemblea Costituente), ma i socialdemocratici,che costituivano il maggior partito, non intendevano realizzare fino in fondo le riforme socialiste.
Per questo nel gennaio del 1919 i comunisti tedeschi (che avevano preso il nome di spartachisti, guidati da Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, tentarono la rivoluzione: il  governo socialdemocratico, di fatto difensore dell'ordine borghese, schiacciò con le armi gli insorti. Liebknecht e la Luxemburg furono massacrati (settimana di sangue; 10 - 17 gennaio).

Nel marzo anche in Ungheria scoppiò l'insurrezione comunista, diretta dal rivoluzionario Bela Kun. Anche qui però dopo qualche tempo la reazione borghese rovesciò il governo rivoluzionario.

Nonostante le sconfitte, la tensione rivoluzionaria andava aumentando. 
Nel marzo del 1919 si costituì a Mosca la III Internazionale comunista, alla quale aderirono i partiti comunisti di nuova formazione e quei partiti socialisti che avevano denunciato il tradimento della II Internazionale.


La reazione borghese

La borghesia, nel corso della sua storia, per estendere più saldamente il suo potere politico ed economico su tutte le classi sociali, aveva creato la libertà di associazione, di riunione, di stampa, le elezioni politiche, il Parlamento. Non poteva ora permettere che di queste istituzioni si servisse la classe operaia per la sua rivoluzione; era piuttosto disposta a sbarazzarsi di queste istituzioni, soprattutto in quei paesi dove più forte era la pressione proletaria.
Per questo motivo ostacolò in tutti i paesi la formazione dei nuovi partiti rivoluzionari, ne bloccò ogni tentativo insurrezionale e tentò di rovesciare lo stesso potere sovietico in URSS, alimentando con armi, danaro, soldati la controrivoluzione all'interno del territorio russo.

Questa operazione della borghesia portò naturalmente ovunque alla creazione dei regimi fascisti.


La situazione italiana

Nell'immediato dopoguerra in Italia la situazione era veramente critica. Da un lato la profonda disillusione per la cosiddetta "vittoria mutilata" agitava le classi medie, dall'altra motivi ben più concreti, quali i bassi salari, la disoccupazione, la miseria, agitavano le classi popolari.

La lotta sociale, quindi, dopo la parentesi dell'età giolittiana e della guerra, riprese violentissima, senza che il partito socialista fosse capace di dare uno sbocco rivoluzionario a tale volontà, sicuro che il sistema borghese sarebbe crollato da solo e che al proletariato non restasse che attendere fiducioso l'ora del crollo borghese e della rivoluzione.

Nel gennaio del 1919 i cattolici, dopo un lungo travaglio politico (ricordiamo che il papa, dopo la caduta del  potere temporale, aveva vietato alle masse cattoliche di prendere parte alla vita politica dello Stato italiano) fondarono il partito popolare. Esso si prefiggeva graduali riforme sociali, da attuarsi con la collaborazione di tutte le classi. Si trattava di una operazione borghese che, facendo leva sul sentimento religioso, mirava a sottrarre ai partiti rivoluzionari in favore delle masse.

Nel marzo del 1919 Benito Mussolini, l'ex socialista che, allo scoppio della guerra, aveva assunto posizioni interventiste, fondava a Milano i Fasci di combattimento, sulla base di un programma politico assai confuso, mirante a convogliare iI malcontento dilagante su posizioni politiche controrivoluzionarie e nazionalistiche.


Il 1919 e il 1920

Nell'estate del 1919, in coincidenza con la crisi politica aperta dalla caduta del Ministero Orlando, violente agitazioni popolari scossero tutto il paese. Fu una grande occasione rivoluzionaria, ma la mancanza di un partito deciso a dare uno sbocco politico al movimento fu dannoso al movimento stesso. Così il nuovo governo, presieduto da Francesco Saverio Nitti, riuscì a tenere in pugno la situazione. Non solo, ma nel settembre le forze reazionarie lanciarono addirittura una sfida controrivoluzionaria al governo Nitti con l'occupazione di Fiume.
Nel novembre il governo indisse le elezioni politiche, che dettero 156 seggi ai socialisti, 101 ai popolari, 251 ai liberali. I fascisti ottennero poche migliaia di voti.

Nel giugno del 1920 si costituì l'ultimo gabinetto Giolitti, che durò in carica poco più di un anno. Il vecchio statista dimostrò la consueta abilita sia nel trattare la questione fiumana, sia nel varare una serie di provvedimenti di carattere popolare, miranti a contenere la pressione delle agitazioni sociali.

Nell'estate del 1920 una seria agitazione fu iniziata dagli operai metallurgici per una rivalutazione dei salari.
L'intransigenza padronale fu assai ferma e gli operai risposero con l'occupazione delle fabbriche. Il movimento interessò tutte le aziende del Nord; ma ancora una volta il PSI e i sindacati non furono in grado di assumere alcuna iniziativa. Giolitti attuò la solita tattica del "lasciar fare", in attesa che il movimento si esaurisse per l'incapacità interna di andare avanti. Gli operai intanto, pur gestendo le fabbriche, non potevano far proseguire la produzione, perché le reti commerciali, le fonti bancarie, il governo stesso non erano nelle loro mani. Essi così dovettero porre fine all'occupazione e accettare le trattative con i datori di lavoro.


Il fascismo al potere

Fu allora che molti industriali e molti agrari del Nord, decisi a porre fine al movimento rivendicativo degli operai, forti della vittoria conseguita, cominciarono a finanziare squadre d'azione composte di fascisti, i cui obbiettivi antioperai e antidemocratici si andavano precisando sempre più.
Comuni nelle mani delle forze popolari, Camere del lavoro, sedi di cooperative e di partiti di sinistra furono sistematicamente devastate e incendiate. Dirigenti politici e sindacali dei lavoratori vennero bastonati, torturati, uccisi.

Nel gennaio del 1921, in occasione del XVII congresso del PSI, due gruppi guidati da Gramsci e da Bordiga, seriamente preoccupati della reazione fascista e della incapacità del PSI, uscirono dal partito socialista e crearono il Partito comunista d'Italia, che entrò a far parte della III Internazionale.

La situazione nel paese si faceva intanto sempre più incandescente. Giolitti chiese allora al re lo scioglimento della Carnera e la convocazione dei comizi elettorali. Il re accettò e nel maggio del '21 si votò per la nuova Camera. 
Giolitti pensava a un successo dei liberali, ma questo non si verificò: i popolari ebbero 107 deputati, i socialisti 123, i comunisti 15, i fascisti 35. Giolitti non riuscì a formare il governo. 
Era la fine dell'Italia liberale!

Venne allora costituito un governo sotto la direzione di Ivanoe Bonomi, che durò in carica dal luglio '21 al febbraio '22. 
Fu un periodo in cui la violenza fascista fu più bestiale che mai. Eccidi e stragi ormai non si contavano più. 
Alla violenza fascista la classe operaia rispose con un imponente sciopero generale. La rabbia dei fascisti toccò allora il culmine. Essi scesero in piazza contro gli scioperanti. 
Esercito e polizia non solo non intervennero a difendere i lavoratori aggrediti, ma addirittura dettero manforte ai fascisti. Segno evidente che ormai la borghesia italiana aveva fatto la sua scelta: si apprestava a gettare a mare Bonomi e a consegnare il governo a Mussolini.

Non rimaneva ormai che l'ultimo atto. Nell'ottobre del '22 colonne di fascisti iniziarono da tutta Italia una marcia su Roma; con tale manifestazione di forza, intendevano fare pressione sul re, perché affidasse iI governo a Mussolini, che attendeva a Milano il maturare degli eventi.

Il 28 ottobre i fascisti giunsero a Roma. Il nuovo presidente del consiglio, Luigi Facta, aveva predisposto un piano di emergenza per bloccare con l'esercito i fascisti alle porte di Roma. Ma il re non ne volle sapere, si rifiutò di firmare lo stato d'assedio proposto dal Facta e lasciò via libera ai fascisti. 
Quindi convocò Mussolini e gli affidò l'incarico di formare un nuovo governo.


I primi anni del fascismo

Il Gabinetto costituito da Mussolini non fu composto di soli fascisti, ma anche di uomini della destra liberale e del Partito popolare. Socialisti, comunisti, liberali di sinistra votarono contro il governo.

Fra i primi provvedimenti fascisti fu la costituzione della Milizia volontaria di sicurezza nazionale, esercito di parte, con chiari fini repressivi e liberticidi. 
Lo squadrismo intanto continuava nelle sue violenze; nel dicembre a Torino fu consumata un'orrenda strage di operai antifascisti.

Ebbero poi inizio le pressioni fasciste sul movimento cattolico: Mussolini si sforzò di convincere i cattolici che il miglior difensore dei valori religiosi era lui e non il Partito popolare. Molti settori cattolici cedettero a questa manovra e nel '23 don Sturzo, convinto antifascista e fondatore del Partito popolare, dovette lasciare la segreteria del partito.

Ormai la marcia verso la dittatura era aperta. 
Forte dell'appoggio degli industriali, degli agrari, della Chiesa, di vasti settori della vecchia classe dirigente, Mussolini organizzò per l'aprile del '24 nuove elezioni, dopo aver varato una nuova legge elettorale, secondo la quale il partito che avesse ottenuto la maggioranza relativa dei voti avrebbe avuto alla Camera ben due terzi dei seggi. 
Si giunse alle elezioni in un clima di intimidazione e di sopraffazione.
I fascisti e i loro alleati ottennero 356 seggi su 535. Ma non tutte le voci erano spente: socialisti e comunisti mantenevano una ferma e coraggiosa opposizione.

Un esponente socialista, Giacomo Matteotti, il 30 maggio 1924 tenne alla Camera un chiaro discorso, in cui senza mezzi termini denunciava al paese il terrore su cui il regime si reggeva. 
I fascisti non gliela perdonarono: iI 10 giugno Giacomo Matteotti venne aggredito, rapito e trucidato.

Il delitto suscitò nel paese una profonda indignazione.
Ma ancora una volta i partiti rivoluzionari e quelli democratico-borghesi non furono in grado di organizzare una lotta a fondo contro il fascismo. Essi si limitarono ad una sterile protesta. Come la plebe romana nella sua lotta contro i patrizi era solita rifugiarsi sull'Aventino per esprimere la sua protesta, allo stesso modo i deputati dell'opposizione abbandonarono la Camera, convinti che così facendo avrebbero isolato politicamente il fascismo e costretto il re a chiedere le dimissioni dal governo. 
Il ritiro dell'opposizione dai lavori parlamentari fu chiamato Aventino.


La dittatura fascista

Il calcolo delle opposizioni si dimostrò sbagliato. II re non intervenne contro gli assassini di Matteotti e Mussolini capì che non solo non era necessario cedere, ma che era anzi il momento di rafforzare il suo potere.

Il 3 gennaio 1925 Mussolini annunciò in un discorso alla Camera i provvedimenti che intendeva adottare per costituire la dittatura fascista. 
Furono sciolti partiti e associazioni, furono soppressi i giornali dell'opposizione; gli antifascisti vennero arrestati: molti di questi furono costretti all'attività clandestina, altri dovettero riparare all'estero, dando luogo ad un nuovo fuoruscitismo, che dai tempi del  Risorgimento gli Italiani non avevano più conosciuto.

Mentre l'opposizione in Italia e all'estero dava vita ad un movimento di resistenza al fascismo, questo rafforzava il suo dominio di anno in anno. 
Non ci fu più settore della vita nazionale in cui la dittatura non fosse presente. 
Nel '26 i sindaci e i consigli comunali, eletti dal popolo, furono sostituiti dal podestà e dalle consulte comunali, nominati dal governo. 
Nello stesso anno venne istituita I'Opera nazionale Balilla, con cui il fascismo si assumeva in prima persona il compito di educare i giovani, spinti al culto del duce, delle armi, della superiorità della razza italica.

Nello stesso anno venne istituito il Tribunale speciale, con il chiaro intento di perseguitare gli antifascisti. Esso poteva emettere anche condannare a morte. 
Insieme a moltissimi altri, Antonio Gramsci venne condannato da questo tribunale a 20 anni di carcere perché, come disse il pubblico ministero Isgrò, "occorreva impedire che il suo cervello funzionasse". Gramsci morirà di stenti in una clinica romana il 27 aprile del 1937.

Nel 1927 venne varata la Carta del lavoro, con la quale si codificavano i nuovi principi corporativi fascisti. Le corporazioni si sostituivano ai vecchi sindacati dei Lavoratori: erano organizzazioni delle quali facevano parte sia i lavoratori che i datori di lavoro. Poiché i capi di esse dovevano essere uomini "di sicura fede nazionale", cioè fascisti, la "collaborazione" tra datori di lavoro e lavoratori si risolveva in una solenne beffa ai danni di questi ultimi.


La politica economica del fascismo

I lavoratori pagarono di persona la politica economica fascista. Questa tendeva alla cosiddetta autarchia, a rendere cioè l'Italia capace di produrre da sola tutto ciò che le occorreva, naturalmente senza tenere in alcun conto la qualità dei prodotti e la economicità del prezzo.

Poiché il potere d'acquisto delle masse lavoratrici era assai basso, gli industriali non potevano produrre beni di consumo popolare e quindi tendevano a produrre per lo Stato, che commissionava loro soprattutto forniture militari, accumulando ingenti profitti. 
Alla politica autarchica era così strettamente legata una politica di preparazione alla guerra e di dispendiose quanto inutili realizzazioni, le cosiddette "opere del regime".
Tutto questo pesava enormemente sui bilanci delle famiglie italiane.

Il fascismo tuttavia dovette andare incontro alle esigenze, ormai più che mature, relative alla protezione del lavoro. Fu fissata in otto ore la giornata lavorativa e furono sancite norme per la previdenza e l'assistenza.

Tra le opere pubbliche che ebbero una certa utilità, ricordo la bonifica delle Paludi pontine, nel Lazio, mediante la quale oltre 60.000 ettari di terre incolte vennero trasformati in fertili poderi. Tra le "opere del regime", ispirate solo alla mania di grandezze, ma rovinose dal punto di vista economico, ricordo la "battaglia del grano".
Con essa si riuscì a non importare grano dall'estero, ma l'agricoltura, nazionale venne sconvolta: laddove erano pregiati frutteti e oliveti venne imposta la coltivazione del grano e alla fine dell'operazione questo prodotto venne a costare in Italia molto di più del prodotto importato.


I Patti lateranensi

Procedeva nel frattempo il riavvicinamento tra Mussolini e la Chiesa. 
Nel '26 ebbero inizio i contatti per una conciliazione tra Stato e Chiesa, che ponesse fine alla grave tensione esistente dalla liberazione di Roma del 1870.
Le trattative furono lunghe e laboriose, ma giunsero in porto l'11 febbraio 1929 con la firma dei Patti lateranensi, così chiamati dal Palazzo Laterano, dove furono sottoscritti.

Essi sono costituiti di tre documenti:

1) il Trattato, secondo il quale, abrogate le leggi delle guarentigie,  I'Italia riconosceva il nuovo Stato della Città del Vaticano.

2) la Convenzione finanziaria, con cui l'Italia si obbligava a versare alla Santa Sede la somma di circa due miliardi di lire a titolo di indennizzo per i territori sottratti alla Chiesa nel 1870.

3) il Concordato. Secondo quest'ultimo documento, ai vescovi veniva garantita la più ampia libertà di comunicare con il clero e con i fedeli. I chierici venivano esonerati dal servizio militare. 
Agli ecclesiastici venivano riconosciute particolari agevolazioni nei procedimenti penali. 
I preti apostati, quelli cioè che rinunciavano al sacerdozio, non avrebbero potuto ricoprire nessun ufficio statale che Ii mettesse in contatto con il pubblico.
Il matrimonio cattolico avrebbe avuto gli effetti civili.
Lo Stato inoltre si impegnava a considerare come "fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica l'insegnamento della dottrina cristiana" e a introdurre così l'insegnamento della religione in ogni ordine di scuole.
All'Azione Cattolica veniva riconosciuta piena libertà di movimento, purché questo fosse staccato da ogni attività sociale e politica.

La soddisfazione di tale vittoria per questo accordo, che costituiva una netta vittoria della Chiesa sullo Stato, venne chiaramente espressa da papa Pio XI che in un discorso del 14 febbraio ebbe a dire: 

"Il Concordato è, se non il migliore di quanti ne possono essere, almeno fra i migliori ... Forse ci voleva un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare, un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale".



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