mercoledì 23 gennaio 2013

IL GATTOPARDO (The Leopard) - Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Seconda versione)


Giuseppe Tomasi di Lampedusa
   
L'AUTORE:

Giuseppe Tomasi di Lampedusa era nato nel 1896 in una delle più antiche famiglie dell'aristocrazia siciliana. Prima duca di Palma, poi principe di Lampedusa, Giuseppe Maria Fabrizio Salvatore Stefano Vittorio Tomasi di Lampedusa era particolarmente attaccato a sua madre. In gioventù fu un vero dongiovanni, studiò legge, poi, durante la Prima guerra mondiale, venne mandato al fronte dove fu fatto prigioniero in Ungheria. Tornò in Italia e soffrì di un forte esaurimento nervoso. Durante gli anni del fascismo viaggiò e visse per molto tempo all'estero dove conobbe e sposò una baronessa lettone.

Nel corso della sua vita pubblicò in un piccolo periodico tre soli articoli sulla letteratura francese. Lo sfarzoso palazzo in via Lampedusa 17, a Palermo, venne bombardato nel 1943. Il Gattopardo a cui dedicò gran parte della sua vita, come spesso accade, fu rifiutato dagli editori e pubblicato, con enorme successo, solo un anno dopo la sua morte nel 1958. E.M. Foster lo definì "uno dei grandi libri solitari". Luchino visconti nel 1963 ne trasse un ambizioso e sensuale film con Burt Lancaster nel ruolo di protagonista .
  
Il Gattopardo
   
L'OPERA:

Tomasi di Lampedusa conosceva bene l'aristocrazia siciliana, alcuni personaggi del Gattopardo erano ispirati ai membri della sua famiglia, che molto probabilmente non gradirono.
Il libro ha inizio nel 1860 e termina nel 1910 anni in cui l'Italia si trasformò da un litigioso gruppo di ducati e possedimenti stranieri in un paese (più o meno) unito.
Il romanzo comincia durante gli anni della spedizione di Garibaldi che sconvolse la Sicilia e lo scrittore descrive le ripercussioni di quell'evento sulla famiglia del principe di Salina, don Fabrizio.
In primo luogo in questo romanzo c'è l'influenza del sole, quel sole mediterraneo che inesorabilmente splende nel cielo.
Subito all'inizio del libro il narratore dice:

"Il sole, che tuttavia era ben lontano dalla massima sua foga in quel mattino del 13 maggio, si rivelava come l'autentico sovrano della Sicilia: il sole violento e sfacciato, il sole narcotizzante anche, che annullava le volontà singole e manteneva ogni cosa in una immobilità servile, cullata in sogni violenti, in violenze che partecipavano dell'arbitrarietà dei sogni"
  
Vincent van Gogh
Champ de blé au faucheur

  
Tomasi di Lampedusa collega il sole alla violenza fortuita, all'inerzia e all'annullamento della volontà e queste peculiarità sono spesso presenti nell'atteggiamento dei suoi personaggi.
Qui la famiglia si appresta a pranzare fuori:

"Intorno ondeggiava la campagna funerea, gialla di stoppie, nera di restucce bruciate; il lamento delle cicale riempiva il cielo; era come il rantolo della Sicilia arsa che alla fine di agosto aspettava invano la pioggia"
  
Persino in ottobre il sole è sovrano:
  
"La pioggia era venuta, la pioggia era andata via ed il sole era risalito sul trono come un re assoluto...Il calore ristorava senza ardere, la luce era autoritaria ma lasciava sopravvivere i colori e dalla terra rispuntavano trifogli e mentucce cautelose, sui volti diffidenti speranze"

Verso la fine del libro il sole viene nuovamente descritto:
  
"Era il mezzogiorno di un lunedì di fine luglio ed il mare di Palermo, compatto, oleoso, inerte, si stendeva di fronte a lui, inverosimilmente immobile e appiattito come un cane che si sforzasse di rendersi invisibile alle minacce del padrone; ma il sole immoto e perpendicolare stava lì sopra piantato a gambe larghe e lo frustava senza pietà. Il silenzio era assoluto"

Il sole era dio e specchio.
  
  
Il principe Fabrizio Salina è un personaggio bellissimo,impossibile da dimenticare. Lo stemma con il gattopardo che compare sui cuscini e sugli architravi sgretolati delle porte, è il simbolo della sua nobile famiglia e gli si addice.
È alto don Fabrizio, e la sua mano poderosa viene spesso definita "zampaccia" e come un gattopardo sonnolento può da un momento all'altro mutare in predatore. Durante la notte va a caccia, le sue prede sono le donne per cui prova un vorace appetito, ma quando il mattino torna a casa dalla moglie trova comunque il modo per farsi perdonare.
Amministra con noia ma con cura le sue proprietà, i suoi figli in questo non lo aiutano, subiscono troppo l'influenza paterna per contare qualcosa, per diventare qualcuno.
  
  
Ha una predilezione per Tancredi, il suo sfrontato e divertente nipote che si è unito ai garibaldini. Il giovane trasmette al principe tutta la sua energia e lui è abbastanza intelligente per capire che le cose stanno cambiando, ma è troppo fiaccato da secoli di altri vincitori per parteciparvi o per ostacolarli.
Concetta, sua figlia, ama Tancredi, ma il ragazzo è pazzamente innamorato di Angelica, la vivace e bellissima figlia di don Calogero, un insolente arricchito che è una forza emergente in seno al nuovo ordine. Don Calogero, che già possiede un terreno del principe, col matrimonio dei due giovani entrerà a far parte della famiglia.
L'uomo è un tipo rozzo ma scaltro. Durante una cena dove il principe indossa un abito da pomeriggio, don Calogero si presenta in abito da sera, umiliando don Fabrizio che però si consola presto notando che il frac del suo ospite ha un pessimo taglio, con le code rivolte in su e inoltre indossa scarpe abbottonate. Ognuna di queste caratteristiche ha una sua importanza nel contesto perché viene a rappresentare una qualità storica operante nel tessuto sociale.
Tomasi di Lampedusa descrive la rassegnazione del principe all'inevitabile cambiamento attraverso le sue parole e le sua azioni, quasi mai attraverso la voce narrante. Dopo vari incontri con don Calogero, per discutere del matrimonio tra Angelica e Tancredi, il principe comincia a nutrire una certa curiosità e un certo apprezzamento per l'uomo:

"La consuetudine lo abituò alle guance mal rasate, all'accento plebeo, agli abiti bislacchi e al persistente olezzo di sudore stantio ed egli cominciò ad avvedersi della rara intelligenza dell'uomo. Molti problemi che apparivano insolubili al Principe venivano risolti in quattro e quattr'otto da don Calogero; liberato com'egli era dalle cento pastoie che l'onestà., la decenza e magari la buona educazione impongono alle azioni di molti altri uomini, egli procedeva nella foresta della vita con la sicurezza di un elefante che, svellendo alberi e calpestando tane, avanza in linea retta non avvertendo neppure i graffi delle spine ed i guaiti dei sopraffatti"
  


   
Al principe piace giocare con le sue prede esattamente come fanno tutti i grandi felini. Fortunatamente Tomasi di Lampedusa è uno narratore così eccezionale che non pare mai di leggere un romanzo storico, al termine del libro non solo si ha la consapevolezza di aver letto un romanzo magnifico e pregno di fantasia, ma si comprende qual è la struttura portante che sorregge la Sicilia odierna.
Quando a don Fabrizio viene fatta la proposta di diventare senatore dell'Italia unificata, ho avuto l'impressione che lui non sapesse se ridere o piangere. Con il suo no, da una bella tirata d'orecchi all'emissario del governo di Torino, Chevalley, ed è in questo passaggio che si coglie a pieno l'essenza intima del carattere siciliano.
  
"In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di "fare". Siamo vecchi Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui noi abbiamo dato il la; noi siamo bianchi quanto lo è lei Chevalley, e quanto la regina d'Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è colpa nostra. Ma siamo stanchi e svuotati lo stesso"

Per don Fabrizio i mutamenti portati da Garibaldi arrivano troppo tardi. Lui percepisce la Sicilia nel suo nuovo ruolo come:

"una centenaria trascinata in carrozzino all'Esposizione Universale di Londra che non comprende nulla, che s'impipa di tutto...Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio"

Ghevalley, pur non comprendendo in pieno, mostra di essere all'altezza della situazione parlando in toni idealistici del futuro della Sicilia. Ma il principe inesorabilmente continua nei suoi modi di vecchi saggio:

"i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una decina di popoli differenti, essi credono di avere un passato imperiale che dà loro diritto a funerali" 

Il colloquio fra i due sta per finire ma il principe rigira il coltello nella piaga suggerendo al suo posto don Calogero, mal vestito e cafone, come l'uomo ideale per il nuovo ordine. La voce sarcastica del nobile, più volte battuto, che lungo tutto il corso della storia si è dovuto adattare, è una cupa e straordinaria analisi della Sicilia che stava vivendo lo storico momento dell'unificazione.
  

  
Questo è l'atto d'accusa, scritto in prosa raffinata, di Giuseppe Maria Fabrizio Salvatore Stefano Vittorio Tomasi di Lampedusa
  
VEDI ANCHE . . .


FANNY HILL - John Cleland


FANNY HILL
John Cleland: Gran Bretagna 1709 – 1789
Anno di pubblicazione : 1749
Prima edizione: G. Fenton (Londra)
Titolo originale: Memoirs of a Woman of Pleasure



   
Questo libro è senza dubbio il più famoso romanzo erotico inglese. Pubblicato nel 1749 (anche se in parte scritto prima) è ambientato in una realistica Londra del diciottesimo secolo e costituisce un tramite tra l’opera di Cleland e i lavori dei contemporanei Richardson, Fielding e Smollet.

Il romanzo narra la storia di Fanny, una bella ragazza di campagna di quindici anni, che, avendo perso l’”innocenza”, impara a sfruttare le proprie grazie per sopravvivere e farsi strada nel mondo. Nel realizzare questo romanzo popolare controverso e illecito, Cleland trasse ispirazione dalla moda francese per la narrativa erotica e del genere dell’autobiografia delle prostitute, la cui vita era un monito contro i tormenti derivati dall’indulgenza sessuale. L’autore però non intende punire Fanny per la sua promiscuità e il libro si conclude con il felice matrimonio dell’eroina.
  
   
Consapevole del fatto che molta pornografia risente di una certa forzata ripetitività, Cleland evita la terminologia “cruda” e il gergo per definire gli atti e gli organi sessuali, creando invece un’infinità di metafore e parallelismi straordinari. Sebbene l’autore descriva il piacere fisiologico del sesso, sia per gli uomini che per le donne, Fanny ha appetiti sessuali stranamente conservatori: nonostante i numerosi atti eterosessuali, viene turbata da un incontro lesbico e parla più volte con disgusto dell’omosessualità maschile.

Sopravvissuto a oltre due secoli di infamia, il capolavoro di Cleland è diventato un’opera importante nello sviluppo del genere romanzo, ma divide a i lettori tra chi trova liberatorie le sue vibranti descrizioni della sessualità e chi lo vede come un espediente per indugiare sulle pratiche amatorie.

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