martedì 11 giugno 2013

UMANESIMO E RINASCIMENTO - La filosofia del Rinascimento (1400-1600) HUMANISM AND RENAISSANCE - The philosophy of the Renaissance

   
LO SPIRITO DELL'UMANESIMO

Non si deve pensare che l'Umanesimo segni un cambiamento radicale di cose, quasi un capovolgimento della situazione sociale e culturale del medioevo. Fu uno sviluppo e, in parte, una trasformazione, d'altronde già avviati. Anche il neo-paganesimo della vita, che si diffuse in quell'età, non era il paganesimo degli antichi, perchè innestato su di un tronco, entro cui scorreva la linfa cristiana. Nella stessa filosofia, che pure diveniva spregiudicata e ansiosa di rivivere il pensiero classico, vibrava ancora, almeno nella maggior parte dei suoi cultori, l'esigenza profonda e sostanziale dello spirito cristiano. Tuttavia se si mettono in evidenza gli elementi nuovi o rinnovati, si ha davanti un quadro notevolmente diverso da quello dell'età precedente. 

Fra i motivi caratteristici dell'Umanesimo e del Rinascimento vanno ricordati: il riconoscimento d'un maggior valore dell'uomo, come tale, cioè come essere naturale, avente anche molteplici ed essenziali fini terreni da perseguire, oltre quello soprannaturale; il prendere come oggetto importante di studio e di speculazione pure la Natura; il conseguente incremento delle varie scienze; il bando al principio d'autorità e il conseguente affermarsi della critica e della libertà di pensiero; la separazione della filosofia dalla teologia; I'affermarsi, sempre maggiore, dello sperimentalismo e del razionalismo e, nel contempo, del senso di un'animazione universale e d'una vita solidale di tutti gli esseri della natura e di Dio medesimo, con le inevitabili conseguenze panteistiche; e, infine, il prepotente bisogno di vivere una vita nuova, più compiutamente umana di quanto e di come non si facesse prima.

I dotti greci, venuti da Costantinopoli presa dai Turchi, avevano con se i testi genuini dei filosofi e degli scienziati. Li facevano conoscere, li commentavano. Altri testi antichi venivano scoperti nelle biblioteche dei monasteri o nelle custodie degli episcopi; codici già noti erano riletti con spirito libero, critico e se ne davano più adeguate e più coerenti interpretazioni, espellendo interpolazioni, restituendo passi controversi o alterati. Sorgevano scuole di filosofia, di linguistica, di critica storica; rinascevano le dispute antiche fra nuovi accademici, nuovi epicurei, nuovi stoici, nuovi scettici.
 L'invenzione della stampa veniva proposito. L'insoddisfazione del sapere di prima, appagata, o creduta appagare, bevendo a nuove, varie e più copiose fonti, dava luogo a un'insoddisfazione diversa, ma sempre maggiore e resa più acuta e più tormentosa dalla presenza, viva e operante nello spirito, della profonda speculazione religioso-morale delle età precedenti e dall'insorgere tumultuoso ed esigente di nuovi bisogni, di nuovi problemi. 
Eterna crisi dello spirito.


PREVALERE DELLA CONCEZIONE PLATONICA 
PLATONICI E PERIPATETICI

La scolastica imperava ancora, quando i precursori degli umanisti aprivano nuove vie alla cultura; l'aristotelismo della scolastica lottava ancora, quando l'umanesimo trionfava. E nella lotta e per effetto del generale progresso della cultura, anche l'aristotelismo si era affinato, appurato. L'umanesimo, ripresentandolo nella sua veste originale, aveva giovato anche a esso. Ma era stato rivalutato anche Platone, e come!
Perciò si ebbero, in un primo tempo, due correnti filosofiche principali, oltre le minori, ed erano la platonica e l'aristotelica.

Il platonismo ebbe il suo centro a Firenze, dove Cosimo de' Medici, per consiglio del greco Giorgio Gemisto Pletone (Costantrinopoli1355 circa – Mistra1452), fondò l'accademia platonica, di cui primi direttori furono Pletone stesso e poi il cardinale greco Bessarione e grande maestro vi fu Marsilio Fucino (1433-1499), che ci diede  bella traduzione latina dei Dialoghi di Platone e delle opere di Plotino, la cui filosofia era pure molto apprezzata nell'accademia fiorentina. 
Scolaro di Marsilio fu Pico della Mirandola, che nel De hominis celsitudine et dignitate esalta la filosofia come il mezzo più efficace per promuovere il senso della personalità umana.

L'aristotelismo si divise in due scuole, una detta degli averroisti e l'altra degli alessandristi (ossia seguaci del commentatore greco Alessandro di Afrodisia). La divisione non era profonda, perchè gli uni e gli altri avevano molte vedute comuni, come la negazione dell'immortalità personale e della libertà e la teoria delle due verità (di fede l'una, di ragione l'altra).
Il centro principale degli averroisti fu Padova e fra essi va ricordato Agostino Nifo. Merita menzione anche un loro allievo, il napoletano Giulio Cesare Vanini, bruciato a Tolosa come ateo: egli spiegava la vita dell'universo come retta dalle sole forze della natura, nella quale Dio è immanente. Averroista fu pure Cesare Cremonini, da Cento.

Centro degli alessandristi fu invece Bologna, dove si distinse Pietro Pomponazzi (Mantova, 1462-1524), celebre autore di un libro De animae immortalitate, la cui conclusione è che negli accetta, come cristiano, quei dogmi che, come filosofo, ritiene assurdi. 
Va ricordato pure Andrea Cisalpino di Arezzo, medico come il Pomponazzi, panteista: il suo Dio è l'anima del mondo.


ANTIARISTOTELISMO E SAGGI DI PENSIERO NUOVO

Poichè era lo spirito aristotelico quello che resisteva più fortemente, così la reazione del nuovo pensiero lo ha principalmente preso di mira. Si hanno umanisti nettamente antiaristotelici, come Lorenzo Vallanoto anche come iniziatore della critica storica, Pietro Ramo, vittima della strage di San Bartolomeo del 1572, per opera di un peripatetico fanatico, e Francesco Patrizzi, che tentò una conciliazione del neoplatonismo col naturalismo.

Un filosofo che può essere considerato indipendente, nonostante si trovino in lui non pochi influssi neoplatonici, pitagorici e perfino di Scoto Eriugena, è Nicolò Cusano. Nacque nel 1401 a Cues, sulla Mosella, fu cardinale, vescovo di Bressanone; morì nel 1464. L'opera sua maggiore è De docta iqnorantia.
Egli deprime il potere della conoscenza razionale, discorsiva, e sostiene che solo l'intelletto rafforzato dalla grazia può elevarci alla verità suprema, all'intuizione dell'Unità. In questa Unità tutte le contraddizioni del mondo si risolvono (coincidentia oppositorum); Dio contiene implicitamente tutto ciò che l'universo ha esplicitamente; questo pertanto è Dio stesso, che si dispiega e si manifesta nel tempo e nello spazio.
Con queste concezioni il Cusano contribuì efficacemente al naturalismo panteistico del Cinquecento. Ma può essere ritenuto precursore anche di Copernicodi Cartesio. lnsegnava infatti che la terra non è il centro del mondo e che si muove; che il pensiero è una specie di misura e che la matematica è l'ideale delle scienze.

Notevoli contributi all'elaborazione filosofico- scientifica di questo periodo, così importante in tutti i rami della civiltà e della cultura, diedero lo svizzero Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim detto Paracelsus o Paracelso (Einsiedeln, 14 novembre 1493 – Salisburgo, 24 settembre 1541) e l'italiano Gerolamo Cardano, matematici, medici e filosofi; il panteista mistico tedesco Jakob Boheme e il celebre Leonardo da Vinci
Motivi umanistici, con intenti filosofico-religiosi, elaborarono Erasmo da Rotterdam e Filippo Melantone, mentre Lutero, Zuinglio e Calvino se ne servivano per la loro opera di riforma.

Nè potevano mancare in questo quadro, così ricco di colori e di toni in contrasto, le correnti scettiche e di libero pensiero: di un Michel de Montaigne (I Saggi - Les Esssais), di un Pierre Charron (La saggezza), di un Francisco Sanchez, di un Michel de L'Hopital (Lo scopo della guerra e della pace), che in un tempo come la seconda metà del 500 osava sostenere che la libertà di coscienza è la più pura e la più grande e che "è necessario lasciare in pace lo spirito e la coscienza degli uomini, perchè non possono essere vinti nè dal ferro nè dal fuoco, ma soltanto dalla ragione, dominatrice delle anime".


 IL NATURALISMO GIURIDICO DEL CINQUECENTO

Espressione del nuovo spirito nella scienza politica fu dapprima Nicolò Machiavelli  di Firenze (1469-1527), ma'estro, nel Principe, d'una politica spregiudicata, basata sulla realtà effettiva delle cose e sulla ragione di Stato. Fondava la scienza politica moderna, naturalistica e positiva, di spirito storico-critico, di metodo sperimentale.
In reciso contrasto con le teorie precedenti, la teoria del Machiavelli insisteva specialmente sul principio della statalità del diritto. Ne veniva a questo un'oggettività e obbligatorietà di fatto. Inoltre esso era più un diritto romano del capo dello Stato, che non il diritto romano dello Stato.

Dal realismo del Machiavelli potevano derivare, come derivarono, la degenerazione del machiavellismo e la teoria assolutistica dello Hobbes.  Ma quello stesso spirito che aveva animato il Machiavelli doveva, per la via da questi aperta, e quasi a risoluzione e superamento del contrasto del Segretario fiorentino col prossimo passato, portare a più vaste e profonde concezioni, in cui ritornavano idee dei giuristi classici e degli stessi scolastici, alle concezioni cioè del diritto naturale, razionale, universale, a cui la politica positiva e applicata degli Stati è subordinata e da cui le leggi derivano l'oggettività, non soleo di fatto, ma anche di diritto.

Elaborarono, in vario modo e misura e con intento vario, questi concetti il francese Jean Bodin (Angers, 1529 – Laon, 1596), l'italiano Alberico Gentili (San Ginesio, 14 gennaio 1552 – Londra, 19 giugno 1608), l'olandese Ugo Grozio (Hugo Grotius, Huig de Groot, Huig van Groot oppure Hugo de Groot) (Delft, 10 aprile 1583 – Rostock, 28 agosto 1645).
Questi ultimi preparano la strada all'inglese John Locke (Wrington, 29 agosto 1632 – Oates, 28 ottobre 1704), ai tedeschi  Samuel von Pufendorf (Dorfchemnitz, 8 gennaio 1632 – Berlino, 26 ottobre 1694) e Christian Thomasius o Christian Thomas (Lipsia, 1 gennaio 1655 – Halle, 23 settembre 1728), al francese Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède et de Montesquieu, meglio noto unicamente come Montesquieu (La Brède, 18 gennaio 1689 – Parigi, 10 febbraio 1755) e a quanti professarono poi la dottrina che ripone l'origine del diritto nella razionale natura umana.


IL NATURALISMO FILOSOFICO DEL CINQUECENTO

Dopo guanto abbiamo visto dei filosofi del Quattrocento, non ci reca meraviglia il "naturalismo" dei tre seguenti pensatori italiani, nei quali gli sparsi e molteplici motivi del Rinascimento si concentrano in consapevolezza filosofica, segnando la transizione alla sistematica filosofia moderna. Essi medesimi sono già moderni per il senso vivo che hanno dell'attività autonoma dello spirito, compiono opera di dissodamento del terreno, che altri coltiveranno; gettano germi e li fanno sviluppare, che altri poi sfrutteranno. Essi, ancora in parte vincolati alle tradizioni aristoteliche e metodologiche del tempo, non presentano nelle loro opere un pensiero sempre chiaro e compiutamente elaborato.

Bernardino Telesio (Cosenza7 novembre 1509 – Cosenza2 ottobre 1588). 
Nel De rerum natura iuxta propria principia  fece un tentativo assai significante d'intendere la natura come un sistema di principii a essa immanenti. Combattè l'aristotelismo, propugnò il metodo d'osservazione, fondò a Cosenza la prima accademia scientifica moderna. Postulava l'autonomia della realtà naturale come condizione della scienza di essa. Negava la distinzione aristotelica di materia e forma, sostituendovi quella di materia e forza; concepiva la forza immanente alla materia e come "calore", nelle due opposte manifestazioni di più (caldo) e di meno (freddo), lottanti insieme e generando così la realtà, che è sempre in moto; il moto si converte in sensazione e questa in pensiero.
Sono teorie delle forze contrarie, della materia vivente e della coscienza universale, che ci richiamano il naturalismo dei presocratici.

Giordano Bruno, nato Filippo Bruno (Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600).
 Fu domenicano. Di spirito irrequieto e insofferente, fuggì dal convento e peregrinò per l'Europa. Pubblicò varie opere, alcune in italiano e altre in latino, di cui le più importanti sono: La Cena delle Ceneri..., Della causa principio et uno..., Dell'infinito universo e mondi...,  Gli eroici furori..., De monade numero et figura..., De triplici minimo et mensura. Tornato in Italia, fu denunciato all'Inquisizione, arrestato a Venezia, tradotto a Roma, dove stette carcerato per sette anni, chè tanto durò il suo processo, finito con la condanna al rogo, eseguita nel febbraio del 1600.
L'idea dominante della filosofia del Bruno è quella dell'infinito, con significato e valore di panteismo naturalistico. L'essere divino lo si pensa infinito, ma nemmeno la realtà universale non si può pensare finita; e siccome due infiniti non possono coesistere, così Dio e l'universo sono un solo essere. Però occorre distinguere tra universo e mondo; quello è Iddio, principio di tutto, natura naturans, questo è il cosmo, natura naturata; l'essenza tuttavia è identica. 
Il mondo è la manifestazione neccessaria e molteplice, nel tempo e nello spazio, Dio eterno e uno. Dio è l'unità che genera e contiene innumerevoli esseri, conciliando in sè tutte le differenze e tutte le opposizioni: causa immanente e anima del mondo. Per l'onnipresenza reale e operativa dell'essere divino in ogni cosa, tutto nella natura è vivente; tutto si trasforma e nulla perisce.
Al concetto biblico-cristiano di libera creazione ab-extra si sostituisce dunque il concetto, affine a quello degli antichi presofisti, di un'unica "natura" e di trasformazione necessaria e interiore; al concetto aristotelico-scolastico di mondo finito, si sostituisce quello di universo infinito. 
Non soltanto il Bruno considera infondato il geocentrismo e approva I'eliocentrismo, ma lo supera e concepisce l'universo come un immenso sistema d'innumerevoli sistemi solari.
Ogni essere particolare è una monade, o unità vivente e attiva, che sboccia, si espande e si moltiplica, riproducendo in piccolo e sotto una sua forma speciale la realtà e la vita della Monade divina; perciò ogni essere è anima e corpo insieme, dotato di forza espansiva nello spazio (donde la sua corporeità) e del potere di ritornare su se stesso, di concentrarsi (donde
il pensiero, che è realtà spirituale, cioè incorporea, inestesa, l'anima). La conoscenza è propria di questa realtà spirituale che, intuendo Dio nel Tutto e sentendosi partecipe della vita di esso, si esalta in "eroico furore" (Panteismo mistico).

Tommaso Campanella, al secolo Giovan Domenico Campanella (Stilo, 5 settembre 1568 – Parigi, 21 maggio 1639).
Fu domenicano come il Bruno. Volle farsi paladino di una riforma politica e religiosa, e ciò gli attirò una condanna al carcere a vita. Fu graziato dopo 27 anni e finì la sua vita in Francia nel 1639. Scrisse anche in carcere. Delle sue opere notiamo: Metaphysica..., De sensu rerum..., Apologia pro Galileo..., Atheismus triumphatus...., Civitas solis, in cui l'autore esponeva il piano del suo Stato ideale, che ricorda, sotto alcuni aspetti, la Repubblica di Platone e, sotto altri, l'Utopia dell'inglese Thomas Moreitalianizzato in Tommaso Moro (Londra7 febbraio 1478 – Londra,6 luglio 1535).

Mentre la filosofia del Bruno si accentra subito nella concezione della realtà, quella del Campanella prende le mosse dal fatto della conoscenza. Egli ritiene che la metafisica richieda come base una solida teoria gnoseologica. Le nostre cognizioni derivano da due fonti: il senso e la ragione; quello, per sè, è incerto e ingannevole, questa è capace di risultati validi e certi, in quanto sorge e si svolge dal senso interno (sensus abditus) o coscienza. (L'esterno è sensus additus).
La coscienza rivela l'uomo a se stesso direttamente e senza possibilità di dubbio; lo mostra a se stesso come un essere che è, che può, che sa, che vuole; gli mostra inoltre che questo potere, questo sapere, questo volere sono limitati e condizionati e che, conseguentemente, esiste una realtà oggettiva che pone all'uomo questi limiti e questo condizionamento: realtà dunque distinta da lui, la quale, essendo egli con essa in necessario e costante rapporto di azione e di reazione, è causa delle sue percezioni esterne, ossia della sua esperienza sensibile, la cui validità oggettiva è pertanto assicurata.
Ma il rapporto di reciprocità d'azione, tra lui e la realtà diversa da lui, implica che gli esseri che la costituiscono siano, come lui, viventi e dotati di potenza, conoscenza e volontà. 
Potentia essendi, intelligentia essendi, amor essendi sono dunque i principì costitutivi d'ogni essere. La somma di questi principi o, per meglio dire, l'unità che li sintetizza e li attua in modo perfetto e assoluto è Dio, essere supremo e infinito. Da Dio fino agli esseri che riteniamo formati di materia bruta, è una gradazione di realtà e di vita, in cui c'è sempre, in varia misura, potenza, intelligenza, volontà: immensa catena o immenso organismo, in cui palpita una vita cosciente e volitiva, che si accentra in Dio.




   

RESURREZIONE DI LAZZARO (The Resurrection of Lazarus) - Sebastiano del Piombo


RESURREZIONE DI LAZZARO (1517-1519) 
Sebastiano del Piombo (1485 - 1547) 
National Gallery a Londra 
Olio su tavola trasportata su tela cm. 381 x 289.6 


Il tema del dipinto attinge dal testo evangelico di San Giovanni, che narra la resurrezione di Lazzaro.  L'attenzione si concentra su Cristo in atto di puntare il dito verso il giovane che, quasi libero dalle bende è seduto sulla sua tomba. 
La muscolatura del miracolato rivela un'altra grande forza, interiore, sostenuta dalla sua fede in Dio. 

Le analogie fra la figura di Lazzaro e quelle affrescate da Michelangelo nella volta della Cappella Sistina, proverebbero che fu l'artista fiorentino a fornire a Sebastiano del Piombo i cartoni per la composizione. 
La pala fu commissionata a Sebastiano da Giulio de' Medici in sostituzione di quella già richiesta a Raffaello, e da questi mai compiuta. 
Raffaello, indispettito dalla disdetta, a prova della sua supremazia rispetto al rivale, eseguì la "Trasfigurazione" (Roma, Pinacoteca Vaticana). 
A causa della sua improvvisa morte, la pala venne poi portata a termine dalla bottega. 

I due capolavori di Raffaello e di Sebastiano del Piombo presentano una complessa e drammatica composizione, assolutamente innovativa in quegli anni e risentono della tensione morale degli affreschi della Sistina. 


La pala d'altare, firmata dall'artista, venne commissionata a Sebastiano del Piombo, tra il 1517 e il 1519, da Giulio de' Medici, destinata alla cattedrale francese di Narbonne. 
Nel 1824 fu-acquistata dalla National Gallery di Londra. 


IL SOGGIORNO ROMANO 

Nel 1512 Sebastiano del Piombo abbandonò Venezia alla volta di Roma, dove era stato chiamato da Agostino Chigi. 
Nella città papale, l'artista fu l'unico a godere delle simpatie di Michelangelo, tanto da sostituirlo negli anni che il fiorentino trascorse lontano da Roma. 
Il forte valore morale e la spiccata tendenza alla monumentalità, ereditati da Michelangelo, caratterizzano molte sue opere, come ad esempio "La Pietà" (1516) di Viterbo, dove l'attenzione dell'artista si concentra esclusivamente nella rappresentazione del dramma. 
Dopo la morte di Raffaello nel 1520 e la partenza di Giulio Romano per Mantova nel 1524, Sebastiano del Piombo divenne il ritrattista prediletto del clero romano: la sua migliore prova di questa attività è il "Ritratto di papa Clemente VII" (Napoli, Galleria Nazionale di Capodimonte). 
L'artista ebbe un ruolo di maggiore rilievo dopo i tragici fatti del 'sacco' compiuto dai Lanzichenecchi assoldati da Carlo V, a seguito del quale molti pittori abbandonarono Roma. 
La Chiesa fu duramente colpita dal saccheggio e nelle sue successive commissioni puntò su rigorosi messaggi moraleggianti: Sebastiano del Piombo, in questo processo di rinnovamento, si rivelò il miglior interprete delle nuove esigenze della Chiesa cattolica. 


VEDI ANCHE . . .

SEBASTIANO DEL PIOMBO - Vita e opere

LA FORNARINA (1512) - Sebastiano del Piombo

PIETÀ (1516-1517) - Sebastiano Del Piombo

RESURRREZIONE DI LAZZARO - Sebastiano del Piombo


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