mercoledì 3 luglio 2013

FILIPPO IV - Diego Velàzquez


FILIPPO IV (1624 circa) 
Rodriguez de Silva y Diego VELAZQUEZ (1599 - 1660) 
Pittore spagnolo 
MUSEO DEL PRADO - MADRID 
Tela cm. 201 x 102 

"Crebbe a tal punto la sua abilità nel fare ritratti belli e condotti con arte e talmente rassomiglianti da suscitare grande meraviglia". 

Queste parole, scritte nel 1682 dal biografo Martinéz, riflettono quanta fosse la stima che Velàzquez riscuoteva fra i suoi contemporanei e il successo incontrastato come pittore ritrattista, tanto che Filippo IV a lui affidò il compito di eseguire tutti i ritratti ufficiali di corte..., fra questi è anche quello conservato al Museo del Prado e databile intorno al 1623, così come testimonia Pacheco, padre della moglie Juana, nella biografia dell'artista scritta nel 1694, considerato dalla critica come una delle più belle opere di Velàzquez. 
L'imperatore, ritratto all'età di circa vent'anni, è raffigurato a figura intera, abbigliato di bruno (colore in voga presso la corte spagnola); la gamma dei toni cromatici è molto ristretta e si basa sul nero dell'abito, sui grigi del fondo e sul rosato dell'incarnato. Le labbra sono sensuali, lo  sguardo è lievemente velato da una sottile malinconia e la posa elegante. 
In verità tale immagine non corrisponde a quella di Filippo IV, notoriamente grasso e goffo, e infatti recenti studi radiografici hanno messo in luce che sotto l'attuale strato pittorico si conserva il ritratto reale dell'imperatore. 


Dagli inventari del Palazzo del Buon Ritiro, redatti nel 1701, il ritratto è citato come opera della "prima maniera" di Velàzquez. 
Da sempre appartenuto alle collezioni reali dopo un soggiorno nel Palacio Nuovo, il quadro giunse al Prado, dove si trova ancor oggi. 
Esistono svariate copie, forse di bottega, fra cui una creduta autografa è conservata all'Isabel Stewart Gardner di Boston, e un'altra, datata 1623, firmata da Carreno. 


Filippo IV protettore di Velàzquez 

Filippo IV, sposato giovanissimo con Isabella di Borbone, sorella di Luigi XIII, re di Francia, salì al trono di Spagna nel 1621, a soli sedici anni. 
Uomo colto e sensibile, aveva un carattere ancora più debole di quello del padre e negli anni della reggenza dimostrò di avere poca dimestichezza con gli affari di stato che affidò al primo ministro, il conte De Oliveras. 
Velàzquez entrò nelle grazie dell'imperatore proprio grazie al primo ministro e la sua stima a corte fu tanta da essere chiamato a soddisfare tutte le commissioni e fu anche l'unico a cui fu permesso di ritrarre il sovrano..., al Prado è conservata una lunga serie di ritratti di Filippo IV, di mano di Velàzquez e quello che lo ritrae in abiti da condottiero è alla Frick Collection di New York. 
Non ci sono dubbi sulle qualità pittoriche del grande artista spagnolo e certamente la sua popolarità non è dovuta allo stretto legame con Filippo IV, il suo genio era altissimo e quindi sarebbe emerso comunque, ma certo la sua abilità nel gestire questo rapporto non dovette essere estranea al posto privilegiato da egli occupato a corte. 


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IL PARTIGIANO JOHNNY - Beppe Fenoglio


IL PARTIGIANO JOHNNY di BEPPE FENOGLIO 

Ho letto IL PARTIGIANO JOHNNY, volume postumo di Beppe Fenoglio (1922-1963), un'edizione curata nel 1968 da Lorenzo Mondo per l'editore Einaudi. 
Si tratta di un romanzo che ha una travagliata storia editoriale, e su cui si è a lungo discusso. 
Il libro del 1968, così come uscì curato da Lorenzo Mondo, non esprimeva la volontà dello scrittore, ma era un tentativo di montaggio, operato fondendo due redazioni inedite lasciate dall'autore. 
Fondendole ed adattandole, Lorenzo Mondo volle dare provvisoriamente al pubblico (in attesa di una edizione filologicamente attendibile) un'opera degna della massima attenzione, uno dei libri più belli del Novecento letterario italiano. 

Tema del "Partigiano Johnny" è la Resistenza, vissuta dallo scrittore stesso nelle Langhe Piemontesi, dapprima militando nelle bande comuniste, poi con i badogliani 'autonomi'. 
Il libro è appunto un'epopea della guerra partigiana, in un succedersi continuo di avventure, azioni militari, di scaramucce, di colpi di mano, di rastrellamenti, di fughe precipitose per colline, valli e ritàni (cioè forre, strette valli con sul fondo un ruscello, tipiche del paesaggio della zona). 
La Resistenza vi è vista non tanto nella sua concreta dimensione storica, ma è assunta piuttosto a valore assoluto, a lotta senza quartiere e senza fine con il 'nemico', storia epica tutta fatti, azioni, incalzanti e travolgenti avvenimenti. 
Manca completamente ogni intento agiografico e celebrativo: anzi, proprio il tono spesso realisticamente disincantato (i partigiani visti nella loro debolezza militare, nella loro indisciplina, nella loro scarsa organizzazione, nei loro errori tattici e strategici) provocò una serie di accuse al romanzo, che si giudicava offendesse la Resistenza e fosse privo di una sufficiente carica ideale nel trattare quei fatti, tanto spesso celebrati ufficialmente. 
Sfuggiva a coloro che davano tali giudizi il valore letterario di un'opera di questo genere, la sua carica di rinnovamento quasi assoluto rispetto alla tradizione italiana. 
Violenza espressiva e linguaggio, epicità della storia, tipicità emblematica dei personaggi, al di là della caratterizzazione psicologica (quasi assente), ne fanno un 'unicum' tra i prodotti ispirati ad analoghi temi..., un 'unicum' di altissimo pregio. 
Faccio notare, prima di tutto, che la natura di abbozzo incompiuto del romanzo ci permette di fare a meno di un riassunto dettagliato della trama: basti sapere che Johnny, studente di Alba, reduce dal disciolto esercito italiano, dopo il crollo dell'8 settembre 1943, parte per le colline, dove milita con i partigiani nel carosello avventuroso di attacchi e fughe di cui si diceva, in un paesaggio reso mitico dallo scrittore (colline, valli, ritàni, boschi, grandi nevicate e freddi invernali), a contatto con un mondo contadino povero e spaurito, estraneo alle vicende della lotta ed involontariamente coinvolto in esse. 
Mi piace particolarmente il capitolo in cui viene descritto l'attacco tedesco a Mombarcaro, il paese più alto delle Langhe, sede di un comando dei partigiani comunisti. 
Con forze soverchianti, tedeschi e fascisti circondano l'alta collina su cui sorge il villaggio..., la scena, che si svolge in una notte invernale, è descritta con toni apocalittici. 
Attorno ai partigiani si distende, segnato nelle tenebre dalle luci dei camions, l'accerchiamento. 
Tenteranno la fuga disperata ed il passaggio delle linee nemiche, divisi in piccole pattuglie. 
In una di esse ci sarà Johnny: alla sua pattuglia riuscirà di sfuggire all'accerchiamento, ma cadrà in bocca ad una squadra bene armata e numerosa di fascisti che, falciati i compagni, lo costringeranno ad una fuga fortunosa e solitaria. 

Di avvenimenti come questi il libro è pieno, e sempre vi è una analoga carica di drammaticità e concitazione, resa evidente dall'originalissimo impasto linguistico. 
Tra i fenomeni più rilevanti del romanzo, particolare è l'uso dell'aggettivazione, sempre inaspettata (come "fumacchiate"..., il prato violaceo..., i campanili cellofanati..., e così via), nonché la ricerca di verbi di rilevata espressività (come...qualcuno stridé» per "qualcuno gridò"..., "la sua voce si ingrassava di stupore"..., "un razzo... si spanciò a pallone"...,. e così via), e poi i tecnicismi metaforici (come... "sospeso in ionosfera"..., "la spossatezza e la miseria tappezzando colloidalmente le loro facce"), nonché l'uso di diversi termini inglesi, inseriti in tutta tranquillità nella narrazione. 
Questo tipo di linguaggio dà i suoi frutti migliori proprio nella sorprendente carica delle scene di azione, nella nettezza dei paesaggi che ne formano la cornice. 
Gli scontri a fuoco e le morti assumono un tono epico e meraviglioso, mitico: ad esempio i fascisti che sbucano improvvisi dai cespugli sono paragonati a "centauri arborei", e sono colti nell'attimo di sparare e guardare, mentre i compagni sono visti nell'atto di cadere, come in immagini successive scattate da una macchina fotografica. 

La guerra di Johnny è, come ho già detto, un'esperienza assoluta e totale, risolta tutta nel momento della lotta, priva di sbocchi successivi, priva di dopoguerra. 
Anche la battuta (che è un riferimento del protagonista alla propria morte) non fa che anticipare la fine del romanzo, che nella seconda stesura si conclude appunto con la morte di Johnny in combattimento. 

RITRATTO DI FEDRA INGHIRAMI - Raffaello Sanzio


RITRATTO DI FEDRA INGHIRAMI (1512 - 1514) 
Raffaello Sanzio (1483 - 1520) 
Pittore italiano 
Galleria Palatina a Firenze 
Olio su tavola cm. 90 x 62 



II ritratto rappresenta un uomo seduto di tre quarti davanti ad un tavolo dove sono sistemati degli oggetti (un leggio su cui è posato un libro, un calamaio, un foglio su cui scrivere) legati alla sua attività di letterato. 

Egli porta in capo la berretta clericale, spesso usata anche dagli uomini laici, e veste un lucco, abito solitamente indossato dalla borghesia. 
L'elegante posa del capo, lievemente spostato verso sinistra. in realtà ha il compito di celare il suo strabismo. 

II possente ritratto di Tommaso Inghirami, detto Fedra, fu probabilmente eseguito da Raffaello immediatamente dopo l'esecuzione di Leone X e i due Cardinali (Firenze, Uffizi), come si rileva dal confronto con i toni cromatici, in particolare con il rosso, purtroppo alterati dai passati restauri. Interventi moderni, ad esempio, hanno evidenziato che in origine sullo sfondo era una tenda, poi maldestramente ricoperta da pennellate di colore scuro. 

La tipologia del ritratto è ancora legata alla maniera fiamminga assimilata da Raffaello alla corte dei Montefeltro a Urbino, e poi concretizzata negli anni del soggiorno a Firenze, i cui migliori esempi restano senz'altro i ritratti dei coniugi Doni, ambedue nelle Gallerie fiorentine. 


Non si conosce l'esatta provenienza del quadro, che compare per la prima volta negli inventari, del 1663 e del 1667, della collezione di Leopoldo de' Medici, noto per la sua passione per la ritrattistica. 

L'opera dovette godere a Firenze di grande prestigio, tanto da essere esposta anche nella piccola Tribuna del Buontalenti. 
Nel 1697 venne trasferita a Palazzo Pitti, e da qui trafugata dai Francesi nel 1799 e restituita nel 1815. 

All'Isabel Stewart Gardner di Boston è una versione, fino ai primi anni del Novecento conservata presso Casa Inghirami a Volterra, la cui autografia non può essere garantita a causa delle pessime condizioni. In passato questa ha goduto grande successo tanto che il Gamba giudicò la versione del Pitti come una copia eseguita da Daniele da Volterra. 


TOMMASO "FEDRA" INGHIRAMI 

Tommaso Inghirami (1470-1516), famoso letterato del suo tempo, nacque a Volterra in una nobile famiglia locale che nel 1472 dovette abbandonare la città a causa dei gravi disordini politici. 

A Firenze il giovane crebbe nel colto ambiente di Lorenzo il Magnifico, dove coltivò la sua passione per la letteratura. 

Nel 1483 si trasferì a Roma e studiò alla scuola di Pomponio Leto, divenendo amico di Alessandro Farnese, futuro Paolo III. 
Acquisì il soprannome di "Fedra" grazie alla sua magistrale interpretazione nell'Ippolito di Seneca. 

Definito il "Cicerone del suo tempo", fu amico personale di Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, da cui ricevette, nel 1501, dopo la morte del cardinale Barberini, la prestigiosa nomina a bibliotecario pontificio. 

Fedra Inghirami morì a Roma il 5 dicembre del 1516. 

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