Raffaello Sanzio di Urbino (1483-1520), pittore armonioso e sereno, misurato ed elegante, fu avviato al cammino dell'arte dal padre, pittore lui pure, e dal Perugino che ebbe come maestro. Superbi lavori egli lasciò a Roma, a Firenze, a Milano; la Madonna della Seggiola, del Cardellino, del Granduca, Lo sposalizio della Vergine, per non citare che i più famosi insieme ai ritratti di gentildonne, Papi (Giulio lI e Leone X), letterati (il Castiglione) ed agli affreschi che ornano le Stanze vaticane e le Logge vaticane.
Andrea Mantegna (1431-1506) di Padova, pittore ed affrescatore noto per i lavori dal vigoroso rilievo e dagli splendidi colori.
Nel maggio del 493, in una giornata piena di luce, Giovanni Santi fece varcare al figlio - tremante d'emozione- la casa del sommo Mantegna, il quale era un uomo alto, quadrato della persona, dal volto nobilissimo, gli occhi azzurri pieni di dolce gravità e i capelli d'argento. L'artista, che stava dipingendo la "Madonna della Vittoria", accolse cordialmente il vecchio pittore urbinate; ma, quando vide Raffaello, non potè trattenere un moto di commossa meravigli a dinanzi alla bellezza e all'espressione del fanciullo.
Sapeva, il Mantegna, delle sue attitudini artistiche e dei maestri che queste attitudini educavano. Lo accarezzò affettuosamente, lo fece sedere accanto, gli domandò con affabilità:
- Mi avrai portato qualche tuo lavoro da mostrarmi e, ne son certo, da farmi ammirare!
- Sì, messere, - rispose trepidando Raffaello, mentre i suoi occhi risplendevano di timorosa speranza e sembravano ingrandirsi nella contemplazione del grande. - L'ho portato. Così ha voluto il babbo, ma voi riderete dei miei scarabocchi...
- Se codesti scarabocchi hanno la grazia delle tue parole e della tua voce, saranno qualche cosa di meglio che scarabocchi. Vediamoli.
Sorridendo, Giovanni sciolse dalle cordicelle che li tenevano uniti due grandi rettangoli di spesso cartone, li aprì e mise su un ampio tavolo i disegni e i dipinti del figlio.
Andrea Mantegna li guardò ad uno ad uno, lungamente, senza parlare. Ma quando si trovò fra le mani un dipinto di Madonna e di Bambino adorante, non potè fare a meno di balzare dal seggiolone quattrocentesco dove stava seduto; mandò un piccolo grido di stupore, fissò Raffaello, gli prese il volto fra le mani, lo baciò e chiese al fanciullo:
- Tu! Tu hai fatto questo? Non è possibile.
- Sì messere, - rispose fiero e gioioso il figlio del Santi. - Io stesso lo disegnai sotto la guida del mio maestro, messer Timoteo Viti da Urbino, e poi gli detti il colore, di mio, senza consiglio.
- E allora le tue mani le guidano gli angeli, benedetto, poichè non ho mai veduto compiere miracoli simili alla tua età.
Ricontemplò ancora a lungo il dipinto, e disse:
- È evidente in questo lavoro l'influsso del bolognese Raibolini (Francesco Raibolini, detto il Francia, 1450-1517, fu il maggior pittore bolognese del Rinascimento), ma la grazia del bambino, la soavità del volto della Madonna e soprattutto il colore... il colore!
Poi s'interruppe, forse temendo di dire cose inopportune, ma fra sè pensò:
- Dio mi perdoni... Se io non ho le traveggole, codesto Santi ha già un senso istintivo del colore che sbalordisce!.
- Vieni! - gli disse, chinandosi un po' e, tenendogli le mani sulle spalle. - Vieni, perchè ora ti voglio far vedere qualcosa di mio.
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| MADONNA DELLA VITTORIA (1496) - Andrea Mantegna Museo del Louvre, Parigi Tempera su tela cm 280 × 166 |
Fece cenno anche a Giovanni di seguirlo, attraversò un lungo corridoio ed entrò con gli ospiti nella sala dove egli lavorava. Su di un cavalletto si delineava la forma di un quadro ricoperto da una tela scura. Il Mantegna, con un gesto delicato e deciso ad un tempo, tolse dal cavalletto la tela. Raffaello, alla vista della "Madonna della Vittoria", non disse nulla; ma, di fronte a quella divina pittura che lo rapiva, congiunse istintivamente le mani, come di fronte alla vera Madre del Cielo, mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime. Poi rimase lì, immobile, come se fosse di marmo...
Quel viaggio lasciò un solco indelebile nell'anima di Raffaello.
Egli cominciò da quell'istante a provare uno straordinario bisogno di evadere dalla sua città, di conoscere luoghi nuovi, paesaggi nuovi, e soprattutto le cose prodigiose dei grandi artisti della pittura e gli artisti medesimi. La conoscenza del Mantegna lo aveva esaltato. Troppi erano i capolavori che Raffaello ancora non conosceva e che doveva conoscere. E intanto si rimise al lavoro con rinnovato fervore.
Il padre, che già si sentiva presso alla fine, lo portò da Pietro Vannucchi, (1446-1524), detto il Perugino, perchè visse molto a Perugia, fu artista sobrio e misurato, ricco di fascino; lasciò nelle sue pitture un tipo personalissimo di bellezza religiosa).
Rimasero nella casa del Vannucchi per ben dieci giorni, dieci giorni durante i quali egli visse in paradiso, rimanendo ore ed ore a veder disegnare e dipingere il maestro. E il maestro gli mise spesso in mano matite e pennelli e lo fece lavorare guardandolo con occhi larghi di meraviglia.
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| Adorazione dei Magi (1517-1519) Raffaello Musei Vaticani-Città del Vaticano, Loggia di Raffaello (III Loggia, Palazzo Apostolico) |
Non era facile che si accontentasse, il Perugino. Eppure nessuno seppe mai dare a Raffaello fanciullo la gioia, la speranza, la fiducia in se stesso che un giorno quel maestro seppe dargli. Lavorava da tempo e molto lentamente a un suo quadro, divenuto poi celebre, la "Adorazione dei Magi".
Una mattina, stava dipingendo il mantello del secondo re, quello che porta l'incenso, e non era soddisfatto. Quel turchino del mantello non gli riusciva. Troppo carico, poco morbido, troppo leggero, troppo pesante... Il Perugino cominciò a stizzirsi; depose il pennello, tirò una tela sul quadro e si disse:
- Non c'è fretta. Voglio andare a vedere intanto cosa fa quel ragazzo.
- Buongiorno, maestro, - lo salutò Raffaello andando da lui appena lo vide.
- E anche a te, bello. Vieni un momento con me.
Lo condusse nel suo studio e gli chiese in tono di celia: - Quanti erano i re magi, cosa portavano in dono a Gesù Bambino? Il re che portava I'incenso sfoggiava un mantello azzurro che era una bellezza. Sei capace di immaginartelo quel mantello? Sì? E allora provati a dipingerlo. Io vado a far quattro chiacchiere col tuo babbo.
Raffaello sorrise e, rimasto solo, cominciò ad armeggiare fra i colori.
Quando il Vannucchi ritornò nella stanza col Santi si meravigliò di vedere il ragazzo con i gomiti appoggiati al davanzale della finestra.
- Oh, Raffaellino!...-È così che tu lavori?
Raffaellino si ritirò di scatto dalla finestra e rispose:
- Ho terminato.
Allora il Perugino andò ad osservare cosa avesse fatto; poi disse serio serio:
- Da un pezzo in qua andavo cercando il colore giusto per uno dei re magi senza che mi riuscisse di azzeccarlo. E quel miracolo vivente di marmocchio ha saputo fare le cose meglio di me. Guardate!
L'azzurro di quel mantello aveva del fiordaliso e dell'ireos, con una certa tonalità leggermente più cupa. Sembrava vederlo aleggiare, tanto era sciolto e ad un tempo maestoso.
- Vieni qui! - gli ordinò il Perugino. - Tieni: questo è un bacio che ti do come se fossi un altro babbo per te. E ricordati che a Perugia, da Pietrino Vannucchi, tu dovrai tornare un giorno o l'altro, perchè vorrò essere io il primo a farti spiccare il grande volo. Hai inteso?
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