venerdì 28 marzo 2014

LA PREGHIERA DEI BIMBI (The prayer of the childrens) - Ceccardo Roccatagliata Ceccardi


LA PREGHIERA DEI BIMBI
Da Sonetti e Poemi
Ceccardo Roccatagliata Ceccardi 

I bimbi pregano il Signore
ogni sera. I buoni col cuore,
gli stolti coi labbri. Il Signore

dorme in una casa lontana, *
una casa perduta in fondo
al deserto dei cieli. Angioli

e Santi la occultan tra loro
con un meraviglioso lavoro
di nubi e di lucciole d'oro.

Le preghiere dei bimbi cattivi
si smarriscono dietro il bagliore
de le lucciole; ma quelle dei buoni

trovan la via de I'uscio lontano
a cui bussan lieve con la mano
discreta; ed entrate pian piano

pel buco de la chiave, ne' nidi
de gli uccelli s'ascondon, com'essi
aspettando che Iddio si risvegli.


Le preghiere.che i bimbi innalzano a sera prima di dormire -  i buoni col cuore, i cattivi con le labbra - salgono tutte in cielo, dove nella più remota lontananza è la casa dei Signore, che Angeli e Santi nascondono entro una cortina di nubi trapunte di stelle d'oro. In questa vaporosa luminosità si smarriscono le preghiere dei bimbi cattivi, ma quelle dei buoni sanno trovare la via che conduce alla casa di Dio. Bussano lievi alla porta ed entrati per il buco della serratura, aspettano nei nidi degli uccellini che il Signore si desti.

* II Poeta immagina la vita di Dio simile a quella degli uomini. Dunque anche Egli dorme.
E la sua casa è lontana lontana, in fondo alle sconfinate distese (al deserto) del cielo,


Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (Genova, 6 gennaio 1871 – Genova, 3 agosto 1919) è stato un poeta italiano. È stato un precursore della poesia ligure del Novecento che va da Camillo Sbarbaro a Eugenio Montale, ma nella sua formazione s'incrociano anche residui carducciani e inquietudini decadenti che rinviano a Pascoli, a D'Annunzio e ai simbolisti francesi. Nelle sue composizioni migliori s'avverte un teso lirismo che si placa a tratti in eleganti movenze elegiache o in dense evocazioni del paesaggio ligure. Genova lo ha ricordato nel novantesimo dalla sua morte con la deposizione di una corona del Comune nella via a lui dedicata il 3 agosto 2009 promossa dall'Associazione Culturale "Conoscere Genova" Onlus.




lunedì 24 marzo 2014

ROBERT LOUIS STEVENSON - Vita e opere (Life and Work)




ROBERT LOUIS STEVENSON
(1850 - 1894)

La figura di Robert Louis Stevenson è avvolta in un'aura di romanticismo e di avventura.
Critico, poeta e romanziere, egli è l'ultimo, e, sotto vari aspetti, il più interessante rappresentante del fantasioso puritanesimo scozzese del 19° secolo.
Nacque a Edimburgo il lii novembre 1850. D'ingegno sveglio e precoce, si dice che già a sei anni rivelasse singolari attitudini a diventar scrittore. Suo padre, noto ingegnere e costruttore di fari marittimi, sperava che il figlio avrebbe continuato la sua industria e professione, che era tradizionale nella famiglia. E difatti, il giovinetto dapprima intraprende gli studi d'ingegneria e con tanto successo, da riportare un premio per un perfezionamento del meccanismo dei fari, da lui progettato. Ma non era questa la via che gli sorrideva e nemmeno lo attiravano gli studi di legge, che seguì per breve tempo, dopo aver abbandonato quelli d'ingegneria. Il suo spirito irrequieto, bizzarro e fantasioso gli precludeva ogni possibilità di dedicarsi seriamente alle attività pratiche e d'altra parte in lui era vivissima l'ambizione di eccellere nel campo delle lettere. Si applicò pertanto con tutto l'ardore che la scarsa salute gli permetteva, agli studi letterari e cominciò a scrivere novelle e saggi per riviste e giornali.
I molti viaggi in Francia, in Germania e le romantiche peregrinazioni attraverso la Scozia contribuirono potentemente allo sviluppo della sua arte. 
Il Viaggio all'interno (1878) è una svagata descrizione di un suo vagabondaggio in barca nel Belgio, come il Viaggio con un asino nelle Cevenne (1879) è una briosa variazione delle sue peripezie in Francia.
Purtroppo, però, in questo primo periodo della sua attività letteraria, l'opera sua trova il pubblico indifferente.
Sconfortato dallo scarso successo, angustiato dalle strettezze economiche in cui versava, e rattristato dalle cattive condizioni di salute in cui si trovava la sua buona amica americana, Fanny Osbourne, (che aveva conosciuto in Francia e che doveva esercitare un potente influsso sulla sua arte e sulla sua vita) nel 1879 s'imbarca per I'America e va in California, dove risiede la donna amata. Ma qui, nei primi mesi, trascorre una vita dolorosa fra stenti e miseria che minano la sua malferma salute. 
L'anno dopo sposa la signora Osbourne, che nel frattempo aveva ottenuto il divorzio dal marito. Poi nell'autunno del 1880 torna in Scozia con la moglie ed il figliastro e si mette al lavoro con fervore. Un po' di pace e di felicità sembra sorridere ora al poeta, per quanto egli sia tormentato dagli attacchi di un male che non perdona e che Io costringe a riparare dapprima in Svizzera in una casa di cura, poi nel sud della Francia, in cerca di aure più benigne.
E questo un periodo di intensa attività: infatti tra 1882 e 1887 pubblica qualcuna delle sue opere principali; tra l'altro: Le nuove notti arabe (cioè: Le nuove mille e una notte)..., L'isola del tesoro..., Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde...,  e Il giardino poetico di un fanciullo, quest'ultimo in versi.

Con L'isola del tesoro e con Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, ha decisamente indovinato il gusto del pubblico per le letture fantastiche ed avventurose. E col successo gli arride la fama e la prosperità economica. Si stabilisce per qualche anno in Inghilterra, a Bournemouth, sulla Manica, ma nonostante le affettuose premure della moglie, la sua salute precaria va sempre più declinando. Decide pertanto di tornare in America e lascia la patria, che non dovrà  più rivedere.
Ma la sua inquietudine non gli permette una lunga permanenza negli Stati Uniti: un bel giorno s'imbarca su una goletta, il "Casco", per quello che in origine doveva essere un viaggio di piacere, ma che invece doveva diventare il suo volontario esilio.
Il "Casco" si dirige prima alle isole Marchesi, poi a Tahiti, quindi si ferma per qualche tempo a Honolulu, dove lo scrittore completa, tra l'altro, uno dei suoi romanzi più  poderosi: Il signore di Ballantrae.
La meta delle sue peregrinazioni nella Polinesia doveva essere l'isola di Samoa, dove finalmente la sua inquietudine trova pace ed il suo vagabondare trova sosta. Qui, vinto dal fascino dell'oceano sterminato, del cielo azzurro arroventato dal sole e della lussureggiante vegetazione tropicale, con l'aiuto degli indigeni che lo amano e Io considerano loro capo, si costruisce la casa ohe abiterà fino alla morte.
Nei quattro anni che vi risiede, non solo attende con fervida lena alle sue predilette occupazioni letterarie e compone numerose opere, soprattutto di carattere romanzesco, ma s'interessa vivamente delle questioni e condizioni politiche e sociali dell'isola.
Anzi, indignato dal crudele trattamento che i governanti inglesi infliggevano agli indigeni, muove una coraggiosa campagna sul "Times", che provoca un'inchiesta col conseguente licenziamento di alcuni alti funzionari della colonia.
La morte lo colse improvvisamente il 3 dicembre 1894, mentre conversa sulla veranda della sua villa, e, come aveva desiderato in vita, fu sepolto su un alto monte dell'isola, di fronte all'immensità dell'Oceano.

La produzione letteraria dello Stevenson è vasta, varia e viene variamente giudicata. Pochi sono gli scrittori che presentano una così perfetta armonia tra l'arte e la vita. Quella sua tormentosa inquietudine che lo spingeva senza posa, e senza tregua a nuovi e strani lidi, in cerca cli sempre nuove sensazioni, non poteva non riflettersi nell'amore del fantastico e dell'avventuroso che caratterizza la sua opera. Ma pur trasportandoci in un mondo di sogno e di chimere, le sue creature, tragiche o bizzarre, animose o abiette, sono così piene di vita che sembrano aderire perfettamente alla realtà. E le loro vicende, narrate in uno stile raffinato ed armonioso, animato da rapidi guizzi di capriccioso umorismo, sono esposte con tale maestria e con tale immediata evidenza, che sembrano svolgersi e profilarsi nitidamente dinnanzi all'occhio affascinato del lettore.


sabato 22 marzo 2014

IL RATTO DI EUROPA (The rape of Europa) Tintoretto

IL RATTO DI EUROPA (1541-42) Tintoretto
Modena, Galleria Estense
Tavola cm 126 x 124

Insieme ad altre tredici composizioni mitologiche tratte dalle "Metamorfosi" di Ovidio, tutte conservate nello stesso museo, decorava il soffitto di una sala del palazzo dei conti Pisani di San Paterniano.
Importante momento della fase giovanile del Tintoretto, questa serie di tele dimostra il precoce
spirito di ricerca di composizioni virtuosistiche, con scorci e prospettive di notevole energia.

Non si può propriamente definire Tintoretto un autodidatta, e tuttavia una parte consistente del suo apprendistato si regge su una grande forza di volontà e su una forte autonomia. Una prova eloquente delle ricerche stilistiche compiute nella fase giovanile è la ripetizione dei soggetti, come se Tintoretto si cimentasse continuamente con insistite "variazioni sul tema" della Madonna col Bambino o del Cristo e l'Adultera: pose, espressioni, gesti, inquadrature prospettiche sono pazientemente rivisitate.
Fra le opere più interessanti di questi anni sono le quattordici tele con scene mitologiche destinate a decorare un soffitto di Palazzo Pisani e oggi nella Galleria Estense di Modena. Databili intorno al 1541, le strane piccole tele rivelano subito il gusto per gesti, composizioni, scorci arditi e grandiosi. 

I tentativi, le curiosità, le esperienze, i momenti di crisi, i dubbi, le incertezze, ed i primi sfolgoranti successi, cioè tutti quegli oscillamenti che caratterizzano la formazione di un artista, nel caso del Tintoretto sono contenuti in una dozzina d'anni: sembreranno forse troppi, rispetto ad altri artisti il cui destino figurativo pare segnato fin dagli inizi. Ma si pensi del resto alla novità, in un certo senso rivoluzionaria, che l'arte tintorettesca è venuta significando nel quadro della pittura veneziana del Cinquecento; e allora si misurerà tutto lo sforzo che è stato necessario all'artista per raggiungere una così nuova posizione di gusto, rinnovando ex imis non solo  lo strumento linguistico della tradizione veneziana, ma facendone un mezzo docile e personalizzato per l'estrinsecazione d'una fantasia visionaria ed espressionistica: in ultima analisi cambiando il corso di quella stessa tradizione.


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mercoledì 19 marzo 2014

DEISTI E MORALISTI INGLESI - LA SCUOLA SCOZZESE (English Deists and moralists - The Scottish School)




DEISTI E MORALISTI INGLESI - LA SCUOLA SCOZZESE

Abbiamo visto più volte, nella storia del pensiero europeo, la filosofia discutere, fondare, chiarire dottrine interessanti in sommo grado la fede religiosa.
Il Rinascimento, la rivoluzione protestante, l'empirismo, il razionalismo filosofico e scientifico del Seicento produssero, come si sa, profondi rivolgimenti nel campo delle credenze religiose e diedero origine, prima in Inghilterra e poi in Francia e altrove, all'accentuazione della tendenza, già affermatasi nel Cinquecento, al libero pensiero e alla professione d'una religione naturale o razionale. Questa tendenza, quando ebbe ricevuto la sua sistemazione, prese il nome di deismo e, se fiorì soprattutto nel Settecento, stampò profondamente la sua impronta anche nello spirito dell'Ottocento, così da costituire, in molte persone colte, il fondo della povera vita religiosa contemporanea.

Espressione dei tempi, il deismo costituisce una riduzione delle credenze religiose a quelle che si ritengono essenziali, quali I'esistenza di Dio, la spiritualità e I'immortalità dell'anima e la sanzione morale della vita. Ma questa stessa riduzione ha prodotto in molti una specie di "galvanizzazione" della vita spirituale, un soddisfacente facile "credo", un comodo servizio sussidiario. Evidentemente è questa una degenerazione della concezione deistica e delle intenzioni che la reggono, ma essa ne porta in seno le cause, che sono un empirismo di bassa lega, una marcata estrattezza intellettualistica e, quindi, una manchevole concretezza storica.

Varie erano le forme del deismo nel Settecento, ma tutte concordavano nel negare la rivelazione e il principio di autorità in materia religiosa. Veniva resa di nessun valore tutta la dogmatica cristiana. Si salvava, come ho già detto, il riconoscimento dell'esistenza di Dio e dell'immortalità dell'anima. Tutta la grandiosa elaborazione teologica e metafisica del neo-platonismo, della patristica e della scolastica veniva ritenuta infondata e vana. Poi ecco le estreme conseguenze: la stessa tesi dell'immortalità dell'anima si immiserì e indebolì fino a svanire, e la stessa concezione del Dio personale si risolse, a poco a poco, nelle concezioni antiche di "causa prima" della realtà, di "essere supremo", di "forza infinita", anzi di forza infinita inerente alla materia e produttrice dei fenomeni della natura.

Così ci spieghiamo come la teoria religiosa anche del migliore deismo si chiamasse religione naturale irrazionale, ma ci spieghiamo ancor meglio la qualifica di "liberi pensatori", che diedero a se stessi i primi deisti inglesi e che certo non hanno demeritata i deisti francesi, quali il Voltaire e il Rousseau.

I deisti inglesi più noti furono tutti del Settecento:

John Toland 

John Toland (Inishowen, 30 novembre 1670 – Londra, 11 marzo 1722) è stato un filosofo e scrittore irlandese. Sostenitore prima del deismo e poi di una forma di panteismo materialistico, fu avversato e combattuto da Leibniz e da Clarke.


Anthony Collins

Anthony Collins (Heston, 21 giugno 1676 – Londra, 13 dicembre 1729) è stato un filosofo inglese. Ha segnato il pensiero europeo per le sue considerazioni radicali contro fanatismi e conformismi, ed è stato vivace promotore del deismo. È anche conosciuto come bibliofilo, avendo raccolto una delle biblioteche private più fornite del suo tempo.


Samuel Clarke

Samuel Clarke (Norwich, 11 ottobre 1675 – Londra, 17 maggio 1729) è stato un filosofo inglese. Figlio di sir Edward Clarke, studiò presso la libera scuola di Norwich e al Caius College di Cambridge. La filosofia cartesiana era il sistema di pensiero dominante all'epoca; tuttavia Clarke accettò il sistema newtoniano e contribuì alla sua diffusione pubblicando una versione latina del Traité de physique di Jacques Rohault (1620 - 1675), arricchito da un notevole apparato di note, che portò a termine prima di avere compiuto il ventiduesimo anno di età.


Anthony Ashley-Cooper (Shaftesbury)

Anthony Ashley-Cooper, primo conte di Shaftesbury (22 luglio 1621 – 21 gennaio 1683), è stato un politico, filosofo e scrittore inglese. È conosciuto per essere stato il maggior protettore di John Locke.


Accanto al deismo, e in parte collegata con esso, si svolse in Inghilterra una corrente di moralisti, detti del sentimento o altrimenti del "senso morale" innato. L'iniziatore ne fu il Shaftesbury  ora ricordato, che rivendicò i diritti del sentimento immediato, contrapponendolo alla ragione. 


Francis Hutcheson

Lo seguì Francis Hutcheson (Drumalig, 8 agosto 1694 – Glasgow, 8 agosto 1746)  che dava alla ragione un ufficio subordinato nel processo dell'azione morale.


Adam Smith 

Il più notevole rappresentante di questa corrente fu lo scozzese Adam Smith (Kirkcaldy, 5 giugno 1723 – Edimburgo, 17 luglio 1790)  che, sviluppando un concetto analogo del suo connazionale Hume, pose il principio della moralità nella "simpatia". Per lui, agir bene consiste nell'ubbidire a sentimenti che ottengono la simpatia altrui; agir male è ubbidire a sentimenti coi quali gli altri non possono simpatizzare.
La simpatia universale è il fine della vita umana.
Questa sua dottrina morale è contenuta nel libro Teoria dei sentimenti morali
Maggior fama conseguì Adam Smith con lo scritto Ricerche sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, col quale contribuì, più d'ogni altro, a fondare l'economia politica come scienza.




L'accenno all'economia politica ci fa ricordare un altro moralista del Settecento, Bernard de Mandeville (Rotterdam, 15 novembre 1670 – Londra, Hackney, 21 gennaio 1733) è stato un medico e filosofo olandese, che, benchè nato in Olanda, visse quasi sempre e scrisse a Londra e nella famosa Favola delle api sostenne con tutta imperturbabilità che i vizi dei singoli sono necessari alla prosperità economica della nazione.

Ai problemi generali della filosofia e specialmente a quello del conoscere, campo di battaglia dei grandi empiristi e razionalisti, ci riporta la scuola scozzese del "senso comune", così detta per il ricorso che essa vi fa per evitare il fenomenismo e io scetticismo in cui era finito, con lo David Hume, l'indirizzo lockiano.
Era, nel campo conoscitivo, lo stesso atteggiamento assunto dai moralisti del "senso morale" nel campo pratico. Si voleva garantirsi della fondatezza oggettiva delle nostre percezioni, facendo appello alla testimonianza del buon senso "comune".

Era una filosofia alquanto terra terra, adatta del resto al comune delle persone colte, come era adatta l'altra filosofia della stessa consistenza, diffusasi contemporaneamente in Francia e in buona parte d'Italia, cioè il sensismo, che era l'empirismo alla portata di tutti.
Per fortuna, accanto ai nomi dei filosofi di queste scuole, possiamo mettere quelli di un Vico e di un Kant.


Thomas Reid 

Il fondatore della scuola scozzese del senso comune fu Thomas Reid. Nacque a Strachan, in Scozia il 26 aprile 1710; insegnò a Glascow, scrisse le Ricerche sull'intelletto umano e i Saggi sulle potenze attive dell'uomo. Si spense  a Londra il 2 aprile 1820.



Thomas Brown 


Dugald Stewart 

La sua scuola di Thomas Reid fu continuata da Dugald Stewart (Edimburgo, 22 novembre 1753 – Edimburgo, 11 giugno 1828) che è stato un filosofo britannico, rappresentante della Scuola scozzese di filosofia e da Thomas Brown (Kirkmabreck, 9 gennaio 1778 – Londra, 2 aprile 1820) un filosofo e medico scozzese.

Generalmente si fa appartenere alla scuola di Thomas Reid anche lo scozzese William Hamilton, ma le sue vedute personali in realtà ne lo distaccano. Lo vedremo, quando parlerò dei filosofi inglesi dell'Ottocento.





sabato 15 marzo 2014

LA MADONNA DEL PARTO - Piero della Francesca

La Madonna del parto (1455-1460 circa) 
Piero della Francesca
Monterchi (Arezzo), cappella del cimitero
Affresco staccato, cm 250 x 203 

L'affresco, una delle opere più celebri di Piero, venne staccato nel 1910, applicato ad un nuovo
supporto, e quindi, ricollocato nella sede originaria. Mentre la parte superiore del baldacchino è una ricostruzione dovuta ad un pesante intervento di restauro,
l'immagine della Vergine e dei due angeli, realizzati attraverso il medesimo cartone rovesciato, è da ritenersi completamente autografa. 
Il tema di Maria gestante, raro nella pittura italiana, è più diffuso in area francese e spagnola.
Controversa è la cronologia del dipinto, assegnabile, secondo la maggior parte della critica, al 1460 circa.

Piero si colloca al centro della storia artistica del Rinascimento con la fatalità e la semplicità di un fenomeno della natura, eppure dovessimo dire qual è il vero carattere distintivo della sua arte ci troveremmo in imbarazzo. Ci accorgeremmo anzi, rivedendo con qualche attenzione la sua fortuna critica, che l'universale consenso raccoltosi in questo secolo intorno al nome di Piero della Francesca, si sostiene su una serie di antinomie critiche tanto più paradossali in quanto tutte legittime, tutte felicemente coesistenti. L'artista che è l'immagine stessa della pura felicità creativa, che è sinonimo di pittura luminosa, appagata, senza contrasti e quasi senza storia - come molte volte è stato detto - contiene in sé, a ben guardare, tutte le possibili contraddizioni. 
Piero è il pittore della forma al punto che nel primo Novecento egli è nell'alone di Seurat, di Cézanne e quell'orientamento di gusto contribuì non poco a renderlo celebre. Ad un certo momento egli è sembrato l'esempio perfetto, la dimostrazione antica e perciò profetica, di un concetto che ha dominato la critica d'arte fra XIX e XX secolo: di come la pittura cioè, prima di essere discorso, sia armonia di colori e di superfici. 
Eppure Piero è anche il pittore della pelle delle cose, delle armi splendenti, del pulviscolo d'oro sui capelli degli angeli, dell'ansa del Tevere nella quale si riflettono gli alberi e il cielo, delle nebbie argentee stagnanti nelle valli del Montefeltro; il pittore dei minima di verità e di natura. Piero è il grande teorematico, "miglior geometra che fusse ne' tempi suoi" secondo il Vasari, "monarca" della pittura per Luca Pacioli e i suoi libri teorici contribuirono assai per tempo a circondare il personaggio di un alone di alta e quasi esoterica scientificità; "divino" lo definisce Giovanni Testa Cillenio alla fine del'400 e "antiquo", negli stessi anni, Giovanni Santi dove I'aggettivo sembra evocare suggestioni di arcana sapienza. 
Eppure egli è un prospettico che accetta (e non sembra proprio soffrirne, come ha notato il Battisti) l'idea che il sacro violi le leggi naturali così che le proporzioni della Madonna della Misericordia sono doppie rispetto a quelle dei suoi devoti, o che la luce possa essere di provenienza miracolosa, come avviene nella pala di Brera. 
Di fatto, in pochi artisti come in lui la teoria si piega alle esigenze dell'arte, diventa duttile e relativa, e pochi artisti "teorici" sono stati più di lui opportunisti, disponibile com'era a servirsi di collaboratori anche modesti, ad usare gli stessi disegni e a duplicare il medesimo spolvero, ad accettare situazioni anche di compromesso (polittici già montati e strutturati da altri, prescrizioni iconografiche antiquate).
Egli è certo pittore aristocratico, di "frequentazione cortese" e non solo perché erano suoi clienti i signori di Urbino e di Rimini, il papa e il marchese di Ferrara. Il ritratto di Sigismondo Malatesta nel tempio dell'Alberti, in tutto il Quattrocento è un esempio insuperato di sublimazione araldica del potere assoluto e nulla appare più elitario, cerimoniale e rituale (aristocratico quindi nella accezione comune del termine) di scene come la Flagellazione di Urbino o l'Incontro fra Salomone e la regina di Saba
Ma egli è anche il pittore del Cristo risorto di Borgo Sansepolcro o della Madonna del Parto di Monterchi, opere che hanno sempre sollecitato commenti sulla rusticità innata, sulle radici contadine, sulla natura popolare della sua arte.
Ecco allora, riassumendo, un elenco delle principali contraddizioni che distinguono I'opera e la persona di Piero della Francesca. Che risulta essere, insieme, teorico ed artigiano; profondamente classico e indifferente all'archeologismo antiquario; aristocratico e popolare; massimo artefice, dopo Giotto, dell'unità della lingua figurativa italiana ma anche caratterizzato in senso locale e provinciale uomo del medioevo e protagonista della più grande mutazione in senso progressivo conosciuta dalla pittura quattrocentesca; alfiere del nuovo e nostalgico di antichi valori sociali e religiosi; poeta della forma astratta, "geometra" e prospettico, ma anche testimone impareggiabile dei minima di verità e di natura.
Eppure la pittura di Piero della Francesca è lì a dimostrarci che tutte le antinomie vengono di fatto superate in un universo figurativo e cromatico splendidamente armonioso che è la negazione stessa di qualsiasi irrisolta tensione.


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giovedì 6 marzo 2014

CORNELIO TACITO - GLI ANNALI (Libro XVI) CORNELIUS TACITUS - THE ANNALS (Book XVI)





INTRODUZIONE

La vita di Cornelio Tacito ci presenta non poche e non lievi oscurità. Ignoto è il prenome, che, secondo uno scrittore tardivo, del 5° secolo, sarebbe Caius; secondo il manoscritto Mediceo, Publius.
Ignoto pure è il luogo e I'anno di nascita. Da alcune notizie, forniteci dallo storico stesso (Hist. l, l) e da una lettera di Plinio il Giovane, si deduce con molta probabilità che egli dovette nascere verso il 56 a Terni; per coloro che accettano come vera la parentela di cui, due secoli dopo, si vantava I'imperatore M. Claudio Tacito, nativo appunto di Terni; a Roma, secondo altri, che si fondano su supposizioni non più sicure della precedente. Probabilmente era provinciale, se anche non proprio di Terni.
Poche altre notizie sono accertate. Studia eloquenza, e il suo nome diventa presto celebre nel foro. Nel 78 sposa la figlia di quel Giulio Agricola, che fu il conquistatore della Britannia, e la cui figura egli esaltò nell'operetta omonima.
Al tempo dell'impero di Vespasiano comincia il cursus honorum di Tacito (Hist., l, I); questore forse nel 79, fu edile o tribuno della plebe sotto Tito, pretore sotto Domiziano nell'88.
Nei quattro anni seguenti egli fu assente da Roma: si pensa con molta verosimiglianza che si sia recato, come legato legionario, in Germania, o propretore nella Gallia Belgica. Così, certo, possiamo spiegarci meglio la singolare conoscenza che egli dimostrerà delle popolazioni germaniche nella sua famosa operetta.
Tacito ritorna a Roma quando già, nel 93, era morto il suocero, non senza sospetto di veleno per opera di Domiziano, allora divenuto isidiosissimus princeps. Sono, questi ultimi di Domiziano, anni funestati da condanne, da persecuzioni, da morti contro gli onesti, gli amatori della virtù, contro chi ancora voleva avere un proprio pensiero, contro i libri stessi dei sapienti, quasi si volesse estinguere insieme "la voce del popolo romano, la libertà del senato e la coscienza del g€enere umano", (Agr. ll). 
In questi anni di dolore e di vergogna Tacito si chiuse in disdegnoso silenzio, nella meditazione sulle vicende dell'impero da Tiberio a Domiziano, da lui veduto un po' angustamente come la tragedia della tirannide, e sulla triste natura umana.
Con I'avvento al trono di Nerva, Tacito ricompare nella vita pubblica; e, sotto Traiano, comincia la sua attività di storico. Nel 97 fu consul suffectus, cioè supplente, succedendo allo scomparso Virginio Rufo, famoso uomo di stato, e del quale pronunciò l'elogio funebre, tanto Iodato da Plinio il Giovane. Fu infine, come sappiamo dall'iscrizione scoperta a Mylasa, città della Varia, proconsole d'Asia.
Visse certamente non oltre I'anno 120.

La sua attività, fin oltre i quarant'anni, essenzialmente oratoria, ha dato come frutto, con ogni probabilità, il Dialogus de oratoribusin cui, in uno stile ciceroniano, tratta delle cause della decadenza dell'arte del dire al tempo suo, ravvisandole nelle mutate condizioni politiche e sociali.
Ma la sua grandezza è tutta nella sua opera storica, intrapresa, come s'è detto, sotto Traiano: De Vita et moribus Julii Agricolae..., De origine, situ, moribus ac populis Germanorum..., e soprattutto le Historiae e gli Annales.

L'Agricola è nello stesso tempo I'elogio del suocero e la narrazione delle conquiste da lui compiute in Britannia, con preziose notizie sull'isola e i suoi abitanti: all'esaltazione delle virtù del suocero si contrappone, come monito ai futuri imperatori, la crudeltà infame di Domiziano.

La Germania è una monografia di carattere geografico ed etnografico, che interessava allora per i rapporti di quelle genti con Roma, e nella quale, forse, I'ammirazione per quei popoli sani e forti, in contrasto con la corruzione di Roma, voleva essere anche un ammonimento al pericolo che incombeva sull'impero.

Le Historiae comprendono il periodo che egli stesso visse, cioè da Galba fino a Domiziano (69-96). A queste collegò, per dare un ampio quadro di tutta la vita dell'impero, gli  Annales, dal principio del regno di Tiberio fino alla morte di Nerone (14-68): l'una e l'altra opera, sfortunatamente, ci sono giunte mutile.
Come Livio della repubblicana, egli è così, pur sotto aspetti diversi, il grande storico dell'età imperiale, di quell'impero cioè, apportatore di pace, di cui, come tutti i grandi spiriti dell'età, comprendeva la necessità e che accettava volentieri, purché il princeps sapesse congiungere la signoria con la libertà, come aveva fatto Augusto e facevano Nerva e Traiano. Questa sua concezione spiega la deplorazione sua del periodo intermedio, veduto, come ho detto, essenzialmente come tirannide.
Tacito, riconnettendosi alla tradizione storica romana, ripresa tanto stupendamente da Livio, nel quale ammirava pure la concezione eloquente della storia, segue la forma annalistica, non preoccupandosi di cadere in "un ordinamento alquanto schematico dei fatti", perché la sua concezione storica non era diretta a collegare i fatti nelle loro grandi linee di sviluppo: egli non guardava alle grandi azioni politiche e militari (tanto più che I'età da lui descritta non gli offriva molta materia di questo genere); e invece si fissava sugli interni della storia, sui retroscena, sugli episodi, sulle vicende private, su tutto ciò che servisse a denotare il carattere dei personaggi e ad illuminare i moventi psicologici e morali delle azioni.

Questa di Tacito perciò è non storia di pensiero, ma di sentimenti, profondamente umana e altamente drammatica, e dove l'individuo, con le sue passioni colpevoli, i suoi odi, i suoi delitti, le sue brutture, ma talora, raramente, con la sua bontà e col suo eroismo, è I'elemento dominante; tuttavia ad una forza trascendente, inesplicabile, il Fato, soggiace una parte delle vicende umane, e la divinità, talora, fa balenare dinanzi alla colpevole umanità il suo volto inesorabile di giudice punitore.
Perciò la sua storia è unica nella storiografia romana, e solo Sallustio, sia come scrutatore d'anime sia per la maniera stilistica, gli può essere, in piccola parte, avvicinato.
Da questa drammaticità dipende la struttura, così personale, del suo periodo, che nulla ha di ciceroniano, ma anche poco, per esempio di senechiano. 
Si parli pure di varietas, di asimmetria, di concisione di sentenziosità ecc., caratteri non certo estranei, anzi comuni, alla prosa dell'età imperiale: ciò che distingue il suo stile da quello dei contemporanei è precisamente, come è facile comprendere, l'anima, che in esso sentiamo robusta, partecipante con il suo complesso di idee salde e di sentimenti onesti al proprio racconto, che ci lascia sospesi, ammirati, indignati, cioè con un mondo tumultuoso d'affetti nell'anima, com'era lo spirito dello scrittore in quel momento,

Questo giudizio, mentre ne precisa i limiti, costituisce la lode più giusta che si possa fare alle Storie e agli Annali, grandi come opere d'arte e di eloquenza, secondo il concetto che gli antichi avevano della storia.


GLI ANNALI - Libro XVI

Il XVI degli Annali, sventuratamente pervenutoci mutilo, è I'ultimo dei quattro libri comprendenti il principato di Nerone.
Accenno brevemente a quella che possiamo chiamare storia infame di Nerone, narrata da Tacito nei tre libri precedenti. 
Nato da Domizio Nerone e da Agrippina, figlia di Germanico, egli entra, giovanissimo, con sua madre Agrippina, nella casa di Claudio, dal quale, per gli intrighi di Agrippina, viene adottato, dando inizio a quella serie di brutture e di misfatti, che continueranno con I'uccisione dell'imperatore, e, dopo la sua assunzione all'impero, quando era appena diciassettenne, e la breve influenza moderatrice di Seneca e Burro, culmineranno, prevalendo in lui gli istinti perversi, con I'uccisione di Britannico, quella della madre e della prima moglie Ottavia per istigazione dell'amante Poppea, e di tanti altri ancora, specialmente dopo l'assunzione, come prefetto del pretorio, dell'infame Tigellino.
L'anno 64 è degno di memoria per un avvenimento, che diventò, per varie ragioni, famoso: l'incendio che distrusse dieci dei quattordici quartieri di Roma. Incolpato dalla voce pubblica del disastroso incendio, egli tentò di rivolgere I'odio del popolo contro i cristiani, accusandoli del misfatto e condannandoli a morire fra orribili tormenti. Seppe però approfittare dell'incendio, per ricostruire la città secondo un grandioso piano regolatore, e fabbricare per sé un palazzo di non ancor vista magnificenza, la domus aurea.
Nell'anno seguente venne scoperta una vasta congiura, che faceva capo a un nobile romano: Caio Calpurnio Pisone: vi perirono, tra gli altri, Seneca e Lucano.

A questi avvenimenti interni se ne accompagnano altri, esterni: la lunga campagna contro i Parti, fino all'incoronazione di Tiridate a Roma per mano di Nerone; la rivolta e la sanguinosa repressione della Britannia per opera del governatore Svetonio Paolino.
La mia anima di lettore però, più che su questi avvenimenti esterni, sia pure di notevole importanza, ama rivolgersi a quelli interni per l'interesse maggiore che suscita il dramma di tante anime, profondamente analizzato dalla commossa mente dello storico.

Il libro XVI è, nella parte rimastaci, dedicato esclusivamente agli ultimi avvenimenti interni dell'obbrobrioso principato neroniano. Il libro, pur non suscitando I'intenso interesse di altri, per esempio del precedente, è però esso pure di viva attrattiva per alcune figure, che in esso hanno non comune risalto.
La figura di Nerone, amalgama di violenza, di perversità, di sensualità, e di ambizione, di cupidigia di danaro e di comando, avendo egli lasciato senza freno gli istinti ricevuti in fatale eredità dal padre e dalla madre; nello stesso tempo trasportato dall'amore per ogni forma d'arte, dalla poesia e musica all'arte scenica e ai ludi circensi, e dalla passione per tutto ciò che fosse grandioso e spettacoloso, riceve in questa parte finale dell'opera i suoi ultimi, compiuti tocchi. 
La persona di Nerone è come un nume terribile, che, presente o nascosto, domina ogni cosa, avendo ogni personaggio di questa, chiamiamola pure, tragedia la sua ragione d'essere in relazione alla potenza senza limiti di lui.
Però, trascurando alcuni fatti di secondaria importanza, come la sua indecorosa esibizione sulla scena, la morte tragica di Poppea, e la storia di alcuni processi, in cui Tacito ama mettere in luce, in mezzo a tante vergogne, i rari esempi di nobiltà umana e del dolore che non conosce confini, I'interesse mio, ora, non si volge tanto all'imperatore, quanto a due figure, dal carattere affatto diverso, anzi opposto, da cui lo storico sa trarre i più grandi effetti d'arte, creando due dramatis personae vivissime: Petronio e Peto Tràsea.

Petronio, il cortigiano di Nerone è, come oggi da tutti si ammette, l'autore del Satyricon, uomo raffinato e spregiudicato, I'arbiter elegantiae della corte, che sa morire recitando levia carmina et faciles versus.
Il secondo, un senatore, era un padovano, imbevuto di stoicismo, uomo di nota integrità morale, che teneva a modello Catone, anche nell'avversione al principato, e che muore, come Seneca, parlando dell'immortalità dell'anima.

Due figure dunque, che possiamo prendere come esempi tipici delle due correnti, nel mondo delle persone colte, che in quel tempo, si notavano in Roma, in quanto che, accanto a coloro i quali, come Petronio, vivevano senza avere interessi spirituali da far valere, incuranti, per indifferenza o per cinismo, di ogni voce che venisse dalla coscienza, gaudenti più o meno raffinati, era sorta, e si accentuava, presso gli spiriti migliori, I'esigenza di trovare una soluzione ai molti problemi interessanti I'uomo, e soprattutto di trovare finalmente una soluzione al problema capitale dell'immortalità dell'anima.
Nel contrasto tra questi due mondi, tra quello fatto d'infamie e di crudeltà di Nerone o d'indifferenza morale di Petronio, e l'altro, permeato da un profondo senso morale, da una dolorosa insoddisfazione per le non soddisfacenti soluzioni dei problemi assillanti I'anima umana, consiste I'interesse e il valore del libro XVI.
Non dunque, come del resto è tutta I'opera tacitiana, opera schiettamente storica nel senso moderno, ma storia prammatica, dominata dall'interesse umano dei fatti, scelti e giudicati in base ad un criterio morale, e che servono alll'artista per tracciare un quadro di grandiosa tragicità.


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SATYRICON - Petronio Arbitro


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