venerdì 28 novembre 2014

IL CLASSICISMO (THE CLASSICISM)

Sepolcro neoclassico di papa Clemente XIV a Roma

IL CLASSICISMO: uno stile antico per argomenti moderni

Il classicismo, nel suo significato più autentico, espresse un'esigenza culturale e spirituale profonda: quella di recuperare i valori di equilibrio morale e compostezza propri della civiltà classica, riaffermando un ideale di uomo in serena armonia con il mondo, al tempo stesso fiducioso nella propria realizzazione e consapevole della propria limitatezza. 
Un uomo che ancora non ha conosciuto la scissione operata dal cristianesimo fra anima e corpo e che quindi non vive la continua ansia di superamento dei limiti terreni. L'arte e la letteratura greche e latine sono un'affascinante testimonianza di questi valori.
A partire dal Quattrocento, in Italia, nuove esigenze storico-culturali spinsero a rivalutare le qualità terrene e naturali dell'uomo contro la tendenza a mortificarle propria del Medioevo.

Letterati e studiosi rilessero allora in modo approfondito le opere degli autori greci e latini per trovarvi il modello di un'umanità ricca e compiuta e il regno della bellezza e dell'equilibrio, che volevano far rivivere come ideale di vita, prima che come obiettivo culturale. L'imitazione di quel modello perfetto, cioè di quelle tematiche e di quelle forme espressive, diventò il canone fondamentale dell'arte.
Ma imitare non significava copiare piattamente uno stile (quello di Cicerone per la prosa, di Virgilio per la poesia epica e di Orazio per la lirica). Era invece compito del poeta trasferirne le caratteristiche in una creazione originale, che del modello cogliesse lo spirito e il messaggio di civiltà.

Il classicismo ebbe il suo momento di maggior affermazione durante il Cinquecento e rappresentò la caratteristica essenziale dell'arte del Rinascimento. In questo periodo si definì ancora più esattamente come tendenza a creare modelli ideali di eleganza ed armonia da contrapporre alla corruzione della società contemporanea. Questa aspirazione, però, soprattutto in letteratura, cominciò a perdere ciò che di vitale aveva avuto nel secolo precedente, per fissarsi in regolo stilistiche che lo scrittore doveva scupolosamente seguire se voleva raggiungere la perfezione delle opere del passato (tra le quali vennero ora incluse anche quelle di Petrarca e Boccaccio).

Il culto dei classici divenne così sempre più schematica obbedienza a regole di eleganza formale fine a se stessa. Vennero classificati e nettamente distinti tra loro i generi letterari (lirico, poema epico, poema eroico, poema romanzesco, tragedia, commedia e così via) e per ciascuno vennero codificate le regole di linguaggio e di struttura che dovevano essere rispettate per dare all'opera organicità ed armonia. 
Particolarmente rigide furono le regole stabilite per la tragedia che, in base ai canoni indicati dal filosofo greco Aristotele, doveva sempre rispettare le tre unità fondamentali: l'unità di luogo (l'azione doveva svolgersi tutta nel medesimo luogo), I'unità di tempo (doveva svolgersi tutta in una sola giornata), l'unità di azione (il suo argomento doveva consistere in una sola trama di fatti, senza episodi paralleli). 
Furono così fissate le regole generali del buon gusto e limitata la libertà creatrice dell'artista.

L'arte non veniva considerata un fatto irrazionale, dettato dall'ispirazione mutevole, ma un prodotto della ragione ordinatrice.

Il suo oggetto doveva essere il verosimile o "vero poetico" e il suo fine quello di insegnare verità universali, attraverso le sensazioni piacevoli suscitate dalla bellezza del linguaggio e delle immagini.

Messi in discussione nel Seicento, dalla poetica del barocco, i canoni del classicismo si imposero di nuovo nel Settecento e incarnarono ancora una volta un'esigenza di rinnovamento spirituale: quella di tornare alla semplicità naturale vissuta dall'uomo alle origini della sua storia. Il mondo antico fu considerato espressione di una civiltà superiore in cui I'uomo era libero e pienamente padrone delle sue facoltà. 
Le aspirazioni di tipo estetico si collegavano così con I'utopia politica settecentesca.


Sepolcro di Vittorio Alfieri in Santa Croce, di cui parla anche il Foscolo

Il movimento culturale che nella seconda metà del secolo espresse questi ideali prese il nome di Neoclassicismo. Nato nell'ambito delle arti figurative, esso esaltò come modelli di perfezione le opere dell'arte greca e romana che in quegli anni venivano alla luce, grazie all'impulso dato agli scavi archeologici. Gli artisti neoclassici teorizzarono un'arte fatta di forme nitide ed eleganti, in cui fosse tenuta a freno l'espressione immediata dei sentimenti.

Questi stessi ideali influenzarono i poeti che rappresentarono un mondo idealizzato, attraverso I'uso di immagini prese dalla cultura ellenica e dal patrimonio della mitologia. 
Fra i maggiori poeti neoclassici italiani ricordo Vincenzo Monti, Giuseppe Parini, Vittorio Alfieri ed Ugo Foscolo, anche se in questi ultimi, al di sotto della controllata forma classica, già emerge una passionale sensibilità preromantica.

I valori del classicismo furono violentemente messi in discussione all'inizio dell'Ottocento dagli scrittori romantici, sostenitori di una poesia che esprimesse la sensibilità moderna e rappresentasse la realtà e non un mondo mitico ed astratto. Ne nacque I'accesa polemica fra classicisti e romantici, scatenata nel 1816 dalla pubblicazione in Italia di un articolo della scrittrice francese Madame de Staël, in cui si sosteneva l'arretratezza della cultura italiana.
più importanti scrittori del tempo vi parteciparono con opuscoli od articoli pubblicati sulle riviste letterarie.

Ai romantici i canoni della poesia classica e il culto della tradizione apparivano solo ostacoli alla libera creatività del poeta; ed effettivamente il classicismo ottocentesco aveva perso ormai nella maggioranza dei suoi sostenitori ogni carica vitale e si era arroccato in una sterile difesa del passato. 
Anche Giacomo Leopardi, che pure nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica difese appassionatamente il primato del mondo antico su quello moderno, utilizzò in realtà argomenti di tipo romantico, affermando la superiorità dell'immediatezza e della spontaneità rispetto all'arida ragione.

* DISEGNI DI LEONARDO - Gallerie dell'Accademia - Venezia (Drawings by Leonardo)

Sant'Anna, la Vergine e il Bambino 

lunedì 24 novembre 2014

ENEIDE - Virgilio (Aeneid - Virgil)


ENEIDE

Publio Virgilio Marone

ANTEFATTO

Troia è caduta nelle mani dei Greci ed è messa a ferro e fuoco: tutti i suoi difensori sono stati uccisi, lo stesso Priamo è perito per mano di Pirro, figlio di Achille. Solo Enea, avvertito in sogno dall'ombra di Ettore che l'esorta a salvarsi con i suoi cari e "le cose sacre", passando incolume tra le schiere dei baldanzosi vincitori e gli incendi, raggiunge la propria casa e prende il vecchio padre Anchise, il figlioletto Ascanio, la moglie Creusa, i patrii Penati, che deve portare in salvo in un'altra terra, e si avvia verso l'esilio.
Gli Dei sono benevoli verso di lui, saggio e valoroso, pio e devoto, destinato a fondare una nuova città da cui trarrà origine un fortissimo popolo che dominerà il mondo.


ARGOMENTO

Dopo aver peregrinato per sette anni e aver affrontato mille peripezie Enea ha finalmente lasciato la Sicilia e naviga felicemente verso il Lazio, quando Giunone, memore del troiano Paride che favori Venere, si reca da Eolo e lo convince a liberare i suoi venti e a suscitare una tempesta che impedisca ad Enea di raggiungere la nuova patria assegnatagli dal destino. Allora i venti, impetuosi si precipitano sul mare, affondano, arenano, sconvolgono, sconquassano le navi dei Troiani, che a stento approdano in Libia. Appena toccata terra, Enea in compagnia del fido Acate esplora la regione, quando si imbatte in una giovane cacciatrice e da lei apprende che v'è una città vicina, Cartagine, la cui fondatrice è Didone, fuggita da Tiro dopo la morte del marito Sicheo.
Quando la cacciatrice si allontana, Enea riconosce in lei, dal suo celeste profumo, Venere, sua madre. Con Acate si avvia allora verso la città, dove si sta costruendo un magnifico tempio a Giunone. Quivi sono istoriate le pareti del tempio con episodi della guerra di Troia.
Didone, cui Enea si presenta con i suoi compagni, invita l'eroe al banchetto nel suo palazzo. Enea manda a chiamare il figlio Ascanio, perché venga e porti doni alla regina. Ma Venere, che teme la perfidia cartaginese, sostituisce il giovinetto addormentato con Cupido, reso simile ad Ascanio. Didone, già presa d'amore, grazie a Cupido, prega l'ospite che narri della caduta di Troia e della sua vita errabonda. (Libro I)

Enea comincia il racconto dal giorno che precede la rovina: i Greci, costruito un enorme cavallo di legno lo riempiono di eroi, e, simulando il ritorno, si nascondono dietro l'isola di Tenedo. Ai Troiani stupiti un Greco prigioniero, Sinone, che si finge perseguitato da Ulisse, dichiara che gli assedianti si sono decisi per il ritorno, dopo aver costruito il cavallo per propiziare Pallade crucciata, e così grande perché i Troiani non lo possano introdurre dalle porte. Il sacerdote Laocoonte, mentre consiglia di non accogliere il cavallo, è ucciso da due serpenti ed è creduto vittima della sua empietà.
Vengono dunque abbattute le mura della città per far passare il cavallo che è collocato sulla rocca. Quando tutti sono immersi nel sonno, escono dalla costruzione gli eroi achivi. Enea, cui compar€e in sogno Ettore, si sveglia quando già bruciano le case di Troia; egli raduna un manipolo di prodi che, assaliti e uccisi alcuni Greci, indossano le armi dei caduti per fare strage di nemici. Sopraffatti dal gran numero soccombono. 
Enea, rimasto solo, corre alla reggia di Priamo, dove vede morire il vecchio re; a tal vista si ricorda del padre suo, vecchio come il re, della moglie Creusa senza difesa, del figlio Iulo. Li raggiunge e col padre sulle spalle, reggendo Iulo per mano, seguito da Creusa che presto scompare nel tumulto, si avvia nella notte. Al sorgere del mattino Enea prende la via dei monti. (Libro II).

Abbandonata la spiaggia troiana, approda poi in Tracia, ma poiché fa fu assassinato un figlio di Priamo, Polidoro, deve lasciare la terra maledetta. A Delo, I'oracolo di Apollo, interrogato, risponde che si cerchi la terra degli avi. Anchise suppone che questa sia Creta, dove i profughi fondano una città, Pergamea; ma la peste li caccia da quel luogo. 
Enea ha una visione: gli appaiono i Penati e gli dicono che la madre antica è la terra Ausonia, donde venne Dardano. Approdano quindi alle isole Strofadi: le Arpie predicono che Enea fonderà la sua città in Italia, ma dopo aver mangiato per fame le mense. 
Arrivano ad Azio, donde approdano a Butroto. Andromaca, la vedova di Ettore che ha sposato l'indovino Eleno, appena vede Enea e le armi troiane, sviene per la commozione. 
Dopo un patetico colloquio, Enea, ripreso il viaggio, sbarca nel porto di Venere, che è il primo approdo sul suolo italico. Arrivato in vista di Scilla e Cariddi, volge a sinistra e prende terra presso I'Etna, nel luogo dei Ciclopi; costeggiata quindi la Sicilia, entra nel porto di Drepano. Qui muore Anchise e così finisce il racconto di Enea. (Libro III)

La regina non sa ormai più dominare la sua fiamma: le nozze si compiono in una grotta, ma la felicità è breve. Giove manda ad Enea Mercurio a rimproverargli la sua inerzia e a ricordargli il regno d'Italia. Enea, obbediente, ordina di preparare nascostamente la flotta e rimane inflessibile alle preghiere della disperata Didone. AI mattino, mentre la flotta troiana si allontana, la regina si trafigge su un rogo dopo aver maledetto i Troiani e predetto loro la vendetta di Annibale. (Libro IV)

Enea, giunto ad Erice nel primo anniversario della morte di Anchise, offre libagioni e vuole che la data sia celebrata con gare. Ma Giunone manda Iride che persuade le donne a dar fuoco alla flotta per porre fine ai disagi della lunga peregrinazione. Tizzi ardenti sono gettati sulle navi che vengono salvate da un acquazzone provvidenziale. 
Enea, fondata la città di Aceste, dove restano le donne e gli invalidi, parte per l'Italia con i migliori Troiani.
Quando è già in vista dell'Italia, Palinuro, il timoniere della nave, vinto dal sonno, precipita in mare col timone. Enea, preso il governo della nave, si avvicina all'Italia. (Libro V)

Approda a Cuma, presso la spelonca della Sibilla, scende nell'antro dove il dio profetico annuncia nuovi pericoli e nuove sventure, e, dopo essersi munito di un ramoscello sacro dalle foglie d'oro, fatti sacrifici a Proserpina e a Plutone, va per il regno sotterraneo delle ombre, finché giunge alla palude Stigia. Là sono Caronte e Cerbero, il cane trifauce. 
Nel Limbo trova i bambini e i suicidi; più oltre, nei campi del pianto, le anime dei morti per amore, fra le quali Didone che lo respinge; più avanti i guerrieri caduti sui campi di battaglia. 
Enea depone il ramoscello d'oro alla reggia di Plutone e nei Campi Elisi incontra Anchise che gli mostra le anime dei discendenti: i re Albani, Romolo, la gente Giulia. Ed anche i grandi cittadini della repubblica: Cesare, Pompeo, i due Marcelli, Claudio e il giovane Marcello nipote di Augusto. Enea torna infine fra i compagni. (Libro VI)

Arrivato alle foci del Tevere, l'eroe manda ambasciatori al re Latino che li accoglie benignamente riconoscendo in Enea il genero straniero annunciatogli dagli oracoli. Ma Giunone chiama a sé Aletto perché susciti la discordia e faccia sì che Amata, la moglie di Latino, non voglia che la figlia sposi uno straniero, quando già è stata promessa a Turno, re dei Rutuli. Questi, infatti, raduna i suoi. Tutto il Lazio è in armi e passano in rassegna i guerrieri italici: Mezenzio, Lauso, Catillo, Cora, Messapo, Clauso, Ufente, Umbrone, Virbio, Turno e da ultimo Camilla, la vergine guerriera. (Libro VII)

Secondo il consiglio del Dio Tiberino Enea risale il corso del Tevere finché giunge a Pallanteo, una povera città di pastori, dove si presenta al re Evandro che gli concede ospitalità e stringe con lui alleanza: Pallante, figlio del re, lo seguirà. 
Durante il banchetto Enea ascolta la narrazione delle imprese di Ercole che ivi uccise Caco, onde nacque il culto dell'eroe. Accompagnato dal re, visita quei luoghi che un giorno saranno famosi: I'ara massima, la selva, asilo di Romolo, il Lupercale, il monte Tarpeio. 
Intanto Venere, che ha ottenuto da Vulcano le armi per il figlio, gliele porta, bellissime, istoriate con i principali fatti della storia romana. (Libro VIII)

Turno, approfittando dell'assenza di Enea, assale il campo dei Troiani cercando di incendiare le navi che Giove trasforma in ninfe del mare. Durante l'assedio al campo Niso volontariamente si offre di andare ad avvisare Enea del pericolo che stanno correndo i Troiani: fedele amico gli si aggiunge Eurialo. 
Ottenuto I'ambito incarico, escono di notte, attraversando il campo dei nemici immersi nel sonno e ne I'anno strage. Ma, sorpresi da una pattuglia nemica che li insegue, Eurialo è preso: Niso, sentendo perduto l'amico, ritorna indietro a vendicarne la morte: ma cade sul corpo di Eurialo. Le teste dei due giovani, infitte su picche, sono esposte agli occhi dei Troiani. 
I Rutuli, esultanti, attaccano con tale audacia da riuscire a forzare la porta per la quale irrompe Turno che, tuttavia, separato dai suoi, deve fuggire per il fiume. (Libro IX)

Giove aduna il concilio degli Dei e lamentandosi che i numi si siano occupati della guerra, protesta che si deve lasciare libero corso al destino. Enea con l'alleato Tarconte, capo degli Etruschi, è già in cammino con le loro forze riunite. 
La sua nave avanza per prima, seguita da tutta la flotta, finché giunge in vista del campo troiano. Turno, appena vede Enea, si precipita ad impedire lo sbarco e nella zuffa affronta e uccide Pallante, fregiandosi poi del balteo cesellato del caduto. 
Enea, che vuol vendicare la morte dell'amico, cerca invano Turno trasportato da Giunone lontano dal campo. Ecco allora entrare in azione Mezenzio, che semina la strage fra le schiere troiane e alleate. Enea muove contro di lui e lo ferisce da lontano con l'asta e già Io minaccia con la spada quando Lauso, il giovinetto figlio di Mezenzio, interponendosi, riceve il colpo diretto al padre e muore. Mezenzio, che si era ritirato presso il fiume, ritorna, benché ferito, in battaglia ed affronta irato e dolente Enea, galoppandogli intorno tre volte senza riuscire a ferirlo, finché Enea con un colpo di lancia gli uccide il cavallo e poi con la spada uccide anche lui. (Libro X)

All'alba avviene la solenne sepoltura di Pallante che in funebre corteo è accompagnato dal padre Evandro. Si pattuisce una tregua per seppellire i caduti. Da una parte e dall'altra si celebrano i funerali degli innumerevoli morti mentre in Laurento si vorrebbe far decidere la guerra da un duello fra Turno ed Enea.
Affidato il comando della cavalleria alla vergine Camilla, Turno si apposta in un'imboscata. Ma Camilla è uccisa da Arunte e con la sua morte costringe Turno ad uscire in campo aperto nella pianura per accorrere alla difesa di Laurento. 
Il sopraggiungere della notte fra sospendere le operazioni. (Libro XI)

Per evitare inutile spargimento di sangue il Rutulo offre di battersi in duello con Enea: chi vincerà avrà come consorte Lavinia. Si giurano i patti, ma la ninfa Giuturna, troppo temendo per il proprio fratello, mescolandosi alla folla dei Rutuli, riesce a suscitare disordini e a far sì che una freccia ferisca un alleato di Enea. Anche Enea rimane ferito: ma prontamente risanato ritorna in campo terrorizzando i nemici che si danno alla fuga. 
La regina Amata si uccide; i Rutuli ormai non hanno più speranza.
Turno, compresa la gravità del momento, vuole una morte degna della sua nobiltà: accorso alle mura, invita Enea a battaglia. I due si scontrano con indicibile furore, ma Turno, infranta la sua spada sull'armatura di Enea, è costretto alla fuga, inseguito dalI'eroe. 
Gli Dei decidono che i Troiani vincano.
Turno è perduto; atterrato e ferito chiede grazia ad Enea il quale, impietosito, sta per donargli la vita, quando, vistogli indosso il balteo di Pallante, ricorda il giuramento di vendetta e trafigge Turno col colpo mortale. (Libro XII)



VEDI ANCHE . . .


PUBLIO VIRGILIO MARONE - Il poeta della mitezza (Virgil - The poet of meekness)


VIRGILIO
   
Il poeta della mitezza

Tra i grandi poeti di Roma, Virgilio è il più vicino al nostro sentimento, perché nella sua indole mite e affettuosa c'è un fondo di malinconia, molto simile a quella che accompagna la concezione cristiana della vita. Egli, inoltre è fra gli antichi poeti quello che più ha amato e sentito la bellezza del nostro paesaggio.
Nel suo maggior poema, l'Eneide, egli volle celebrare, nel felice tempo di Augusto, la grandezza di Roma ed esaltarne le origini, proprio quando Tito Livio scriveva le Storie; cantò così Enea profugo da Troia, le sue avventurose peregrinazioni nel Mediterraneo, simili a quelle di Ulisse, e le sue battaglie sostenute per la conquista del Lazio, sino alla decisiva vittoria su Turno, I'eroe d'Italia, impetuoso come Achille e coraggioso come Ettore. 
Ma il suo affettuoso e generoso cuore era con i caduti ed i vinti: con i giovani eroi - Lauso, Pallante, Eurialo, Niso, Camilla - che cadono come fiori recisi, con i nobili re laziali - Evandro, Latino - e con i loro popoli, amanti della campagna e dei semplici costumi. 
Anche Virgilio veniva da una famiglia dedita ai campi e perciò si compiaceva della contemplazione del paesaggio e del cielo. Già nel suo maggior poema incanta il lettore con la descrizione delle marine italiche, dei colli sfumanti azzurrini nel cielo e nelle mobili nubi; ma più ancora nelle opere di argomento agricolo - le Georgiche - o pastorale le Bucoliche - lo avvicina alla pura gioia elargita dalle bellezze della Natura: fa sentire il profumo della terra smossa, il calore accogliente delle stalle, lascia intravedere la nebbiolina che indugia rasente ai prati tra i filari chiari dei pioppi e evoca il soffio della brezza primaverile che accarezza i germogli e sfiora la chioma bianca dei mandorli in fiore. 
Per questo gli Italiani, e primo fra tutti Dante, hanno sempre affettuosamente ricordato Virgilio.


Condiscepolo di Ottaviano

Chi visiti oggi il villaggio di Piètole, nel Mantovano, di Virgilio non trova traccia, a eccezione di un monumento che fu inaugurato da Giosuè Carducci nel secolo scorso. Il villaggio ha poco più di cento anni di vita; la Piètole medievale è scomparsa e scomparso è I'antico villaggio romano di Andes su cui essa era sorta e in cui settant'anni prima di Cristo nacque Publio Virgilio Marone.
Suo padre era un semplice agricoltore, ma un agricoltore agiato e ambizioso che voleva far fare strada al figlio. Virgilio fu mandato a studiare a Cremona, a Milano e, verso i diciassette anni, a Roma, meta di tutti i provinciali che volevano elevarsi dalla mediocrità del loro borgo e raggiunger gli onori. Fu così che alla scuola di un celebre maestro di eloquenza il giovane campagnolo si trovò accanto un ragazzino di poco più di dieci anni, ma di un'intelligenza quanto mai precoce, che si chiamava Ottavio e che sarebbe divenuto I'imperatore Ottaviano Augusto.
Ma la carriera degli onori non attirava Virgilio. Egli sentiva intimamente la poesia della pace campestre in cui era nato; e le agitate vicende politiche di quel tempo, le guerre civili fra cesare e Pompeo, lo allontanavano ancor più dalla vita pubblica. 
A venticinque anni lasciò Roma per recarsi a perfezionare i suoi studi a Napoli, presso uno dei più noti maestri greci, e trascorse là un periodo felice tra amici fedeli e ai gusti affini.
Virgilio avrebbe voluto vivere nei primi tempi di Roma, quando anche i maggiori personaggi erano agricoltori e pastori. Ma la sorte lo aveva fatto nascere in un'epoca in cui le campagne, sconvolte dalle guerre civili, erano senza pace: i proprietari venivano di volta in volta spogliati e le loro terre distribuite ai soldati del partito vincitore. 
Dovette tornare a Roma e sollecitare la protezione del suo antico condiscepolo, Ottaviano, divenuto potente; era già noto come poeta, fu accolto nel circolo di Mecenate: e grazie a queste amicizie poté riavere i poderi paterni che gli erano stati confiscati.


Seguace si Teòcrito

Al pari di tutte le epoche eccessivamente raffinate, la sua sentiva un'intima nostalgia di sensazioni e sentimenti semplici, di schiettezza campestre; anche la Grecia l'aveva provata agli inizi della sua splendida decadenza, fra il 300 e il 250 prima di Cristo, e un elegante poeta, Teòcrito, aveva cantato la felicità della vira agreste verseggiando gentili dialoghi fra semplici pastori. Naturalmente la sua era una campagna di maniera con pastori da salotto, ma quella poesia era stata molto popolare in Grecia e lo era adesso in Roma. Virgilio si ispirò a Teòcrito per la sua prima opera importante, le Bucoliche, ossia le poesie pastorali, ma assai più schiettamente di lui espresse il sentimento della terra, del mite gregge, del germoglio pieno di vita. Si creò così un ambiente campestre ideale e poetico in cui trovò la sua serenità.


Poeta dei campi

Ottaviano Augusto era uno spirito pratico che cercava far profitto di tutto, anche della poesia. Le guerre civili avevano danneggiato I'agricoltura, e Ottaviano voleva riportare le popolazioni italiche all'amore della terra; quel suo amico poeta che aveva così profondo il sentimento della campagna gli si presentava dunque quanto mai opportuno per un'opera di propaganda. Lo invitò a scrivere sul lavoro dei campi, e Virgilio creò la sua seconda opera, le Georgiche.
Ma ecco che, nell'anima del mite poeta, la solennità della misteriosa vita della tema sembra confondersi con la solennità stessa della storia di Roma, che era stata per eccellenza una città di pastori e di agricoltori.
E Virgilio incomincia a pensare a un grande poema che dovrebbe celebrare insieme la natura e il popolo romano.


Si delinea l'ENEIDE

Era semplice e modesto, ma aveva coscienza del proprio valore e, soprattutto, amava la sua terra, il suo popolo, le antiche tradizioni. Due antichi poeti latini, Ennio e Nevio, avevano cantato le gesta romane, imitando i poemi di Omero, ma le loro erano più che altro rozze cronache in versi. Adesso bisognava dare a Roma il grande poema epico  che non aveva ancora avuto, e celebrare la gloria romana fondendo armonicamente la realtà e la leggenda. Nacque così l'Eneide.
Un'antica tradizione voleva che Roma fosse stata fondata dai discendenti di un eroe troiano, Enea, figlio di Anchise e di Venere, il quale, dopo la distruzione di Troia, era emigrato coi suoi ai lidi italici. Il poema delle origini di Roma sarebbe stato dunque il poema di Enea, e, secondo il modello dato dall'Iliade e dall'Odissea, avrebbe cantato la distruzione di Troia, la partenza dell'esule, le sue peregrinazioni, il suo arrivo in Italia, le sue lotte per stabilirvisi.


La morte 

Virgilio lavorò per molti anni a quest'opera, che doveva essere il suo capolavoro. Quando l'ebbe finita, volle fare un viaggio in Grecia per rifinirla nella terra in cui era nata la poesia. Mancava ancora quel paziente lavoro di revisione a cui i poeti latini sottoponevano sempre i loro scritti per portarli a perfezione; molti versi erano stati addirittura lasciati in tronco per poter seguire l'estro del momento. Ma a Brindisi, quando stava per imbarcarsi, la malattia lo colse e lo portò alla tomba a cinquantun anni. Prima di morire, prese una decisione estrema: non voleva che il poema destinato a celebrare la grandezza di Roma giungesse imperfetto alla posterità, e ordinò che il manoscritto fosse dato alle fiamme. Augusto non lo permise, e i fedeli amici del poeta pubblicarono I'opera.




Virgilio fu grande di statura, abbronzato nella carnagione, di aspetto semplice e dimesso, debole di salute. Amò la semplicità e la solitudine: in mezzo alla gente si sentiva timido e sperduto. Quando divenne noto a Roma, e durante la passeggiata si sentiva osservato e seguito da alcuni, cercava rifugio nella casa più vicina, per sfuggire agli ammiratori. Amò la natura e la sua prediletta terra di Mantova, i campi, il cielo limpido, i boschi, gli animali per cui sentì una profonda tenerezza. Nei suoi versi ricordò le api, i vitellini, i buoi, i cavalli, gli uccellini, tutte le bestie che circondano gli agricoltori di cui celebrò la nobile fatica e i lucenti attrezzi levigati dal lavoro: e non si compiacque dei trionfi militari e delle vittoriose imprese di Roma che sempre considerò crudelmente necessarie. Eppure rimase stupito e riverente di fronte alla sua grande città adottiva, dinanzi all'impero di Augusto che esaltò nell'Eneide, I'immortale poema eroico e nazionale, nel momento del massimo splendore. Trascorse la vita contento nei pensieri contemplativi, e nel culto costante della poesia. Secondo quanto riferiscono i suoi biografi, lavorava molto lentamente, limando e perfezionando di continuo i versi; e paragonava se stesso all'orsa che genera i suoi piccoli ancora informi, ma dà loro la giusta forma, lambendoli e lisciandoli con assidua cura amorosa.

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