martedì 24 giugno 2014

IL LIBERALISMO DI LOCKE (The liberalism of Locke)

John Locke  

Libertà e proprietà in Locke

Il liberalismo. Si può far risalire la concezione liberale a John Locke (1632-,1704). II pensiero politico di questo esponente dell'empirismo filosofico si muove attorno alle vicende della rivoluzione borghese nell'Inghilterra del XVII secolo, e particolarmente intorno alla soluzione moderata su cui essa si assesta nel 1688. La sua concezione giustifica e fonda la monarchia costituzionale.
Locke assume l'ipotesi di uno stato di natura in cui l'uomo è libero. Fonda la libertà nella natura stessa e ne fa perciò un principio insopprimibile. Al tempo stesso, nello stato di natura la libertà di ciascuno è costantemente minacciata dalla libertà altrui. Nasce di qui la necessità di un patto, o contratto, con cui gli uomini si uniscono in società ed alienano il proprio potere ad un potere politico generale, lo Stato.

"Se l'uomo nello stato di natura è così libero come s'è detto, s'egli è signore assoluto della propria persona e dei propri possessi, eguale al maggiore e soggetto a nessuno, perchè vuol disfarsi della propria libertà?
Perchè vuol rinunciare a questo impero e assoggettarsi al dominio e al controllo di un altro potere? Al che è ovvio rispondere che sebbene allo stato di natura egli abbia tale diritto, tuttavia il godimento di esso è molto incerto e continuamente esposto alla violazione da parte di altri, perchè, essendo tutti re al pari di lui, ed ognuno eguale a lui, e non essendo, i più, stretti
osservatori dell'equità e della giustizia, il godimento della proprietà ch'egli ha è in questa condizione molto incerto e malsicuro. Il che lo rende desideroso di abbandonare una condizione, che, per quanto libera, è piena di timori e di continui pericoli, e non è senza ragione ch'egli cerca e desidera unirsi in società con altri che sono già riuniti, o hanno intenzione di riunirsi, per la mutua conservazione delle loro vite, libertà e averi, cose ch'io denomino, con termine generale, proprietà.
Perciò il fine maggiore e principale del fatto che gli uomini si uniscono in società politiche e si sottopongono a un governo è la conservazione della loro proprietà, al qual fine nello stato di natura mancano molte cose.
In primo luogo manca una legge stabilita, fissa, conosciuta, la quale per comune consenso sia stata ammessa e riconosciuta come regola del diritto e del torto, e misura comune per decidere tutte le controversie; perchè, sebbene la legge di natura sia evidente e intellegibile ad ogni creatura ragionevole, tuttavia gli uomini, in quanto sono influenzati dai loro interessi e la ignorano per mancanza di studio, tendono a non riconoscerla come una legge che li obblighi ad applicarla ai loro casi particolari.
In secondo luogo, nello stato di natura manca un giudice conosciuto ed imparziale, con autorità di decidere tutte le divergenze in base alla legge stabilita; perchè, ciascuno essendo, in quello stato, tanto giudice quanto esecutore della legge di natura, ed essendo gli uomini parziali nei propri riguardi, la passione e la vendetta tendono a portarli troppo lontano e a renderli troppo ardenti nei propri casi, mentre la negligenza e la noncuranza tendono a farli troppo trascurati in quelli degli altri.
In terzo luogo, nello stato di natura spesso manca un potere che appoggi e sostenga la sentenza allorchè sia giusta, e le dia la dovuta esecuzione. Quelli che hanno commesso un'ingiustizia raramente mancano, quando ne sono capaci, di sostenere con la forza la loro ingiustizia: tale resistenza spesso rende pericolosa e sovente mortale la punizione per coloro che la tentano.
E' così che gli uomini, dal momento che, nonostante tutti i privilegi dello stato di natura, si trovano in fondo in una cattiva condizione finchè vi permangono, sono tosto spinti a entrare in società, perciò accade ch'è raro vedere un gruppo di uomini vivere per qualche tempo insieme in questo stato. Gli inconvenienti a cui vi sono esposti per I'esercizio irregolare e incerto del potere che ognuno ha di punire le trasgressioni degli altri, fanno sì che essi si rifugino sotto la protezione delle leggi stabilite di un governo, e in esse cerchino la conservazione della loro proprietà. E' questo che fa sì che essi così volentieri rinuncino ciascuno al proprio diritto di punire, perchè sia esercitato da quello soltanto che fra loro vi sarà designato, e secondo quelle norme che la comunità, o chi ne sarà autorizzato da essa, converrà. Nel che troviamo il diritto originario e I'origine del potere sia legislativo che esecutivo, come pure degli stessi governi e delle società medesime...
Ma, sebbene gli uomini, quando entrano in società rimettono l'eguaglianza, la libertà e il potere esecutivo, che essi hanno nello stato di natura, nelle mani della società, onde il legislativo ne disponga secondo che il bene della società lo richieda, tuttavia, poichè ciò non accade che per I'intenzione che ciascuno ha d'una migliore conservazione di sè, della propria libertà e proprietà - perchè non si può supporre che una creatura ragionevole cambi la sua condizione con l'intenzione di star peggio - il potere della società, o il legislativo da essi sostituito, non si può mai supporre che trascuri il bene comune, ma è obbligato a garantire la proprietà di ciascuno, cioè prendere misure contro tre difetti sopra menzionati, che rendono così incerto e scomodo lo stato di natura.
E così chiunque detenga il potere legislativo o supremo d'una società politica è tenuto a governare secondo leggi fisiche stabilite, promulgate e note al popolo, e non secondo decreti estemporanei, con giudici imparziali e integri, che decidano le controversie secondo quelle leggi, e a impiegare la forza della comunità, all'interno, esclusivamente per l'esecuzione di tali leggi, e, all'esterno, per prevenire o reprimere le offese straniere, e garantire la comunità da incursioni e invasioni, e a dirigere tutto ciò a nessun altro fine che la pace, la sicurezza e il pubblico bene del popolo". (*)


Nella lettura di queste pagine si sarà notato un elemento ricorrente: il principio della proprietà e della sua difesa. Il nesso che Locke stabilisce tra libertà e proprietà è costante:

"Se l'uomo nello stato di natura è così libero come s'è detto, s'egli è signore assoluto della propria persona e dei propri possessi...". (*)

L'uomo entra in società per garantirsi "il godimento della proprietà", cioè la sua libertà. Senza proprietà, insomma, non vi è libertà. Il nesso proprietà - persona umana (sua difesa ed affermazione) stabilito dal pensiero cristiano della scolastica viene qui recepito e dilatato nel nesso proprietà-persona-libertà.
Siamo ad una evidente espressione della concezione cristiano-borghese della proprietà e della libertà. La funzione dello Stato di tutore della proprietà è affermata con chiarezza:

"...il potere supremo non può togliere ad un uomo una parte della sua proprietà senza il suo consenso, perchè, dal momento che il fine del governo e la mira di tutti quelli ch'entrano in società è la conservazione della proprietà, ciò necessariamente presuppone ed esige che il popolo abbia una proprietà, senza di che si dovrebbe supporre che, coll'atto di entrare in società, si perda ciò che costituiva il fine per cui si è entrati in società: assurdità troppo grossolana perchè essa possa essere ammessa da alcuno.
Perciò, poichè gli uomini in società hanno una proprietà, essi hanno sui beni che, in base alla legge della comunità, sono loro appartenenza, tale diritto che nessuno ha il diritto di toglier loro la sostanza o parte di essa, senza il loro consenso; senza di che non hanno per nulla proprietà, perchè non posso veramente dire d'aver proprietà su ciò che un altro può con diritto togliermi quando vuole, contro il mio consenso. Per il che è un errore credere che il potere supremo o legislativo di una società politica possa fare ciò che vuole e disporre degli averi del suddito arbitrariamente, o toglierne una parte a suo piacimento. Questo pericolo non sussiste nei governi in cui il legislativo risiede, interamente o in parte, in assemblee che sono variabili, i cui membri, allo scioglimento dell'assemblea, sono soggetti alla legge comune del loro paese, allo stesso modo che gli altri. Ma nei governi, in cui il legislativo si trova in una sola assemblea sempre in funzione, oppure in un solo uomo, come nelle monarchie assolute, allora vi è sempre pericolo ch'essi pensino di avere interessi distinti dagli altri membri della comunità, e quindi tendano ad accrescere la propria ricchezza e il proprio potere col togliere al popolo ciò che vogliono: perchè la proprietà di un uomo non è per nulla sicura, per quanto vi siano leggi valide ed eque che ne stabiliscano i limiti fra lui e i suoi con sudditi, se chi comanda quei sudditi ha il potere di togliere a un privato quella parte della sua proprietà ch'egli vuole, e se ne serva e ne disponga come meglio crede". (*)

La giustificazione dello Stato costituzionale-liberale avviene dunque in funzione della proprietà (essa è, ai tempi di Locke, essenzialmente la proprietà della tema).
Il richiamo allo stato di natura, in cui esisterebbe una proprietà e libertà incondizionata (perciò non sicura) è, ovviamente, del tutto utopico, non ha nessuna giustificazione storica, ma è di natura essenzialmente ideologica. Etnologia e storia diranno poi come la proprietà personale non preceda la società, ma vada gradatamente formandosi all'interno delle società tribali già costituite, e la sua funzione si accentui man mano che la vecchia comunità tribale viene posta in crisi dal suo differenziarsi in classi sociali (sulla base della proprietà).

(*) Trattato sul governo - John Locke


VEDI ANCHE . . .

PENSIERO POLITICO DEL XIX SECOLO – LIBERALISMO e SOCIALISMO

SAGGIO SULL'INTELLETTO UMANO - John Locke

TRATTATO SUL GOVERNO - John Locke

SVILUPPO DELL'EMPIRISMO - JOHN LOCKE

IL LIBERALISMO DI JOHN LOCKE

IL LIBERALISMO CLASSICO DI KANT





DISEGNI DI LEONARDO - Biblioteca Reale di Torino (Drawings by Leonardo)


Autoritratto di Leonardo da Vinci

La Biblioteca Reale di Torino è una delle più importanti istituzioni culturali della città, elemento parte del sito seriale UNESCO Residenze Sabaude iscritto alla Lista del Patrimonio dell'umanità dal 1997. Ha sede nel complesso del Palazzo Reale di Torino.
La biblioteca attualmente conserva circa 200.000 volumi a stampa, 4.500 manoscritti, 3.055 disegni, 187 incunaboli, 5.019 cinquecentine, 20.987 opuscoli, 1.500 pergamene, 1.112 periodici, 400 album fotografici, e numerose incisioni e carte geografiche.

Tra i materiali conservati, il cimelio più importante è costituito dall'Autoritratto di Leonardo da Vinci, venduto al Re Carlo Alberto dal collezionista Giovanni Volpato nel 1839 e custodito in un reparto sotterraneo della biblioteca.


II celebre Autoritratto è un grande disegno eseguito a sanguigna e rispecchia l'aspetto che Leonardo doveva avere nell'ultimo periodo della sua vita, superati i sessant'anni, anche se il vecchio raffigurato nel ritratto sembrerebbe dimostrare un età più avanzata. Se l'autoritratto di Leonardo quasi trentenne è riscontrabile nella figura sul margine destro dell'Adorazione dei Magi agli Uffizi, le fattezze di Leonardo sessantenne si rivelano qui assimilabili a quelle di un filosofo antico; le stesse dunque che sono testimoniate anche dalla figura di Platone che Raffaello dipinse nelle Stanze Vaticane, ritraendovi Leonardo in una personificazione che attribuisce al suo volto, attraverso le caratteristiche fisiche, il significato delle conquiste della conoscenza.
È proprio questa l'immagine che una descrizione tardo cinquecentesca restituisce di Leonardo: 

"Ebbe la faccia con Ii capelli longi, con le ciglia e con la barba tanto longa che egli pareva la vera nobiltà del studio, quale fu già altre volte il druido Ermete o l'antico Prometeo".

A Torino si conservano anche due significativi studi preparatori, uno per l'angelo dipinto da Leonardo nel Battesimo di Cristo del Verrocchio, con la rotazione della testa che si volge a seguire la direzione dello sguardo da una posizione di spalle; l'altro per l'angelo nella prima versione della Vergine delle rocce che, con un movimento analogo, gira però la testa fino a rivolgersi direttamente all'osservatore, chiamandolo con gli occhi. La figura non sembra corrispondere a una fisionomia inventata, ha piuttosto il carattere di uno studio dal vero, in cui il chiaroscuro suggerisce f introspezione psicologica. 
Potrebbe trattarsi di Cecilia Gallerani che Leonardo avrebbe poi ritratto nella Dama con I'ermellino.

I terribili Carri falcati, cioè carri d'assalto trainati da cavalli e muniti di falci rotanti, sono raffigurati insieme agli effetti devastanti che provocano; queste macchine da guerra corrispondono alle armi imbattibili promesse da Leonardo nella sua lettera a Ludovico il Moro.

Il disegno con le Tre vedute di una medesima testa sembra stabilire una sfida con la scultura per dimostrare la possibilità di rendere sulla superficie bidimensionale del foglio la visione simultanea di più punti di vista: la rappresentazione multipla offre in un solo sguardo quella cognizione del soggetto che si otterrebbe girandogli attorno. 
La testa dalla folta barba, frontale, di tre-quarti e di profilo, è forse il ritratto di Cesare Borgia.

Lo Studio di un Ercole con il leone nemeo rispecchia la tipologia del guerriero che Leonardo elabora negli anni in cui a Firenze lavora alla Battaglia di Anghiari; la possente figura è vista in piedi, di schiena per sottolineare il rilievo dei muscoli. Si ispira ai modelli delle sculture antiche anche il Profilo erculeo di guerriero: la testa dall'espressione fiera è coronata d'alloro e sulla sinistra, accanto alla linea del collo e in continuità con gli ultimi riccioli dei capelli, si scopre che Leonardo ha tracciato, come una cifra criptata, la lettera "L".



Testa di giovane: studio per l'angelo
del "Battesimo di Cristo" del Verrocchio
Biblioteca Reale di Torino
  
Ritratto di fanciulla, studio per l'angelo
della prima versione della "Vergine delle rocce"
Biblioteca Reale di Torino

Studi delle zampe posteriori del cavallo,
per il "Monumento a Francesco Sforza"
Biblioteca Reale di Torino
  
Studio di un Ercole con il leone nemeo
Biblioteca Reale di Torino
  
Tre vedute di una medesima testa barbuta, presunto ritratto di Cesare Borgia
Biblioteca Reale di Torino
   
Profilo erculeo di un guerriero
Biblioteca Reale di Torino


VEDI ANCHE . . .

LEONARDO DA VINCI - Artista e scienziato

OPERE DI LEONARDO, DOVE SONO?

BATTESIMO DI CRISTO - Verrocchio e Leonardo

ANNUNCIAZIONE - Leonardo da Vinci

ANNUNCIAZIONE 598 - Leonardo da Vinci

RITRATTO DI GINEVRA BENCI - Leonado da Vinci

MADONNA DEL GAROFANO (Alte Pinakothek, Monaco) - Leonardo da Vinci

MADONNA DEL GAROFANO - Leonardo da Vinci 

MADONNA BENOIS (Prima versione) - Leonardo da Vinci

MADONNA BENOIS - Leonardo da Vinci 

ADORAZIONE DEI MAGI (Adoration of the Magi) - Leonardo

SAN GEROLAMO - Leonardo da Vinci 

LA VERGINE DELLE ROCCE - Leonardo 

LA VERGINE DELLE ROCCE (Louvre, Parigi) - Leonardo da Vinci

RITRATTO DI MUSICO - Leonardo da Vinci

LA DAMA CON ERMELLINO - Leonardo da Vinci

RITRATTO DI DONNA (LA BELLE FERRONIÈRE) - Leonardo da Vinci

L'ULTIMA CENA (Cenacolo) - Leonardo

SALA DELLE ASSE - Castello Sforzesco, Milano - Leonardo

RITRATTO DI ISABELLA D'ESTE - Leonardo da Vinci

TESTA DI FANCIULLA - LA SCAPILIATA - Leonardo da Vinci

LE GUERRE DEL FASCISMO (The wars of Fascism)


LE GUERRE DEL FASCISMO

La guerra di Etiopia


Adducendo come motivo l'avidità anglo-francese, Mussolini dette inizio ad una campagna propagandistica tendente a mobilitare gli italiani per la "riconquista" della Dalmazia, della Corsica e di Nizza, tutte terre, secondo il concetto fascista, ingiustamente strappate all'Italia nel corso della storia.

Inoltre tornò di moda il vecchio sogno colonialista della classe dirigente italiana.  fascismo, con un secolo di ritardo, intendeva avviare l'Italia sulla via della conquista coloniale. Mussolini pensava che con una facile guerra avrebbe potuto guadagnare enorme prestigio all'interno e all'estero; avrebbe avviato al lavoro i disoccupati e con il diversivo coloniale avrebbe distolto la pubblica opinione dai gravi problemi che travagliavano il paese.

L'unico paese africano che non fosse stato preda dei colonialisti era l'Impero etiopico, confinante con le colonie italiane dell'Eritrea e della Somalia. Non fu difficile per Mussolini provocare qualche incidente di frontiera e nell'ottobre del 1935 ebbero inizio le operazioni militari. Si trattò di una vera e propria aggressione contro un popolo quasi inerme. La Società delle nazioni, di cui faceva parte l'Etiopia, condannò l'Italia fascista per l'intervento armato e applicò nei suoi confronti le sanzioni economiche, bloccando le forniture di materie prime per ostacolare lo sforzo bellico italiano.

Nonostante le sanzioni, gli Italiani, nettamente superiori per mezzi, conquistarono l'Etiopia in sette mesi. Vennero usati indiscriminatamente gli aeroplani e i gas asfissianti.
Il negus Hailé Selassié riparò a Londra e il 9 maggio del 1936 Mussolini poté solennemente proclamare che l'Impero era tornato a "sorgere sui colli fatali di Roma".


La strategia dei "fronti popolari"


La III Internazionale comunista nel VII Congresso, svoltosi a Mosca nel 1935, dichiarava che compito fondamentale dei comunisti in quel momento era quello di lottare insieme a tutte le forze borghesi di sinistra per rovesciare i regimi fascisti, che andavano prolificando in Europa, e restaurare le libertà tradizionali dei regimi borghesi.

Questa strategia, detta dei fronti popolari, incontrò all'interno dei partiti comunisti e dell'URSS una forte opposizione. Molti comunisti infatti erano preoccupati per il fatto che l'accordo con gruppi borghesi, anche se sinceramente democratici, favorisse in effetti la borghesia intera e costituisse un freno per la rivoluzione proletaria.


La guerra di Spagna

In Spagna il re Alfonso XIII (1923 - 1930), rappresentante della nobiltà, del clero e della casta militare, aveva imposto al paese una dittatura reazionaria guidata dal generale Primo de Rivera.

Nel 1931 avvenne un colpo di scena: le elezioni politiche dettero la vittoria ai partiti di sinistra; la monarchia cadde e venne proclamata la repubblica. Il nuovo governo cominciò a gettare le basi per delle riforme sociali, le quali avrebbero notevolmente svecchiato il paese. La destra, preoccupata di questo, cominciò ad organizzare un'insurrezione, puntando soprattutto sull'esercito guidato dai generali reazionari. 
Nel Luglio del 1936 dopo le elezioni in cui il Fronte popolare ebbe una notevole vittoria, il generale Francisco Franco, di stanza in Marocco, si ammutinò contro il governo repubblicano e sbarcò con le sue truppe sul continente

Ebbe così inizio una sanguinosa guerra civile, che acquistò ben presto una portata internazionale. Nella lotta contro il fascismo spagnolo i paesi democratico-borghesi furono molto cauti nell'inviare aiuti, in quanto temevano un attrito con la Germania hitleriana.

Da parte fascista invece Hitler e Mussolini intervennero in pieno accordo con uomini ed armi a sostenere i falangisti di Franco. Le sorti della repubblica spagnola erano così condannate in partenza.

Da tutto il mondo tuttavia affluirono volontari a difesa della repubblica, i quali costituirono la Brigata internazionale. Gli Italiani furono al primo posto e costituirono la Legione garibaldina. La guerra fu lunga e dura e si concluse dopo tre anni nella primavera del 1939, con la vittoria di franco, il quale instaurò una feroce dittatura, proclamandosi "caudillo" (capo) di tutta la Spagna.


Verso la guerra


L'aggressività di Mussolini e di Hitler negli anni trenta era proceduta di pari passo. All'occupazione dell'Etiopia, operata da Mussolini, Hitler aveva risposto con l'occupazione della Renania. Ambedue i dittatori si erano trovati impegnati nell'aiutare Franco. Per queste ragioni era evidente che tale coincidenza di obiettivi politici e militari trovasse sistemazione in un'alleanza. 
Nell'ottobre del 1936 questa alleanza si concretizzò infatti nell'Asse Roma-Berlino.

All'affermazione del fascismo in Europa guardava intanto da tempo con viva simpatia il Giappone. Questo paese aveva conosciuto un rapido processo di industrializzazione e la sua borghesia mirava ad egemonizzare tutti i mercati del Pacifico. Esso era, quindi impegnato in una politica espansionistica in Asia e in ciò veniva automaticamente a scontrarsi con Inghilterra, Francia e Stati Uniti, le maggiori potenze coloniali in quel settore, nonché con la Cina e con l'Unione Sovietica, i cui territori siberiani giungevano fino al Pacifico. Erano, queste, le stesse potenze avversarie dell'Asse.

Questa coincidenza portò Germania e Giappone a sottoscrivere nel novembre del '36 un patto di alleanza, a cui aderì più tardi anche l'Italia.

Gli effetti del patto si fecero sentire assai presto. Nel luglio del 1937 il Giappone sferrò l'attacco contro la Cina, approfittando della debolezza del giovane regime repubblicano, successo all'antichissimo Celeste Impero nel 1911.


Le aggressioni naziste

Nel marzo del 1938 Hitler tentò nuovamente l'annessione dell'Austria, che gli era fallita quattro anni prima soprattutto per l'ostilità di Mussolini. Infatti nel '38 l'Asse era ormai una cosa concreta e l'annessione non avrebbe provocato i risentimenti italiani. L'operazione fu attuata in brevissimo tempo,senza colpo ferire. L'Austria venne invasa in una notte dalle truppe tedesche e anche questa volta le potenze europee rimasero semplicemente a guardare.

Subito dopo Hitler, incoraggiato dalla passività dell'Europa, pose sul tappeto la questione delle minoranze tedesche nei Sudeti, territori appartenenti alla Cecoslovacchia.
La diplomazia europea si mise alIora in movimento, ma Hitler si mostrò deciso ad annettere quei territori con la forza.

Mussolini allora propose una conferenza a quattro (Germania, Italia, Francia e Inghilterra) per discutere la questione. La conferenza si tenne nel settembre a Monaco; in essa Francia e Inghilterra cedettero alle pretese di Hitler.
Così le truppe tedesche invasero i territori dei Sudeti. La conferenza di Monaco rivelò tutta la debolezza delle democrazie nei confronti di Hitler. Monaco fu indubbiamente un tragico errore e le sue decisioni affrettarono, invece di evitarlo, lo scoppio della Seconda guerra mondiale.

Hitler nel marzo del '39 ricorse a due nuovi interventi militari. Invase l'intera Boemia creando il Protettorato di Boemia e Moravia; il resto dello sventurato paese, la Slovacchia, divenne uno Stato vassallo della Germania.

Mussolini non poteva essere da meno di Hitler e nell'aprile del '39 occupò l'Albania, del cui regno Vittorio Emanuele III assunse la corona.

Mussolini, inoltre, avanzava pretese su Gibuti, in Somalia, Nizza, La Savoia, la Corsica, la Tunisia.

Hitler mirava a Danzica e al corridoio polacco, quella striscia di territorio che, per i trattati di pace, aveva permesso lo sbocco della Polonia al mare.

Allora la diplomazia franco-inglese, timorosa delle mire dei due dittatori, si mise in movimento per cercare di evitare la guerra e nello stesso tempo garantire la Polonia.


Il Patto russo-tedesco

In tale situazione Stalin temette che fosse in atto una manovra tendente ad isolare l'Unione Sovietica o addirittura a scagliare contro di essa la macchina aggressiva di Hitler. Quest'ultimo d'altra parte voleva evitare che tra le democrazie e I'URSS si giungesse ad un accordo in funzione anti-tedesca.

Allora le due diplomazie, quella di Stalin e quella di Hitler, si fecero promotrici di un'iniziativa che gettò tutti nello stupore. Il 23 agosto 1939 I'URSS e la Germania firmarono un patto di non aggressione. In seguito a questo patto la Polonia, la cui integrità territoriale era stata garantita dagli Anglo-francesi, si trovò sguarnita e indifesa e Hitler aveva via libera per la nuova aggressione, che sarebbe stata determinante per lo scoppio della Seconda guerra mondiale.






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