martedì 29 luglio 2014

FILOSOFIA E SENSO COMUNE - Pregiudizi di fronte alla scienza (PHILOSOPHY AND COMMON SENSE - Prejudices in front of the science)


Pregiudizi di fronte alla scienza

I sapere scientifico e il campo vastissimo di applicazioni pratiche ad esso connesse, occupano un posto di importanza assolutamente centrale nella vita e nella cultura contemporanea. Da un lato, lo spirito moderno non Io si intende e non lo si apprezza se non si comprende lo spirito scientifico nella sua essenza libera, universale e concretamente fattiva: quello spirito scientifico che ha cominciato ad affermarsi col metodo sperimentale galileiano; dall'altro, l'umanità tende sempre più a vivere su un terreno artificiale altamente tecnicizzato e a lasciare alle proprie spalle ogni rapporto immediato con I'ambiente naturale.
Le zone di primitività esistenti alla periferia della vita civile moderna si contraggono sempre più, e i residui di una tramontata civiltà a sfondo immediatamente naturalistico diventano mete ideali di evasive nostalgie o, nel peggiore dei casi, oggetto di curiosità buono per patetici documentari cinematografici.
Si illuderebbe tuttavia chi pensasse che in questa nostra era in cui la ragione scientifica riporta successi così luminosi, l'oscura cortina dei pregiudizi sia sul punto di dissolversi. I falsi idoli sono ancora all'ordine del giorno e anzi, proprio nel modo di guardare alla scienza da parte dell'uomo d'oggi, si possono cogliere alcune fra le più gravi forme di pregiudizio. 
Alludo essenzialmente a due atteggiamenti diversi od opposti ma egualmente e€rrati e pericolosi: atteggiamento, I'uno, di fiducia miracolistica, di infantile superstiziosa attesa di fronte ad una supposta capacità onnirisolvente del binomio scienza-tecnica; atteggiamento, l'altro, di smarrita preoccupazione e di allarme per la decadenza dei valori spirituali più intimi di cui il cosiddetto progresso sarebbe responsabile.

Il primo atteggiamento rappresenta, mutatis mutandis, la continuazione di quella infatuazione scientista che negli ultimi decenni del XIX secolo fece da alone all'indirizzo positivistico, e che ebbe in Auguste Comte, (Montpellier, 19 gennaio 1798 – Parigi, 5 settembre 1857), il suo profeta più tipico e nel celebre Ballo Excelsior una delle sue più pittoresche coreografie. 
Nel secondo atteggiamento, particolarmente diffuso tra persone di formazione esclusivamente o prevalentemente letteraria, rivive la lontana eco delle lamentele e delle proteste romantiche contro il mondo nuovo tumultuosamente uscito dalla rivoluzione industriale e che dovunque estendesse i propri confini distruggeva "tutte quelle condizioni di vita che erano feudali, patriarcali, idilliache(parole tratte dal Manifesto dei Comunisti). 
Lamentele e proteste - si badi - tutt'altro che ingiustificate e prive di fondamento e tali anzi da mettere in vivida luce le contraddizioni gli squilibri e le frequenti disumanità di quel mondo nuovo, ma anacronistiche e in ultima analisi reazionarie perchè, o consumate in una sterile angoscia, o miranti non già ad un superamento in avanti ma ad un ritorno su posizioni definitivamente sorpassate.

I due atteggiamenti che ho sommariamente indicato, benchè mai o quasi mai allo stato puro, sono facilmente e quotidianamente riscontrabili nei discorsi, nelle speranze e nelle paure dell'uomo della strada, nel suo modo di reagire di fronte al giornale che gli reca la notizia di quella scoperta, di quell'invenzione; di quel ritrovato.
Nell'un caso, I'attesa dell'uomo della strada di fronte ai prodigi della scienza assomiglia all'attesa del credente di fronte all'operatore di miracoli, al taumaturgo. 
Alternativamente sballottato dalle dimensioni dell'infinitamente piccolo alle dimensioni dell'infinitamente grande, egli sente parlare, a proposito e a sproposito, di "disintegrazione e annichilamento della materia" o di imminenti esplorazioni interplanetarie, e si induce alla fine a conclusioni piene di fiducioso ottimismo: possibile che questa immensa capacità che si raccoglie nei laboratori scientifici non riesca prima o poi a risolvere felicemente anche i problemi della mia vita quotidiana e a garantirmi una vita sicura sottratta alle terribili incertezze che oggi l'affliggono? 
E la risposta sgorga affermativa, incautamente rassicurante. Posizione sbagliata, come è facile capire, che nasce da una considerazione della scienza e della tecnica che le vede avulse dalla concreta trama dei rapporti sociali, o quanto meno autonome e superiori rispetto ad essa. 
Ora, scienza e tecnica sono strumenti poderosi nelle mani della società, ma la scelta relativa alla direzione, al senso, alla misura della loro utilizzazione e del loro impiego, compete alla società e a chi la dirige (la possibilità del duplice uso - dell'energia nucleare è molto probante al riguardo). D'altra parte, non è certo I'evoluzione della scienza-tecnica che provoca, da sola, I'evoluzione degli ordinamenti economico-sociali.

Nell'altro caso, invece, presso un pubblico forse moralmente più sensibile, la reazione è molto diversa e si colora di previsioni pessimistiche assumendo spesso i toni dello sbigottimento. "Dove andremo a finire?".... è l'ansioso interrogativo che ricorre in tali occasioni; interrogativo in cui non vi è solo lo sconcerto per lo schiudersi improvviso e imprevisto (per il profano, si intende) di sempre nuovi orizzonti; non vi è solo il complesso di inferiorità verso le cose che non si capiscono o si capiscono in una misura molto limitata; ma vi è il timore che quel qualcosa di difficilmente definibile che va sotto il nome di senso umano vada irrimediabilmente perduto e distrutto.
Non a caso un vecchio articolo dello scrittore Paolo Monelli, pubblicato su un giornale di Torino, aveva come titolo: "Muore il senso umano nelle provette degli scienziati". 
L'articolo prendeva spunto dalla scomposizione e successiva ricomposizione di un virus, operata dai biologi dell'Università di Berkeley e sulle ali di una fantasia molto... sbrigliata additava al lettore la prospettiva spaventosa di un mondo di domani in cui strani esseri viventi fabbricati in laboratorio (vien da pensare ad Homunculus che nel Faust goethiano nasce dalla fiala di Wagner) si ribellano ai loro creatori e li riducono in schiavitù diventando essi i "re dell'universo". 
Fantascienza in chiave apocalittica che cessa di essere ingenua e ridicola soltanto, e scopre il
suo carattere retrivo, allorchè porta ad affermazioni di questo genere: "...o la nostra razza scomparirà uccisa dal suo stesso fatale evolversi, o ritroverà la salvezza ritornando alla semplice vita dei progenitori di cento secoli fa...".

Così pure, il fatto che sia stato ideato e fatto funzionare un giocatore meccanico di scacchi o che la tartaruga elettronica Elsie passeggi con molta sicurezza, ha suscitato in molti vive apprensioni. Sempre più di frequente si sono sentite pronunciare frasi come queste: nel mondo di domani (e Robert Jungk ci ammonisce che, almeno in America, il futuro è già cominciato), I'uomo sarà soppiantato dall'automa. Ma si tratta di paure infondate. Il fatto che alle macchine elettroniche di cui si occupa la cibernetica si attribuiscano correntemente le nostre facoltà mentali superiori, non deve trascinare in un equivoco. 
Come scrive Gino Sacerdote nella prefazione al libro di Norbert Wiener,  "bisogna liberare la cibernetica dall'accusa di voler introdurre e una meccanizzazione completa nello studio del comportamento umano. La meccanica dell'Ottocento ho liberato l'uomo dalla fatica muscolare, o meglio, gli consente di avvalersi di energie meccaniche che la sola forza muscolare sua e degli animali non avrebbe mai potuto sviluppare. L'elettronica consente oggi di supplire meccanicamente a certe facoltà di carattere nervoso... Tuttavia è da tener presente che esistono facoltà intellettive che nessuna macchina potrà mai possedere o sostituire".

Con ciò tuttavia non si vuol negare la presenza, in fondo a quelle preoccupazioni, di un elemento degno della massima considerazione.
E' certo infatti che in un mondo come I'attuale che tende sempre più a meccanizzarsi e ad automatizzarsi, esiste un effettivo pericolo di abbassamento del livello spirituale e di depressione della personalità dell'individuo, ma questo pericolo può ben essere scongiurato senza rinunciare per questo ai progressi conseguiti: e può esserlo in primo luogo emancipando i ceti subalterni da ogni forma e vincolo di subordinazione. Occorre davvero al nostro vertiginoso vivere d'oggi un supplemento d'anima, un incremento di massa del patrimonio intellettuale-morale, una consapevolezza profonda per cui I'uomo si senta e sia in effetti il libero costruttore della macchina per fini che trascendono la macchina. 
Ma parlare di supplemento d'anima sarebbe vano, astratto e retorico se non ci si richiamasse contemporaneamente all'esigenza di una nuova, più libera e progredita organizzazione sociale.
"Allorchè le persone - scrive il Wiener - sono organizzate nel sistema che li impiega non secondo le loro piene facoltà di essere umani responsabili, ma come altrettanti ingranaggi, leve e connessioni, non ha molta importanza il fatto che la loro materia prima sia costituita da carne e da sangue. Ciò che è usato come un elemento in una macchina, è un elemento della macchina. Sia che noi affidiamo le nostre decisioni a macchine di metallo o a quelle macchine viventi che sono gli uffici, i grandi laboratori o le società industriali, non avremo mai la risposta giusta alle nostre domande a meno di non porre domande giuste".

Un terzo gruppo di pregiudizi nasce dalla pretesa e dal tentativo di sfruttare risultati e metodi della scienza per confermare determinate vedute metafisiche generali, o anche per avallare determinate teorie gnoseologiche: il realismo, ad esempio, o il fenomenismo. 
Tali pregiudizi si basano, più precisamente su delle ingenue trasposizioni concettuali dal discorso scientifico a quello filosofico, sulla confusione tra i rispettivi piani, su vaghe analogie e su illazioni arbitrarie.
Verso la fine dell'Ottocento e nel Novecento, non vi era, si può dire, libero pensatore con qualche infarinatura scientifica che non si sentisse il dovere di affermare che la scienza aveva smentito l'esistenza di Dio. 
Una sciocchezza: e non perchè la scienza sia impotente a dare tale smentita, ma perchè quesiti del genere esulano completamente dalla sfera dei suoi interessi. La scienza, da Galileo in avanti, non si occupa delle "cause prime", ma delle "cause seconde" (secondo una vecchia te€rminologia, si dicono cause prime le cause che non sarebbero a loro volta effetto di un'altra causa antecedente: cause seconde quelle invece€ che sono effetti di cause anteriori) e fra i suoi problemi non c'è affatto quello dell'essenza delle origini e del fine di ciò che esiste, il donde e il perchè ultimo delle cose. Tocca se mai alla critica filosofica prendere in esame quei quesiti e, prima ancora di tentar di dare questa o quella soluzione, pronunciarsi sulla loro validità, sulla presenza in essi di un effettivo significato. 
Per quanto riguarda per esempio il problema di Dio, una critica filosofica sufficientemente accorta si guarderà bene dal dimostrarne la non esistenza (ciò vorrebbe dire mettersi sullo stesso piano metafisico dei sostenitori di essa e accettare la realtà del proprio oggetto di ricerca per poi negarlo), ma dimostrerà perchè il problema reca un vizio radicale di impostazione.

Più recentemente, quando con la relatività, la teoria dei "quanti" e le ricerche sui fenomeni a livello sub-atomico, l'edificio della fisica classica entrò in crisi, e con esso il determinismo caro a Laplace, vi furono degli spiritualisti inveterati che con I'aiuto di qualche scienziato cercarono di approfittare della nuova situazione per legittimare i loro punti di vista fideistici: è noto per esempio, che si fantasticò di "libero arbitrio dell'elettrone" e ci fu persino chi sostenne la comprensibilità e non - inverosimiglianza dei miracoli divini" grazie al carattere probabilistico delle leggi fisiche! 
Non risale a molti anni fa, infine, la tesi singolare che I'esperienza dei biologi di Berkeley (che ha in certo senso avvicinato il mondo non vivente a quello vivente) darebbe ragione al buon Spinoza il quale assegnava alla natura-sostanza i due attributi dell'estensione e del pensiero!

Armiamoci di una salutare diffidenza verso illazioni di questo tipo e non chiediamo all'indagine scientifica di rispondere ad interrogativi che non la riguardano. Essa (intendo più precisamente le scienze empiriche o empirico-astratte della natura) ha un compito ben preciso, teorico e pratico a un tempo: I'elaborazione e risoluzione su un piano di universalità dei dati di esperienza, l'inquadramento e la spiegazione dei fenomeni nell'ambito della legge, sul che si fonda la possibilità della previsione.

La scienza, e le tecniche e applicazioni concrete che ad essa si riconnettono, sono oggi parte essenziale della nostra vita e del nostro sapere: consideriamole, senza ottimismi messianici e senza assurdi pessimismi, lo strumento fondamentale per estendere il nostro controllo sul mondo, ma non attendiamoci da esse la soluzione di tutti i nostri problemi.


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FILOSOFIA E SENSO COMUNE - Il materialismo



IL MESSIANISMO (The Messianism)



UNA PROTESTA AVVOLTA NEL MITO

Una delle prime nozioni su cui è giusto attirare I'attenzione, quando si affronta lo studio dello sviluppo della religione ebraica e delle prime origini cristiane, è quella delI'equivalenza dei due termini messianismo e cristianesimo

Linguisticamente, la cosa non ha bisogno di dimostrazioni: 
Cristo, dal verbo greco chrio, ungere, cioè l'unto, il re, secondo la prassi delle corti orientali, non è altro che la traduzione esatta dell'ebraico Masciàampiamente usato per indicare i sovrani delle grandi monarchie accentratrici della società antica, basata sui rapporti di schiavitù.
Ma questa osservazione ha un valore che va ben al di là dei semplici raffronti etimologici e non deve essere limitata al campo delle indagini di carattere ideologico. Siamo qui di fronte a uno degli aspetti più tipici del processo di "alienazione" nel mondo delle idee, di esperienze fondamentali fatte prima dagli uomini sul terreno economico, politico e sociale.

All'inizio della nostra era, che solo molti secoli più tardi alcuni cronologisti o calendaristi in senso stretto fecero coincidere con l'inizio della leggenda cristiana, il popolo ebraico aveva perduto ormai ogni possibilità di vita indipendente. Tutti i vecchi aggruppamenti nazionali nei quali era stato diviso sino a quel momento il mondo antico, o meglio quella parte della civiltà antica che gravitava ai margini del bacino del mar Mediterraneo, erano caduti l'uno dopo I'altro sotto i colpi dell'impero romano. Non si trattava, naturalmente di "nazioni" nel senso moderno della parola, ma di confederazioni di tribù gentilizie, giunte a gradi diversi di sviluppo economico, ma accomunate dal sistema prevalente dello sfruttamento schiavistico e rette ormai da secoli a monarchia.

Gli ebrei non erano sfuggiti alla sorte comune. Per la loro stessa posizione geografica, in Palestina, territorio che aveva sempre costituito un punto d'incontro e di scontro tra le maggiori monarchie orientali, essi avevano visto distrutta la loro indipendenza sin dal VII - VI secolo avanti Cristo ed erano poi passati di dominio in dominio.

Gli assiri, i babilonesi, i persiani, Alessandro Magno, i sovrani della Siria ellenizzata avevano successivamente esercitato il loro potere in Palestina e lasciato tracce durature nella vita sociale, economica, culturale e religiosa del popolo d'Israele. La mano di ferro dei conquistatori romani aveva ribadito, con l'appoggio degli strati più ricchi della società palestinese, questo doppio stato di servaggio: economico e nazionale allo stesso tempo.

E' vero che la lotta per l'indipendenza non era mai cessata, durante questo lungo periodo, e che negli stessi anni degli imperatori Augusto e Tiberio aveva non di rado assunto aspetti di ribellione armata e di insurrezione popolare contro i dominatori romani. Proprio nel periodo in cui dovrebbe cadere, secondo la tradizione, la nascita di Gesù, il procuratore romano Sabino si era lasciato sorprendere con la sua legione a Gerusalemme e tre capi dei ribelli, in parti diverse della Palestina, si erano fatti proclamare dai loro seguaci, per la maggior parte pastori, contadini poveri e schiavi, "re di Israele". 
Il legato di Siria, Quintilio Varo, era allora intervenuto, aveva soffocato nel sangue la rivolta e, per dare un esempio, aveva fatto mettere in croce - la crocifissione era il genere di punizione riservato agli schiavi fuggitivi o ribelli - duemila degli insorti. E di episodi analoghi è piena tutta la storia del tempo.

Ma in generale, da cinque o sei secoli, si era diffusa tra il popolo ebraico la convinzione che solo I'intervento di forze soprannaturali,identificate in un "re" di origine divina o superumana, il Messia, avrebbe potuto restituire al paese I'indipendenza e assicurare ai più poveri, ai più oppressi, un'esistenza di benessere e di giustizia sulla terra. 
Cacciati e dispersi in tutti gli angoli del mondo allora conosciuto (la dispersione degli ebrei fuori della Palestina è incominciata praticamente nel VI secolo avanti Cristo, con la caduta di Gerusalemme in mano ai babilonesi), essi avevano portato con sè questa fede nell'avvento di giorni migliori.

La speranza messianica degli Ebrei partiva sì da presupposti di una liberazione strettamente nazionale, ma finiva poi con l'estendersi agli altri popoli, presso i quali la dottrina della salvezza aveva assunto forme diverse, e si presentava talvolta con tutte le caratteristiche di un "riscatto" dalla miseria, dalla sofferenza materiale e spirituale, dai vincoli della schiavitù.

Questa concezione ebraica della salvezza si esprimeva evidentemente in forme religiose, con un linguaggio religioso, e quindi contribuiva a mantenere gli uomini fuori della realtà portandoli di sogno in sogno verso l'accettazione di soluzioni fantastiche, mitiche, incapaci di cambiare le condizioni di vita prevalenti nella società schiavistica. In essa si manifestava precisamente tutta la tragedia della classe degli schiavi, che non portavano con sè la possibilità di forme nuove di produzione e di organizzazione economica, non avevano coscienza storicamente chiara delle loro condizioni di servitù e non potevano perciò costituire una forza veramente rivoluzionaria.

Tuttavia, al pari dei culti popolari sorti ai margini del paganesimo greco-orientale, che promettevano in un'altra esistenza agli schiavi e agli oppressi in generale quella "liberazione che la vita di ogni giorno negava loro sulla terra" anche la dottrina ebraica del Messia rispondeva ad aspirazioni largamente diffuse negli strati più umili della società, partiva da una aspra condanna del tipo di organizzazione politica ed economica del mondo greco-romano ed alimentava quella che a ragione potrebbe essere definita una delle "letterature di opposizione" dell'antichità, la letteratura messianica ed apocalittica.

I conquistatori romani se ne erano accorti sin da principio. Di qui quel loro disprezzo, quasi odio, per il popolo ebraico, che pervade la letteratura latina, da Cicerone a Tacito, da Quintiliano a Svetonio, e che ha, come I'antisemitismo razzista di questi ultimi decenni, una chiarissima origine sociale. 
"Spregiatissima raccolta di schiavi" - ha definito Tacito gli ebrei. E in questo giudizio di classe vennero poi associati, nei primi secoli dell'Impero, gli stessi cristiani, prima che la Chiesa diventasse a sua volta, nel crollo del mondo antico, I'espressione organizzata delle nuove classi dirigenti.



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