mercoledì 6 agosto 2014

FILOSOFIA E SENSO COMUNE - Materialismo (PHILOSOPHY AND COMMON SENSE - Materialism)

Scultura memoriale di Marx ed Engels a Berlino

EQUIVOCI SUL MATERIALISMO

In una pagina particolarmente notevole dei  suoi quaderni, Gramsci mette in luce assai bene la ricchezza e varietà di significati, di riferimenti, di sfumature che il termine materialismo è venuto assumendo nella realtà vivente della cultura.

"Il termine di materialismo - egli scrive - occorre intenderlo non solo nel significato tecnico-filosofico stretto, ma nel significato più estensivo che venne assumendo polemicamente nelle discussioni sorte in Europa col sorgere e lo svilupparsi vittorioso della cultura moderna.
Si chiamò materialismo ogni dottrina filosofica che escludesse la trascendenza dal dominio del pensiero e quindi, in realtà, tutto il panteismo e I'immanentismo: non solo, ma si chiamò materialismo anche ogni atteggiamento pratico ispirato al realismo politico, che si opponesse cioè a certe correnti letterarie del romanticismo politico che non parlavano che di missioni e di ideali e di consimili nebulosità e astrattezze sentimentalistiche.
Nelle polemiche anche odierne dei cattolici, il termine è spesso usato in questo senso: materialismo è l'opposto di spiritualismo in senso stretto, cioè di spiritualismo religioso e quindi si comprende in esso tutto l'hegelismo e in genere la filosofia classica tedesca, oltre al sensismo e all'illuminismo francesi. Così,nei termini del senso comune, si chiama materialismo tutto ciò che tende a trovare in questa terra e non in paradiso il fine della vita".
(II materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce).

Si spiega quindi come siano ,stati definiti materialisti, in senso spesso polemico e spregiativo, quei pensatori progressivi, che, di tempo in tempo e relativamente al livello di maturità critica raggiunto nella loro epoca, hanno rifiutato la sovrapposizione di un mondo celeste ad un mondo terrestre e hanno posto al centro delle loro considerazioni la realtà mondana intesa come teatro dell'azione degli uomini e oggetto di esperienza scientifica. E si intende pure il senso dell'accusa di  materialismo rivolta dai ceti conservatori e dai campioni dello spiritualismo retrivo, contro i movimenti rivoluzionari. 
Movimenti condannati - ieri e oggi - come materialisti, non tanto perchè i loro rappresentanti e
seguaci professino questa o quella forma di materialismo in senso filosofico, ma per lo spirito di vigorosa concretezza che li ispira, per il rifiuto ad ogni svalutazione mistica degli uomini e delle cose e ad ogni evasione in platonici sovramondi, per il loro solido puntare i piedi sulla realtà da trasformare.

Lungi dunque dall'occupare un posto in esclusiva nel vocabolario filosofico, il termine materialismo presenta una vasta gamma di accezioni non specifiche aventi un valore più o meno metaforico. Bisogna naturalmente prendere atto di questa situazione e accettarla come un dato di fatto; ma bisogna al tempo stesso identificare e distinguere con cura i vari significati evitando confusioni e ibridazioni che tanto più facilmente sono fonte di equivoci, in quanto non manca chi si sforza di diffonderli e di alimentarli. 
Lo scopo di questa azione equivocatrice è chiaro: screditare moralmente e intellettualmente i movimenti di sinistra che sul piano ideologico si pongono in polemica con il dogmatismo idealista e spiritualista.

Un esempio autorevole del modo ambiguo e confuso con cui, più o meno intenzionalmente, si parla di materialismo da parte dei suoi avversari, è dato dal radiomessaggio che nel 1954 il Pontefice ha lanciato ai cattolici del Belgio a chiusura del locale congresso mariano. Riaffiora una volta di più nel testo del Papa la banale, meschina concezione del materialismo come culto del vitello d'oro, aspirazione esclusiva a beni tastabili e a soddisfazioni grossolane.
Concezione comoda, indubbiamente, per chi voglia illudersi di squalificare senza troppa fatica l'aborrito materialismo, ma che suscita un senso di fastidio e di pena in chiunque conservi un minimo di lucidità mentale. (Naturalmente, se diamo retta al professor Sciacca o a padre Gemelli, è proprio questo "ripugnante" materialismo tutto fatto di avidità animalesche e di gretto utilitarismo, che Marx avrebbe messo alla base della storia in spregio ad ogni impulso ideale!).

Ma mettendo da parte gli equivoci più grossolani (chi non sa che un conto è l'essere materialisti su un piano teorico e un conto l'esserlo in un senso volgarmente pratico?), molti altri equivoci e pregiudizi devono essere dissipati alla luce di un attento esame critico. In primo luogo, bisogna guardarsi dal confondere l'uso ristretto e specifico del termine materialismo con quello estensivo e polisenso di cui si parla nel brano che ho citato all'inizio. 
In secondo luogo - e tocco cosi il punto dove si annidano le ambiguità e i luoghi comuni più tenaci - bisogna nettamente distinguere, nel seno stesso del materialismo inteso in senso teorico, il materialismo filosofico tradizionale (dogmatico, metafisico), dal materialismo marxista ( * ).
Gramsci ha avuto, tra gli altri, il merito rilevante di mettere in guardia contro le acritiche confusioni tra il materialismo tradizionale, sia pure "riveduto e corretto", e la filosofia di Marx, interpretata nel suo spirito più autentico. Il materialismo dialettico infatti - ove questa dialetticità non venga intesa in modo estrinseco e superficiale - è una concezione pienamente autonoma ed irriducibile ad ogni altra posizione filosofica. Tutto ciò comunque sarà argomento di un articolo successivo.

( * ) Non sarà inopportuno ricordare che, nell'espressione materialismo storico, il termine materialismo ha un valore puramente metaforico e che esso si giustifica solo in base alle origini storico-psicologiche della dottrina, in base cioè alle vicende culturali in cui il suo o i suoi autori si trovarono impegnati. 
Quando infatti si parla di condizioni materiali di esistenza, di forze materiati di produzione ecc., non ci si riferisce naturalmente nè all'oscuro Ente Materia su cui ragionano le metafisiche materialiste, nè al concetto di materia di cui si servono le scienze naturali (fisica, chimica): bensì, come è ovvio, alla realtà delle condizioni economiche e delle strutture della società (cosa questa - occorre dirlo? - ben diversa dall'interesse particolare, immediato, gretto dei singoli individui).


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IMPERIALISMO E CAPITALISMO

FILOSOFIA E SENSO COMUNE - Il materialismo

FILOSOFIA E SENSO COMUNE - Pregiudizi di fronte alla scienza

IL MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA - Marx e Engels




LA RELIGIONE NELL'ANTICA GRECIA (Religion in ancient Greece)


Storia delle religioni 
La religione nell'antica Grecia


Ogni storia delle religioni si presenta naturalmente come uno studio "comparato", cioè come una esposizione critica degli elementi comuni e dei dati differenziali che si riscontrano in tutte le religioni, da quelle cosiddette primitive alle più recenti. 
Anche le storie confessionali delle religioni, che sono in gran parte prive di qualsiasi valore scientifico, tengono ad attenersi a questo criterio comparativo, che permette loro di restare nell'equivoco e di tracciare una supposta, ma inesistente, linea di sviluppo dal basso in alto, nell'evoluzione dell'umanità, da forme ingenue ed elementari a manifestazioni sempre più elevate e progredite di spirituali. E a principi non diversi si ispirano anche i trattati che partono da ma concezione laica e storicistica dell'evoluzione umana.


Storia ideologica o storia sociale?

Il motivo centrale di questo nostro studio invece, è che ogni religione è sì storia di idee, ma di idee  nelle quali si riflettono determinate strutture e determinate esperienze di carattere sociale (cioè economico, politico e culturale)
Non vi sono tante religioni quante sono le tribù, i popoli, le nazioni della terra; ma tante religioni quante sono le fondamentali epoche sociali nelle quali si divide, in forme sostanzialmente analoghe, la lunga storia degli uomini, in tutte le parli della terra. 
Criticamente parlando, non vi è religione degli egiziani, dei greci, degli indiani o dei cinesi; ma religioni del periodo anteriore alla nascita delle classi sociali, religioni dell'epoca della schiavitù, del feudo, della società capitalistica, in Egitto e in Grecia, in India o in Cina. 
Non vi è una sola religione cristiana; ma tante religioni di questo tipo: dal cristianesimo delle origini, al cattolicesimo e al protestantesimo, quante sono le epoche sociali che l'umanità ha attraversato in questi due ultimi millenni.
Sotto questo punto di vista, che ci sembra il solo storicamente corretto, è in fondo indifferente incominciare a studiare la religione in un paese piuttosto che in un altro.
Se conduciamo la ricerca con la preoccupazione di tener presenti tutte le condizioni di vita degli uomini, facendo ricorso non alle sole fonti etnografiche, archeologiche e letterarie, ma anche alle fonti della storia economica, politica e sociale, arriviamo alla conclusione che in ogni paese le religioni delle varie epoche successive rispondono a caratteristiche comuni, pur nella ricca e multiforme varietà delle loro manifestazioni.

Di qui l'estrema difficoltà, ma anche il pregio, e l'inesauribile originalità, dello studio della storia
delle religioni. E di qui anche la validità del richiamo all'ultima puntata di questa nostra ricerca, Ià dove si diceva, a proposito della celebrazione annuale dei misteri di Marduk in Babilonia, che tali feste ci offrivano "la chiave per passare dallo studio della religione nelI'epoca dei grandi imperi schiavistici ai nuovi culti di salvezza, che riflettono il bisogno della liberazione dal dolore e dall'oppressione, frutto della divisione della società in classi contrastanti".
Poichè tali culti di salvezza, o misteriosofici, possono essere meglio seguiti nello sviluppo della storia della Grecia, ecco che il passaggio dai babilonesi ai greci, nonostante la lunga interruzione, non deve apparire arbitrario.

E' uscita, presso l'editore Einaudi, la ristampa, di un'opera fondamentale del prof. Raffaele Pettazzoni, su La religione nella Grecia antica. Ciò mi è caro partire di qui nella mia esposizione. 
Pettazzoni era uno dei maggiori maestri nel campo degli studi storico-religiosi; si trovano in questo suo volume, sin dall'introduzione, completamente rifatta, delle indicazioni preziose per chi voglia accingersi con uno spirito nuovo, privo di pregiudizi e d'impacci teologici, a questo genere di ricerche.


Ciò che l'Italia non domanda


Salvo pochissime eccezioni, il livello culturale dei competenti nel campo dei problemi religiosi,
nel nostro paese, a differenza di quanto avviene in Francia, in Inghilterra e in Germania, per non parlare della Russia, è terribilmente basso.
La chiesa esercita un monopolio quasi assoluto nell'insegnamento della storia delle religioni o della storia del cristianesimo, persino nelle pochissime università statali dove la materia è ancora ammessa.

E come se non bastassero le riviste e i giornali apertamente clericali, persino i settimanali che si piccano di una certa spregiudicatezza laicistica, quando si tratta di questioni religiose si rivolgono esclusivamente a preti e a frati. Un insuperabile esempio di schiocchezzaio, su questo terreno, è offerto dalla rubrica di un grosso settimanale milanese: padri gesuiti in abito e senz'abito vi discettano comicamente sulla sede dell'anima nel corpo umano, sulle nozze dei figli di Adamo o sulla possibilità che sia mai esistita "la luce senza il sole", secondo i primi capitoli della Bibbia!

No, non questo l'Italia domanda.
Gli operai e i contadini italiani, gli intellettuali dotati di spirito critico e di curiosità scientifica, esigono che la cultura storica si adegui, anche tra noi, ai grandi progressi che lo studio delle religioni ha compiuto negli ultimi cento anni, staccandosi completamente dalla matrice teologica e idealistica. 
Le ricerche condotte dal prof. Pettazzoni, quasi solo in Italia in questo campo, costituiscono un prezioso contributo in questa direzione.
Nell'introduzione alla sua storia della religione nella Grecia antica, anche se il rapporto tra la vita religiosa e la vita sociale, anzi "tra la religione e la struttura economica della società", è soltanto affermato, ma non posto alla base di tutta la ricerca, è tuttavia possibile cogliere I'esigenza di uno studio del carattere di classe dello sviluppo religioso della società greca, con il noto dualismo tra i culti olimpici e i culti di mistero, capace di indirizzare finalmente sulla buona strada l'esame dell'evoluzione delle cosiddette religioni classiche.




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