venerdì 14 novembre 2014

SHOAH DEI BAMBINI - Al di là del bene e del male (HOLOCAUST OF CHILDREN - Beyond good and evil.)


La Shoah dei bambini

Nel suo racconto autobiografico Anni d'infanzia (La Giuntina, 1989) Jona Oberski narra. con un linguaggio straordinariamente sobrio, il suo rapporto con una realtà vissuta al di là del bene e del male.



Al di là del bene e del male
Trauma su trauma

La sera la mamma mi domandò che cosa avevo fatto durante il giorno. Le raccontai che ero stato insieme ai ragazzi più grandi. Mi domandò se mi prendevano così senz'altro con loro e io le spiegai che ora sì, mi prendevano con loro, perché avevo superato la prova. Ero stato all'osservatorio.
Lei mi domandò che cos'era, un osservatorio. Risposi che lo sapeva benissimo, che lì c'erano i cadaveri e che sapeva anche benissimo che mio padre era stato gettato sopra gli altri cadaveri e che non aveva neppure un lenzuolo e io avevo detto ai bambini che ne aveva sì uno, mentre avevo visto benissimo che non ne aveva.
Mi misi a strillare che lei era matta a lasciare che lo buttassero così sugli altri cadaveri senza lenzuolo e che non mi aveva neppure raccontato che era stato portato via dalla baracca dell'infermeria e che io volevo andare almeno a salutarlo un'ultima volta e che lei era stata cattiva e che era colpa sua se era lì così nudo sopra i cadaveri.
La mamma diceva soltanto: "no", "non è vero", ma io non l'ascoltavo e non la smettevo e le dicevo che non aveva bisogno di mentire con me, perché tanto avevo visto tutto con i miei occhi. Alla fine scoppiai in un pianto dirotto, terribile.
La mamma disse che non si chiamava osservatorio, ma obitorio.
Ma a me non me ne importava niente.
Lei disse che i corpi dei morti venivano portati lì perché all'infermeria avevano bisogno dei letti per gli altri ammalati. E ogni giorno venivano degli uomini che portavano via i corpi e li trasportavano in un posto appartato nel bosco, dove venivano seppelliti. 
Ma quel giorno per combinazione non erano venuti. E disse anche che il papà era avvolto in un lenzuolo, ma che non potevo averlo visto, perché i fagotti erano tutti uguali e dopo di lui ne erano morti tanti altri che erano tutti nel mucchio. E lui era rimasto nel mucchio, sotto gli altri.
La mamma mi strinse a sé, mi carezzò e mi baciò. Poi cominciò anche lei a piangere e disse che anche per lei non era bello affatto.





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SHOAH DEI BAMBINI - Hurbinek, figlio della morte (HOLOCAUST OF CHILDREN - Hurbinek, the son of death)


La Shoah dei bambini

Nella Tregua, Primo Levi dà una descrizione lenta e stupita del ritorno alla vita dopo l'atroce esperienza nei campi della morte. Nei suoi ricordi vivissima è l'immagine di Hurbinek, un bambino nato e morto ad Auschwitz.


Hurbinek, figlio della morte

Nel corso di quei pochi giorni, intorno a me si era verificato un mutamento vistoso. Era stato l'ultimo grande colpo di falce, la chiusura dei conti: i moribondi erano morti, in tutti gli altri la vita ricominciava a scorrere tumultuosamente. Fuori dai vetri, benché nevicasse fitto, le funeste strade del campo non erano più deserte, anzi brulicavano di un viavai alacre, confuso e rumoroso, che sembrava fine a se stesso. Fino a tarda sera si sentivano risuonare grida allegre o iraconde, richiami, canzoni.
Ciononostante la mia attenzione, e quella dei miei vicini di letto, raramente riusciva a eludere la presenza ossessiva, la mortale forza di affermazione del più piccolo e inerme fra noi, del più innocente, di un bambino, di Hurbinek.
Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz.
Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva. Era paralizzato dalle reni in giù, e aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo. La parola che gli mancava, che nessuno si era curato di insegnargli, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano a un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena.  Nessuno, salvo Henek: era il mio vicino di letto, un robusto e florido ragazzo ungherese di quindici anni. 
Henek passava accanto alla cuccia di Hurbinek metà delle sue giornate. Era materno più che paterno: è assai probabile che, se quella nostra precaria convivenza si fosse protratta al di là di un mese, da Henek Hurbinek avrebbe imparato a parlare [...]. 
Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero; Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all'ultimo respiro, per conquistarsi l'entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morì ai primi giorni del marzo 1945,libero ma non redento. 
Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole. Henek era un buon compagno, e una perpetua fonte di sorpresa.
Anche il suo nome, come quello di Hurbinek, era convenzionale [...].
Era stato catturato, e deportato ad Auschwitz con tutta la famiglia.
Gli altri erano stati uccisi subito: lui aveva dichiarato alle SS di avere diciotto anni e di essere muratore, mentre ne aveva quattordici ed era studente. Così era entrato a Birkenau: ma a Birkenau aveva invece insistito sulla sua età vera, era stato assegnato al Block dei bambini, ed essendo il più anziano e il più robusto era divenuto il loro Kapo. 
I bambini erano a Birkenau come uccelli di passo: dopo pochi giorni, erano trasferiti al Block delle esperienze, o direttamente alle camere a gas. Henek aveva subito capito la situazione, e da buon Kapo si era "organizzato", aveva stabilito solide relazioni con un influente Häftling ungherese, ed era rimasto fino alla liberazione. 
Quando c'erano selezioni al Block dei bambini, era lui che sceglieva. Non provava rimorso?
No: perché avrebbe dovuto? esisteva forse un altro modo per sopravvivere? [...] 
Non era Hurbinek il solo bambino. Ce n'erano altri, in condizioni di salute relativamente buone: avevano costituito un loro piccolo " club", molto chiuso e riservato, in cui l'intrusione degli adulti era visibilmente sgradita. Erano animaletti selvaggi e giudiziosi [...].

SHOAH DEI BAMBINI - Le ultime parole di Anne Frank (HOLOCAUST OF CHILDREN - The last words of Anne Frank


La Shoah dei bambini

Le ultime frasi di Anne Frank nel suo celeberrimo Diario ( Einaudi, 1993 ).

Un destino terribile ma anche "Una lezione ignorata" come scrive Bruno Bettelheim nel suo Sopravvivere.


 Le ultime parole di Anne FranK

Oh, vorrei tanto ascoltarli, ma non riesco, se sono silenziosa e seria tutti pensano che sia uno scherzo e devo salvarmi con una battuta di spirito, per poi non parlare dei miei familiari che pensano che io stia male, mi fanno inghiottire pastiglie per il mal di testa e calmanti, mi toccano il collo e la fronte per sentire se non ho la febbre, s'informano se sono andata di corpo e criticano ii mio cattivo umore.
Non sopporto, quando si occupano tanto di me, allora sì che divento prima sfacciata, poi triste e alla fine torno a rovesciare il cuore, giro in fuori la parte brutta e in dentro la buona e cerco un modo per diventare come vorrei tanto essere e come potrei essere se... nel mondo non ci fosse nessun altro.

Tua Anne M. Frank





SHOAH DEI BAMBINI - Benvenuti a Auschwitz! (HOLOCAUST OF CHILDREN - Welcome to Auschwitz!)


La Shoah dei bambini

Debórah Dwork, nel suo libro Nascere con la stella. I bambini ebrei nell'Europa nazista (Marsilio, 1994) focalizza con estrema lucidità la sostanza del genocidio.
f n teoria ad Auschwitz non c'erano
Ibambini..


Benvenuti ad Auschwitz!

Le agghiaccianti testimonianze riportate sempre nel libro di Debórah Dwork  lasciano irrisolte molte domande.

Quando venne il [loro] turno... di passare di fronte all'ufficiale delle SS, il fratello di Lena, Adek, e sua moglie erano in una fila. Con loro c'erano Samek e la moglie, avevano dato a Miriam, due anni, un sedativo e l'avevano messa nello zaino che Samek portava sulla schiena. La colonna avanzava lentamente, in testa c'era l'SS che magnanimamente distribuiva vita e morte, sinistra e destra, links und rechts
Nel silenzio colmo di tensione, all'improvviso risuonò un lamento infantile.
L'ufficiale delle SS si irrigidì e un migliaio di uomini e donne trattennero il respiro. Una guardia ucraina accorse, affondò più volte la baionetta nello zaino da cui era provenuto quel colpevole suono.
In pochi secondi lo zaino divenne uno straccio imbevuto di sangue.
"Du dreckiger Schweinehunde! " urlò l'SS indignato colpendo col manico del frustino il viso cinereo del padre che aveva osato tentare di far passare sua figlia di nascosto.
Misericordiosamente, un proiettile dell'ucraino mise ben presto fine alla sofferenza di quel padre. Da allora, divenne un'abitudine per le guardie verificare con la baionetta ogni fagotto
o zaino. [...]

Queste selezioni tra vita e morte furono la cerimonia di benvenuto nei maggiori campi di concentramento. Per le donne sole v'era la possibilità di un temporaneo rinvio dell'esecuzione, ma le madri con figli venivano immediatamente messe a morte. 
Sara Grossman-Weil, che era all'epoca (1944) una giovane donna di venticinque anni, rievoca con immensa tristezza: 

"[...] Non mi rendevo conto di quanto stava accadendo. È assurdo. E stavo lì in piedi, con mia suocera, mia cognata e sua figlia, quando qualcuno si avvicinò e disse: ''Dai la bambina
alla nonna''. E mia cognata diede la bambina a mia suocera. Loro andarono a sinistra, noi andammo a destra...
Mia suocera prese la piccola e andò a sinistra. Regina, Esther e io andammo a destra. A sinistra stava tutta la gente che venne mandata alle camere a gas, ai forni crematori, o come si chiamavano. Noi fummo rimesse in fila per cinque".

Per quanto riguardava i tedeschi, i bambini - e le loro madri - non erano che carne per la macina dello sterminio. Non avevano alcun interesse a prolungarne la vita, nemmeno di un attimo. La loro morte rientrava in una procedura automatica.


SHOAH DEI BAMBINI - Nascondersi per sopravvivere (HOLOCAUST OF CHILDREN - Hiding to survive)


La Shoah dei bambini

Debórah Dwork, nel suo libro Nascere con la stella. I bambini ebrei nell'Europa nazista (Marsilio, 1994) focalizza con estrema lucidità la sostanza del genocidio.



Nascondersi per sopravvivere

Fortunatamente per tutti, alcuni bambini riuscirono a sfuggire alla follia del genocidio nazista. È il caso di Ivan Buchwald di cui Debórah Dwork ci racconta il salvataggio in extremìs.

Ivan Buchwald aveva cinque anni.
Separato dai suoi genitori, stava per essere deportato ad Auschwitz dalla sua città natale di Novi Sad in Jugoslavia.

"Marciavamo allineati in una lunga coda, una fila di persone dietro l'altra, verso la stazione.
Camminavamo, accanto alla strada sulla nostra destra c'era un bosco e una mia zia, Etel Scheer, che abitava a Vrbas, a venti miglia da Novi Sad, una donna dal carattere molto deciso, uscì correndo dal bosco, mi prese in braccio e sempre di corsa fuggimmo tra gli alberi... 
Andai a vivere con mia zia e vi rimasi per tutto il periodo della guerra. La sua casa era in campagna; restai lì nascosto sino alla fine della guerra, e sopravvissi. [...] 
Mi tenevano in casa per quanto era possibile ed ero stato ammonito che per nessuna ragione al mondo avrei dovuto dire di essere ebreo; sebbene avessi solo cinque anni sapevo di essere ebreo. [...] 
Fortunatamente la casa della zia era in piena campagna, e i vicini che seppero di me non
parlarono."

II salvataggio di Ivan Buchwald fu estremamente drammatico, un'azione decisa in modo precipitoso, molto diversa dalla partenza progettata e organizzata di Anna Frank e della sua famiglia da casa al luogo in cui vissero nascosti [...]. 
I genitori di Anna, Otto e Edith Frank, avevano preso per tempo accordi economici e pratici per il periodo di reclusione; i familiari di Ivan erano stati deportati prima di poter pensare a piani del genere. 
La famiglia Frank riuscì a nascondersi restando unita; Ivan Buchwald rimase solo.



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SHOAH DEI BAMBINI - L'ideologia del diverso

SHOAH DEI BAMBINI - Nascondersi per sopravvivere

SHOAH DEI BAMBINI - Un destino insospettato

SHOAH DEI BAMBINI - Benvenuti ad Auschwitz

SHOAH DEI BAMBINI - Le ultime parole di Anne Frank

SHOAH DEI BAMBINI - Al di là del bene e del male

SHOAH DEI BAMBINI - Hurbinek, figlio della morte



SHOAH DEI BAMBINI - Un destino insospettato (HOLOCAUST OF CHILDREN - An unsuspected destiny)


SHOAH DEI BAMBINI


Non potevano lontanamente sospettare l'atroce destino che li attendeva i tanti trovatelli che i tedeschi dichiararono d'ufficio di "razza ebraica" per impedire che genitori ignoti potessero proteggere bei. 
Da I bambini della Shoah, a cura di Sebastiana Papa (Esi, 1995).


Un destino insospettato

Varsavia soffriva la fame, ma Janusz Korczak riusciva sempre a trovare i viveri per i suoi bambini [...].  Venne l'ordine di deportare tutti gli ebrei [...].
Non si sa se avesse spiegato ai bambini del suo orfanotrofio a che cosa dovessero prepararsi e dove sarebbero stati condotti. Si sa soltanto che quando gli assassini assalirono la casa di via Sienna 16 [...], i duecento innocenti condannati a morte non piansero [...]. Si stringevano al loro maestro [...].
Fino a oggi non si è saputo dove sia finito Korczak con i duecento orfani.
Secondo ogni probabilità, nessuno di loro è sopravvissuto.

(Giosuè Perle, La Distruzione di Varsavia, diario trovato tra il materiale dell'archivio clandestino sepolto sotto le macerie del ghetto) in: Ricorda cosa ti ha fatto Amalekdi Alberto Nirenstajn, pp.78-79

* * *

Agosto 1942

L'asilo infantile del dottor Janusz Korczak è ora vuoto [...]. 
Abbiamo visto i tedeschi circondare la casa. File di bambini che si tenevano per mano sono cominciati a uscire. C'erano tra loro creaturine di due o tre anni; i più grandi arrivavano forse a tredici. Ognuno portava in mano un fagotto e indossava un grembiule bianco. Camminavano a due a due, calmi, sorridendo, senza sospettare nemmeno lontanamente la loro sorte. Il corteo era chiuso dal dottor Korczak [...]. 
La casa ora è vuota; le guardie puliscono Ie stanze dei bambini assassinati.

Mary Berg, Il ghetto di Varsavia.

SHOAH DEI BAMBINI - Nascere con la stella - L'ideologia del diverso (HOLOCAUST OF CHILDREN - To be born with the star - The ideology of different)


La Shoah dei bambini

"Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero; Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all'ultimo respiro, per conquistarsi l'entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito." (Primo Levi) 

Debórah Dwork, nel suo libro Nascere con la stella. I bambini ebrei nell'Europa nazista (Marsilio, 1994) focalizza con estrema lucidità la sostanza del genocidio.



L'ideologia del diverso

Molte asserzioni stereotipe cui viene fatto comunemente ricorso in relazione al giudeocidio si spogliano di pretese validità per rivelare la loro vera natura: null'altro che ipocrisie di comodo. Affermazioni come "gli ebrei stavano tra di loro", "gli ebrei non si assimilavano alla cultura generale", "gli ebrei erano un'evidente presenza di sinistra", "gli ebrei ostentavano la loro ricchezza", "gli ebrei erano in proporzione eccessiva nelle attività bancarie, nelle professioni e nelle arti" non sono che pretesti mascherati per giustificare e in qualche modo trovare una motivazione al genocidio.
Ma la persecuzione dei giovani elimina in blocco queste assurdità.
Se anche quei pretesti avessero avuto senso - e non lo avevano - restano assurdi e incongrui per legittimare il maltrattamento contro dei giovani.
Quando la vittima era un bambino, chi lo vedeva portar via dalle SS, dalla polizia francese o dai gendarmi ungheresi, non poteva certo dire a se stesso per spiegare su basi razionali ciò cui aveva assistito, "mi domando cosa ha fatto per provocare le autorità", poiché è evidente che un neonato o un bambino di tre o sei anni non potrebbe in alcun modo averlo fatto.

Eliminate tutte le giustificazioni, le razionalizzazioni e i luoghi comuni rimane la fondamentale essenza del genocidio: l'ideologia del diverso.
Attraverso l'esperienza dei giovani, il fenomeno della persecuzione si disseziona e lascia a nudo l'universale sostanza del sistema concettuale che conduce a percepire l'altro come alieno. Un'ideologia applicabile non solo all'Europa degli anni 1933-1945 ma più in generale al particolare modo con cui gli esseri umani si tormentano e calpestano l'un l'altro. 
La storia dei giovani ebrei nell'Europa nazista ci racconta, dalla loro prospettiva, come essi diventarono stranieri nei loro stessi paesi, come venne negato loro aspetto, sottratto ogni diritto e, infine, assegnata la sorte di essere uccisi.


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