lunedì 1 dicembre 2014

LA STELLA DI BETLEMME (The star of Bethlehem)


LA STELLA DI BETLEMME

Una cometa, una supernova o un oroscopo?

La stella di Betlemme che, secondo il Nuovo Testamento, guidò i tre Re Magi al luogo di nascita di Gesù Cristo, ha messo in imbarazzo gli studiosi per secoli e secoli.
Che tipo di fenomeno poteva essere apparso in Oriente ed essersi spostato via via, davanti ai tre Magi, fino a fermarsi "sopra il luogo dov'era il Bambino?".
Una teoria molto diffusa vuole che si trattasse della cometa di Halley, apparsa in Terra Santa intorno all'epoca della nascita del Cristo, ma contro questa interpretazione ci sono diverse obiezioni. Oggi ormai si sa che la cometa di Halley apparve sul Medio Oriente nel 12 a.C., e che era all'apogeo del suo splendore alla latitudine di Betlemme.
Essendo giunti dall'Oriente dopo aver visto la stella, come dice Matteo, i Magi si recarono da Erode, il quale li pregò di trovare il bambino. Ma che bisogno aveva Erode di domandare ai tre viaggiatori di trovargli il Bambino se la stella indicava chiaramente a tutti dove si trovava il figlio di Maria?
Inoltre la cometa di Halley, o qualunque altra cometa, non può essersi comportata in modo così anormale, cioè spostandosi in avanti e fermandosi poi su un dato luogo.


Era una supernova?

In ogni caso, si pensa che Cristo sia nato al tempo del censimento imperiale romano che, secondo la maggioranza degli storici, dovette aver luogo nell'anno quarto prima della nostra era. E non si hanno testimonianze di comete apparse nel mondo, a quell'epoca.
Un'altra teoria avanzata a proposito della stella di Betlemme è che potesse trattarsi di una supernova, una di quelle stelle che esplodono e che brillano di luce eccezionale, tanto da essere visibili per alcuni mesi persino alla luce del giorno. Ma non si hanno prove che una supernova sia stata vista intorno all'epoca della nascita del Cristo.
Probabilmente, se si fosse verificato uno spettacolo celeste del genere, non solo altri storici contemporanei e personaggi di quel periodo l'avrebbero visto, incluso Erode, ma anche i Romani e i Cinesi ne avrebbero parlato nelle loro cronache, che pure hanno registrato quasi tutti i fenomeni del genere.
Si trattò forse di una grande meteora o di un gruppo di meteore? È improbabile, perché le meteore appaiono solo per la durata di pochi secondi, e sono certamente incapaci di "fermarsi" o anche di darne I'impressione.
La più probabile spiegazione è che i Magi fossero astrologi, e che avessero calcolato che una particolare stella fosse in ascesa, o sul punto di sorgere in Oriente, e annunciasse la nascita di un Messia.


Principe di luce

I Manoscritti del Mar Morto (una raccolta di antiche scritture appartenenti a una setta religiosa poco conosciuta e ritrovate in caverne nei pressi della sponda nord-occidentale del Mar Morto, nel 1947) offrono un appiglio a questa teoria.
Tra i frammenti dei manoscritti vi è un documento che riporta i segni dello zodiaco, e un altro che delinea gli influssi delle stelle e dei pianeti sulle persone nate sotto i vari segni.
I manoscritti si riferiscono anche a un "maestro di giustizia" o "principe di luce" che è stato variamente identificato dagli studiosi in Giovanni Battista o in Gesù stesso.
Potrebbe darsi, pertanto, che gli astrologi contemporanei spiassero i cieli e cercassero di calcolare le necessarie congiunzioni planetarie che avrebbero annunciato la tanto attesa nascita del Messia.


L'opinione del cardinale

Il defunto cardinal Daniélou, un dotto gesuita, era convinto che la famosa stella facesse parte di un oroscopo messianico.
Daniélou riteneva che le parole dei Magi "Abbiamo visto la sua stella in Oriente" alludessero ad una stella nascente, o in ascendenza: il fattore più importante nel determinare un oroscopo.
"Negli ambienti ebraici dell'epoca" ha scritto Daniélou, "l'astrologia era molto diffusa. Si sperava nella venuta del Messia e dovevano essere state avanzate varie ipotesi circa la stella sotto la quale Egli sarebbe nato. Appare evidente che, una volta realizzata la congiunzione preannunciata in uno di questi oroscopi, la gente avrebbe cominciato a credere che il Messia era nato, e si sarebbe subito messa a cercare il luogo della sua nascita".
Ecco forse quello che i re Magi, o astrologi, stavano facendo quando si recarono a visitare Erode.


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GABRIELE MUCCHI E IL REALISMO (The Realism)

Sulla questione di una ''crisi'' del realismo in arte vi sono stati pareri contrastanti, ma direi nel campo critico più che in quello dei pittori. I pittori, forse perchè più del critici sanno quali sono le possibilità dell'arte; loro, sono ottimisti e danno un significato di progresso alla crisi.

E questo è anche il parere di Gabriele Mucchi (Torino, 25 giugno 1899 – Milano, 10 maggio 2002) che è stato un architetto e pittore italiano.



Gabriele Mucchi 

""Se c'è una crisi è certamente una crisi di crescenza, nel senso che i più responsabili e attenti pittori realisti in quegli ultimi anni Cinquanta del secolo scorso si pongono problemi d'espressione che non si ponevano anni prima, quando l'importante era di prendere posizione di fronte alla realtà in qualsiasi modo e con qualunque mezzo espressivo.
"La caratterizzazione di un volto, di una mano, I'ambizione di dipingere un paesaggio nuovo,
cioè nè impressionista nè metafisico, e di conseguenza la riscoperta di un colore e di un disegno adeguati"..., come dice Zigaina, sono alcuni fra molti di questi problemi.
Come risolverti? Qui è il punto delicato.
Poichè noi riconosciamo che il cammino dell'arte, già svoltosi attraverso i secoli secondo una direzione pressochè costante, tra la fine dell'800 e la prima metà del '900, insieme alla fase di estremo sviluppo della società capitalista e alla formazione dell'imperialismo con le sue terribili contraddizioni, ha subito rotture e involuzioni. Di rottura in rottura, di evasione in evasione, di contraddizione in contraddizione, il cammino dell'arte è giunto fino all'astrattismo a quella forma, cioè, che in quanto non soltanto rifiuta i contenuti della realtà, ma attribuisce valore di contenuto alla forma stessa è all'opposto degli intenti del realismo.

E' dunque questa la strada da seguire? No, evidentemente. Non intende cosi Zigaina quando parla della necessità di 'riscoprire' (quindi cercare qualche cosa che è già stato e che non è più) il disegno e il colore adeguati a caratterizzare un volto o una mano) o un paesaggio realista? Non intende anche che non sia in Kandinski o in Klee che si 'riscopre' il linguaggio del realismo, ma cercando fuori di loro, fuori anche da Matisse e Picasso dove essi sono responsabili, anche se con opere d'eccezione, proprio delle rivoluzioni antirealistiche dell'arte moderna?
Ecco perchè alcuni realisti, anche se per un certo periodo del loro lavoro si erano serviti dei modi della pittura 'moderna' (per essersi essi stessi formati nel clima di quell'arte) a un certo momento hanno sentito che non era possibile continuare ad usare linguaggi storicamente e criticamente antirealisti per esprimere i contenuti del realismo. 
Ecco quindi il presentarsi della necessità di quelle 'riscoperte'. Esse, appena intraprese, portarono l'espressione artistica realistica a forme così diverse da quelle a cui il gusto del pubblico e quello dei critici stessi era abituato, che non meraviglia affatto lo scandalo da parte degli avversari e anche una certa incomprensione da parte degli stessi amici del realismo. Sembra infatti che non tutti siano d'accordo sulla necessità stessa, o almeno sulI'ampiezza di queste 'riscoperte'. 
Ecco il punto in discussione, che si collega direttamente con I'altro problema: sul modo di intendere il concetto di "tradizione nazionale".
Che cosa significa "tradizione nazionale"? Per i realisti italiani significa ritrovare, per le opere realiste e per tutta l'arte contemporanea, il grande filone dell'arte figurativa, contro le tendenze del cosmopolitismo, contro quelle tendenze cioè, che si sviluppano in molti paesi del mondo ma sono I'espressione del modo di pensare e degli interessi di ristretti cerchi culturali e sociali, anzichè del modo di pensare e degli interessi di tutti gli uomini di ogni paese. Incapaci quindi di essere l'espressione del genio nazionale di quei paesi.

Ma qualcuno ha creduto di dover suonare un campanello d'allarme, sembrando che alcuni realisti interpretassero troppo rigidamente, oppure, come per polemica forse un po' affrettata fu lasciato intendere, troppo comodamente questo richiamo alla tradizione nazionale: nel senso che invece di inserirsi nella tradizione attraverso I'elaborazione degli apporti delle varie tendenze dell'arte moderna, alcuni realisti si adagiassero sulla facile ripresa di schemi dell'arte antica o addirittura sulla ripetizione di forme ottocentesche. 
Ora, se si parla di interpretazione più o meno rigida del concetto di tradizione nazionale, si parla di qualche cosa sulla quale tutti possono essere d'accordo e di cui bisogna soltanto valutare i limiti, ma se si parla di "banale ripetizione dell'illustrativismo ottocentesco", come ha fatto il critico Trombadori in un suo articolo, esaminando la Difesa di Venezia di Pizzinato esposta alla Biennale nel 1954, è ovvio che Pizzinato difenda il suo modo di intendere il problema della tradizione nazionale: poichè è questo ciò che egli fa quando parla di una "visione classica delle cose".
"Io stesso"... dice Mucchi... " non accetto I'interpretazione di Trombadori al piccolo quadro di Pizzinato, mentre accetto, e chi non lo farebbe?, il suo avvertimento sul pericolo di schematismi, ripreso anche da Treccani". 

Ma ci possono essere schematismi e schematismi. Chi può essere in disaccordo quando Treccani dice che si tende "alla formazione di un uomo nuovo e quindi di un artista nuovo"?
Ma quando si lasciano le parole e si sta con la tavolozza davanti alla tela, le faccende assumono aspetti diversi.
Allora può darsi che diventi schematismo I'idea che essere nuovi significhi ripetere quelle 'novità' di cui si sono nutriti in un determinato periodo della "nostra formazione" (è sempre Mucchi che parla), ma che sono d'impedimento anzichè d'aiuto allo sviluppo del realismo (per esempio certi modi picassiani, o certa esasperazione espressionistica, o certo pittoricismo, certo decadentismo ecc. - e perfino certa ripresa di modi della pittura francese dell'800), equivalente alla criticata ripresa di modi nella pittura italiana dello stesso periodo...).

Mentre forse non è schematismo il voler uscire determinatamente dalle facilità, dalle approssimazioni, dalle tortuosità delle "esperienze" moderne, per ritrovare la grande strada maestra in punti più sicuri e aperti e anche più italiani.
E del resto si nota che, se anche vi sono punti di vista differenti da un artista all'altro, questo è ciò che un po' tutti hanno fatto in questi ultimi anni, Renato Guttuso passando dalle Cucitrici del 1947 alla Battaglia del '52 e al Boogie Woogie...., Zigaina dall'Occupazione delle terre del '50 a Erba ai conigli del '54..., Pizzinato dal Contadino ucciso del '49 alla Fucilazione di patrioti del '54..., Treccani dalla Morte di Maria Margotti dei '50 al Ritorno a Fraga del '53 e lo stesso dal Bombardamento di Gorla del '49 al Partigiano assetato dl 1954, - per citare soltanto opere di alcuni artisti.

Ma per finire bene non posso non ricordare che qualunque siano i diversi punti di vista bisognerà almeno che ogni realista resti fedele ad alcuni principi essenziali del realismo fra i
quali questi, che sono accolti da tutti, e cioè: primo, che i contenuti del realismo si trovano nella realtà che nasce e si sviluppa e non in quella che deperisce e muore, il che implica una certa tematica del realismo: secondo, che il linguaggio del realismo deve essere il più chiaro, il più esplicito, il più lineare, il più sano possibile - il meno incerto, il meno allusivo, il meno involuto, il meno decadente possibile.

Ciò anche perchè il realismo sia capace, come dice Treccani, di farsi intendere dalla classe operaia, e, aggiungo io, da tutti.


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