domenica 25 gennaio 2015

LIALA - Romanzi Rosa (Romance)



Liala, pseudonimo di Amalia Liana Negretti Odescalchi Cambiasi (Carate Lario, 31 marzo 1897 – Varese, 15 aprile 1995), è stata una scrittrice italiana, fra le più amate autrici di romanzi d'appendice del XX secolo.
Fu Gabriele D'Annunzio a coniare per lei il nome Liala con cui la scrittrice firmò tutte le sue opere: "Ti chiamerò Liala perché ci sia sempre un'ala nel tuo nome".

Quando Aldo Busi arriva nella villa di Varese per il sospirato appuntamento con lei già novantenne, l'impressione è notevole: "Liala è una regina e non ho mai incontrato testa coronata più composta e azzurrata di questa" sintetizza lo scrittore nel libretto pubblicato a seguito dello storico incontro. E la descrive amorevolmente come "una creatura di irragionevole bellezza, [...] di una nobiltà superiore a quella, troppo stereotipata, "noblesseobligeamente" estenuata e decadente di un Luchino, che qui, in casa Cambiasi, avrebbe potuto al massimo aspirare a un posto di maggiordomo". 
Con i suoi impeccabili tailleur e completini rigorosamente coordinati - tutto si può perdonare, non un paio di scarpe stonate - la signora del rosa italiano ha mantenuto intatto, fino alla fine, quello charme desueto fatto di cura dei dettagli e impagabili tocchi di stile, senza mai trasformarsi nel feticcio mostruoso di se stessa, come è accaduto a Barbara Cartland.

Amalia Liana Negretti Odescalchi nasce nel 1897 a Carate Lario, sul lago di Como, scenario fisso dei suoi romanzi. È di origine aristocratica da parte di madre, ma non è ricca; forse anche per questo sposa, giovanissima, il marchese Cambiasi, affascinante ma molto più anziano di lei. La passione coniugale finisce presto, e Cambiasi riprende la sua vita dispendiosa di gaudente disincantato e blasé,lasciando per lunghi periodi la giovane moglie sola con la figlia Primavera. Ma Liana non ha né il fisico né il carattere adatto ad interpretare il ruolo dell'angelo del focolare, tantomeno una di quelle fragili eroine della sconfitta, piegate dal destino, di cui pullulano i romanzi femminili dell'epoca.
Santa rassegnazione, devozione, vocazione al sacrificio non sono per lei. Dietro gli occhi verde cupo ("color birra Moretti" commentano i compaesani maligni) e l'onda di capelli tizianeschi, cela una ferma intenzione di vivere, e la voglia esplosiva di sentirsi al centro dell'attenzione e degli sguardi del mondo (soprattutto quelli maschili).

Il destino ha in serbo per lei un altro marchese, Vittorio Centurione Scotto, alto, aitante, di qualche anno più giovane di lei. Inoltre è un asso dell'aviazione, un eroico pilota che vince tutte le gare, splendido nella sua divisa candida. 
È I'amore, anzi l'Amore con la maiuscola, come la scrittrice sempre lo chiamerà nelle memorie, nei racconti. Ma è una storia senza lieto fine: mentre, con l'aiuto del comprensivo marito, Liana cerca di ottenere un divorzio all'estero, il suo amante precipita in acqua durante un allenamento per la Coppa Schneider. La favola bella si trasforma in tragedia, mille volte narrata e ripetuta dalla scrittrice, fino a farne il mito di fondazione di un genere letterario. 
Perché è lei che ha inventato il romanzo rosa italiano, nutrendolo per settant'anni di un ricordo vampirizzato, strizzato fino all'ultima goccia, conservato nell'ambigua formalina delle sue trame.

Dopo la morte di Centurione, Liana accetta l'offerta del marito di tornare insieme, per ricomporre la famiglia. Pochi anni dopo, nel '31, esce da Mondadori il primo dei suoi circa 70 romanzi, Signorsì. 
"L'ho scritto per non impazzire", confesserà l'autrice. Ma a soli venti giorni dalla pubblicazione, I'editore telegrafa che il romanzo è esaurito; è I'inizio di un successo implacabile e ininterrotto che nessuna scrittrice, in Italia, ha più eguagliato.

Fu D'Annunzio a trovarle il liquido nom de plume che sarà il suo marchio di produzione, suggerendo che a una scrittrice così amica degli aviatori mancava solo un'ala nel nome. E indovinando l'indole orgogliosa e trasgressiva della giovane ammiratrice, le scriverà una famosa dedica: "A Liala, compagna d'ali e d'insolenze".
D'Annunzio aveva visto giusto: niente è più lontano dai luoghi comuni sul rosa - accusato di melensaggine, conservatorismo ipocrita, esaltazione della subalternità femminile - della narrativa di Liala. 
Nelle sue pagine s'aggira un fantasma pericoloso, che prende corpo fino a diventare una presenza incombente e viva: è il desiderio femminile, la sessualità negata delle donne. Non più solo palpiti, fremiti, sospiri, rossori, lacrime, occhi bassi. La scrittura di Liala non richiede forzature sul non detto, crepe nella superficie del testo, orizzonti segreti di lettura; il desiderio femminile vi circola esplicito, anzi, permea di sé la struttura narrativa. 
Generazioni di lettrici l'hanno amata - e quanto - perché nei suoi libri ha saputo riprodurre le qualità del sogno, ma di un sogno che libera energie segrete, domande represse, aprendo all'esplorazione il territorio ribollente delle fantasie.

Spazio troppo femminile per essere neutrale, il romanzo rosa è stato spesso piegato a fini pedagogici; ma non da Liala. Ed è per questo che lei sola, fra le migliaia di scrittrici rosa che si sono susseguite fino agli anni Sessanta, continua ad essere pubblicata e letta. La sua morale è elastica, ma realistica: se i devianti pagano, è perché la società è fatta così, ed è meglio attrezzarsi, per non soccombere. 
Liala non ha insegnamenti da dare che non siano pratici o formali, niente di più che una sorta di galateo della vita, che esclude ogni puritanesimo e non propone valori. I valori più autentici, nelle sue pagine, sono l'amore come piacere erotico, e la cura di sé come piacere narcisistico.

"Il mio miglior romanzo è la mia vita", ripeteva nelle interviste. E si è barricata con ostinazione dentro il geniale gioco di finzioni biografiche e letterarie che ha messo in piedi, fragile castello di carte che ha resistito per tutta un'esistenza, stravolgendo le severe regole del rosa. Invece di nascondere la sua relazione, l'ha sbandierata, invece di porré al centro della scena il matrimonio, ha rivendicato orgogliosamente la legittimità del suo adulterio. 
Eppure non ha vissuto una vita disgraziata, non è stata punita, anzi è tornata tra le braccia consolatorie del marito, ha avuto una seconda figlia, ha conosciuto il successo e I'universale comprensione per le sue pene d'amore.
Tra Ombre di fiori sul mio cammino e Farandola di cuori, tra Melodia dell'antico amore e Frantumi di arcobaleno, Liala ha aperto per le sue lettrici, un piccolo spiraglio su azzardate speranze di libertà.


OPERE

Signorsì (1931)
Peregrino del ciel (1934)
Settecorna  (seguito di Signorsì) (1934)
L'ora placida (1936)
Fiaccanuvole (1937)
Buona fortuna (1938)
A cavallo di Ugorò (1941)
Farandola di cuori (1941)
La casa delle lodole (1941)
L'arco nel cielo (1941)
Sotto le stelle (1941)
Con l'anima a volo (1942)
Brigata d'ali (1944)
Donna delizia (1944)
Dormire e non sognare (della trilogia di Lalla Acquaviva), (1944)
I gelsomini del plenilunio (1944)
Il pianoro delle ginestre (1944)
Il tempo dell'aurora (seguito di Sotto le stelle) (1944)
Una rosa lungo il fiume (1944)
La compagna velata (1945)
Lalla che torna  (della trilogia Lalla Acquaviva) (1945)
Melodia dell'antico amore (1945)
Tempesta sul lago (1945)
Il velo sulla fronte (della trilogia Lalla Acquaviva) (1946)
Mavì mia vita (1947)
Bisbigli nel piccolo mondo (1948)
L'ingannevole sogno (1948)
Trasparenze di pizzi antichi (1948)
Come i baci sull'acqua (1949)
Riverberi lontani (1949)
Un cuore sulla vela (1949)
Voci dal mio passato (1949)
Fiaba d'amore tra ieri e domani (1950)
La passeggera nel vento (1950)
Ombre di fiori sul mio cammino (1950)
Amata (1951)
Soliloquio a mezza voce (1951)
Una carezza e le strade del mondo (1951)
Preludi nostalgici (1951)
Il peccato di Guenda (1952)
La più cara sei tu (1952)
Quel divino autunno (1952)
Una notte a Castelguelfo (1952)
Vecchio smoking (1952)
La meravigliosa infedele (1953)
Le parole d'amore che non ti dissi (1953)
Per quale via, Glory? (1953)
Il vento inclina le fiammelle (1954)
Per ritrovare quel bacio (1954)
Le briglie d'oro (1955)
Le creature dell'alba (1955)
Passione lontana (1955)
Un altare per il mio sogno (1956)
Sottovoce o mia Niny (1957)
Una lacrima nel pugno (1957)
L'azzurro nella vetrata (1958)
Chiamami con un altro nome (1958)
Foglie al vento (1959)
Fra le tue braccia e sul mio cuore (1959)
Il sole se tramonta può tornare (1959)
Belle nubi solitarie (1961)
La finestra aperta sulla notte (1961)
Lascia che io ti ami (1962)
Non crescono fiori per Abigaille (1963)
Un abisso chiamato amore (1963)
Il profumo dell'assente (1964)
La sublime arte di amare (1964)
L'addormentato cuore (1964)
Riaccendi la tua lampada, Gypsy (1964)
Un gesto, una parola, un silenzio (1966)
Il palazzo innamorato (1967)
Non dimenticare Lietocolle (1967)
Sognai di essere tuo (1967)
Di ricordi si muore (1970)
Una pagina d'amore (1970)
Ritorna malinconia (1971)
Good Bye sirena (1975)
Diario vagabondo (1977)
Frantumi di arcobaleno (1985)
Con Beryl, perdutamente (postumo, completato da Mariù Safier), (2007)
Un ballerino in paradiso (postumo, completato da Mariù Safier), (2010)



venerdì 23 gennaio 2015

ILIADE - OMERO (ILIAD - Homer)

Il giudizio di Paride (1904) Enrique Simonet

ILIADE 
Omero

ANTEFATTO

Al solenne banchetto, preparato sull'Olimpo per le nozze si Peleo con la Dea Teti, erano stati invitati tutti gli Dei, meno la Discordia, che, per vendicarsi, gettò nella sala un pomo d'oro con la scritta "Alla più bella". Subito Giunone, Minerva e Venere se la contesero, ma Giove, invitato a decidere, affidò il giudizio a Paride, il figlio di Priamo, re di Troia, che preferì Venere, perché gli aveva promesso in sposa la più bella donna del mondo. 
Paride intraprese poi un viaggio in Grecia dove, accolto nella reggia di Menelao re di Sparta, mal ricambiò la generosa ospitalità fuggendo a Troia con la consorte di lui, Elena, che era allora la donna più bella della terra. Menelao ne chiese la restituzione, ma, avutone un rifiuto, chiamò alla vendetta i capi delle città greche e primo fra tutti il fratello Agamennone, che assunse il comando della spedizione. 
Dopo un periglioso viaggio per mare i Greci sbarcarono sulle coste della Troade e posero l'assedio alla città. Ma Troia resistette a tutti gli assalti. 


ARGOMENTO

La guerra infuria ormai da dieci anni con alterne vicende. Un giorno Crise, sacerdote di Apollo, si presenta supplice al campo acheo per chiedere il riscatto della figlia Criseide, fatta schiava da Agamennone. Cacciato con un rifiuto e con minacce, prega il Dio che lo vendichi: questi allora diffonde nel campo una pestilenza che infuria per nove giorni. 
Al decimo giorno Achille, alla presenza dell'assemblea, invita Agamennone a restituire Criseide per placare Apollo. Il capo supremo, indotto dalle pressioni degli altri duci, restituisce Criseide, ma vuole una soddisfazione; sia per mostrare la sua superiorità su tutti, sia per vendicarsi di Achille che ha provocato la perdita della schiava, toglie proprio a questi
la sua, Briseide. Achille, offeso, giura che non prenderà più parte alla guerra mentre la madre Teti lo consola promettendogli il suo aiuto e ottenendogli poi da Giove l'assicurazione che farà scontare agli Achei sconoscenti la loro colpa. (Canto I)

Agamennone, ingannato da un sogno inviatogli da Giove, vuole attaccare i Troiani, sicuro della vittoria. Un tentativo di conoscere l'animo dei combattenti, proponendo il ritorno in patria, ha esito infelice: tutti si avviano con manifestazioni di gioia verso le navi e sono trattenuti solo dall'energico intervento dei capi, primo fra tutti Ulisse, che punisce il petulante, deforme Tersite. 
Segue la rassegna (o catalogo) delle forze greche e troiane; 1.186 navi e circa 120.000 uomini dei Greci; forse una metà di uomini dalla parte dei Troiani. (Canto II)

Avvicinatisi i due eserciti, Paride (o Alessandro) sfida a duello Menelao per decidere così la sorte della guerra. Stabilita una tregua e giurati solennemente i patti con l'intervento del re Priamo, il duello si inizia. Paride sta per soccombere, ma Afrodite I'avvolge in una nube e lo trasporta in città, mentre Agamennone chiede I'esecuzione dei patti. (Canto III)

Un alleato dei Troiani, Pandaro, istigato da Atena, ferisce con una freccia Menelao suscitando sgomento e ira nel campo greco, specialmente in Agamennone il quale passa in rassegna l'esercito esortando i suoi alla battaglia che comincia con una grande strage dall'una e dall'altra parte. (Canto IV)

Gli Achei hanno il sopravvento per merito soprattutto di Diomede che ferisce Afrodite, accorsa in aiuto del figlio Enea, e Ares. (Canto V)

Avendo i Troiani la peggio, per consiglio di Eleno, Ettore rientra in città a ordinare preghiere e voti ad Atena: poi, rimproverato Paride, s'incontra presso le porte Scee con la moglie Andromaca e il figlioletto Astianatte per l'ultimo, commovente addio: s'avvia quindi per tornare tra i combattenti ed è raggiunto durante il cammino da Paride. (Canto VI)

Appena rientrato in campo, Ettore sfida a duello il più forte campione greco: Menelao è pronto ad accettare ma è dissuaso da Agamennone. Si presentano allora nove eroi, tra cui si estrae a sorte. È designato Aiace. Dopo lunga e accanita lotta i due, al calar della notte, sono separati dagli araldi. Segue una tregua per il seppellimento dei morti ed i Greci ne approfittano per proteggere le navi con un muro e una fossa. (Canto VII)

Dopo una seconda battaglia nella quale per volere di Giove i Greci hanno la peggio (Canto VIII), Agamennone convoca i capi a consiglio e propone una fuga immediata cui si oppongono Diomede e Nestore. Si decide, invece, di mandare un'ambasceria ad Achille per dargli ampia soddisfazione ed indurlo a riprendere le armi. 
Agamennone gli offre la restituzione di Briseide e innumerevoli doni per mezzo degli ambasciatori Fenice, Ulisse e Aiace, accolti ospitalmente dall'eroe sempre però ben deciso a non più combattere. La notizia del rifiuto riportata ai duci aumenta la costernazione nel campo acheo. (Canto IX)

Diomede durante la notte esce con Ulisse ad esplorare il campo troiano, dal quale, nello stesso tempo, esce, con analogo incarico, Dolone che, catturato dai due, è costretto a dare preziose indicazioni sui nemici e poi è ucciso. I due Greci, trucidato Reso con alcuni dei suoi e predatine i cavalli, ritornano incolumi tra i loro. (Canto X)

Nel terzo giorno di battaglia Agamennone compie grandi prove di valore ma viene ferito. Achiile che osserva la lotta dal suo campo, invia Patroclo a chiedere notizie di un guerriero condotto fuori della mischia da Nestore che Io prega di partecipare alla lotta con i Mirmidoni, se Achille persiste nel suo sdegnoso atteggiamento. (Canto XI)

Intanto i Troiani, incitati da Ettore, respingono i Greci fino alle difese del campo (Canto XII) lanciati in un assalto a stento contenuto dagli Achei. (Canto XIII)

Era, poi, con I'aiuto di Afrodite e del Sonno, addormenta Giove dando a Nettuno la possibilità cli accorrere in aiuto degli assediati: lo stesso Ettore è ferito ed i Troiani sono respinti dalle navi. (Canto XIV)

Giove, ridestatosi, concede la vittoria ai Troiani ed Ettore incalza gli Achei fino alle navi. (Canto XV)

Patroclo, tornato presso Achille, ottiene di vestire le armi dell'amico e di accorrere con i Mirmidoni in difesa delle navi greche dove i Troiani stanno già gettando fuoco; la presenza di Patroclo, da tutti creduto Achille, fa fuggire i Troiani meno Ettore che l'affronta e I'uccide. (Canto XVI)

Sul suo cadavere si accende una furibonda lotta. (Canto XVII)
Achille si dispera e piange alla notizia della morte dell'amico, udita dalla madre che lo consola e gli promette una nuova armatura in sostituzione di quella data a Patroclo e presa da Ettore.
Mentre Teti va da Efesto per ottenere le armi, Achille dall'alto della fossa, con un grido pauroso, mette in fuga i Troiani e lo stesso Ettore. (Canto XVIII)

Achille per vendicare l'amico si riconcilia con Agamennone e si arma (Canto XIX): affrontato da Enea lo trarrebbe a sicura morte se in favore del Troiano non intervenissero gli Dei (Canto XX).

Achille caccia i Troiani parte verso la città, parte nello Scamandro, ma il dio Scamandro, protettore dei Troiani, straripa ed insegue i Greci, soprattutto Achille, finché da Efesto, mandato da Giunone che teme per la vita dell'eroe, è ricacciato nel suo letto mentre i Troiani si ritirano nella città. (Canto XXI)

Solo Ettore rimane fuori, deciso ad affrontare Achille che lo attende minaccioso e terribile: a tale vista il pur coraggioso eroe fugge tre volte intorno alla città, poi, esortato da Atena, si ferma e cade per mano di Achille che ne trascina il cadavere verso le navi. (Canto XXII)

Vendicato così l'amico, Achille ordina per lui solenni funerali ed organizza varie gare alle quali partecipano i migliori campioni dell'esercito. (Canto XXIII)

Dodici giorni dopo la morte di Ettore, Priamo, per suggerimento divino, si reca alla tenda di Achille a chiedere il cadavere del figlio: Achille, commosso dall'aspetto e dal dignitoso dolore del vecchio re, memore del vecchio padre Peleo, restituisce il corpo di Ettore miracolosamente intatto e concede una tregua di undici giorni perchè I'eroe abbia degna sepoltura ed onori funebri. (Canto XXIV)


I PROTAGONISTI

Agamennone, figlio di Atreo, fratello di Menelao, re di Argo e di Micene. Sposò Cliterìnestra, figlia di Tindaro, sorella di Elena che si unì a Menelao.
Quando la regina di Sparta fu rapita da Paride, i due fratelli Atridi fecero alleanza con molti principi greci e organizzarono un'immensa armata di più di mille navi, e con oltre centomila guerrieri, che mosse contro Troia. Ne fu capo supremo Agamennone rispettato ed obbedito durante il periodo di 51 giorni in cui si svolsero le vicende narrate nell'Iliade: spesso, però, si mostrò arrogante e superbo (onde la sua lite con Achille), incerto e desideroso di rinunziare all'impresa, a volte valoroso combattente, quasi sempre pronto ad ascoltare il consiglio dei suoi alleati.
Finita la guerra con la vittoria delle armi greche, tutti gli alleati si affrettarono a ritornare alle loro case ed egli si diresse a Micene dove Cassandra gli aveva predetto una triste fine: egli, infatti, fu ucciso nella sua reggia da Egisto al quale, durante la sua decennale assenza, si era legata la moglie Clitennestra.

Achille, figlio di Peleo e della Nereide Tetide (o Teti), il più forte e il più famoso degli eroi greci nella guerra contro Troia, era nato.a Ftia, in Tessaglia, di cui fu re. La madre, che poi lo fece educare dall'eroe Fenice e dal centauro Chirone, sapendolo destinato a morire sotto le mura di Troia, lo tuffò, appena nato, nelle acque del fiume Stige, per renderlo invulnerabile: e tale lo rese fuorché nel tallone col quale l'aveva tenuto. Teti, inoltre, per sottrarlo ai pericoli della guerra l'aveva nascosto, in vesti femminili, tra le figlie del re Licomede, nell'isola di Sciro ove fu scoperto da Ulisse e Diomede mediante un'astuzia: tra i doni recati alle fanciulle il re di Itaca espose anche una lucente armatura prontamente afferrata da Achille per lanciarsi contro i nemici.
Andato al campo greco, sotto Troia compì arditissime imprese, prima del tempo in cui si inizia l'azione del poema che, come è noto, presenta i più importanti momenti delle gesta dell'eroe: la sua violenta disputa con Agamennone che gli toglie Briseide, a lui cara; il suo ritiro dalla battaglia, con Patroclo ed i Mirmidoni, ed il testardo rifiuto a ritornarvi; il disperato dolore per la morte dell'amico al quale ha concesso le sue armi; il suo ritorno alla guerra, la sua lotta con lo Scamandro, il duello con Ettore ed, infine, la restituzione del cadavere del nemico ucciso al re Priamo.
Figura grandiosa, questa di Achille nell'Iliade, in cui Omero tratteggiò l'eroe per eccellenza: giovane, coraggioso, caparbio, amante della cetra, con la quale consolava la sua malinconia, mite con gli infelici, affettuoso con la madre, rispettoso degli Dei e dei doveri dell'ospitalità, riverente e commosso di fronte al dolente Priamo.

Teti, madre di Achille, una delle Nereidi, figlia di Nereo, vecchio abitatore del mare. Fu desiderata in sposa da Giove che poi la fece unire in matrimonio col mortale Peleo, dopo aver saputo che suo figlio sarebbe un giorno divenuto più grande e più forte del padre. 
È detta "dea piè d'argento" da Omero che presenta con ispirata commozione la sua dolce e malinconica figura di madre, sempre pronta ad aiutare e a consolare il figlio.

Ettore, figlio di Priamo ed Ecuba, il maggiore degli eroi troiani, fratello di Paride, marito di Andromaca, è sempre presente nelle battaglie, forte e coraggioso combattente: è il campione. dei Troiani, come Achille lo è dei Greci. In ogni circostanza si mostra di animo saldo, di volontà invincibile, di squisita nobiltà, per cui lo stesso Achille sente per lui ammirazione e rispetto.
Come marito, come padre, come guerriero e come cittadino, che si vota alla patria, di cui presente l'imminente rovina in una guerra da lui non provocata, è la più bella e patetica fra le figure degli eroi troiani evocate nell'Iliade.

Andromaca, figlia di Eezione rappresenta tra il fragore delle battaglie delI'Iliade la soave nota femminile vibrante di amore coniugale e materno. Dopo la presa di Troia divenne prigioniera del figlio di Achille, Pirro, che la portò in Tessaglia e nell'Epiro dove sposò Eleno, il figlio di Priamo dotato del dono profetico.
Virgilio, nell'Eneide, la presenta proprio in Epiro, intenta ad onorare la memoria di Ettore e a ricordare con lagrime appassionate il figlio Astianatte che era stato gettato dalle mura di Troia durante la distruzione della città.

Ulisse, figlio di Laerte e di Anticlea, re di Itaca. Nella guerra troiana fu uno dei primi eroi, sempre presente e pronto a dare valido aiuto col senno e col valore: con Diomede rapì da Troia il Palladio, statua miracolosa di Minerva gelosamente custodita (perché un oracolo aveva predetto che la città non sarebbe caduta finché avesse conservato la sacra immagine), raccolse informazioni sul campo nemico, fece parte dell'ambasceria dei Greci ad Achille per tentare di indurre I'eroe a tornare in battaglia, suggerì l'inganno del cavallo di legno nel quale si rinchiuse con altri compagni per conquistare Troia. 
Conclusosi I'assedio ad Ilio, dovette sopportare molte vicende prima di tornare ad Itaca.

Fenice, figlio di Amintore, re di Eleone, in Tessaglia. Scacciato dal padre si rifugio presso Peleo che lo accolse generosamente e gli affidò l'educazione di Achille. Così nacque il reciproco afferro fra maestro e discepolo e quando Achille partì per la guerra di Troia il vecchio Fenice volle seguirlo.

Aiace, figlio di Telamone, re di Salamina e fratello di Peleo. Nell'Iliade è il più forte e valoroso guerriero dopo Achille, poiché, ritiratosi questi nella sua tenda, resse il maggior peso della guerra: sostenne un duello ton Ettore, frenò l'urto dei Troiani giunti fino alle navi greche, combatté nella difesa del cadavere di Patroclo.
Morto Achille, ucciso da Paride, disputò con Ulisse per le sue armi. Quando queste, per consiglio di Minerva, furono da Agamennone assegnate ad Ulisse si infuriò e si uccise gettandosi sulla propria spada.

Priamo, ultimo re di Troia, sposo di Ecuba, padre di Ettore e di molti altri valorosi combattenti troiani. Vecchio infelicissimo, assistette alla morte dei suoi figli e alla rovina della sua città. Pirro, figlio di Achille, lo uccise durante I'incendio di Troia.
Sempre dignitoso, appare sovranamente grande quando, sfidando ogni pericolo, decide di presentarsi ad Achille a chiedere il corpo di Ettore. Nella tenda dell'eroe greco i due uomini si ammirano a vicenda: Achille simile agli dei, Priamo mirabile nella maestà di grande re e di coraggioso padre.

Peleo, re di Ftia, nella Tessaglia, figlio di Eaco, sposo di Teti. Poiché la Nereide non voleva acconsentire alle nozze con un mortale, dovette cimentarsi in molte prove: infine, aiutato dal Centauro Chirone, riuscì vincitore nella gara di lotta ingaggiata con lei.
Alle solenni nozze intervennero tutti gli Dei, recando splendidi doni (Nettuno offrì i due cavalli immortali, Balio e Xanto, Chirone offrì una lancia di frassino tolto dal Monte Pelio): ma il banchetto nuziale fu turbato dalla Discordia che, offesa per non essere stata invitata, gettò sulla mensa un pomo d'oro con su scritto: " Alla più bella". Tre dee, Giunone, Minerva e Venere si disputarono il pomo finché fu scelto come giudice Paride che lo assegnò a Venere. Di qui nacque la guerra troiana (vedi Antefatto).

Mirmidoni: popolo greco della Tessaglia, venuto forse dall'isola di Egina, su cui regnavano Peleo e Achille. Poiché una tremenda pestilenza aveva spopolato I'isola, il suo re Eaco, avo di Achille, supplicò il padre Giove perché gli restituisse il suo popolo. E, vedendo sul tronco di un grande albero una lunga schiera di formiche che portavano nella bocca del cibo, pregò che gli venissero ridati altrettanti cittadini: e nella notte, in sogno, vide le formiche mutarsi in
uomini che trovò alla mattina appena desto.
Dal greco mùrmex, formica, essi presero il nome di Mirmidoni.


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mercoledì 21 gennaio 2015

EDDA CIANO, figlia di Mussolini (The daughter of Mussolini)


EDDA CIANO

Edda Mussolini coniugata Ciano, contessa di Cortellazzo e Buccari (Forlì, 1º settembre 1910 – Roma, 9 aprile 1995), è stata una dei cinque figli di Benito Mussolini.
È stata insignita della Medaglia d'Argento al Valor Militare per l'opera di assistenza svolta anche a rischio della vita, durante la prima fase della seconda guerra mondiale, come crocerossina, sia sul fronte russo che in Albania, dove la nave su cui svolgeva servizio venne affondata.

Figlia primogenita di Benito Mussolini e di Rachele Guidi, nacque a Forlì il 1 settembre 1910 quando i genitori non erano ancora sposati (a lungo si insinuò che non fosse figlia di Rachele bensì di Angelica Balabanoff), e quando il padre era ancora uno squinternato agitatore socialista reduce dalla dura gavetta delle piazze di Romagna. 
In omaggio alle rigide convinzioni anticlericali dell'ambiente, Edda, che traeva il proprio nome dalla superdonna nietzschiana, protagonista di un dramma di Ibsen (Hedda Gabler),non fu battezzata: lo sarebbe stata solo molti anni dopo alla vigilia del Concordato.

Bambina, conobbe lo squallore degli alloggi suburbani, la vita povera e fuori dalle regole dei "sovversivi", la familiarità con i ragazzi dell'altro sesso alimentata dalle comuni scorribande tra i prati delle periferie milanesi; ma conobbe pure l'atmosfera elettrica delle redazioni, la confusione delle tipografie, le animate riunioni di partito dove il padre spessissimo era solito portarla con sé. 
Fin da giovanissima, insomma, respirò qualcosa del disordine e della libertà dei tempi moderni: acquistò forse allora quell'irrequietudine, quella continua intenzione di stupire, che certamente le venivano pure dal retaggio familiare e che sarebbero diventate poi la cifra del suo modo d'essere e di stare nel mondo.

"A quattordici anni fumai la prima sigaretta [...] ero bravissima anche a correre, a saltare, in tutti gli attrezzi come la fune, la pertica"; si aggiungano le predilette letture salgariane e la precocissima passione per I'automobile: fu lungo queste vie, all'epoca non troppo consuete, che l'adolescente Edda, a detta di molti simile a un "maschiaccio", divenne nell'Italia degli anni Venti una giovane donna emancipata. 
Non già di certo grazie agli studi: al liceo Parini infatti, rimediò sempre voti mediocri nonché un disonorevolissimo (per quei tempi) otto in condotta, mentre al raffinato Collegio "per signorine" di Poggio Imperiale, sui colli fiorentini, dove il padre ormai capo del Governo aveva voluto mandarla, resistette solo pochi mesi.

Ottenuto finalmente di potersene allontanare, I'onnipresente autorità paterna tuttavia non allentò la presa e, a mo' di surrogato educativo, la spinse a intraprendere lunghi viaggi all'estero anche allo scopo di farle acquisire la necessaria pratica del mondo: così fu dapprima in Africa settentrionale, e poi a Ceylon e in India con una lunga crociera. 
Il duce seguiva abbastanza dappresso la vita della figlia che considerava I'unica, vera Mussolini della sua progenie, e anche in occasione di questi viaggi come tante altre volte in seguito, non mancò di inviarle frequenti affettuose missive di consiglio e di incitamento.

Dopo alcuni amori giovanili di scarso peso - perlopiù, significativamente, di ambiente forlivese-romagnolo, tra i quali quello con un giovane di buona famiglia messo alla porta dal duce per aver richiesto informazioni sull'eventuale dote della giovane Mussolini - Edda decise senza pensarci su un momento ("e perchè no?" fu la sua risposta), di accettare la repentina offerta di matrimonio rivoltale quasi per gioco, mentre insieme stavano assistendo allo spettacolo in un cinema romano, dall'appena conosciuto Galeazzo Ciano, allora giovane diplomatico di belle speranze, figlio di un alto papavero del regime. 
Aveva solo vent'anni, e lui ventisette, quando si sposarono a Roma, il 24 aprile 1930, con un ricevimento fastoso che costituì una delle poche occasioni di alta mondanità che la nomenclatura fascista offrì in un ventennio al paese.

Fino al matrimonio la vita di Edda si era svolta in pratica tutta all'ombra di suo padre. Ella non aveva certo corrisposto ai canoni che egli avrebbe voluto imporle (al duce, per esempio, sigarette e pantaloni apparvero sempre cose incompatibili con una donna, mentre la figlia ne fece costantemente grande uso), e però la violazione di quei canoni da parte della giovane, all'insegna di una certa impulsiva audacia, di una ribalda indipendenza di modi e di carattere arieggianti un modello virile, era in fin dei conti fatta apposta per incontrarsi con i gusti più riposti di Mussolini: che infatti non fece mai mancare alla figlia un'intesa affettuosa venata di complicità.
L'emancipazione di Edda, insomma, era stata fino ad allora un'emancipazione sì, ma per così dire sotto tutela, previo consenso paterno. Ora, invece, con Galeazzo, tutto sarebbe stato diverso; con lui, infatti, Edda avrebbe conosciuto un'emancipazione più personale e più vera, anche se infinitamente più contraddittoria e più aspra, destinata alla fine a toccare il culmine della tragedia.

Il matrimonio fu tanto solido quanto all'apparenza poco felice. Nacquero negli anni tre figli - Fabrizio, Raimonda, Marzio - ma l'attrazione fisica tra i due sposi fu subito assai scarsa e finì rapidamente per spegnersi del tutto. 
Fortissimo, invece, doveva rivelarsi il legame psicologico ed affettivo tra l'incerto, vanitoso Galeazzo, familista e maschilista quanto giusto, e la caparbia, generosa Edda, insofferente dei ruoli tradizionali di donna. Come se lui si sentisse rufforzato dall'avere quella moglie sicura al proprio fianco, compiacendosi al tempo stesso di proteggerla dalle sue eccessive sconsideratezze, e come se lei, dall'altra parte, riuscisse a placare le sue irrequietudini nell'indulgente maternage di quel suo marito leggero, apprezzandone, lei così spigolosa, i tratti accomodanti di buon figliolo italiano, spessissimo canaglia, ma assai difficilmente carogna.

Gli agi, la giovane età e i temperamenti di entrambi, la levità dell'ambiente mondano-diplomatico della Roma del fascismo trionfante, infine l'avvento dei tempi nuovi: tutto contribuì a fare di Edda e Galeazzo "una coppia moderna". 
Fin dall'epoca dl Shanghai dove erano andati subito dopo il matrimonio (lui essendo stato nominato console generale d'Italia) si erano lasciati una reciproca libertà di incontri e di storie. 
Edda ebbe le sue, ma senza riuscire mai a trovare qualcosa di più di qualche affettuosa devozione, come fu quella che seppe poi dimostrarle nelle circostanze più tragiche il marchese fiorentino Emilio Pucci di Barsento. In genere furono corteggiamenti e flirt di nessuna importanza sullo sfondo della bella casa ai Parioli, della villa del Castiglione a Capri, mèta sempre più frequente di lunghi soggiorni, del Circolo del golf dell'Acquasanta alle porte di Roma, dei languidi pomeriggi estivi sulla spiaggia di Castelporziano. 
"Da bambina - confesserà molto avanti negli anni - ho disperatamente sognato di essere un uomo: un archeologo o un esploratore. Non mi sentivo tagliata per essere un'impeccabile padrona di casa, una madre modello, una nuora da manuale, insomma una perfetta donna qualunque".

In fuga perenne da se stessa, Edda ama il gin e il tavolo da gioco (dove perde somme favolose per trovare le quali non esita a ricorrere al segretario del padre), predilige i quadri di De Chirico di cui addobba il suo salotto, e s'interessa di politica. 
L'ha respirata fin da piccola, la politica, è un'ammiratrice decisa di suo padre e può essere definita una fascista convinta. La sua qualità di moglie-figlia del duce indubbiamente conta qualcosa nella folgorante carriera del marito (ministro degli Esteri a soli trentatre anni nel 1936), ma ella si astiene dal darlo a vedere, e soprattutto sa resistere alla tentazione di svolgere un qualsiasi ruolo sulla scena pubblica. Tuttavia le sue battute mordaci, i suoi giudizi senza peli sulla lingua nei confronti di aspetti e personaggi del regime, Mussolini incluso, se necessario (per esempio a proposito del suo rapporto con Claretta Petacci), fanno in un baleno il giro della Roma che conta.

Così come è nota la sua simpatia per Hitler e per il nazionalsocialismo, visto come una sorta di fascismo più deciso, capace, lui sì, di fare i conti con i poteri tradizionali. Si reca anche da sola più volte in Germania, e in un ambiente che certo non è propenso a eccessiva indulgenza per I'impegno politico di una donna, suscita una ammirazione non di maniera nei circoli massimi del regime, a cominciare dal Führer, conquistato dalla sua aggressiva sincerità, dalla sua passione ideologica senza mezze misure.

Scoppiata la guerra, Edda, che l'ha voluta, vi partecipa come crocerossina volontaria. Tra lei e la principessa Maria Josè, presidente del Corpo, non corre buon sangue, ma le due si rassegnano a sopportarsi a vicenda. 
Nella baia di Valona si salva a nuoto dal naufragio della nave ospedale su cui è imbarcata, e alla vigilia dello sbarco alleato in Sicilia non manca di segnalare al padre - in una lettera durissima per la franchezza spietata - le condizioni materiali penose in cui versano le popolazioni dell'isola e insieme i sintomi del disfacimento dell'organismo militare del paese.

Ma ormai è tutto inutile. Il 25 luglio, con l'adesione di Galeazzo Ciano all'ordine del giorno che approvato dal Gran Consiglio del fascismo segna la fine di Mussolini, inizia la tragedia di Edda. Nelle settimane seguenti, fidandosi della sua antica amicizia con i nazisti, è lei che commette l'errore fatale di consigliare il marito di rifugiarsi presso l'ambasciata tedesca di Roma. Da lì saranno portati non già in Spagna, come avevano sperato, bensì in Germania dove sarà subito chiara la sorte che aspetta l'ex ministro degli Esteri. 
Ma perché la sorte decisa a Berlino si compia è necessario il consenso di Mussolini. Dalla metà ottobre del '43 a metà gennaio del '44 Edda ingaggia una battaglia disperata per impedire quel consenso. Il destino l'ha posta nell'alternativa di dover scegliere tra il padre e il marito ed Edda sceglie Galeazzo, quasi con la volontà di stare dalla parte della propria autonomia, della propria vita individuale, in definitiva della propria libertà. 
Lo scontro con il padre raggiunge, in un ultimo drammaticissimo colloquio, vertici di tensione ineguagliabile: "la guerra è finita. Siete tutti pazzi [...]. Tra noi tutto è finito, finito per sempre. Ti odio, ti disprezzo,.non sei più mio padre", urla in faccia a Mussolini. 
Dopo il no del duce gioca infine la carta disperala della trattativa con i tedeschi per la consegna dei Diari del marito in cambio della sua vita. La contessa Ciano ora si muove da sola, da sola deve lottare per la vita e per la morte, non ha l'aiuto di nessuno salvo che di qualche amico coraggioso.
Anche così, nel lutto e nella disperazione la guerra può obbligare una donna italiana a scoprire il proprio valore, la può spingere a battersi per ciò che vuole e che ama, a scoprire la propria singolare irriducibilità.

Dapprima Himmler e le SS sembrano interessati allo scambio, ma all'ultimo momento tutto salta: l'accordo non ci sarà e per Galeazzo giunge l'ultima ora. A Edda viene impedito perfino di incontrarlo prima della fucilazione: non le resta che la possibilità di mandargli qualche riga che firma "Edda tua", "Deda tua". Il marito le si rivolge chiamandola "buona, sincera, generosa".

Dopo quei giorni terribili la sua vita non avrà più storia. Consegnata nell'estate del 1945 alle autorità italiane dalla Svizzera presso cui si era rifugiata subito dopo la morte del marito, viene inspiegabilmente mandata al confino a Lipari, dove tuttavia starà per pochi mesi. 
I decenni seguenti saranno spesi in lunghi viaggi che assomigliano a un vagabondare senza pace tra la piccola casa che ha conservato ai Parioli, la Romagna, Capri e il mondo. A farle compagnia solo i ricordi, che il tempo ingigantisce, ma di cui almeno tempera lo strazio. 
Edda si spegne a Roma la domenica delle Palme del 1995.


giovedì 15 gennaio 2015

FRATELLI - Giuseppe Ungaretti


FRATELLI

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

Giuseppe Ungaretti
Mariano il 15 luglio 1916


La poesia è la versione definitiva di Fratelli, che troviamo nella raccolta L'allegria del 1943: precedentemente, ne Il porto sepolto, il titolo di questo componimento era Soldato.

La parola-chiave della lirica, fratelli, è simmetricamente presente in apertura e chiusura ed esprime il senso di solidarietà e fraternità che spontaneamente nasce di fronte allo scatenarsi della violenza. È un legame fragile, precario, continuamente minacciato dalla morte (parola tremante, foglia appena nata). Ma nell'angoscia e nel dolore (nell'aria spasimante) I'uomo, cosciente della sua precarietà, istintivamente afferma il suo legame con gli altri, quasi ad esprimere con questo la sua ribellione (involontaria in quanto spontanea, non frutto della ragione) contro la violenza che divide e oppone gli uomini fra loro. 
È questa l'ultima redazione di un testo che il poeta ha sottoposto a numerose varianti, attraverso le quali egli ha teso a raggiungere l'effetto della massima essenzialità e concentrazione espressiva su alcune parole e immagini (fratelli, parola tremante, foglia appena nata, fragilità) isolate e messe in rilievo dalle numerose pause, rappresentate dogli spazi bianchi che separano i versi. 
L'accostamento concettuale fra la parola fratelli e la parola fragilità, che esprime la precarietà del legame di fratellanza in mezzo alla distruzione della guerra, è sottolineato anche da un elemento fonetico, lo stesso suono iniziale fr
Nel verso 5, la fraternità è paragonata per analogia ad una foglia appena nata, indifesa contro la furia degli elementi.
E il paragone non è esplicitato attraverso l'uso della parola come, ma implicitamente suggerito e concentrato al massimo attraverso l'eliminazione di ogni parola superflua.


Schema metrico: versi liberi.

Di che reggimento siete, fratelli?: la domanda, per sé banale, fa subito sorgere il sentimento della fratellanza che si crea in guerra tra uomini, indipendentemente dalle suddivisioni interne all'esercito.

Parola tremante nella notte: la pausa sottolinea il valore di precarietà della parola fratelli e del profondo significato che essa esprime, quando venga pronunciata nella notte, nel buio della guerra e della morte che la minaccia.

Foglia appena nata: è un'analogia, creata fra la parola fratelli e la foglia appena nata, entrambe fragili ed esposte alla violenza esterna.

Nell'aria spasimante: è l'atmosfera piena di angoscia e di dolore nella quale i soldati vivono.

involontaria rivolta: il pronunciare la parola fratelli è un gesto spontaneo di rivolta, un rifiuto della realtà assurda della guerra ed essa perde ogni valore sentimentalistico e quotidiano.

fragilità: il concerto della fragilità, della precarietà della vita umana e degli affetti è messo in rilievo attraverso I'isolamento della parola nel verso.

Fratelli: la poesia si chiude con l'affermazione lapidaria del sentimento di fratellanza, simmetrica rispetto al titolo.



TEMI STORICI NELLA PITTURA ROMANTICA (Historical themes in painting romantic)

 Antoine-Jean Gros - Bonaparte al ponte di Arcole (Vedi scheda)


TEMI STORICI NELLA PITTURA ROMANTICA

Nella prima metà dell'Ottocento, durante la Restaurazione, in Italia la pittura di storia ebbe una straordinaria fortuna. Il periodo più rappresentato fu il Medioevo, cioè I'età in cui si poteva trovare I'origine di un sentimento nazionale italiano. In questo modo, i pittori partecipavano alla causa per I'indipendenza: non potendo, per ovvie ragioni di censura, dipingere opere apertamente critiche verso la dominazione straniera, erano costretti a rievocare la grandezza antica d'Italia oppure mostravano episodi di rivolta, uccisioni di tiranni, manifestazioni di orgoglio. 
Francesco Hayez per esempio dipinse, su commissione della nobiltà lombarda, quadri come i Vespri siciliani e la Congiura dei Lampugnani; Giuseppe Bezzuoli (Firenze, 28 novembre 1784 – Firenze, 13 settembre 1855) nell'Ingresso di Carlo VIII in Firenze mise in evidenza la figura del Machiavelli che volta sdegnosamente le spalle al re straniero alla testa di uno sfarzoso corteo. 
Era ben difficile per un artista rappresentare un episodio di storia contemporanea: Hayez si limitò a ritrarre il conte Francesco Arese - che era stato imprigionato dagli austriaci - all'interno della sua cella, e si fece anche prestare le catene originali dalla polizia per ottenere una maggiore verosimiglianza. 
Per la maggior parte delle opere il rischio era però che il messaggio, allusivo, espresso per metafora, non venisse recepito da tutto il pubblico.

Quando venne proclamata I'unità d'Italia, le cose mutarono profondamente: i pittori poterono rappresentare liberamente momenti della storia a loro contemporanea, soprattutto le grandi battaglie risorgimentali. Spesso però gli artisti cedettero alla tentazione dell'enfasi celebrativa oppure sottolinearono troppo gli aspetti patetici e sentimentali; solo pochi - come Giovanni Fattori  - seppero vedere le cose in maniera disincantata e realistica.
Un Paese dove la pittura di storia nell'Ottocento ebbe molta fortuna fu anche la Francia dove, non sussistendo il problema dell'indipendenza, gli artisti (da Antoine-Jean Gros a Géricault a Delacroix) riuscirono ad affrontare sempre la realtà presente e le sue contraddizioni. 



Vespri siciliani, una delle opere dipinte dall'Hayez per la nobiltà lombarda e che intendevano contribuire ad una presa di coscienza politica: anche nell'Ottocento gli italiani subivano angherie, alle quali sarebbe stato giusto ribellarsi.




I martiri cristiani portati in cielo dagli angeli, un quadro dipinto nel 1851 da Domenico Morelli (Napoli, 4 agosto 1826 – Napoli, 13 agosto 1901), ha un contenuto religioso ma anche un significato politico: allude alle sofferenze dei patrioti napoletani, condivise dal pittore che nei moti del 1848 era rimasto ferito.




Nella Battaglia di Magenta, dipinta nel 1862 dopo uno visita accurata dei luoghi, Giovanni Fattori non rappresenta il momento culminante dello scontro, ma si sofferma sul movimento confuso delle retrovie, rinunciando così ad ogni retorica.




Nel 1809 genitori di Charles Legrand ordinarono nel 1808 ad Antoine-Jean Gros un Ritratto del figlio, ucciso in Spagna nel corso di un'insurrezione popolare contro le truppe francesi.




Delacroix dipinse La Libertà che guida il popolo sulle barricate (vedi scheda)  per celebrare la rivoluzione del 1830 che portò al potere Luigi Filippo. Un critico ha definito l'opera "il primo quadro politico nella storia della pittura moderna", ma in realtà il pittore, in alcune lettere private, espresse sulla rivoluzione del 1830 un giudizio tutt'altro che positivo.



martedì 13 gennaio 2015

ANTICA GRECIA - LA PITTURA (Ancient Greece - The Painting)

  
ANTICA GRECIA - LA PITTURA

Le grandi opere pittoriche greche sono andate completamente distrutte: solo le fonti letterarie e i riflessi documentabili sia nella produzione ceramica figurata dell'epoca sia nella pittura parietale etrusca e romana ci consentono, anche se vagamente, di ricostruire la figura e l'attività di due tra i più grandi pittori dell'età classica (seconda metà del V sec.), Zeusi e Parrasio.

Mentre il primo (nativo di Eraclea, in Lucania) si dedica soprattutto alla resa del chiaroscuro, studiando gli effetti di luce e ombra per dare profondità e risalto alle immagini, l'altro, originario di Efeso e suo rivale, mirerà piuttosto alla finezza e alla sottigliezza della linea di contorno, intesa a rendere la plasticità dei corpi.
Il gusto ionico si manifesta infatti nel tratto fluido ed elegante, nella grazia raffinata e nella scelta di soggetti di contenuto patetico che gli permettono di con- centrare il suo interesse sulla resa dell'espressione psicologica della singola figura.
Zeusi, secondo quanto racconta Plinio in un celebre aneddoto, avrebbe raggiunto una tale perfezione nel dipingere dei grappoli d'uva da indurre gli uccelli a beccarli.
Egli però, a differenza di Parrasio, preferiva rappresentare la bellezza e la perfezione ideali nei personaggi epici e mitologici di Eracle, Penelope, Menelao, Elena, Zeus.
Di fondamentale importanza per la quantità e il livello spesso altissimo dei reperti è comunque la decorazione pittorica dei vasi greci, provenienti in gran parte dalle officine dell'Attica (la regione ateniese) e diffusisi sui mercati dell'oriente e dell'occidente quale pregiata merce di scambio.
La produzione ceramica può essere distinta in due fasi successive nel tempo (fine Vll-IV sec. a.C.): quella a figure nere su fondo rosso (che era il color ocra originario dell'impasto di argilla) e quella a figure rosse su fondo nero, che permetteva una maggior libertà e ricchezza di dettagli rispetto al procedimento più antico.


Vaso François (Firenze, Museo Archeologico)
  
Lo straordinario cammino percorso nel tempo dagli artisti greci verso la conquista di un'efficace resa della profondità dello spazio (specie nel rapporto figure-sfondo) e della purezza delle forme è chiaramente documentata dall'analisi dell'immenso repertorio d'immagini sino a noi giunte.


Anfora con Achille e Aiace che giocano ai dadi (Roma, Museo Etrusco Gregoriano)

Tra i capolavori sono da ricordare il Vaso François, scoperto nel 1845 presso Chiusi, in territorio etrusco e dipinto da Kleitias (Firenze, Museo Archeologico); l'Anfora con Achille e Aiace che giocano ai dadi (Exechias; Roma, Museo Etrusco Gregoriano); il Cratere con La Iotta di Ercole e Anteo (Euphrònios; Parigi, Louvre); la Tazza raffigurante Eos e Memnon (Duris; Parigi, Louvre); il Cratere di Orvieto (Parigi, Louvre) del Pittore dei Niobidi.


La Iotta di Ercole e Anteo (Euphrònios; Parigi, Louvre)

Eos e Memnon (Duris - Parigi, Louvre)


Cratere di Orvieto (Parigi, Louvre)
















lunedì 12 gennaio 2015

ANTICA GRECIA - Architettura dell'età arcaica (Ancient Greece - Architecture of the Archaic period)

Il tempio di Apollo a Corinto


ANTICA GRECIA - L'età arcaica 

Verso il 1200 a.C. la calata dal Nord (Tessaglia e Balcani) dei Dori, popolazione rozza e bellicosa, provocò la brusca interruzione della civiltà micenea. Delle città achee, travolte dall'invasione brutale, si salvò solo Atene, che iniziò ad elaborare lentamente un proprio linguaggio artistico, destinato a svilupparsi in forme splendide e originali nei secoli successivi.
Durante il periodo di transizione, definito medioevo ellenico (1200-900 a.C.), anteriore alla nascita delI'arte greca, le manifestazioni figurative appaiono scarse e povere in quanto prodotto di una società agricolo-pastorale, e consistono essenzialmente in vasi e statuette di terracotta, pietra e bronzo.
All'VIII secolo a.C. risalgono gli enormi vasi provenienti dalla necropoli ateniese del Dipylon (due porte), decorati su tutta la superficie da fasce a disegno geometrico, ad eccezione di una zona mediana nella quale il ceramista ha dipinto scene di compianto funebre.
Questo stile viene definito appunto geometrico, per il tipo di ornamentazione distribuita in modo chiaro ed organico, secondo principi che saranno alla base della visione artistica greca.
Con l'evoluzione del sistema economico e la nascita di nuove forme di governo (democrazia) anche nell'arte si assiste alla progressiva elaborazione di forme e tipologie rispondenti agli ideali di armonia, dignità ed equilibrio, riassunti nella forma Kalòs K'agathòs ("bello e buono") attribuita all'adolescente.
La forma rivelatasi adatta a realizzare questi valori al grado più alto di perfezione è il tempio, insieme semplice di tre elementi fondamentali: colonna, trabeazione e timpano, il cui rapporto variamente interpretato determinò la nascita di tre "ordini" (dorico, ionico e corinzio) .
Gli ordini si differenziano tra loro per le proporzioni del fusto della colonna e per la forma del capitello e del fregio (costituito dall'alternarsi di metope e di triglifi nel dorico e da un rilievo figurato continuo nello ionico).
Il tempio è di pianta generalmente rettangolare, costituita da una cella interna (naos), delimitata da pareti in muratura, con il simulacro della divinità, preceduta o anche circondata da uno spazio porticato.
Quest'ultimo era agibile ai fedeli, cui era invece interdetto l'accesso alla cella, consentito al solo sacerdote.
Il tempio poteva essere in antis, se preceduto da un breve pronao con colonne o pilastri; prostilo, se le colonne erano presenti solo sulla facciata; anfiprostilo, se ambedue le fronti erano colonnate; periptero, se circondato da un giro di colonne; diptero, se il giro era doppio.
La copertura era ottenuta con un tetto a due falde, risolto all'estremità con due frontoni, decorati con sculture.
Il tempio si pone come un volume nitido, aperto all'aria e alla luce, in stretta correlazione con l'ambiente naturale nel quale è inserito (di solito in posizione dominante su un'altura).



I tre ordini architettonici

1 Dorico 
2 Ionico 
3 Corinzio.

a Stilobate e base della colonna
b Fusto della colonna
c Capitello
d Abaco
e Trabeazione;
f Timpano. 

Da notare l'evoluzione stilistica della colonna



L'acropoli di Atene



Nella vasta capitale della Grecia odierna, la piccola altura dell'acropoli di Atene con i suoi ruderi costituisce la principale meta di attrazione turistica. L'acropoli di Atene, o città alta, è posta su una collina calcarea con pareti a strapiombo svettante sulla pianura centrale dell'Attica, attraversata dai fiumi Illisso e Cefiso, Essa costituì storicamente il primo insediamento miceneo con una rocca ed un palazzo regio. Nel corso dei primi secoli del I millennio a.C., in considerazione dell'intensa crescita demografica, la città si estese ai piedi della collina in direzione nord e l'altura assunse la funzione esclusiva di centro culturale, sede dei santuari delle principali divinità cittadine.
Un momento traumatico per lo sviluppo dell'insediamento sull'acropoli fu certamente la distruzione operata dai Persiani nel 480 a.C'. Dopo la rivincita sui Persiani si seppellirono ritualmente gli arredi degli edifici cultuali in grandi fosse (la cosiddetta "colmata persiana") e si imposto un integrale programma di ricostruzione. Si deve al governo democratico e in particolare a Pericle, alla metà del V secolo a.C., la realizzazione di grandi opere pubbliche come la costruzione delle "lunghe mura", che chiudevano la città e il suo porto, il Pireo, in un'unica fortificazione. Egli abbellì I'Acropoli affidando a grandi architetti e scultori la realizzazione di un ingresso monumentale (i Propilei), il tempietto di Atena Nike,la grande statua di Atena Promachos, opera di Fidia, il Partenone (447-432 a.c.) e I'Eretteo.
L'acropoli assunse'allora I'aspetto che poi conservo per secoli fino ai più recenti interventi di restauro e scavo.







domenica 11 gennaio 2015

TINA ANSELMI - Parlamentare italiana DC (Italian parliamentary)


TINA ANSELMI

Tina Anselmi (Castelfranco Veneto, 25 marzo 1927) è una politica e partigiana italiana. È la prima donna ad aver ricoperto la carica di ministro della Repubblica.

Figlia del Veneto cattolico, classe 1927. Ragazzina della Resistenza. Democristiana dal 1944, quando aveva solo 17 anni, e quando anche la Dc aveva appena preso forma. 
Nel Consiglio nazionale del partito dal 1959, quando di anni ne aveva 37, ministro del Lavoro nel terzo governo Andreotti nel 1976, quando ne aveva 54. Eletta sei volte deputato tra il 1968 e il 1987. 
Le date, le stagioni, la regolarità e l'uniformità che scandiscono i suoi primi trent'anni di politica bastano da sole a fare di Tina Anselmi la dramatis persona della nascente democristianità, partigiana ciellenestica e consociativa, solida e materna, identitaria e domestica, nazionale e casalinga. Governante, perché fu questa la vera e dirimente differenza tra la Dc e il Partito Popolare. E però ancora "profumata di tisana, di sonno, di borotalco e di marmellata di prugne", come una volta l'aveva descritta Piero Citati.

Storico contrappasso, o bizzarra coincidenza, doveva essere al femminile, incarnato in una lei, questa lei, il rovescio del potere che ha tenuto il timone in mano per cinquant'anni, come il negativo di una fotografia, se è vero che la Dc, che quel potere plasmò per noi, fu l'unico partito a denominazione femminile. 
Se dare una risposta al Che fare? democristiano all'indomani del trionfo del 18 aprile 1948 aveva imbarazzato lo stesso Alcide De Gasperi, la Anselmi, maggiorenne da un mese, non esitò: "rimbocchiamoci le maniche". 
Leggende. Fiorite però su quella duplicità, essa sì leggendaria, su quella complementarità di maschile e femminile, di princìpi e di abitudine, di visione e di pragmatismo, che furono I'arcanum imperii della politica Dc.




Perfetta così, icona innocente, Tina Anselmi sarebbe passata agli annali come la prima donna italiana chiamata a fare il ministro, secondo l'ansia di catalogazione che affligge il rivendicazionismo femminile e che fa scambiare primati come questo, espressione di fatti statistici, per conquiste sul campo. Invece è passata alla storia della prima Repubblica da improbabile guerriera, la Giovanna d'Arco che avrebbe dovuto trafiggere i mostri degli anni Ottanta. 
La presidenza della commissione d'inchiesta parlamentare sulla P2, assegnatale nel 1982, cambiò il suo destino, quanto il moralismo giacobino, la vergogna del potere, l'istinto punitivo e tuttavia accomodante tra le parti, che furono la contraddittoria filosofia inquirente, dopo di allora, di tutte le commissioni parlamentari, cambiarono il corso del guerreggiato consociativismo italiano. 
Si può discutere se la Dc avesse messo in campo una donna in quel tentativo di colpire la massoneria, quale simbolico, provocatorio, omaggio al familismo cattolico in lotta con il lobbismo laicista o se la Dc, avventurandosi sul terreno minato delle indagini tra le pieghe del potere, avesse scelto il profilo da matriarca di Tina Anselmi come segno del proprio temperato machiavellismo, e come offerta di scambio nei confronti dell'opposizione comunista: suggello femminile di pari opportunità nel gioco, e nei segreti, del potere. 
Fu un po' dell'una cosa e dell'altra, lungo la frontiera "cattocomunista" secondo il neologismo con cui si indicava allora quel coacervo stabile di interessi, di umori e di malumori, che a volte diventava darwinismo sociale a volte cannibalismo politico. 
Ma era rimasto imprevedibile, e straordinario, che la furbizia contadina della presidente divenisse il controverso modello della futura demonologia politica nazionale, distruttiva e futile. 
I 120 volumi degli atti della commissione che stroncò Licio Gelli e i suoi amici, gli interminabili fogli della Anselmi's list, infatti, cacciavano streghe e acchiappavano fantasmi.



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