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sabato 25 luglio 2015

L'INVIATO DI ALLAH - MAOMETTO (Mohammed - The envoy of Allah)

Maometto seduto tra gli altri profeti

L'INVIATO DI ALLAH - MAOMETTO 

Maometto ha quarant'anni. Da un po' di tempo usa ritirarsi per notti intere in una caverna del monte Hira, a qualche chilometro dalla Mecca, lungo la strada per Taif. Arido e spoglio, il monte Hira è un luogo propizio alla meditazione, dove nulla può distrarre lo spirito.


Gabriele, Gibril in arabo, l' "uomo di Dio", nella Bibbia è un arcangelo inviato sulla terra per rivelare la visione del profeta Daniele. Nella tradizione islamica gli angeli sono stati creati dall'aria, dall'acqua e dal fuoco: non mangiano e non bevono, non si sposano e non muoiono.

Una notte dell'anno 611, Maometto è sdraiato in una grotta avvolto nel suo mantello, la burda. Nonostante il freddo, si è addormentato. All'improvviso, una figura splendente, avvolta in un alone di luce, lo sveglia con queste parole: "Tu sei l'inviato di Dio, il profeta di Allah!"
Atterrito, tremando violentemente, Maometto scende con passo incerto il monte Hira. Un sudore freddo gli cola sulla fronte, stretta nella fascia che avvolge il viso sconvolto. Gli occhi scuri brillano di febbre, le spalle sono scosse da brividi convulsi. Il suo smarrimento è tale che per un momento pensa di gettarsi dall'alto della montagna. Si sente oppresso, costretto, soffocato.
Eppure è un uomo maturo, temprato dalla vita. Cosa ha visto per essere così sconvolto? Forse Satana, o forse l'angelo Gabriele, il messaggero di Dio, venuto per annunciargli iI suo destino? Ci vorranno altre apparizioni per convincerlo.
Quella notte, Maometto trova solo la sua donna, Khadigia, cui confidare il suo sgomento. A lungo lei sarà la sua unica confidente. E lo sosterrà sempre.


Maometto e l'Angelo Gabriele 


La Rivelazione: una prova terrribile che lascia Maometto sfinito, profondamente turbato

Khadigia, che ha ora cinquantacinque anni, è materna, rassicurante. Maometto, invece, teme di essere preda di quei ginn che turbano la mente degli uomini, condannandoli a errare impazziti nel deserto. Khadigia decide allora di chiedere consiglio a suo nipote, Waraqa ibn Naufal, che conosce bene le scritture ebraiche e cristiane.
Questi rassicura Maometto e aI tempo stesso lo inquieta. Lo rassicura, paragonando l'esperienza che Maometto vive a quella dei profeti, come Mosè, ma lo spaventa prevedendo che il suo popolo lo scaccerà, perché l'uomo che annuncia la Rivelazione necessariamente suscita l'ostilità della gente.
Le rivelazioni si ripetono e, a poco a poco, Maometto si abitua. Ma sono pur sempre una prova dolorosa, faticosa. Resta per ore e ore incosciente, come ebbro, sudato e scosso da brividi. Sente strani rumori, catene, suoni di campane, battiti d'ali.
"Sempre, a ogni Rivelazione, mi sembrava che mi strappassero l'anima."


Maometto, l'eletto di Allah, ha una missione: "recitare" agli uomini ciò che il Cielo gli detta

Quando l'Essere glorioso smette di manifestarsi a lui, Maometto prova quel senso di vuoto e di angoscia ben noto ai mistici. Si crede abbandonato, viene colto dal dubbio. Ma Maometto non è un mistico: non è un'esperienza personale e intima quella che lui vive, tesa all'incontro e alla simbiosi con Allah. Maometto si convince ben presto di essere stato scelto come Profeta, vale a dire come intermediario, come la voce di cui Allah si serve per trasmettere agli uomini la sua volontà.
Allah non parla mai direttamente agli uomini. In tutti i tempi le leggi promulgate dai profeti come Adamo, Abramo, Mosè, Gesù sono state trascritte dall'uomo. Maometto non fa che "recitare" quello che Ia voce divina gli ordina di trasmettere.
La recitazione orale, solenne, davanti a un uditorio, si esprime in arabo con Ia parola quran, da cui deriva Corano, il libro sacro dei musulmani.
La novità è che il messaggio viene rivelato a Maometto in lingua araba, la lingua parlata dai poeti dello Higiaz, compresa in tutta l'Arabia. Cosi l'arabo è elevato al rango di lingua sacra, la lingua del Corano.
La parola IsIàm significa "sottomissione alla volontà di Dio". È un sostantivo che deriva dal verbo aslama, "sottomettersi". Il participio di questo verbo, muslim, da cui deriva l'italiano "musulmano", designa colui che si sottomette, che obbedisce.
Sottomettersi ad Allah e obbedirgli, ecco il principio fondamentale del messaggio ricevuto da Maometto. Predicherà sempre che la saggezza sta nell'obbedire ad Allah, unico Dio, onnipotente, capace di resuscitare i morti e di annientare i miscredenti. Allah, che nell'ora del Giudizio prernìerà i buoni e punirà i cattivi.
Il messaggio è semplice. Come sarà accolto?


Maometto tenta innanzitutto di convertire i membri del suo clan. Ma trova soltanto indifferenza, disprezzo, ostilità

I suoi primi discepoli sono i parenti prossimi e gli amici: Khadigia, sua moglie, Ali e Zayd, i suoi figli adottivi. Il primo convertito che non fa parte della famiglia è un mercante agiato, Abu Bakr. È un uomo deciso, coraggioso ed equilibrato, stimato da tutti. Di tre anni più giovane del Profeta diventerà il suo fedele amico. Altri convertiti, molto più giovani, provengono da ricche famiglie appartenenti a clan influenti della Mecca, come un certo Uthman ibn Affan, bel ragazzo elegante, preoccupato più del proprio aspetto che della religione. I maligni della Mecca sostengono che la sua conversione è frutto soltanto della sua infatuazione per Ruqayya, una figlia di Maometto.
Le conversioni si fanno strada anche tra la povera gente, come il fabbro Khabbab ibn al-Aratt, figlio di una donna che effettua le circoncisioni, o come lo schiavo affrancato Sohayb ibn Sinan, detto il Rumi, cioè il bizantino, per i suoi capelli biondi. Infine, al livello più basso della scala sociale si convertono alcuni schiavi, come Bilal, un nero che Abu Bakr salverà dalla morte.
Maometto ha ricevuto l'ordine di convertire all'Islàm innanzitutto i suoi parenti cioè i figli di Abd al-Muttalib. L'attuale capo del clan degli Hashim è Abu Talib, lo zio che l'aveva accolto bambino. Ma Maometto sa già che le sue esortazioni saranno inutili. I figli di Abd al-Muttalib non si convertiranno mai.
Quanto ad Abu Talib, certo è un uomo onesto, ma è anche debole, un po' vile, e non avrà mai il coraggio di abbandonare la religione dei suoi antenati.
Il secondo uomo del clan è Abu Lahab, fratello di Abu Talib, un uomo ricchissimo, che tiene molto all'usanza del pellegrinaggio alla Mecca, poiché ne ricava profitti notevoli, come dal suo commercio. Religione e affari sono strettamente intrecciati, e le divagazioni di Maometto sul Dio unico minacciano la sua prosperità.
Il terzo è Hamza, un cavaliere del deserto che crede al codice d'onore beduino. Per lui la vita è una lotta, una dimostrazione di coraggio e di forza. La religione non lo preoccupa poi tanto.
Il quarto, Abbas, anch'egli membro ragguardevole del clan, è un usuraio, un uomo che fa affari alla Mecca, a Medina e a Taif. Non gli impotta nulla dell'unico Dio di cui gli parla il nipote.


I Qaurayshiti usano ogni possibile mezzo per ridurre Maometto al silenzio

È una delusione terribile per Maometto. Lui, che pensava di conquistare facilmente i fieri Qurayshiti, essendo uno di loro e per di più ricco, ottiene soltanto ostilità e disprezzo. Come può essere così presuntuoso da chiedere che abbandonino la religione degli antenati per credere aI suo messaggio come all'unica verità? Certo, Maometto è diventato pazzo, magnun in arabo. Farebbe meglio a tornare alle sue pecore e ai suoi cammelli.
Intanto, Ie sue parole fanno nascere una certa inquietudine.
Questo Allah di cui parla Maometto, questo Dio unico, nato dal nulla e che non ha figli, tollererà le altre divinità e i ginn? E se Maometto predicasse l'abbandono del santuario della Kaaba e la soppressione dei pellegrinaggi? Si perderebbe certamente un'enorme fonte di guadagni!
La vita di Maometto è nelle mani di Abu Talib, il capo del clan. Finché il Profeta fa parte del clan, tutti i membri gli devono aiuto e protezione. Ma se ne venisse escluso, non gli dovrebbero più nulla, e potrebbero ucciderlo impunemente. Così i Qurayshiti inviano degli emissari da Abu Talib, per convincerlo a escludere Maometto dal clan. Abu Talib non si è convertito, ma rifiuta di abbandonare il nipote. Anzi, lo protegge, come gli impone la legge del clan. I Qurayshiti sono delusi, ma non desistono, e si rivolgono direttamente a Maometto, inviandogli una delegazione, guidata da Utba, uomo freddo e deciso, per tentare una riconciliazione. Utba parla a Maometto:
"Sappiamo che sei un uomo ragionevole, quindi già conosci l'agitazione e il disordine che la tua predicazione ha provocato in città. QuaI è il tuo scopo? Se vuoi del denaro, te lo daremo. Se vuoi il potere e comandare sulla città, siamo pronti a sceglierti come capo. Ma per favore non dire più che le nostre divinità e quelli che le adorano sono condannati alle fiamme eterne delf inferno. Se sei soltanto malato, cercheremo per te i migliori guaritori del corpo e dell'anima".
Maometto ascolta con amarezza. No, i mercanti della Mecca non hanno capito nulla. Non vogliono credere, sono degli "infedeli". Per credere, gli chiedono miracoli: far scorrere nel deserto fiumi azzurri come in Siria, tagliare in due la luna, quasi fosse una focaccia. Desolato da tanta incredulità, triste per no nessere riuscito a riconciliarsi con il suo clan, Maometto afferma di non adorare le loro divinità, e recita loro un frammento di ciò che Allah gli ha ordinato di proclamare:
"Che ne pensate voi di al-Lat, di al-Uzza e di al-Manat, il terzo idolo? Voi dunque avreste i maschi e Lui le femmine? Divisione sarebbe iniqua! Esse non sono che nomi dati da voi e da' padri vostri, pei quali Iddio non v'inviò autorità alcuna" (Sura LIII).
L'affronto è gravissimo: non si possono insultare impunemente Ie divinità della Kaaba. Cominciano le persecuzioni.


Maometto è braccato, ma la solidarietà tribale lo salva: Hamza lo aiuta a rifugiarsi in casa di al-Arqam

Da tutte le parti Maometto viene contestato e deriso. La Resurrezione dei corpi, il Giorno del
Giudizio, elementi essenziali del messaggio di Allah, vengono ridicolizzati.
Quatre sarebbe la data del Giudizio? E anche gli antenati saranno condannati al fuoco eterno per aver adorato gli idoli della Mecca?
Non sono più neanche domande, ma insulti. Maometto è considerato un indovino, uno stregone, un poeta, peggio, un uomo pagato dai cristiani e dagli ebrei della città. Il suo avversario più feroce è Abu Jahl, potente capo del clan dei Makhzum.
Per fortuna, Maometto trova un sostegno insperato in suo zio Hamza, un uomo povero e collerico, amante del vino, ma energico e coraggioso. Un giomo, tornando dalla caccia nel deserto, Hamza sente da una comare che Abu Jahl ha insultato Maometto. Non può tollerare quell'affronto. Le questioni religiose lo interessano poco, anzi è piuttosto ostile alla predicazione di Maometto, che non rispetta le tradizioni. Ma insultare suo nipote è come ferire lui personalmente. Hamza ha la tipica reazione di un beduino: ciò che offende un membro del clan, offende tutto il clan. La solidarietà tribale lo lega a Maometto. Furibondo, armato, corre alla ricerca del colpevole e lo ferisce. Alla fine dello scontro, AbuJahl ammette di aver sbagliato, e Hamza, per solidarietà con il nipote, si fa musulmano.
Questa solidarietà tribale preserva Maometto da persecuzioni più gravi, ma i suoi seguaci sono vittime di continue pressioni morali e fisiche. Anche camminare per strada è diventato pericoloso: spesso vengono presi a sassate.
Maometto riesce a organizzarsi per resistere alle persecuzioni, aiutato proprio da un membro del clan dei Makhzum, il clan Qurayshita che più degli altri lo tormenta: al-Arqam ibn Abd Manaf, il quale gli offre rifugio nella sua grande casa. È significativo che Maometto abbia trovato asilo presio un estraneo: ormai il Profeta è solo, è un uomo senza clan. La vita alla Mecca è sempre più difficile, il commercio di Khadigia rovinato, la situazione economica dei seguaci insostenibile.


Le persecuzioni continuano senza tregua. I discepoli di Maometto non hanno scelta: sono obbligati ad andare in esilio

NeI 615, il Profeta consiglia ad alcuni musulmani di fuggire in Abissinia. Guidato da un cugino di Maometto, Giafar, figlio di Abu Talib e fratello di Alì, un piccolo gruppo, composto dall'elegante Uthman ibn Affan, da sua moglie Ruqayya e da pochi altri, si mette in marcia, attraversa il mar Rosso e giunge nell'attuale Etiopia, dove viene ben accolto dal Negus, un re cristiano la cui saggia amministrazione ha dato ricchezza e prosperità al suo paese.
Molti aspetti restano oscuri in questa vicenda. Forse Maometto li ha esortati a fuggire perché la loro fede gli sembrava fragile. O forse alla Mecca c'era rivalità tra I'elegante Uthman e il pacato commmerciante Abu Bakr, di cui il Profeta apprezzava molto i consigli.
Alcuni storici hanno visto in questa emigrazione una soluzione per placare i conflitti nascenti, o anche un pretesto per allontanare alcuni credenti le cui opinioni differivano da quelle di Maometto. Certamente, questa prima emigrazione rivela la nascente simpatia tra musulmani e cristiani.
Le relazioni con gli abissini sono così cordiali che alcuni arabi, impressionati dalle chiese e dal culto cristiano, si convertono al cristianesimo. È il caso di Sukran ibn Amr, ma sua moglie Sauda non lo segue, anzi, torna alla Mecca e si rifugia nella casa di Maometto.
Ben presto, altri emigrati si riuniranno ai musulmani rimasti in Arabia.


La conversione di Omar, feroce nemico dell'Islàm, infonde coraggio ai credenti

Mentre un gruppo fugge in Abissinia, un altro, formato da circa quaranta uomini e venti donne, cerca di resistere chiuso nella casa di al-Arqam. Vengono organizzati dei tumi di guardia per proteggersi dagli attacchi improvvisi. I Qurayshiti, esasperati dall'aumento delle conversioni, diventano sempre più aggressivi, finché uno di loro, Omar ibn al-Khattab, decide che sarà lui a uccidere Maometto.
Omar è un uomo pericoloso, violentissimo, orgoglioso, forte, così alto che deve piegarsi per entrare in una casa. Con la spada sguainata, Omar s'incammina deciso per la strada che porta a casa di al-Arqam. Ma ecco che incontra qualcuno a cui rivela il suo progetto e che gli dà un consiglio sorprendente. Farebbe meglio a guardare nella sua famiglia, dove sua sorella Fatima e il marito Said si sono convertiti alla religione islamica. Allora, Omar torna indietro, a casa sua, dove in quel momento l'umile fabbro Khabbab sta leggendo il Corano alla sorella e al cognato. Sentendo il rumore dei passi, Khabbab si nasconde in un'altra stanza. Ma Omar ha sentito delle voci. Vuole sapere chi c'era in casa. La sorella è imbarazzata, ma rifiuta di rispondere. Omar la colpisce e la ferisce alla testa. La vista del sangue gli fa capire di essere stato troppo violento. Profondamente pentito, chiede di poter leggere quello che aveva sentito. Il testo lo conquista, gli sembra sublime.
Corre ancora verso la casa di àl-Arqam, ma questa volta per convertirsi.
Nessuno immagina allora che, dopo Ia morte di Maometto, Omar diventerà uno dei più famosi califfi dell'Islàm. In quel momento, l'importante è che Ia sua conversione dà nuovo vigore alla giovane comunità. L'adesione di quell'uomo, fiero e appassionato nell'odio come nell'amore, rende i discepoli più arditi, spingendoli a pregare pubblicamente, vicino alla Kaaba.
I musulmani si distinguono dagli altri abitanti della Mecca per la pratica della preghiera, ma non sono ancora organizzati in comunità.


Nel 619, l'anno del lutto, Maometto, nonostante il dolore, proibisce a se stesso di piangere la morte di Khadigia e di Abu Talib

Khadigia muore a sessantacinque anni. Da venticinque era la moglie di Maometto, ed era stata per lui consigliera, amministratrice, compagna. Per prima ha creduto alle sue parole.
Maometto è inconsolabile, prostrato. Ma deve continuare a vivere e allevare le figlie. Sposa
allora Sauda, la donna che si era rifugiata da lui quando il marito si era convertito al cristianesimo.
I testi non dicono chiaramente se lei è vedova o divorziata. Certamente è una brava donna di casa, non molto bella, che saprà senz'altro occuparsi della famiglia.
Due giorni dopo Khadigia, muore anche Abu Talib, che ha quasi novant'anni. La sua scomparsa è un colpo terribile per Maometto: non solo ha perso il suo protettore, ma la carica di capoclan passa al fratello del defunto, Abu Lahab, accanito nemico del Profeta.
Abu Lahab lo odia, lui che ha affermato che Abd al-Muttalib e Abu Talib si trovano nelle fiamme dell'inferno insieme agli idolatri.
Per gli arabi, condannare gli antenati all'inferno è un crimine contro la stirpe, il peggiore dei crimini. Maometto non ha rispettato la legge del clan: quindi è una pecora nera, un escluso, un fuorilegge, un uomo socialmente morto. Chiunque può impunemente ucciderlo, venderlo come schiavo, torturarlo, tanto nessuno lo difenderà o vendicherà la sua morte.
La situazione diventa intollerabile. I suoi nemici non hanno più limiti, i vicini gli tirano addosso frattaglie di pecora mentre prega, un mascalzone gli getta della sabbia in testa...
Bisogna decidersi a lasciare la città maledetta.


Perseguitato a Taif e isolato alla Mecca, Maometto predica ai pellegrini. 
La provvidenza gli fa incontrare quelli di Jathrib

Nell'estate del 620, i pellegrini sono più numerosi del solito intorno alla Kaaba. Mentre cerca di convertire qualche straniero, Maometto incontra sei abitanti della città di Yathrib. Impressionati dalla sua personalità, essi pensano che forse lui potrebbe risolvere i numerosi conflitti che turbano la loro città.
L'anno dopo, cinque di quei pellegrini tornano, accompagnati da altri sette. Sono dunque dodici, come gli apostoli di Gesù. Si riuniscono vicino alla Mecca, presso le montagne di Aqaba, e prestano iI cosiddetto Primo Giuramento di Aqaba.
Maometto chiede agli abitanti di Yathrib di proteggerlo come farebbero con le loro figlie e le loro donne. È la formula classica per coloro che vogliono entrare a lar parte di un clan. Per questo il giuramento di Aqaba si chiama anche "giuramento delle donne".
La sua importanza è enorme. Nella società araba del deserto, in cui un individuo senza antenati e senza albero genealogico non è concepibile, Maometto taglia volontariamente ogni legame con la propria famiglia. Afferma così che la legge del clan è superata: non sono i legami del sangue che contano, ma i patti di alleanza, un'alleanza fondata su un ideale comune. Alla tribù succede la comunità, la umma.
Nel 622, settantacinque pellegrini giungono da Yathrib - settantatré uomini e due donne - e giurano a Maometto che combatteranno per lui.
È il "giuramento di guerra", il Secondo Giuramento di Aqaba. Maometto è diventato un capo: non un capo tribù, ma il capo di un popolo, come Mosè.


Dilaniata dalle rivalità fra le tribù, Yathrib ha bisogno di un capo al di sopra delle parti

Trecentocinquanta chilometri a nord-ovest della Mecca, Yathrib è una città molto antica, di cui si parla già in un testo babilonese del VI secolo a.C.
Conta circa tremila abitanti. Ci sono tre tribù ebraiche - i Qorayza, i Nadhir e i Qaynoqa, che hanno adottato in gran parte i costumi arabi e parlano un dialetto arabo - e due tribù arabe dominanti, gli Aws e i Khazrag.
Le continue lotte intestine convincono gli abitanti più pacifici a chiedere l'aiuto di Maometto. Per il momento sono gli Aws ad avere la meglio. Ma che cosa accadrà domani? La città teme nuovi combattimenti, nuove razzie, la spirale della violenza fratricida.


Yathrib è un'oasi ricca, ma minacciata

A Yathrib l'abbondanza di acque sotterranee permette un'agricoltura fiorente, che sarebbe impossibile alla Mecca. L'oasi è ricca di magnifici palmizi e frutteti e gli abitanti vivono soprattutto della coltura dei datteri e dei cereali. Sono, insomma, prevalentemente dei contadini.
Ma la minaccia dei beduini del deserto, che disprezzano profondamente chi lavora la terra, pesa sulla popolazione, e inoltre le relazioni tra i vari clan e tribù diventano sempre più tese.
Tra faide, vendette e controvendette, la vita è ormai insopportabile.
La prosperità della città è in pericolo: solo Maometto forse può ristabilire la pace.


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