mercoledì 4 novembre 2015

TESTA DI FANCIULLA - LA SCAPILIATA (Head of a girl) - Leonardo da Vinci

TESTA DI FANCIULLA - LA SCAPILIATA (1508 circa)
Leonardo da Vinci

Galleria Nazionale - Parma
Tavola cm 24,7 × 21 Terra ombra, ambra inverdita e biacca

L'immagine raffigurata in questo dipinto incompiuto esprime l'idea che Leonardo ha della bellezza legata al concetto di grazia naturale.
Nei suoi scritti, Leonardo suggerisce di cogliere le proprietà generate dalle variazioni luminose che si manifestano sui volti. Le condizioni che mostra di prediligere e che più sembrano congeniali, per poter osservare le suggestive sfumature di luce cangiante, sono causate dai mutamenti atmosferici, cioè dalle trasformazioni del tempo e dai momenti della giornata in cui varia la luminosità del cielo. Ed è, infatti, rivolgendo lo sguardo direttamente alle persone incontrate "per le strade, sul fare della sera", che Leonardo suggerisce di fare l'esperienza contemplando i volti immersi nelle sottili gradazioni di ombra e luce. 
Così scrive: 
"Pon mente per le strade, sul fare della sera, i volti d'omini e donne quando è cattivo tempo, quanta grazia e dolcezza si vede in loro".
La meraviglia suscitata dalla visione di un volto si verifica, in pittura, ma anche nella realtà, di fronte al manifestarsi delle qualità di grazia e dolcezza; il contrasto si determina, allora, tra queste doti naturali e l'inutile ostentazione degli ornamenti artificiali, come fa osservare Leonardo: 
"Non vedi tu infra le umane bellezze il viso bellissimo ferma Ii viandanti, e non gli loro ricchi ornamenti?".
Ma l'indicazione, contenuta nelle sue annotazioni, che più corrisponde al tema della Scapiliata è quella che raccomanda di raffigurare le teste con i capelli mossi dal vento, La Scapiliata incarna questo particolare precetto di pittura:
"Fa tu adonque alle tue teste gli capegli scherzare insieme col finto vento intorno alli giovanili volti, e con diverse revolture graziosamente ornargli".



Il gioco del libero intrecciarsi dei capelli corrisponde, nella teoria di Leonardo, alla rappresentazione dei flussi delle correnti d'acqua: le linee di forza dei vortici nel loro andamento spiraliforme sono disegnate come ciocche ondulate e arricciolate. Questa similitudine si stabilisce, nei manoscritti di Leonardo, in base alla logica fondamentale del suo pensiero che riconosce continue analogie tra le forme esistenti in natura.
Si capisce, quindi, la critica spontanea ed efficace con cui Leonardo mette in ridicolo chi, al contrario, oppone alla bellezza naturale una vana ricerca di aspetti artificiosi: 
"...e questi tali han sempre per lor consigliero lo specchio et il pettine, et il vento è loro capital nemico sconciatore degli azzimati capegli".
La prima notizia che si ha di quest'opera risale all'Ottocento, quando entrò a far parte delle raccolte dell'Accademia di Belle Arti di Parma: il riferimento alla tavoletta sottolinea I'eccezionalità dell'acquisizione definendola "un piccolo Leonardo da Vinci, rarissima cosa da trovarsi ai dì nostri".
Nel Novecento, la testa di fanciulla è stata identificata con un autografo di Leonardo menzionato nell'inventario Gonzaga del 1625. È qui che, per descrivere la figura femminile in una sola parola, compare il termine di "scapiliata" che darà poi il nome all'opera: "un quadro dipintovi la testa di una donna scapiliata, bozzata con cornici di violino, opera di Leonardo da Vinci".
Il dipinto monocromo è realizzato in terra ombra, ambra inverdita e preparazione a biacca su tavoletta di pioppo. Si riscontrano affinità stilistiche con il cartone della Sant'Anna a Londra, eseguito intorno agli stessi anni; e anche con la seconda versione della Vergine delle rocce, portata a termine nel 1508. In quest'ultimo caso vi è una stretta analogia con la tecnica impiegata da Leonardo per delineare I'abbozzo e ancora leggibile nelle parti non finite, come nella mano sinistra dell'angelo che sostiene il Bambino dove si riconoscono, infatti, le pennellate stese con la stessa velocità e libertà di quelle che caratterizzano La Scapiliata.


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TESTA DI FANCIULLA - LA SCAPILIATA - Leonardo da Vinci

BARBARA (Olga Biglieri) - Pittrice futurista (Futurist painter)



BARBARA (Olga Biglieri) 
Mortara (Pavia)
5 marzo 1915 - Roma, 10 gennaio 2002

Olga Biglieri Scurto, giornalista e pittrice, nota con il nome di Barbara, fu una delle tre donne futuriste con Regina Cassolo, di Mede, e Benedetta Cappa, la moglie di Marinetti. Fu una delle prime donne in Italia a ottenere il brevetto di volo.

"Sono lieto di dichiarare che la signorina Barbara è una aeropittrice geniale e che con quadri importanti ha partecipato alla ultima Biennale Veneziana. [...] Ho molta fiducia nel suo ingegno pittorico". 
Così scriveva nel 1938 Filippo Tommaso Marinetti. L'enfasi è quella con cui, di regola, l'instancabile animatore del Futurismo si prodigava per il suo movimento, ma chi si celava dietro lo pseudonimo citato? Dietro questo nome che fa subito pensare ad una indomita virago magari con i capelli alla garçonne e un fisico alla de Lemplcka?
Si nascondeva, in vero, una realtà assai più nostrana ma non per questo meno interessante. 
Barbara era per l'anagrafe Olga Biglieri nata a Mortara nel 1915 e domiciliata a Novara. Sin dall'età di 11 anni aveva preso lezioni di pittura da un maestro locale, mentre il "volo a vela", era una passione coltivata inizialmente di nascosto e poi accettata dai genitori (nel 1933 si iscrive al corso di volo e all’Accademia di Brera).
Marinetti era venuto a sapere della sua esistenza per puro caso, vedendone un quadro nella vetrina di un corniciaio milanese. La tela destinata alla prima personale della giovane faceva parte di una ricerca che ella aveva avviato sulle proprie "sensazioni di volo", sapendo poco o nulla dell'aeropittura futurista.
Farsi presentare Barbara, visionarne il lavoro e invitarla alla XXI Biennale (1938) per Marinetti fu tutt'uno e non v'è dubbio che per lui, come propagandista, lasciarsi sfuggire una autentica aviatrice-aeropittrice emersa da quella nuova generazione su cui tanto contava sarebbe stato imperdonabile. Sarebbe però anche ingiusto non concedere al poeta l'essersi davvero accorto delle capacita della pittrice.
Invero Barbara si era avvicinata all'ambiente futurista novarese sin dal '35 ed anzi vi aveva conosciuto quello che nel '39 sarebbe divenuto suo marito, il poeta e giornalista Ignazio Scurto, tuttavia fu solo con gli impegni procuratigli dal capo del Futurismo (XXII e XXIII Biennale nonché III Quadriennale) che ella cominciò a misurarsi da protagonista con i membri del più importante movimento d'avanguardia italiano. Va però detto che se i suoi quadri ci si mostrano nel volgere di pochi anni sempre più in linea con gli orientamenti del Futurismo, altrettanto non si può affermare circa la sua fede nella "guerra sola igiene del mondo".


L’aeroporto abbranca l’aeroplano - Barbara (1938)

L'antibellicismo sinceramente dichiarato ai suoi compagni matura e diventa qualcosa di assai più profondo con il coinvolgimento nella seconda guerra mondiale del giovane sposo, dapprima inviato in Francia e poi in Russia. Barbara rimane sola con due bambine nate da poco e il suo sogno di vita coniugale interrotto. Quando il marito torna dal fronte minato nel fisico i due si accorgono che il loro rapporto è da ricostruire e che il mondo di entusiasmi entro cui si erano conosciuti non esiste più.
Barbara si sforza di tener salda la famiglia, e addirittura, mentre all'arte dedica solo qualche ora, con vari pseudonimi inizia a scrivere novelle "rosa" per puro sostentamento. 
Nel '54 purtroppo Scurto muore a Milano dove aveva trovato lavoro presso il quotidiano La Notte. Barbara è di nuovo sola, ha oramai in odio la violenza e la stupidità umana, ma non assume un atteggiamento pessimistico, piuttosto cerca di trovare un'attività che le si confaccia nell'ambiente frequentato con il marito. È così che dopo aver collaborato a vari settimanali entra in contatto con il mondo della moda e diviene giornalista specializzata.
Non è esagerato dire che la sua trasmissione radiofonica Stella Polare ha insegnato a vestirsi alle italiane del dopoguerra, mentre non ha bisogno di commenti il fatto che aziende come la B.P.D., la Montecatini e la Rodhiatoce le abbiano affidato il lancio di alcune nuove fibre. Al di là del successo è comunque importante notare come a Barbara non siano mancate anche qui idee al passo con i tempi come quella di mettere in relazione lo sviluppo della moda con il M.E.C., quella di ottenere per gli stilisti un'udienza dal Papa e quella di fondare, nel suo settore, un'agenzia per diversificare l'informazione, la Telex Press ed un premio legato alla formazione professionale, Le Trame d'oro.
L'acquisto di una casa a Roma nel '59 pone le condizioni per una ripresa dell'attività artistica incoraggiata dall'incontro (1964) con il pittore svedese Gösta Liljeström. Anche qui Barbara sente i tempi ed entra nel vivo dei problemi: rifiuta la trama omologante della carriera individuale formando un gruppo di lavoro, cerca un allargamento di orizzonti rispetto al tecnicismo delle avanguardie nelle filosofie orientali e motivi di critica al consumismo nelle forme più avanzate del pensiero socio-politico, ma soprattutto punta sul concetto di animazione culturale diffusa.
Dal '65 ai nostri giorni i cicli di ricerca di Barbara non si contano, ciascuno accompagnato da riflessioni approfondite, che l'artista ha raccolto in un'opera multimediale donata all'università di Yokohama.
Confrontare tali cicli con le "etichette" della critica d'arte non è facile perché il disinteresse di Barbara per il mercato e le classificazioni rimuove troppi puntelli, ci si può comunque basare su almeno tre risultati atti a strutturare il suo percorso: l'idea di una pittura "noetica" ottenuta per pura intuizione, l'idea di una creatività "al femminile" cioè basata su di una diversità constatabile nella consapevolezza della propria capacità di generare e l'idea di una pittura per la pace refrattaria ad ogni strumentalizzazione.
Da questo percorso è nato l'Albero della pace, donato il 15 agosto 1986 al Museo Commemorativo di Hiroshima. Si tratta di un rotolo telato lungo 10 metri e largo 1,80 sul quale sono riportate le impronte colorate delle mani di una gran quantità di persone disposte a formare un grande albero la cui chioma appare illuminata.
La figura è in sé elementare, ma ciò che conta è che le impronte appartengono ad uomini comuni e a potenti, ad artisti, scrittori, politici, bambini, operai, premi Nobel, monaci in fama di santità e persone sofferenti, tra cui anche alcuni superstiti della bomba atomica del '45. 
Barbara autrice peraltro di una autobiografia intitolata Barbara dei Colori, è stata candidata nel 2000 al premio Nobel per la pace da diverse istituzioni italiane e giapponesi.



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