sabato 28 luglio 2018

ODISSEA - Riassunto e commento 15° libro (Odyssey - Summary, comment of the 15st book)




 ODISSEA

 IL PRODIGIO DELL'AQUILA
ULISSE CONVERSA CON EUMEO
 TELEMACO GIUNGE AD ITACA

LIBRO XV

TempoTrentacinquesima e trentaseiesima giornata dall'inizio del poema

Luoghi dell'azione raccontataReggia di Menelao, a Sparta; di Diocle a Fera; Pilo, la spiaggia meridionale di Itaca e la capanna di Eumeo


NEL LIBRO PRECEDENTE

Ulisse trova Eumeo davanti alla sua casa, che sta confezionandosi dei calzari; quattro cani lo assalgono, ma sano allontanati dall'intervento del porcaro, il quale, fatto sedere l'ospite lo rifocilla e si lamenta con lui della morte del suo padrone e del comportamento dei Proci che ne dilapidano le sostanze. L'ospite, dopo essersi fatto dire il nome dell'assente, assicura I'incredulo Eumeo ch'egli ritornerà. E per dar fede alle sue parole inventa su di sé una storia, secondo la quale egli avrebbe sentito dire nella terra dei Tesproti che Ulisse, colà ospite, sarebbe ben presto rimpatriato. Ma Eumeo non crede più. È sera, ritornano i mandriani e dopo una buona cena, mentre l'ospite, ricevuto un mantello per ricoprirsi, si accinge a dormire, Eumeo esce armato per far la guardia agli animali.


Minerva, frattanto, giunge a Sparta e appare a Telemaco, insonne per il pensiero del padre; la Dea gli infonde un vivo desiderio di ritornare ad Itaca e lo avverte dell'agguato che gli hanno teso i Proci, consigliandolo di evitare il tratto di mare tra Itaca e Same e di sbarcare nella punta estrema dell'isola. Il giovane vorrebbe partire subito, ma Pisistrato consiglia di attendere l'aurora ormai prossima.
Avviene cosi il commiato da Menelao che offre una coppa d'argento, mente Elena gli presenta un peplo da offrire alla sposa il giorno delle nozze.
Dopo un prodigio favorevole i due giovani partono, sostano una notte, come nell'andata, presso Diocle a Fera e quindi, dopo un secondo giorno di viaggio, sono a Pilo.
Telemaco scende al porto direttamente e dopo aver accolto nella sua nave un fuggiasco di Argo, l'indovino Teoclimeno, salpa sul far della notte e veleggia verso Itaca, tenendo la rotta consigliatagli da Minerva.
Nella capanna di Eumeo, finita la cena, Ulisse confida al porcaro il proposito di recarsi all'indomani a mendicare in città presso i Proci, ma Eumeo Io sconsiglia e lo esorta piuttosto ad attendere nella sua capanna il ritorno di Telemaco, che gli donerà vesti e cibo, facendolo poi condurre dove meglio vorrà.
Ulisse, accettato il consiglio, chiede al porcaro notizie di Laerte e di Anticlea. Anticlea è morta di dolore - dice Eumeo - e Laerte, pur essendo vivo, invoca la morte come unica liberatrice. Poi, alla richiesta dell'eroe, il porcaro gli narra di sé, della sua patria lontana, Siria, una piccola ma felicissima isola presso Delo, dove gli abitanti mai muoiono di malattia, ma sempre di dolce morte improvvisa.
Suo padre, Ctesio, era re di quell'isola e l'aveva affidato, bambino, a una schiava di Sidone, la quale, accordatasi con mercanti fenici, era scappata dall'isola su di una nave, dopo aver rubato a Ctesio tre tazze d'oro, portando con sé anche il bambino. Ma la sciagurata traditrice era stata punita con la morte dagli Dei, durante il viaggio, e i mercanti, sbarcati ad Itaca, avevano venduto lui, Eumeo, ancora bambino come schiavo a Laerte.
Agli albori del nuovo giorno Telemaco approda felicemente all'isola. Egli sbarca lontano dalla città, ché dovrà recarsi dal porcaro Eumeo e prega i compagni di ricondurre la nave in porto. Il giovane vorrebbe affidare Teoclimeno ad Eurimaco, uno dei Proci più quotati a ottenere in sposa Penelope; in seguito, tuttavia, dopo l'apparizione di un prodigo - uno sparviero che stringe tra gli artigli e va spennando una colomba bianca - interpretato favorevolmente dall'indovino, egli affida Teoclimeno al compagno Pireo, perché si prenda cura di lui.
La nave prosegue quindi verso il porto di Itaca e Telemaco, seguendo i consigli di Minerva, si avvia alle stalle di Eumeo.

COMMENTO - Il quindicesimo libro rappresenta senz'altro una pausa nella poesia dell'odissea. Forse per questo, ma soprattutto per alcune vicende inserite a viva forza e costituenti digressioni più o meno importanti, lo si volle quasi tutto interpolato e opera di mano d'altri e non di Omero.
È comunque un libro di raccordo, nel quale si può dire che si concluda la Telemachia, lasciata interrotta alla fine del quarto e si prepari l'incontro tra padre e figlio, che costituisce la grande poesia del libro successivo.
Onde la necessità da parte del poeta di portare avanti l'azione per due diverse strade, fino a farle confluire nel colloquio tra Ulisse e Telemaco e nel conseguente riconoscimento, nella capanna di Eumeo. L'architettura generale del libro appare cosi spezzettata e brusco il passaggio dall'uno all'altro luogo dell'azione, senza quelle "dissolvenze" poetiche, nelle quali Omero si è tante volte dimostrato impareggiabile.
Pochi, in tutto il canto, i tratti di vera poesia: il commiato di Telemaco dalla reggia di Menelao, I'ultima apparizione di Elena e quindi, nella seconda parte, un ulteriore arricchimento dell'umanità di Eumeo e il racconto della sua pietosa storia, che costituisce un'altra delle infinite digressioni del poema, triste anch'essa come in genere quasi tutte, e tale da mettere ancor meglio in luce favorevole la figura del porcaro.
Molti, invece, i luoghi del canto dove la poesia è assente e solo I'azione va avanti, quando anch'essa non ristagni, per cui il libro può essere considerato tra i meno belli dell'intero poema.


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ODISSEA

LA CAPANNA DI EUMEO
LE ACCOGLIENZE DEL PORCARO
 SUOI SENTIMENTI VERSO ULISSE

LIBRO XIV

TempoTrentacinquesimo giorno dall'inizio del poema.  
Luoghi dell'azione raccontata La casa di Eumeo a Itaca


NEL LIBRO PRECEDENTE

Finalmente Ulisse, dopo un ultimo banchetto di commiato, ricevuti nuovi doni, s'imbarca e viene deposto addormentato nel porto di Forco, ad Itaca, con i suoi tesori. Nettuno però si lamenta con Giove ed ottiene il permesso di punire i Feaci per questa loro ennesima generosità verso i naufraghi; pietrifica pertanto la loro nave, mentre essa sta per entrare in porto ed Alcinoo, a tale vista, si ricorda di un'antica profezia del padre Nausitoo e fa sacrifici al Dio. Ulisse frattanto si sveglia, cerca e conta i doni, ma per la rabbia con cui Minerva l'ha avvolto non riconosce la sua terra; finalmente la Dea gli si presenta sotto le specie di un pastorello, lo rassicura e quindi, rivelandosi, gli consiglia come dovrà vendicarsi contro i Proci. Lo esorta poi a recarsi dal fedele Eumeo, mentre ella andrà a Sparta in cerca di Telemaco, per farlo ritornare incolume sotto la sua protezione.


Lasciato il porto, Ulisse per un aspro sentiero giunge alla casa del fedele Eumeo che, seduto davanti al recinto contenente dodici stalle e molti capi di bestiame, sta facendosi un paio di calzari di pelle bovina. Al giungere del mendico quattro mastini gli si avventano contro ed Ulisse è salvo solo grazie all'intervento del porcaro, che Io fa entrare nella sua capanna e gli offre un soffice giaciglio. Quindi egli uccide due porcelli e prepara il pranzo, durante il quale rivela all'ospite le ricchezze del suo padrone, che i Proci stanno dilapidando, approfittando del fatto che egli non è ancora tornato da Troia e probabilmente mai più tornerà.
II mendico chiede ad Eumeo chi sia quel suo padrone e il porcaro, d'apprima restio, fa infine il nome di Ulisse, per cui il vecchio inventa una storia e sostiene che un giorno egli Ulisse I'ha conosciuto e sa che è vivo e che sta ritornando. Ma Eumeo è incredulo davanti a tali assicurazioni e prega di cambiare argomento, ché quello è troppo doloroso per il suo cuore.
A richiesta del mandriano il vecchio mendico racconta quindi, inventandola, la sua storia. Figlio di Castore cretese e di una schiava, alla morte del padre poco aveva avuto delle sue grandi ricchezze; tuttavia, essendo bello di aspetto e valoroso, aveva sposato una ricca donna. Nella spedizione contro Troia aveva capitanato con Idomeneo le navi cretesi e dopo la distruzione della città, ritornato in patria con non poche peripezie, vi si fermò un solo mese, rimettendosi quindi in mare per il desiderio di conoscere l'Egitto.
Sbarcato nella terra del Nilo, i suoi compagni si diedero al saccheggio dei campi, provocando la reazione degli indigeni dalle cui ire egli solo si salvò e, ottenuta misericordia dal re del luogo, poté nuovamente arricchire. Sette anni visse a quella corte e segui quindi in Fenicia un mercante, passando successivamente in Libia; ma la nave naufragò colpita dai fulmini di Giove ed egli solo s'era salvato giungendo, infine, al paese dei Tesproti dove, accolto benevolmente, seppe che ivi si trovava anche Ulisse, al quale il re Fidone stava preparando una nave per ricondurlo in patria. Egli tuttavia, diretto a Dulichio, era partito prima dell'Itacese; ma avendogli i marinai giocato un brutto tiro durante il tragitto, s'era salvato a nuoto approdando ad Itaca.
Udita la storia Eumeo compiange il suo ospite, ma a nessun costo può credere a quanto egli dice su Ulisse. È sera: i porcari ritornano ai chiusi coi loro animali ed Eumeo ammazza per cena un maiale di cinque anni, ch'egli consuma con i quattro garzoni e con I'ospite, cui riserva la parte migliore.
Avvicinandosi I'ora del riposo il vecchio mendico, per avere un mantello con cui coprirsi, narra, inventandolo, un episodio della guerra di Troia. Si trovava con Menelao ed Ulisse sotto le mura della città, faceva freddo ed egli era senza mantello. Allora, per averne uno, si rivolse per aiuto ad Ulisse, il quale cominciò a dire che troppo essi s'erano allontanati dalle navi e che era necessario mandare un messo ad Agamennone, perché inviasse rinforzi. Toante s'era cosi offerto a fare I'ambasceria e partendo, per essere più libero, aveva deposto il suo mantello, di cui il vecchio aveva potuto usufruire. Eumeo capisce dove l'ospite vuole arrivare e gli fornisce un mantello. Quindi, mentre gli altri si accingono a dormire, egli si arma ed esce all'aperto per fare la guardia al gregge.

COMMENTO - È il canto di Eumeo, il canto della riconoscente devozione, dell'amore, della fedeltà a tutta prova, che ritorna come motivo ricorrente in tutto il libro, accanto all'altro tema, I'odiosità verso i Proci, considerati come gli svergognati che consumano e sperperano l'altrui e nulla più.
Tante passioni insieme congiunte in un personaggio, ben valgono a definirlo tra i più belli creati dalla fantasia di Omero.
Non più il mondo epico del primo poema, che abbiamo avuto occasione di scoprire e di ricordare anche in qualche passo di questo, che stiamo leggendo; non più l'ammirato mondo fiabesco attraverso il quale l'eroe itacese è giunto incolume, tra mille avventure, fino alla sua terra. Qui la scena muta completamente e diventa I'umile capanna di un mandriano di porci, il recinto che mani laboriose hanno costruito in vent'anni nel nome di chi doveva tornare e non è ancora tornato, tra gli animali più umili, su di un colle selvoso di querce, dal quale la vista spazia ad osservare chi si avvicina.
Un ambiente di idillio sereno, di tranquillità assoluta questo nel quale Ulisse trascorrerà i primi due giorni dal suo arrivo a Itaca. Per sapere, per conoscere, per assicurarsi che accanto a coloro che lo vorrebbero morto c'è anche chi erede ancora nel suo ritorno, chi spera nel suo ritorno, chi vive per il suo ritorno. I Proci nella loro superba ingordigia, Telemaco che per avere sue notizie ha intrapreso un viaggio, Penelope che temporeggia, Laerte, che attende ormai la morte, domato da quel dolore che già aveva ucciso Anticlea, Eumeo, il fedelissimo, che non vuol più credere a nessuna buona notizia, nel timore che ancora una volta essa non sia veritiera.
Nella capanna è calata la sera; il cibo ed il vino han riscaldato i petti dei sei commensali: Eumeo, il mendico e i quattro garzoni. Si parla ancora di Ulisse, quell'Ulisse cosi accorto ed ingegnoso, che sapeva trovare un mantello anche dove non c'era. Tanto accorto ed ingegnoso che riesce, ancora, a farsene dare uno dal porcaro, pur senza chiederglielo. Fuori il vento soffia, ma ci sono i porci da guardare ed in mezzo ad essi si reca il porcaro per fare buona guardia.


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ODISSEA

 L'ARRIVO IN PATRIA
ULISSE NON RICONOSCE LA SUA  ISOLA
 ITACA

LIBRO XIII

TempoNotte sul trentaquattresimo, trentaquattresimo e trentacinquesimo giorno dall'inizio del poema.  

Luoghi dell'azioneScheria, mare Jonio, Olimpo, lido di Itaca


NEL LIBRO PRECEDENTE

Ritornato all'isola di Eea Ulisse dà sepoltura ad Elpenore e quindi, ricevuti da Circe viveri e consigli, salpa. In vista dell'isola delle Sirene l'eroe, dopo aver turato le orecchie ai compagni, si fa legare all'albero della nave e viene cosi vinto il pericolo del canto ammaliatore. Superate anche Scilla e Cariddi con la perdita di sei uomini, Ulisse giunge in vista dell'isola di Trinacria. Non vorrebbe sbarcare, per evitare che i suoi tocchino gli armenti del Sole, ma infine prevale il consiglio di Euriloco e il giuramento di tutti. Passa un mese ed i venti non permettono di salpare. I viveri scarseggiano sempre più ed un giorno, in cui Ulisse appartatosi s'addormenta, la nefanda azione è compiuta. Strani prodigi preannunciano la vendetta che ben presto si manifesta, a rimbarco avvenuto, sotto forma di fulmini e di tempesta che la annegare tutti i compagni di Ulisse, il quale da solo sui rottami della nave, dopo aver evitato ancora una volta Cariddi, naviga per nove giorni ed è sbattuto infine sulla spiaggia di Ogigia, dove viene accolto da Calipso.


Finito il lungo racconto Alcinoo propone a tutti i principi che si facciano nuovi doni all'ospite: un treppiede ed un'anfora per ognuno. All'alba lo stesso re colloca nella nave già pronta i nuovi regali. Ucciso un bue ha inizio l'ultimo solenne banchetto di commiato che dura fino a sera.
Ulisse, infine, si congeda dai suoi ospiti e, dopo aver loro augurato ogni bene ed ogni felicità, si imbarca e tosto si addormenta profondamente nel comodo giaciglio apprestatogli dai marinai. La nave fila veloce verso Itaca, e all'alba approda nel porto di Forco. Ulisse, ancora immerso nel sonno, viene deposto sulla spiaggia e con lui i doni preziosi, che sono nascosti in un luogo appartato. Quindi la nave riprende il mare verso Scheria.
Nettuno frattanto si lamenta con Giove che gli uomini lo abbiano in dispregio; anche i Feaci, suoi discendenti, i quali contro la sua volontà hanno trasportato Ulisse in patria, sano e salvo e colmo di tesori. Giove Io rassicura e gli concede, per vendetta, di trasformare in sasso la nave dei Feaci, non appena essa avrà toccato il porto e di coprire con un'alta montagna la città alla vista dal mare.
I cittadini di Scheria dalla città assistono al prodigio della metamorfosi della nave ed Alcinoo spiega che s'è verificata un'antica profezia di suo padre Nausitoo e decide di placare Nettuno con un sacrificio di dodici tori, affinché il Dio non attui anche la seconda parte della minaccia.
Ulisse frattanto, svegliatosi, non riconosce la sua isola, ché una fitta nebbia con la quale Minerva lo ha avvolto gli impedisce di vedere. Pensa per un momento che i Feaci gli abbiano giocato il tiro di deporlo in una terra diversa dalla sua; conta i doni: ci sono tutti. Finalmente Minerva gli si presenta sotto la specie di un pastorello, che lo rassicura circa l'identità dell'isola. Ma I'eroe non rivela il suo vero essere ed inventa una storia alla quale la Dea sorride; infine, complimentandosi con lui per la sua sagacia, Minerva gli si manifesta.
Gli consiglia quindi quale condotta egli dovrà usare nei confronti dei Proci, che gli insidiano la moglie e gli divorano le sostanze. La nebbia si dirada: Ulisse riconosce il porto e la grotta delle Naiadi e il Nèrito verde di selve; quindi si china a baciare la sua terra.
Minerva lo incoraggia e lo rassicura che gli sarà sempre al fianco nelle nuove prove che lo attendono e perché nessuno lo possa riconoscere, lo trasforma in un vecchio mendico. Lo consiglia poi di recarsi presso il fedele porcaro Eumeo, per chiedergli notizie sulla reggia. Ella, intanto, andrà in cerca di Telemaco a Sparta, e lo farà ritornare sotto la sua protezione,affinché i Proci, nonostante i loro agguati, non possano nuocergli. Tocca quindi Ulisse con la verga e Io trasforma in un vecchio, ricoperto di una pelle di cervo con bisaccia e bastone.

COMMENTO - Il tredicesimo è un canto di raccordo, tra la seconda parte del poema, quella retrospettiva e comprendente il racconto ad Alcinoo, e l'ultima parte, che culmina nella vendetta contro i Proci. Dopo aver seguito Ulisse nelle sue peregrinazioni da Troia ai Ciconi e ai Lotofagi, dopo aver con Ulisse trepidato e disperato nella grotta del mostro, gioito della sua salvezza, accompagnandolo quindi ancora da Eolo, ai Lestrigoni, a Circe, al tenebroso Averno, per seguirlo finalmente sino a Ogigia, ormai solo, a cavalcioni di una zattera, l'animo del lettore ritorna alla realtà, nella reggia di Alcinoo.
Ulisse ha finito di raccontare e la sua personalità umana ed eroica si è notevolmente ingrandita agli occhi dei suoi ospiti, radunati nel mègaron di Alcinoo, sicché essi esprimono con nuovi doni la loro ammirazione. Ecco infine il ritorno.
Lo accompagna, nel silenzio del commiato, quell'atmosfera di benevolenza con la quale I'eroe era stato accolto alla reggia di Scheria. Il viaggio notturno, mentre Ulisse è immerso nel sonno, è I'ultimo accenno del poeta alla serena e quasi favolosa pace che aleggia tra i Feaci, popoli eternamente felici dell'altrui felicità.
Lo sbarco dell'eroe, ancora addormentato di un placidissimo sonno, gli toglie la gioia eccessiva del ritorno, ma vale a creare, poeticamente, quella situazione di tragica incertezza che richiama, con felice sintesi, il motivo predominante dell'intero poema: ancora una terra sconosciuta e la patria che sfugge nuovamente alla certezza di averla finalmente raggiunta....
Poi, graduale, il trapasso dalla delusione alla gioia, attraverso il colloquio col pastorello, finché nella rapida descrizione di Itaca, ad ogni particolare ritorna alla mente dell'esule la sua terra e la nebbia che ne ha avvolto la mente si dirada del tutto: ecco il porto di Forcine e la verde frondosa oliva e I'antro opaco, sacro alle Naiadi, e il frondoso Nerito, che ondeggia di selve. Una gioia profonda, anche se contenuta, è nel bacio alla terra nativa e nella magnifica preghiera alle Naiadi, che segna il vertice della poesia del canto. Seguono i consigli di Minerva, che ragguaglia l'eroe sulla situazione della sua famiglia e del suo regno, passo che non costituisce certo grande poesia, ma è la premessa indispensabile allo sviluppo del poema nei canti successivi.


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 ODISSEA

LE SIRENE
SCILLA E CARIDDI
 GLI ARMENTI DEL SOLE
LA VENDETTA DI GIOVE

LIBRO XII

TempoNotte sul trentaquattresimo giorno dall'inizio del poema.  
Azione raccontata ad Alcinoo.

Luoghi dell'azione raccontata: Eea; isola delle Sirene; Scilla e Cariddi;
isola di Trinacria; isola di Ogigia


NEL LIBRO PRECEDENTE

Giunto alle rive dell'Oceano, presso i Cimmeri, Ulisse scava la fossa prescritta e fa il sacrificio; vengono le ombre e innanzitutto Elpenore, che racconta la sua vicenda e chiede sepoltura. E quindi la madre Anticlea, cui, suo malgrado, l'eroe non permette di accostarsi al sangue, e infine Tiresia, che avendo bevuto predice ad Ulisse cosa gli capiterà nella Trinacria, in Italia e dopo. Poi anche Anticlea, bevuto il sangue, riconosce il figlio e lo informa sulla fedeltà di Penelope, su Telemaco e Laerte, sulla sua morte di crepacuore. Sfila quindi una lunga serie di donne illustri. Benché Ulisse sia stanco di raccontare, Alcinoo lo prega di proseguire. Cosi l'eroe narra di Agamennone e della sua morte, descrittagli da lui stesso, di Achille ansioso di notizie del figlio Neottolemo, di Aiace ancora adirato con lui per il giudizio delle armi, di altre ombre ch'egli ha avuto modo di vedere nell'Ade.


Ritornati all'isola di Eea Ulisse e i compagni passano la notte dormendo sulla spiaggia; all'alba, trovato il corpo di Elpenore, gli danno sepoltura e durante il triste ufficio giunge Circe con abbondanti viveri per la prosecuzione del viaggio.
Quindi la maga insegna all'eroe come dovrà evitare le future insidie che lo attendono: il canto ammaliatore delle Sirene, il duplice pericolo di Scilla e Cariddi, l'assoluta necessità di non toccare i buoi del Sole nell'isola di Sicilia.
Avviene la partenza; in vista dell'isola delle Sirene Ulisse avverte i compagni dei gravi pericoli che rappresenta il loro canto per cui, seguendo i consigli della maga, egli tura loro con della cera gli orecchi e si fa legare all'albero della nave. Ben presto il canto dolcissimo delle Sirene si spande nell'aria e con esso la promessa di far conoscere tutto ciò che avviene sulla terra. Ulisse ne è affascinato e con cenni degli occhi vorrebbe essere slegato, ma i compagni vogano con maggior impeto ed anzi stringono ancor più i legami che lo tengono avvinto.
Superato il pericolo delle Sirene un gran fumo appare in lontananza sui flutti e s'ode un immenso fragore: è prossima la voragine di Cariddi. Ulisse rincuora i suoi, consigliandoli di tenersi il più lontano possibile dal gorgo; non accenna tuttavia a Scilla, per non accrescere il loro spavento.
L'eroe si pone quindi sulla prua della nave, armato, con Io sguardo fisso allo scoglio del mostro, il quale tuttavia, approfittando di un attimo in cui tutti sono intenti ad evitare il risucchio, allunga i suoi tentacoli e afferra sei uomini, mentre Ulisse assiste impotente e straziato alla scena.
Ed ecco I'isola di Trinacria, da cui giungono di lontano muggiti e belati.
Ulisse vorrebbe non approdarvi ed esorta in tal senso i compagni; ma Euriloco protesta e cosi alla fine si sbarca, dopo solenne giuramento che gli armenti e i greggi del Sole non saranno toccati.
Passa un mese; i venti non permettono di rimbarcarsi, i viveri scarseggiano; Ulisse, appartatosi per pregare, s'addormenta. La fame ed Euriloco sono cattivi consiglieri e Ulisse al suo risveglio, sente il profumo delle carni arrostite. Ben presto strani prodigi avvertono dell'ira del Sole, che ha ottenuto da Giove promessa di vendetta. Dopo sei giorni di banchetto, al settimo, Ulisse e i suoi salpano.
II cielo si incupisce, i fulmini e la tempesta ad un tratto sfasciano la nave, tutti i compagni periscono in mare, il solo Ulisse si salva sui rottami legati insieme, come una rudimentale zattera. L'eroe nella notte è trasportato alla cieca dal vento ed ecco, al mattino, ancora Scilla e Cariddi. La voragine ingoia la zattera, mentre l'eroe resta parecchie ore sospeso ad un albero di fico che sovrasta il gorgo, finché, verso sera, i rottami vengono rigettati ed il naufrago può nuovamente raggiungerli a nuoto. Dopo nove giorni di infelice navigazione, le onde gettano Ulisse sulla spiaggia di Ogigia, dove egli viene accolto ed ospitato da Calipso.

COMMENTO - In questo canto si conclude, dopo quattro libri, l'avvincente rievocazione che Ulisse fa ad Alcinoo delle proprie avventure. E I'incanto del meraviglioso vi perdura, come nei libri precedenti, anche se I'interesse vi è meno vivo, perché gli episodi narrati mancano dell'elemento sorpresa, che già sono stati anticipati dalla profezia di Tiresia, dagli ammonimenti di Circe, dai consigli di Ulisse stesso ai compagni.
Ciononostante I'intonazione generale resta di ansiosa avventura e l'allegoria, più o meno moraleggiante che si è voluta vedere ("sotto 'l velame delli versi" non smorza I'interesse della narrazione, che è sempre avvincente.
Innanzitutto nell'episodio delle Sirene, creature bellissime proprio perché indefinite e indefinibili, il cui canto affascinatore riesce cosi suggestivo per la cornice in cui si spande nell'aria, I'improvvisa bonaccia tutta pregna di un'atmosfera d'incanto e di mistero per l'ansia e la precauzione di Ulisse, per gli effetti chiaramente visibili che esso provoca su di lui. Canto che nulla dice, ma tutto promette, anche se invita a fermarsi all'ombra di un macabro mucchio di ossa sbiancate.
Nel successivo episodio di Scilla e Cariddi non ci meraviglia più l'essenza del fenomeno, che già ci è stato abbondantemente anticipato, ma il tono suggestivo e sempre ansioso dello svolgersi dei fatti, come in un dramma di cui si conosca la trama, ma che egualmente ci avvince per la forza dell'azione scenica. Un tratto di viva poesia su tutti: la rapidità fulminea con cui Scilla afferra i sei malcapitati compagni, quelle loro mani convulse e impotenti, il grido disperato e vano nell'aria.
Meno poetico e d'inventiva meno felice (il sonno di Ulisse si ripete e già lo abbiamo incontrato nell'episodio dell'otre di Eolo) il racconto del soggiorno in Trinacria, che inizia con nuovi tocchi al già noto personaggio Euriloco e si chiude, a misfatto compiuto, con un'aria pesante di rimorsi, di incubi, di attesa del peggio.
Più elevato il tono e più tragico lo stile nella tempesta e nel conseguente naufragio, che è campo dove già altre volte abbiamo ammirato il nostro poeta. Si chiudono cosi i canti del ritorno e il favoloso racconto di Ulisse e si apre la terza parte del poema, la vendetta sui Proci.


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ODISSEA - Riassunto 17° libro (Odyssey - Summary of the 17st book)

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ODISSEA - Riassunto 24° libro (Odyssey - Summary of the 24st book)



ODISSEA - Riassunto e commento 11° libro (Odyssey - Summary, comment of the 11st book)




ODISSEA

IL VIAGGIO NELL'AVERNO
L'INDOVINO TIRESIA
LA MADRE ANTICLÈA
L'OMBRA DI ACHILLE
 L'OMBRA DI AIACE

LIBRO XI

TempoTrentatreesimo giorno dall'inizio del poema. Azione raccontata ad Alcinoo
Luoghi dell'azione raccontata: Isola di Eea. Ade


NEL LIBRO PRECEDENTE

Ulisse approda all'isola di Eolo, il re dei venti, e dopo un mese, congedandosene, riceve in dono un otre contenente tutti i venti meno Zefiro.
I compagni però, incuriositi, aprono l'otre dal quale escono i venti che risospingono la nave all'Eolia; Eolo tuttavia scaccia questa volta Ulisse, ritenendolo in odio agli Dei. La tappa seguente è alla terra dei Lestrigoni, feroci cannibali, dai quali l'Itacese riesce a salvare una sola nave e quarantacinque compagni. Ed eccoli ad Eea, l'isola di Circe; la maga con beveraggi e con la sua bacchetta trasforma in porci i compagni che Ulisse ha mandato in esplorazione, ma l'eroe avvertito da Euriloco, che è sfuggito all'incantesimo ed aiutato da Mercurio, ha il sopravvento sulle magie di Circe che innamoratasi di lui lo tiene ospite per un anno. Quindi la nostalgia della patria fa che i compagni inducano Ulisse alla partenza; ma la maga lo avverte che prima dovrà andare all'Ade, per interrogare Tiresia. Si parte: manca solo Elpenore, che salito ubriaco sul tetto, ne era precipitato ammazzandosi.


Partito dall'isola Eea Ulisse raggiunge il paese dei Cimmeri e si dirige all'ngresso dell'Ade. Scavata quindi una fossa vi versa vino, miele, acqua e asperge il tutto di farina bianca. Pregate quindi le anime dei morti sgozza sulla fossa le vittime e vi fa colare dentro il sangue.
Ed ecco che gridando ed emergendo dalle buie profondità le anime dei morti si affollano intorno alla fossa, ma I'eroe le tiene lontane, ché cosi gli è stato ingiunto di fare, finché appaia I'ombra di Tiresia. Si mostra anche Elpenore, che ancora si trova nel vestibolo dell'Ade perché insepolto, e dopo aver raccontato ad Ulisse i particolari della sua triste fine, Io prega di seppellirlo, quando ritornerà da Circe.
Si fa quindi innanzi Tiresia, il vate tebano che regge lo scettro d.'oro; chiede ad Ulisse il perché di quel suo viaggio all'Averno e quindi, bevuto il sangue della fossa, gli predice il futuro. Nettuno contrasterà ancora il suo ritorno, a causa del ferimento di Polifemo; giunto in Trinacria si ricordi di non toccare i buoi del Sole, altrimenti arriverà ad Itaca senza un solo compagno e su nave straniera. In patria Io attende l'arroganza dei Proci, ma egli ne avrà facilmente ragione; dopo, tuttavia, dovrà rimettersi in mare e giunto ad una terra dove un remo sulla sua spalla verrà scambiato per una pala, ivi pianti quel remo e sacrifichi agli Dei i a Nettuno in particolare. Infine ritorni pure alla sua terra, dove vivrà felice.
Ulisse domanda poi a Tiresia come mai la madre sua Anticlea, ch'egli ha intravvisto fra le ombre, non gli rivolga lo sguardo e la parola e il vate Io esorta a lasciarla bere di quel sangue che le permetterà di riconoscerlo. Cosi avviene; Anticlea gli chiede delle sue peripezie e gli racconta della fedeltà di Penelope, di Telemaco del vecchio padre Laerte, della sua morte di consunzione per la lontananza del figlio. Ulisse vorrebbe abbracciarla, ma per tre volte I'ombra gli sfugge all'abbraccio come nebbia.
Si presentano quindi le antiche eroine, figlie e mogli di re, le quali espongono i casi della loro vita; tra le altre Tiro, Antiope, Alcmena, Leda ed Arianna.
Dopo le eroine, per espresso desiderio del suo ospite, Ulisse racconta ad Alcinoo dell'apparizione di eroi greci. E nel racconto dell'Itacese rivive la tragedia di Agamennone, al suo ritorno in patria, quando fu ucciso per mano della moglie Clitennestra e del suo complice Egisto.
Appare quindi anche I'ombra di Achille, che pure nel regno dei morti conserva un certo prestigio sulle altre ombre; I'eroe però rimpiange la vita, si duole ancora della sua morte prematura e si rallegra solo alla notizia che il figlio Pirro s'è comportato da eroe nella presa di Troia.
Ed ecco Aiace Telamonio, che tuttavia se ne sta solingo e disdegnoso, giacché ancora cova nell'animo per l'Itacese il vecchio rancore per essergli stato posposto nell'assegnazione delle armi di Achille.
Altre ombre appaiono quindi ad Ulisse: Minosse che sta amministrando la giustizia, Orione, Tizio, Tantalo e Sisifo che scontano le loro durissime pene ed infine Ercole, tremendo anche nell'Ade, che sta saettando tra le urla delle ombre sgomente.
Ad un tratto un grande frastuono, causato da anime che si radunano, impaurisce Ulisse, che torna tosto alla spiaggia e salpa verso I'isola della maga Circe.

COMMENTO - Il canto XI è tra i più famosi del poema oltre che dei più belli ed originali. Basti pensare che ad esso si ispirò la poesia dell'oltretomba di tutti i tempi, dal latino Virgilio al nostro Dante.
La scena s'apre su di un'orrida visione d'assieme: nel freddo buio del vestibolo dell'Ade, tra il  sinistro scrosciare dei fiumi infernali e i vapori del sangue delle vittime scannate, appaiono le anime confuse dei morti, assetate di quel sangue che vale a destare in esse l'illusione e il ricordo della vita irrimediabilmente perduta.
Non c'è distinzione di sessi, di età, di categorie sociali, ché la Morte è veramente cieca ed imparziale; c'è solo in tutte le ombre I'intima e infinita tristezza del distacco dalla vita.
Cosi in Elpenore che anela alla tomba, ma anche a un segno che lo ricordi ai posteri, destinato com'è ad essere sepolto lontano dalla patria; cosi in Agamennone che resta legato alla vita da un odio implacabile, che non ammette perdono o dimenticanza. Cosi in Achille, non più I'Achille del primo poema, votato alla gloria e incurante di una esistenza effimera, ma stranamente crucciato per la perdita della vita, di cui solo dopo morto pare abbia capito il profondo valore. Un Achille legato alla vita e al regno della luce anche dall'esempio del suo eroismo che si perpetua nel figliolo Neottolemo, unico conforto alla sua anima, tristemente sopravvissuta.
Cosi, infine, in Aiace che, pur essendosi suicidato, non ha potuto col suo gesto eliminare lo sdegno per la mancata assegnazione delle armi divine. Uno sdegno che rimane intatto e fa di quest'ombra, già torre incrollabile fra i vivi, non un fievole vento dalle fattezze umane, ma una massiccia statua di inconfondibile fisionomia.
Soltanto Anticlea, la buona, la dolce e soave Anticlea, sembra ricordarsi della vita per compiacere al figliolo ritrovato; e lo informa della fedeltà di Penelope, di Laerte vivo infelice, di Telemaco, della sua casa. Il passo, pieno di trepida tenerezza e amorosa pietà, sembra accogliere in sé tutta la possibile poesia della maternità e per un momento la morte, che ha permesso quest'incontro tra madre e figlio, non appare più cosi severa, anche se l'inutile abbraccio, alla line dell'episodio, richiama ad una realtà più triste e piri dura.
La profezia di Tiresia, motivo determinante del viaggio nello schema logico degli avvenimenti, passa cosi in secondo piano nella scala dei valori poetici, anche se il vaticinio vibra, verso la fine, di un suo accento patetico e di una serena promessa ad Ulisse: un placido tramonto nell'affannosa giornata della sua vita.


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ODISSEA

I LESTRIGONI
L'ISOLA DI EEA
GLI INCANTESIMI DI CIRCE
L'AIUTO DI MERCURIO
ULISSE E CIRCE
IL SOGGIORNO NELL'ISOLA

LIBRO X

TempoTrentatreesimo giorno dall'inizio del poema. Azione raccontata ad Alcinoo
Luoghi dell'azione raccontata: Isola di Eolo, 
paese dei Lestrigoni, di Eea, reggia di Circe.


NEL LIBRO PRECEDENTE

Ulisse inizia il racconto delle sue avventure. Partiti da Troia sbarcano al paese dei Ciconi, che depredano, perdendo tuttavia, alla fine, sei compagni per nave. Da una tempesta sono quindi sbattuti alla terra dei Lotofagi, dove l'eroe imbarca di nuovo i compagni, presi dall'oblio della patria, per aver gustato il loto. Sono quindi in vista del paese dei Ciclopi; Ulisse, lasciati gli altri all'isola delle Capre, con una nave e pochi compagni va alla spelonca di Polifemo per conoscere il mostro; ma l'accoglienza è feroce: due compagni sono sbranati e poi altri quattro. L'eroe medita la vendetta: acceca, infine, il gigante con un palo acuminato e quindi riesce a sfuggirgli con un'astuzia, sfidando ancora, la ferocia di Polifemo, mentre sta salpando ed evitando a stento i massi ch'egli getta alla cieca nel mare. Ulisse ritorna cosi all'isola delle Capre, donde riparte alla volta di Itaca.


Partito dall'isola delle Capre Ulisse sbarca nell'isola di Eolia, residenza del Dio dei venti Eolo, che lo ospita cortesemente nella sua reggia per un mese.
L'itacese chiede quindi congedo ed Eolo, tra l'altro, gli fa dono di un otre, che egli stesso lega al fondo dell'imbarcazione, il quale contiene tutti i venti tempestosi; il solo Zefiro non c'è, perché dovrà spingere la nave verso Itaca.
Ulisse, dopo nove giorni di felice navigazione, quando già la sua isola è in vista, disgraziatamente s'addormenta e i compagni, ignari del contenuto dell'otre, approfittano per aprirlo e impadronirsi dei presunti tesori d'oro e d'argento. Cosi i venti si scatenano e volano alla loro isola, conducendo seco anche la nave.
Ulisse, abbattuto ed umiliato chiede nuovamente ospitalità ad Eolo, ma questi, ritenendolo un malvagio in odio agli Dei, lo scaccia.
Dopo sei giorni e sei notti Ulisse giunge alla regione dei Lestrigoni, una terra dove le notti sono brevissime. Undici navi entrano nel porto della città di Telèpilo e Ulisse si àncora con la sua ad uno scoglio dall'alto del quale scorge in lontananza un fil di fumo. Egli manda allora in perlustrazione tre compagni, che s'imbattono nella figlia di Antifate, il re del luogo, la quale tosto Ii accompagna alla reggia. Ivi essi inorridiscono dinanzi alla regina, una gigantesca donna che mette spavento, mentre il suo degno consorte, afferrato uno dei tre malcapitati, lo divora.
Sbucano fuori intanto altri Lestrigoni, che distruggono con macigni le navi e a stento Ulisse riesce a salvarsi con la sua imbarcazione e quarantacinque compagni.
I superstiti approdano quindi all'isola di Eea, riposano per due giorni e nel terzo giorno Ulisse scorge in lontananza un tetto che fuma, entro un bosco di querce. Dopo aver abbattuto un cervo e abbondantemente banchettato l'eroe divide i suoi uomini in due schiere capeggiate da Euriloco e da lui stesso. Si tratta di esplorare la terra e la sorte affida il compito alla schiera guidata da Euriloco.
Vanno dunque i prescelti in perlustrazione e trovano la dimora di Circe, che cantando sta tessendo al telaio; la chiamano e quella, dopo averli invitati ad entrare, offre loro del vino mescolato a latte rappreso, farina, miele e a un particolare succo misterioso; quindi li tocca con una verga e tutti divengono porci. Tutti salvo Euriloco, che non ha accolto l'invito e che, spaventatissimo, ritorna alla nave per avvertire dell'accaduto.
Tosto Ulisse si avvia al palazzo di Circe, da solo, giacché Euriloco non vuole accompagnarlo e incontrato per istrada Mercurio, sotto I'aspetto di un giovinetto, ne riceve I'erba moli, buona per annullare gli incantesimi, e le istruzioni per ammansire Circe.
La maga Io accoglie cortesemente, gli propina in un nappo d'oro la bevanda incantatrice e lo tocca con la verga fatata. Ma I'eroe, immune da incantesimi, le si scaglia addosso con la spada sguainata, finché ella gli giura solennemente che non gli nuocerà più e gli offre il suo amore. Ulisse accetta di fare un bagno, ma non toccherà cibo se la maga non avrà prima ridato forma umana ai suoi compagni, per cui, tratti dalla stalla gli uomini-porci ed untili con un unguento, Circe ridà loro aspetto di uomini e li rende più belli di prima.
Quindi Ulisse, per esortazione della stessa maga, si reca alla nave e conduce al palazzo gli altri compagni ed anche Euriloco, che si lascia persuadere solo con le minacce.
La gradita ospitalità dura un anno intero, finché i compagni, punti da nostalgia per la patria, inducono Ulisse a prendere congedo. Circe non si oppone, ma lo avverte che dovrà prima recarsi all'Ade, per interrogare I'ombra delI'indovino Tiresia sulle sue vicende future e gli dà consigli sul da farsi e sulla via da seguire.
All'alba avviene la partenza; manca tuttavia Elpenore che salito sul tetto della casa ubriaco, in cerca di un po' di fresco e svegliatosi improvvisamente ai richiami di Ulisse, era precipitato uccidendosi.

COMMENTO - È il libro dell'avventura; non libro di grande poesia, specie nella prima parte, quella che si riferisce al soggiorno nell'isola di Eolo e alla disgraziata visita alla terra dei Lestrigoni.
A questi due episodi segue quello di Circe, anch'esso vagamente fantastico e, poeticamente, il più valido.
II canto s'apre con la bella fiaba di Eolo, il re dei venti, signore di un'isola irreale, natante sulla superficie del mare, isola tranquilla e festosa, dove la gioia non conosce tramonto se non quando la notte porta un riposo altrettanto soave.
Da quell'isola, dopo un mese di felice soggiorno, Ulisse ed i suoi puntano direttamente su Itaca; già la terra amata e selvaggia si profila all'orizzonte, quando un malaugurato sonno del capo, che per nove giorni non ha lasciato il timone, permette ai compagni di Ulisse di soddisfare la loro insana curiosità che scatena, attraverso l'otre dei venti scoperchiato, una nuova bufera.
Secondo episodio: i Lestrigoni. Omero ricalca quasi i motivi del grande canto precedente, quello di Polifemo. La situazione è press'a poco la stessa, ma l'ispirazione tradisce il poeta. II drammatico lascia il posto al farsesco. Non solo sei compagni, come nell'antro del mostro monocolo, ma molti, molti di più muoiono infilzati dalle lance dei Lestrigoni o schiacciati, insieme con undici navi, sotto i loro macigni. Ma la tragedia sconfina nell'umorismo, anche se la narrazione riesce sempre felice e disinvolta.
Infine l'episodio di Circe. Già la scena, non appena Ulisse mette piede nell'isola, è greve di mistero: un'isola apparentemente deserta con un fiI di fumo, quasi impercettibile, che si eleva al cielo in lontananza, da una selva di annose querce.
E questa atmosfera di mistero e di magia dura per tutto il resto del canto, quasi sino alla fine, quando, rotto l'incantesimo, nasce l'idillio e la maga Circe dalla verga fatata e dai beveraggi incantatori diventa la donna dolce e affettuosa e prodiga con Ulisse e con i suoi.
Ulisse e i suoi. Schiera anonima di compagni della quale due soli nomi emergono sugli altri e si pongono in luce: lo spaventatissimo, prudente e sospettoso Euriloco che accostato ad Ulisse fa per contrasto risaltare l'intrepidezza risoluta e sagace dell'eroe; e Io sborniato Elpenore che trova il suo attimo di gloria in una ingloriosa e direi quasi comica morte, giù a precipizio dal tetto, scordatosi della scala.
Finisce anche la gioiosa dimora nell'isola felice: ancora una donna che sospira per I'eroe senza pace, che il Destino chiama nei regni d'Ade. E I'avventura continua.


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ODISSEA

ULISSE RACCONTA: I CICONI
I LOTOFAGI E L'ISOLA DELLE CAPRE
VERSO LA TERRA DEI CICLOPI
POLIFEMO
LA VENDETTA
LA FUGA

LIBRO IX

TempoTrentatreesimo giorno dall'inizio del poema
Luoghi dell'azione raccontata Troia, Ismaro, spiaggia deserta, capo Malea, 
Lotofagi, isola delle Capre, terra dei Ciclopi, antro di Polifemo


NEL LIBRO PRECEDENTE

Alcinoo, nell'assemblea dei Feaci, propone che per il riaccompagnamento in patria dell'ospite vengano scelti cinquantadue giovani. Quindi, durante il banchetto d'onore, il cantore Demodoco suscita nell'ospite il pianto ricordando una contesa di Ulisse con Achille. Il re invita poi i presenti a gareggiare negli agoni sportivi ed anche Ulisse, offeso da Eurialo, si cimenta e dimostra la sua superiorità su tutti. I Feaci danno quindi un saggio di danza e, su proposta del re, i principi offrono i loro doni all'ospite, doni che aggiunti ad una coppa d'oro di Alcinoo; la regina Arete colloca in un forziere. Avviene quindi l'ultimo incontro ed il saluto dell'ospite a Nausica. Nel banchetto Demodoco fa piangere ancora Ulisse col racconto del cavallo di legno, per cui il re invita l'ospite a rivelare il suo nome, la sua terra e il motivo di quel suo piangere, ogni qualvolta il cantore rievoca la guerra di Troia.


Benché il raccontare i propri affanni significhi rinnovarne il dolore Ulisse si manifesta ad Alcinoo e, col nome, rivela la propria patria, descrivendola con accorata nostalgia.
Egli dà quindi inizio al racconto del suo sventurato peregrinare. Partito da Troia i venti portarono le sue navi a Ismaro, nella regione dei Ciconi, già alleati dei Troiani. Dopo aver messo a sacco il paese e uccisi gli abitanti, i suoi compagni vogliono ritardare la partenza e cosi i Ciconi, aiutati dai popoli del retroterra, passano al contrattacco, sicché egli perde sei uomini per ogni nave.
Rimessisi in mare sono costretti da una furiosa tempesta a riprendere terra per due giorni; finalmente salpano, ma doppiando il capo Malea, la punta sud-orientale del Peloponneso, i venti Ii tengono in balia per nove giorni, spingendoli a sud, nel paese dei Lotofagi. Ivi esploratori, mandati innanzi, mangiano il loto, che dà I'oblio della patria e a mala pena Ulisse con la forza riesce a farli risalire sulle navi.
Giungono cosi in vista del paese dei Ciclopi, giganti selvaggi e feroci, che vivono senza leggi, nutrendosi di ciò che la terra produce spontaneamente. Dirimpetto alla loro terra sorge I'isola delle Capre, senza traccia di vita umana e solo popolata da capre selvatiche, di cui essi fanno una grande strage, banchettandò lautamente e riempiendone le navi.
All'alba del giorno seguente con una nave e pochi compagni Ulisse sbarca alla terra dei Ciclopi, entra nell'antro di Polifemo, recando un otre di vino gagliardo e, mentre i compagni vorrebbero ripartire subito, dopo aver fatta razzia di formaggi e di pecore, Ulisse vuol conoscere il Ciclope e attende che ritorni dal pascolo.
Giunge finalmente il gigante con le greggi ed un gran carico di legna sulle spalle che, buttate a terra, impauriscono col loro frastuono i malcapitati.
II Ciclope, lasciati fuori i maschi e fatte entrare le femmine, chiude l'ingresso della spelonca con un grossissimo macigno e, dopo aver munto pecore e capre e aver fatto cagliare una parte del latte, acceso il fuoco, scorge gli ospiti e chiede loro, con voce rimbombante, chi siano e donde vengano. Risponde Ulisse e chiede ospitalità. Ma Polifemo non è veneratore di Dei e dopoché Ulisse gli ha falsamente riferito di essersi salvato a stento da un naufragio con pochi compagni, il mostro ne afferra due e li ingoia per cena, bevendoci sopra latte abbondante e cadendo quindi in un sonno profondo.
Ulisse pensa tosto di uccidere il mostro con la spada; ma chi riuscirebbe poi a smuovere il masso che chiude I'antro? Aspetta perciò angosciato l'aurora.
All'alba il Ciclope, dopo aver atteso alle sue occupazioni pastorali, divora altri due compagni ed esce per condurre al pascolo la greggia, richiudendo ancora la spelonca. Ulisse, allora, pensa ad una via di scampo; aiutato dai suoi taglia un palo d'ulivo lungo sei piedi, lo appuntisce, lo risecca un poco al fuoco, nascondendolo quindi sotto Io sterco. Poi, sorteggiati i quattro compagni che con lui dovranno collaborare all'accecamento del mostro, tutti ne attendono ansiosi il ritorno.
Ritorna finalmente il Ciclope, introduce questa volta nello speco anche i maschi, afferra altri due ospiti e li divora. Allora Ulisse gli offre di quel vino che aveva con sé, una tazza e poi un'altra e un'altra ancora, finché il gigante si abbatte al suolo ubriaco. Cioncando ha promesso all'ospite, che astutamente gli ha detto di chiamarsi Nessuno, che lo divorerà per ultimo, in segno di cortese omaggio. È I'ora della vendetta; si arroventa il palo e lo si conficca nell'unico occhio del mostro che urla tremendamente e invoca gli altri Ciclopi:
"Nessuno mi uccide!" Ma quelli: "Se nessuno ti fa del male, è Giove che te lo manda; raccomandati a tuo padre Nettuno!".
Allora, in preda al dolore, l'energumeno toglie il masso e brancica sull'entrata alla ricerca dei suoi uomini; ma Ulisse riesce a sfuggirgli: unisce i montoni a tre a tre e sotto quello di mezzo lega un compagno, per cui Polifemo, pur tastando, non trova. Egli stesso, poi, si aggrappa sotto il ventre dell'ariete, cui il Ciclope rivolge un accorato discorso, ritenendolo triste per la disgrazia toccata al padrone.
È la salvezza. Si imbarcano, imbarcano gli armenti predati, ma prima di salpare Ulisse rinfaccia a Polifemo le sue colpe, esaltando la sua vendetta e rivelandogli il suo vero nome. Il mostro, infuriato, scaglia alla cieca massi nelle acque e per poco non sommerge la nave. Poi prega il padre Nettuno che Io vendichi.
Si giunge all'isola delle Capre, si banchetta, si fanno sacrifici e il giorno dopo Ulisse e i superstiti compagni si rimettono in mare.

COMMENTO - Nel libro nono inizia il racconto di Ulisse ad Alcinoo, racconto che durerà per quattro libri, i quali costituiscono la parte centrale di tutto il poema.
La figura di Ulisse, anche se materialmente assente fino al canto quinto, è stata il centro poetico dell'opera fin dai primi versi dell'Odissea. Poi Ulisse è apparso direttamente sulla scena del poema, in quell'isola di Ogigia, che può essere considerata lo sfondo ideale per un racconto di avventura; Omero, presentandoci il personaggio, ce lo ha quindi descritto nella sua ultima lotta contro il Cielo e gli avversi elementi della natura. Finché, con una sapiente gradazione, il protagonista stesso, in questo libro, ci narra le sue avventure ed il poeta, pur felicissimo intermediario tra la sua e la nostra fantasia, ci mette in comunicazione diretta col suo personaggio, per cui non va perduta una sola sfumatura di quell'altissima poesia di cui è ricco il canto.
Cosi, ad un certo punto, il lettore non ascolta più le avventure di Ulisse nella terra dei Ciconi, dove ancora risuonano echi dell'epopea iliadea, al paese dei Lotofagi, col dolce incantesimo dei suoi fiori, all'isola delle Capre, idillico intermezzo che prepara poeticamente, per contrasto, all'episodio fondamentale del canto, nelI'antro di Polifemo.
Noi non ascoltiamo più; ci siamo immedesimati nel nostro personaggio, agevolmente superando la finzione del racconto raccontato e divenendo i protagonisti di tutte le avventure del libro, ed in modo particolare dell'ultima, da cui il canto è interamente dominato.
Le virtù di Ulisse ci erano note anche prima della lettura di questo libro; le ha esaltate continuamente tra le lacrime Penelope, le hanno rievocate con trepida commozione Nestore a Pilo e Menelao a Sparta; il poeta d'altra parte, ci ha già presentato direttamente I'eroe, da Ogigia a Scheria e poi ancora qui, nella reggia di Alcinoo, fino al presente racconto.
Ma in questo canto Ulisse si manifesta in tutta la pienezza della sua umanità; in tre episodi: di guerra il primo, il secondo di incantesimo e più importante di tutti il terzo, con una sua nota particolare, che lo distingue dagli altri: alla terra di Polifemo Ulisse sbarca non sbattutovi dalla tempesta o per necessità di rifornimento, ma spinto dalla sua avidità di conoscere, da un'audacia spirituale dalla quale è nato nei secoli il "mito di Ulisse", che tanto fascino ha esercitato sulla poesia d'ogni tempo.
Le bellezze dell'episodio di Polifemo sono già state messe in evidenza nelle diverse note, nostre e altrui, che commentano il passo; qui basti concludere che il canto è una delle più eloquenti testimonianze della grande poesia di Omero.


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