domenica 29 luglio 2018

ODISSEA - Riassunto e commento 24° libro (Odyssey - Summary, comment of the 24st book)




 ODISSEA

ULISSE E LAERTE
UISSE SI FA RICONOSCERE
 GIOIA DEI SERVI
 L'ULTIMA BATTAGLIA E LA PACE

LIBRO XXIV

Tempo: Quarantesima giornata dall'inizio del poema
Luoghi dell'azione raccontataAde, la campagna di Laerte, Itaca, l'Olimpo


NEL LIBRO PRECEDENTE 

Penelope avvertita da Euriclea che il mendico è Ulisse scende nel mègaron, ma dubita a riconoscere il suo sposo anche quando, rivestito di una nuova veste, egli riceve da Minerva vigore e bellezza. Solo in prova del letto nuziale rende del tutto convinta la donna, che abbraccia finalmente Ulisse unendo le sue lacrime a quelle di lui. Nella notte, cessata la festa danzante indetta da Ulisse per far credere agli Itacesi che si stessero celebrando le nuove nozze della regina, marito e moglie si raccontano le loro reciproche traversie. All'alba infine Ulisse, dopo aver raccomandato a Penelope di rimanere ritirata nelle proprie stanze e di non ricevere nessuno, si reca con Telemaco e i due mandriani al podere di Laerte, avvolto in una nube mandata da Minerva.


Dopo la strage dei Proci Mercurio accompagna all'Ade le anime degli uccisi. Nei regni sotterranei i principali eroi dell'Iliade Patroclo, Antiloco, Aiace stanno intorno ad Achille, il quale compiange la sorte toccata ad Agamennone per il tradimento di Clitennestra e di Egisto.
Sopraggiunge quindi anche l'Atride il quale, celebrando il destino del Pelide, morto gloriosamente sotto le mura di Troia, rievoca i grandiosi onori funebri che i Greci gli tributarono per diciassette giorni, ardendone quindi nel diciottesimo il cadavere, i cui resti furono racchiusi insieme a quelli di Patroclo in un'anfora d'oro, recata dalla stessa madre Tetide.
Giungono frattanto le ombre dei Proci; Agamennone riconosce fra essi Anfimedonte, del cui padre fu ospite in Itaca quando con Menelao egli era andato per persuadere Ulisse a prendere parte alla guerra di Troia e, meravigliato di vedere tutti assieme tanti giovani, chiede ad Anfimedonte notizie sulla loro morte immatura. Il giovane allora gli spiega tutta la loro storia, la corte alla regina nella convinzione che Ulisse più non tornasse, I'inganno della
tela da parte di Penelope, il ritorno e la vendetta del falso mendico, sotto le cui spoglie si celava appunto Ulisse.
L'Atride, a questo racconto, invidia Ulisse che aveva potuto far vendetta su chi gli insidiava la sua donna ed ha parole di ammirazione per la fedele Penelope, tanto diversa dall'infame Clitennestra.
Nella seconda parte del libro la scena ritorna ad Itaca. Ulisse col figliolo e i due servi giunge al podere di Laerte, ma il vecchio non è in casa e mentre Telemaco, Eumeo e Filezio restano a preparare il pranzo, l'eroe va in cerca del padre e lo trova nell'orto miseramente vestito e squallido d'aspetto, che sta lavorando intorno ad una pianta. L'eroe è incerto se rivelarsi subito oppure risvegliare nel vecchio il dolore per la lontananza del figlio, perché sia poi più intensa la gioia di saperlo ritornato. Infine mette in atto questo secondo proposito; accostatosi al padre gli chiede perché mai trascuri a tal punto la sua persona, si dichiara forestiero, gli chiede se quell'isola sia veramente Itaca e se sa dargli notizie di un suo antico ospite in Alibante, il quale diceva di essere itacese e figlio di Laerte d'Arcesio.
II vecchio, piangendo, tempesta a sua volta di domande il presunto forestiero e Ulisse inventa una delle sue solite storie, finché, impietosito della disperazione del padre, gli si manifesta abbracciandolo, gli mostra quindi quale segno di riconoscimento, la famosa cicatrice e, infine, gli nomina le piante regalategli da lui stesso, quando da piccolo lo accompagnava nei campi.
Laerte sviene dalla gioia e quindi, riavutosi, e ricevuta assicurazione dal figlio che già ha provveduto per resistere ad una eventuale vendetta dei parenti dei Proci, entrambi si recano in casa a mensa ed ivi Ulisse riceve le congratulazioni per il suo ritorno anche dal vecchio servo Dolio e dai suoi sei figlioli, al loro sopraggiungere.
Si è intanto diffusa la notizia della strage ed i parenti dei Proci provvedono a ritirarne i cadaveri per il funerale. Poi Eupite, il padre di Antinoo, radunati gli Itacesi, tenta di incitarli alla vendetta per il grave delitto. Le sue parole raggiungerebbero l'effetto desiderato se molti degli Itacesi non fossero dissuasi dall'araldo Medonte e dall'indovino Aliterse, che ricorda i gravi soprusi dei Proci. minacciando nuove sventure.
Alcuni tuttavia, con Eupite, si accingono in armi a raggiungere la casa di Laerte; un figlio di Dolio, appostato in vedetta, dà l'allarme. Nello scontro le forze sono diseguali, ma ancora una volta Minerva non manca di assistere Ulisse e i suoi, sotto le spoglie di Mentore. Cade Eupite, ucciso da Laerte e la battaglia infurierebbe se Minerva a gran voce non gridasse di far pace e di abbandonare il campo.
Ulisse vorrebbe inseguire gli assalitori in fuga, ma un fulmine di Giove lo trattiene; quindi, con l'auspicio di Minerva, si stabilisce la pace tra Ulisse e i suoi sudditi e ritorna, finalmente, I'agognata e serena tranquillità.

COMMENTO - Fu detto che al poeta dell'Odissea è mancato, proprio al culmine dell'azione, l'afflato lirico ed è questa la conclusione alla quale dovrà giungere ogni attento lettore, che non si sia lasciato distrarre, nella lettura di questi ultimi canti, e del XXIV in particolare, da un eccessivo interesse per la vicenda, che ha la sua logica conclusione in un anelito di pace, dopo tante vicissitudini, pace che viene raggiunta con l'immancabile intervento di Giove e Minerva e la purificazione finale degli animi, dopo l'eccidio dei Proci.
Se la lettura dei poemi omerici ha avuto il potere di risvegliare la vostra sensibilità poetica - e non è necessario essere poeti per godere della poesia - vi sarete accorti che mentre il finale dell'Iliade vi ha lasciati turbati di un felice e gioioso turbamento, quello dell'Odissea, per quanto la nostra scelta di episodi si sia soffermata sui più belli dell'intero libro, ci ha lasciati indifferenti e solo attenti lettori alla vana ricerca di qualcosa che ancora ci commuovesse, che facesse vibrare nel nostro intimo quelle corde invisibili che ognuno di noi, anche se inconsapevolmente, custodisce nel suo cuore, forse più che nella mente.
Oppure, a non voler esser troppo severi, un solo passo s'è mostrato con accenti di vera poesia, I'incontro di Ulisse col padre Laerte ed il conseguente riconoscimento. Ci avrebbe lasciati certamente indifferenti la cosiddetta seconda nèkyia (presso gli antichi Greci, sacrificio o rito con cui si evocavano i morti a scopo divinatorio) che, per essere una fredda imitazione degli stupendi episodi dell'Xl libro, fu giustamente considerata un'interpolazione tardiva; ci lascia solo attenti, perché c'è aria e sapor di conclusione, il finale del libro con la battaglietta tra Ulisse e i parenti dei Proci, della quale l'esito è facilmente intuibile o addirittura già scontato, per il peso considerevole della presenza di Minerva.
Resta l'incontro del padre col figlio, il quale, da solo, rende sensibilmente più vivo il tono assai scadente della poesia nell'intero libro. E a nessuno sarà sfuggita la grazia e la freschezza nel rievocare sereno di Ulisse, che si rivede bambino, in quello stesso orto, mentre segue con passi ineguali il padre, ancor florido negli anni, chiedendogli mille cose diverse e facendosi regalare ora un pero, ora un melo, ora un fico. Sentimenti idillici e di riposata pace, che valgono a sedare nel cuore del vecchio e del figlio il tumulto passionale del riconoscimento, che ha fatto perdere i sensi a Laerte e piangere Ulisse.
Comunque questo ventiquattresimo libro, accanto a coloro che lo giudicarono perfino "un centone raffazzonato alla meglio" da altra mano che non fu quella di Omero, è stato anche riabilitato e difeso da chi ha sostenuto che esso è l'opportuna conclusione non solo dell'Odissea, ma anche dell'Iliade. E se volessimo citare tutte le diverse opinioni dei critici non finiremmo più.
Per cui abituiamoci a "ripensare" da noi stessi quanto ci capiterà di leggere in avvenire, poesia valida o meno valida: il nostro giudizio, il vostro, può valere quello del critico più famoso, anche se sarà una semplice idea, espressa magari impropriamente: i più colossali incendi scaturiscono da una piccolissima scintilla.


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ODISSEA

L'ANNUNZIO A PENELOPE
 PENELOPE INCREDULA
LA FALSA FESTA NUZIALE
 IL SEGRETO DEL TALAMO
 ULISSE ESCE DAL PALAZZO

LIBRO XXIII

Tempo: Notte della quarantesima giornata dall'inizio del poema
Luoghi dell'azione raccontata: Lreggia di Ulisse


NEL LIBRO PRECEDENTE

Incomincia la strage; dapprima cade Antinoo e quindi Eurimaco, che con promesse di risarcimento ha invocato invano clemenza da Ulisse. È poi la volta di Anfinomo, trapassato dall'asta di Telemaco, il quale, finite le frecce, provvede di armi se stesso, il padre e i due mandriani. I Proci cadono ad uno ad uno, mentre Minerva interviene ad incoraggiare Ulisse e ad atterrire con I'egida gli avversari. Sono risparmiati solo Femio e I'araldo Medonte, per intercessione di Telemaco. Quindi le ancelle infedeli, segnalate da Euriclea, sono costrette a rimuovere i cadaveri dei Proci e a ripulire la sala, dopodiché tutte vengono impiccate nel cortile, unitamente al capraio Melanzio, orrendamente mutilato. Ha luogo infine la purificazione del mègaron con zolfo e fuoco.


Euriclea intanto corre esultante a risvegliare Penelope, per comunicarle la vera identità del mendico ed annunziarle l'avvenuta strage dei Proci. Penelope, attonita, non può credere a simile straordinaria notizia e solo per rispetto alla vecchiaia della serva non la punisce.
Ma Euriclea insiste nelle sue affermazioni, sicché la regina in un trasporto di gioia la abbraccia, ricadendo tuttavia subito dopo nel dubbio; è impossibile che Ulisse da solo abbia potuto uccidere tutti i Proci; certamente si è trattato di un Dio. La serva, allora, assicura di avere personalmente riconosciuto il suo re dalla cicatrice della gamba ed esorta la regina a scendere nel mègaron, dov'è attesa.
Penelope acconsente e, giunta di fronte ad Ulisse, Io guarda a lungo in silenzio stentando tuttavia a riconoscerlo a causa dei cenci che lo ricoprono; Telemaco non manca di rimproverare alla madre il suo freddo contegno nei riguardi dello sposo dopo vent'anni di assenza, ma Penelope si giustifica dichiarandosi del tutto stupita ed affermando altresì di avere delle prove infallibili per accertarsi se il forestiero sia veramente Ulisse.
Intanto l'eroe pensa al modo di impedire che la notizia della strage si sparga per la città e provochi la vendetta dei parenti dei Proci. A tale scopo egli ordina che le ancelle si abbiglino e si dia inizio ad una festa danzante, sicché gli estranei possano pensare che si stanno celebrando le nuove nozze della regina.
Eurinome lava I'eroe, lo unge e gli fa indossare una splendida veste; Minerva poi gli accresce vigore e bellezza. Ma Penelope rimane sempre nel suo atteggiamento di diffidenza. Ulisse non manca di accusare la moglie di avere un cuore insensibile e ordina quindi ad Euriclea di preparargli un letto in disparte dalla stanza nuziale, giacché la moglie si ostina a non voler riconoscerlo.
Penelope infine ricorre alla prova estrema, per dissipare ogni suo dubbio; ordina ad alta voce ad Euriclea di far togliere il letto nuziale di Ulisse dalla stanza e di prepararglielo altrove. L'eroe allora si stupisce che la regina impartisca simile ordine; ella ben sa, perché è la sola con Eurinome ad essere partecipe del segreto, che nessuno potrà mai spostare quel letto, che egli stesso  ha costruito sul tronco di un ulivo, dopo avervi eretta intorno la stanza.
È la prova suprema; Penelope, ormai convinta di trovarsi di fronte al suo sposo, impallidisce e sviene per la commozione; quindi, riavutasi, corre verso Ulisse, Io abbraccia e lo bacia, unendo le sue lacrime a quelle di lui, egualmente commosso.
Minerva trattiene frattanto la notte nel suo cammino e Ulisse annuncia alla moglie che non sono tuttavia finite le sue traversie, perché secondo la profezia di Tiresia, egli dovrà lasciare nuovamente Itaca per un lungo viaggio con un remo in spalla fino a giungere ad un popolo cui il mare e la navigazione siano sconosciuti e che scambierà quel remo per un ventilabro. Solo allora, fatti sacrifici a Nettuno, potrà fermarsi e ritornare in patria ad attendere una tranquilla vecchiaia ed una morte soave.
Posta fine alle danze tutti vanno a riposare ed anche Ulisse e Penelope si ritirano nella loro stanza, dove I'eroe narra del suo periglioso ritorno, dopoché la donna gli ha esternato i dolori e le umiliazioni sofferte in sua assenza ad opera dei pretendenti. I due si abbandonano quindi a un dolce e profondo sonno.
All'alba Ulisse, dopo aver raccomandato alla moglie di restare ritirata in casa senza ricevere alcuno, le annuncia che si recherà in campagna dal vecchio padre Laerte, per annunciargli il suo arrivo. Quindi armato e insieme a Telemaco e ai due fedeli mandriani esce dalla reggia, avvolto da una nube ad opera di Minerva e si avvia verso il podere di Laerte.

COMMENTO - Questo libro ed il seguente, già Io si è detto, segnano come il crepuscolo della grande poesia odisseica. Un crepuscolo non del tutto privo di qualche bagliore, ma nel quale si avverte la fine e la conclusione del canto. L'uccisione dei Proci, già narrata cronachisticamente in troppi particolari, all'inizio di questo libro è rivissuta poeticamente nel racconto che la vecchia Euriclea fa a Penelope, quando si reca a svegliarla per annunciarle, finalmente, la grande notizia del ritorno di Ulisse.
Ed ora nelle sensazioni che la serva ebbe di questa strage, dalle sue stanze, dove giungevano le grida e i lamenti dei feriti, nella apparizione che essa ha avuto di Ulisse, asperso di sangue recente, in mezzo ai cadaveri dei Proci come feroce leone che si esalti della sua forza tra le pecore scannate del gregge, anche la freddezza che avevamo notato al libro precedente, negli elenchi dei caduti che si succedevano, si colora di poesia.
Ma il principale nucleo poetico del canto vuol essere l'incontro tra Ulisse e Penelope ed il riconoscimento. In esso non c'è esplodere di sentimenti, come forse vorrebbe la nostra affrettata passionalità di lettori moderni, ma tutto è preparato per gradi. Penelope, dapprima, all'annuncio di Euriclea non crede; poi, quando le prove che la vecchia serva adduce, la cicatrice, la consapevolezza di Telemaco, apportano una qualche luce al suo sperare (quanta spontaneità in quell'abbraccio alla nutrice, subito represso, tuttavia!) la donna ci viene presentata per I'ultima volta eternamente dolente e sospirosa, nell'atroce alternativa tra la speranza e la disperazione, tra gioia e dolore, tra sentimento e ragionamento, che è sempre stata la caratteristica del personaggio, fin dalla sua prima presentazione.
E questa atmosfera di dubbio e di incertezza dura ancora, forse troppo a lungo, nello stesso incontro e colloquio col marito, nell'angolo raccolto del mègaron, accanto al focolare, dove le ragioni del cuore sono ancora imbrigliate dalle ragioni della mente fino ad esplodere, dopo la prova suprema del letto nuziale, nel trionfo d'amore.
E allora, quando la prudenza e la saggezza nulla più hanno da chiedere, pienamente soddisfatte, noi avvertiamo quanto sacrificio esse siano costate alla stessa Penelope, che ci era apparsa fredda e quasi artificiosa, come le hanno rinfacciato Telemaco ed Ulisse, e che invece ora apre il suo cuore alla più appassionata felicità che solo si attenua nel rimpianto degli anni perduti e nella trepidante attesa e certezza, quasi, di altri mali che verranno a turbarla.


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ODISSEA

 LA MORTE DI ANTINOO
 ANCHE EURIMACO ED ANFINOMO CADONO
 MELANZIO PUNITO
ULISSE RISPARMIA FEMIO E MEDONTE
LE ANCELLE INFEDELI E MELANZIO
LA PURIFICAZIONE

LIBRO XXII

Tempo: Fine della trentanovesima giornata dall'inizio del poema
Luoghi dell'azione raccontata: Lreggia di Ulisse


NEL LIBRO PRECEDENTE

Ispirata da Minerva Penelope, dopo aver tolto dalla stanza del tesoro l'arco e le frecce di Ulisse, propone ai Proci la gara delle scuri, il cui vincitore ella sceglierà come suo sposo. Intanto i pretendenti tentano di piegare l'arma né vi è riuscito Telemaco, che ha tuttavia desistito dalla prova per un cenno del padre. Antinoo propone allora di rimandare la gara al giorno seguente e di placare nel frattempo Apollo. Ma Ulisse, che intanto s'è rivelato ad Eumeo e Filezio, impartendo loro le dovute disposizioni, chiede ed ottiene per intervento di Penelope e di Telemaco e nonostante lo sdegno di Antinoo, di cimentarsi egli pure. Eumeo infatti gli porge l'arco ed egli supera felicemente la prova, tra lo stupore attonito dei Proci. L'eroe fa quindi un cenno a Telemaco, che gli si pone accanto in armi.


Liberatosi dei cenci che lo ricoprivano Ulisse si pianta sulla soglia e imbraccia I'arco; la prima freccia è per Antinoo, che stava vuotando una coppa: il giovane cade riverso, rovesciando insieme tavola, vini e vivande. I Proci pensano che I'uccisione da parte del mendico sia stata un tragico errore e Io minacciano perciò di morte, ma ben presto l'eroe si rivela, suscitando un generale terrore e un vano desiderio di mettersi in fuga.
Cerca di intercedere per tutti Eurimaco, il quale tenta di riversare sul defunto Antinoo ogni colpa e promette anche ricchi risarcimenti se Ulisse li risparmierà; ma l'eroe respinge sdegnosamente ogni proposta e scocca proprio contro Eurimaco il secondo dardo, che fulmina il giovane mentre invita i compagni a resistere e ad invocare aiuto.
Si prova allora Anfinomo a fare irruzione contro Ulisse, ma Telemaco lo previene e lo trafigge con un colpo d'asta, recandosi quindi, col permesso del padre, nell'armeria, per prendere armi per lui, per sé e per i due mandriani.
Ne ritorna presto recando scudi, elmi, lance e corazze; Ulisse continua la strage fino all'esaurimento delle frecce e quindi s'arma egli pure di elmo e scudo e impugna due lance.
Il capraio Melanzio, approfittando di un passaggio lasciato inavvertitamente aperto da Telemaco, riesce a rifornire di archi i Proci; se ne stupisce Ulisse e non sa rendersi ragione dell'accaduto. Telemaco tuttavia confessa la propria dimenticanza ed Eumeo e Filezio, invitati a chiudere nuovamente la stanza delle armi, sorprendono Melanzio che si accinge ad un secondo rifornimento, lo acciuffano e dopo averlo saldamente legato con una catena lo sospendono ad una trave, schernendolo. Ritornano infine nella sala, pronti a combattere.
Minerva, per infondere maggiore ardire ad Ulisse, gli appare sotto le spoglie di Mentore e i Proci se ne sdegnano e ignari minacciano di rappresaglie il falso Mentore, che incita Ulisse ad una condotta ancor più fiera e decisa e quindi, trasformatasi in rondine, sta ad osservare il combattimento dall'alto di una trave del soffitto.
Sotto i colpi di Ulisse e dei suoi cadono altri dieci dei pretendenti, i colpi dei quali vanno invece tutti a vuoto; Minerva, poi, fa balenare la sua egida davanti ai Proci che si disperdono atterriti per la sala. Nella strage che continua Ulisse uccide anche l'indovino Leòde che invano lo ha pregato di risparmiarlo.
Sopravvivono ancora soltanto I'aedo Femio e l'araldo Medonte. Femio, incerto se guadagnare I'uscita e rifugiarsi presso l'altare di Giove o buttarsi ai piedi di Ulisse, mette in atto quest'ultima idea ed in suo favore interviene anche Telemaco, sicché Ulisse lo risparmia. Il giovane, poi, raccomanda al padre di far grazia anche all'araldo Medonte, qualora già non sia morto; a queste parole Medonte, che s'era rifugiato sotto un tavolo, nascondendosi con una pelle di bue, esce dal suo nascondiglio e si getta egli pure ai piedi di Ulisse, che ordina ad entrambi di uscire nel cortile.
L'eroe quindi, dopo essersi accertato che tutti i Proci sono effettivamente stati uccisi, fatta venire Euriclea, le ordina di indicargli le ancelle infedeli e di mandargliele nel mègaron e le vieta altresì di svegliare per il momento PeneIope. Giungono le dodici ancelle ed Ulisse ordina loro innanzitutto di liberare il mègaron dai cadaveri dei Proci e di ammucchiarli nel vestibolo; quindi fa loro pulire accuratamente la sala e le mense e infine le sciagurate, affidate a Telemaco, vengono tutte impiccate nel cortile, dove viene condotto anche il capraio Melanzio che, prima di morire, è orrendamente mutilato del naso, delle orecchie, delle mani e ilei piedi.
Si purifica quindi la sala con zolfo e fuoco. Le ancelle fedeli si affollano intorno all'eroe festeggiandolo ed Ulisse, dopo tante emozioni e tante ansie, è vinto da un forte desiderio di pianto.

COMMENTO - Nel libro XXII ha materialmente luogo la vendetta di Ulisse, cioè l'uccisione dei Proci, delle ancelle infedeli e del capraio Melanzio; un libro di battaglia, dunque, di strage, di sangue che scorre sull'interrato del mègaron, di inutili preghiere di moribondi che chiedono salvezza, di lance che volano nell'aria, di corpi che cadono. L'atmosfera fa pensare all'Iliade, ma non certamente alla migliore Iliade, ché la strage dei Proci, poeticamente, denuncia una certa monotonia ed è solo la logica conclusione, per la necessità del racconto, dell'ira prorompente di Ulisse, che ha avuto la sua preparazione poetica nei canti precedenti.
Se si volesse, per chiarezza di eloquio, rappresentare con una curva parabolica la poesia dell'Odissea, potremmo dire che con I'inizio del XXII canto questa curva incomincia a discendere e discenderà sino alla fine, precipitando appunto come una parabola. Nell'Odissea, a differenza dell'Iliade, il poema si conclude e questa conclusione se appaga la nostra curiosità di lettori, ammorza tuttavia l'afflato lirico del poema. I suffumigi di Ulisse non bastano né a salvar la morale né a salvar la poesia.
Non manca tuttavia nel canto qualche vivace sprazzo poetico. Innanzitutto all'inizio, quando dai cenci del mendico balza fuori un grande Ulisse vendicatore di tanti soprusi, di tante angherie. La sua superba figura che si staglia sulla soglia del mègaron, con accanto il figlio, anch'egli giunto alla dimostrazione pratica delle conseguita efebia, già ci assicura che la vittoria è nelle mani dell'eroe. E la purificazione del nostro animo, la catarsi del lettore che è stato presente fin dall'inizio al crearsi di tutte le premesse di questa vendetta, si compie pienamente in questa certezza di successo della giustizia sull'ingiustizia, del bene sul male, della paziente attesa sulla tracotante e continua offesa.
L'estrinsecarsi di questa vittoria di Ulisse, freccia su freccia, colpo su colpo, la punizione delle ancelle reprobe, dell'infame capraio Melanzio sono episodi di cronaca. E il poeta ben se ne avvede e tenta di illuminarli qua e là con qualche similitudine, che tuttavia tradisce l'artificiosità della sua presenza.


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ODISSEA

  L'ARCO DI ULISSE
 LA PROVA DI TELEMACO
SI PREPARA LA VENDETTA
 IL MENDICO OTTIENE L'ARCO
 LA PROVA È VINTA

LIBRO XXI

Tempo: Trentanovesima giornata dall'inizio del poema
Luoghi dell'azione raccontata: Lreggia di Ulisse; 
la città di Fere in Messenia (ricordata)


NEL LIBRO PRECEDENTE

Ulisse nell'atrio non può dormire perché agitato dal pensiero della vendetta ed anche Penelope, dopo un breve sonno, si sveglia e pensando alle nozze imminenti invoca la morte per potere, almeno dopo morta, rivedere Ulisse. All'alba I'eroe esce nel cortile ed ha da Giove un fausto presagio. Si prepara intanto il grande banchetto in onore di Apollo. Viene Eumeo e giungono anche il bovaro Filezio e l'insolente Melanzio. I Proci siedono a mensa e, dopoché Ctesippo ha scagliato una zampa di bue contro il mendico, il pretendente Agelao cerca di calmare gli animi ed esorta Telemaco ad indurre sua madre alle nuove nozze. Il giovane afferma che mai egli forzerà Penelope ad una tale decisione e intanto i Proci, cui Minerva ha tolto il senno, ridono e piangono spasmodicamente. Teoclimeno annuncia loro sinistramente la futura strage, ma essi Io deridono, chiamandolo pazzo.


Penelope, ispirata da Minerva, si reca con le ancelle nelle stanze del tesoro per prendere l'arco di Ulisse, la faretra e le dodici scuri che serviranno alla gara dei pretendenti. Quell'arco ad Ulisse l'aveva regalato Ifito a Fere in Messenia, dove i due eroi s'erano incontrati, Ulisse per ricuperarvi certe greggi predate da bande di Messeni ed Ifito per riavere delle cavalle rapitegli da Ercole.
Penelope, dunque, affacciatasi all'ingresso del mègaron propone ai Proci la gara: è giunta per lei l'ora della decisione ed ella affiderà la sua scelta a questa prova. Chi riuscirà a piegare l'arco e a far passare la freccia attraverso gli anelli delle dodici scuri, verrà scelto da lei come sposo.
Eumeo e Filezio, incaricati di portare ai Proci le frecce e l'arco, piangono alla vista dell'arma del loro signore e sono rimproverati da Antinoo, il quale, pur non nascondendosi la difficoltà di piegare I'arco, è tuttavia fiducioso di superare la prova.
Anche Telemaco invita i Proci all'esperimento, che ha in palio un cosi ambito premio e chiede di potercisi provare lui stesso, nella speranza, qualora vi riesca, che sua madre non voglia abbandonarlo. Il giovane dopo aver disposto in fila le scuri, tenta invano tre volte di piegare I'arma; alla quarta quasi ci riesce, ma un cenno di Ulisse lo fa desistere dal tentativo.
Antinoo allora esorta i compagni alla prova; invano tenta l'aruspice Leòde che, deponendo I'arco fa infausti presagi; Antinoo, sdegnato, ordina a Melanzio di scaldare I'arco e di ungerlo, ma neppure cosi gli altri Proci riescono a piegarlo ed i soli Eurimaco ed Antinoo devono ancora cimentarsi.
Frattanto Eumeo e Filezio escono dal mègaron sulla strada ed Ulisse li segue; l'eroe si assicura ancora della loro sincerità e collaborazione e infine si rivela loro, mostrando quale segno di riconoscimento la cicatrice e promettendo moglie, beni e una casa in cambio della loro fedeltà. I due fedelissimi piangono di gioia, riconfermano il loro aiuto e quindi i tre, dopo essersi bene intesi fra loro, rientrano nella sala.
Eurimaco tenta invano la prova e si rammarica non tanto per la perdita di Penelope quanto per la derisione di cui i pretendenti saranno oggetto presso gli altri. Ma Antinoo Io consola affermando che Apollo, di cui è la festa, non permette loro di piegare l'arco, perché non gli è stata fatta la consueta offerta di vittime. Consiglia quindi di desistere per quel giorno dai tentativi, che si sarebbero potuti riprendere I'indomani, a sacrifici avvenuti.
Quando tutti hanno libato e bevuto il mendico, con parole umili e blande, chiede I'arco per vedere se Io ha proprio abbandonato I'antica gagliardia. Se ne sdegnano i Proci ed in particolar modo Antinoo, che dà dell'ubriaco all'accattone, minacciandolo di inviarlo dal re Echeto se insisterà in una richiesta tanto assurda; interviene tuttavia Penelope a favore del mendico, assicurando i pretendenti che, anche nel caso che l'accattone ce la faccia, non potrà certo aspirare alla sua mano; interviene anche Telemaco, che rimanda la madre nelle sue stanze ed ordina ad Eumeo, di portare l'arco al mendico per la prova.
Ma i Proci inveiscono e minacciano il porcaro, il quale, intimorito, depone l'arco e Io riprende solo per I'insistenza e la collera di Telemaco.
Ulisse, avuto I'arco nelle mani, si assicura scrupolosamente che non sia tarlato, mentre Eumeo ordina ad Euriclea di chiudere le ancelle nelle loro stanze e Filezio serra saldamente le porte del palazzo. I Proci si meravigliano che il mendico tratti l'arma con tanta disinvoltura ed ancor più rimangono attoniti quando egli, curvato l'arco, scocca la freccia e trapassa le dodici scuri.
Allora, dopo essersi compiaciuto con se stesso, Ulisse fa un cenno a Telemaco, il quale si arma e si pone accanto al padre, sulla soglia.

COMMENTO - Come nel libro XVII abbiamo visto che la poesia si concentrava tutta intorno alla creatura più umile della reggia di Ulisse, il cane Argo, cosi questo XXI canto, nel quale culmina la poesia dell'intero poema, tutto si concentra intorno all'arco di Ulisse. Canto dell'arco, dunque, ché I'oggetto, così caro all'eroe, cosi ricco di valori affettivi per lui e, ora, per coloro che fedelissimi piangono al ricordo di Ulisse, diventa il protagonista del canto dalla prima all'ultima scena.
L'idea di proporre ai Proci la prova dell'arco, che potesse discriminare le brame dei pretendenti alla donna e, più, al regno e alle sue ricchezze, era venuta a Penelope stessa nel canto XIX. E il mendico-Ulisse subito aveva incoraggiato la regina ad attuare quella sua idea e fin da allora, anche se non ancora palesemente, il motivo dell'arco è divenuto motivo di vendetta. Con quell'arma in mano Ulisse ha intuito che diverrà nuovamente il signore della sua casa, il re della sua reggia, il marito di sua moglie.
In questo canto noi conosciamo quest'arco; un arco particolare che ha un suo singolare pregio, in grazia del quale esso neppure è stato portato alla guerra da Ulisse, ma conservato gelosamente, per vent'anni, nella stanza dei tesori. Omero ci narra la storia di quest'arco, né ci meraviglia questo racconto che s'inquadra nelle abitudini dell'epica, cui siamo avvezzi, ed anzi chiarisce poeticamente il valore sentimentale dell'arma.
I Proci hanno accettata la prova, sicuri nella loro vuota iattanza di poter fare anch'essi quel che Ulisse faceva per gioco. Ma la prova si annuncia, fin dai suoi primi sviluppi, densa di incubi e di foschi presagi. Sono molti i pretendenti e iniziano i più fiacchi di essi, i meno probabili con un crescendo di probabilità e di insuccesso e di tormento per chi non riesce e per chi ancora deve provare. Mancano solo Eurimaco ed Antinoo.
E intanto Ulisse, fuori del mègaron, sulla strada dove ha raggiunto Eumeo e Filezio, si rivela loro con scena tanto rapida quanto commovente, di commozione repressa ed inespressa, ché la necessità incalza; e si accorda con loro.
Nella sala anche Eurimaco tenta ora, invano, e si rammarica e si contrista per sé e per gli altri. Solo Antinoo non si umilia, più superbo di tutti e temporeggia lui, questa volta, cercando con un pretesto di rimandare al di seguente la prova.
Ulisse in silenzio ha assistito alla scena. Il poeta non ci dice quali sentimenti egli abbia provato in cuore di fronte all'insuccesso, del resto scontato, dei suoi nemici. Ora Ulisse parla umile, dimesso e chiede l'arco per provare quante di quelle energie di un tempo abbia perdute, quante conservi. Ma sul capo del mendico si scatena la bufera. Penelope interviene ed elimina, sapientemente, le difficoltà alla prova del mendico; interviene Telemaco: Ulisse ha l'arco tra le sue mani.
La scena è di una spasmodica attesa, di una sospensione solenne. Ulisse non ha fretta: gode di quell'arco tra le sue mani e piange: sono vent'anni di vita!
Gode ed esamina il corno. Poi, con destrezza, sottende la corda che risuona come garrula voce di rondine, incocca la freccia, trapassa tutti gli anelli. L'eroe ha ora in mano il suo destino e quello dei Proci e Telemaco gli si pone accanto in armi, pronto a diventare, con suo padre, strumento di inesorabile giustizia.


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ODISSEA

  LA VEGLIA DI ULISSE
IL LAMENTO DI PENELOPE
IL BUON FILEZIO
 LE INGIURIE DI CTESIPPO
IL TREMENDO PRESAGIO DI TEOCLIMENO

LIBRO XX

Tempo: Notte e trentanovesima giornata dall'inizio del poema
Luoghi dell'azione raccontata: Lreggia di Ulisse


NEL LIBRO PRECEDENTE

Nella notte padre e figlio portano via le armi dal mègaron, dove avviene quindi il colloquio tra Ulisse e Penelope. Alle domande della donna lo pseudomendico racconta la storiella già narrata ad Eumeo, di essere, cioè, fratello di ldomeneo, re dei Cretesi, di aver ospitato Ulisse all'epoca della sua andata a Troia e sul fatto fornisce particolari cosi esatti che la regina, commossa, invoca Io sposo. Ella fa quindi lavare i piedi dell'ospite e, per espresso desiderio di lui, si accinge all'operazione Euriclea, la quale ad un certo punto, per una cicatrice ad una coscia, riconosce il padrone. Ma Ulisse le impone di tacere con tutti; egli continua poi il colloquio con Penelope, le interpreta un sogno nel senso che Ulisse già si trova ad Itaca e farà strage dei Proci, approva l'intenzione della donna di proporre il giorno seguente ai Proci la prova dell'arco. Penelope si ritira nella sua stanza e Ulisse rimane nel mègaron.


Ulisse, rimasto solo nel vestibolo, dopo essersi preparato un giaciglio con pelli di bue e di pecora, tenta invano di addormentarsi, perché la vendetta del giorno seguente lo preoccupa non poco. Ad un tratto egli scorge un gruppo di ancelle che ridendo e schiamazzando escono dalla reggia, ma riesce a contenere il suo sdegno e a calmare il proprio cuore desideroso di punire le sfacciate.
Minerva, impietosita di lui, lo invita a star calmo e Io conforta a dormire, assicurandogli la sua protezione per la vittoria contro i Proci e infondendogli un dolce sonno ristoratore.
Dopo un breve sonno Penelope si risveglia invece di soprassalto. Angosciata per la scelta del nuovo sposo cui ella sarà costretta il giorno seguente, invoca Diana perché la faccia morire e rivedere quindi, almeno dopo morta, il suo Ulisse, che ora solo le appare in sogno, ad aumentare, nella delusione del risveglio, il suo cocente dolore.
Ulisse ode il pianto lamentoso di Penelope, si alza e, uscito nel cortile, chiede a Giove un segno propizio dal cielo; e subito s'ode un gran tuono a cielo sereno che I'eroe interpreta favorevolmente. Anche una vecchia schiava, che per la sua debolezza sta ancora macinando la quantità di grano assegnatale, si rallegra dell'augurio, sperando che il prossimo giorno possa essere I'ultimo per i Proci. Ed anche di questa spontanea ed augurale voce dell'ancella l'eroe si rallegra.
Si alza quindi Telemaco, il quale, dopo essersi assicurato presso la nutrice del buon trattamento riservato all'ospite, si reca nel foro. Euriclea dà ordini alle ancelle per la pulizia e i preparativi del banchetto, giacché, essendo la festa di Apollo, i Proci giungeranno alla reggia più presto del solito. Arriva intanto Eumèo, conducendo tre grossi maiali e chiede al mendico come i Proci lo abbiano trattato. Giunge anche Melanzio, che mena te più belle pecore ed ancora inveisce contro il mendico, mal sopportando la sua presenza ed infine ecco il bovaro Filezio, che reca dal continente una grossa giovenca e capre, ha parole cortesi verso ii mendico e si commuove al pensiero che forse anche Ulisse, il suo padrone, va ramingando cencioso per il mondo; infine egli non nasconde la speranza che il re un giorno possa tornare e disperdere la gentaglia  che ha invaso la sua casa. II mendico, allora, gli assicura che Ulisse tornerà e Filezio, insieme ad Eumeo, prega Giove perché tale profezia possa avverarsi.
I Proci entrano intanto nella reggia per il banchetto e Telemaco, che ha fatto preparare un tavolo sulla soglia per il mendico, impone ai pretendenti di rispettarlo. Antinoo ne è irritato; un altro malvagio e violento pretendente, Ctesippo, affermando ironicamente di voler regalare qualcosa al pitocco, gli scaglia contro una zampa di bue, che Ulisse tuttavia riesce a schivare. Telemaco, allora, esce in un'aspra invettiva e afferma che meglio sarebbe per lui essere da solo ucciso piuttosto che assistere a tali continui e vergognosi soprusi. Quindi, dopo un lungo silenzio, Agelao, un altro dei pretendenti, esorta i Proci a cessare dalle ingiurie e ad ascoltarlo. Le nozze erano state giustamente indugiate, ma ora è chiaro che Ulisse non tornerà più, per cui bene farebbe Telemaco a persuadere la madre a scegliere un nuovo sposo. Ne guadagnerà lo stesso Telemaco, che i Proci non avranno più, avvenute le nozze, motivo di fermarsi nella sua casa.
telemaco risponde che non impedirà alla madre di celebrare le nozze, ma non la costringerà mai ad andarsene.
I Proci accolgono le parole del giovane con un riso irrefrenabile, che non è però riso di gioia; e dai loro occhi, sgorgano anche lacrime, senza motivo.
Minerva ha tolto loro completamente il senno. L'indovino Teoclimeno afferma di scorgere nella sala ombre sanguinanti che si aggirano convulse ed ode grida e pianti e le pareti grondano di sangue e l'atrio e il cortile sono pieni di spettri che vanno all'Ade. I Proci ridono di questa profezia e chiamano pazzo l'indovino che ad un certo punto se ne va dalla reggia. Telemaco tiene gli occhi fissi sul padre, attendendo un suo eventuale segnale d'attacco ed anche Penelope, accanto all'ingresso del mègaron assiste alla scena, senza perdere una parola.

COMMENTO - Canto breve, tra i più brevi, ma denso egualmente di situazioni, di emozioni  e di personaggi. Un piccolo dramma grottesco nel quale il sipario si apre sulla scena quasi vuota, il vestibolo della gran sala, dove Ulisse giace, ma non dorme.
Ad un tratto la scena è attraversata da un gruppo di ancelle che ridono e vanno ad amoreggiare, fuori di casa. Questo del riso sarà il motivo dominante del canto, un riso amaro che tornerà sulla faccia dei pretendenti, nella grandiosa scena del banchetto, un riso folle e di morte.
Neppure Penelope dorme; anche per lei, come per Ulisse, sarà giornata decisiva e Ulisse, che ha udito i sospirosi lamenti della donna, esce nel cortile, mentre l'aria del primo mattino è ancora fredda. Silenzio, ora; solo il rumore lento di una macina, alla quale un'anziana ancella ancora lavora. Oh, Giove, manda un presagio! E un tuono si ode e la serva s'allegra in cuore e pronuncia una maledizione contro i Proci.
Ora la scena si anima. Vengono ancelle a preparare la sala; sarà gran festa, oggi. È il giorno di Apollo e sarà banchetto di nozze. Giunge Eumeo e rinnova la sua solidarietà al mendico; giunge Melanzio e sfoga ancora il suo malanimo; giunge Filezio dal continente e subito s'accende in lui viva simpatia per il forestiero, sotto le cui vesti egli è certo di scorgere lineamenti di re.
Tornano i Proci lieti dell'evento, ma di una gioia velata da un sinistro presagio. È il banchetto. Telemaco ha fatto preparare per suo padre un tavolo sulla soglia del mègaron; non lo si tocchi, ammonisce: e Ctesippo ironico e spavaldo, di una tracotanza a freddo, senza I'ombra di provocazione, scaglia contro il mendico una zampa di bue. E ha inizio in tutti l'inestinguibile riso. Ridono i Proci con facce di pianto; le carni arrostite grondano sangue, l'esaltazione è generale. II Dio ha toccato i nemici di Ulisse e già un corteo funebre d'ombre s'affretta all'Ade. La preparazione psicologica della catastrofe finale va sempre più completandosi.
Sul riso folle dei Proci si eleva quindi sinistra, apocalittica, la visione di Teoclimeno. È un pazzo! Buttatelo fuori!, gridano i pretendenti e il loro lugubre riso riprende e vuol smorzare quel presagio di morte e vuol diradare il velo nero che su loro discende. Si è pensato ad Eschilo e a Shakespeare per una simile scena.
Eschilo e Shakespeare avranno certamente avuto presente Omero per le scene grandiose e consimili dei loro capolavori.
L'allucinante atmosfera di incubo continua. Ulisse e Telemaco guardano; la Parca attende la fine dell'ultimo pranzo dei Proci.


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ODISSEA

  SI TOLGONO LE ARMI DALLA SALA
COLLOQUIO DI ULISSE E PENELOPE
 LA LAVANDA DEI PIEDI
 ULISSE ED EURICLEA
IL SOGNO DI PENELOPE
LA PROVA DELLE SCURI

LIBRO XIX

Tempo: Notte sulla trentanovesima giornata dall'inizio del poema
Luoghi dell'azione raccontata: Lreggia di Itaca


NEL LIBRO PRECEDENTE

Nel pomeriggio giunge alla reggia il pitocco Iro, che ingelosito del  nuovo accattone, vorrebbe scacciarlo. Antinoo stimola allora i due alla lotta ed Iro ha la peggio e viene trascinato da Ulisse fuori della sala per un piede. Penelope intanto, ispirata da Minerva, scende fra i Proci più bella che mai e li invita ad offrirle i doni di nozze, il che i pretendenti fanno al più presto, inviando servi alle loro case. È notte: nella sala si canta e si balla e l'ancella Melanto, che osa deridere Ulisse, ne è fieramente minacciata e fugge con le altre. Quindi, eccitato da Minerva, Eurimaco incomincia ad offendere il mendico, il quale risponde e gli tiene testa, sicché il giovane pretendente, adirato, tenta di colpirlo con uno sgabello che invece atterra un coppiere. Telemaco interviene energicamente e infine, dopo un'ultima libazione, ognuno torna alle proprie case.


Ulisse propone al figlio che si portino via le armi dal mègaron; se i Proci ne chiederanno il motivo si potrà dire che è stato perché non si logorino ulteriormente per il fumo. Euriclea vorrebbe restare per far lume, ma Telemaco la congeda, ché potrà essere d'aiuto il forestiero e la prega di tener chiuse le ancelle nelle loro stanze. Avviene dunque il trasporto, durante il quale Minerva illumina le operazioni con una luce sfavillante di cui Telemaco si meraviglia. Poi il giovane se ne va a dormire per consiglio di Ulisse, che resta invece nella sala a sorvegliare le ancelle e in attesa del colloquio richiesto da Penelope.
La regina scende intanto nel mègaron seguita dalle ancelle che sparecchiano le tavole e attizzano il fuoco; tra esse è Melanto, che svillaneggia nuomamente il mendico, minacciandolo con un tizzone. Ulisse le risponde redarguendola ed anche Penelope interviene, riducendo la pettegola al silenzio.
Fattosi poi sedere accanto il forestiero la regina gli chiede chi sia e donde venga; egli comincia innanzitutto col tessere un alto elogio della donna e vorrebbe quindi esimersi dal narrare le proprie miserie in casa altrui. Penelope risponde che anch'ella è infelice e gli dice dell'assedio dei pretendenti, dell'inganno della tela, ora scoperto, della impossibilità ormai, da parte sua, di tenerli a bada e di impedir loro di consumare tutte le sostanze di Ulisse.
Infine il mendico, ancora sollecitato, narra di essere fratello di Idomeneo di Creta e antico ospite di Ulisse, che nell'isola aveva approdato per una tempesta, all'epoca del viaggio a Troia e ne era ripartito con doni ospitali, dopo dodici giorni.
Penelope, commossa al ricordo del marito, diffiderebbe di queste notizie se il mendico non le desse indicazioni cosi precise sul come allora vestiva Ulisse, da essere indotta a credergli, pur disperando di poter più rivedere lo sposo.
II mendico allora, per rassicurarla, racconta anche a lei la storiella dei Tesproti, rassicurandola e predicendole prossimo il ritorno dell'eroe.
La donna non può credere a simile predizione ed ordina comunque alle ancelle di lavare i piedi all'ospite e di trattarlo con ogni rispetto; ma il mendico chiede che la lavanda sia fatta solo da un'ancella anziana come lui e vi si accinge pertanto Euriclea. Ad un tratto la vecchia, che già ha notato molte rassomiglianze tra il mendico e il suo padrone, benché Ulisse abbia voltato le spalle alla luce, avverte una ferita sulla sua coscia ed in tal modo lo riconosce.
Ella vorrebbe subito comunicare la sua gioia e la lieta notizia a Penelope, ma Ulisse la afferra per la gola e si fa giurare che a nessuno svelerà il segreto, prima che sia fatta giustizia dei Proci.
La regina poi, che non s'è accorta di nulla, riprende il colloquio con l'ospite, esternandogli la sua incertezza sul da farsi e chiedendogli di interpretarle un sogno. Ha visto un'aquila che piombando dall'alto sulle venti oche del suo cortile le ha tutte uccise; al suo pianto l'aquila, ridiscesa dal cielo, le ha detto con voce umana che quelle oche significavano i Proci uccisi dal re, già giunto ad Itaca e prossimo a compiere la strage. Ulisse conferma l'interpretazione del sogno e approva il saggio disegno della donna di proporre il giorno seguente ai pretendenti la prova delle scuri, per la scelta dello sposo in colui che saprà tendere il vecchio arco di Ulisse e passare in una .sola volta con la freccia gli anelli di dodici scuri.
Quindi Penelope sale nelle sue stanze, dove Minerva le invia un dolce sonno, mentre Ulisse resta nel mègaron.

COMMENTO - Il Canto di Euriclea, si suol dire; perché I'episodio del riconoscimento dell'eroe da parte della vecchia e fedele nutrice segna come il vertice del libro ed insieme della poesia. Ma potremmo dire, e a torto non diciamo, anche il Canto di Penelope; perché la donna nell'intimo e segreto colloquio col mendico per la prima volta mette a nudo il suo cuore direttamente, le sue sofferenze nascoste, le sue speranze, a quell'uomo che le sta dinanzi, che è ancora il mendico, ma un mendico che fa ricordare Ulisse perfino nelle fattezze fisiche, oltre che nella saggezza, che parla di Ulisse il quale fu suo ospite, che rievoca cosi bene certi particolari del suo abbigliamento, impossibili, che lei, Penelope, oh si, ricorda pure benissimo, come fosse ieri, benché siano passati vent'anni!
Canto dunque di Penelope, anche. E duplice riconoscimento, diremmo. Ché anche Penelope, oltre ad Euriclea, riconosce Ulisse. Euriclea per una cicatrice che viene a dissipare i suoi dubbi del tutto e a renderla certa che quelle gambe e quei piedi che ella lava sono proprio le gambe ed i piedi di Ulisse. Ma I'amore in lei verso il forestiero s'è acceso all'udire il colloquio di lui con la sua signora.
E in quel colloquio, appunto, Penelope ha scoperto Ulisse. Non importa se altre prove e ben più reali e convincenti ci vorranno perché la regina possa essere del tutto certa (prudente e saggia, come vedremo, quasi all'eccesso) che Ulisse sia Ulisse. In questo canto, tutto soffuso di tinte dolci e dubbie, il cuore di Penelope si è incontrato col cuore di Ulisse e ne è nata una mutua comprensione, una mutua e viva simpatia, un accordo segreto di accenti in un'atmosfera di comune dolore e di ricordi comuni.
E se Penelope non può ancora gettare le braccia al collo di Ulisse, perché cosi vuole il racconto, che ha le sue necessità e le sue esigenze, Ulisse ha invece pienamente riconosciuto Penelope, ne ha scrutato alla perfezione l'animo, i sentimenti per lui, la commovente fedeltà. Si rinsaldano cosi le ragioni spirituali della vendetta imminente: quella donna è ancora la sua donna che per lui ha sofferto, soffre e ancora, ma per poco, dovrà soffrire.
Il riconoscimento di Euriclea è invece reale e riceve conferma dalle minacce che Ulisse suo malgrado, nostro malgrado, è costretto a fare alla vecchia per garantirsi il suo silenzio, tanto necessario al proseguimento dell'azione e al successo della vendetta. La vecchia ancella vede nel mendico il suo signore per un oscuro ed irrefrenabile istinto che è privilegio delle umili creature; sicché le parole di rimpianto per Ulisse ella le rivolge al mendico, che il suo signore le ha fatto ricordare, poiché in realtà le due persone son già fuse nel suo cuore presago, per una specie di miracolo d'amore. E il riconoscimento di Euriclea, in effetti, non giova all'azione del poema, ché appena avvenuto è subito represso e frenato, ma è proprio e soltanto una manifestazione ed un'espressione d'amore.


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