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domenica 20 giugno 2010

SATIRE E COMMEDIE (Satires and comedies) - Vittorio Alfieri


Nelle rime di Vittorio Alfieri è qualche cosa di violento, di stentato, di cerebrale: qualità che compaiono maggiormente nelle “Satire”, scritte in un periodo in cui si venivano estinguendo nel poeta gli ardori per la libertà, o, meglio, sentiva differenziarsi altamente il suo concetto della libertà da quello che vedeva tradotto in pratica tutto giorno.
Le “Satire”, compresa quella che fa da prologo e che deride i cavalieri serventi (il “Cavalier servente veterano”), sono diciassette.
In terzine di asperità dantesca egli guarda nel costume, nelle correnti ideali, nelle forme politiche del tempo, inveendo feroce, anche là dove il Parini sorrideva ironico.

Tra le satire più significative, sono quella, brevissima, intitolata “I Re”, che vanno disfatti sì, ma solo dal popolo che non ne abbia più bisogno…, “La Sesquiplebe” (plebe una volta e mezzo), dove l'aristocratico ferisce l'odiata borghesia…,”Le Leggi”, impossibili o inutili presso popoli servi, e pervertite in Italia a tutela dei delinquenti…, “L'Educazione”, dove è ritratta la nullità della educazione patrizia, e la miseria morale dei precettori, considerati da meno dei cocchieri…, “L'Antireligioneria”, specialmente diretta contro il Voltaire…, “I Pedanti”, faceta canzonatura dei cruscanti, che più volte il poeta ebbe tra i piedi…, “I Duelli”, che il conte Alfieri vuole mantenuti…, “La Filantropineria”, contro lo spirito umanitario dei tempi…, “Il Commercio”, che al poeta pare delle attività sociali la più grossolana e detestabile…, “Le donne”, che non sono per sé né buone, né cattive, ma quali gli uomini le vogliono.

Certo, la tendenza alla satira, nel violento Alfieri, era spiccatissima sin da quando, poco più che ventenne, scriveva in cattivo francese “L’Esquisse da Iugemeyat universel”…, e si rivelò in molti “Epigrammi”, lanciati occasionalmente contro i suoi nemici, massime letterarie e contro gli odiati Francesi.
Gli epigrammi scritti contro questa nazione, e vari sonetti, e alcune prose, con la immaginaria difesa di Luigi XVI di fronte alla Convenzione, raccolse poi in un volumetto, col nome di “Misogallo”, che fu pubblicato dopo la sua morte: e, pur nelle sue esagerazioni reazionarie, e nella sua incapacità di intendere nel suo valore la Rivoluzione, molto poté a diffondere il concetto elle gli Italiani dovessero fidare in se stessi e prepararsi a fare da sé.

Degli ultimi anni dell'Alfieri, e dell'Alfieri oramai scettico, se non pure reazionario, sono le non felici bizzarrissime commedie.
Quattro di argomento politico:

“L'Uno”, contro il governo monarchico…, che ha per protagonista Dario, che diventa, col consenso del sacerdozio e per la dabbenaggine del popolo, re dei Persiani.

“I Pochi”, contro il governo aristocratico…, protagonisti i due fratelli Gracchi, che al poeta si presentano non come difensori del popolo, ma come ambiziosi di signoreggiare.

“I Troppi”, contro la democrazia…, impersonata in una immaginaria missione di ambasciatori ateniesi ad Alessandro Magno in Babilonia.
Alla testa di essa è Demostene, il ben noto difensore della libertà ellenica, il quale non resiste più a lungo degli altri suoi compagni al fascino e allo splendore della regalità.
Tre veleni rimesta, avrai l'antidoto è tutta una pesante allegoria fantastica, dalla quale apparisce che la costituzione politica meno peggiore è quella che assomma in sé, eliminando il danno dell'una con quello delle altre, le forme di governo tipiche, cioè la monarchica, l'aristocratica, la democratica: la costituzione della vecchia Venezia e dell'Inghilterra.

La quinta commedia è di argomento morale: “La Finestrina”.
Per una finzione mitologica si mira a dimostrare che povera cosa sarebbero anche i grandi uomini, se si potesse vedere nel loro intimo, se, come nella commedia accade davanti ai giudici infernali, si aprisse una finestrina nel loro cuore.

La sesta è una commedia sociale: il “Divorzio”.
E’ la satira di un matrimonio d'interesse…, nel quale il contratto nuziale è (secondo il costume del tempo) circondato da tante clausole, da lasciare libera la moglie da ogni soggezione al marito: e da rendere il matrimonio apparente un vero divorzio.
La lettura di quel contratto, che occupa tutto il quinto atto, è la parte più vivace della commedia.


Chiudo questo capitolo sull'Alfieri, aggiungendo che il suo entusiasmo per le letterature antiche, elle egli considerava come esemplari, e il desiderio di ‘invasarsi’, come egli si esprimeva, dei capolavori di quelle, lo indussero a provarsi in opere di traduzione, prima dal latino, e poi, negli ultimi anni, dal greco.
Dal latino tradusse l’Eneide, e, lavoro assai più apprezzato, Sallustio: dal greco l’Alcesti di Euripide, e le Rane di Aristofane.


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venerdì 18 giugno 2010

LE TRAGEDIE (Tragedies) - Vittorio Alfieri

LA TRAGEDIA ALFIERIANA






In momenti rari di straordinaria commozione, Vittorio Alfieri vedeva, come in un baleno, disegnarsi in sintesi le sue tragedie. Con l'anima piena della sua visione, le stendeva in prosa (le prime tragedie in francese, le altre in italiano), e così incomposte e ridondanti le lasciava riposare, talvolta per lunghissimo tempo; le riprendeva poi, in momenti di nuova inspirazione, le riduceva, le verseggiava.

La tragedia alfieriana è dunque in origine creazione di impeto e di ardore: come ogni opera di alta poesia; e conserva l'impronta della sintesi originaria: che è quanto dire della sua intrinseca unità. La quale spiega parecchi caratteri di quella tragedia. Spiega le unità tradizionali, e per l'autore non più estrinseche, di tempo e di luogo, a cui egli volle rigidamente sottostare; come avevano fatto i tragici francesi. Spiega la soppressione di tutti i personaggi non necessari e non significativi (come non avevano fatto i tragici francesi, se non forse il Voltaire), quali precettori, confidenti, nutrici..., e di tutte le situazioni, che non abbiano diretta attinenza con il motivo fondamentale del dramma. La tragedia alfieriana conta per ciò pochissimi personaggi. I caratteri si rivelano nel concitato dialogo, o nei brevi monologhi. Anche l'azione non ha generalmente nulla di arbitrario. È la estrinsecazione logica dei caratteri dei personaggi, e delle loro passioni, le quali sono le vere e uniche motrici del dramma, e non il cieco caso, come spesso in Shakespeare, e non il destino. In quell'azione si entra di balzo. Gli antefatti sono accennati occasionalmente e con la massima brevità. Il protagonista compare nel secondo atto: quando è già conosciuto, nella sua fisionomia, attraverso il primo, e l'interesse è già vivo intorno a lui. Il quarto atto è, a parere dell'Alfieri, che fece egli stesso dei suoi drammi la critica più oggettiva e severa, il più fiacco di tutti, ossia quello in cui l'azione talvolta ristagna..., nel quinto scoppia inaspettata la catastrofe. E' il più denso e il più breve.

La lotta fra la libertà e la tirannide, l'esaltazione dell'uomo libero, che vince alla fine, o, come più spesso accade, soccombe: ecco il motivo predominante di molte tragedie alfieriana. L'uomo libero accoglie in sé tutte le qualità superiori: la fierezza, il coraggio..., ma quasi sempre la sua lealtà lo perde. Il tiranno è ritratto assai profondamente: cupo, astuto, ironico, cinico. Se nella delineazione dell'uomo libero si sente Plutarco, che era, per l'età dell'Alfieri, il libro degli eroi, nella delineazione del tiranno si sentono Machiavelli e Tacito, non meno familiari al poeta.
Gli amori non sono frequenti in quel terribile mondo..., ma non mancano mai le donne: madri, spose, figlie: tenerissime.
La tragedia per l'Alfieri vuol essere un'azione: un'azione per suscitare negli Italiani la brama e l'esaltazione per l'eroico, unica via alla ricostruzione delle coscienze. Quindi egli è il protagonista nascosto, ma costante, delle sue tragedie..., e di lui, delle sue ire, delle sue idee, delle sue passioni, è pieno il suo teatro. E tutto suo, tutto rispondente al suo intento di scuotere le molli fibre degli uditori, di arrivare al loro intimo e non solo al loro orecchio, di farli riflettere e non di divertirli, è lo stile, e l'espressione: il verso poco melodico, anche se talvolta profondamente armonico: la secchezza, che pure è ben altro dalla prosaicità: la concisione, talvolta, come nei grandi tragici, sublime.

Le tragedie sono, in approssimativo ordine di tempo: il Filippo, il Polinice, l'Agamennone, l'Oreste, la Virginia, La congiura dei Pazzi, il Don Garzia, la Maria Stuarda, la Rosmunda, l'Ottavia, il Timoleone, l'Antigone, la Merope, il Saul, l'Agide, la Sofonisba, la Mirra, il Bruto primo, il Bruto secondo: in tutto diciannove: alle quali sono da aggiungere l'Alcesti seconda (frutto della traduzione dell'Alcesti di Euripide), e la tramelogedia, come egli la chiamò, di Abele.

Il FILIPPO, in cui la lotta fra Filippo, il truce re di Spagna, e il nobile figlio Carlo non è solamente lotta fra gli spiriti della tirannide e quelli della libertà, ma, da parte del padre, gelosia pel figlio che ama la matrigna già a lui promessa...

L'ORESTE, in cui è umanizzato il rigido mito greco di Oreste che uccide la madre Clitennestra, in quanto che consciamente Oreste uccide il drudo Egisto, e, senza accorgersene, accecato dalla collera, anche la madre accorsa a difenderlo...

Il DON GARZIA, fosca e sanguinosa storia della famiglia de' Medici...

La MEROPE, scritta a emulazione di quella, pure tenerissima, del Maffei...

La MIRRA, che tratta del mitico miserabile amore di Mirra per il padre, che ella soffre tacitamente e lungamente e nel momento stesso che con una parola lo tradisce, si uccide.

Queste, selezionate in maiuscolo, sono per me tra le più perfette tragedie di Vittorio Alfieri, ma per comune consenso più che secolare il capolavoro è il SAUL: tragedia venutagli, come l'autore narra, di impeto..., dove, sotto le sembianze dell'antico re d'Israele, abbandonato da Dio, preda dello spirito maligno, suicida sul campo di battaglia contro i Filistei, l'autore ritrae, in forme gigantesche, non più il tiranno, ma se stesso, con le sue esaltazioni e i suoi abbattimenti, le sue furie e le sue disperazioni. Per la prima volta, in una grande opera d'arte, si rappresentava l'uomo vittima miserabile del proprio io soverchiante: l'uomo-romantico.


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VITA - LIFE of Vittorio Alfieri

Vita di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso medesimo e le sue concordanze


Vittorio Alfieri nacque ad Asti nel gennaio 1749 dal conte Antonio e da Monica Maillard di Tournon.
Dopo aver ricevuto la prima educazione ad Asti, fu inviato a frequentare l'Accademia di Torino, da dove uscì a sedici anni col grado di "porta insegna" del reggimento provinciale.
L'Alfieri viene indicato come il rinnovatore, assieme al Parini, della coscienza politica degli Italiani.
Ebbe infatti un odio innato e istintivo contro la tirannide ed un amore assoluto per la libertà.
Irrequieto e in preda a profonde malinconie, uscito dall'Accademia, viaggiò per l'Italia e percorse Francia, Inghilterra, Paesi Bassi, Germania, Russia, Spagna, Portogallo con quella sempre viva "febbre di andare" che lo spingeva verso la ricerca di una patria ideale, dove la libertà fosse alta e completa.

Libertà e sentimento individuale, furono i motivi più evidenti che animarono la sua produzione letteraria e poetica e che gli fecero aborrire tiranni e schiavi.
Per questo, durante i suoi continui viaggi per l'Europa, non si fermò, in quegli Stati dove la libertà era negata ai sudditi: a Vienna non volle conoscere il poeta Metastasio perché lo aveva visto mentre faceva "la genuflessioncella d'uso" all'Imperatrice Maria Teresa; dalla Prussia si allontanò indignato perché gli era sembrata "una universal caserma"; lasciò pieno di sdegno la Russia per la "schiavitù universale e totale di quel popolo".

La viltà dei tempi lo spingeva alla ricerca della solitudine; egli infatti constatava intorno a se una realtà che era la negazione assoluta di quel mondo nuovo e libero, cui egli anelava; e perché fosse veramente "libero scrittore" e liberuomo, cedette tutti i suoi beni alla sorella, riservandosi però un vitalizio.
Con questa decisione troncava ogni dipendenza dal Re di Sardegna e poteva realizzare il suo ideale di liberuomo e di libero scrittore.

Egli, tuttavia, fu sempre tormentato e insoddisfatto.
Un degno amore finalmente lo allacciò per sempre a Luisa Stolberg, Contessa d'Albany, che il poeta aveva conosciuto a Firenze e che seguì a Pisa, in Alsazia ed a Parigi, da dove fuggì, assieme all'amata, nel 1792, perché, durante la Rivoluzione Francese, gli era stata invasa la casa da quella plebe che egli aveva salutato con entusiasmo nell'ode "Parigi sbastigliata".
Si rifugiò allora a Firenze, dove morì l'8 settembre 1803.
La contessa d'Albany gli fece innalzare dallo scultore Canova un monumento in Santa Croce, tempio delle glorie italiane, che il Foscolo immortalerà nei "Sepolcri".


Delle opere dell'Alfieri ricordo:

1 - Le tragedie: Filippo, Polinice, Antigone, Virginia, Agamennone, Oreste, Saul, Mirra, Bruto primo, Bruto secondo, ecc.

2 - La Vita, divisa in quattro epoche: Puerizia, Adolescenza, Giovinezza, Virilità

3 - Le Satire, il Canzoniere, il Misogallo.


* * *


VITA di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso medesimo e le sue concordanze

Nella Vita l'Alfieri si ripiega su se stesso e si esamina attraverso i vari episodi della puerizia, adolescenza, giovinezza e virilità, episodi che ci rivelano quel "forte sentire di sé" che gli permise di realizzare il suo ideale di liberuomo e di libero scrittore.
La narrazione è fedele e, mentre delinea la personalità dell'autore, non ne nasconde le manchevolezze.
Le pagine che poi estrapolerò dall'opera sono tra quelle in cui più evidente appare l'ansia che spinge l'Alfieri verso la ricerca di una terra che potesse quietare la malinconia, le angosce ineffabili, l'irrequietudine che la viltà dei tempi e degli uomini esasperavano.
Questa affannosa ricerca ha momenti di distensione solo quando il suo spirito è a contatto con la natura aspra e silenziosa: l'ampia distesa del mare di Marsiglia, il Baltico gelato, i "vasti deserti dell'Aragona che lo scrittore attraversa a piedi, col suo "bell'andaluso" accanto, "piangendo alle volte dirottamente senza sapere di che e nello stesso modo ridendo"; riso e pianto senza apparente ragione: "due cose che, se non sono seguitate da scritto nessuno, sono tenute per mera pazzia, e lo sono; se partoriscono scritti, si chiamano poesia, e lo sono".
Il poeta percorre l'Italia e l'Europa, ma non vede altro che se medesimo, e le cose esterne si ferma a descrivere solo per quello che siano valse a rivelarlo a se stesso.
Lo stato d'animo teso e pugnace che pervade la "Vita" ne determina lo stile: irto e senza pacatezza letteraria, rivolto a smorzare ogni abbandono del sentimento troppo vivo, perché sostenuto da un ardentissimo moto della coscienza, ma non vario e ricco, e a cui danno un sapore particolarissimo gli alfierismi, parole che il poeta inventa e deforma per significare immediatamente il suo acceso stato d'animo.

Tra queste pagine della "Vita" ho colto il motivo che ha animato Vittorio Alfieri a scriverle: quello, cioè, di mostrare con quanta volontà egli fosse riuscito a vincere la propria ignoranza e come la ricerca di una patria ideale si accompagni sempre alla lotta contro ogni dispotismo, perché non c'è patria dove non c'è libertà.


UNA MUSA APPIGIONATA - L'UNIVERSAL CASERMA PRUSSIANA
(Epoca III, cap. VIII)

Nel primo dei due episodi che propongo (Una musa appigionata) mi trovo di fronte due poeti che rappresentano due concezioni diverse della vita: l'Alfieri e il Metastasio; l'uno che freme di odio contro ogni tirannide (perciò la sua indignazione per Federico II che fece della Prussia una "universal caserma"), l'altro che guarda il mondo con anima serena e incapace di forti passioni.
Qui l'Alfieri adulto non risparmia la canzonatura nemmeno a se stesso giovane: la frase "giovenilmente plutarchizzando" è una brevissima caricatura di quella sua esaltazione plutarchiana, nella quale egli ora riconosce l'onestà e l'iperbole....
Da rilevare la conclusione, assai significativa per la fisionomia dell'episodio, "formar di me un tutto assai originale e risibile".


TRA I GHIACCI DEL BALTICO
UNA SCAPPATA IN RUSSIA
(Epoca III, cap. IX)

Qui ci narra un'avventurosa navigazione sul Baltico gelato.
La descrizione è vivace e minuziosa: egli vi si indugia più di quanto non sia solito, perché la sua indole solitaria e triste è conforme alla selvatica ruvidezza di quel paese, ed il vasto indefinibile silenzio che regna in quell'atmosfera, "dove ti parrebbe quasi di essere fuor del globo" suscita nel suo animo idee fantastiche, malinconiche ed anche grandiose.
La rappresentazione di questo mondo nordico è immediata e talvolta rude: una "densissima crostona" di ghiaccio che si screpola allo spirare dei venti e fa 'crik', massi nuotanti che sembrano tante isole galleggianti e vanno a percuotere la barca; e in mezzo a quel mare irto e frastagliato vi è Alfieri, alto e sdegnoso, che con l'ascia colpisce e spacca i tavoloni di ghiaccio, quasi a castigarli, così come si castigherebbe ogni insolente.
Da questa pagina la personalità dell'Alfieri risalta intera: solitaria e sdegnosa, malinconica e intollerante di qualsiasi ostacolo.


ALTERCARE DA UOMO A UOMO
(Epoca III, cap. XII)

L'Alfieri era spesso soggetto a fieri impeti d'ira che non sempre riusciva a controllare.
L'alterco col servitore Elia, che egli narra con tanta veracità, ci rivela anche due nature generose, due forti personalità che si amano e si stimano, ma che il folle gesto dello scrittore ha "l'un contro l'altro armato".
Non sono qui di fronte il conte e il servitore, ma due forti tempre che altercano "da uomo a uomo" e che la generosità porta poi a rappacificarsi.
L'Alfieri sente nel servo un suo degno antagonista e lo esalta ed è con orgoglio che dice di lui...

"...egli era eroe perlomeno quanto me"...

Il furore che esplode impetuoso attraverso questa narrazione. si risolve in poesia nelle tragedie.


LA FUGA DA PARIGI
(Epoca IV, cap. XXII)

E' uno degli episodi più mossi della Vita.
Il brutto frangente capitò all'Alfieri qualche giorno dopo il dieci agosto 1792, nel quale, avendo la folla parigina preso d'assalto e saccheggiato il palazzo reale, il re Luigi XVI si rifugiò in seno al l'Assemblea Legislativa, che lo sospese dalle sue funzioni e lo tenne prigioniero fino a quando fu decapitato il 21 gennaio 1793.
L'Alfieri aveva già definito il 10 agosto "giorno fatalissimo alla libertà, in cui la Francia passò con una seconda rivoluzione dall'anarchia tollerabile, se mai lo può essere, alla mostruosa tirannide della moltitudine più vile e feroce".
In queste righe si nota come l'affanno, l'ira e il furore siano rievocati dall'autore con la stessa rapida intensità con cui questi sentimenti si erano allora agitati nel suo animo e come egli "grande, magro, sbiancato, capelli rossi" domini su "quella trentina di manigoldi della plebe, scamisciati, ubriachi s furiosi".


* * *

L'Alfieri aveva esaltato la Rivoluzione francese nell'ode "Parigi sbastigliata": allora egli sperava nel trionfo della libertà contro la tirannide.
Ora invece disprezza la rivoluzione stessa perché è degenerata nella "tirannide della moltitudine".
Evidentemente egli ne coglie il lato debole e certamente deprecabile; le degenerazioni demagogiche, tuttavia, non hanno potuto impedire il trionfo della libertà e l'affermazione degli Stati costituzionali sui regimi assolutistici.
Perciò la nuova società deve tanto alla Rivoluzione francese.

Conclusione: Le parole cadono grosse, pesanti, furibonde: come se al ricordo si sentisse ribollire quell'odio...

domenica 6 gennaio 2008

GOLDONI, PARINI, ALFIERI - I tre grandi del Settecento (The big three of the Eighteenth Century)


Goldoni, Parini, Alfieri…, un borghese, un popolano, un nobile contro le "ridicolezze, gli abusi, i vizi" dell'aristocrazia del settecento.

In un punto delle sue "Memorie" Carlo Goldoni racconta un episodio assai gustoso, che vale la pena di rileggere.

Non è soltanto una scena squisitamente goldoniana…, essa può ben fungere da introduzione al discorso che mi accingo a fare. Narra dunque il Goldoni che, dopo l'allegro viaggio sulla famosa "barca dei comici" arrivato a Chioggia e andato da sua madre, dovette affrontare il burbero padre che lo sapeva fuggito dal collegio di Rimini.
- "Uscite", disse mio padre alla moglie e alla sorella, "lasciatemi con questo poco di buono". Esse escono…, io mi avvicino tremando.. "Ah, padre mio!…" - "Come mai, signore mio bello? Qual caso vi ha portato qui?"… "Padre mio, vi avranno detto…" - "Sì, mi hanno detto che voi, nonostante le rimostranze e i buoni consigli, a dispetto di tutti, avete avuto la sfacciataggine di lasciare Rimini improvvisamente" - "Che avrei io fatto a Rimini, padre mio? Era tutto tempo perduto per me" - "Che dite, tempo perduto?! Lo studio della filosoga, tempo perduto?" - "Ahi, la filosofia scolastica, i sillogismi, gli entimemi, i sofismi, i nego, probo, concedo, ve ne ricordate ancora, padre mio?".
"Egli non può dissimulare un piccolo moto delle labbra, da cui trapelava la gran voglia che aveva di ridere…, ed io ero abbastanza accorto per non notarlo, e però mi feci animo. "Ah, padre mio", continuai, "fatemi imparare la filosofia dell'uomo, la buona morale, la fisica sperimentale".
Il colloquio tra padre e figlio continua poi sul tema dei comici coi quali Carlo è arrivato fino a Chioggia, e il buon burbero padre finisce molto volentieri col perdonare al figlio la sua scappatella. E anzi, afferma che andrà lui stesso a ringraziare gli attori per la loro cortesia verso Carlo. Non molto tempo dopo, sarà proprio lui che si servirà degli attori, del fascino da loro esercitato sul figlio, dell'attrazione che provava per il loro teatro, per cacciar via dal suo animo insani propositi di farsi prete.
Nessuna scuola allora avrebbe potuto insegnare al Goldoni giovanetto ciò che egli cercava, ciò che egli chiedeva al suo secolo. Vi dominava l'aborrita scolastica…, essa era ancora nelle mani dei gesuiti. Quanto alla cultura ufficiale, vi spadroneggiavano gli Arcadi, vi dominavano gli Accademici di tutte le risme. Poi, man mano che il secolo s'inoltrerà, e Goldoni se lo visse quasi tutto, dal 1707 al 1793, le cose cambieranno, e anche in Italia fiorirà l'età dei lumi. Ma lui avrà camminato per la sua strada, e ciò che dalla scuola non aveva avuto, lo trarrà dalla vita, dall'esperienza, dalla gente simile a lui.
La filosofia dell'uomo, la buona morale. Una richiesta come quella di Carlo Goldoni l'avrebbe sottoscritta certamente anche un altro poeta, qualche decennio dopo di lui. Lombardo, questi… Giuseppe Parini. Due mondi completamente diversi, quello del Goldoni e quello del Parini…, una vita agiata e pacifica, un successo mondano e fastoso, viaggi per l'Italia e lunghi soggiorni all'estero, per l'uno…, un'esistenza grama per la sua gran parte, una condizione quasi sempre di sottomissione ora presso le famiglie, in cui faceva il precettore, ora sulle cattedre degli istituti scolastici a lui affidati, una ritrosa vecchiaia dopo una vita sedentaria in città, con lo sguardo pieno di nostalgia rivolto verso i "colli ameni" del "vago Eupili", il dolce laghetto di Pusiano dove aveva avuto i natali, nel 1729, per l'altro.
E tuttavia, nonostante queste differenze, e altre cose che indicherò più avanti, lo spirito della sua opera è proprio questo…, un uomo nuovo, una morale nuova. Anch'egli cerca…, e neanche per lui sarà la scuola che servirà. Parini studia da prete, e lo diventa. Ma di religioso in lui non c'era nulla…, della fede cattolica, nemmeno l'ombra. La sua filosofia dell'uomo, la sua buona morale egli la troverà nei suoi rapporti umani, a contatto con gente che aborre e che condanna, a contatto con l'altra gente di cui si fa portavoce.
L'avrebbe sottoscritta anche Vittorio Alfieri la richiesta espressa dal Goldoni a suo padre? Tra l'avvocato veneziano e il nobile piemontese c'è, evidentemente, un abisso. Ma anche lui, come il Goldoni scrive la sua autobiografia, se la prende con gli studi pedanteschi, si ribella ai "vergognosissimi perdigiorno", alle "idee p circoscritte o false o confuse". E proprio in questo punto l'Alfieri aggiunge che egli aveva "una certa naturale pendenza alla giustizia, all'eguaglianza, e alla generosità d'animo che mi paiono gli elementi d'un ente libero, o degno di esserlo".
Più o meno, dunque, Goldoni, Parini e Alfieri cercavano la stessa cosa. Era il loro secolo che li spingeva a questo…, e più che la sua cultura che si andava rinnovando, più che la sua ideologia illuminista, era propria la situazione reale della società in cui vivevano. Com'è che essi vi cercano qualcosa di nuovo e di diverso, pur partendo da posizioni assolutamente eterogenee tra loro?
Il fatto è che nella società in cui essi vivevano c'era qualcosa da cui tutti e tre aborrivano, qualcosa che essi avevano davanti a sé e guardavano con ostilità, quel qualcosa, appunto, che impediva quel rinnovamento che essi auspicavano, e che Goldoni così bene aveva sintetizzato nell'espressione "filosofia dell'uomo, buona morale".
Essi avevano davanti a sé una classe decaduta e corrotta…, l'obiettivo comune della loro polemica, e uso pure questa parola, anche se non corrisponde egualmente bene per tutti e tre all'essenza della loro opera, .. Era l'aristocrazia, quella nobiltà di cui l'Alfieri, come lui stesso dice all'inizio della sua autobiografia, voleva "svelarne le ridicolezze, gli abusi e i vizi".
In fondo, gran parte del teatro di Goldoni, fa proprio quello che si proponeva l'Alfieri. Per Goldoni l'uomo vero, assennato, sereno, operoso, è il borghese… uno dei personaggi da lui preferiti è Pantalone… sì, l'antica maschera, ma nobilitata dal buon senso tipico della classe agiata dei mercanti, dalla dignità del suo lavoro. Di contro alla simpatia con cui Goldoni tratteggia lui, e tanti altri suoi personaggi, che magari portano ancora il nome di una maschera della Commedia dell'arte, ma sono degli uomini o delle donne nuove (dalla Rosaura della "Vedova scalza" alla Mirandolina della "Locandiera"…, da Lucietta e Filippetto dei "Rusteghi" al Guglielmo de "L'avventuriero onorato"), sta la decisa messa in ridicolo della nobiltà.
L'aristocratico viene sempre presentato in modo che le sue parole, il suo modo di ragionare e di agire appaiono superati, di un'altra età, e come tali, appunto, ridicoli. Di fronte alla naturalezza, alla semplicità, alla franchezza dei suoi personaggi borghesi, sta la ricercatezza, la stravaganza, la leggerezza, il parassitarismo dei suoi personaggi aristocratici. Una delle commedie meno rappresentate, e per pour cause, ma più interessanti da questo punto di vista è il "Feudatario" (che è del 1752) in cui c'è proprio la contrapposizione tra l'antico rapporto sociale che sussiste nel feudo e la più libera, colorita, felice vita dei contadini.

Poeta del terzo stato, il Goldoni, De Sanctis lo chiama addirittura il Galileo della nuova letteratura. E aggiunge … "Il suo telescopio fu l'intuizione netta e pronta del reale, guidata dal buon senso. Come Galileo proscrisse dalla scienza le forze occulte, l'ipotetico, il congetturale, il soprannaturale, così egli voleva proscrivere dall'arte il fantastico, il gigantesco, il declamatorio e il retorico".

E di fronte all'altra gente che non stava al di sopra della borghesia nella scala sociale, ma al di sotto, quale fu l'atteggiamento del Goldoni? La plebe dei pescatori, dei gondolieri, dei contadini, le cameriere spiritose e i servi astuti, sono tutti visti con simpatia. Si pensi alla gente del popolo che figura nelle "Baruffe Chiozzotte" o nel "Campiello"…, quanta felicità di descrizione, quanta vivezza di linguaggio, così vicino al discorso comune degli umili, dei poveri, dei lavoratori più modesti ! !Mentre a Venezia Goldoni all'attacco sferrato contro di lui dai nemici del suo nuovo teatro - il reazionario Carlo Gozzi in testa - rispondeva con una serie di capolavori, come, nell'ordine, "Il campiello" (1756), la "Casa Nova, le "Baruffe chiozzotte" e i "Rusteghi", a Milano un prete che da poco aveva ricevuto gli ordini, scriveva un "Dialogo sopra la nobiltà". La conosceva bene, lui, la nobiltà, perché nelle sue case serviva da precettore e nulla gli sfuggiva al suo attento occhio di campagnolo sbattuto dal bisogno in un mondo così diverso da quello in cui aveva tratto origine. Così egli immaginò che un poeta povero ed un aristocratico si vengano a trovare gomito a gomito nella fossa, per uno strano accidente. "Fatti in là, mascalzone… " dice il nobile…, …e il poeta … "Tem' ella forse che i suoi vermi l'abbandonino per venire a me? Oh ! Le so dir io ch'è vorrebbon fare il lauto banchetto sulle ossa spolpate d'un poeta"… Lì dove essi sono, "tutti riescon pari, ned ecci altra differenza se non che, chi più grasso ci giunge, così anco più vermi sel mangiano". Il poeta dimostra al nobile che gli uomini sono tutti uguali, e che la nobiltà, spogliata della virtù, della ricchezza e dei talenti, è ben misera cosa.


Dall'affermazione di quest'eguaglianza alla rivolta contro la disuguaglianza che tuttavia esiste, e che scava un abisso tra il giorno del nobile e il giorno del lavoratore, il passo è breve. Questo senso di rivolta nasce nell'animo di un figlio delle classi subalterne, più derelitte e misere. Fornitrice di masse d'uomini intesi al duro lavoro dei campi o delle prime industrie, fornitrici di servi e di precettori, fornitrici di preti, per il basso clero sfruttato e straccione.
Questo era il Parini…, un forte carattere, e la versatilità nella poesia lo trassero dalla massa servile, e lo elevarono al rango di poeta accusatore. La sua accusa assume la forma della satira. Ancora una volta il modo di vita dell'aristocrazia, moralmente ormai anacronistico, si presta al ridicolo. Descrivere la giornata di un nobile era già di per sé fonte di comicità, con tutte le sue cerimonie, i suoi vezzi, le toilettes e le passeggiate, i discorsi e gli amori…, ma il Parini vi aggiunse il profondo risentimento contro questa ingiustizia, la ribellione contro quell'assurda sopravvivenza di un passato ormai morto. E scrisse un'opera piena di una potente ironia. Ricordo i momenti più belli del suo "Giorno"…, l'inizio, dove c'è la contrapposizione del mattino del povero e del mattino del ricco, la scena della levata, della pettinatura, dell'uscita in cocchio, del pranzo - e qui, come non rileggere quei versi sferzanti……

Tumultuosa, ignuda folla

di tronche membra e di squallide facce

e di bare e di grucce, ora da lunge

vi confortate…, e per le aperte nari

del divin pranzo il nettare beete

che favorevol aura a voi conduce…

Anche nelle "Odi" il Parini è sempre il poeta dell'umile volgo, pur nella forma più compassata ed artisticamente tradizionale. A questo proposito va detto anche questo… che venuto fuori dall'umile vulgo, dalle classi subalterne, il Parini presenta sì nel suo poemetto e nelle sue "Odi" un contenuto nuovo, il contenuto di quella rivolta morale contro la nobiltà. Ma egli accetta le vecchie forme della poesia…, il "Giorno" segue, in versi sciolti, lo schema del vecchio poemetto didascalico. Le "Odi" non si discostano dalle vecchie poesie d'occasione (La caduta, l'Educazione, il Bisogno, ecc.ecc.). Egli rimane più legato, insomma, alla tradizione…, anche come uomo, è fondamentalmente un moderato…, guarda con simpatia alla Rivoluzione francese, e saluta i nuovi istituti creati a Milano dopo l'arrivo della Repubblica, ma teme gli eccessi ed ha paura del "troppo nuovo", con quel tipico atteggiamento delle classi subalterne che aiutano e appoggiano la borghesia nella sua opera di abbattimento dei residui feudali, ma non si sentono di aderire del tutto alla sua azione, che nella realtà non modifica di gran che il loro stato di subordinazione assoluta.


Ed ecco, infine, contro la nobiltà un suo stesso figlio… il conte Vittorio Alfieri. Fin da giovane egli sente tutta l'inutilità, l'assurdità della vita che la sua condizione gli prepara, e vi si ribella rifugiandosi nella sua solitudine, che egli non fa depressa e ripiegata su se stessa, ma eroica e sublime. Egli non si declassa, non si mette a vivere come i borghesi o come i popolani, ma esce dalla sua classe e fa parte a se solo. Assume atteggiamenti di odiator di tiranni, di amante della libertà…, e in effetti, lo si può ben considerare sincero. E tuttavia i suoi tiranni sono del tutto libreschi, astratti…, così come astratto e libresco è il suo amore per la libertà che non fa certo un giacobino, ma un libertario ben lontano dalla situazione reale del suo tempo, della sua società. Anche il suo buttarsi negli studi e nel lavoro delle tragedie ha il sapore del grande gesto, clamoroso, fatto per far vedere ai suoi simili, agli aristocratici intenti alle cure dei cavalli o delle donne, che quella era la vita vera, che poteva lasciare un segno, un'impronta…, quella era la missione di uno spirito veramente nobile, elevato, ed egli la intraprendeva facendosi legare alla sedia, gridando, gesticolando, col gusto di rinfacciare agli altri questa sua ribellione. Che, evidentemente, non poteva trovare eco in brevi poesie e nemmeno in poemi, troppo lunghi per corrispondere efficacemente ad un'ispirazione fatta di lampi, di grida. Che aveva bisogno di esprimersi attraverso degli antagonisti, nel conflitto di personaggi…, di qui la forma della tragedia.
Che cosa fosse il teatro tragico alla fine del Settecento è presto detto… , tragedie esotiche e meravigliose da un lato, lo sdolcinato melodramma dall'altro. Ebbene… le tragedie alfieriane, nella loro nudità, portarono un clima del tutto nuovo…, asciutte, dure, senza sdolcinature, contribuirono a ripulire il teatro italiano dal vecchiume settecentesco, e vi fecero risuonare parole inusitate… morte alla tirannide, amore alla libertà. Questo è, in effetti, l'unico tema delle tragedie alfieriane, dal "Filippo" alla "Virginia", da l' "Agamennone" al "Saul". Questo il tema dominante anche nelle sue altre opere, dal saggio "Della Tirannide" a quello "Del Principe e delle lettere".

Quando l'Alfieri morì, nel 1803, Goldoni era morto da dieci anni, e il Parini da quattro. Con la loro opera, in modi diversi ma nella comune avversione alla classe che impersonava il passato, essi avevano contribuito a seppellire il secolo in cui erano vissuti.


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