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domenica 5 luglio 2009

Il problema della guerra e le vie della pace - Norberto Bobbio


Il problema della guerra e le vie della pace

NORBERTO BOBBIO

1984 - Il Mulino - Bologna


Questa antologia di saggi concepiti da Norberto Bobbio tra il 1966 e il 1977 ripropone al lettore, immutata nel titolo e nella sostanza, salvo che per una breve introduzione attualizzante, l'edizione del '79 nella quale il filosofo torinese aveva raccolto la riflessione sviluppata nell'arco di un decennio sul tema della pace e della guerra.
Il nodo decisivo attorno al quale Bobbio focalizza le sue considerazioni è la rottura epocale nella storia dell'umanità, che è sostanzialmente storia di guerre, rappresentata dalla dimensione nucleare del conflitto... "la consapevolezza della novità assoluta della guerra nucleare rispetto a tutte le guerre del passato".
Ciò apre, infatti, tutta una gamma di inattese soluzioni di continuità nell'ambito di quella che era la cultura politica classica dell'Europa moderna (e poi del mondo), oltre che sollevare inauditi interrogativi d'ordine assiologico che riconnettono quanto la nascita del diritto e della scienza politica aveva separato: e cioè il rapporto tra morale e agire politico.
Com'è noto, almeno a partire dalla magistrale rilettura delle vicende del moderno proposta da Carl Schmitt nel "Il Nomos della terra" (1950), pubblicata da Adelphi a cura di Emanuele Castrucci), esiste un nesso inscindibile tra "ius et bellum", tra diritto e guerra, tanto che, e questa è un'ipotesi di lettura alla quale sostanzialmente Bobbio aderisce, una delle due funzioni decisive legate alla nascita, nel XVII secolo, dei moderni Stati sovrani fu appunto quella di 'regolare' la guerra, di darle forma. Dunque pacificazione al proprio interno e regolazione di quell'estrema forma di relazione interstatale che è la guerra. Il paradosso consisteva nel fatto che il moderno Stato nazionale aveva una delle sue logiche costitutive proprio in quello "spirito di potenza" che spinge contemporaneamente alla guerra interstatale, e cioè tra soggetti sovrani, e dunque al reciproco riconoscimento della legittimità: di qui la possibilità di regolare la guerra, cosa invece del tutto insensata e impossibile nel caso della guerra civile, la cui logica spinge a far coincidere la pace con la fine delle ostilità come liquidazione fisica del nemico.
Questa costellazione per così dire classica tra guerra e diritto (che per Schmitt era finita con la proclamazione dello iuxtum bellum) secondo Bobbio salta irrimediabilmente con la nascita dell'età nucleare...
"Ormai, anche il ius belli è stato scardinato dalla guerra moderna. Con la guerra combattuta con armi termonucleari viene definitivamente soppresso".
E questo comporta la necessità di elevare il tasso del nostro pessimismo intellettuale in parallelo con quello dell'impegno morale in difesa della pace. Proviamo allora solo ad indicare due direttrici di ricerca di fatto presenti nello scritto di Bobbio rinviando, per brevità, alle sacrosante considerazioni sviluppate nella presentazione contro quelle che sembrano essere divenute, particolarmente tra certi intellettuali francesi, frenesie eroicizzanti sul tema libertà e/o guerra.
II primo ordine di considerazioni è quello connesso ad una disincantata considerazione della tensione tra "blocco della guerra" imposta dall'esterno dal fattore nucleare e spirito di potenza immanente alla dinamica dell'agire politico dello Stato. Fino ad oggi a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale la soluzione è stata quella dell'equilibrio del terrore: dell'innalzamento contemporaneo da parte delle superpotenze delle potenzialità distruttive come forma di ritualizzazione della guerra (salvo poi ricorrere, ben poco ritualmente, ai conflitti locali). In certo qual modo, dunque, continuando ad agire nonostante la "novità" rappresentata dal fatto che per la prima volta nella sua storia dell'umanità aveva a disposizione potenzialità tecnologiche tali da distruggere il pianeta, e quindi da porre fine alla catena di eventi aperti metaforicamente dalla Genesi, secondo il vecchio adagio "si vis pacem para bellum" (e in questo consiste la 'contiguità' ma non la coincidenza tra movimento pacifista e coscienza ecologico-ambientalista).

Il secondo campo tematico è quello relativo al versante interno della vita statale che 'clausewitzianamente' vede nella guerra la prosecuzione della politica "con altri mezzi". Se la guerra diviene impossibile o, meglio, è moralmente e, mi si scusi il bisticcio, politicamente non desiderabile: che fine fa la politica? Si entrerà in una glaciale era della totale neutralizzazione o c possibile pensare a disgiungere politica e guerra?
Non c'è dubbio che tutte le letture volte a proporre "categorie del politico" (come paradigmaticamente fece lo Schmitt), ricalcandole letteralmente sulle figure della guerra, e a riportare nella logica interna alla vita politica le modalità delle relazioni internazionali (l'essenza della politica è la distinzione amico-nemico attraverso la definizione del nemico), trovano in questa situazione uno scacco irrimediabile.
Probabilmente bisognerà tentare, allora, un percorso inverso, come mi pare suggerisca. sia pure con sobrio pessimismo, Bobbio. Sondare la possibilità - analogamente a quanto è di fatto storicamente avvenuto nelle relazioni interne allo Stato - se non sempre e non necessariamente i processi di innovazione-emancipazione, come anche larga parte della tradizione del movimento operaio ha troppo a lungo creduto, debbano passare attraverso "la porta stretta della guerra civile".
E se è, dunque, possibile far funzionare una logica diversa nelle relazioni internazionali, guidata dal principio , "si vis pacem para pacem".

Conclusione - Scopo della vita è rimanere vivi....e sani...
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domenica 21 giugno 2009

IL MITO DELLA GRANDE GUERRA - Mario Isnenghi



IL MITO DELLA GRANDE GUERRA

Mario Isnenghi

*2002 - Editore Il Mulino

Collana - Biblioteca Storica

Pag. 467









"Le riviste degli anni di guerra e d'anteguerra, i fogli interventisti, i diari di trincea e la letteratura sulla guerra: rileggendo questa sterminata produzione Isnenghi ha ricostruito in questo studio l'atteggiamento nei confronti dell'intervento e poi dell'esperienza bellica di una intera generazione di intellettuali italiani: da Marinetti a Papini, da Prezzolini a Gadda, da Soffici a Jahier, Serra, Malaparte, Borgese, d'Annunzio. Dalla guerra come occasione rigeneratrice per l'individuo e la società alla guerra come veicolo di protesta o, al contrario, antidoto alla lotta di classe".


UNA VOCE D'OLTRETOMBA

Una pubblicazione del saggio di Mario Isnenghi su "Il mito della grande guerra: da Marinetti a Malatesta", ha fornito l'occasione a Giuseppe Prezzolini per una sortita estemporanea sui problemi del valore dei marxismo e sul significato dell'interventismo di certi gruppi di intellettuali al tempo della prima guerra mondiale. Dopo aver riconosciuto alla ricerca di Isnenghi il pregio della documentazione e della precisione, il Prezzolini lo accusa di avere l'ingegno distorto e di essere incapace di scrivere "una storia".

La stortura, argomenta quello che già Gramsci aveva definito un "chierichetto", deriva dal marxismo adoperato come metodo d'interpretazione della storia.
"Non so - dice - quanto durerà ancora la libertà di espressione che ci permette di manifestare il nostro pensiero..., ma se dura, non passerà un paio di generazioni che il marxismo storico sarà considerato come una delle più grossolane barbarie che sia calata a coprire gli occhi delle gente. La mania di vedere da per tutto la divisione delle classi, come se gli uomini di genio e d'ingegno e di carattere obbedissero alle distinzioni di classi, porta i fautori del marxismo storico [e che, c'è forse un marxismo non storico?] alla cecità assoluta sui fatti umani. Gli uomini, che si muovono secondo la propria fantasia e secondo il proprio coraggio, e non perchè appartengano ad una classe piuttosto che ad un'altra, hanno creato le cattedrali, scritto i poemi, fatto le guerre, distrutto o confermato i poteri delle loro classi dirigenti senza pensare agli interessi delle loro classi".

Non so se il Prezzolini, che in fatto di grossolana barbarie fosse un testimone esemplare essendo stato uomo di sentimenti fascisti e reazionari, abbia mai letto Marx. E' chiaro comunque che se lo ha letto non lo ha capito. Quella che lui presenta come la tesi fondamentale del marxismo ne è infatti la grossolana e grottesca caricatura, e del
resto da Prezzolini non ci si poteva attendere altro.

II nostro "amico" non si limita però ad esprimere giudizi generali sulla validità o meno del marxismo come strumento di interpretazione storica, egli va ben oltre negando che gli intellettuali italiani che vollero la guerra fossero dei "servitori della borghesia". Certo non tutti se ne rendevano conto (molti però lo sapevano bene, se è vero che molti interventisti sostennero prima l'intervento al fianco delle potenze centrali e solo in un secondo tempo si fecero - spinti da stimoli molto concreti - propagandisti dell'alleanza con l'intesa). Resta comunque il fatto che gli interventisti dei 1915 servirono convenientemente, anche al di là delle intenzioni, i disegni della borghesia italiana (o, meglio, di quei gruppi di essa che nella guerra vedevano una fonte eccezionale di guadagni e la possibilità di uscire da una crisi che li minacciava fortemente). Quel che importa non è infatti la motivazione cosciente delle azioni umane, quanto piuttosto fa foro destinazione e i condizionamenti che hanno determinato tanto la motivazione quanto le azioni.

Ma il Prezzolini era un po' come quel famoso personaggio che faceva della filosofia senza saperlo. Egli non era da meno: senza saperlo faceva del materialismo storico tanto vituperato.

Scrive infatti... "II professor Isnenghi, che è tutt'altro che uno stupido, dovrebbe lasciar dire nei caffè che, gli intellettuali italiani fecero da ruffiani alla borghesia per persuadere il popolo alla guerra. Ci furono nel 1915 molte chiacchere, come per tutte le guerre e per tutte le rivoluzioni, tanto dei paesi comunisti quanto di quelli capitalisti..., ma non furono le nostre chiacchere che decisero gli Stati e mossero i popoli. Le ragioni della guerra sono lontane e inaccessibili a intellettuali del tipo di Isnenghi e Cassola. Derivano prima di tutto dall'istinto aggressivo che l'uomo porta entro di sè. Sono poi eccitate dalla fantasia: dalla cupidigia, dalla rivalità statale e dall'odio dei popoli e delle razze. Gli interessi c'entrano poco. Le classi ancor meno".

Molta preziosa appare l'ammissione che l'entrata dell'Italia in guerra non fu certo determinata dai clamori interventisti (chiacchere, li definisce Prezzolini) bensì fu decisa altrove e per ben precisi motivi. Solo che il Prezzolini, perso nel suo delirio reazionario, rifiuta di chiamare le cose col loro nome.

Per mettere le cose a posto basterebbe infatti leggere profitto capitalistico invece di cupidigia, imperialismo invece di rivalità statale, trasferimento della lotta di classe ai popoli e alle razze invece di odio dei popoli e delle razze.
Ma allora il Prezzolini sarebbe costretto ad ammettere la piena validità del tanto vituperato marxismo, e la sua cesserebbe di essere quella voce d'oltretomba che è in realtà.

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giovedì 18 giugno 2009

ROSA LUXEMBURG - Scritti politici



ROSA LUXEMBURG

Scritti politici

A cura di Lelio Basso

Roma - Editori Riuniti

1967 - Pag. 708.


Lelio Basso ha raccolto in questo volume una vasta scelta dei più importanti e significativi scritti politici e teorici di Rosa Luxemburg.

La scelta è stata operata con il fine di contribuire a un riesame e a un ripensamento del pensiero e soprattutto del metodo luxemburghiano che oggi a me appare ancora fecondo per lo sviluppo del movimento operaio.


Ai testi, Basso ha fatto precedere una lunghissima introduzione nella qua le ripercorre le vicende ideali e politiche della rivoluzionaria polacca soffermandosi particolarmente su quegli aspetti della stia teoria che appaiono più attuali.

Qualche perplessità lascia la maniera con la quale il curatore ha posto e risolto il problema non facile, ma neppure insormontabile, dei rapporti tra la Luxemburg e Lenin.

Tra gli altri scritti sono raccolti ... Riforma sociale o rivoluzione?..., Sciopero generale, partiti e sindacati..., La ricostituzione dell'Internazionale..., La crisi della socialdemocrazia..., La rivoluzione russa.

Tutti i testi pubblicati sono integrali.

Ogni testo è preceduto da una nota introduttiva che lo colloca nel suo contesto e ne sottolinea gli aspetti di maggior interesse.

Completa il volume una bibliografia completa (la più completa, che io mi ricordi, fin qui pubblicata) degli scritti di Rosa Luxemburg.


VEDI ANCHE . . .

ROSA LUXEMBURG - La libertà per gli altri

Materialismo ed empiriocriticismo - Vladimir Lenin

SULLA RELIGIONE - Vladimir Lenin

LENIN - Foto, disegni, immagini della sua vita

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martedì 24 marzo 2009

L'incendio del Reichstag - La provocazione politica (The burning of the Reichstag -The political provocation)

La provocazione politica


  
II clima di torbida tensione che negli anni '70 gravava sulla vita del nostro paese, clima reso ancora più pesante e più torbido dalle ricorrenti voci di colpi di Stato reazionari, favoriva una vera e propria proliferazione di provocazioni politiche che, a tutti i livelli, tendevano ad aggravare le tensioni sociali e a colpire le conquiste dei lavoratori e delle forze democratiche. II sinistro fragore delle bombe di piazza Fontana a Milano, era troppo recente perché non si doveva prendere atto che in Italia operavano gruppi che avevano tutto l'interesse ad aggravare le tensioni e ad addossare alla classe operaia la responsabilità di atti 'criminali' che colpivano i sentimenti dell'opinione pubblica nazionale e favorivano il costituirsi di "blocchi d'ordine" reazionari.
II processo di queste provocazioni era, si può dire, classico. Si infiltravano agenti provocatori in questa o quella organizzazione di sinistra (e le continue rivelazioni sulla presenza nei gruppetti anarchici o in quelli della cosiddetta sinistra extraparlamentare di poliziotti travestiti o di vecchi fascisti 'convertitisi' agli ideali della 'rivoluzione' avevano un valore davvero emblematico) e si cercava di spingerla a compiere atti tali da provocare un aggravamento della tensione e un riflusso a destra della vita politica nazionale. Quando non si riusciva a coinvolgere direttamente qualche esponente delle organizzazioni prese di mira, allora si procedeva direttamente e si attribuiva il colpo, sulla base di prove e testimonianze prefabbricate, all'organizzazione presa di mira.

La storia è piena di provocazioni del genere. Basterà ricordare, per quanto si riferisce all'Italia, l'attentato del Diana che venne attribuito agli anarchici ma i cui retroscena non sono mai stati chiariti, e "l'attentato" del 31 ottobre 1926 contro Mussolini in visita a Bologna. L'attentato servì a far sopprimere tutte le organizzazioni politiche e sindacali che ancora restavano in vita, a far dichiarare la decadenza dal mandato di tutti i parlamentari dell'opposizione, e a far promulgare le "leggi eccezionali per la difesa dello Stato" che, fatto significativo, erano già pronte prima dell'attentato.
La più clamorosa e classica provocazione politica, quella che è stata più densa di conseguenze, è stata senz'altro l'incendio del Reichstag di Berlino il 27 febbraio 1933. Molto opportunamente, quindi, mentre non sono ancora del tutto svaniti i fragori delle bombe di Milano, l'editore Feltrinelli ha pubblicato l'eccellente libro che Edouard Calic ha dedicato, appunto, all'incendio del Reichstag e alle vicende che da quella provocazione presero le mosse e portarono alla instaurazione della dittatura nazista (EDOUARD CALIC, L'incendio del Reichstag, Milano, Feltrinelli, 1970, pag. 280).
II Calic ha realizzato una ricerca eccezionale per la sua ampiezza e profondità: ha studiato oltre 30.000 pagine di documenti e di verbali del processo e una bibliografia considerevole; ha consultato centinaia di testimoni ed esperti ancora viventi; ha incontrato i familiari di Marinus van der Lubbe, il cosiddetto "incendiario del Reichstag", e Blagoi Popov che, insieme a Vassili Tanev e a Georgi Dimitrov, venne accusato dell'incendio e fu uno dei protagonisti del processo di Lipsia. II risultato è una ricostruzione dettagliata della provocazione nazista che elimina ogni possibile dubbio sulla diretta e personale responsabilità nell'ideazione, nell'organizzazione e attuazione del crimine di Hitler, Göring, Goebbels, e delle S. A.
"Basandomi su documenti e testimonianze dirette incontestabili - ha scritto il Calic -, io consegno tutto al pubblico: spetta al lettore farsi una opinione oggettiva sui veri criminali, gli istigatori dell'incendio, gli esecutori dei preparativi, gli oscuri complici che hanno acceso simultaneamente i focolai che in pochi minuti dovevano trasformare il Reichstag in un gigantesco braciere".
Tanto più necessaria appare un'opera come questa, in quanto, ancora nel maggio 1968, un tribunale di Berlino Ovest ha inflitto una condanna postuma al cosiddetto "incendiario del Reichstag" Marinus van der Lubbe, basandosi esclusivamente su elementi dell'inchiesta poliziesca e della istruzione giudiziaria fabbricati e deposti negli archivi dagli agenti e dai giudici del III Reich.
« "Ancora oggi alcuni storici si sforzano di dimostrare come il Reichstagbrand fu solo il gesto temerario di un piromane e che i giudici di Lipsia non potevano emettere una sentenza diversa. E' dunque un dovere nei confronti del popolo tedesco, ingannato, illuso, rivelare tutto sul crimine che, se all'indomani dell'incendio ha dato 5,5 milioni di voti al Führer (elezioni del 5 marzo 1933) è costato in seguito altrettanti morti. I loro cadaveri, che costellarono la terra dalla Normandia ai pendii del Caucaso, dai ghiacci del Grande Nord alle sabbie del Sahara, reclamano ancora, implacati: "Non vogliamo che la nostra morte sia stata inutile! La verità! Noi esigiamo la verità!"».
Ma non meno necessaria è quest'opera, perché, al di là del preciso episodio storico, essa offre una testimonianza di eccezionale valore, sulla tecnica della provocazione politica, sui risvolti tenebrosi di espisodi come quello delle bombe di Milano, sulla necessità di far sempre luce sulle provocazioni, per impedire che i criminali le sfruttino per vincere le elezioni (come nel caso di Hitler) o per ricomporre formule di governo logorate dal moderatismo e dall'inettitudine.
II 30 gennaio 1933, a conclusione di una nuova crisi di governo, il presidente della Repubblica di Weimar, maresciallo von Hindenburg, conferiva l'incarico di presiedere il governo al Führer del Partito nazionalsocialista, Adolf Hitler.
Hitler giungeva al potere in condizioni non certo ideali. II governo che era stato chiamato a presiedere, era un governo di coalizione che non poteva contare su una sicura maggioranza parlamentare. Nelle elezioni del novembre 1932, il Partito nazionalsocialista aveva perso 2 milioni di voti e, anche insieme ai conservatori, non era riuscito a superare il 45 per cento dei suffragi. In queste condizioni Hitler avrebbe potuto governare solo facendo ricorso a decreti presidenziali, il che lo avrebbe trasformato in uno strumento del presidente Hindenburg.
Per conquistare il potere assoluto i nazisti avrebbero dovuto eliminare l'opposizione parlamentare. Dal momento che non era ancora possibile ottenere questo risultato con la violenza (troppo forti erano ancora le organizzazioni della classe operaia, mentre l'esercito non dava garanzia di affidamento) era indispensabile assicurarsi una solida maggioranza parlamentare. Perciò il neo cancelliere decise di sciogliere il Reichstag e di indire nuove elezioni per il successivo 5 marzo. Per ottenere questo risultato - visto il livello raggiunto dalle fortune elettorali del nazismo, Hitler aveva bisogno di qualcosa che galvanizzasse i suoi uomini, intimorisse l'elettorato moderato facendolo votare per i nazisti, e consentisse una offensiva 'legale' contro il sempre temibile Partito comunista tedesco e contro i socialdemocratici.
"La politica anticomunista condotta con i metodi classici non aveva portato a risultati tangibili. Al contrario, i comunisti avevano aumentato i loro voti fra il luglio e il novembre 1932. Bisognava quindi a qualsiasi prezzo squalificare i capi comunisti accusandoli davanti alla nazione di aver deciso un'insurrezione armata contro il sistema democratico e così intimidire una parte degli elettori comunisti e socialisti".
L'incendio dei Reichstag, divampato nella serata del 27 febbraio 1933, proprio alla vigilia delle elezioni del 5 marzo, fornì il pretesto per accusare i comunisti del crimine e per presentare all'opinione pubblica moderata i nazisti come unico baluardo contro il 'terrore' comunista.
L'incendio era appena divampato che già Göring, accusava i comunisti di esserne i responsabili e 'rivelava' che l'incendio della sede del Parlamento doveva servire come segnale per lo scatenamento di un'insurrezione comunista. In tutta la Germania vennero arrestate migliaia di persone, comunisti, socialisti, intellettuali di sinistra. Nella sola Berlino ne vennero arrestati oltre 1.200. All'interno stesso del palazzo in fiamme venne fermato un uomo, un muratore olandese, Marinus van der Lubbe, che venne accusato di essere responsabile dell'incendio. Nei giorni successivi vennero arrestati il deputato comunista tedesco Torgler, e tre comunisti bulgari Blagoî Popov, Vassili Tanev e Georgi Dimitrov.
L'emozione sollevata dall'incendio del Reichstag fu enorme. Tuttavia i nazisti non ottennero i risultati che avevano sperato. Le elezioni del 6 marzo diedero loro il 44 per cento dei voti con un aumento del 10 per cento rispetto alle elezioni precedenti. II Partito nazionalista tedesco di Hugenberg ottenne dal canto suo l'8 per cento dei voti. II blocco nazisti-nazionalisti poteva quindi contare sul 52 per cento degli elettori e sulla maggioranza nel Reichstag. Tuttavia i risultati erano stati assolutamente insoddisfacenti nella capitale, Berlino, dove comunisti e socialdemocratici, nonostante il terrore scatenato contro di loro e l'accusa di aver incendiato il Reichstag, riportarono una schiacciante vittoria con il 53 per cento dei voti. I nazisti avevano ottenuto solo il 31 per cento dei voti. Come ha notato il Calic "anche con i conservatori Hitler non raggiungeva che il 40 per cento. I berlinesi si erano quindi pronunciati per il 60 per cento contro il governo di coalizione, e il 69 per cento aveva votato no al nazionalsocialismo". Inoltre i nazisti, pur potendo contare sulla maggioranza assoluta, insieme ai nazionalisti, restavano pur sempre condizionati dall'atteggiamento di questi ultimi e non avevano la maggioranza necessaria per poter modificare la costituzione. La soluzione a quest'ultimo problema venne trovata impedendo ai deputati comunisti di partecipare ai lavori del Reichstag e dichiarandoli decaduti dal loro mandato.
Sostanzialmente, quindi, l'incendio del Reichstag aveva risposto alle aspettative dei nazisti. Parlando in consiglio dei ministri la mattina successiva all'incendio Hitler aveva dichiarato apertamente, secondo quanto riporta il verbale, che "il momento psicologico del confronto è giunto. Non c'è ragione di attendere oltre. II Partito comunista si è dimostrato deciso all'estremismo. La lotta contro di esso non dovrebbe dipendere da motivazioni giuridiche. Dopo l'incendio del Reichstag egli [Hitler] non dubita più che il governo del Reich raggiungerà ora il 51 per cento alle elezioni".
II primo risultato, quello di conquistare la maggioranza parlamentare e di mettere fuori legge il Partito comunista era raggiunto. Ora si trattava di consolidare il successo infierendo contro il Partito comunista, che si andava riorganizzando nella clandestinità, con un processo clamoroso che avrebbe dovuto rivelarne la natura criminale e i fini terroristici. Questo processo avrebbe dovuto anche servire a combattere le e 'calunnie' dell'estero. Dal momento che nessuno aveva mostrato di essere convinto che gli incendiari erano stati i comunisti, un clamoroso processo avrebbe dimostrato la colpevolezza dei comunisti.
Questo secondo obiettivo venne tentato con il processo di Lipsia contro van der Lubbe, Torgler, Dimitrov, Popov e Tanev. Tuttavia questa volta le cose non si svolsero secondo i disegni dei nazisti. Se processare con successo van der Lubbe e Torgler era cosa possibile, non era certo possibile ottenere lo stesso risultato contro Georgi Dimitrov e i suoi compagni bulgari. I nazisti che fino ad allora avevano dimostrato una notevole abilità nel portare avanti la loro provocazione, commettevano ora l'errore di far venire alla luce del sole la loro macchinazione.
II processo di Lipsia rappresenta un modello di processo politico che, come disse Dimitrov in uno dei suoi interventi, avrebbe dovuto rappresentare un esempio per tutti i militanti rivoluzionari. Da un capo all'altro esso fu dominato dalla personalità eccezionale di Georgi Dimitrov che implacabilmente e con coraggio estremo seppe denunziare il carattere provocatorio e dell'incendio del Reichstag e del processo stesso.
Lo stesso giornale nazista "Leipziger Neueste Nachrichten" fu costretto ad ammettere che "Dimitrov si dimostra, in ogni circostanza, un notevole psicologo. Per venire a capo di questo imputato vulcanico, che salta sui microfoni posti davanti a lui, e ne abusa, il dottor Búnger ha il suo daffare. Senza sosta Dimitrov, prendendo a testimoni i corrispondenti stranieri, cerca in questi una eco alle sue parole. Per poco che si getti un'occhiata sulla stampa estera, ci si accorge che ne ha trovata".
L'incendio dei Reichstag è servito ai nazisti per realizzare i loro torbidi progetti e per colpire il Partito comunista; i beneficiari ne sono i nazisti ed è fra di loro che vanno ricercati i responsabili: questa la linea difensiva adottata da Dimitrov. Per smantellare il fragile castello dell'accusa, Dimitrov concentra la sua attenzione sulla personalità del presunto incendiario...
"Chi è van Lubbe? Un comunista? Assolutamente no! Un anarchico? No! E' un operaio declassato, è un relitto ribelle della società, una creatura di cui si è abusato, che è stata utilizzata contro la classe operaia. No, non è comunista! Non è anarchico! Non un solo comunista al mondo, non un solo anarchico si comporterebbe davanti alla corte come ha fatto van der Lubbe. Gli anarchici commettono spesso degli atti insensati ma, davanti ai giudici, rivendicano sempre le proprie responsabilità e spiegano i loro scopi. Se un comunista facesse qualcosa dì simile, non tacerebbe davanti alla corte quando quattro innocenti sono sul banco degli accusati al suo fianco. No, van der Lubbe non è un comunista, né un anarchico - è lo strumento di cui ha abusato il fascismo! Certo, il disgraziato di cui si è abusato, che è stato utilizzato a scapito dei comunismo, non può aver niente in comune né con il presidente della frazione comunista al Reichstag né con i comunisti bulgari".
Van der Lubbe è solo il miserabile Faust, che è stato manovrato a suo piacere da un Mefistofele che è riuscito a scomparire dopo aver perpetrato il crimine. Ma questo Mefistofele se non ha ancora un nome, ha delle precise connotazioni politiche: non può essere che un fascista.
II momento culminante del processo si ha con il confronto tra Göring, presidente e ministro degli interni del governo prussiano, e Dimitrov, il rivoluzionario comunista. Dimitrov riuscì a smantellare il castello di accuse del suo avversario, lo mise con le spalle al muro, e lo costrinse a perdere il controllo dei propri nervi.
Dimitrov e i suoi compagni bulgari vennero assolti, van der Lubbe fu invece condannato a morte e ucciso. II processo di Lipsia rappresentò però una grandissima sconfitta per il nazismo. Certo, la provocazione fatta con l'incendio dei Reichstag era riuscita: Hitler aveva conquistato il potere assoluto e i comunisti erano stati posti fuori legge. Ma il processo di Lipsia servì a smascherare la provocazione nazista e a denunciare i veri responsabili dell'incendio.
Quello di Lipsia è stato un processo esemplare. Ad una provocazione studiata nei minimi particolari, i comunisti hanno saputo opporre una coraggiosa denuncia che ha costretto i loro nemici a chiudere in sordina, al più presto, la partita.
Recenti avvenimenti italiani, presentano strane rassomiglianze con l'incendio del Reichstag.
II libro di Edouard Calic, rappresenta quindi uno strumento di grande importanza per comprendere a fondo la tecnica della provocazione politica e per indicare quale via bisogna seguire per smascherare e sconfiggere ogni forma di provocazione reazionaria.


VEDI ANCHE . . .

L'INCENDI DEL REICHSTAG - Un pretesto per colpire i comunisti


venerdì 13 febbraio 2009

GUAI AI VINTI (Vae Victis) - Annie Vivanti

GiustificaGUAI AI VINTI
Annie Vivanti
1956 - Mondadori Editore - Milano
Collana - Il Girasole
Biblioteca economica Mondadori


Il 4 agosto 1914 Chérie Brandès compì diciotto anni.
In quella stessa mattina, luminosa di sole, l'esercito tedesco si riversò sul Belgio neutrale, avanzando inesorabile come una marea e seminando ovunque spavento e rovina.
La casa del dottor Claudio Brandès, il fratello di Chérie, si trovava nel paesino di Bomal, a meno di trenta chilometri dagli avamposti dell'esercito invasore. Lì, il cannone non si era sentito ancora e nessuno poteva immaginare che i tedeschi fossero già così vicini. Luisa, la giovane moglie di Claudio Brandès, era rimasta sola nella sua bella e grande casa, con la figlia Mirella e la cognata Chérie. Claudio era partito il giorno prima, destinato a un'ambulanza da campo.
Mirella aveva soltanto undici anni e non poteva rendersi conto di quanta tragica diventasse, di ora in ora, la situazione del Belgio..., con infantile incoscienza, pretendeva che i diciotto anni della zietta Chérie fossero festeggiati "almeno un pochino".

"Va bene, cara - disse in un sospiro Luisa. - Fino a domani non penseremo alla guerra".

Nel pomeriggio, furono invitate le amiche di Chérie: sembravano allegre e spensierate, ma i loro sorrisi erano tenue velo all'inquietudine e allo spavento.
Verveine, una ragazza graziosissima e vivace, sedette al pianoforte e invitò le altre a cantare.
Attraverso le finestre spalancate, le loro giovani voci si spandevano nell'aria, invadendo la strada silenziosa.
Florian Audet, che arrivava a cavallo dal paese, le udì ancora prima di giungere alla porta del dottor Brandès. Veniva a salutare Chérie, prima di raggiungere il suo reparto sul fronte della Mosa, dove i Belgi avrebbero disperatamente tentato di fermare l'esercito tedesco. Floria amava Chérie, ma non aveva mai osato parlarle del suo amore.
Fu Luisa che scese ad aprirgli la porta. Vide il viso stravolto del giovane e impallidì, sgomenta...

"Che cosa accade?"... domandò ansiosamente, a voce molto bassa.

"Luisa, il Belgio è invaso in ogni punto..., dappertutto è devastazione e strage. Posso fermarmi soltanto pochi minuti, perché entro stasera debbo trovarmi a Visé. Dovete essere coraggiosa. Ascoltate ciò che vi dico e obbedite. Lasciate Bomal domattina all'alba e raggiungete Bruxellles, per la via di Namur. Non dovete passare per Liegi, assolutamente! Se qui non trovate un veicolo andate a piedi fino a Namur. Avete capito?"

Sì, Luisa aveva capito e fu presa da un tremito convulso.

"Mio Dio! Pietà di noi!"... singhiozzò.

Florian le circondò col braccio le esili spalle e la baciò con fraterna tenerezza su una guancia.

"Su, coraggio, Luisa! Ora salite dalle ragazze, avvertitele del pericolo e mandatele subito a casa. E... vi prego, dite a Chérie di scendere".

Poco dopo, Chérie era davanti a lui..., nel suo vestito bianco, con la lieve sciarpa che le ondeggiava intorno alle spalle, sembrava una visione da sogno. Florian la trasse a sé, le alzò il viso pallido e guardò con dolorosa intensità quegli occhi azzurri e profondi.
Com'era bella e innocente! Un brivido terribile lo scosse, quasi un presentimento, che per un attimo lo agghiacciò, togliendogli tutto il suo coraggio.
Doveva lasciarla! Lasciarla sola ad affrontare forse la brutalità e la violenza.

"Chérie! - disse con voce rauca - Chérie!

Lei non parlava..., lo guardava soltanto, e c'erano amore e fiducia nel suo sguardo. Florian se la strinse al petto con tenerezza infinita, poi si staccò bruscamente, senza parlare, e corse fuori. Le lacrime che gli velavano gli occhi non gli lasciavano vedere la strada.

* * *

Gli Inglesi fecero generosamente a gara nell'accogliere i profughi belgi..., al Consolato belga arrivavano ogni giorno, a centinaia, le offerte di ospitalità per quei poveretti, così dolorosamente provati dalla guerra.
Luisa, Chérie e Mirella trovarono rifugio preso la famiglia Witaker, in una bella casa circondata dal verde, vicino a Londra.
Pallide e silenziose, vestite di nero, avevano un aspetto lugubre, quasi spettrale. I loro occhi erano cupi profondi, senza ombra di sorriso..., sembrava circondarle un'atmosfera misteriosa e terribile, che turbava chiunque le avvicinasse.
Mirella, più delle altre, metteva spavento..., guardava fisso, con lo sguardo impietrito, folle, e non parlava.
Da più di un mese, dopo quell'orribile notte del 4 agosto, era diventata muta e neppure sembrava in grado di afferrare il significato o il suono delle parole altrui. Non riconosceva Luisa né Chérie..., i loro singhiozzi, le loro disperate invocazioni non riuscivano a scuoterla dalla sua apatia. Sembrava che non facesse più parte di questa vita.

Un giorno, arrivò un messaggio di Florian..., apparve nella colonna degli annunci, sulla prima pagina del Times, tramite la Croce Rossa. Diceva di essere sano e salvo, di aver veduto Claudio, che stava ne egli pure.
Luisa e Chérie si abbracciarono, piangendo di gioia. Ma quella notte Luisa non poté chiudere occhio un minuto.
Mirella doveva guarire, prima che Claudio la vedesse!
Egli non doveva sapere ciò che era avvenuto la notte del 4 agosto, a Bomal. Non si poteva dirglielo..., mai! Gli si sarebbe spezzato il cuore, se avesse saputo. E Luisa pregò. Pregò piena di fede e di speranza, per molti giorni. Poi pregò piena d'angoscia e di disperazione, per molte settimane...
Poi, non pregò più!
Le morbide linee del suo volto si trasformarono..., sembravano scolpite nella pietra. Era penetrata in lei la certezza di una nuova sventura. Non vi era più dubbio, più nessuna speranza. Novembre! Il terzo mese era passato. Avveniva ciò che lei aveva temuto più della morte..., era madre.
Attraverso la tortura, l'odio, la violenza, la vita si era radicata in lei e fioriva. Mio Dio! Che cosa fare? Doveva liberarsene..., liberarsene o morire. Ossessionata, quasi pazza, durante le notti insonni Luisa si figurava il suo incontro con Claudio, quando egli fosse tornato. Come avrebbe potuto dirgli... No! Era meglio morire. E Chérie? Da qualche tempo le sembrava mutata, diversa... quei lineamenti tirati, quegli occhi cerchiati di viola non erano dovuti soltanto al dolore. Era possibile che quell'atroce sventura avesse colpito anche lei? Luisa non osava interrogare Chérie per non costringerla a ricordare, proprio ora che sembrava più serena. Lei sapeva, perché lo provava ogni notte, quale martirio fosse rivivere nella memoria quelle ore terribili...


* * *

Chérie era completamente ignara di quanto le era accaduto. Svenuta per terra per il terrore, aveva subito la violenza senza esserne cosciente. Qualche volta, con un brivido di spavento, anche lei si sforza di ricordare..., vede gli occhi chiarissimi dell'ufficiale tedesco ubriaco..., quegli occhi non si staccavano dal suo viso..., si sente bruciare la pelle. Ecco, è questa l'ultima cosa che ricorda. Poi il mondo si riempie di indescrivibile orrore, di tortura, di strazio. Ma è come un sogno. Chérie non sa ben definire ciò che prova. E' una sensazione strana..., le sembra, a volte, di non essere più la stessa persona..., come se in quella notte di terrore, mentre lei era svenuta, la sua anima le fosse stata uccisa.
O forse la sua anima era rimasta al suo paese, a Bomal, nella casa devastata e deserta? Non voleva parlarne a Luisa, per non darle altro dolore. Pensava commossa agli occhi di lei, che la scrutavano..., desolati occhi, pieni di ansiose domande.

Dopo una notte tremenda, durante la quale le era sembrato di perdere la ragione, Luisa si decise..., ora non aveva più dubbi, non poteva aspettare ancora.

"Chérie, - disse, attirandosela vicino - debbo parlarti"... Si portò la mano alla gola, sentendosi soffocare. Non trovava più le parole né la voce.
"Sei certa, Chérie, sei certa, tu, di essere come prima?".

Chérie la guardava sbigottita, e tremava.

"Io - continuò Luisa piangendo - non sono come prima. Debbo andare in una clinica, a Londra..., lì mi cureranno, mi guariranno".... E si coprì il viso con le mani.

Fu in quel istante che Chérie sentì, vicino al suo cuore, un brivido, come un fremito meraviglioso, un lievissimo frullare di ali. Balzò in piedi e guardò Luisa con gli occhi allucinati, enormi, le mani strette al petto.

"Luisa!Che cosa sento? E' come un palpito, una stretta, qui... come se avessi un altro cuore, vicino al mio... "

Livida, con gli occhi pieni di lacrime, Luisa la guardava..., poi la strinse a sé, con disperata tenerezza.

"Chérie, - disse - mio povero angelo innocente, tu sei madre!"

"Madre! - la voce di Chérie era un soffio - Madre... io!" ... E rimase immobile, piena di stupore, le mani strette alò petto.

"Chérie, non temere! Ti salerò da questa vergogna"... disse Luisa..., ma Chérie non ascoltava, non udiva...

Era tesa a cogliere il fremito della sua creatura non ancora nata.
Non sentiva vergogna né dolore..., soltanto quel brivido nuovo, quel palpito di vita. Inutilmente Luisa supplicò e pianse..., Chérie si rifiutò di accompagnarla a Londra.
Avrebbe preferito morire, piuttosto che uccidere la piccola creatura che era in lei.
Quando, un mese dopo, Luisa ritornò, si trovò di fronte a una uova Chérie, quasi estranea, nella sua tragica, matronale dignità. Con un singhiozzo di appassionata pietà, Luisa le corse incontro e le tese le braccia.

* * *

In gennaio, a profughi belgi rifugiati all'estero giunse un comando perentorio del governatore tedesco di Bruxelles: tutti coloro che possedevano in Belgio case o terreni dovevano immediatamente ritornare in patria e reclamare i loro beni alle autorità tedesche, se volevano evitare la confisca.
Luisa decise di ritornare a Bomal, sebbene le desse una pena profonda il pensiero di riportare a casa Chérie in quelle condizioni.
Che cosa avrebbe detto la gente che le conosceva? Quel "figlio di tedesco" sarebbe stato (Luisa lo sentiva) una fonte perenne di vergogna e di umiliazioni.
Chérie accettò con gioia la decisione di ritornare a casa..., non le importava della gente..., c'era in lei una nuova pace, una nuova serenità, la serenità di chi non ha altra missione che l'attesa.
Giunsero a Bomal dopo un viaggio terribile, attraverso l'Olanda e le Fiandre. Trovarono la loro casa in uno stato pietoso..., piatti, bottiglie e bicchieri rotti erano sparsi dappertutto. Spariti i quadri, l'argenteria e ogni altra cosa di valore. Materassi e coperte ingombravano i pavimenti..., cassetti e armadi erano stati svuotati e il loro contenuto rovesciato per terra. Ma, pur devastata e profanata, era sempre la loro casa. Qui, dieci giorni dopo il loro ritorno, Chérie diede alla luce il suo bimbo. Luisa provò subito, per quella povera creaturina, un'avversione quasi morbosa, che invano si sforzava di nascondere. Quando Chérie sollevava il bambino dalla culla per allattarlo, Luisa fuggiva in un'altra stanza, per non vedere, per non essere indotta a maledire.
Chérie aveva intuito l'avversione della cognata per il suo bambino, e se ne disperava. Tutti l'avrebbero odiato così? Lo guardava con appassionata tenerezza, se lo stringeva al petto, mormorandogli le parole più dolci. Era impossibile negare che fosse bello come un cherubino, pensava Chérie..., come si poteva odiarlo?
Avrebbe voluto mostrare il suo bimbo a Mirella e veder nascere l'ombra di un sorriso su quel viso impietrito. Mirella non era ancora rientrata nella sua casa. Luisa l'aveva affidata a un'amica, a Bomal..., la vedeva ogni giorno, ma ancora non aveva trovato il coraggio di ricondurla lì, dove il terrore le aveva fatto perdere la ragione.

Ma un giorno Luisa, presa da una folle speranza, si decise a riportare Mirella a casa. La fanciulla, tenuta stretta per mano da sua madre, oltrepassò silenziosamente il cancello e camminò nel "suo" giardino, lungo lo stretto sentiero che aveva accolto i suoi primi passi e che, per anni, lei aveva percorso ogni giorno.
Niente... sul suo viso non passò un fremito. Luisa si fermò, senza respiro. Poi quasi di peso, trascinò Mirella fino alla ringhiera a cui l'avevano legata, davanti alla porta drappeggiata di rosso.
In quella stanza, Chérie si era rifugiata col suo bambino e vi trascorse molte ore, quasi isolata dal resto della casa.
Mirala guardò la tenda rossa. Ma subito ne distolse gli occhi, con un gesto appena accennato di difesa. Poi, più nulla..., il suo viso ritornò assente.
Le labbra non articolarono alcun suono.
Sua madre si sentì morire, perché si era attaccata con tutte le sue forze a quest'ultima speranza che le rimaneva.
Quella notte Luisa pianse a lungo, invocando Claudio, suo marito, pianse finchè, finalmente vinta dalla stanchezza, si addormentò.
Mirella non dormiva.
Immobile nel buio, ascoltava qualcosa che lentamente, faticosamente si risvegliava nella sua mente intorpidita..., la memoria.
Lieve e sicura come una sonnambula, scese dal letto e attraversò la camera.
Percorse lentamente il lungo corridoio buio, si avvicinò alla scala.
Una sola immagine, gigantesca e terribile, occupava la sua coscienza..., una porta rivestita di rosso.
Giunta davanti a quella porta, Mirella indietreggiò fino alla ringhiera e vi si addossò tremando, lo sguardo fisso sulla tenda rossa, nell'attesa spasmodica che qualcosa avvenisse.
A un tratto, la tenda si mosse, si aprì lentamente.
Nel vano della porta, illuminata dai raggi della luna, apparve Chérie, col suo bimbo fra le braccia. Portava una lunga veste bianca e i lunghi capelli biondi le ornavano le spalle.
Stava immobile, come una visione.
Mirella cadde in ginocchio, le braccia tese a quell'apparizione bianca e luminosa..., era la Madonna, col Bambino Gesù..., ella conosceva bene quella dolce figura. Ricordava anche le parole di saluto e di preghiera, ma non riusciva a pronunciarle...
Sentì che qualcosa le si spezzava in gola e un grido acutissimo uscì dalle sue labbra, finalmente dischiuse.
Poi, giungendo le mani, Mirella gridò...

"Ave Maria! Gratia plena"... disse con voce chiara, rivolta alla visione che ora avanzava, sorridendo e piangendo, verso di lei.

Udito quel grido, Luisa fu sulla scala in un lampo e all'ultimo pianerottolo si arrestò.
Vide Mirella inginocchiata davanti a Chérie, udì la voce limpida della sua figliola, che pronunciava dolcemente le parole della preghiera.
Luisa cadde in ginocchio accanto a Mirella, alzò verso Chérie il volto bagnato di lacrime e pronunciò le parole che per tanti giorni l'odio aveva impedite...

"Sii benedetta... tu! E il tuo bambino!".


UNA PAGINA DEL LIBRO

Chérie si era alzata col piccino in braccio. Trepida venne a inginocchiarsi ai piedi della cognata.
"Luisa! Luisa!... Non puoi amarci un poco? Che cosa ti abbiamo fatto, Luisa? Che cosa ti a fatto di male questo povero piccolo essere, perché tu debba odiarlo così? Non è per me, vedi, non è per me che imploro la tua pietà, il tuo affetto. Io posso vivere disprezzata e odiata, perché so, perché capisco... Ma per lui t'imploro, per lui! Che entra nella vita credendo di essere come tutti gli altri bambini, credendo che tutti lo ameranno... Ah, per lui ti supplico, t'imploro... una parola di tenerezza, Luisa, una parola di benedizione!".
Aveva afferrato con mano tremante l'orlo della veste di Luisa, e si chinava a baciarlo piangendo.
"Luisa, se tu mettessi mano sulla fronte e dicessi... Iddio ti benedica!... credo che ne morirei di felicità. Non puoi dirle, Luisa, queste tre parole che tutti dicono, anche ai più poveri, anche ai più reietti? ... Iddio ti benedica!... Che cosa ti costa? Questa piccola preghiera, la più breve di tutte... dilla, dilla per lui!...".
Silenzio. Luisa non si mosse.
"Luisa. - singhiozzò disperata Chérie - pensa, pensa ai giorni di dolore che verranno per me e per lui. E non vuoi fargli un augurio? Non vuoi che Dio lo salvi e lo benedica?... Ah, Luisa, è troppo triste, è troppo crudele che nessuno, nessuno abbia mai invocato una benedizione sopra un bambino così derelitto e disgraziato!"



COMMENTO ALLA PAGINA

Annie Vivanti può qualche volta esagerare di tono, indulgere a qualche romanticheria, ma il suo stile ha sempre la freschezza della cronaca viva, un'immediatezza e una forza quasi elementari.
In questa pagina, più che mai, risaltano le qualità che anche i critici più severi le hanno riconosciuto..., una sensibilità ricca e profonda, una notevole potenza descrittiva.
La preghiera che Chérie, la madre fanciulla, rivolge a Luisa ha un toccante accento di verità.
Soltanto chi ha vissuto pienamente e profondamente, così come Annie Vivanti la visse, l'esperienza della maternità, può giungere a una espressione così trepida, commossa, autentica del sentimento materno.


VALORE DELL'OPERA

Durante la prima guerra mondiale del 1914-1918, gli eccessi commessi dagli invasori tedeschi in Belgio sollevarono dappertutto indignazione e proteste.
Il romanzo di Annie Vivanti volle essere una partecipe, commossa e poetica testimonianza di tante lacrime versate di nascosto, di un tormento che spesso il pudore impedì di confessare.
Il romanzo uscì nel 1917, col titolo latino di "Vae victis"... Guai ai vinti, le brevi e minacciose parole pronunciate anticamente dal barbaro Brenno, vincitore dei Romani..., ma la tragica vicenda di Luisa e di Chérie aveva già avuto la sua prima elaborazione nel dramma "L'invasore", scritto nel 1915 e rappresentato con grande successo.
E' una storia colma di dolore, eppure tutta vibrante di una profonda fede nella vita.
Infatti, al di sopra della vergogna, della ripugnanza e dell'orrore, trionfa il sentimento della maternità, splendidamente espresso nella figura dolcissima di Chérie, che desta simpatia e tenerezza immediata.
Nella candida Chérie, martirizzata con tanta infamia, l'istinto materno sboccia rigogliosamente e grida forte i suoi diritti..., l'amore per il figlio non ancora nato è una viva e alta protesta contro l'odio che dilania e divide gli esseri umani e cancella in loro la pietà.
Divenuta madre, Chérie non sa più distinguere tra vinti e vincitori, non sa più odiare..., e neppure le importa che il suo bambino sia il "figlio del nemico". E' soltanto il "suo" bambino..., qualcosa di puro e di innocente che Dio proteggerà.

Nelle ultime pagine del romanzo, la tragica figura di Chérie diventa un simbolo, una pura immagine poetica..., essa è la Madre, umana e divina insieme. Così la vedono gli occhio di Mirella..., così la vede Luisa, in cui l'istinto materno era stato soffocato dall'orrore. A Luisa si rivela, attraverso Chérie, la miracolosa forza di un istinto materno che nemmeno le umiliazioni più atroci riescono a spegnere.

Nasce così, da un'opera evidentemente scritta sotto l'impulso dell'indignazione e del dolore, una luminosa visione della vita, piena di gentile carità e di ottimismo.
C'è, qua e là, qualche accento un po' troppo romantico, è vero, ma non disturba, perché l'autrice non perde mai il senso della realtà.



BREVE BOGRAFIA

Annie Vivanti (1868-1942) era poco più che ventenne quando diventò di colpo celebre con un libretto di poesie, presentato in modo lusinghiero da Giosuè Carducci.
Era bionda, bella, affabile. Con quei suoi luminosi occhi "glauchi e azzurri" (così la definì il poeta) fece girare la testa perfino a Carducci, già anziano quando la conobbe.

Nata in Inghilterra, da padre italiano e madre tedesca diceva che il suo paese era tutto il mondo. Sempre irrequieta, viaggiò moltissimo, in ogni continente.
Ciò non le impedì di essere una madre tenerissima per la figlia Vivien, nata dal suo matrimonio col patriota e irredentista John Chartres, col quale fu sempre affettuosamente solidale.
Annie Vivanti era squisitamente donna, in quel suo modo prepotente di affermare la propria femminilità..., per questo i suoi romanzi hanno un fascino tutto particolare, che il tempo non ha guastato.


ALTRE OPERE

I DIVORATORI (1911) - E' il primo romanzo importante, scritto dopo l'esperienza della maternità. "Divoratori" sono i figli, che si prendono tutte le cure e i pensieri della madre.

CIRCE (1912) - E' l'affascinante biografia della principessa Tarnowska.

ZINGARESCA (1918) - Piacevolissima raccolta di articoli e bozzetti, in cui l'autrice narra le varie e numerose esperienze della sua vita nomade.


VEDI ANCHE . . .

ANNIE VIVANTI - Vita e opere



mercoledì 11 febbraio 2009

KARL JASPERS


Con Karl Jaspers (Oldenburg, 23 febbraio 1883 - Basilea, 26 febbraio 1969) è scomparsa, a poche settimane da Karl Barth, un'altra di quelle grandi figure di pensatori di lingua tedesca che nel periodo fra le due guerre esercitarono una notevole influenza sugli orientamenti della cultura europea.

Cresciuto e formatosi nella prospera, gerarchizzata e ben ordinata (con un ordine da caserma) Germania guglielmina, il filosofo di Oldenburg non riuscì mai a superare il trauma provocatogli dal crollo di quel mondo "ordinato e garantito", e si fece banditore di quel pessimismo irrazionalistico che, "detto dalla cattedra", nei salotti intellettuali e nei caffè a partire da Nietzsche e da Dilthey fino a Heidegger e Jaspers, sarebbe poi stato trasferito sulle piazze da Hitler e Rosenberg" (il virgolettato è di Lukàcs).

Molto bene, nella sua opera sull'irrazionalismo posthegeliano, Geörgy Lukàcs ha riconosciuto quel processo di progressiva abdicazione del pensiero borghese che sarebbe approdato alla "filosofia del naufragio"...

"L'epoca dura e densa di fatali cambiamenti della prima guerra mondiale imperialistica e il periodo delle sue conseguenze modificano fortemente la disposizione di spirito [degli intellettuali borghesi].
La tendenza soggettivistica rimane, ma il suo tono fondamentale, la sua atmosfera è del tutto cambiata. Il mondo non è più il palcoscenico ricco di vicende sul quale io, in abiti sempre nuovi e cambiando a suo piacere le quinte, possa recitare le sue proprie tragedie e commedie interiori. Esso è diventato un cumulo di rovine. Nel periodo prebellico si poteva nobilmente criticare dal punto di vista della filosofia della vita quanto vi è di meccanico e di rigido nella civiltà capitalistica. Era un innocente e non pericoloso esercizio, poiché la realtà sociale sembrava sussistere incrollabile e garantire in modo sicuro l'esistenza del soggettivismo parassitario.
A partire dal crollo del regime guglielmino il mondo sociale è diventato poco rassicurante per questo soggettivismo; la rovina del mondo che questo soggettivismo critica continuamente, ma che è alla base della sua esistenza, appare minacciosa da ogni parte. Non vi è più nulla di solido, nessun punto di appoggio. E nel deserto sta l'io solo in angoscia e tormento".


JASPERS E IL NAZISMO

Di fronte ai grandi rivolgimenti politici e sociali di quel tempo Jaspers (e Heidegger) si fa l'interprete, con la sua filosofia, di quello stato d'animo di disperazione diffuso in vasti ambienti della borghesia tedesca e particolarmente tra gli intellettuali.
Dopo il carnevale dell'esaltazione superoministica e imperialistica nicciana è "il mercoledì delle ceneri del soggettivismo parassitario".

Il mondo oggettivo è per Jaspers un alcunché di irrigidito, di morto, un "guscio" che impedisce il sorgere delle forze che cercano dinamicamente il senso dell'esistenza nel futuro, in un'esperienza da esse stesse voluta.
Queste forze sono per il filosofo gli individui che si sono "interiorizzati" e si fondano unicamente su se medesimi. Il "reale" consiste per Jaspers soltanto nell'interiorità, nella propria anima, nell'atteggiamento dell'individuo completamente isolato che conserva l'"esistenza".
Ma l'"io interiorizzato" si scontra di continuo con la "realtà che ci coarta" (la morte, il dolore, la lotta e il contrasto, le situazioni determinate e finite) che lo conduce allo scacco, al naufragio.
La presa di coscienza di questo naufragio eleva l'uomo al di sopra del mondo e al di sopra di se stesso, e gli consente di entrare in contatto con la "trascendenza", che è una sorta di Dio cioè non personale ma molto vago e indefinito.

In un mondo in movimento dove compito di ogni uomo era quello di prendere chiaramente posizioni assumendosi precise responsabilità, Jaspers si impegnò a fondo per mettere in evidenza la mancanza di senso di ogni azione umana in questo mondo.
Come ha notato Lukàcs, con questa filosofia che ebbe una notevole influenza in Germania negli anni della repubblica di Weimar, "le eventuali tendenze alla rivolta vengono stroncate e la reazione aggressiva riceve un aiuto negativo tutt'altro che trascurabile.
Il fascismo deve non poco alla filosofia di Heidegger e di Jaspers se poté educare gran parte dell'intellettualità tedesca a una neutralità più che benevola".

Certo Jaspers non può essere identificato totalmente con Heidegger che al nazismo aderì attivamente e che già nell'autunno del 1933 guidò insieme al chirurgo Sauerbruch e allo storico dell'arte Pinder, 960 professori universitari a dichiarare pubblicamente il loro appoggio a Hitler e al regime nazista. (Come non può essere assimilato a Karl Barth che del nazismo fu aperto oppositore e che nel secondo dopoguerra è stato critico del sistema occidentale e avversario delle guerre imperialistiche.


AL SERVIZIO DELLA GUERRA FREDDA

All'indomani della seconda guerra mondiale, Jaspers forte del suo "otium cum dignitate", si è precipitato ala ribalta per fare il bilancio del disastro nazionale e per assumere impegni e proponimenti per il futuro a nome suo e di altri intellettuali tedeschi. In questa occasione il filosofo dell'"io interiorizzato" ha fatto appello alla solidarietà umana sostenendo che"la libertà esiste soltanto in quanto tutti sono liberi".
Già Galvano della Volpe aveva messo in evidenza la contraddizione tra queste posizioni "democratiche" e le posizioni apertamente "elitarie", antidemocratiche che il filosofo aveva assunto in passato e che aveva "sistematizzato" in un suo libretto del 1933.

Queste aperture sono state però di breve durata ché ben presto il vecchio "soggettivista parassitario" ha trovato la sua collocazione ideale nel "mondo libero" di cui si è fatto autorevole apologeta, da un punto di vista, se possibile, ancora più regressivo in quanto non ha mancato di elevare lamenti sui pericoli che corre la civiltà occidentale ora che sempre più "l'aristocrazia degli intelligenti e dei savi si va restringendo".

Definendo "lo scopo della filosofia di oggi", Jaspers ha sostenuto che "le due potenze (USA e URSS) che ora regnano sul globo sono il mondo libero e il mondo del totalitarismo... Da un lato vi sono le possibilità offerte dalla libertà..., dall'altra il controllo assoluto da parte di una sola mente; da un lato la ricerca, la discussione e la lotta costante fra spirito e materia..., dall'altro la cosiddetta conoscenza totale e le macchinazioni dell'intrigo; da un lato l'iniziativa individuale entro i limiti del possibile..., dall'altro la pianificazione totale senza riconoscimento di alcun limite; da un lato la varietà confinante con l'anarchia..., dall'altro l'uniformità confinante con l'organizzazione dello Stato-formica composto da esseri umani non più considerabili in se stessi ma divorati, quasi fossero una sostanza di valore pressoché indifferente, dal partito, dalla burocrazia, dalla polizia e dall'esercito". E, poiché gli esseri umani dei "paesi totalitari" non erano più "considerabili in se stessi", il nostro caro filosofo è giunto a consigliare ai governanti occidentali di bombardare preventivamente le basi atomiche cinesi finché si era in tempo (lui che aveva scritto un grosso tomo di 1.000 pagine sulla bomba atomica e sui suoi pericoli per l'umanità).

Il suo anticomunismo viscerale non è servito tuttavia a dargli quel ruolo di "maestro" al quale aspirava, ed egli ha lasciato la Germania Occidentale per prendere la cittadinanza svizzera in una sorta di esilio ovattato caratterizzato da un oblio sempre più diffuso dal quale, per un momento, lo ha tratto la morte, anche se, come è stato scritto, per la storia della cultura egli era già morto da tempo.


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giovedì 15 gennaio 2009

GENTE SENZA STORIA (Ordinary People)- Judith Guest



GENTE SENZA STORIA
(Ordinary People)

Judith Guest

Mondadori Editore

Collana - Narrativa Straniera

Anno - 1986

Pagine - 278




Il primo romanzo di Judith Guest, una casalinga americana che evidentemente gode di una situazione privilegiata se trova il tempo per scrivere, è stato a lungo nelle classifiche dei best sellers in America de è stato tradotto in molte lingue.

E' la storia di una famiglia media americana, che l'autrice ha saputo raccontare con efficacia, perché è attratta dallo studio dei rapporti interpersonali e, come ebbe a dire in un'intervista, durante la presentazione di questo libro, per lei... "la famiglia è il luogo ideale per studiarli e per studiare la mancanza di comunicabilità, che è un tipico problema di questi tempi...".

Protagonista è un giovane, Conrad, alle prese con dei problemi più grossi di lui, tanto da arrivare a tentare il suicidio.
Ma procedo con ordine.
La causa del suo trauma psichico è il ricordo di Buck, suo fratello maggiore e suo migliore amico, morto i un incidente di barca sei mesi prima che Conrad, l'unica persona che si trovava con lui sulla barca, si chiuda in bagno con un pacchetto di lamette.
Dopo aver trascorso otto mesi in ospedale psichiatrico, Conrad ritorna in famiglia, ma non riesce più a legare né con i vecchi amici né con i genitori, che lo tengono sotto costante sorveglianza.
Solo Berger, uno psichiatra poco ortodosso, riuscirà a dargli una mano, perché è saggio, arguto, spiritoso.
Presto Conrad non vive che per andare agli appuntamenti con Berger, che è diventato il punto focale della sua esistenza.
C'è anche una ragazza, Jeannine.
Innamorandosene, Conrad si accorge di sentirsi ancora forte e necessario.

Se la vicenda si limitasse al recupero psicologico del ragazzo, la morale sarebbe troppo facile.
Invece Judith Guest vuole dimostrare come i genitori di Conrad siano alla fine più fragili del figlio.
Infatti le loro tragiche vicissitudini, invece di unirli maggiormente, hanno portato all'esasperazione tutte le normali ambivalenze della vita in famiglia: l'amore e il risentimento, il terrore e l'esaltazione, la colpa e il perdona.
La madre è quella che ne risente di più.
Convinta che il marito prenda le parti del figlio contro di lei, decide di partire per un viaggio a scadenza indeterminata.

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