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martedì 21 maggio 2013

CULTURA E IDEOLOGIE NEL PRIMO NOVECENTO (Culture and ideology of early Twentieth Century)

Guttuso - Fuga dall'Etna
   
 CARATTERI GENERALI

Nessun secolo nuovo fu mai accolto, nella storia, con l'entusiasmo riservato al Novecento. Per quanto i decenni che I'avevano preceduto non fossero stati precisamente idilIiaci, pur tuttavia l'Europa nel suo insieme non era stata sconvolta da guerre generali. Lo sviluppo delle industrie e dei consumi, un innegabile miglioramento delle condizioni di vita, l'incessante evoluzione della scienza e della tecnica, tutto si riassumeva in una parola che da sola apriva gli animi alla speranza di un futuro ancora migliore: progresso.

Un ottimismo non ingiustificato, del resto, per chi si apprestava a festeggiare la nascita del nuovo secolo: nessuno avrebbe potuto infatti prevedere che nel volgere di soli quindici anni il mondo sarebbe precipitato nel baratro della guerra, e avrebbe vissuto uno dei momenti più tragici dell'intera sua vicenda.

Certo, il passaggio del capitalismo dalla libera concorrenza al monopolio, l'avvento minaccioso dell'imperialismo e dell'epoca colonialista, col loro triste bagaglio di violenze ai danni di popoli inermi, avrebbero potuto far sorgere dei dubbi sulle sorti, a breve scadenza, di quella che fu definita l'età felice, la I'belle époque. E però i fatti stavano, al momento, a giustificare la visione di un progresso sicuro e tranquillo sul piano economico (con I'attenuazione degli scontri di classe e l'allontanamento dello spettro della rivoluzione) ed esaltante su quello della conoscenza, della cultura, degli ideali.

Basti pensare alla enorme portata culturale della rivoluzione scientifica che maturò in quegli anni e al ribollire di idee e di orientamenti nuovi che caratterizzò la cultura del tempo. Una cultura il cui obiettivo principale fu quello di operare una rottura netta con la filosofia del positivismo, dominante negli ultim
i decenni dell'Ottocento.


 
Karl Marx

   
Contro il positivismo si mossero non solo le correnti che si richiamavano alle dottrine di Hegel e soprattutto di Marx (quest'ultima divenuta ormai materia viva di scontro politico, oltre che ideale), ma anche nuove filosofie che attaccavano il vecchio modo di pensare, accusandolo di aver ridotto entro i limiti di aride e immutabili leggi, la complessa realtà della natura, negando ogni valore alla volontà e all'azione umana.
   
Antonio Labriola

  
In Italia - ma con un'opera che travalica i confini nazionali per affermarsi a livello europeo - Antonio Labriola (1843-1904) porta la sua critica al positivismo, riaffermando la validità delle concezioni marxiste nella loro più autentica interpretazione. Ancora in Italia, Benedetto Croce, già seguace del Labriola, sollecita il ritorno alla filosofia di Hegel, proponendo una nuova visione della storia. Per Croce, tutta la realtà deve essere intesa come storia (storicismo assoluto) ovvero come prodotto dello spirito umano (idealismo).
  
 Henri Bergson
  
Assertore di nuovi orientamenti filosofici, in senso antipositivistico, fu il francese Henri Bergson (1859-1941), per il quale la realtà sta nello svolgersi, nel divenire del la vita, che è creazione continua, "slancio vitale". Una tale realtà può essere appresa solo mediante l'intuizione, poiché l'intelligenza - e quindi la scienza - ci offre di essa un'immagine frammentata, parziale, utile per i nostri scopi pratici ma incapace di renderne l'intima essenza.
    

William James
    
Per l'americano William James (1842-1910) sono l'esperienza, la volontà, l'azione che hanno, in sé, valore di verità in quanto servono a costruire un mondo ancora incompleto, irrealizzato. Questa filosofia prese il nome di pragmatismo p€er l'importanza che essa riserva al "fatto" (pragma), all'azione.
   
Friedrich Nietzseche

   
Una particolare corrente di pensiero, destinata a incidere in maniera rilevante nelle coscienze del tempo, fu quella che prese le mosse dalla filosofia del tedesco Friedrich Nietzseche (1844-1900), fondata sulla esaltazione della forza e della volontà di potenza. Espressione di un estremo romanticismo, segno, a suo modo, della crisi che stava per investire la cultura e l'intera società europea, la filosofia di Nietzsche poneva in primo piano il ruolo che nella storia appartiene non ai fatti, ai processi oggettivi, ma al soggetto eccezionalmente dotato, al superuomo, capace di sottrarsi ad ogni regola convenzionale, di porsi al disopra di qualsiasi principio morale e di utilizzare spregiudicatamente, ai suoi fini, la forza delle masse da lui stesso dominate. Tale concezione, che aveva al suo sorgere valore di rivolta contro la morale e il comportamento borghesi, doveva alla fine esser fatta propria dalle forze più reazionarie della borghesia, quale supporto ideologico dell'espansione coloniale e della guerra prima, del fascismo poi.
   
George Sorel 

   
La forza di penetrazione di questa dottrina - definita irrazionalista - fu tale che perfino il pensiero socialista ne fu in qualche modo influenzato. Le idee di George Sorel sullo sciopero generale come arma rivoluzionaria, sulla violenza delle masse, sul diritto di alcune minoranze d'avanguardia ad affermare la propria egemonia sulle grandi moltitudini umane, altro non sono che riflessi delle teorie irrazionaliste. Va rilevato, per inciso, che quanti ebbero a sostenere con convinzione tali idee finirono ben presto col ritrovarsi a fianco dei nazionalisti, cioè con Ie forze dell'estrema destra dello schieramento politico.

E il nazionalismo - componente ideologica, come abbiamo visto, dell'imperialismo moderno - rappresentò la bandiera della controffensiva che le classi conservatrici scatenarono, di fronte all'estendersi del movimento dei lavoratori e dei loro partiti.

Scrive Io storico Rosario Villarir:

"All'internazionalismo socialista, e agli ideali umanitari di collaborazione tra i popoli, i nazionalisti contrapposero l'idea della lotta tra Ie nazioni come strumento necessario di progresso; al principio della solidarietà sociale (che ispirava la legislazione protettiva del lavoro e le riforme democratiche) l'individualismo e il disprezzo del popolo; al sistema parlamentare una concezione autoritaria e dittatoriale del potere che oscillava tra le forme monarchico-assolutiste dell'antico regime e il modello napoleonico. 
Come alternativa popolare al principio socialista della lotta di classe, i nazionalisti proposero l'esaltazione esasperata dei valori nazionali e patriottici, la lotta fra le nazioni, il razzismo.
L'affermazione del diritto delle razze superiori a dominare i popoli arretrati apparteneva già alla pratica e alla teoria del colonialismo: ad essa si aggiunse la difesa della purezza della razza, che diede un nuovo fondamento ideologico all'antisemitismo (odio razziale contro gli ebrei) e nuova materia alle discriminazioni e ai contrasti etnico- razziali all'interno del mondo evoluto e della stessa Europa....
L'esaltazione della guerra fu infine iI tema centrale dell'ideologia nazionalista, il più adatto a esprimere in tesi tutte le sue componenti autoritarie, eroiche, irrazionaliste, antiumanitarie ed estetizzanti. Su questo terreno avvenne l'incontro tra l'ideologia nazionalista, il conservatorismo tradizionale e la spinta imperialistica del capitalismo giunto alla fase della esasperata concorrenza economica fra le nazioni; e fu proprio per questa convergenza che iI movimento di idee, che era apparso all'inizio come farneticazione di letterati decadenti in cerca di popolarità, si trasformò in concreta forza politica eversiva".


Forza politica che trovò spazio e momenti di aggregazione in tutta Europa. In Francia si era organizzata attorno al gruppo dell'Action française, diretto da Charles Maurras (1868-1952); in Italia attorno alla rivista Il Regno, diretta da Enrico Corradini (1865- 1931) e che si giovava della collaborazione di letterati quali Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Giuseppe Prezzolini. Per i nazionalisti italiani l'alternativa alla democrazia borghese - alla Italietta giolittiana - e, soprattutto, allo "ignobile socialismo", era il ricorso alla guerra affinché l'Italia, nazione proletaria, potesse imporre i propri diritti alla espansione e alla conquista di nuovi spazi vitali.

Sotto la pressione della politica imperialistica delle grandi potenze, in un fermento di idèe irriducibilmente contrapposte, la belle époque si avviava al suo funesto epilogo.


La letteratura del decadentismo

L'avvento dell'epoca dell'imperialismo portò dunque a un capovolgimento di quelli che erano stati i grandi ideali del XIX secolo, aprendo nella cultura europea una crisi di ampie dimensioni. Una crisi che nel campo specifico della letteratura assunse un insieme di caratteri non del tutto omogenei ma che possono ricondursi sotto la comune definizione di decadentismo.
  
Arthur Rimbaud 


   

Paul Verlaine
   
Stephane Mallarmé
  
Questo termine - come molti altri nel passato (barocco, romanticismo, impressionismo, ecc. ) - fu coniato per esprimere una valutazione negativa: esso sintetizzava la critica mossa da certi ambienti letterari francesi all'opera di alcuni scrittori i quali, per tutta risposta, crearono attorno al 1880 un raggruppamento che chiamarono, in segno di sfida, decadente. Si trattava di Jean Arthur Rimbaud (1854-1891), Paul Verlaine (1844-1896), Stephane Mallarmé (1842-1898), fondatori e insuperati interpreti di questo nuovo indirizzo della letteratura europea. (Nota a fondo pagina).
  

Charles Baudelaire
    
Un indirizzo che nonostante il suo nome non testimonia certo di un periodo di decadenza artistica, bensì di una fase di particolare travaglio della cultura continentale sottoposta alle laceranti sollecitazioni di una società in grave fermento.

Vediamo, in sintesi, gli elementi peculiari del decadentismo:
 
1) rottura col passato o, per lo meno, esaltazione di quanto di nuovo veniva proponendosi rispetto alla tradizione...

2) disprezzo e rifiuto delle abitudini, dei modi di pensare, delle leggi della società del tempo, così come essa era organizzata (rifiuto cioè della morale borghese)...

3) esaltazione dell'individualismo sia in senso attivo (l'uomo forte, destinato ad emergere dalle masse e dominarle), sia passivo, come espressione della totale solitudine dell'uomo e della sua incapacità di comunicare con gli altri, con Ia società...

4) culto della violenza, tanto collettiva (Ia guerra) che individuale (il dominio del superuomo)...
 
5) evasione dalla società...  

6) totale sfiducia nella scienza e nella ragione umana, incapaci a comprendere la realtà, che può essere colta, soggettivamente, solo dall'artista...
 
7) rifiuto di qualsiasi tecnica o regola letteraria basata sulla logica e continua invenzione di tecniche e forme che, proprio per non essere logiche, possono consentire di cogliere, mediante la forza della suggestione, quegli aspetti della realtà che la ragione non potrà mai conoscere.
    
 Edgar Allan Poe 
  
(NOTA) Poeti di altissima levatura, essi ispirarono la loro opera a quella geniale e rinnovatrice di un altro grande della poesia d'ogni tempo, il francese Charles Baudelaire (1821-1867), che insieme all'americano Edgar Allan Poe (1809-1849) deve essere considerato l'iniziatore della letteratura moderna.


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mercoledì 4 agosto 2010

I FIORI DEL MALE (The Flowers of Evil - Les Fleurs du mal) - Charles Baudelaire




Charles Baudelaire nacque a Parigi il 9 aprile 1821.
Proveniva da un ambiente borghese agiato, ma la sua prima formazione non fu molto felice: mortogli infatti il padre quando egli era ancora giovanissimo, la madre, ben presto risposatasi con un militare di carriera entrato nella diplomazia, ne abbandonò l'educazione a tutori non sempre solleciti della formazione spirituale del giovane, che crebbe scontroso e malinconico nei collegi di provincia ove iniziò i suoi studi, portati a termine a Parigi.
Vagamente destinato alla carriera legale, il giovane Charles manifestò ben presto accanto ad una indubbia vocazione letteraria una propensione invincibile per la vita sregolata, la frequentazione di ambienti artistici d'avanguardia e tutta quella serie di abitudini e di costumi che si è convenuto di raggruppare sotto il nome di "bohémiens".
Anche per sottrarlo alle influenze dell'ambiente che si era creato, il patrigno pensò inviare il giovane Charles a compiere un grande viaggio in Oriente, nel 1841, allorché il giovane compiva appena i venti anni.
Da questo straordinario viaggio, molte circostanze del quale restano tutt'ora misteriose - egli non giunse mai a Calcutta, dove pure era diretta la nave su cui si imbarcò -, Baudelaire doveva riportare tutto un patrimonio di immagini esotiche, di cui ritroviamo tracce nel suo capolavoro, che egli andava lentamente elaborando.

Come è accaduto per molti grandi poeti, Baudelaire deve ad un unico libro il posto eccezionale che si è assicurato non solo nella storia della letteratura francese, ma nella storia dello spirito umano: "I Fiori del male", che apparvero in volume nel 1857.
La grande novità della sua poesia e il carattere estremamente ardito di alcune immagini parvero offendere i benpensanti, sì che al poeta e al suo editore fu intentato un processo: ma l'eccellenza del genio del poeta non tardò ad imporsi e dal tempo della loro pubblicazione sino ai giorni nostri "I Fiori del Male" hanno conosciuto, si può dire, un successo sempre crescente.
Il grande merito di Baudelaire è di aver definitivamente annesso al regno della poesia il dominio oscuro del fondo dell'animo umano, ove le passioni e i sentimenti si muovono allo stato quasi inespresso, dove è dato di raggiungere la terribile complessità dell'animo dell'uomo e di conoscerne i misteri e la contraddittoria grandezza.
Grazie alla poesia, suprema liberatrice, l'anima esala questo suo fondo oscuro e peccaminoso e si ritrova purificata sulla soglia della grazia e della suprema salvezza.

Baudelaire, che ha inoltre il merito di aver per primo fatto conoscere al pubblico francese il grande scrittore americano Edgar Poe, verso il quale lo spingevano indubbie affinità di pensiero e di sensibilità, non parve saper più ritrovare lo stato di grazia che aveva reso possibile la composizione del suo capolavoro: la sua successiva produzione sembra rispecchiare anche le sue amarezze e il suo declino, che fu rapido e triste.
La rovina finanziaria lo colpì infatti nel 1861, ed egli morì pochi anni dopo, nel 1867, a soli quarantasei anni di età, dopo essersi trascinato irrequieto e scontento tra Parigi e Bruxelles senza ritrovare mai il suo equilibrio.



CANTO D'AUTUNNO *

* Presto saremo immersi nelle fredde tenebre; addio, vivida luce delle nostre estati troppo brevi!
Odo già risonare i funebri colpi della legna che cade sul selciato dei cortili.
Tutto l'inverno sta per rientrare nel mio essere; collera, odio, brividi, orrore, fatica dura e forzata, e, come il sole nel suo inferno polare, il mio cuore non sarà più che un rosso e gelido masso.
Io ascolto fremendo ogni ceppo che cade; non ha eco più sorda il patibolo quando viene innalzato.
Il mio spirito è simile alla torre che crolla sotto i colpi dell'ariete instancabile e pesante.
Cullato da questi colpi monotoni, mi pare che qualcuno inchiodi in fretta una bara.
Per chi? Ieri ancora era estatel ecco l'autunno!
Il misterioso rumore risuona come una partenza".

COMMENTO

Il poeta canta l'approssimarsi dell'autunno: ma questo semplice motivo é al tempo stesso spunto per più gravi pensieri, occasione di una più sottile inquietudine.
L'autunno è l'annuncio dell'inverno - ma l'inverno per lo spirito è il freddo periodo della consapevolezza e del rimorso.
Ed ogni più lieve stimolo esterno - la luce che si attenua, il risuonare dei ceppi spaccati dall'accetta - sembra sviare il pensiero verso riflessioni drammatiche e cariche di mistero: una bara, la partenza, la morte....
I colpi sono "funebri" sono le sensazioni che si risvegliano nell'animo del poeta.
Il rumore sordo della legna che sotto i colpi dell'accetta cade in pezzi sul selciato assume un valore simbolico e sembra richiamare l'immagine di qualcosa che crolla e si infrange: una rovina gigantesca e lontana, le cui esatte dimensioni si perdono nel sogno poetico..
Ma quasi a sollevare tanto chiuso e consapevole dolore ecco il guizzo finale: "ieri ancora era estate!" - quindi la poesia si chiude sulla sua nota vera, placata, di malinconico rimpianto della vita che fugge e della bellezza che finisce.



LA CAMPANA INCRINATA *

* Le notti d'inverno, accanto al fuoco che palpita e fuma, é amaro e dolce ascoltare i ricordi lontani lentamente salire al suono delle campane che cantano nella nebbia. .
Beata la campana dalla gola vigorosa, che a dispetto della vecchiaia, a vivace e sana, lancia fedelmente il suo grido religioso come un vecchio soldato che vigila sotto la tenda.
Io sento la mia anima fendersi e, spesso, quando essa vuole popolare dei suoi canti le notti fredde, la sua voce fievole sembra il rantolo greve di un ferito - dimenticato sulla riva di un lago di sangue io sotto un mucchio di morti - che muore, immobile, in uno sforzo immane".

COMMENTO

Nella lunga serata invernale i ricordi si affollano allo spirito del poeta, evocati dal suono mesto delle campane.
E viene con loro, insidioso, il rimorso - che ha, questa volta, un tono nettamente religioso.
Il pensiero della vecchia campana rimasta fedele al suo dovere suggerisce la consapevolezza della propria infedeltà, e il senso di impotenza che prende il poeta rimanda alla terribile realtà dell'espiazione.
Quindi gli ultimi versi, che rappresentano uno dei vertici dell'arte baudeleriana, in cui esplode la tragica consapevolezza della propria condizione di peccato: il poeta è solo - ma il simbolo potrebbe agevolmente estendersi all'umanità tutta - schiacciato sotto il peso delle proprie colpe, attendendo una luce di cui non intravede il più lontano bagliore....



MOESTA ET ERRABUNDA

La poesia incomincia col motivo abituale dell'evasione: fuggire dal piccolo e soffocante mondo delle nostre passioni, verso il vasto mare, verso le emozioni grandi ed eterne della vita!
Ma interviene subito, a sollevare la banalità di uno spunto troppo sfruttato dalla poesia di ogni tempo, un tono nuovo, fresco e primaverile: il ricordo dell'infanzia.
Ed è come un bagno di purezza: ritornano le parole sussurrate, i sentimenti minimi, le gioie puerili ed indimenticabili, in uno scenario cui la lontananza dà magici riflessi di fiaba: ritorna in tutto il suo fascino un mondo ormai morto e che solo l'arte sa far rivivere, in eterno.
E di fronte a tanta bellezza, anche il rimpianto del poeta sembra addolcirsi: per una volta, si direbbe, gli sorride la speranza, di ritrovare un giorno il suo paradiso perduto....


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