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martedì 3 dicembre 2013

GIUSEPPE MASSARENTI - Le lotte sindacali di Molinella (The trade union struggles of Molinella)

   
GIUSEPPE MASSARENTI

"Vergini erano i coloni di Molinella, puri nelle intenzioni e nei propositi della lotta. Sicuri della giustizia che li proteggeva intrapresero il loro piccolo reclutamento per difendere i loro più elementari interessi della vita minacciati da tempo dall'ingordigia degli agrari senza scrupoli e senza coscienza che si erano asserragliati nelle loro istituzioni privilegiate, protette dalle autorità politiche, giudiziarie, militari. Voi, soli, abbandonati da tutti, incontraste per caso lungo la via un caporaluccio dell'organizzazione sindacale socialista del Partito Internazionale dei lavoratori, al quale chiedeste modestamente e timidamente un consiglio per riordinare la vostra difesa contro la spregiudicatezza dei vostri avversari che marciavano all'assalto per la conquista degli ultimi vostri diritti all'esistenza colonica. Non più il mezzadro compartecipe del lavoro e del raccolto, non più il socio lavoratore illuminato dall'esperienza nello sforzo quotidiano) non più il compartecipe dell'integrità del fondo, ma Io schiavo senza diritto di parola, di discussione, di appello e senza libertà di scelta né del fondo né degli acquisti, né delle vendite: lo schiavo che era sottoposto unicamente alla legge della volontà del padrone. Senza limiti e senza discussioni bisognava servire e tacere. Il piccolo caporaluccio vi diede umanamente alcuni consigli, vi insegnò i primi elementi della difesa e vi incoraggiò nella lotta assicurandovi che se non aveste saputo sprigionare le energie necessarie della resistenza, voi sareste stati ingoiati dalle balene agrarie. Il consiglio trovò terreno adatto, germogliò e fruttificò nei vostri animi, si propagò e si raddoppiò in forza col concorso di molti buoni e arrivaste felicemente alla preparazione della difesa che trovò il suo culmine nella impostazione nella pretesa della rinnovazione del patto colonico che costò tanti sacrifici e tanti dolori a molti di voi, ma che portò a quel risultato che il piccolo caporaluccio passante vi aveva indicato".

Così scrive, Giuseppe Massarenti, rivolgendosi ai mezzadri di Molinella il 26 dicembre 1945, rievocando il periodo delle lotte contadine, che investirono Molinella ed il bolognese fra il 1908 e il 1920, e collocando la sua opera in quell'epica stagione. 
Si autodefinisce un "caporaluccio" e modesto consigliere, ma, come vedremo, nell'arco di più
decenni è la guida della "lega" più compatta di lavoratori che abbia mai contato una qualsiasi contrada d'Italia. 
Ma Massarenti, che si inserì nella storia delle lotte sociali attorno al 1884 è, oltre che dirigente dei mezzadri, soprattutto il capo delle masse bracciantili, degli scariolanti e delle mondine, della "bassa bolognese".

Massarenti, figlio di una robusta famiglia contadina di Molinella, nasce l'8 aprile 1867, da Petronio e da Celestina Andrini.
Divenuto un giovanotto frequenta I'Istituto Tecnico a Bologna, manifestando spiccata propensione allo studio della matematica.
Mentre i suoi professori propendono perchè si addottori in matematica pura, egli sta scegliendo una nuova strada, quella di dedicarsi alla trasformazione del mondo contadino che lo circonda, un mondo pieno di stenti e miseria, di analfabetismo, di malaria, di pellagra.

Questo il quadro delle condizioni dei lavoratori, tratteggiato in una relazione dell'Inchiesta Agraria, nel 1881:

"La carne entra di rado nell'alimentazione, e anche le leguminose, che fino a un certo punto vi possono supplire, non sono usate in larga misura... il frumento si consuma in iscala di molto inferiore al granoturco, il quale anche nelle alimentazioni meno povere suole in complesso prevalere di una metà al frumento.... l'olio e il sale che si hanno sempre da comprare sono assai scarsi. Il sale soprattutto patì in molti luoghi grande diminuzione per causa eziandio della tassa del macinalo, la quale assorbì parte dei mezzi prima disponibili pel suo acquisto... Rispetto alle classi, resta da mettere in rilievo la mostruosa differenza in peggio dell'alimentazione dei giornaliero. Questo di regola mangia sott'ogni aspetto malissimo; ma non egualmente tutto l'anno. Di vero, nel tempo dei lavori, e di certi specialmente, il suo vitto diventa discreto e possibile, dacchè il proprietario che lo impiega suol dare a completamento di salario, il vinello che, per quanto infimo, è confortante più dell'acqua, e il contadino che lo prende a sussidio vi aggiunge parte del vitto. Ma nei tempi di ozio obbligato la penuria sta proprio alla porta e con essa il patimento. Tant'è che parecchie risposte descrivono il vitto del bracciante con la seguente durissima formula: "polenta e acqua". Quanto alla abitazione del giornaliero, la nota diventa proprio dolorosa. Pel giornaliero sono le case più cadenti, più luride, più antigieniche... l'età media è di anni 35 e mesi 6, la mortalità del 2,94 per cento, che l'abuso di granoturco, massimo se avariato, è causa della diffusione della pellagra".

Stimolo ulteriore alle decisioni dello studente, diciassettenne, sono anche i primi segni di una svolta. Sollecitata dalla propaganda socialista che ha invaso le campagne nel 1882, per le elezioni a suffragio allargato, inizia infatti, la riscossa delle plebi rurali. E nel novembre 1883, proprio in.frazione S. Martino di Molinella, si registra un primo clamoroso sciopero di 300 braccianti che per dieci giorni si astengono dal lavoro reclamando un aumento di salario.

Dopo aver scelto di diplomarsi in ragioneria Massarenti si pone assiduamente a ricercare le forme adeguate per la condotta di una lotta che urge sempre di più (e solo più tardi, nel 1893, si laureerà in farmacologia).
Mentre gli scioperi agrari si susseguono a Molinella (nel 1886, nel 1887, nel 1890, nel 1891), e anche nelle plaghe limitrofe, Massarenti s'impegna sempre più nella battaglia per la redenzione sociale.

A venticinque anni, in rappresentanza della Lega Democratica molinellese, partecipa a Genova al Congresso delle forze operaie e socialiste, che si apre il 14 agosto 1892, e, il giorno dopo, è alla Sala dei Carabinieri Italiani, dove viene fondato il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani
Al ritorno, con alcuni compagni, organizza la Sezione Socialista molinellese che conta, nei primi tempi, 10  iscritti in tutto. Sul far dell'inverno promuove il sorgere della Lega di Resistenza
Ormai è tutto dedito a creare per i lavoratori della terra gli strumenti per la loro liberazione dallo sfruttamento, dalla miseria, dalle malattie, "in una situazione primitiva nella quale tutti gli elementi morali, materiali, politici richiesti per sostenere le lotte bisognava trovarli, inventarli, suscitarli nell'animo dei lavoratori che ancora non capivano, non sentivano il bisogno e l'urgenza di esserne in possesso per sostenere l'urto degli avversari accaniti e incondizionatamente protetti dalle classi dirigenti".

La prima piattaforma organica dell'azione viene fissata a Molinella in un convegno a cui, il 28 febbraio 1893, partecipano circa 1.000 braccianti, dove vengono formulate tre rivendicazioni da avanzare al padronato: giornata di otto ore..., salario differenziato per singoli lavori e per sesso..., scelta dei lavoratori da parte delle organizzazioni e non dai padroni. 
Nel corso dello stesso 1891 e negli anni che seguono, attraverso scioperi compatti e duri, condotti in ogni stagione agraria, sfidando l'intervento poliziesco e combattendo i crumiri; con lo sciopero imponente del 1897, durato 60 giorni, ed, alfine, vittorioso, i lavoratori di Molinella guidati dai socialisti e da Massarenti, infrangono "per primi le vecchie consuetudini affermando nel fatto concreto della tariffa e degli orari prestabiliti, il diritto di organizzazione e di resistenza proletaria, il diritto di vendete la propria merce lavoro alle migliori condizioni possibili, il diritto di evitare la concorrenza fra i lavoratori, il diritto di trasformare in cittadini liberi, onesti e laboriosi i vecchi servi della gleba".

Frattanto Massarenti, ha creato un nuovo strumento da affiancare alta Lega di Resistenza: la cooperativa di consumo. L'ha fondata, col concorso di altri otto soci e con un capitale totale di 90 lire. Tuttavia, sviluppandosi, la cooperativa è divenuta il secondo pilastro essenziale della lotta bracciantile, lo strumento per cementare l'unità e la capacità di resistenza dei lavoratori. Non a caso, quando si scatenala reazione, nel 1898, alle persecuzioni ed agli arresti dei lavoratori s'accompagnano gli scioglimenti della Lega e della Cooperativa.

Nel 1899, e poi nel giugno e nell'agosto 1900 gli scioperi si ripetono sia per ripristinare condizioni precedenti, sia per fare avanzare nuove conquiste. Le agitazioni assumono dimensioni mai raggiunte; un rappresentante degli agrari scrive "la piccola terra di Molinella sembra ambire il primato, quale fucina degli scioperi, ed antesignana della lotta di classe". 
Le rivendicazioni dei braccianti e delle mondine, che stanno alla base degli scioperi - nell'ultimo dei quali si assiste finanche all'intervento dell'esercito per sostituire gli scioperanti nei lavori dei campi - sono: il ristabilimento delle tariffe del 1897..., il ripristino della Camera  Arbitrale..., la giornata di sette ore..., la spigolatura a beneficio dei lavoratori..., la nomina di una Commissione Operaia che ne tuteli gli interessi.
Dopo 30 giorni i lavoratori sono costretti a cedere ed ottengono solo riconoscimenti salariali e relativi all'orario di lavoro.

Ma il 1900 segna una nuova conquista dei lavoratori molinellesi: l'insediamento di una amministrazione socialista al Comune, capeggiata dall'avvocato Luigi Ploner. 
Anche il Comune d'ora in poi, viene posto al servizio della battaglia emancipatrice delle masse, anzi costituisce, nella concezione massarentiana (che avrà modo di manifestarsi appieno negli anni che seguiranno) il terzo pilastro essenziale. 
Sulla trigonometria: "organizzazione sindacale-cooperazione-Comune", Massarenti fonda una logica operativa (e forse anche ideologica) che rende tipica la storia di Molinella e dei suoi lavoratori, quanto singolare la sua personalità e la sua azione.

I primi me anni del secolo che chiudono un decennio di organizzazione, vedono nuove imponenti lotte nel molinellese che segnano la potenza ormai raggiunta: 42 giorni di sciopero di 4.800 lavoratori nel 1901, 19 giorni di sciopero di 2.000 lavoratori nel 1902: 72 giorni di sciopero di 3.000 lavoratori nel 1903 con parziale soluzione favorevole.

Nel 1901, Massarenti, è costretto a riparare in Svizzera, per impedite l'esecuzione di una condanna inflittagli in un processo per diffamazione. Mentre è in esilio, sia nel bolognese, sia all'estero, si scatena contro di lui la prima ondata di accuse e di calunnie dei suoi acerrimi avversari che avviluppano, nell'opera di denigrazione, anche gruppi di socialisti. 
Solo il 31 dicembre 1905, dopo aver ottenuto il condono per la pena subita, rimpatria da Lugano dove per la circostanza ha dovuto anche esercitare la professione di portabagagli e di farmacista.

Il 6 novembre 1906, Massarenti, viene eletto sindaco di Molinella. All'Amministrazione egli imprime ancor di più che nel passato il carattere di strumento impegnato a fianco delle lotte dei lavoratori ed a dare soluzioni ai problemi sociali più acuti: l'assistenza sanitaria ed ospedaliera ai poveri ed agli indigenti, opere sociali, sgravi fiscali.

Basta confrontate le cifre di un solo bilancio del Comune di quegli anni per averne la rappresentazione più immediata. Basta scorrere un manifesto programmatico rivolto agli elettori, dal Comitato elettorale socialista per le elezioni parziali amministrative del 1908:

"Vogliono i nostri avversari che sia cassata dal Bilancio: la somma di lire 19.000, che I'amministrazione impiega per il mantenimento degli inabili al lavoro; la somma di lire 5,000 , stanziata per il funzionamento delle cucine economiche; la somma di lire 500, assegnata alla composizione delle controversie fra capitale e lavoro; la somma di lire 12.500, per refezione scolastica, la somma di lire 3.546, assegnata per sussidio all'asilo; la somma di lire 16.000, assegnata al ricovero degli indigenti, pel servizio farmaceutico ai comunisti (cioè agli abitanti del comune); la somma di lire 8.000, per provvista acqua potabile. In lingua povera
dunque, la coalizione avversaria, prevalendo nelle elezioni, lascerebbe gli inabili e gli indigenti abbandonati alla sorte, negherebbe ogni assistenza., ostacolerebbe la protezione e l'istruzione dei bimbi proletari, restaurerebbe insomma un regime di sistematica violenza e repressione dei diritti e delle aspirazioni proletarie". 

E, poi, riaffermate le ragioni di un impegno per "l'incremento intellettuale e morale dei lavoratori, per far finire lo sconcio delle abitazioni più vicine alle tane dei lupi che alle case degli uomini", conclude: "Daremo come sempre il nostro appoggio materiale e morale alle Cooperative e a tutte le istituzioni proletarie che maturano nel loro seno la più alta civiltà del domani. Svolgeremo... per l'avvenire come per il passato, l'azione socialista che ispirandosi all'alta idealità della giustizia sociale, giorno per giorno, lenta ma inesorabile, scalza i privilegi, rende meno stridenti le disuguaglianze, sventa le camorre, fuga l'ignoranza madre dei pregiudizi e delle superstizioni e incammina l'umanità a una migliore forma di convivenza sociale". 

Il successo di tale politica, che inviperisce il padronato e gli avversari, porta i socialisti, nel giugno 1.914 a conquistare, con due proprie liste, sia la maggioranza, sia la minoranza al consiglio comunale.

Massarenti, durante gli anni in cui svolge le funzioni di Sindaco, è ugualmente il capo riconosciuto delle leghe (che conducono intense lotte, particolarmente nel 1908) e della cooperativa di consumo. Ma, inoltre,nel 1908 è eletto anche Consigliere all'Amministazione Provinciale nel cui consesso, dai banchi della minoranza, presenterà più volte questioni attinenti a Molinella (e vi resterà fino al dicembre 1913). 
Poi nel 1910, assume la direzione della Cooperativa Agricola di Molinella (che, sorta nell'aprile 1905, con un finanziamento dell'Istituto di Credito per le Cooperative per la conduzione di 2.000 ha di tema, è stata portata verso il fallimento) e la porterà verso la prosperità, assecondato da uno sforzo consapevole ed unitario di tutti i lavoratori. 
Dal novembre 1911 (dopo le prime agitazioni provinciali dei mezzadri del 1908), si apre a Molinella, una vertenza che porta alla ribalta la questione della giusta causa nella disdetta. 
Per molti mesi, la vertenza in difesa del capolega Pondrelli, cacciato a forza con la truppa dal suo fondo, agita tutto il Comune. Massarenti, dal suo posto di Sindaco anima l'azione di resistenza, interviene presso il capo del governo Giolitti, conduce alla vittoria i contadini che piegano l'agrario Zerbini. 
Ma la lotta mezzadrile che costituisce I'ultimo impegno dell'impresa massarentiana, scoppia tre anni dopo.

E' nel 1914, infatti, che tutti i mezzadri molinellesi scendono in lotta per la conquista di un nuovo capitolato colonico, adottando nuove tattiche e forme di pressione che giungono alla mancata attuazione dei lavori stagionali e all'abbandono nei campi dei prodotti padronali. 
Quando lo sciopero giunge al suo acme, gli agrari organizzano l'invio di squadre di crumiri dal Veneto per spezzare la compattezza dei mezzadri impegnati nella battaglia. Al loro sopraggiungere i crumiri trovarono i leghisti a guardia, in difesa del loro buon diritto; scoppia allora un conflitto che si conclude tragicamente, con cinque morti e sette feriti fra gli assoldati dai padroni. 
Il quadro dello scontro è rappresentato da Massarenti al Prefetto, in un telegramma efficacissimo: "... appena stanotte si è sparsa la notizia arrivo agraria, intera popolazione, donne, vecchi e bambini insorsero come un sol uomo e si diressero in località predestinata. Stamane ore 6,30 incontravansi sette automobili cariche di crumiri accompagnati dall'avvocato Donini e altri capi agraria. Si è impegnato un vero combattimento, dagli agrari si sparava, dai leghisti si bastonava. Molti feriti da ambo le parti. Alcuni sono fuggiti come veri austriaci sparando e fuggendo, fuggendo e sparando".

Dopo l'eccidio centinaia di lavoratori vengono arrestati e sono condannati complessivamente a 1.000 anni di carcere; l'Amministrazione comunale è sciolta; Massarenti è costretto a riparare nella Repubblica di S. Marino. Una canea si scatena subito da parte d'ogni avversario del socialismo, di Molinella e del suo capo. Le accuse sono feroci, le calunnie sono d'ogni specie. 
Il processo ad un giornalista clericale, contro cui Massarenti aveva sporto querela da tempo, si celebra tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo del 1915. Il dibattimento, che si svolge in assenza di Massarenti, è l'occasione per avallare ogni attacco; al termine, il tribunale, assolve il diffamatore ed è questo un nuovo motivo per dare la stura a tutte le invettive contro l'organizzatore socialista. 
Valga ad esempio un solo brano apparso sul periodico clericale Il Diario di Imola

"Aveva detto a Molinella la parola di comando; era lo zar della popolazione; allontanava dalla scuola il maestro cristiano; voleva che i ragazzi non ricevessero nessun sacramento di redenzione; imponeva a tutti un regime di schiavitù settaria; voleva essere considerato il piccolo Dio di Molinella, il tiranno delle coscienze, il despota di un minuscolo regno, il difensore
degli oppressi, l'avvocato dei leghisti che avevano per dogma il bastone, per clava il vituperio, pretendeva essere il socialista dallo sguardo ipnotico che estaticasse le turbe; il signore medioevale che con un cenno del capo abbassava cento teste e toglieva la volontà a mille cervelli; ebbene l'ex sindaco di Molinella, il socialista per eccellenza ha avuto l'umiliazione più bassa. E' stato vinto".

"Il filosofo agrario" Mario Missiroli dà alle stampe, fra il 1914 e il 1916, i suoi pamphlet massarentofobi che rappresentano i "classici" della letteratura agraria contro le leghe e le organizzazioni socialiste.

Dall'esilio Massarenti combatte contro i suoi avversari, con lettere ed articoli che sono ospitati sulle colonne del Giornale del mattino, il quotidiano bolognese del quale è redattore Piero Nenni, repubblicano, e de La Squilla, settimanale socialista. 
Contro i pamphlet missirolianl scrive un lungo saggio a cui dà il titolo polemico di La Repubblica degli accattoni e nel quale svolge una spietata accusa agli agrari bolognesi "che sanno coltivar male le terre, ma spogliar bene le Opere pie... e dissanguare superbamente i lavoratori, inneggiando al Papa-Re ed alla calata degli austriaci". 
Ma solo dopo il conflitto mondiale gli viene fatta giustizia.

Fra il 19 maggio e il 10 giugno 1919, infatti, si svolge al Tribunale di Bologna, il processo contro Massarenti, voluto dai Commissari Prefettizi al Comune e dagli agrari.
I capi d'accusa mossigli costituiscono la somma di tutto quanto gli è stato imputato per il passato, ma nel corso del dibattimento si dissolvono (mentre gli accusatori si ritirano), sotto le contestazioni della difesa ed a seguito del suo intervento. Al termine, Massarenti è assolto e, trionfante, lascia la città di Bologna e torna a Molinella. 
Un mese dopo, una forte agitazione costringe gli agrari a pagare 350.000 lire di indennità per i danni patiti dai lavoratori nel 1914 (che sono poi impiegate per costruire l'asilo di Marmorta), a reintegrare sui loro fondi 14 famiglie di mezzadri che furono escomiate, ad accettare nuove tariffe salariali adeguate al crescente costo della vita.

Nel marzo 1920 in tutta la provincia di Bologna, si apre una nuova grande battaglia dei mezzadri per la conquista di un nuovo capitolato colonico. La tattica dell'azione è la stessa adottata nel 1914 a Molinella, i dirigenti sono discepoli di Massarenti, tra essi Giuseppe Bentivogli e Paolo Fabbri (caduti poi, entrambi, durante la resistenza armata nel 1945), le forze schierate in campo sono tutte le categorie agricole e sono più agguerrite.La lotta è senza esclusione di colpi, quando giunge alle fasi più intense dell'estate, diviene cruenta tra gli schieramenti di classe e tra le stesse categorie contadine. Solo verso la fine d'ottobre, quando molti agrari sono stati piegati singolarmente, una soluzione nettamente favorevole ai contadini conclude il lungo conflitto col riconoscimento di riparti al 60 per cento ed oltre, e nuove norme sui diritti dei mezzadri.

Ma gli agrari già preparano la riscossa.
A questo non pare preludere la vittoria conseguita in tutto il bolognese nelle elezioni amministrative svoltesi tra il settembre e l'ottobre 1920. Anche a Molinella i socialisti hanno avuto un successo strepitoso e Massarenti, il 29 novembre 1920, è di nuovo rieletto sindaco. 
Negli stessi giorni l'attacco squadristico si è però scatenato, e dilaga ovunque nella pianura padana. Anche Molinella è presto fatta oggetto degli attacchi, i quali si intensificano particolarmente nella primavera del 1921. 
I molinellesi, guidati dai loro capi e dallo stesso Massarenti, resistono all'assalto, difendendosi coraggiosamente, ma assumendo una posizione passiva di fronte alla violenza fascista e rinserrandosi in un grave isolamento comunale.

Massarenti, nel giugno 1921, sfuggito al tentativo fascista di assassinarlo, si rifugia a Roma. 
Il vuoto che lascia al Comune di Molinella è colmato da Giuseppe Bentivogli che ne farà le funzioni, ciò fin quando, dopo la Marcia su Roma, il 31 ottobre 1922, non verrà nominato un Commissario Prefettizio.
Fino al 1926 Massarenti vive a Roma, proscritto dal fascismo bolognese, presso l'albergo Genio, dove soggiornano, durante le sessioni parlamentari, i deputati socialisti. 
Molinella, gli uomini e le donne che egli ha forgiato, resistono in maniera ammirevole a difesa delle loro libertà alle persecuzioni, a tutte le violenze che gli squadristi sferrano contro di loro, alle distruzioni d'ogni istituto cooperativo e sindacale. 
La resistenza - narrata in un diario impressionante di bastonature, di ferimenti, di imposizioni, raccolto da Giacomo Matteotti (Un anno di dominazione fascista, 1923, al capitolo "La conquista di Molinella); nelle cronache pubblicate nelle pagine della stampa antifascista ed in uno scritto memorabile di Gaetano Salvemini (Scritti sul fascismo, Milano, Feltrinelli, 1961), che descrive le ultime violenze fasciste - viene stroncata solo sul finire del 1926 estirpando oltre trecento famiglie al completo dalle loro case e trapiantandole altrove: a Bologna, a Marzabotto, a Torino od espatriandole in Francia.

A proposito della stoica lotta dei molinellesi è stato osservato: 

"Dalla Lega dei braccianti e dei coloni, dall'Ufficio di collocamento della mano d'opera e di controllo sui padroni , dalla Cooperativa regolatrice del consumo della famiglia operaia, quei capi non seppero fare il cammino logico e pratico che doveva condurli allo Stato. Si fermarono a mezza via e credettero che a mezza via, senza avere robustamente posto il piede sul culmine, fosse possibile resistere a sostenersi".

Questo "limite comunale" che fece di Molinella, una "baronia rossa" negli anni dell'ascesa del movimento operaio, ed un faro luminoso di resistenza alla violenza fascista, non evitò che anch'essa fosse alfine travolta.

Varate dal fascismo le leggi eccezionali, Massarenti viene arrestato nel 1926, con altri socialisti, e condannato a 5 anni di confino: per trenta mesi è relegato, prima nell'isola di Lampedusa e poi in quelle di Ustica e di Ponza. Ammalatosi viene trasportato al Policlinico di Roma dove resta per quattro mesi, piantonato, assieme al comunista Fabrizio Maffi, medico di lunghissima milizia socialista. Quindi viene di nuovo confinato ad Agropoli, in provincia di Salerno.
Nel novembre 1931, al termine del periodo di confino, intende ritornarsene a Molinella, ma a Roma è fermato dalla pubblica sicurezza e gli viene comunicato che è indesiderato a Bologna e nella provincia. Colto da emottisi, viene inviato all'Albergo Nuova Roma, dove resta in letto un mese. 
Dallo stesso albergo, dopo tre anni, nella impossibilità di pagare, viene cacciato sulla strada. Lo soccorre Bice Speranza che l'aiuta, a costo di grandi sacrifici: per un anno dorme sotto i portici del Vaticano, poi in un angolo riparato di un palazzo in costruzione e, quindi, (dormendo di giorno) nella camera ove di notte dorme la sua benefattrice. 
In seguito si sistema in una camera d'affitto in via deIl'Arancio 34.

Qui il 3 settembre 1937, viene prelevato da alcuni poliziotti e condotto al Policlinico e poi alla Clinica Universitaria delle malattie nervose e mentali, e, dodici giorni dopo, trasferito nel Manicomio di S. Maria della Pietà in Roma, con I'accusa di essere folle "pericoloso a sé e agli altri". 
Nonostante la follia non sia reale - come è stato largamente documentato dalle ricerche condotte sugli atti relativi al ricovero ed alla permanenza in manicomio e sulle perizie (Si veda particolarmente: Ferdinando Cazzamalli, L'Avventura ili Giuseppe Massarenti "Per la libertà e la dignità del cittadino") - Massarenti deve stare rinchiuso tra pazzi, e medici ed inservienti che lo considerano tale, per oltre sette anni. Dimesso dal manicomio sei mesi dopo la liberazione di Roma, il 19 dicembre 1944, con la formula "non presenta più gli estremi per l'internamento", viene ricoverato come degente in un reparto clinico dell'INAIL, in via Monte delle Gioie a Roma.

Massarenti, chiede con insistenza il ripristino della sua integrità civile, che Mussolini in persona e gli agrari emiliani gli avevano atrocemente strappata: 

"Sono stato interdetto a seguito dell'internamento arbitrario in manicomio. Sono stato escluso dai diritti civili, minorato moralmente, rovinato fisicamente, intellettualmente...  Il giudice competente deve sentenziare ora che quella diagnosi deve essere distrutta, perché soltanto con la restituita integrità morale e civile la libertà ha valore. Ciò che chiedo è giustizia e non solo per me, ma anche per la sostanza stessa della riparazione di un arbitrio, dai pericoli del quale in un paese civile tutti i cittadini devono sentirsi al riparo".

Ma la riparazione a quella "uccisione morale civile" non viene prima che sopravvenga la morte (Un Comitato apposito, creatosi per ottenere la riparazione dell'infame condanna subita da Massarenti, tenta nell'aprile 1948, di raggiungere lo scopo di una riabilitazione politica, proponendo la una elezione alla Camera dei Deputati. Le divisioni partitiche che travagliano le
forze socialiste, nell'atmosfera di scissione, apertasi nel 1947, non acconsente il successo della elezione).

Tornato a Molinella nell'aprile 1948, prende residenza in una stanzetta dell'Ospedale civile e qui riceve lavoratori e dirigenti che gli fanno omaggio e chiedono ancora consiglio al "caporaluccio" ottuagenario.

Poi, il 31 marzo 1950, si spegne.

Il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, quasi a testimoniare la riparazione dell'Italia alle colpe del fascismo verso il pioniere, il combattente ed il martire socialista, assiste ai suoi funerali ed alla folla dei partecipanti dice: 

"Attraversando le terre che mi hanno condotto fin qui, ho avuto la sensazione del valore dell'opera di Massarenti. Occorreva un Poeta che potesse vedere questi acquitrini, trasformarsi in campi ubertosi; occorreva un Apostolo di bontà, perché sapesse trasfondere la fiamma che ardeva nel suo cuore in quelli dei suo concittadini; occorreva un Costruttore quale fu Massarenti perché le idee si trasformassero e al posto dei servi della gleba sorgessero migliaia di lavoratori consapevoli del loro diritto da far valere e dei loro doveri da compiere.
All'Apostolo, al Poeta, al Costruttore, invio il saluto mio e di tutti gli italiani".


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mercoledì 20 novembre 2013

RODOLFO MORANDI - Un buon socialista italiano (Italian Socialist)

Rodolfo Morandi

Rodolfo Morandi (Milano il 30 luglio 1902 – Milano, 26 luglio 1955) è stato un economista, politico e partigiano italiano. Laureatosi in legge studiò filosofia ed economia maturando il passaggio da Mazzini, a Hegel, a Marx (frutto degli studi economici fu la Storia della grande industria in Italia, pubblicata nel 1931). 
In quegli anni egli venne maturando una profonda e rigida coscienza antifascista che lo portò ad aderire al movimento di Giustizia e Libertà da cui però si staccò per avvicinarsi a posizioni socialiste. La sua azione instancabile alla direzione del Centro interno socialista servì, negli anni dal 1934 al 1937, a provocare una riqualificazione in senso classista e rivoluzionario del socialismo italiano, favorendo un indirizzo politico profondamente unitario.

Arrestato nell'aprile 1937 per la sua attività antifascista venne condannato dal tribunale speciale fascista a dieci anni di reclusione, che scontò nelle case penali di Castelfranco Emilia e Saluzzo. Scarcerato durante i 45 giorni di Badoglio entrò a far parte della direzione del Partito socialista italiano e prese parte attiva alla Resistenza
Il 25 aprile 1945 venne nominato presidente del CLNAI.

Dopo la Liberazione Morandi fu segretario del Psi dal dicembre 1945 all'aprile 1946.
Fu ministro per l'industria e commercio dal luglio 1946 al maggio 1947.

Rodolfo Morandi rappresentò per il movimento socialista italiano una delle personalità più forti, più vive per la sua eccezionale coerenza ideologica e politica, e perché seppe operare un reale processo di rinnovamento del socialismo italiano attraverso la fusione del pensiero con l'azione, del discorso teorico con gli strumenti politici, nell'ambito di una visione unitaria della lotta del movimento delle classi lavoratrici,

Questo è il primo dato distintivo che emerge con forza nell'opera di Morandi, soprattutto se si considera la natura tradizionale del socialismo italiano, prima e dopo il 1945, i suoi limiti, il suo continuo movimento pendolare tra le posizioni di riformismo di natura socialdemocratica e quelle estremiste di sinistra, parolaie ed inconcludenti.

Proprio tenendo presente questi limiti tradizionali dei socialisti italiani, di cui è ricca tutta la loro storia, possiamo vedere meglio il valore ed il significato della figura di Morandi, nella corrente della sinistra del PSI, del ruolo nuovo ed originale che essa ha svolto nel tentare di dare risposte nuove al problema del superamento della tradizionale antitesi che aveva, in momenti drammatici della storia del nostro Paese, relegato nell'impotenza il socialismo italiano.

È proprio nel tentativo di conferire al socialismo italiano una sua posizione originale, che scaturisse dalle precise condizioni storiche nazionali e dalle lotte dei popoli per la loro emancipazione contro l'imperialismo e per il socialismo, che troviamo l'impegno di Morandi in uno dei più seri e generosi sforzi di rinnovamento ideologico e politico che la storia socialista possa annoverare.

Su tre temi, si può dire, Morandi spinse a fondo la propria ricerca, l'analisi ideologica e politica e la sua applicazione pratica che rimangono aspetti distintivi del suo pensiero.
Essi sono: la socialdemocrazia; la politica unitaria di classe; il dialogo con il mondo cattolico. La realtà politica odierna, conferisce a questi stessi problemi una attualità, tanto da rendere il pensiero morandiano ancora straordinariamente vivo, da costituire un preciso punto di riferimento per quelle forze che credono ad una funzione classista ed unitaria della componente socialista del movimento operaio italiano.

La lotta decisa e coerente - e a volte anche spietata - di Rodolfo Morandi alla socialdemocrazia non fu mai un fatto di circostanza, dettato da ragioni empiriche o di mera opportunità politica. Basterebbe, per meglio sostanziare questo giudizio, risalire alle sue prime esperienze politiche, ai suoi primi studi sulla democrazia e il socialismo, sulla storia della grande industria e sulle sue analisi teoriche della economia regolata e sui criteri organizzativi dell'economia collettiva, per arrivare al ruolo che egli esercitò come presidente del CLNAI e come ministro dell'industria.

Le ragioni che furono sempre alla base della sua visione avevano ben precise giustificazioni ideologiche, politiche  e morali che caratterizzarono tutti i suoi atti fino al suo ultimo discorso di Perugia (1955), ai giovani socialisti. 
La scelta socialdemocratica era, per Morandi, una scelta essenzialmente anticomunista. Precisava infatti, nel suo discorso al XXVI Congresso del PSI di Roma, all'indomani della scissione di Giuseppe Saragat (Torino, 19 settembre 1898 – Roma, 11 giugno 1988)  che: 

"Il nostro partito deve su questo punto [anticomunismo] dichiararsi con fermezza assoluta, poiché senza di questo noi corriamo, come socialisti, il più grave pericolo, il pericolo di disancorarci dalla realtà politica dei nostri tempi, nei quali non si può praticare dell'anticomunismo senza fare dell'antidemocrazia. E chi perde questo ancoramento finisce fatalmente come un relitto alla deriva: ciò che sta accadendo al Partito socialista francese, ciò che sta capitando a quel mostriciattolo di partito socialista che i compagni allontanatisi da noi stanno di propria mano seppellendo in disonorata terra".

All'indomani del 18 aprile 1948, quando la guerra fredda in Europa e nel mondo veniva sospinta verso le sue forme più esasperate, quando il ruolo della socialdemocrazia si delineava sempre più nell'ambito della politica egemonica statunitense, Morandi nella lettera "ai compagni della sinistra" del PSI, nel precisare che i rapporti con i comunisti non potevano essere modificati da ragioni di circostanza, senza modificare le direttive generali di una politica di classe, affermava che "lo schieramento della socialdemocrazia nella coalizione anticomunista viene giustificato con il pretesto d'inserirsi come terza forza neutra nello sviluppo
della lotta di classe sul piano dei rapporti internazionali: idea questa che si collega direttamente alla concezione corporativa, la quale pretende di superare la lotta di classe all'interno delle nazioni. Così facendo la socialdemocrazia abdica alla funzione storica del socialismo di essere, in seno al movimento operaio e nella lotta del proletariato contro il capitalismo e l'imperialismo, la forza portatrice dell'idea e del metodo democratico e rinunzia all'autonomia che un partito socialista deve per prima salvare: quella nei confronti delle forze capitalistiche e delle ideologie borghesi! La cecità di questa politica si misura tutta dall'avventurosa adesione data al blocco militare delle potenze d'occidente".

In più occasioni Morandi mise in guardia a non cadere nell'errore, per abitudine di linguaggio, di confondere "la socialdemocrazia dei nostri tempi con il riformismo", perché o la socialdemocrazia quale noi l'abbiamo davanti è nata dalla crisi dell'Internazionale socialista. Altro che ricevere lezioni da questi signori di internazionalismol [È] la socialdemocrazia di oggi, sono quei partiti socialisti di occidente, che hanno spento in sé ogni anelito alla solidarietà internazionale del proletariato".

Per Morandi, dunque, la socialdemocrazia di Saragat non era l'espressione della componente riformista del movimento socialista prefascista che, con tutti i suoi limiti, rappresentava pur tuttavia una tradizione di lotta per il socialismo. 
Celebrando il 10° anniversario dell'assassinio di Matteotti, affermava tra l'altro: 

"Una volta per tutte, poi, spieghiamoci chiaro, a confronto dei ciurmadori che allungano le mani sull'eredità del martire. A nessuno è dato di vivere sulle benemerenze del proprio passato, sottraendo gli atti che compie nel presente al giudizio del popolo. Nessuno, che abbia mai concesso un sol palmo di terreno ai nemici del popolo, può pretendere di campare di rendita, diciamolo brutalmente, sul proprio antifascismo passato. Se lo tengano per detto coloro che, per carpire la borsa di Giuda, prestarono mano il 18 aprile al tentativo di liquidare il legato della Resistenza; coloro che incalliti nella colpa furono poi caldeggiatori strenui del Patto atlantico, istigatori della legge truffa e sono oggi sostenitori accaniti della CED. Tanti e tanti che furono maestri o discepoli di Matteotti, fautori nei loro anni del gradualismo riformista contro la necessità e la crudezza della rivoluzione, sarebbero da nominare a questo proposito, per osservare che mai nessuno di essi concepì di subordinare a pretese superiori esigenze dello Stato borghese, le rivendicazioni sacrosante dei lavoratori. È vero, infatti, che quando alcuno osò, di tra le file socialiste, pronunziarsi per le imprese coloniali, o comunque schierarsi
dalla parte della guerra, fu cacciato con moto unanime e isolato dalla generale condanna. E come non mai si videro questi uomini accampare gli interessi della democrazia, per dare una mano alla classe dominante nel reprimere l'esercizio delle fondamentali libertà del proletariato e delle masse popolari, così come mai si vide dare adesioni da essi a macchinazioni belliciste, ed usare della parola pace e della parola neutralità, se non nel loro significato più semplice e genuino, nella loro accezione integrale, che esige la avversione radicale e intransigente della guerra".

La socialdemocrazia odierna, per Morandi, era l'espressione quindi di un presente, di un ampio disegno internazionale per dividere il movimento operaio e per operare nell'Europa occidentale una restaurazione capitalista.

Conseguentemente alla critica politica ed ideologica della socialdemocrazia, Morandi diede il massimo dei contributi alla continua elaborazione della politica unitaria di classe. 
Troviamo, l'impegno di Morandi come uomo politico, come organizzatore e come uomo d'azione, per dare alla politica unitaria di classe quella dimensione e quel contenuto che la realtà politica richiedeva, Morandi non ebbe mai una visione statica, legata a schemi prefabbricati. Capì però che il ruolo del partito era nella definizione e nella realizzazione di una politica che fosse l'espressione dell'intero movimento di classe e in questo senso, si può dire, egli diede il più poderoso ed originale dei contributi.
Perché due partiti che si richiamano alla stessa matrice ideologica? 

"La sinistra, che considera l'esistenza di due partiti proletari come una manifestazione della lotta di classe, se si sdoppia storicamente su un piano nazionale e su un piano internazionale, ritiene di capitale importanza la coordinazione e lo stretto affiancamento di essi nell'azione, quale espressione differenziata in questa fase di transizione di uno stesso interesse e di una stessa finalità di classe. La destra, invece non trova spiegazione a questo fenomeno, né giustificazione storica ad una prassi di partito che fa perno intorno alla potenza sovietica come originaria forza di espansione della rivoluzione proletaria, e persiste a giudicare il comunismo militante come una degenerazione del socialismo e qualcosa di abnorme, col quale i contatti non debbono essere tanto più intimi di quelli che possono tenersi con altri partiti".

Conquistare il partito socialista alla consapevolezza della validità della politica unitaria, come momento di elaborazione e di azione dell'intero schieramento di classe, era per Morandi una preoccupazione costante.
Essa diventa ancora più forte, all'indomani della rottura del PSIUP con la scissione saragattiana e di fronte ai precisi tentativi di ricacciare la situazione italiana sul piano inclinato della involuzione moderata attraverso I'attacco alle libertà politiche e sindacali.

Nel discorso letto a Modena (aprile 1910) al IV Convegno giovanile socialista, Morandi pose con forza le ragioni e gli obiettivi della politica unitaria, in un momento in cui la guerra fredda toccava in Italia e in Europa il suo apice e dietro la quale si sviluppava, a tappe forzate, la ricostruzione capitalistica.
Nel rispondere a certi interlocutori interni ed esterni al partito, Morandi precisava: 

"La politica unitaria non è una invenzione della nostra mente, che consenta futili variazioni. Essa trova le sue ragioni nella stessa realtà sociale dalla quale è espressa; in altre parole, non è una politica che si possa concepire di porre ad ogni momento sotto un segno particolare. Bisogna su queste cose intenderci bene. Quando qualche volta ancora sentiamo dire che il partito deve avere una sua politica, che non vuole confondersi con il partito comunista; e una tale politica si dimostra di saper vedere solo in differenze quali che siano da segnare rispetto alla politica comunista, sorge in noi giustificato il dubbio che non si sia mai compreso ciò che vuol dire proporsi e praticare una politica unitaria. Rispetto al partito comunista, rispetto ad un partito della classe operaia, come noi siamo, una politica unitaria si definirà se mai sul piano delle identità e non sul piano delle differenze. Non si confonda con questa questione quella che attiene alle caratteristiche e alle finalità che a noi come partito sono proprie. Se di questo si tratta, allora è facile vedere che per noi socialisti vengono prima di tutto in questione i partiti socialisti e non il partito comunista. Allora il tanto tormentato problema della nostra caratterizzazione questo piuttosto richiede: di stabilire le differenze che sono, sul piano ideologico e programmatico, tra noi e il socialismo spurio. Voglio dire le differenze che debbono essere segnate da noi nei confronti dei partiti e delle forze, che, generati dal ceppo socialista; queste loro origini di lotta tradiscono, prosternandosi oggi ai dettami del nemico di classe".

A questi concetti, che egli espose all'indomani della conquista del PSI da parte della sinistra, Morandi ha poi successivamente uniformato e sviluppato ulteriormente tutto il suo impegno di grande organizzatore del movimento socialista. In particolare, egli seppe portare l'organizzazione di partito al più alto grado di rinnovamento e di espressione democratica, spezzando le incrostazioni clientelari e l'elettoralismo deteriore che lo caratterizzavano, attraverso la proiezione di tutto il partito nell'azione unitaria di massa. 
Morandi capi che il partito doveva e poteva, di fronte all'evolversi della situazione, tentare un incontro con i lavoratori cattolici, attraverso un dialogo con il partito che li rappresentava sul piano politico.

Il successo, però, di quell'incontro, aveva una condizione: che il PSI dovesse presentarsi così com'era, con tutto il suo patrimonio ideale, con tutta la sua elaborazione politica ed ideologica, insomma con tutti i suoi connotati. 
Fino all'ultimo dei suoi atti politici egli tenne ad affermare che bisognava vedere se esistevano i presupposti "di un possibile accostamento, che rispetti la personalità, intendo dire le istanze di fondo e la libera determinazione dei partiti che dovrebbero essere i protagonisti".

L'incontro con il mondo cattolico, diceva al congresso di Torino (1955) non doveva avvenire, per essere valido, sulla base di "precarie combinazioni trasformistiche".
Quindi il PSI si presentava all'appuntamento anche con la politica unitaria e questo non poteva costituire una remora giacché "il denominatore costante dell'unità d'azione è stato sempre la conquista e la difesa della democrazia".

Su questo tema Morandi ha elaborato ben poco, poiché la morte lo colse proprio nel momento in cui fu lanciata la politica del dialogo con i cattolici. Abbiamo a disposizione solo due discorsi estremamente interessanti pronunciati al Congresso di Torino ed al Convegno nazionale del movimento giovanile nel 1955. 
L'incontro con i cattolici non doveva essere, per Morandi, la condizione per imporre al socialismo italiano di ripercorrere a ritroso la strada della socialdemocrazia italiana ed europea, nell'ambito di una scelta anticomunista imposta dal disegno internazionale dell'imperialismo. 
Non poteva essere questo lo scopo né dichiarato né occulto dell'incontro, giacché il discorso si riproponeva proprio in quanto era fallito quello con la socialdemocrazia. 
Rivolto alla Democrazia Cristiana,Morandi, infatti, precisava: 

"Volete forse che il PSI vi aiuti ad andare avanti per la strada che avete percorso, finché non ci saremo rotti tutti il collo? Toglietevi dalla mente di poterci imporre revisionismi e depurazioni. Se insistiamo tanto nel rappresentarvi la pericolosità di una situazione come questa, non è certo perché noi si cerchi riparo dietro il vostro sforacchiato scudo. Se mai dovessimo ispirarci a esclusivi interessi di partito, non avremmo davvero ragione di muovere un dito, non avremmo che da lasciarvi cuocere nel vostro brodo".

La D.C., insomma, deve capire che il socialismo italiano è quello che è, per la condizione particolare creatasi nel nostro paese ed in particolare per la lotta a fondo condotta conto il fascismo e non va preso strumentalmente come una "eresia totalitaria rispetto ai 'principi' della Internazionale socialista".

il PSI, attraverso una sua più vigorosa partecipazione alla lotta ed anche attraverso duri sacrifici dei propri militanti e dirigenti, ha riguadagnato un posto "degno della sua lunga storia e del suo generoso passato, nella vita politica italiana. Tutto questo (non abbiamo difficoltà ad ammetterlo, e anzi teniamo a dichiararlo alto e forte) non è stato fatto allo scopo futile di 'differenziarci'. È invece semplicemente conseguito a una accresciuta e più sicura capacità di assolvere alla funzione assegnataci dai tempi.  E quale è essa, compagni? Essa non è più quella di una alternanza o altalena tra riformismo e massimalismo ma, nella totale carenza della classe dirigente e della borghesia italiana nel suo insieme, è piuttosto quella che a noi tocca di rivestire da democratici conseguenti, che le vie della democrazia intendono di tenere aperte, perché sia la libera determinazione delle masse, la loro maturità di giudizio, a regolare il corso della rivoluzione sociale indirizzata alle mete del socialismo".

Più avanti precisava, sempre nel discorso di Torino, che "la fiducia e la confidenza dei lavoratori cattolici debbano guadagnarsi, spiegando loro per primo, con semplici e piane parole, quanto ci sia costato persistere in questi due anni in una politica aperta, che non ha concesso al massimalismo, e meno che mai all'anticlericalismo di maniera, rifiutandosi alle provocazioni, quando pure sulle nostre organizzazioni si sono abbattuti colpi su colpi".

L'esigenza dell'incontro con il mondo cattolico che il PSI poneva, non aveva secondo Morandi, scopi nascosti, così come non era una predisposizione al trasformismo. Precisava, infatti, a Perugia, al Convegno giovanile, pochi giorni prima della morte, che "non si tratta di manovre sinuose. Le intenzioni che proclamiamo e le nostre profferte - la cui validità non va commisurata all'ascolto che sul momento possono trovare - sono schiette come acqua di fonte.
Questo per la ragione molto semplice che non comportano rinunzia di sorta alla funzione storica del partito, la quale resta solidamente ancorata, come abbiamo sempre tenuto a ribadire, alla lotta di classe, che sta per sua natura sotto il segno dell'unità; così come non implicano in nessuna maniera un accantonamento delle finalità assegnate alla nostra lotta, alle quali non è per caso, e non è certo per una semplice civetteria storica, che si richiama lo statuto e che ha avuto sanzione dal recente congresso, tali finalità essendo la costruzione della società socialista".

Questo incontro che il PSI auspicava, non voleva dire che fosse l'unica strada obbligata che i socialisti avessero di fronte. 

"Certo è anche nostro debito dichiarare che, se intendiamo indirizzare principalmente per questa via i nostri sforzi, non significa che noi si rinunzi e si rinuncerà mai, ad aprirci altre vie, qualora questa, con sprovveduto calcolo, dovesse essere sbarrata". 

La morte interruppe questo discorso morandiano, e fu un male, veramente, per tutto il movimento operaio italiano. Rodolfo Morandi, nella sua aspra e difficoltosa prosa, nell'attività incessante prestata al socialismo italiano, rappresentò una figura di leader che sarebbe indubbiamente piaciuta a Piero Gobetti. 
Un socialista 'moderno', 'nuovo', estraneo a quel tanto di tradizione massimalista, festaiola, paesana che esiste nel socialismo italiano. Comunque un politico che ancora oggi, se ripreso criticamente e con serietà, mantiene una sua attualità feconda.


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