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lunedì 24 giugno 2013

IL PENSIERO FILOSOFICO E SCIENTIFICO NEL CINQUECENTO (The philosophical and scientific thought of the Sixteenth Century)

Martin Lutero

Riforma e Controriforma

Il Rinascimento è stato prosecuzione dell'Umanesimo e sua antitesi. Ne raccolse l'educazione letteraria, lo spirito laico, ma se ne distaccò nettamente nel campo del pensiero scientifico.

Mentre l'Umanesimo fu sostanzialmente antiscientifico, col Rinascimento inizia un'età nuova per la scienza. Non sarà un processo facile né privo di contraddizioni: alla spinta che viene da una società europea mercantile e capitalistica in espansione, che necessita in ogni campo, di strumenti nuovi, di una tecnica aggiornata e - soprattutto - di principi ideologici che ne riflettano la natura, si opporranno le vecchie incrostazioni culturali, lo spirito conservatore che ha nella Chiesa il suo più potente baluardo.

Con la chiesa il nuovo pensiero filosofico e scientifico dovrà fare i conti. Nel 1517 prende le mosse un movimento generale di protesta contro il potere ecclesiastico. Ne è capo Martin Lutero che con l'affissione nel Duomo di Wittemberg delle famose "95 tesi" denuncia la corruzione della Chiesa e lancia il suo appello per la Riforma.

Il movimento per la Riforma dilaga in tutta Europa: è una rivoluzione religiosa ma che ha al fondo forti motivazioni politiche e sociali. E' il rifiuto da parte degli Stati nazionali europei di riconoscere i diritti che su di essi accampa la Chiesa; è la rivendicazione individualistica - secondo lo spirito del Rinascimento - del libero esamedel ruolo della ragione anche nei rapporti con la fede.

La Chiesa affronterà la tempesta e vi reagirà vigorosamente, attorno alla metà del XVI secolo, con la Controriforma, consolidando la propria unità. L'Inquisizione funzionerà contro i reprobi, molti dei quali andranno al rogo o saranno perseguitati, come Giordano Bruno e Galilei. Ma la Riforma, pur se sconfitta, resta un segno dei tempi, della loro evoluzione: la Chiesa sarà costretta ad adeguarvisi.


La rivoluzione copernicana

 Nicolò Copernico
   
Un momento di grande importanza nella storia della scienza e del pensiero filosofico è costituito dall'opera di Nicolò Copernico.
Nato a Torun in Polonia net 1473, Copernico (italianizzazione del cognome Koppernigk) aveva studiato in diverse città italiane ed in particolare a Bologna, dove s'era dedicato all'astronomia. In questa disciplina egli impegnò l'intera sua esistenza di studioso.
Copernico ricercava una immagine più precisa, razionale e descrivibile dei cieli. Nel suo celeberrimo libro  De rivolutionibus orbium coelestium (Sulla rivoluzione dei mondi celesti),
pubblicato l'anno stesso della sua morte (1543) egli propose per primo la teoria eliocentrica che rappresentava l'Universo come un sistema di sfere - tra cui la Terra - ruotanti attorno al Sole. Era il capovolgimento della concezione tradizionale tolemaica (dal nome di Claudio Tolomeo - 138-180 d.C. -  matematico e geografo greco, autore dell'Almogestotrattato di astronomia in cui si espone il sistema detto appunto tolemaico) o geocentrica (che poneva, cioè, la Terra al centro dell'Universo) sostenuta dalla Chiesa. 
L'idea copernicana che, considerando quasi infinita la distanza delle stelle, prospettava un Universo infinitamente grande e la Terra come parte infinitesima di esso, cominciò a scuotere, sul terreno scientifico ma più ancora su quello filosofico, le vecchie convinzioni. Una autentica rivoluzione del pensiero: ad essa aderirono e si ispirarono vigorose personalità di pensatori del Rinascimento.



Giordano Bruno (1548-1600) da Nola, fu il più grande filosofo italiano del Rinascimento. Nella sua dottrina è presente la concezione.copernicana. Egli sostenne che l'Universo è infinito, nello spazio e nel tempo: di quest'Universo Dio è l'anima infinita, presente in ogni suo aspetto. Nell'insieme di questi aspetti l'uomo può avere percezione di Dio, ma non attraverso la contemplazione bensì con l'eroico furore, con un impegno totale, cioè di libera azione di conquista.

Tacciato di eresia, Bruno, frate domenicano, subì un primo processo nel 1576 e abbandonò il saio. Denunziato di nuovo al Tribunale di Venezia della Inquisizione, rifiutò di ritrattare le sue idee e morì, arso sul rogo, a Roma nel 1600.

Giordano Bruno fu autore di vari trattati e dialoghi (De la causa principio et uno..., Spaccio della bestia trionfante..., Gli eroici furori) di natura filosofica; ma egli, a buon diritto, appartiene anche alla storia delle lettere per la sua prosa realistica e violenta e per una bellissima commedia, Il Candelaio, in cui riprendendo personaggi tipici del teatro cinquecentesco, costruisce una graffiante, grottesca caricatura delle idee e dei costumi contro i quali indirizza il suo pensiero.



La vita di Tommaso campanella, nato in Calabria nel 1568 e morto nel 1639 a Parigi, ebbe per qualche aspetto delle analogie con quella di Bruno, anche se meno tragica ne fu la conclusione.
Domenicano anch'egli, ispirò la sua concezione filosofiche alle idee "naturaliste" di Bernardino Telesio (1509-1588 - sostenne che la spiegazione dei fenomeni della natura è nei due principi agenti, il caldo e il freddo), del tutto invise all'ordine religioso cui apparteneva. 
Nel 1599 fu condannato per eresia e per aver partecipato ad una congiura contro il governo spagnolo e scontò 30 anni di carcere. In reclusione scrisse la maggior parte delle sue opere e poesie. La sua visione politica è contenuta nell'opera La città del sole, del 1602, in cui disegna una immaginaria società dove potere politico e religioso sono nelle mani di un solo capo, dove non esistono famiglia, proprietà privata e uso della moneta; dove i beni sono comuni e comune è il lavoro, l'istruzione, la regolamentazione dei matrimoni.



Galileo Galilei dette al pensiero scientifico una svolta profondamente rinnovatrice. Egli fu convinto assertore del metodo sperimentale; in senso moderno ne fu addirittura I'iniziatore. Sostenne, cioè, che alla conoscenza della natura non si perviene in forza di ipotesi filosofiche o di credenze derivate dalla tradizione e dal pensiero teologico, ma con la osservazione diretta dei fenomeni che in natura avvengono. In altre parole, Galilei si preoccupa non di ricercare i "perché" filosofici dell'Universo, del mondo naturale, ma di spiegare come questo Universo si presenta.

Nato nel 1564 a Pisa, Galilei iniziò gli studi dedicandosi alla medicina. Ben presto, però, la sua passione per la fisica e la matematica impressero alla sua vita un indirizzo del tutto diverso. Attento osservatore (a soli vent'anni aveva formulato le leggi dell'isocronismo del pendolo), divenne insegnante di matematica nello Studio pisano. Qui condusse varie ricerche sul moto dei gravi. 
Nel 1592 si trasferì a Padova dove scrisse, tra l'altro, un Trattato sul moto accelerato
Nel 1600 costruisce un cannocchiale e con esso compie una serie di osservazioni astronomiche che Io portano alla scoperta di quattro satelliti di Giove (che egli chiama Stelle medicee in onore del granduca Cosimo II de' Medici), delle stelle della Via Lattea, della natura del suolo lunare.

Nei suoi studi astronomici egli convalida e prova la fondamentale verità della ipotesi eliocentrica e delle .affermazioni di Keplero (Johannes Kepler - Keplero 1571-1630): astronomo tedesco, perfezionò la teoria copernicana enunciando Ie leggi sul moto dei pianeti), circa il movimento della Terra attorno al Sole. I risultati delle sue osservazioni vengono pubblicati in un libro scritto in latino: il Sidereus Nuncius, del 1610. In questo stesso anno, trasferitosi in Toscana su invito di Cosimo II, è fatto oggetto di un'opera continua di calunnia. E' accusato di essersi posto, con le sue idee, contro la religione. 
Nel 1616 viene ammonito a non interessarsi oltre di problemi astronomici. Ma Galileo non desiste: con il Saggiatore, opera polemica con la quale irride alla ottusità dei suoi avversari, e, soprattutto con il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, egli riprende in pieno la difesa delle teorie copernicane.

Nel Dialogo, immagina un confronto tra un copernicano, un sostenitore delle teorie tolemaiche ed un terzo personaggio, che discute le affermazioni del primo. Quest'opera rappresenta il colmo per le gerarchie ecclesiastiche che rinnovano l'accusa a Galileo di aver sostenuto una dottrina in contrasto con i principi della Chiesa e di aver adombrato, nel personaggio del tolemaico - il goffo Simplicio - la stessa figura del pontefice. Benché malato, egli, è costretto a comparire dinanzi al Santo Uffizio di Roma (1633), dove inizia il processo che durerà quattro mesi e che vedrà Galilei difendere strenuamente e con grandissima abilità e cultura, le proprie idee. Alla fine è condannato all'abiura ed al carcere a vita.
Probabilmente l'entità della sua "colpa" avrebbe, in diverse circostanze, comportato la pena di morte. Ma nella comminazione del carcere a vita e nella successiva mitigazione di questa pena in una specie di confino ad Arcetri, vicino Firenze (dove Galilei morì nel 1642) si deve vedere il disagio della Chiesa di fronte ad una persecuzione che sapeva avrebbe sollevato l'indignazione di tutta l'intellettualità d'Europa e che sarebbe comunque rimasta nella storia come un triste esempio dell'intolleranza, della ottusa crudeltà dell'autorità ecclesiastica dei tempi.


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martedì 11 giugno 2013

UMANESIMO E RINASCIMENTO - La filosofia del Rinascimento (1400-1600) HUMANISM AND RENAISSANCE - The philosophy of the Renaissance

   
LO SPIRITO DELL'UMANESIMO

Non si deve pensare che l'Umanesimo segni un cambiamento radicale di cose, quasi un capovolgimento della situazione sociale e culturale del medioevo. Fu uno sviluppo e, in parte, una trasformazione, d'altronde già avviati. Anche il neo-paganesimo della vita, che si diffuse in quell'età, non era il paganesimo degli antichi, perchè innestato su di un tronco, entro cui scorreva la linfa cristiana. Nella stessa filosofia, che pure diveniva spregiudicata e ansiosa di rivivere il pensiero classico, vibrava ancora, almeno nella maggior parte dei suoi cultori, l'esigenza profonda e sostanziale dello spirito cristiano. Tuttavia se si mettono in evidenza gli elementi nuovi o rinnovati, si ha davanti un quadro notevolmente diverso da quello dell'età precedente. 

Fra i motivi caratteristici dell'Umanesimo e del Rinascimento vanno ricordati: il riconoscimento d'un maggior valore dell'uomo, come tale, cioè come essere naturale, avente anche molteplici ed essenziali fini terreni da perseguire, oltre quello soprannaturale; il prendere come oggetto importante di studio e di speculazione pure la Natura; il conseguente incremento delle varie scienze; il bando al principio d'autorità e il conseguente affermarsi della critica e della libertà di pensiero; la separazione della filosofia dalla teologia; I'affermarsi, sempre maggiore, dello sperimentalismo e del razionalismo e, nel contempo, del senso di un'animazione universale e d'una vita solidale di tutti gli esseri della natura e di Dio medesimo, con le inevitabili conseguenze panteistiche; e, infine, il prepotente bisogno di vivere una vita nuova, più compiutamente umana di quanto e di come non si facesse prima.

I dotti greci, venuti da Costantinopoli presa dai Turchi, avevano con se i testi genuini dei filosofi e degli scienziati. Li facevano conoscere, li commentavano. Altri testi antichi venivano scoperti nelle biblioteche dei monasteri o nelle custodie degli episcopi; codici già noti erano riletti con spirito libero, critico e se ne davano più adeguate e più coerenti interpretazioni, espellendo interpolazioni, restituendo passi controversi o alterati. Sorgevano scuole di filosofia, di linguistica, di critica storica; rinascevano le dispute antiche fra nuovi accademici, nuovi epicurei, nuovi stoici, nuovi scettici.
 L'invenzione della stampa veniva proposito. L'insoddisfazione del sapere di prima, appagata, o creduta appagare, bevendo a nuove, varie e più copiose fonti, dava luogo a un'insoddisfazione diversa, ma sempre maggiore e resa più acuta e più tormentosa dalla presenza, viva e operante nello spirito, della profonda speculazione religioso-morale delle età precedenti e dall'insorgere tumultuoso ed esigente di nuovi bisogni, di nuovi problemi. 
Eterna crisi dello spirito.


PREVALERE DELLA CONCEZIONE PLATONICA 
PLATONICI E PERIPATETICI

La scolastica imperava ancora, quando i precursori degli umanisti aprivano nuove vie alla cultura; l'aristotelismo della scolastica lottava ancora, quando l'umanesimo trionfava. E nella lotta e per effetto del generale progresso della cultura, anche l'aristotelismo si era affinato, appurato. L'umanesimo, ripresentandolo nella sua veste originale, aveva giovato anche a esso. Ma era stato rivalutato anche Platone, e come!
Perciò si ebbero, in un primo tempo, due correnti filosofiche principali, oltre le minori, ed erano la platonica e l'aristotelica.

Il platonismo ebbe il suo centro a Firenze, dove Cosimo de' Medici, per consiglio del greco Giorgio Gemisto Pletone (Costantrinopoli1355 circa – Mistra1452), fondò l'accademia platonica, di cui primi direttori furono Pletone stesso e poi il cardinale greco Bessarione e grande maestro vi fu Marsilio Fucino (1433-1499), che ci diede  bella traduzione latina dei Dialoghi di Platone e delle opere di Plotino, la cui filosofia era pure molto apprezzata nell'accademia fiorentina. 
Scolaro di Marsilio fu Pico della Mirandola, che nel De hominis celsitudine et dignitate esalta la filosofia come il mezzo più efficace per promuovere il senso della personalità umana.

L'aristotelismo si divise in due scuole, una detta degli averroisti e l'altra degli alessandristi (ossia seguaci del commentatore greco Alessandro di Afrodisia). La divisione non era profonda, perchè gli uni e gli altri avevano molte vedute comuni, come la negazione dell'immortalità personale e della libertà e la teoria delle due verità (di fede l'una, di ragione l'altra).
Il centro principale degli averroisti fu Padova e fra essi va ricordato Agostino Nifo. Merita menzione anche un loro allievo, il napoletano Giulio Cesare Vanini, bruciato a Tolosa come ateo: egli spiegava la vita dell'universo come retta dalle sole forze della natura, nella quale Dio è immanente. Averroista fu pure Cesare Cremonini, da Cento.

Centro degli alessandristi fu invece Bologna, dove si distinse Pietro Pomponazzi (Mantova, 1462-1524), celebre autore di un libro De animae immortalitate, la cui conclusione è che negli accetta, come cristiano, quei dogmi che, come filosofo, ritiene assurdi. 
Va ricordato pure Andrea Cisalpino di Arezzo, medico come il Pomponazzi, panteista: il suo Dio è l'anima del mondo.


ANTIARISTOTELISMO E SAGGI DI PENSIERO NUOVO

Poichè era lo spirito aristotelico quello che resisteva più fortemente, così la reazione del nuovo pensiero lo ha principalmente preso di mira. Si hanno umanisti nettamente antiaristotelici, come Lorenzo Vallanoto anche come iniziatore della critica storica, Pietro Ramo, vittima della strage di San Bartolomeo del 1572, per opera di un peripatetico fanatico, e Francesco Patrizzi, che tentò una conciliazione del neoplatonismo col naturalismo.

Un filosofo che può essere considerato indipendente, nonostante si trovino in lui non pochi influssi neoplatonici, pitagorici e perfino di Scoto Eriugena, è Nicolò Cusano. Nacque nel 1401 a Cues, sulla Mosella, fu cardinale, vescovo di Bressanone; morì nel 1464. L'opera sua maggiore è De docta iqnorantia.
Egli deprime il potere della conoscenza razionale, discorsiva, e sostiene che solo l'intelletto rafforzato dalla grazia può elevarci alla verità suprema, all'intuizione dell'Unità. In questa Unità tutte le contraddizioni del mondo si risolvono (coincidentia oppositorum); Dio contiene implicitamente tutto ciò che l'universo ha esplicitamente; questo pertanto è Dio stesso, che si dispiega e si manifesta nel tempo e nello spazio.
Con queste concezioni il Cusano contribuì efficacemente al naturalismo panteistico del Cinquecento. Ma può essere ritenuto precursore anche di Copernicodi Cartesio. lnsegnava infatti che la terra non è il centro del mondo e che si muove; che il pensiero è una specie di misura e che la matematica è l'ideale delle scienze.

Notevoli contributi all'elaborazione filosofico- scientifica di questo periodo, così importante in tutti i rami della civiltà e della cultura, diedero lo svizzero Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim detto Paracelsus o Paracelso (Einsiedeln, 14 novembre 1493 – Salisburgo, 24 settembre 1541) e l'italiano Gerolamo Cardano, matematici, medici e filosofi; il panteista mistico tedesco Jakob Boheme e il celebre Leonardo da Vinci
Motivi umanistici, con intenti filosofico-religiosi, elaborarono Erasmo da Rotterdam e Filippo Melantone, mentre Lutero, Zuinglio e Calvino se ne servivano per la loro opera di riforma.

Nè potevano mancare in questo quadro, così ricco di colori e di toni in contrasto, le correnti scettiche e di libero pensiero: di un Michel de Montaigne (I Saggi - Les Esssais), di un Pierre Charron (La saggezza), di un Francisco Sanchez, di un Michel de L'Hopital (Lo scopo della guerra e della pace), che in un tempo come la seconda metà del 500 osava sostenere che la libertà di coscienza è la più pura e la più grande e che "è necessario lasciare in pace lo spirito e la coscienza degli uomini, perchè non possono essere vinti nè dal ferro nè dal fuoco, ma soltanto dalla ragione, dominatrice delle anime".


 IL NATURALISMO GIURIDICO DEL CINQUECENTO

Espressione del nuovo spirito nella scienza politica fu dapprima Nicolò Machiavelli  di Firenze (1469-1527), ma'estro, nel Principe, d'una politica spregiudicata, basata sulla realtà effettiva delle cose e sulla ragione di Stato. Fondava la scienza politica moderna, naturalistica e positiva, di spirito storico-critico, di metodo sperimentale.
In reciso contrasto con le teorie precedenti, la teoria del Machiavelli insisteva specialmente sul principio della statalità del diritto. Ne veniva a questo un'oggettività e obbligatorietà di fatto. Inoltre esso era più un diritto romano del capo dello Stato, che non il diritto romano dello Stato.

Dal realismo del Machiavelli potevano derivare, come derivarono, la degenerazione del machiavellismo e la teoria assolutistica dello Hobbes.  Ma quello stesso spirito che aveva animato il Machiavelli doveva, per la via da questi aperta, e quasi a risoluzione e superamento del contrasto del Segretario fiorentino col prossimo passato, portare a più vaste e profonde concezioni, in cui ritornavano idee dei giuristi classici e degli stessi scolastici, alle concezioni cioè del diritto naturale, razionale, universale, a cui la politica positiva e applicata degli Stati è subordinata e da cui le leggi derivano l'oggettività, non soleo di fatto, ma anche di diritto.

Elaborarono, in vario modo e misura e con intento vario, questi concetti il francese Jean Bodin (Angers, 1529 – Laon, 1596), l'italiano Alberico Gentili (San Ginesio, 14 gennaio 1552 – Londra, 19 giugno 1608), l'olandese Ugo Grozio (Hugo Grotius, Huig de Groot, Huig van Groot oppure Hugo de Groot) (Delft, 10 aprile 1583 – Rostock, 28 agosto 1645).
Questi ultimi preparano la strada all'inglese John Locke (Wrington, 29 agosto 1632 – Oates, 28 ottobre 1704), ai tedeschi  Samuel von Pufendorf (Dorfchemnitz, 8 gennaio 1632 – Berlino, 26 ottobre 1694) e Christian Thomasius o Christian Thomas (Lipsia, 1 gennaio 1655 – Halle, 23 settembre 1728), al francese Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède et de Montesquieu, meglio noto unicamente come Montesquieu (La Brède, 18 gennaio 1689 – Parigi, 10 febbraio 1755) e a quanti professarono poi la dottrina che ripone l'origine del diritto nella razionale natura umana.


IL NATURALISMO FILOSOFICO DEL CINQUECENTO

Dopo guanto abbiamo visto dei filosofi del Quattrocento, non ci reca meraviglia il "naturalismo" dei tre seguenti pensatori italiani, nei quali gli sparsi e molteplici motivi del Rinascimento si concentrano in consapevolezza filosofica, segnando la transizione alla sistematica filosofia moderna. Essi medesimi sono già moderni per il senso vivo che hanno dell'attività autonoma dello spirito, compiono opera di dissodamento del terreno, che altri coltiveranno; gettano germi e li fanno sviluppare, che altri poi sfrutteranno. Essi, ancora in parte vincolati alle tradizioni aristoteliche e metodologiche del tempo, non presentano nelle loro opere un pensiero sempre chiaro e compiutamente elaborato.

Bernardino Telesio (Cosenza7 novembre 1509 – Cosenza2 ottobre 1588). 
Nel De rerum natura iuxta propria principia  fece un tentativo assai significante d'intendere la natura come un sistema di principii a essa immanenti. Combattè l'aristotelismo, propugnò il metodo d'osservazione, fondò a Cosenza la prima accademia scientifica moderna. Postulava l'autonomia della realtà naturale come condizione della scienza di essa. Negava la distinzione aristotelica di materia e forma, sostituendovi quella di materia e forza; concepiva la forza immanente alla materia e come "calore", nelle due opposte manifestazioni di più (caldo) e di meno (freddo), lottanti insieme e generando così la realtà, che è sempre in moto; il moto si converte in sensazione e questa in pensiero.
Sono teorie delle forze contrarie, della materia vivente e della coscienza universale, che ci richiamano il naturalismo dei presocratici.

Giordano Bruno, nato Filippo Bruno (Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600).
 Fu domenicano. Di spirito irrequieto e insofferente, fuggì dal convento e peregrinò per l'Europa. Pubblicò varie opere, alcune in italiano e altre in latino, di cui le più importanti sono: La Cena delle Ceneri..., Della causa principio et uno..., Dell'infinito universo e mondi...,  Gli eroici furori..., De monade numero et figura..., De triplici minimo et mensura. Tornato in Italia, fu denunciato all'Inquisizione, arrestato a Venezia, tradotto a Roma, dove stette carcerato per sette anni, chè tanto durò il suo processo, finito con la condanna al rogo, eseguita nel febbraio del 1600.
L'idea dominante della filosofia del Bruno è quella dell'infinito, con significato e valore di panteismo naturalistico. L'essere divino lo si pensa infinito, ma nemmeno la realtà universale non si può pensare finita; e siccome due infiniti non possono coesistere, così Dio e l'universo sono un solo essere. Però occorre distinguere tra universo e mondo; quello è Iddio, principio di tutto, natura naturans, questo è il cosmo, natura naturata; l'essenza tuttavia è identica. 
Il mondo è la manifestazione neccessaria e molteplice, nel tempo e nello spazio, Dio eterno e uno. Dio è l'unità che genera e contiene innumerevoli esseri, conciliando in sè tutte le differenze e tutte le opposizioni: causa immanente e anima del mondo. Per l'onnipresenza reale e operativa dell'essere divino in ogni cosa, tutto nella natura è vivente; tutto si trasforma e nulla perisce.
Al concetto biblico-cristiano di libera creazione ab-extra si sostituisce dunque il concetto, affine a quello degli antichi presofisti, di un'unica "natura" e di trasformazione necessaria e interiore; al concetto aristotelico-scolastico di mondo finito, si sostituisce quello di universo infinito. 
Non soltanto il Bruno considera infondato il geocentrismo e approva I'eliocentrismo, ma lo supera e concepisce l'universo come un immenso sistema d'innumerevoli sistemi solari.
Ogni essere particolare è una monade, o unità vivente e attiva, che sboccia, si espande e si moltiplica, riproducendo in piccolo e sotto una sua forma speciale la realtà e la vita della Monade divina; perciò ogni essere è anima e corpo insieme, dotato di forza espansiva nello spazio (donde la sua corporeità) e del potere di ritornare su se stesso, di concentrarsi (donde
il pensiero, che è realtà spirituale, cioè incorporea, inestesa, l'anima). La conoscenza è propria di questa realtà spirituale che, intuendo Dio nel Tutto e sentendosi partecipe della vita di esso, si esalta in "eroico furore" (Panteismo mistico).

Tommaso Campanella, al secolo Giovan Domenico Campanella (Stilo, 5 settembre 1568 – Parigi, 21 maggio 1639).
Fu domenicano come il Bruno. Volle farsi paladino di una riforma politica e religiosa, e ciò gli attirò una condanna al carcere a vita. Fu graziato dopo 27 anni e finì la sua vita in Francia nel 1639. Scrisse anche in carcere. Delle sue opere notiamo: Metaphysica..., De sensu rerum..., Apologia pro Galileo..., Atheismus triumphatus...., Civitas solis, in cui l'autore esponeva il piano del suo Stato ideale, che ricorda, sotto alcuni aspetti, la Repubblica di Platone e, sotto altri, l'Utopia dell'inglese Thomas Moreitalianizzato in Tommaso Moro (Londra7 febbraio 1478 – Londra,6 luglio 1535).

Mentre la filosofia del Bruno si accentra subito nella concezione della realtà, quella del Campanella prende le mosse dal fatto della conoscenza. Egli ritiene che la metafisica richieda come base una solida teoria gnoseologica. Le nostre cognizioni derivano da due fonti: il senso e la ragione; quello, per sè, è incerto e ingannevole, questa è capace di risultati validi e certi, in quanto sorge e si svolge dal senso interno (sensus abditus) o coscienza. (L'esterno è sensus additus).
La coscienza rivela l'uomo a se stesso direttamente e senza possibilità di dubbio; lo mostra a se stesso come un essere che è, che può, che sa, che vuole; gli mostra inoltre che questo potere, questo sapere, questo volere sono limitati e condizionati e che, conseguentemente, esiste una realtà oggettiva che pone all'uomo questi limiti e questo condizionamento: realtà dunque distinta da lui, la quale, essendo egli con essa in necessario e costante rapporto di azione e di reazione, è causa delle sue percezioni esterne, ossia della sua esperienza sensibile, la cui validità oggettiva è pertanto assicurata.
Ma il rapporto di reciprocità d'azione, tra lui e la realtà diversa da lui, implica che gli esseri che la costituiscono siano, come lui, viventi e dotati di potenza, conoscenza e volontà. 
Potentia essendi, intelligentia essendi, amor essendi sono dunque i principì costitutivi d'ogni essere. La somma di questi principi o, per meglio dire, l'unità che li sintetizza e li attua in modo perfetto e assoluto è Dio, essere supremo e infinito. Da Dio fino agli esseri che riteniamo formati di materia bruta, è una gradazione di realtà e di vita, in cui c'è sempre, in varia misura, potenza, intelligenza, volontà: immensa catena o immenso organismo, in cui palpita una vita cosciente e volitiva, che si accentra in Dio.




   

mercoledì 10 marzo 2010

TOMMASO CAMPANELLA - Filosofia della natura e teoria della scienza

La personalità e l'opera di Tommaso Campanella sono attraversate da un interesse dominante di natura politico-religiosa.


Campanella si sentiva portatore di un grande compito, si considerava messianicamente un "destinato" e un "inviato"..., con entusiasmo pari all'ingenuità era convinto di essere stato investito della missione di riformatore e rinnovatore della città umana, e all'adempimento di quello che riteneva il suo mandato dedicò ogni energia con animo indomito, passando attraverso gli eventi più drammatici e le prove più dure, mutando anche e non di poco le proprie idee, adattandosi non senza accortezza alle circostanze diverse e dolorose in cui lo gettò il tempestoso itinerario della sua vita.

Nella prima giovinezza aveva assunto un atteggiamento violentemente ribelle verso l'autorità costituita e contro ogni dogma imposto in nome della rivelazione e della tradizione..., successivamente, dopo la congiura antispagnola del 1959 e la conseguente condanna, si allineò (probabilmente in modo non del tutto sincero) all'ortodossia religiosa e fece ripetuti atti di ossequio verso la gerarchia ecclesiastica e il papa.
Ancora in questa seconda fase della sua vita si rivolse ora all'una, ora all'altra delle grandi monarchie d'Europa: ma senza perdere mai di vista l'attuazione dei suoi vasti disegni, il cui fine era quello della rigenerazione dell'umanità e della liberazione del mondo dai mali che lo affliggono.

Anche la filosofia di Tommaso Campanella (una metafisica naturalistica imbevuta di concezioni "pampsichistiche" e magiche in cui prende singolare rilievo il tema dell'autocoscienza), non potrebbe essere considerata a prescindere da quello che è il suo interesse fondamentale.
Un sonetto da lui composto - giacché fra' Tommaso fu anche abbondante e ispirato poeta - esprime molto bene, nella sua stessa enfasi e ridondanza, l'altissima considerazione che Campanella aveva di sè, la fede nella sua missione illuminatrice e liberatrice e inoltre lo stretto legame tra i capisaldi della sua filosofia e la sua vocazione civile e morale.


Io nacqui a debellar tre mali estremi
Tirannide, sofismi, ipocrisia:
Ond'or m'accorgo con quanta armonia
Possanza, senno, amor m'insegnò Temi (*)
Questi principii son veri e supremi
Della scoverta gran filosofia,
Rimedio contro la trina bugia
Sotto cui tu piangendo, o mondo, fremi
Carestie, guerre, pesti, invidia, inganno,
Ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno;
Tutti a que' tre grandi mali sottostanno,
Che nel cieco amor proprio, figlio degna
D'ignoranza, radice e fomento hanno.
Dunque a divellar l'ignoranza io vegno.

(*) Temi è la dea della giustizia.
Possanza, Senno, Amor sono le tre "primalità dell'essere".
Farò accenno nell'ultima parte del presente profilo.


Fra' Tommaso si chiamava in realtà Giovanni Domenico e nacque a Stilo in Calabria il 5 settembre 1568.
Era appena adolescente quando entrò nell'ordine domenicano a Placanica presso Nicastro, prendendo il nome di Tommaso e applicandosi agli studi filosofici e scientifici.


L'INFLUENZA DEL SENSISMO DI TELESIO

La scelta del nome non deve far pensare che Campanella, ai suoi esordi di pensatore, si sentisse attratto - se non fugacemente - dal sistema di Tommaso d'Aquino anche se poteva nutrire ammirazione per il vasto ingegno del teologo e filosofo scolastico. Al contrario, i suoi primi e decisivi contatti spirituali furono con Bernardino Telesio, un "filosofo della natura" nato a Cosenza, antiaristotelico convinto, sostenitore dell'importanza preminente della conoscenza sensoriale e fautore di uno studio spregiudicato della natura che indagasse quest'ultima "iuxta propria principia", cioè secondo i principi ad essa intrinseci e non facendo abusivo ricorso a principi di carattere sovrannaturale o ad apriorismi logici e metafisici.

Campanella non conobbe personalmente Telesio, morto nel 1588, ma in questi primi suoi: anni fu un telesiano così fervido da aver deposto - come racconterà in seguito - una elegia sul feretro del pensatore cosentino.
Un'altra personalità che influisce in questo periodo sulla formazione del giovane Campanella è quella del napoletano Giambattista Della Porta, spirito geniale ma disordinato, infaticabile nell'osservazione e nella ricerca sperimentare a cui mescolava credenze magiche come quella intorno alla "pietra filosofale".
Dalla frequentazione del Della Porta, oltre che dalle sue personali propensioni, deriva quella profonda convinzione nella validità della magia e dell'astrologia che distacca Campanella dalla fisica del suo maestro Telesio e che porta lo Stilese al di fuori di quella linea ideale che va da Telesio a Leonardo e a Galilei.

La fisica telesiana, per quanto pre-scientifica rispetto all'opera di Galileo, respingeva quanto vi era di più chimerico e arbitrario nella magia, mentre Campanella accetta in pieno il presupposto della universale animazione delle cose che sarebbero dotate di forze sostanzialmente simili a quelle dell'animo umano;e tra cui intercederebbero legami di consenso e di simpatia. Per lui - come segnalerò più avanti - tutte le cose, non soltanto vivono e sentono, ma si sentono, percepiscono se stesse..., il mondo, come dicono le prime parole di un altro suo sonetto, "è un animal grande e perfetto, statua di Dio, ecc....".

Il punto su cui Campanella si manterrà sempre fedele al pensiero di Telesio concerne la supremazia della conoscenza sensibile su ogni altra forma di conoscenza. La sapienza per eccellenza è quella fondata sui sensi, i quali soltanto possono comprovare, correggere o respingere ogni conoscenza incerta. Così, ad esempio, gli antipodi che erano stati affermati teoricamente da quegli, antichi che sostenevano la sfericità della Terra, e che erano poi stati negati dai Padri della Chiesa da Sant'Agostino a Lattanzio, vennero accertati mediante l'esperienza dai navigatori dell'era delle scoperte geografiche.

"Il senso - afferma Campanella - è certo e non vuol prova, chè egli è prova; ma la ragione è conoscenza incerta, perciò vuol prova".


FRA' TOMMASO ERETICO E RIBELLE: I PRIMI PROCESSI

Queste dottrine, largamente ispirate al naturalismo e all'empirismo di Telesio e professate da fra' Tommaso con la passionalità che gli è propria, non possono non creare sospetti nell'ambiente ecclesiastico. E ai sospetti e all'ostilità seguono ben presto processi e condanne, giacchè Campanella si batte con tenacia per la libertà del pensiero.

Alla fine del 1591 viene imprigionato a Napoli per le tesi contenute nello scritta "Philosophia sensibus demonstrata"..., dopo alcuni mesi è liberato con l'ingiunzione di ritornare nel luogo di origine e di abbandonare le dottrine eterodosse facendo atto di adesione al tomismo. Ma il poco remissivo Campanella disobbedì e si recò invece a Roma e poi a Firenze e a Padova dove subì un altro processo, questa volta sotto l'imputazione di perversioni sessuali, venendone tuttavia assolto.

Tra il 1593 e '94 nuove accuse lo colpiscono per deviazione dottrinale e un nuovo processo viene imbastito. Più grave un quarto processo intentatogli per manifesta eresia: trasferito a Roma, rimane qualche tempo nel carcere del Santo Uffizio, a Tor di Nona, probabilmente condividendo là prigionia con Giordano Bruno il cui processo romano durò sette anni, dal 1593 al 1600.
Recupera la libertà nel 1595, mentre il processo non è ancora chiuso, ma resta sotto sorveglianza, e dopo altre vicende fa ritorno a Stilo nel 1598.

Che in questi anni Campanella fosse su posizioni di aperta incredulità nei riguardi dei principali dogmi cristiano-cattolici, è attestato non soltanto dalle ripetute persecuzioni che ebbe a subire, ma anche dalle dichiarazioni fatte da lui stesso, in sede di ritrattazione, dopo il drammatico fallimento della congiura del 1599.
La evoluzione del pensiero filosofico-religioso e politico di Campanella è assai complessa e non riconducibile ad una lineare unitarietà, come vorrebbero gli interpreti che sbrigativamente o interessatamente definiscano lo Stilese il "filosofo della restaurazione cattolica", o come vorrebbero interpreti di altra tendenza che considerano o consideravano pura e semplice simulazione il suo mutamento di posizione.

Uno studioso di dichiarato indirizzo cattolico, ma non privo di equilibrio, Romano Amerio, ammette senz'altro il periodo di giovanile incredulità del Campanella il quale negava i misteri della trinità, della incarnazione, della "presenza reale" nell'eucaristia, della responsabilità di tutti gli uomini nel peccato originale (giacchè non si dà peccato se non come consapevolezza del peccare), respingeva come stolida la credenza nella "immacolata concezione", toglieva ogni valore alla convinzione di una vita futura sostenendo il principio di una morale autonoma, per cui la virtù non deve essere seguita in vista della remunerazione oltremondana e il vizio non deve essere fuggito per paura dei castighi infernali o purgatoriali.

Lo stesso Campanella, come dicevo, riconosce le sue passate "empietà" in vari luoghi dei suoi scritti e il "ravvedimento" costituisce il tema principale della "Canzone a Berillo di pentimento", composta dopo quattordici anni della sua prigionia in Napoli: il madrigale quarto della canzone inizia con questi versi significativi, in cui vi è un'allusione alla manifestazione più cospicua della sua attività di ribelle, cioè la congiura ordita contro il governo spagnolo:


Io mi credevo Dio tener in mano
Non seguitando Dio,
Ma l'argute ragion del senno mio,
Che a me ed a' tanti ministrar la morte


E nel madrigale undicesimo fa esplicito riferimento alle sue blasfemie nei riguardi della Vergine.


Merti non ho per quelle gran peccata
Che contra te ho commesso,
Madre di Cristo, e voi che state appresso...


LA CONGIURA E IL SUO FALLIMENTO: LA CONDANNA AL CARCERE PERPETUO

Tornato dunque nella nativa Stilo nel 1598, il Campanella fu ospite di un piccolo convento dove mostrava di condurre vita ritiratissima nello studio e nella preghiera..., in realtà tesseva con un gruppo di compagni le fila della congiura che doveva costituire l'evento cruciale della sua vita.

"La congiura - scrive Benedetto Croce - non era poi cosa tutta da giuoco. Vi partecipavano frati, cavalieri, banditi, i Turchi: il Campanella aveva al fianco uomini di parola e d'intrighi come fra' Dionisio Ponzio..., uomini d'azione come Maurizio de Rinaldi, il capo " secolate " della congiura. Al tempo stabilito sarebbero entrati di notte in Catanzaro tre a quattrocento armati, che avrebbero dato principia all'insurrezione..., in caso di primo insuccesso, si sarebbero ritirati sui monti, non facilmente dominabili dalle soldatesche; il movimento era concordato col contemporaneo arrivo dei Turchi, guidati dal bassà Cicala (trenta galere turche, non sapendo del fallito tentativo, si presentarono, infatti, il 13 settembre alla marina di Stilo)..., il denaro necessario si sarebbe travata. Il vicerè di Napoli sapeva ciò che diceva, quando scriveva a Madrid essere stata misericordia divina l'averla scoperta in tempo".

Imprudenze, defezioni e delazioni facilitarono la messa in luce di ciò che si andava preparando e, sia da parte viceregale sia da parte ecclesiastica, la repressione si abbattè rapida sulle fila disfatte dei congiurati.
I processi iniziati in Calabria sfociarono ben presto in un processo generale a Napoli sotto la congiunta imputazione di tentata ribellione e di eresia..., a confessione ottenuta, mediante largo impiego della tortura, parecchi furono condannati a morte e prima fra tutti Maurizio de Rinaldi, giustiziato il 4 febbraio 1600.

Sorte diversa toccò a Campanella grazie all'abile espediente di fingersi pazzo e grazie alla tenacia con cui persistette nella simulazione nonostante i tormenti inflittigli.
La presunta follia e il dissidio tra autorità secolare spagnola e autorità inquisitoriale (fra le quali sorse un conflitto di competenza circa il giudizio), fecero si che il processo venisse tirato per le lunghe fina al 1602, concludendosi infine non can la condanna alla pena capitale, ma con quella al carcere perpetuo da scontarsi nei castelli di Napoli.
Un altro tra i principali collaboratori di Campanella, il frate Dionisio Ponzio, imprigionato con lui, riuscirà dopo alcuni anni a fuggire e a rifugiarsi nelle terre ottomane, dove si convertì alla religione mussulmana.

Intorno alla fallita cospirazione, alla sua origine, ai suoi moventi e alla parte che vi ebbe, la predicazione delle idee campanelliane, molto si è scritto e discusso da parte degli storici.
Certamente essa va posta in relazione con quel clima di esaltazione e di grandi attese, con quella temperie e psicosi da millennio che era diffusa alla fine del secolo in non pochi ambienti, da Roma, a Napoli, e che ovviamente infervorava una personalità al tempo stesso meditativa e volta all'azione, profonda e ingenua, come quella di Campanella.

La scoperta del Nuova Mondo, a cui egli spesso si riferisce, progressi scientifici e ritrovati della tecnica (la calamita, la stampa, le armi da fuoco), pestilenze e terremoti, "congiunzioni magne" a cui l'astrologia attribuiva fantastici significati per i destini umani, venivano tutti interpretati da questo spirito avido di novità come indizi di una svolta radicale e di una imminente palingenesi in cui si operasse il ritorno alla perduta età dell'oro.

Ma questo confuso e inebriante clima da millennio si congiungeva alla condizione di acuto disagio sociale e di endemica povertà della terra di Calabria: condizione che era propizia alle patetiche aspettazioni, agli entusiasmi profetici, ai vaticini dei visionari fin dai tempi di Gioacchino da Fiore, e che era favorevole altresì ai moti spontanei di rivolta e al brigantaggio cui si davano i disperati.
Cronache che abbracciano quasi l'intero arco del Cinquecento ci danno notizia di non infrequenti tumulti che scoppiavano contro conti e baroni particolarmente esosi e oppressivi.
Una di tali cronache ad esempio racconta...

"1512. De lo mese di giuglio 1512 se revoltai una terra in Calabria nominata Martorano, et se revoltai contra lo Conte suo signore de casa de Jennaro, per causa che detto Conte era multo tiranno et malo signore".

E ancora nella stesso anno...

"De lo mese di dicembre 1512 se revoltai una terra di Calabria nominata Santa Severina contro lo signore Andrea Carrafa suo patrone, per causa che detto signore era multo tiranno".

Nel 1563 un fuoruscita soprannominato Re Marcone aveva raccolta sotto il suo comando un migliaio e mezzo di uomini e si era sostituito alle autorità spagnole amministrando la giustizia, applicando tasse, distribuendo regolarmente il soldo alla sua truppa.

Motivi di scontento e fermento non mancavano dunque in queste terre ed è in tale cornice che vanno visti il tentativo che ebbe per animatore Campanella e i consensi e le speranze che esso potè suscitare.
Tentativo rivolto si contro il dominio straniero della Spagna, ma a cui erano completamente estranei finalità e intenti di carattere nazionale. Lo Stilese era nemico della tirannide e propugnatore di un ordine umano di armonia e di giustizia, ma farne una specie di precursore del patriottismo risorgimentale - come pure qualcuno tentò - sarebbe cadere in un equivoca addirittura grottesco.

Intorno ai fini della cospirazione, una fonte documentaria della massima importanza, studiata e portata alla luce nel secolo scorsa da Luigi Amabile, è costituita dalle deposizioni rese dai congiurati al processo.
Dalle deposizioni traspare chiaramente che scopo del moto era quello di attuare una comunità di cui fra' Tommaso avrebbe dovuto essere il capo e che avrebbe dovuto reggersi secondo criteri in larga parte affini a quelli che saranno poi distesamente esposti nello scritto "La Città del Sole" composto da Campanella in carcere nel 1602.
Infatti le due affermazioni che ricorrono più spesso sulle bocche degli imputati sono: vita e beni in comune, attività generativa riservata ai più adatti, che sono i due principi fondamentali che presiedono alla comunità dei Solari, nonchè minuti particolari circa le fogge del vestire che avrebbero dovuto aver corso nella costituenda repubblica, e di cui in effetti si ragiona nello scritto di Campanella.

Il nesso tra le idee esposte dai partecipanti alla congiura e il contenuto della "Città del Sole" è innegabile.
Secondo Luigi Firpo, Campanella avrebbe inteso rivendicare, contro le storture e i fraintendimenti dei suoi rozzi ascoltatori e compagni di congiura, la natura autentica del piano da lui vagheggiato e che altri aveva deformato e invilito senza comprenderne la purezza e la dignità.
Secondo Norberto Bobbio, invece, la concertata insurrezione non sarebbe stata un tentativo di realizzare la "città del Sole", ma piuttosto la "Città del Sole" un tentativo di idealizzare a posteriori la congiura, "un tentativo concepito nell'isolamento del carcere come atto di reminiscenza e insieme di giustificazione".

L'interpretazione che a me sembra più plausibile è che Campanella abbia meglio definito e fissato sulla carta idee che già erano da lui propugnate e a cui in qualche modo partecipavano - secondo il loro livello di cultura - i cospiratori stessi. Tra l'opera di propaganda svolta al tempo della preparazione della congiura e la stesura, compiuta durante gli indugi del processo, dello scritto utopistico, non vedo una soluzione di continuità. Il testo chiarisce e completa e dà forma letteraria a quello che era già stato detto o promesso nei conciliaboli tra i congiurati e che quest'ultimi avevano a modo loro capito e appreso, come dimostrano del resto le deposizioni.


COMUNISMO E RELIGIONE DI NATURA NELL'ISOLA DI TOPRABONA


Secondo un modulo consueto, la "Città del Sole" è scritta in forma di dialogo, che si svolge tra un nostromo genovese che ha appena compiuto la circumnavigazione del globo e un Ospitalario (membro dell'ordine degli ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, poi Ordine di Malta il quale interpella il navigatore circa gli ordinamenti che questi ha trovato vigenti nella favolosa isola di Taprobana (odierna Sry Lanka) dove ha sede una città eretta su un alto colle e cinta da sette cerchie di mura.
Nella "Città del Sole", del 1602, Campanella disegna un'immaginaria società dove potere politico e religioso sono nelle mani di un solo capo, dove non esistono famiglia, proprietà privata e uso della moneta..., dove i beni sono comuni e comune è il lavoro, l'istruzione, la regolamentazione dei matrimoni.

E qui vi rimando alla mia opinione sulla LA CITTA' DEL SOLE - Tommaso Campanella

I primi anni della prigionia, che avrebbe dovuto essere perpetua e irremissibile, furono durissimi. Rinchiuso nell'orrida fossa di Castel Sant'Elmo, Campanella trovò tuttavia la forza per resistere e sopravvivere anche spiritualmente; le sue qualità di lottatore si esaltarono anzi, sfidate e stimolate dalla durezza e crudeltà delle circostanze. Nel fondo della sua cella scrive opere che gli vengono sottratte e che egli, con accanimento instancabile, ricompone..., indirizza appelli, consigli, memoriali a papi, sovrani, cardinali.


IL PROGETTO DI UNA MONARCHIA ECUMENICA

Soltanto in un secondo tempo la detenzione si fa un po' più blanda in Castel dell'Ovo e in Castel Nuovo, dove al prigioniero è concesso di ricevere visitatori (nel 1613 si recano da lui due tedeschi suoi ammiratori, Tobia Adami e Rodolfo von Bünau, al primo dei quali Campanella affida alcune sue opere che verranno infatti pubblicate in Germania), mentre intrattiene rapporti epistolari con vari dotti in Italia e all'estero: dal tedesco Gaspare Scioppio al francese Pirrre Gassendi, allo stesso Galilei.

Intanto il suo pensiero si è volto verso nuove vie e ha subito una rilevante trasformazione. Lui, l'apostolo della religione naturale senza verità rivelata, diviene sostenitore di una religione positiva fortemente istituzionalizzata come il cattolicesimo..., l'incredulo di ieri accetta il magistero ecclesiastico e deplora - come già si è visto - i suoi trascorsi ereticali..., lui, prigioniero della Spagna, esalta la monarchia spagnola affermando che essa deve farsi "braccio secolare" del pontefice per realizzare l'unificazione politico-religiosa dell'intero genere umano, nel segno di un cattolicesimo che sia - su questo tasto Campanella batterà sempre con vigore - moralmente emendato nei costumi dei suoi ministri ed esponenti e purgato dagli abusi.

A questo proposito - troppo semplice e semplicistica sarebbe la tesi - che pure fu sostenuta - della finzione integrale, allo scopo di ingraziarsi l'Inquisizione e gli Spagnoli e di ottenerne la remissione della condanna. Che per ragioni di evidente opportunità Campanella abbia gonfiato, per così dire, la sua professione di fedeltà alla gerarchia e caricato i toni dello elogio rivolto alla monarchia di Spagna, è pressoché certo. Così si spiegherebbero, ad esempio, certe reboanze di uno scritto come "Atheismus triumphatus" del 1605, e gli inni alla teocrazia papale (dopo aver teorizzato la ben diversa teocrazia "solare") contenuti nel "Monarchia Messiae" composto nello stesso anno.
Ma è indubbio che, a parte volute ostentazioni, ci troviamo di fronte ad un nuovo orientamento effettivamente maturato nell'animo dello Stilese, un orientamento nella sostanza non fittizio e comunque non esclusivamente dovuto a calcoli strettamente personali.
A che cosa può attribuirsi il mutamento?

Dopo il fallimento della congiura e nei lunghi anni di carcere, l'aspirazione alla palingenesi politico-sociale-religiosa permane nel Campanella e anzi si fa ancora più viva. Ma altri sono gli strumenti e le forme mediante cui egli si sforza (e si illude) di attuare il suo disegno. Resosi conto dell'impossibilità di avviarlo a realizzazione con un audace colpo di mano diretto contro possenti autorità, egli progetta, sconfitto ma non frustrato, di valersi proprio di queste autorità secolari e spirituali, di attirarle al suo programma con la forza della persuasione facendo leva soprattutto sulla natura universalistica del papato.

Tra la repubblica egalitaria, che avrebbe dovuto nascere da una insurrezione, e la monarchia ecumenica sotto l'egida del pontefice romano la distanza è grande..., eppure un filo tenace lega il Campanella complottatore al Campanella che lancia appelli a Roma, a Madrid e più tardi a Parigi, quando la Spagna lo avrà deluso del tutto ed egli riporrà le sue speranze in un nuovo braccio secolare: quello della monarchia francese.
Questo filo è dato dall'ecumenismo, dalia convinzione che i mali del mondo possono essere vinti soltanto da un'organizzazione universalistica e unitaria del genere umano che elimini frazionamenti e discordie.

Campanella non ha mai rinunciato a questo suo ideale di rinnovamento radicale, anche se lo ha via via ripensato nelle forme della sua possibile attuazione e se ha modificato i programmi in rapporto alle circostanze, accettando transazioni e compromessi proprio perchè si sentiva non soltanto filosofo e profeta ma anche politico, e sapeva - nonostante il suo virulento anti-machiavellismo - che il politico deve essere realista.

L'atto di adesione dello Stilese alla dogmatica del cattolicesimo deve essere visto in connessione con la sua esigenza ecumenica. Ammesso che il papato sia la forza cosmopolitica o supernazionale che in alleanza con una grande monarchia secolare può garantire l'unificazione degli uomini in una sola comunità politica, bisognerà far atto di ossequio (sia pure con qualche intima riluttanza) al papa, alla curia, alla "Professio Fidei Tridentinae" che nel 1564 aveva coronato i deliberati del Concilio di Trento, l'assise fondamentale della Riforma cattolica e della Controriforma.

Certo è ben poco credibile che il già spregiudicato ed eretico Campanella potesse intimamente far propri tutti i dogmi che il Concilio aveva ribadito e irrigidito nella polemica contro i protestanti..., anche qui tuttavia, insieme alle forti oscillazioni e modifiche di orientamento, è possibile cogliere una linea di continuità.

Tommaso Campanella, assertore fin dall'inizio di una religione di natura, cioè di una "religio ìndita", innata in tutti gli uomini e fondamento di tutte le religioni storiche le quali sono acquisite e sopraggiunte (religio àddita ò pòsita), continua e continuerà sempre ad esserne l'assertore. Con la differenza che, nella seconda fase della sua vita, egli valorizza il cristianesimocattolicesimo come quella, tra le religioni storiche, che più si avvicina alla "religio ìndita" la quale costituisce la norma in base a cui misurare il valore delle varie religioni positive.

In altri termini, egli non approva il cattolicesimo sulla base della fede, della tradizione e della rivelazione, ma sulla base della religione di natura. La priorità di valore è di questa su quello, e non viceversa.
Ciò rende assai dubbia l'ortodossia di Campanella e induce a considerare col massimo sospetto l'interpretazione di coloro che hanno voluto e vogliono tuttora vedere nel pensatore calabrese il "filosofo della restaurazione cattolica", come da ultimo uno studioso cattolico oltranzista, il Di Napoli.

Limpidamente il problema è stato riassunto in questi termini...

"Egli [Campanella] è partigiano di una riforma morale del cattolicesimo che, lasciando immutati i dogmi e la struttura gerarchica della chiesa, la restituisca all'ordine e alla semplicità del periodo patristico e quindi alla sua capacità di proselitismo e di diffusione universale. Con ciò Campanella si inseriva nei piani grandiosi della chiesa della controriforma... Ma con tutto ciò si ingannerebbe chi ritenesse la posizione di Campanella caratterizzata da un conformismo ortodosso. Il piano profetico di Campanella veniva certamente a coincidere con il piano e con le esigenze della chiesa della controriforma..., ma il movente e la giustificazione di quel piano non erano e non potevano essere quelli della chiesa. Campanella accetta il cattolicesimo perchè lo identifica con la religione naturale..., accetta la rivelazione perchè senza le profezie e i miracoli la religione non possiede forza persuasiva e capacità diffusiva universale. L'ultimo fondamento dell'atteggiamento di Campanella è filosofico e naturalistico, non religioso ". (Io direi, in armonia del resto con l'interpretazione che l'autore dà della figura e dell'opera del Campanella, che il fondamento ultimo dell'atteggiamento del pensatore calabrese è filosofico-naturalistico e politico).

Nel 1626, dopo ventisette anni di detenzione ininterrotta, Campanella viene liberato per ordine del vicerè. Ma, nonostante il dichiarato ravvedimento, l'occhio dell'Inquisizione è sempre minacciosamente puntato su di lui e appena un mese dopo un nuovo carcere lo accoglie: quello del Sant'Uffizio a Roma, dove peraltro viene trattato con riguardò grazie soprattutto all'atteggiamento benevolo che ha verso di lui il papa Urbano VIII.

Quest'ultima fase della prigionia non è dura, nè si protrae a lungo concludendosi con un periodo di libertà vigilata cui segue finalmente la libertà totale. La lunga persecuzione non è però ancora finita.
La permanenza in Roma di Campanella suscita forti contrasti: una buona parte dei dignitari della Curia gli è irriducibilmente ostile, la Spagna guarda di nuovo a lui come ad un nemico e, dacché egli si è convertito alla tesi del primato della monarchia francese, gli attribuisce la responsabilità della francofilia del pontefice Barberini..., d'altra parte Campanella non assume un atteggiamento docile, al contrario difende apertamente Galilei contro cui proprio in questi anni si prepara il processo (pur non condividendo il suo copernicanismo), e insiste per la pubblicazione di tutte le sue opere, anche di quelle condannate dalla chiesa.

La crisi decisiva si ha quando, in seguito alla scoperta di un complotto antispagnolo in Napoli, il governo di Spagna chiede al papa l'estradizione per riavere nelle mani Campanella. Il papa tergiversa e non impedisce la fuga di fra' Tommaso che, con l'aiuto dell'ambasciatore francese, lascia per sempre Roma e l'Italia diretto in Francia, dove Luigi XIII lo accoglie con favore e lo provvede di una pensione.

È l'anno 1634. Il pensatore calabrese potrà vivere in operosa tranquillità a Parigi per altri cinque anni, combattendo la sua ultima battaglia: quella per la pubblicazione integrale delle sue opere, in lotta contro il divieto posto dalla Curia romana.
Campanella riesce ad ottenere la autorizzazione della Sorbona e può attuare in buona parte il suo proposito, la cui completa esecuzione è impedita dalla morte che lo coglie nel convento di Rue Saint-Honoré, in Parigi, il 22 maggio 1639.


LA "COSCIENZA DI SÉ" E IL NATURALISMO MAGICO

Un anno prima aveva visto la luce la "Metaphysica" che è il suo scritto più sistematico argomento speculativo, nel quale l'autore sviluppa gli spunti notevoli di carattere gnoseologico e metafisico che erano già presenti nel "Del senso delle cose e della magia" composto nel 1604, poi tradotto in latino e in questa versione pubblicato a Francoforte nel 1620 da amici di Campanella.

Nella prima parte della "Metaphysica", che uscì un anno dopo il "Discorso sul metodo" di Descartes pur essendo stata compiuta molti anni prima, il filosofo rinnova la considerazione che già Agostino aveva fatto nel "Contra Academicos" e nel "De Civitate Dei" nell'intento di confutare lo scetticismo: di me come essere cosciente ho una certezza immediata e incontrovertibile; se mi inganno, sono.
C'è dunque un sapere originario di cui nessuno può dubitare (in realtà di questa certezza soggettiva lo scettico antico non dubitava), e tale sapere è un sapersi, un sentirsi.
Campanella denomina variamente questa conoscenza di sè: "sensus sui, sensus ìnditus" (intrinseco), "sensus abditus" (interno, nascosto), "notitia sui ipsius" innata..., ora, questa nozione originaria di sè è condizione imprescindibile di ogni altra conoscenza e di ogni apprendimento dallo esterno. Il sensus sui rende possibile il sesasus additus o illatus (aggiunto, acquisito).

"Lo spirito percipiente - dice Campanella - non sente il calore, ma in primo luogo se stesso: sente il calore attraverso se stesso, in quanto è modificato dal calore".

Le cose esterne producono nell'anima modificazioni che rimarrebbero estranee all'anima e non conosciute da essa, se questa non le riferisse a se stessa, il che richiede appunto l'avvertimento di sè, il sentire se stesso nell'atto di sentire ciò che è altro da noi.

Tale consapevolezza si realizza in tre modi o forme: si è coscienti di essere e quindi di poter essere, di sapere e infine di volere (o amare), ossia si desidera conservare se stessi. "Esse" (posse), "scire" e "velle" sono i tre principi di evidenza intuitiva in cui il "sensu" sui si articola.

Campanella ha il merito di avere posto in risalto il tema dell'autocoscienza, occorre, però, aggiungere che egli non considera la coscienza di sè quale prerogativa dell'uomo (come affermava invece negli stessi anni Descartes a proposito del pensiero)..., obbedendo al suo orientamento magico-metafisico, il filosofo calabrese estende e attribuisce la coscienza di sè a tutti gli esseri naturali, dal più elevato all'infimo.
La sensibilità è, secondo lui, diffusa ovunque e con essa la coscienza di sentire. Di conseguenza, i tre principi sopra indicati non riguardano soltanto l'uomo, non hanno portata antropologica, ma valore ontologico..., investono cioè l'essere nella sua totalità.
Sono Potenza, Sapienza, Amore, le tre primalità o principi costitutivi dell'essere, a cui fanno riscontro le tre primalità negative o del non essere (impotenza, ignoranza, odio).
Soltanto in Dio - di cui Campanella a differenza di Bruno riafferma la trascendenza rispetto al mondo - le tre primalità raggiungono il loro culmine e la loro piena realizzazione, mentre le cose finite partecipano in modo duplice delle primalità positive e delle primalità ad esse opposte, derivando appunto da ciò la loro parzialità e la loro finitudine.

In Campanella, dunque, il motivo dell'autocoscienza serve per edificare una metafisica della universale animazione delle cose mentre in Sant'Agostino era servita a fondare una metafisica spiritualistica e teocentrica.
Quanto a Descartes, egli aveva ragione di respingere ogni nesso effettivo tra il "sensus sui" campanelliano e il suo "cogito-sum": diverso infatti è il significato dei due principi e del tutto differente lo sviluppo che essi hanno nei due rispettivi contesti di pensiero.


VEDI ANCHE ...

LA CITTA' DEL SOLE - Tommaso Campanella

PENSIERO POLITICO DEL XIX SECOLO – LIBERALISMO e SOCIALISMO

MATERIALISMO STORICO

IL CAPITALE - THEORIEN UBEN DEN MEHRWERT - Karl Marx

UTOPIA di Thomas More

IL CONTRATTO SOCIALE - Jean Jacques Rousseau - On The Social Contract

EMILIO - ÉMILE - Jean Jacques Rousseau

TRATTATO SUL GOVERNO - John Locke

SAGGIO SULL'INTELLETTO UMANO - John Locke

Storia del pensiero filosofico e scientifico - Ludovico Geymonat


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