IL CIMITERO DELL'OTTOCENTO
Cesare Cantù
Editore Longanesi - Milano
UN REAZIONARIO MALDICENTE IN MASCHERA LIBERALE
Non si può dire che di una ristampa di brani scelti dalle molte ed enciclopediche opere di Cesare Cantù si sentisse propriamente il bisogno. E' vero che in esse si ritrovano, sparse nel massimo disordine, notizie anche originali sulla storia universale e sulla storia d'Italia, antica e a lui contemporanea; ma quelle notizie sono ormai passate in testi molto più moderni e aggiornati e non costituiscono perciò un patrimonio per attingere al quale sia necessario riprendere i polverosi volumi del poligrafo lombardo.
D'altra parte, gli editori di questo riesumato cimitero non hanno evidentemente inteso assolvere un compito informativo, ma piuttosto riproporre all'attenzione del pubblico e in certo senso rivalutare uno scrittore che non sarebbe affatto, come è comunemente e non a torto giudicato, "Irrimediabilmente vecchio, antiquato, inutile", contribuendo così a fornire una lettura che potrebbe valere da correttivo alle oleografie storiche del Risorgimento.
Ora, è proprio su questo piano che l'impresa è destinata a fallire miseramente. Il giudizio desanctisiano (essere il Cantù un "reazionario in maschera liberale") e quello più argomentato espresso da Benedetto Croce nella sua "Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono" (1920) restano perfettamente validi.
"Tutto ciò che il suo tempo, in Italia e fuori, andò pensando e tentando in fatto di storia - scriveva il Croce -, è giunto all'orecchio del Cantù: e tutto egli ripete, anzi erutta velocemente e affannosamente, dottrine e critiche di dottrine, e in niente si ferma e di nessuna cosa scorge le difficoltà o considera i particolari, e sembra che abbracci tutto e il vero è soltanto che egli tutto tocca e di tutto chiacchiera, e non istringe mai nulla di suo proprio".
Ma già io storico del Risorgimento Ernesto Masi, oltre un decennio prima, aveva messo i punti sulle 'i', giudicando la "Cronistoria della indipendenza italiana", del Cantù, ..."lo di sfogo di un amor proprio offeso che vuol vendicarsi" e che fa apparire "tutta la rivoluzione italiana come una continua e immorale violazione del diritto, come una continua giunteria, una continua insidia tesa a poteri ingenui; che tutti si lasciano sorprendere e non puniscono traditori e ribelli, se non proprio per forza, e ne impiccano e ne fucilano o ne ghigliottinano sempre i pochi (tira anche il conto), in confronto ai moltissimi che se lo sarebbero meritato".
Quanto alle capacità che il Cantù avrebbe avuto come ricercatore di documenti (egli fu per lunghi anni, sotto il governo austriaco prima, sotto quello italiano poi, direttore dell'Archivio di Stato di Milano), ha pensato Alessandro Luzio ad illuminarci parlando di "scorribande tumultuarie" di quell'archivista che non esitava ad inviar direttamente al tipografo gli originali di molti documenti "non senza aver scarabocchiato qua e là gli originali di molti documenti in cappello od in coda".
La rilettura di questa ventina di profili, tratti dal mare magnum della sua produzione con scelta limitata all'Ottocento italiano, conferma la giustezza dei severi giudizi del De Sanctis, del Masi e del Croce.
Spirito maldicente, pettegolo, iroso, il Cantù non è mai franco, non è mai esplicito: insinua le sue cattiverie con quel tanto di gesuitismo che doveva essergli connaturato, lui sempre amico dei gesuiti nonostante si piccasse di essere un cattolico liberale.
Di tutto e di tutti disse male , gettando il sasso e nascondendo la mano: come quando, a proposito dei liberali napoletani condannati dalla reazione borbonica, scrive che "ebbero poi nomi di martiri o di eroi quando li sollevò l'onda che allora li sommerse"..., espressione letteralmente esatta, ma che a mala pena cela l'intenzione denigratoria che l'aveva dettata. Del Manzoni, per, spiegare una sua ipotetica timidezza nell'esprimere ad alta voce una presunta riserva sullo Stato liberale unitario, il Cantù scriveva nelle "Reminiscenze" che, avendogli il nuovo governo assegnato 12.00 lire di pensione, "sollevato dal pensiero del dissesto finanziario, ne attestava tale gratitudine, che professavasi impedito dal giudicare spassionatamente gli atti del Governo, e fino a mostrarsene illuso quando non voleva comparire complice".
E del Manzoni il Cantù si professava grande ammiratore ed antico.
Vien fatto di dire: dagli amici mi guardi Iddio!...
E, se potete, leggete questo ritrattino di Cavour...
"Il popolo una volta lo accusò d'incettatore pei mulini che possedeva, e assalì il suo palazzo: ma egli, ricco abbastanza, mai non rubò, lasciava rubare: favorì il credito mobiliare che menò troppi alla rovina; guastò l'economia col libero scambio, che è buono soltanto quando sono eguali le forze dei paesi contraenti e che sacrificò all'Inghilterra tutte le manifatture italiane... Destro negli affari di borsa, concluse prestiti vantaggiosi, ma i suoi stessi panegiristi l'accusano della leggerezza con cui trattava le finanze: gravò la proprietà, ruppe l'equilibrio fra l'agricoltura e le industrie. I sigari serbano il suo nome per sciagura, come la sua effige i biglietti di corso forzoso. Le tante difficoltà interiori non risolveva né preveniva, bensì le prorogava con l'occupare lo spirito pubblico in complicazione esterne, fatte nascere e mantenute con cura".
Dove è da notare, a parte ogni altra cosa, che le considerazioni sul liberismo cavouriano dimostrano quanto il Cantù rimanesse al di sotto di ogni comprensione della realtà. E infatti chi leggerà queste pagine si avvedrà che esse non forniscono mai un aiuto alla comprensione storica.
E' questo lo scrittore che gli editori, nel profilo premesso alla antologia, vorrebbero additare a modello "nel ripensamento della nostra storia nazionale, che si impone ad ogni italiano colto".
Nell'atteggiamento ostile che il Cantù tenne dinanzi alla nuova realtà politica creata con l'unità d'Italia, essi pretendono di scorgere un elemento nobile e positivo, "il ricordo delle idealità della giovinezza, la fedeltà, ostinata, sia pure, chiusa e sorda alla esperienza storica, sia pure, ma in sostanza rispettabile, alle dottrine della storiografia e della politica neoguelfa".
In realtà, l'essere rimasto fermo - gli editori stessi lo ammettono - alle concezioni di trent'anni prima senza accompagnarsi a quei neoguelfì che liberali erano davvero e che si muovevano perciò lungo il corso della storia, era il segno che nell'autore della "Storia universale" l'elemento vitale del neoguelfismo era il clericalismo militante, di cui fece propri tutti i più tipici motivi nella parte ch'egli svolse alla Camera nei primi anni dell'Unità, vero D'Ondes Reggio * milanese, tanto per intenderci.
* Il barone Vito D'Ondes Reggio, di Palermo, cattolico intransigente, accanito fautore del potere temporale della Chiesa. Deputato al Parlamento italiano, si dimise per protesta dopo il 20 settembre 1870. Fu uno dei fondatori ed ispiratori dell'Azione Cattolica.
