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lunedì 13 ottobre 2014

SALARIO, PREZZO, PROFITTO, SCIOPERO (Wage, price, profit, strike)


Salario, prezzo, profitto, sciopero


Ho letto Salario, prezzo e profitto di Marx e anche alcune note di un Iibricino che il 20 maggio 1865 Marx scriveva ad Engels: "Non si può condensare un corso di economia politica in un'ora". 
Così io adesso direi: "Non si può condensare un corso di economia politica in un post profano come questo. Accenno, comunque, che Salario, prezzo e profitto (tradotto da Togliatti per la "Piccola biblioteca marxista", è un rapporto letto da Marx in due sedute al Consiglio generale dell'Associazione Internazionale degli Operai (I Internazionale) il 20 e il 27 grugno 1865, nel quale sono confutate le argomentazioni dell'owenista John Weston secondo cui l'ammontate della produzione nazionale è qualcosa di fisso e la somma dei salari reali è un importo fisso, è una grandezza costante.
Partendo da questa impostazione assolutamente sbagliata, quel Weston traeva due paradossali conclusioni: 

1) che un aumento generale dei salari non porterebbe nessun utile agli operai

2) che perciò le organizzazioni di lavoratori (le trades unionsagivano dannosamente quando promuovevano agitazioni e scioperi per un aumento di salari. 

Marx dimostrò che un rialzo generale dei salari provocherebbe una diminuzione, si, del generale profitto ma non eserciterebbe alcuna influenza sui prezzi medi delle merci o sui loro valori. Quanto al profitto, non è precisabile nè un minimo nè un massimo dello stesso: si può solo dire che il massimo del profitto è determinato solamente dal minimo "fisico" dei salari (quel loro ammontare, cioè, che rappresenta il minimo necessario per la sussistenza in vita dell'operaio) e dal massimo fisico della giornata di lavoro (dalla maggiore lunghezza, cioè, della giornata lavorativa sopportabile dalle forze dell'operaio). 

La determinazione del livello reale del profitto, dice Marx, "viene decisa soltanto dalla lotta incessante fra capitale e lavoro; in quanto il capitalista cerca costantemente di ridurre i salari al loro limite fisico minimo e di estendete la sua giornata di lavoro al suo limite fisico massimo, mentre l'operaio esercita costantemente una pressione in senso opposto" (quanto alla giornata di lavoro, si tenga presente che Marx scriveva quando ancora essa aveva dimensioni inumane; e la sua graduale riduzione è stata, nei tempi successivi, appunto conquistata in quella lotta di classe, aspra e continua, fra capitale e lavoro. Tutto, infatti, si riduce, come mette in rilievo Marx, "alla questione dei rapporti di forza tra le parti in lotta").

E' chiaro che come il capitalista, proprio per lo sviluppo dell'industria moderna tende al salario più basso, l'operaio ha l'interesse e la tendenza opposti e ognuna delle parti si vale dei propri mezzi di lotta. Di fronte a quelli usati dal capitalista per strozzare economicamente l'operaio, questo non ha che un mezzo solo: incrociare le braccia. SCIOPERO.

Lo sciopero è la forma fondamentale di difesa economica e politica che la classe lavoratrice può mettere in atto per la tutela dei suoi diritti nel confronto dei capitalisti. Esso è un fenomeno connaturato alla esistenza delle classi sociali ed al mantenimento stesso di un minimo di democrazia e di libertà nell'oppressivo regime capitalistico. E' un diritto che dà concretezza a quello di associazione sindacale in quanto il suo esercizio permette ai lavoratori di contrapporre una pressione economica alla pressione economica del capitale.

Lo sciopero, come fatto rivendicativo di libertà e di giustizia sociale, non può considerarsi solamente conquista dei lavoratori ma di tutta la società umana poichè, mentre dal punto di vista economico costituisce una potente arma per il progresso generale, per lo sviluppo delle condizioni di vita dei singoli paesi, come dimostra ampiamente la storia del movimento operaio, dà ai cittadini, sul terreno morale, possibilità di sentirsi padroni delle proprie forze e di impiegarle solo quando lo ritengano opportuno e conveniente.

Di fronte agli scioperi, la parte più gretta della borghesia (nè escludiamo ceti medi ossia piccola borghesia) non tardò a schierarsi contro gli scioperanti che le creavano disagi, che guastavano le sue abitudini e le sue comodità (mi riferisco specialmente agli scioperi dei servizi pubblici).

Nel 1904, quando in Italia fu fatto, e trionfò, il primo sciopero generale, la borghesia ne fu così atterrita e indignata che Giolitti credette poter contare appunto su questi sentimenti per sciogliere la Camera e far le elezioni; ma i socialisti non perdettero che pochi seggi alla Camera. 
Nel primo dopoguerra, quando, attraverso gli scioperi, i lavoratori posero le loro rivendicazioni e la loro volontà di non pagare le spese della guerra imperialista, fu sulla irritazione, appunto, della piccola borghesia che il fascismo potè trovare simpatia ed avere una base di sostegno. Il piccolo borghese, disturbato nelle sue comodità, non si chiede per quali ragioni i lavoratori siano costretti a scendere in lotta, ma simpatizza senz'altro col crumiro. E, a proposito di questa simpatia per il crumiro c'è un aneddoto che al suo tempo, nel primo dopoguerra, fece scandalo nella classe operaia. Riguarda l'onorevole Turati. Durante uno sciopero delle ferrovie viaggiava un treno con personale crumiro. Ci fu chi ebbe la bella idea di fare una sottoscrizione tra i viaggiatori a favore di quel personale: e Turati, che era fra i viaggiatori, vi partecipò.
Tornando allo scritto di Marx, egli, dopo aver confutato pretese ragioni addotte da quel signor Weston così concludeva in difesa dell'attività delle Trade-unions:
"Le Trades Unions compiono un buon lavoro come centri di resistenza contro gli attacchi del capitale; in parte si dimostrano inefficaci in seguito a un impiego irrazionale della loro forza. Esse mancano, in generale, al loro scopo perchè si limitano a una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente, invece di tendere nello stesso tempo alla sua trasformazione, di servirsi della loro forza organizzata come di una leva per la liberazione definitiva della classe operaia, cioè per l'abolizione definitiva del sistema di lavoro salariato"
Questo motto rivoluzionario, affermava Marx, gli operai dovevano scrivere sulla loro bandiera, invece della parola d'ordine conservatrice
"Un equo salario per un'equa giornata di lavoro".


sabato 9 agosto 2014

CAPITALISMO E DISOCCUPAZIONE - L'ESERCITO DI RISERVA (Capitalism and unemployment - The reserve army)


L'ESERCITO DI RISERVA

Le statistiche della disoccupazione nei paesi capitalistici indicano uno degli aspetti più tragicamente negativi del sistema economico in essi vigente, sistema che non è in grado in nessuna parte del mondo di assicurare lavoro a tutti i membri della società. Non fanno eccezione a questa regola neppure gli Stati Uniti d'America, il paese capitalistico più ricco e potente, se vogliamo dar fede ai repubblicani i quali, in un recente discorso, hanno accusato  presidente Obama di "essere in attesa di un miracolo, mentre milioni di americani sono disoccupati.
Prima della rivoluzione industriale e dell'avvento del capitalismo, il fenomeno della disoccupazione, nel senso attuale della parola, non esisteva.
Certamente anche allora vi erano forze di lavoro non impiegate, ma la staticità del sistema, il lento se non addirittura stagnante ritmo della vita economica, il livello bassissimo delle forze produttive, facevano si che non si verificassero squilibri notevoli.
Con il sorgere del sistema capitalistico si rompe l'equilibrio precedente e si costituisce un nuovo sistema di produzione fondato sul lavoro salariato. Da un lato i capitalisti che posseggono i mezzi di produzione; dall'altra la forza-lavoro che viene venduta come merce sul mercato.
Il prezzo di questa merce particolare (cioè il salario), non diversamente da quanto avviene per le altre merci, tende a fissarsi al  livello del suo valore (il quale, per la forza lavoro, corrisponde al valore dei mezzi di sussistenza che permettono al lavoratore di vivere e di mantenere, attraverso la riproduzione, la continuità della classe lavoratrice). 
Tale prezzo dipende a sua volta dai prezzi dei generi giornalmente consumati dai lavoratori e, se tende a fissarsi al livello  del valore, registra tuttavia notevoli oscillazioni intorno od esso. Aumenta, per esempio, sotto la spinta della forza organizzala dei lavoratori, e diminuisce - come vedremo - quando la pressione della massa dei disoccupati, diventa particolarmente gravosa.

Un primo cenno alla possibilità di una disoccupazione duratura lo troviamo nell'economista inglese David Ricardo (Londra, 19 aprile 1772 – Gatcombe Park, 11 settembre 1823, un economista britannico, considerato uno dei massimi esponenti della scuola classica), quando egli afferma che se il prezzo del lavoro aumenta, cioè se i salari crescono, al capitalista può convenire di introdurre nuove  macchine provocando così disoccupazione tra i lavoratori. Questa disoccupazione tende poi ad essere riassorbita, perché il risparmio che ne consegue libera dei capitali che danno luogo a nuove produzioni, le quali immettono nuovamente nel ciclo produttivo la massa dei disoccupati. 
Va tuttavia osservato che il processo di riassorbimento si protrae per un periodo solitamente non breve, durante il quale un numero più o meno ingente di lavoratori è condannato all'inerzia e alla fame.



Partendo da queste considerazioni, Marx propose una soluzione del problema fondata sul concetto di esercito di riserva del lavoro. Tale esercito consiste nella massa dei lavoratori disoccupati che, attraverso la loro attiva concorrenza sul mercato del lavoro, mettono involontariamente in atto una continua pressione che determina un abbassamento del livello salariale. 
Durante i periodi di stagnazione economica, l'esercito di riserva costituisce un peso e una minaccia per l'esercito attivo del lavoro; durante i periodi di aumento della produzione esso frena la richiesta di aumenti di salario. Esso è quindi il perno attorno al quale funziona la legge della domanda e dell'offerta del lavoro, e restringe il campo d'azione di questa legge entro limiti convenienti al capitale.

L'esercito di riserva si costituisce dapprima coi lavoratori licenziati in seguito all'introduzione delle macchine, la quale determina, ovviamente, un'esuberanza di mano d'opera. La meccanizzazione ha come naturale conseguenza, un aumento della composizione organica del capitale, cioé un aumento della spesa dei capitalisti in macchine e materiali, a scapito della spesa per il lavoro (per i salari). 
In termini più precisi potremmo dire che si ha un aumento del capitale costante rispetto al capitale variabile, e in ciò consiste il processo di accumulazione del capitale.
Tutto questo può significare una diminuzione assoluta della domanda di lavoro, o può significare semplicemente che la domanda di lavoro cresce più lentamente dell'accumulazione. 
In quest'ultimo caso, se la popolazione è numericamente in ascesa, avviene un costante allargamento dell'esercito di riserva. Tuttavia il principio a cui quest'ultimo si richiama è indipendente da ogni particolare aumento della  popolazione: esso è egualmente valido con una popolazione stazionaria o anche in pieno declino.

Insieme alla disoccupazione provocata dall'introduzione delle macchine, le crisi e le depressioni che affliggono il sistema capitalistico esercitano la loro funzione nell'alimentare I'esercito di riserva. Il fenomeno della disoccupazione cronica si aggrava, poi, nell'epoca dell'imperialismo, perchè i gruppi monopolistici dominanti non hanno interesse a portare al massimo sviluppo la produzione, bensì a limitarla. I profitti e i sovraprofitti monopolistici si ottengono infatti mantenendo una certa stazionarietà nella produzione e nei prezzi, e mantenendo al livello più basso possibile la massa dei lavoratori.



A - Nuovi lavoratori in cerca di prima occupazione 

B - Lavoratori che non riescono a trovare occupazione 

C - Lavoratori che perdono I'occupazione

D - Disoccupati che ritrovano I'occupazione 

E, F - Lavoratori che si ritirano dal mercato del lavoro


sabato 26 febbraio 2011

IMPERIALISMO E CAPITALISMO (Imperialism and Capitalism) - Lenin


"Se si volesse dare la più concisa definizione possibile dell'imperialismo si dovrebbe dire che l'imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo. Tale definizione conterrebbe l'essenziale, giacché da un lato il capitalismo finanziario è il capitale bancario delle poche più grandi banche monopolistiche, fuso col capitale delle unioni monopolistiche industriali, e dall'altro lato la ripartizione del mondo significa passaggio dalla politica coloniale, estendentesi senza ostacoli ai territori non ancora dominati da nessuna potenza capitalistica, alla politica coloniale del possesso monopolistico della superficie terrestre definitivamente ripartita".(Lenin)


PREMESSA

La guerra franco-prussiana del 1870 aveva segnato la vittoria del giovane, ma dirompente capitalismo tedesco. I rapporti di forza tra i più grandi paesi capitalistici (Inghilterra, Francia, Germania) erano andati da allora mutando rapidamente e sulla scena della politica europea era entrata, sia pure in sottordine, anche l'Italia.

L'Inghilterra, che aveva avuto durante tutto il secolo una prevalenza quasi assoluta nella produzione industriale, nelle ferrovie, nei trasporti marittimi, nel commercio estero, nella finanza mondiale, si trovava ad affrontare la concorrenza tedesca, attuata anche con forme di dumping, ossia di vendita sotto costo all'estero grazie alla possibilità di mantenere con la protezione prezzi elevati all'interno, e con l'aperto appoggio dello Stato. Tramonta così anche in Inghilterra in questo periodo l'ideologia del libero scambio. Joe Chamberlain chiede la protezione contro il dumping tedesco e Cecil Rodhes una ulteriore espansione coloniale, per creare nuove riserve di mercati e di fonti di materie prime e nuovi sbocchi al capitale britannico, e per sottrarli nello stesso tempo ai paesi capitalistici concorrenti.
Dal Cairo al Capo è la parola di ordine che porta, a cavallo tra ottocento e novecento, alla guerra angloboera.
In questa situazione sorge l'ideologia dell'« imperialismo » e l'economista inglese Hobson scrive nel 1902 il suo libro "Imperialism: a study".
La nuova parola si diffonde e penetra anche nel movimento operaio.
Ma con quale significato? Vi era e vi è ancora nel linguaggio comune un significato volgare della parola 'imperialismo', quale politica di sopraffazione, di espansione e di dominio territoriale. Così si parla allo stesso modo di 'imperialismo' romano nell'antichità, e di singoli imperialismi: spagnolo, britannico e poi francese, russo ecc.
Questo modo non scientifico di interpretare la realtà sempre in movimento e sempre nuova serve solo per confondere le idee. Nel suo libro tuttavia, Hobson, non cade nell'errore di una interpretazione volgare dell'imperialismo e di confondere assieme fenomeni così diversi. Già otto anni prima (1894) aveva scritto un libro in cui parlava della evoluzione del capitalismo della sua epoca. Però l'imperialismo, parola che egli usa per la prima volta in modo scientifico, rimaneva per lui una scelta politica del capitalismo, dovuta sì alla esigenza di nuovi sbocchi, alla accresciuta produzione industriale, ma che poteva essere modificata con una diversa politica di distribuzione del reddito, che aumentasse i redditi dei lavoratori.
Anche negli scrittori socialisti che si richiamavano al marxismo le idee non erano allora molto chiare.

E' vero che a partire dal 1896 le risoluzioni dei vari congressi della II Internazionale contengono condanne continue del militarismo, delle sopraffazioni del capitalismo, dei pericoli di guerra, e ricordano che tutti questi fenomeni sono conseguenze del capitalismo. Però, sia negli scrittori marxisti, in grado maggiore o minore, sia ancor più nelle risoluzioni della II Internazionale, questi fenomeni sono considerati come conseguenza del capitalismo, ma non conseguenze necessarie, dovute cioè al fatto che il capitalismo per le sue leggi di sviluppo ha subito grandi modificazioni ed è passato dallo stadio della media industria di prevalente concorrenza allo stadio monopolistico.In fondo predomina anche nel movimento operaio la tesi che l'imperialismo sia una politica particolare del capitalismo, e come tale possa essere combattuta e modificata dalla lotta politica della classe operaia e delle masse popolari.

Il crollo della Seconda Internazionale di fronte allo scoppio della prima guerra mondiale ha, tra le molte
cause, senza dubbio anche quella debolezza ideologica, che no aveva permesso la giusta comprensione del fenomeno dell'imperialismo la natura imperialistica della guerra mondiale.


IMPERIALISMO E CAPITALISMO

Lenin vede al contrario, fin dall'inizio della prima guerra mondiale, la necessità di dare una chiara interpretazione marxista dell'imperialismo nelle sue origini economiche e ciò per dare la indispensabile arma teorica al movimento operaio, e far comprendere la natura imperialistica della guerra in corso e come essa rappresentasse lo sbocco inevitabile dei contrasti tra i paesi imperialistici per la divisione del mondo in sfere influenza.

Lenin scrive così, negli anni 1915 e 1916, dopo aver consultato e annotato una vastissima letteratura, come appare dai 2Quaderni sull'imperialismo", la sua opera che intitola "L'imperialismo fase suprema del capitalismo", e che chiama "saggio popolare", proprio perché doveva servire come arma teorica a larghe masse.

Egli dichiara subito qual è lo scopo del suo libro nella prefazione alla prima edizione russa, che appare nell'aprile 1917. Egli intende chiarire il problema economico fondamentale, senza l'esame del quale sono incomprensibili l'attuale guerra e l'attuale situazione politica: vale a dire il problema dell'essenza economica dell'imperialismo, e già nella prima pagina del testo dice ... "non ci occuperemo, benché lo meritino, dei lati non economici del problema".

Lo scopo della sua lotta politica e ideologica era infatti quello di combattere la tesi che l'imperialismo fosse una politica del capitalismo, come, specie dopo il loro tradimento, sostenevano teorici come Kautsky e compagni, contro i quali Lenin scrive numerosi articoli..., e di dimostrare che l'imperialismo è uno stadio o fase del capitalismo, il suo stadio più elevato e ultimo.

Per questo il titolo diventerà più chiaro e polemico: "L'Imperialismo quale ultimo stadio o fase del capitalismo".

Lenin introduce cioè il concetto importante di 'fase'. E' importante questo concetto perchè dimostra che l'imperialismo è un momento necessario, che nasce in base alle leggi proprie dello sviluppo capitalistico, che Marx aveva scoperto, e che quindi è sempre capitalismo, non qualche cosa di nuovo, ma è un capitalismo particolare: il capitalismo dei monopoli. Tener presente questo concetto di fase è ancor più importante oggi, perché l'ideologia borghese cerca di dimostrare che non si è più nel capitalismo, ma in un regime economico particolare e ciò per mistificare la realtà, confondere le idee.

Vi è una corrente teorica, infatti, la quale sostiene che noi viviamo in una specie di "capitalismo popolare o democratico" e questa tesi, sostenuta teoricamente da socialdemocratici, specie dallo Strachey il cui libro "Capitalismo contemporaneo" è stato tradotto anche in italiano, ha avuto fortuna attorno al 1960 ma la sua influenza è successivamente andata riducendosi. Essa sostiene che lo sviluppo democratico ha cambiato la natura del capitalismo e delle sue leggi economiche e di sviluppo e che il controllo popolare dello "Stato democratico" può permettere un controllo dei monopoli ed uno sviluppo economico nell'interesse delle masse.
Riappare ancora la scissione tra politica ed economia.

Vi era poi, molto più importante e di moda negli anni sessanta, la tesi della tecnostruttura sostenuta in particolare dal Galbraith, da ultimo nel suo libro apparso anche in italiano, "Il nuovo Stato industriale". Qui si sostiene che non si è più nel capitalismo, perché le grandi società sono amministrate dai tecnici e non dai capitalisti. Sono amministrate cioè, secondo lui, in modo da raggiungere il massimo di espansione economica, nell'interesse di tutti. Si dice ancora che il 'mercato' conta sempre di meno, perché la tecnica produttiva moderna esige che si pianifichino per un periodo abbastanza lungo produzione e consumo. Di conseguenza non sono più operanti le vecchie leggi economiche del capitalismo: siamo in un nuovo sistema, nè capitalista, nè socialista, che si può definire di 'tecnostruttura'.

Anche con questa tesi si cerca di mistificare la realtà, cogliendo qualche fenomeno che trova riscontro in essa, ma generalizzandolo, al fine di negare la interpretazione marxista.

Le masse si accorgono nella loro esperienza quotidiana di lotta che si vive sempre nel capitalismo, che opera sempre la legge del profitto e dello sfruttamento e che si deve lottare sempre contro il capitale, privato o di Stato che sia, e tale coscienza si va accrescendo con le grandiose lotte unitarie che rappresentano la caratteristica degli ultimi tempi. Ma non è sufficiente. Occorre rendersi conto anche teoricamente di questa realtà: per questo Lenin è sempre vivo, e vivo è il suo concetto di imperialismo quale fase del capitalismo, rispondente alle leggi proprie dello sviluppo capitalistico. Per far un esempio che mi pare chiaro, anche la vita dell'uomo passa attraverso varie fasi, l'infanzia, la gioventù, la maturità, la vecchiaia. In ognuna di queste fasi vi sono modificazioni nell'organismo umano, che tutte assieme caratterizzano la fase particolare. Ma le leggi biologiche fondamentali continuano sempre ad operare, anche nella vecchiaia, che, riportandoci al capitalismo, può paragonarsi all'imperialismo.

Vi erano stati nel capitalismo grandi mutamenti già ai tempi in cui Lenin scriveva e tutti assieme hanno caratterizzato la fase che Lenin chiamò imperialismo. Altri e grandiosi mutamenti sono intervenuti negli seguenti, dall'epoca in cui Lenin scrisse "L'imperialismo fase suprema del capitalismo". Di questi mutamenti occorre tener conto, e il pensiero marxista ne tiene conto, tanto che ha caratterizzato il periodo che si è aperto con la prima guerra mondiale, come periodo della crisi generale del capitalismo, in cui vi è una perenne instabilità economica e politica. Sorge e si sviluppa il sistema socialista, crolla per la lotta di liberazione nazionale la vecchia organizzazione colonialistica, si susseguono crisi di ogni genere. Ma siamo sempre nello imperialismo, cioè in una fase del capitalismo e vigono e operano sempre le leggi economiche fondamentali del sistema capitalistico. Questo non deve mai essere dimenticato: combattere e abbattere l'imperialismo significa combattere e abbattere il capitalismo.

Oggi, dopo oltre novant'anni dalla stesura de "L'imperialismo fase suprema del capitalismo", questo valido "saggio popolare" di Lenin, masse sempre più numerose hanno preso coscienza della realtà in cui vivono e lottano contro l'imperialismo e i suoi continui misfatti.
Ma per questo occorre meglio conoscere il significato leninista di imperialismo, ricordare le caratteristiche con cui Lenin ha definito l'imperialismo, che sono:

1) la concentrazione e centralizzazione crescente del capitale, fenomeno già presente in modo rilevante quando scriveva Lenin, ma che ha continuato a svilupparsi e in modo sempre più rapido negli ultimi anni (basta ricordare la recente colossale fusione Fiat e Chrysler ).

2) l'aspetto sempre più finanziario che assume il capitale, con la creazione di complessi che dominano finanziariamente settori produttivi e di servizi sempre più vasti. Anche il concetto leninista di capitale finanziario, altra caratteristica dell'imperialismo, si è cioè ulteriormente sviluppato.

3) così, importanza ancora maggiore, ha assunto l'esportazione di capitali, la internazionalizzazione del capitale. Tuttavia le nuove forme non modificano la sostanza del concetto sviluppato già da Lenin.

4) più stretto si è fatto il rapporto tra oligarchia finanziaria e Stato, anche se il mutarsi dei rapporti di forza tra classe dirigente capitalistica e classe operaia nella società, grazie alla lotta delle masse e all'esistenza del sistema socialista, influisce sulla struttura dello Stato e apre nuove possibilità di sviluppo democratico.

5) non è cessato il fenomeno della divisione del mondo in sfere di influenza, anche se l'imperialismo statunitense è oggi predominante, non è cessata la legge dello sviluppo diseguale del capitalismo e quindi il continuo mutarsi dei rapporti di forza tra i capitalismi, base economica dei contrasti tra i paesi imperialistici e degli squilibri economici internazionali.

Non è cessato, anche se ha assunto nuovi aspetti, lo sfruttamento dei paesi imperialistici sui paesi sottosviluppati, anche se questi ultimi sono formalmente indipendenti e questo sfruttamento venne mantenuto sotto la guida dell'imperialismo statunitense per tutto il secolo scorso, non solo con armi economiche, ma con misfatti vergognosi, aggressioni, come nel Vietnam, intrighi e colpi di Stato come in America Latina, in Africa, in Asia.... , che tutt'oggi si susseguono.

Non ha modificato questa situazione l'unico fenomeno veramente nuovo, che era sul nascere ai tempi di Lenin e a cui Lenin ha accennato in scritti successivi al questo suo libro sull'imperialismo e cioè il capitalismo monopolistico di Stato.
Anche questo fenomeno, reso necessario nell'ulteriore sviluppo del capitalismo, per evitare crisi economiche disastrose e assicurare la riproduzione economica, deve, nelle intenzioni della classe dirigente capitalistica, garantire il saggio di profitto desiderato. Questo è il suo scopo e per questo vengono usati tutti gli strumenti di politica economica, di controllo di salari, di sussidi, di premi di produzione, e infine lo strumento più importante, la manovra monetaria, che attraverso la lenta inflazione riduca i salari reali e accresca i profitti.

Siamo sempre nel capitalismo e nella sua fase dell'imperialismo e il lettore che sia un combattente contro l'imperialismo deve sentire il dovere anche di approfondire la sua conoscenza teorica, leggendo il saggio di Lenin e gli scritti più recenti, tra i quali mi permetto di suggerire "Economia Politica" di Antonio Pesenti, che nell'ultima parte tratta ampiamente dell'imperialismo attuale.


I cinque principali contrassegni dell'imperialismo sono:

1. la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica.

2. la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo capitale finanziario, di un'oligarchia finanziaria.

3. la grande importanza acquistata dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci.

4. il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti che si ripartiscono il mondo.

5. la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche. L'imperialismo é dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l'esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell'intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.


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