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sabato 5 luglio 2014

LETTERATURA ITALIANA - NEOREALISMO - Francesco Jovine, Vasco Pratolini, Beppe Fenoglio, Pier Paolo Pasolini


LA LETTERATURA ITALIANA DEL DOPOGUERRA

Caratteristiche generali

La guerra, la sconfitta, la Resistenza avevano profondamente inciso nella coscienza degli Italiani e avevano aperto, nella cultura, un processo di ripensamento. Letterati e artisti si mossero sulla via della ricerca e dell'impegno a rimeditare criticamente tutta I'esperienza passata.

Guardando a questi anni, non si può dire che la strada percorsa dalla nostra letteratura sia stata agevole e lineare: essa ha tuttavia proceduto con una sostanziale aderenza ai processi di sviluppo della società. e ai fattori politico-sociali che ne sono stati alla base. Arte e letteratura hanno infatti partecipato, con un proprio specifico contributo, ai fermenti unitari che caratterizzarono il primo dopoguerra; hanno riflesso, o subito, la crisi di certezze politiche e ideologiche degli anni cinquanta, nonché l'affermarsi, lento ma sicuro, della civiltà industriale; hanno registrato, reagendovi in parte, il travaglio della società tecnologica, rispondendo con le invenzioni delle "avanguardie" agli interrogativi drammaticamente posti dal mondo moderno.

Seguirò perciò queste fasi diverse, a partire dalla prima, passata alla nostra storia letteraria col nome di £neorealismo".


Il neorealismo

Il neorealismo  fu un movimento artistico che sulla base di una esperienza già maturata nel corso degli anni trenta - e configuratasi in una letteratura di opposizione al regime fascista - seppe cogliere in tutta la sua portata il significato politico e rivoluzionario della Resistenza.

Il neorealismo si nutrì, innanzi tutto, di un nuovo modo di guardare il mondo, di una morale e di una ideologia nuove che erano proprio della rivoluzione antifascista. In esse vi era la consapevolezza del fallimento della vecchia classe dirigente e del posto che, per la prima volta nella nostra storia, si erano conquistato sulla scena della società civile le masse popolari. Vi era l'esigenza della scoperta dell'Italia reale, nella sua arretratezza, nella sua miseria, nelle sue assurde contraddizioni e insieme una fiducia schietta e rivoluzionaria nelle nostre possibilità di rinnovamento e nel progresso dell'intera umanità. II tono poteva variare dall'epico al narrativo, ma la posizione ideale rimaneva la stessa.

Questo orientamento fu netto e vigoroso nel cinema (che del neorealismo costituì la più incisiva e riuscita espressione) ma ebbe enorme importanza, nello spazio di un decennio, in tutte le manifestazioni dell'arte e della cultura italiane.
Fu un movimento di avanguardia, ma nel senso più concreto che questa parola può avere, poiché si collegava non a ipotesi astratte bensì a un movimento di masse che andava sviluppandosi con molta forza nella società, rivendicando un nuovo assetto democratico e popolare per il paese. Era cioè un'arte politicamente impegnata, che aveva qualcosa da dire e voleva dirla in maniera polemica contro la cultura del passato.
Al suo centro poneva i problemi reali e, quali protagonisti, sceglieva operai o partigiani, contadini o sottoproletari.

Certo, per la letteratura il discorso neorealistico si presentava assai più difficile che per il cinema: infatti, mentre quest'ultimo poteva risolvere il problema della rappresentazione di una condizione umana e sociale attraverso la forza delle immagini, del documento visivo incontrovertibile, alla letteratura incombeva l'arduo compito di proporre i nuovi contenuti in maniera tale che il documento - che non poteva consistere nella pura descrizione - si sostanziasse di una precisa analisi storica. Si doveva, cioè, creare un modo nuovo di narrare, che riuscisse a cogliere la realtà nel suo movimento e che utilizzasse, per questo, un linguaggio il più possibile lontano da quello accademico e corrispondente alle esigenze e ai nuovi valori che nascevano nella società.

Impresa difficile e non meraviglia che la letteratura si muovesse inizialmente con un certo disagio, tentando di partire proprio dal documento, dalla narrazione di fatti della guerra o della lotta partigiana, dal romanzo-saggio.

Il Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi (Torino, 29 novembre 1902 – Roma, 4 gennaio 1975) e Se questo è un uomo di Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987) costituirono l'esempio di una narrazione che era insieme documento (o cronaca) e saggio (o analisi). In questo iniziale filone si inserivano opere come Il sergente nella neve di Mario Risoni-Stern (Asiago, 1º novembre 1921 – Asiago, 16 giugno 2008)  e  16 ottobre 1943  di Giacomo Debenedetti (Biella, 25 giugno 1901 – Roma, 20 gennaio 1967).

La cronaca fu dunque I'elemento sul quale la letteratura neorealistica fece leva, per evitare ogni tentazione accademica e rimanere fedele al suo assunto di una rappresentazione dinamica e stimolante della realtà.

Naturalmente restava la grossa questione del linguaggio: una volta riconosciuta la necessità che esso dovesse riflettere condizioni, problemi, speranze di quelle masse operaie e popolari che avevano conquistato un loro spazio nella società civile, la suggestione più immediata era fornita dal dialetto. Si trattava però non di promuovere i dialetti a lingue letterarie ma di attingere dai dialetti le forme storicamente più valide e integrarle in una rinnovata lingua letteraria.

Dinanzi a questi problemi si trovarono dunque gli scrittori neorealisti: tra i più rappresentativi di essi possono essere annoverati Francesco Jovine,  Vasco Pratolini, Beppe Fenoglio, Carlo Levi, Pier Paolo Pasolini. 
Vediamone, in sintesi, I'opera.


Francesco Jovine

Tra gli scrittori che concorsero in misura rilevante a fare della letteratura qualcosa di più che una sequenza di belle pagine, Jovine merita un posto di particolare spicco.
Nato a Gualdalfiera nel Molise nel 1902 e prematuramente scomparso nel 1950, fu, agli inizi della sua carriera, un isolato, una solitaria "voce" della provincia, assai poco inserito nel giro della cultura ufficiale. Studioso di problemi meridionali, visti "dall''interno" perché meridionale egli stesso, lo scrittore molisano proponeva non solo all'attenzione letteraria ma all'impegno politico I'aspra realtà delle regioni del Sud, in questo collegandosi a Verga. 
Due temi sono presenti nella narrativa di Jovine: quello della città, dei personaggi cittadini annoiati e inconcludenti (Un uomo provvisorio..., Il pastore sepolto...., Tutti i nostri peccatie quello della campagna molisana, altrettanto triste e stagnante ma scossa, di tanto in tanto, da un fremito d'improvvisa ribellione. Su questo sfondo si snodano le vicende della Signora Ava e del suo ultimo romanzo, pubblicato l'anno stesso della sua morte: Le terre del Sacramento
In quest'opera, ritenuta il capolavoro di Jovine, la tetra, accidiosa esistenza di un intellettuale di campagna, figlio di proprietari, viene scossa da una rivolta di contadini. Con questi si schiera, facendo una scelta precisa, Luca Marano, I'intellettuale, che pagherà poi di persona cadendo sotto il piombo dei carabinieri e dei fascisti. La figura di Luca Marano, che sacrifica la propria vita per una causa che non lo riguarda direttamente ma che direttamente è legata alla vita dei contadini del suo Molise, è una delle più belle e riuscite della letteratura neorealista.


Vasco Pratolini

Vasco Pratolini  (Firenze, 19 ottobre 1913 – Roma, 12 gennaio 1991) iniziò, alternandola al suo lavoro di operaio tipografo, una intensa attività di studio che ben presto gli procurò legami con l'ambiente letterario fiorentino. L'amicizia con Elio Vittorini gli fu di stimolo per un impegno culturale di chiara impronta antifascista. Trasferitosi a Rorna, egli precisò, nel clima della Resistenza, quella visione realista che doveva poi costantemente ispirare i suoi scritti. Naturalmente, pur restando ferma tale concezione, l'opera di Pratolini ha conosciuto momenti diversi di evoluzione: tra Cronache di poveri amanti (1947) e Metello (1955) corre infatti la differenza tra un'opera concepita e pubblicata nel pieno del fervore neorealista dell'immediato dopoguerra e un'altra che interviene, invece, in un momento se non ancora di crisi, certo di riflessione su tutta l'esperienza del neorealismo.

Lo sfondo entro il quale si colloca la poetica di Pratolini è la città; protagonisti ne sono operai, popolani, ragazze.
Fra questi s'intrecciano rapporti di solidale amicizia, di consapevolezza della comune condizione di sfruttati e insieme della superiorità dei loro sentimenti rispetto a quelli di coloro che li sfruttano. Dalla solidarietà alla coscienza di classe, il passo è breve e i personaggi di Pratolini sembrano tutti concorrere, anche nella loro apparente rozzezza, a radicare nelle coscienze il bisogno di un mutamento rivoluzionario.

Tra le opere più importanti dello scrittore fiorentino vanno ricordate: Il tappeto verde (1941)..., Via dei Magazzini (1942)...., Il quartiere (1943)..., Cronache di poveri amanti (1947)..., La costanza della ragione (1963)...,  e una trilogia comprendente tre romanzi: Metello (1955)..., Lo scialo (1960)...,  Allegoria e derisione (1966).
Il primo narra la storia di un edile, ambientata nel'Italia di fine secolo, cioè nel momento in cui il movimento operaio si dava una propria fisionomia politica con il Partito socialista; il secondo riflette gli atteggiamenti e la rivolta della piccola borghesia che si appresta a sostenere il fascismo; il terzo - in parte autobiografico - racconta della crisi degli intellettuali che si accompagna alla crisi del fascismo.

In tutta la sua produzione - assai importante e discussa - Pratolini dimostra uno straordinario talento di narratore.


Beppe Fenoglio

Al filone neorealista, e in maniera forse più robusta di quanto la critica letteraria non abbia posto in evidenza, appartiene Beppe Fenoglio,  (Alba, 1º marzo 1922 – Torino, 18 febbraio 1963). Coerente fino allo scrupolo, egli seguì questo indirizzo anche quando gran parte della letteratura realistica entrava in crisi o degenerava verso forme vecchie di narrazione intimista. La crisi del fascismo e la guerra partigiana costituiscono gli argomenti essenziali dell'opera di Fenoglio, nella quale le esperienze personali si saldano con naturalezza, senza forzature, al contesto dei fatti narrati; il tutto sostenuto da uno stile stringato e tuttavia capace di realizzare il massimo di comunicativa. Tra gli scritti maggiori, i racconti pubblicati sotto i titoli I venitré giorni della città di Alba...,  Un giorno di fuoco..., Il partigiano Johnny...,  e i romanzi Primavera di bellezza..., Una questione privata..., La paga del sabato (questi ultimi due postumi).


Carlo Levi

Di Carlo Levi (Torino, 29 novembre 1902 – Roma, 4 gennaio 1975)è stato uno scrittore e pittore italiano, tra i più significativi narratori del Novecento. Una medesima impronta realista accomuna ai suoi quadri l'opera narrativa, che si ispira a un argomento già affrontato da Jovine: Il Mezzogiorno d'Italia, cui Levi s'era accostato anche per particolari circostanze della sua vita, essendo stato confinato in Lucania per la sua opposizione al fascismo.

Il Cristo si è fermato ad Eboli - qualcosa di mezzo, come già detto, tra narrativa e saggio - costituisce uno degli scritti più esemplari della letteratura neorealista.
Rielaborando appunto la propria personale esperienza di confinato, Levi pone in evidenza, da un lato, la condizione di arretratezza del Mezzogiorno, vittima della oppressione burocratica di uno Stato estraneo e sostanzialmente ostile e, dall'altro, indica nella società meridionale l'estremo approdo di una antica civiltà contadina, chiusa, refrattaria a ogni sollecitazione esterna, passiva nel subire la continua offesa, cui tuttavia di tanto in tanto reagisce, attraverso incontenibili scoppi di collera e con il brigantaggio.


Pier Paolo Pasolini

Di impostazione neorealistica deve essere considerata l'opera - o almeno la parte più significativa di essa - di uno scrittore fortemente rappresentativo della letteratura italiana: Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Lido di Ostia, 2 novembre 1975).

Nei suoi due romanzi di maggiore importanza, Ragazzi di vita e Una vita violenta, Pasolini, descrivendo la storia allegra e tragica di ragazzi delle borgate romane, sostiene la tesi secondo cui proprio l'istintiva, immediata allegria del popolo, la sua non-coscienza, costituiscono le componenti essenziali di un processo che può rinnovare la società.
Il semplice e viscerale anarchismo del sottoproletariato si contrappone con violenza all'ordine costituito, anche se non è in grado di prospettare una diversa e alternativa concezione del mondo. 
Nel secondo dei romanzi, tuttavia, pur rimanendo fedele alla sua scelta di ambiente, alle borgate (che non comprendono più la plebe descritta dal BelIi, né la piccola borghesia di cui furono espressione Trilussa e Pascarella, ma rappresentano una realtà nuova, sorta da una commistione tra il vecchio ceppo popolare, cacciato via dal centro storico e I'immigrazione, soprattutto meridionale), Pasolini delinea, nella figura del protagonista, il formarsi di una coscienza che dal primitivismo iniziale (che si identifica con l'adesione data al partito neofascista) passa attraverso la scelta del partito democristiano per poi giungere a una collocazione di classe nel partito comunista. 
Il sottoproletario diventa così proletario cosciente.

Caratteristica assai rilevante e molto discussa di questi due romanzi è il linguaggio, che Pasolini adopera facendo largo e sapiente ricorso alle espressioni dialettali e di gergo romanesche. Lo scrittore, tuttavia, più che "inserire" tali espressioni nella narrazione, se ne serve per creare una lingua capace di esprimere con pari immediatezza, l'immediatezza e la spontaneità, dei ragazzi di vita delle borgate romane.

Dotato di straordinaria sensibilità e di grandissima cultura, Pasolini (che ha dato tra l'altro un contributo rilevante al cinema come regista) vanta una copiosa produzione. Assieme ai romanzi citati, sono da ricordare, infatti, la raccolta di liriche Le ceneri di Gramsci, il volume di saggi Passione e ideologia e quello sulla poesia friulana (La meglio gioventù) e, ancora, Il sogno di una cosa..., La religione del mio tempo..., Poesia in forma di rosa..., Alì dagli occhi azzurri.


VEDI ANCHE . . .

LETTERATURA ITALIANA DEL DOPOGUERRA

LETTERATURA ITALIANA - IL NEOREALISMO

IL CINEMA MERIDIONALISTICO

FRANCESCO JOVINE - Vita e morte






ACCATTONE - Pier Paolo Pasolini

MAMMA ROMA - Pier Paolo Pasolini

UCCELLACCI E UCCELLINI - Pier Paolo Pasolini

EDIPO RE - Pier Paolo Pasolini

TEOREMA - Pier Paolo Pasolini

LA SEQUENZA DEL FIORE DI CARTA (Amore e rabbia) - Pier Paolo Pasolini

PORCILE - Pier Paolo Pasolini



sabato 31 agosto 2013

LETTERATURA ITALIANA DEL DOPOGUERRA - Il neorealismo (Italian literature of the post-war period - Neorealism)

Foto di Giulia Rossi Ferrini 

Se si guarda bene il panorama del
la letteratura italiana durante il ventennio fascista si vedrà che esso presenta, in tutti i suoi aspetti, un volto ambiguo, o, se si preferisce, ambivalente nei confronti del regime. Un'arte fascista voleva il movimento di Strapaesema nello stesso tempo con il richiamo alla nostra tradizione plebea e alle squadre d'azione, contraddiceva il programma mussoliniano di assorbire i quadri della vecchia classe dirigente borghese e l'ambizione del regime di conquistare una propria egemonia anche culturale. Un'arte fascista proclamava di volere il movimento di 900ma nello stesso tempo, con il suo cosmopolitismo contraddiceva l'esigenza del regime fascista di richiamarsi alla tradizione italiana, di esaltare un primato italiano, di seguire una politica autarchica anche nel campo letterario.

L'autonomia del fenomeno artistico veniva affermata, invece, dagli scrittori della prosa d'arte e, in questo senso, essi opponevano una linea di resistenza al tentativo del fascismo di asservire la letteratura ai propri fini propagandistici. Ma, d'altra parte, il rifugio nella bella pagina e la fuga dalla realtà, poteva far comodo a un regime che proprio sulla deformazione della realtà fondava gran parte del suo potere. 

Voglio dire che in tutte queste manifestazioni letterarie - sia pure in misura diversa a seconda dei casi - s'intrecciano elementi di appoggio o di fiancheggiamento del regime fascista a elementi di opposizione. Tanto che la politica culturale nel fascismo ondeggiò spesso fra i due poli della richiesta di un'arte fascista (che esaltasse le imprese del regime) e del favoreggiamento di un'arte pura, che per  lo meno non desse fastidio al regime. 
Dopo il 1928, invece (quando, cioè, crollarono definitivamente i miti, le illusioni e gli equivoci che avevano accompagnato il sorgere e l'affermarsi del fascismo e che avevano potuto ingannare o rendere perplessi gruppi notevoli di intellettuali), cominciò a manifestarsi e ad affermarsi una letteratura chiaramente d'opposizione e di orientamento realistico.

Questa letteratura faceva propri gli aspetti più positivi della prosa d'arte (e molti di quegli scrittori faranno le loro prime prove proprio in Solaria), si richiamava alle grandi esperienze europee in polemica con la cultura ufficiale, cercava i suoi modelli italiani in Verga e in Svevo, scopriva nella letteratura americana un grande esempio di arte realistica e democratica, ma, soprattutto, s'impegnava a conoscere e a rappresentare la realtà italiana nelle sue più stridenti contraddizioni.

Vengono subito alla mente i nomi di Corrado Alvaro, Carlo Bernari, Alberto Moravia, Elio Vittorini, Cesare Pavese i quali, proprio nell'ultimo decennio della dittatura fascista, prepararono il terreno per I'esplosione neorealistica che verrà prodotta dalla seconda guerra mondiale e dalla lotta di liberazione. E' appunto il dramma degli anni 1941-45 che sconvolge fino alle radici la società e insieme la cultura italiana: il movimento artistico che cerca di riflettere tale nuova situazione storica viene definito neorealismo.
 Il neorealismo si nutrì, innanzitutto di un nuovo modo di guardare il mondo, di una morale e di una ideologia nuove che erano proprie della rivoluzione antifascista. In esse vi era la consapevolezza del fallimento della vecchia classe dirigente e del posto che, per la prima volta nella nostra storia, si erano conquistate sulla scena della società civile le masse popolari. Vi era I'esigenza della scoperto dell'Italia reale, nella sua arretratezza, nella sua miseria, nelle sue assurde contraddizioni e insieme una fiducia schietta e rivoluzionaria nelle nostre possibilità di rinnovamento e nel progresso dell'intera umanità. Il tono poteva variare dall'epico al narrativo o aI lirico, ma la posizione ideale rimaneva la stessa. 
E' evidente che un movimento di questo tipo si presentava
come un autentico movimento di avanguardia, rispetto ad altre cosiddette avanguardie che avevano proposto riforme soltanto formali, che non rompevano il cerchio della cultura della classe dominante, e che, qualche volta, compivano rivoluzioni canonizzate nell'Accademia d'Italia. Autentica avanguardia, perchè tendeva a riflettere i punti di vista, le esigenze, le denunce, la morale di un movimento rivoluzionario reale e non soltanto culturale. 
E dell'avanguardia il neorealismo ebbe il piglio aggressivo e polemico, la volontà di caratterizzarsi e di distinguersi nettamente dalla cultura tradizionale, accademica, arretrata, staccata dalla realtà..
Si presentò così come arte impegnata contro I'arte che tendeva ad eludere i problemi reali del nostro Paese; contrappose polemicamente nuovi contenuti (partigiani, operai, scioperi, bombardamenti, fucilazioni, occupazione di terre, baraccati, sciuscià), all'arte della pura forma e della morbida memoria (ma non fece mai, almeno nei migliori, di questi contenuti una precettistica); cercò un mutamento radicale delle forme espressive che sottolineasse la rottura con l'arte precedente e potesse esprimere più adeguatamente i nuovi sentimenti; si pose il problema di una tradizione di arte autenticamente realistica e rivoluzionaria a cui riferirsi, scavalcando le esperienze decadenti dell'arte moderna. 
Naturalmente un simile processo avvenne in modi e in tempi diversi a seconda del carattere specifico delle varie arti. E in letteratura (al contrario che nel cinema) avvenne con una certa difficoltà e in modo sempre incerto e caotico.
Si cominciò col documento nella ricerca di un massimo di concretezza e di oggettività. Basterà ricordare quelli pubblicati nelle prime annate della rivista Società curati da Bilenchi, oppure le opere più notevoli che, nei limiti del documento, si ebbero in quegli anni, da 16 Ottobre 1943 di Giacomo Debenedetti a Campo degli ufficiali di Giampiero Carocci, al Sergente nella neve di Rigoni-Stern e, soprattutto, a Se questo è un uomo di Primo Levi.

Tentò l'esperienza narrativo-saggistica, il cui esempio più cospicuo fu dato dal Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi; cercò di trasformare la memoria autobiografica in memoria storica e si ebbero le Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini. 
Ma si orientò soprattutto verso la cronaca come la forma narrativa che le garantisce il massimo di presa sulla realtà o di immunizzazione da ogni tentazione lirica. Per il linguaggio la strada era obbligata: bisognava innestare i dialetti nella lingua tradizionale. Bisognava però farlo accompagnando o anticipando il processo di formazione di una comunità linguistica che si era iniziato con la caduta del fascismo e corrispondeva sul piano della lingua alla rottura dei limiti regionali e corporativi, alla conquista da parte di grandi masse di una coscienza nazionale, all'affermarsi nella società civile delle classi popolari. 
Vanno comunque ricordati, accanto agli scrittori già citati, Francesco Jovine, Vasco Patolini, Italo Calvino, Domenico Rea, Mario Tobino per limitarmi solo ad alcuni nomi.

La debolezza ideologica del neorealismo si manifestò quando esso non venne più sorretto dall'ondata ascendente della rivoluzione democratica italiana. La crisi del movimento, iniziatasi grosso modo nel 1950 in coincidenza con la restaurazione capitalistica del nostro Paese, ha come aspetti più appariscenti la perdita della capacità espansiva, la riduzione della carica combattiva, la minore fiducia nella realtà, un certo ripiegamento su toni più intimi e smorzati. Esso, cioè, presenta alla sua base la restaurazione ideologica della sfiducia, dello scetticismo, dell'intimismo, del lirismo.
In effetti il neorealismo aveva troppo puntato su una presa diretta sulla realtà italiana e troppo aveva trascurato quegli approfondimenti storici, economici, sociologici ed ideologici con i quali doveva nutrirsi una nuova letteratura, aveva troppo presunto di poter arrivare a una conoscenza letteraria del nostro mondo e ci aveva offerto una sorte di Sturm und Drang mentre avevamo bisogno dei lumi dell'Enciclopedia
Comunque la crisi del neorealismo favorisce da una parte il risorgere di una letteratura intimistica e lirica la quale proprio nella simiglianza con la letteratura tradizionale deve cercare le ragioni prime del suo successo: e basterà pensare a Cassola, Bassani e Tomasi di Lampedusa; dall'altra spinge la nuova generazione di scrittori alla ricerca di nuove strade, non sempre chiare nel loro tracciato, che tuttavia hanno approdato in taluni, casi a risultati di grande interesse. 
Sperimentale si potrebbe definire tutta I'area di questa letteratura (anche se a tale definizione da molte parti si vuol dare una portata assai più ristretta) che va dalle esperienze di linguaggio e dalla scoperta del sottoproletariato di Pier Paolo Pasolini alle posizioni neoavanguardistiche del gruppo 63dalla ricerca di una letteratura della ragione, a ispirazione illuministica, di Leonardo Sciascia a quella non meno interessante di un gruppo di scrittori meridionali (Prisco, Incoronato, Pomilio) e alle più recenti, felici prove di Volponi. 

Un posto a parte spetta a Carlo Emilio Gadda, uno scrittore già maturo prima della seconda guerra mondiale, ma che nel dopoguerra ha raggiunto la piena affermazione tanto da costituire con Joyce il punto di riferimento quasi d'obbligo della giovane letteratura. 
La cosa che più colpisce nella prosa di Gadda è il momento linguistico, e stilistico, la ricerca, cioè, di un nuovo linguaggio narrativo che investe il lessico più che la sintassi ed utilizza come elementi fondamentali il dialetto, il linguaggio tecnico e, sia pure in misura minore, il richiamo dotto (il latino o altre lingue straniere, la figura etimologica ecc.). 
Va detto subito che all'origine di tale ricerca di linguaggio, non c'è una preoccupazione formalistica, ma un'esigenza profonda di verità, un bisogno di realtà. 
Gadda (e con lui, almeno all'inizio, tutti coloro che lo hanno seguito o fiancheggiato) parte dalle parole per raggiungere le cose e sente I'esigenza di frantumare il linguaggio letterario tradizionale proprio perchè trova quel linguaggio generico e retorico e desiderava mezzi espressivi che gli permettano davvero di conoscere la realtà. Il furore con cui Gadda aggredisce la lingua letteraria tradizionale e la lingua convenzionale della piccola-borghesia è animato da un desiderio irresistibile di raggiungere la realtà. Per questo lo affascina il modo di scrivere dei tecnici (notai, ingegneri, avvocati, spedizionieri, direttori di banca): perchè "ciascuno manovra nel suo campo feroce e diritto e, ciò che importa, secondo un'idea: e riesce come vuole l'idea: e non è, il girovagare prolisso dello pseudo-scrittore che par I'onda lunga di cert'uggia oceanica; uggia dell'infinito, dell'informe". 
Proprio, dunque, attraverso la ricerca di un linguaggio che stabilisca una presa diretta sulle cose, Gadda può compiere quel processo di demistificazione dei costumi piccolo borghesi e dei miti retorici del fascismo, e, nello stesso tempo, quel processo di enucleazione di sentimenti autentici dal velo di pudore che sempre li accompagna, che caratterizzano la spietata ironia e la coperta commozione di molte sue pagine indimenticabili.


VEDI ANCHE . . .

LETTERATURA ITALIANA DEL DOPOGUERRA

FRANCESCO JOVINE

Cristo si è fermato a Eboli - Carlo Levi

Cronache di poveri amanti - Vasco Pratolini

Se questo è un uomo - Pimo Levi

LE COSMICOMICHE - Italo Calvino

LA LUNA E I FALO' - Cesare Pavese

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana - Carlo Emilio Gadda

IL GATTOPARDO - Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Versione Sauvage)

IL GATTOPARDO - Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Versione Gramigna)

Accattone - Pier Paolo Pasolini



sabato 25 luglio 2009

CRISTO SI E' FERMATO A EBOLI (Christ Stopped at Eboli) - Carlo Levi


Carlo Levi (Torino 29.11.1902 - Roma 4.1.1975)

CRISTO SI E' FERMATO A EBOLI 

Carlo Levi, oltre il suo notevole apporto con la pittura, una medesima impronta realista accomuna ai suoi quadri l'opera narrativa, che si ispira ad un argomento già affrontato da Francesco Jovine: il Mezzogiorno d'Italia, cui Levi si era accostato anche in particolari circostanze della sua vita, essendo stato confinato in Lucania per la sua opposizione al fascismo.

Il "Cristo si è fermato ad Eboli" - qualcosa di mezzo tra narrativa e saggio - costituisce uno degli scritti più esemplari della letteratura neorealista. Rielaborando appunto la propria personale esperienza di confinato, Levi pone in evidenza, da un lato, la condizione di arretratezza del Mezzogiorno, vittima della oppressione burocratica di uno Stato estraneo e sostanzialmente ostile e, dall'altro, indica nella società meridionale l'estremo approdo di una antica civiltà contadina, chiusa, refrattaria a ogni sollecitazione esterna, passiva nel subire la continua offesa, cui tuttavia di tanto in tanto reagisce, attraverso incontenibili scoppi di collera e con il brigantaggio.

Molti di noi hanno letto commossi l'amara e sconsolata denuncia di un libro diventato presto famoso nell'immediato dopoguerra del secolo scorso.
Vi si parlava di un mondo "serrato nel dolore e negli usi, negato alta Storia e allo Stato, eternamente paziente", di una "terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza detta morte. - Noi non siamo cristiani, - essi dicono, - Cristo si è fermato a Eboli...".

In quelle pagine di Carlo Levi il Mezzogiorno veniva vissuto come un mondo "fuori del tempo e della storia", dove "l'uomo non si distingue dal suo sole, dalla sua bestia, dalla sua malaria".
Accanto alla denuncia di una condizione umana intollerabile, c'era l'intento di rivendicare polemicamente "l'autonomia spirituale" del Mezzogiorno dinanzi al fascismo (Cristo si è fermato a Eboli, scritto nel 1944 fu però concepito nel 1936).
Ma la posizione di Levi era piena di pericoli. Se infatti nella rappresentazione che egli ci dà del mondo contadino meridionale, hanno da un lato gran posto la denuncia della miseria in cui versano le campagne del Sud, lo sfruttamento al quale i contadini sono sottoposti, le ingiustizie e le violenze attraverso le quali lo Stato borghese "mantiene" il Mezzogiorno, la critica di un'amministrazione corrotta..., e poi l'odio istintivo dei contadini contro lo Stato fascista e contro i suoi rappresentanti locali (i signori, il podestà, il prete, ecc.), la loro insofferenza verso un sistema fiscale che li dissangua e verso una pratica burocratica che li avviluppa in una rete inestricabile di carta bollata..., d'altra parte quella rappresentazione di una "immobile civiltà" meridionale, di una "povertà refrattaria", di "una terra oscura, senza peccato e senza redenzione", ha finito per creare il facile mito di un Mezzogiorno immobile, di una società contadina arcaica e primitiva.
E non sono mancati coloro che si sono serviti dei libro di Levi per arrivare a sostenere la "concreta resistenza al mutamento" che nelle campagne meridionali verrebbe non soltanto dal cieco egoismo dei ceti possidenti, ma anche dalla "organica immobilità" del mondo contadino meridionale, da quel complesso di sentimenti, tradizioni, attitudini, proprie dei componenti di una a società antica "ferma"..., e coloro che in questo isolamento del mondo contadino meridionale hanno visto addirittura la salvezza della "tradizione antica" e dei "valori umani e civili", dal "disordine" e dalla "anarchia" introdottisi nel mondo moderno dopo il Rinascimento e la Riforma, Machiavelli e Lutero!
Travisamenti interessati, come si vede, dei quali "Cristo si è fermato a Eboli" non è certo responsabile direttamente, anche se ha finito per favorirli in via indiretta, dando del Mezzogiorno una visione troppo unilaterale.

"Cristo si è fermato a Eboli" è un'espressione dei contadini lucani dell'interno, e significa: Cristo, cioè la civiltà, non ha mai oltrepassato Eboli: quassù siamo fermi da millenni.
Il detto, significativamente ripreso come titolo, esprime quindi l'amara rassegnazione dei contadini..., ma nell'opera di Levi si riempie anche di un altro senso. Il libro infatti, scritto come detto nel 1944 e uscito solo nel 1945, ritrae un'esperienza dell'autore anteriore di quasi dieci anni, ormai depositata nella memoria, filtrata dal ricordo e dall'immaginazione ed esente da ogni aspetto immediato e urtante. Il Sud si ricompone quindi nella memoria letteraria e nella scrittura come un paese dalla fisionomia arcaica, che ha prodigiosamente mantenuta intatta una cultura antica preservandola da ogni inquinamento.
C'è nel libro una consonanza, una umana simpatia per queste plebi oppresse, per la miseria di vite oscure e faticose, tagliate fuori dal progresso della civiltà moderna, ma insieme c'è anche la scoperta dell'intellettuale che si trova di fronte ad un mondo intatto e si compiace di rappresentarlo e c'è, in particolare, l'occhio del pittore che ricompone l'esperienza vissuta in scene plastiche, affreschi, ritratti.




UNA PAGINA

"Cristo si è davvero fermato ad Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui; né vi è arrivato il tempo, né l'anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. Cristo non è arrivato, come non erano arrivati i romani che presidiavano le grandi strade e non entravano tra i monti e le foreste, né i greci, che fiorivano sul mare di Metaponto e di Sibari: nessuno degli arditi uomini di Occidente ha portato quaggiù il suo senso del tempo che si muove, né la sua teocrazia statale (un modo cioè di concepire lo Stato come qualcosa di superiore, di simile a una divinità), né la sua perenne attività che cresce su se stessa. Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano e divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile. I grandi viaggiatori non sono mai andati al di là dei confini del proprio mondo; e hanno percorso i sentieri della propria anima e quelli del bene e del male, della moralità e della redenzione. Cristo è sceso nel moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell'eternità. Ma in questa terra oscura e senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli".

* * *

Questo è un brevissimo passo del libro di Carlo Levi, dove il distacco incolmabile che separa l'estremo Sud dal resto d'Italia è prospettato con suggestiva efficacia. Va detto, però, che proprio questa visione di un Mezzogiorno così impenetrabile e irrecuperabile è stata criticata perché essa tende a fare di quelle regioni non una realtà, soggetta dunque a una propria dinamica, ma una specie di mito, di enigma di impossibile soluzione.


CRISTO NON SI E' FERMATO A EBOLI

Seguendo il grande insegnamento di Gramsci, che impostò la questione meridionale nei suoi effettivi termini di lotta unitaria e di massa, di alleanza fra proletariato e masse contadine sfruttate, il movimento democratico, dal 1944 ad oggi, si è andato sempre più rafforzando nel Mezzogiorno e nelle Isole, avviando la grande lotta per il riscatto e la rinascita di quelle regioni.
Della questione meridionale le grandi masse popolari hanno acquistato una consapevolezza che si è formata specialmente attraverso le lotte sostenute dai lavoratori, il cui tumultuoso spirito di rivolta, esploso spesso in moti disperati, si è andato lentamente ma sicuramente trasformando in forza politica organizzata e cosciente. Dalle prime invasioni di terre nel Marchesato di Crotone, nell'autunno del 1944, alle successive agitazioni bracciantili, fino al grande movimento di occupazione delle terre, attraverso dure e spesso sanguinose esperienze del terrorismo poliziesco, questi ultimi dieci anni hanno visto in tutto il Mezzogiorno un imponente risveglio delle forze lavoratrici.
Di questo si è avuto chiara prova nel corso delle varie iniziative per la discussione dei problemi più vitali del Mezzogiorno, dal Congresso di Pozzuoli, del '47, alle Assise del Mezzogiorno, del '48, dall'Assemblea del popolo meridionale ('51), fino al dibattito tenuto a Roma presso la sede dell'editore Einaudi, per arrivare al Congresso Popolare del Mezzogiorno, che si è svolto a Napoli nel 1954, congresso nel quale gli assegnatari della Sila e delle Puglie hanno pronunciato un grave atto d'accusa contro la camorra degli enti trasformati in padroni esosi ed in strumenti elettorali, i superstiti di Salerno, di Vietri, di Cava hanno raccontato la tragedia della costiera devastata, i siciliani hanno denunciato vigorosamente la minaccia americana sul petrolio ed i sardi la crisi delle miniere del Sulcis.

Tutto questo dà alla situazione attuale del Mezzogiorno un aspetto nuovo, rivoluzionario. Ci troviamo dinanzi ad una realtà che infrange decisamente ogni mito di un Mezzogiorno immobile e chiuso in se stesso, sia esso il mito disinteressato di uno scrittore, o lo slogan propagandistico di un giornale "d'informazione". Una realtà che parla da sè, con le sue lotte, con i suoi morti, con le sue vittorie.
La questione meridionale è diventata così la piattaforma ampia e concreta della lotta di gruppi sociali diversi, tutti egualmente solleciti non solo della rinascita della propria terra, ma del progresso di tutto il paese. Le masse sfruttate del Sud sanno bene che la lotta che esse conducono è la stessa lotta che conducono gli operai del Nord: lotta per un profondo rinnovamento di tutta la società nazionale.

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