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lunedì 3 giugno 2013

LETTERE AD ATTICO - Marco Tullio Cicerone (Letters to Atticus - Marcus Tullius Cicero)

   
LETTERE AD ATTICO 
Marco Tullio Cicerone 
Curatore - S. Rizzo 
Editore - Mondadori 

  
Tito Pomponio Attico nacque a Roma nel 109 a. C. e qui vi morì nel 32. 
Era di famiglia ricchissima. 
Si tenne per tutta la vita lontano dalla vita politica, dando la sua non comune attività agli studi e al commercio. 
Amante delle lettere greche, visse lungamente ad Atene, dalla quale al suo ritorno in Patria il soprannome di Attico. 
Svolse le sue attività pratiche dandosi specialmente al commercio librario..., diffuse in tal modo le opere letterarie, che egli faceva ricopiare da numerosi schiavi in una officina libraria di sua proprietà. 

Durante le guerre civili riuscì a mantenersi neutrale, guadagnandosi così l'amicizia dei principali personaggi del suo tempo, a qualunque partito appartenessero. 

Fu legato a Cicerone da un'intimità quasi fraterna..., a lui l'Arpinate (Cicerone era nato ad Arpino, municipio della Campania), ricorse per consigli, per conforti e, specialmente nei momenti difficili dell'esilio, anche per aiuti pecuniari. 
L'amicizia fra i due fu rinsaldata dal matrimonio del fratello di Cicerone, Quinto, con Pomponia, sorella di Attico. 

Di Attico non possediamo nessuna lettera..., ho trovato solo la raccolta delle lettere speditegli da Cicerone, raccolta importantissima, sia per la conoscenza della vita intima di Cicerone, che all'amico confidava gioie e dolori, sia per le preziose notizie che ci vengono date su uomini e avvenimenti del suo tempo. 


Narro tibi... Io dico a te..... 

AD ATTICO, II, 11 
Scritta dal Formiano, il 31 o 22 aprile del 59 a. C. 

Cicerone scrive ad Attico dalla sua villa di Formia (Formianum) e lo prega di scrivergli a lungo, perchè da quando si trova in quella villa gli sembra di essere relegato da Roma e nulla può sapere di quanto avviene in essa. 


AD ATTICO, III, 7 
Da Brindisi, il 30 aprile del 58 a. C. 

Cicerone è a Brindisi in attesa di imbarcarsi per il lontano esili. 
Attico, che possedeva immensi territori nell'Impero, gli scrive invitandolo a fermarsi da lui lì o in Atene. 
Cicerone però, per non violare la legge del bando, che lo confinava a 600 chilometri almeno da Roma, risponde che si recherà in Macedonia per essere lontano dai suoi nemici. 


AD ATTICO, XI, 10 
Da Brindisi, 21 gennaio del 47 a. C. 

Cicerone si lamenta con Attico della condotta ostile del fratello Quinto e del nipote nei suoi riguardi. 
Durante la guerra civile essi avevano seguito con lui le parti di Pompeo, ed ora, dopo la disfatta di Farsalo, essi cercavano di cattivarsi l'amicizia di Cesare incolpando ingiustamente l'oratore di averli spinti a seguire Pompeo. 
Inoltre Cicerone, mostrando ancora un'altra volta di avere poco intuito per le situazioni politiche, informa Attico che l'opposizione pompeiana in Africa e nella Spagna sembrava cosa seria, mentre in Italia, per l'assenza di Cesare trattenuto in Egitto, regnava l'anarchia. 
In questa lettera Cicerone scrive che spera che la Spagna, già sottomessa da Cesare, possa ripassare ai Pompeiani..., là infatti si trovavano allora i figli di Pompeo, Gneo e Sesto. 
Poi, secondo quello che dice Cicerone, l'Italia si andava ribellando a Cesare, trattenuto in oriente per assettare le cose d'Egitto e del Ponto. 
C'è però da temere che la speranza facesse vedere a Cicerone le cose un po' diverse da quelle che erano realmente.
Infatti, quando Cesare ritornò in Italia dopo la vittoria di Farsalo, trovò tutto tranquillo. 
I Pompeiani si erano ritirati in Africa e in Spagna, dove furono vinti, come è noto, a Tapso (46 a. C.) e a Munda (45). 


AD ATTICO, XIII, 52 
Da Pozzuoli, il 19 dicembre del 45 

Siamo nel dicembre del 45 a. C. 
Cesare si trova a Pozzuoli, ospite di Marco Filippo, secondo marito di Azia, nipote di Cesare stesso e madre di Ottaviano. 
Cesare cerca forse, nel clima mite di quella cittadina marittima, un po' di riposo e di svago. 
Vicino alla villa di Filippo ne ha una anche Cicerone, che è pure presente. 
Cesare pensa di fargli visita. 
Nella lettera seguente Cicerone descrive questa visita inaspettata, visita insieme gradita e molesta 
La lettera è interessante, sia per la conoscenza delle abitudini private dei Romani, sia per gli opposti sentimenti, che quella visita suscita nell'animo di Cicerone: di vanità lusingata da una parte, di avversione e disgusto dall'altra. 
In questa lettera abbiamo un largo scorcio delle abitudini romane del tempo, ad esempio il bagno. 
Il bagno presso i Romani era diventato un'abitudine quasi quotidiana, abitudine tanto più igienica, in quanto era accompagnata da massaggi. 
In ogni casa romana abbastanza agiata si trovavano i locali per i bagni, il tepidarium per il bagno tiepido, e il calidarium o laconicum per quello caldissimo. 
Esistevano poi i bagni pubblici, detti thermae, che erano grandiosi edifici con saloni, portici, viali, ecc.


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sabato 1 giugno 2013

LETTERE - Marco Tullio Cicerone (Letters - Cicero)


       
LETTERE - Marco Tullio Cicerone 

IMPORTANZA DELL'EPISTOLARIO CICERONIANO 

L'epistolario di Cicerone, quale a noi è pervenuto, consta di 864 lettere; tra queste però ve ne sono 9o, che non furono scritte da lui, ma a lui dirette dai suoi corrispondenti. Tutta la raccolta ci è giunta divisa in quattro gruppi: 

1) Lettere ad Attico, in XVI libri, scritte dal 68 al 44 
2) Lettere ai famigliari, pure in XVI libri, scritte dal 62 al 43 
3) Lettere al fratello Quinto, in III libri, dettate dal 6o al 54 
4) Lettere a Bruto, in II libri, sulla cui autenticità si hanno molti dubbi. 

La prima delle lettere ciceroniane è del 68 a. C. (Cicerone aveva allora 38 anni); l'ultima è del 43, e precede di pochi mesi la data della morte. 

Tutte furono pubblicate postume, a cura del suo dottissimo amico Attico e del fedele liberto Tirone. 

Le lettere di Cicerone hanno un'importanza grandissima, sia come documento della vita intima dell'autore, sia come rappresentazione vivace della società del tempo. 

La figura morale del grande oratore si delinea qui nitida non solo nelle sue buone qualità, che furono moltissime, ma anche nei difetti, che non furono sempre piccoli; per questo, accanto ai sani e nobili sentimenti familiari, alla rettitudine quasi scrupolosa dell'animo, alla devozione alla patria, ci appaiono le debolezze di carattere, le vanità, i tentennamenti politici, le esaltazioni, le disperazioni, ecc. 
Come quadro poi della vita del tempo, l'epistolario ciceroniano è di un valore sommo, poichè porta un contributo di rare e preziose notizie su quel periodo burrascoso e fecondo che, attraverso crisi profonde e lotte sanguinose, preparò la trasformazione delle vecchie forme oligarchiche nel nuovo mondo democratico. 
Per queste le lettere di Cicerone sono un documento coevo di sommo valore. 

Tale fu il giudizio anche degli antichi. 

Cornelio Nepote, infatti, contemporaneo e amico di Cicerone, scrisse questo encomio significativo:- Quae qui legat, non multum desiderabit historiam contextam eorum temporum. Sic enim omnia de studiis principum, vitiis ducum, mutationibus rei publicae scripta sunt, ut nihil in iis non appareat; ei facile existimari possit prudentiam quodam modo esse divinationem (Chi le legge, non sentirà molto il bisogno di una storia organica di quei tempi. Passioni dei capi, vizi dei capitani, rivolgimenti dello Stato, sono stati così accuratamente narrati che nulla in esse è rimasto 
nascosto e si può facilmente ritenere che la saggezza sia una sorta di 
divinazione - Attico, XVI). 

Se anche si debba ammettere che nel giudizio di Cornelio c'è un po' l'ammirazione dell'amico e che l'epistolario di Cicerone, per quanto prezioso, non potrà mai sostituire una narrazione storica, conviene tuttavia riconoscere che quelle lettere ci permettono di vivere la vita di quel tempo turbinoso con una chiarezza e immediatezza, che solo a un contemporaneo potevano essere concesse uguali. 

Alla manifesta spontaneità e freschezza con cui Cicerone rivela i sentimenti più intimi dell'animo suo e di molti suoi contemporanei si accompagnano un'espressione così sciolta, agile e familiare, una ricchezza e vivacità di citazioni, facezie, motti arguti, modi di dire popolareschi, che fanno dell'epistolario ciceroniano un capolavoro letterario. 

Credo siano da leggere tutte le lettere di Cicerone, a mio parere, ancor più di tutte le sue preghiere: non c'è niente di più perfetto delle lettere di Cicerone. 
Beh, se non proprio la cosa più perfetta, le lettere di Cicerone sono, sotto l'aspetto letterario ed estetico, fra le cose più belle e perfette della letteratura latina. 


LA CORRISPONDENZA PRESSO I ROMANI AL TEMPO DI CICERONE

I mezzi comunemente usati dai Romani del tempo di Cicerone per la corrispondenza epistolare erano due: le tabellae o cerae, e la charta o papyrus. 

Le tabellae erano tavolette di legno o d'avorio spalmate di cera; di qui il secondo nome; vi si scriveva sopra con uno stiletto, chiamato stilus o graphium, il quale terminava da una parte a punta e dall'altra in forma larga e piatta; quest'ultima serviva ad appianare la cera, quando si voleva cancellare lo scritto già fatto. 

Le tavolette avevano gli orli rilevati per sovrapporre, in caso di bisogno, una tavoletta all'altra senza che la scrittura ne ricevesse danno. 
Le tavolette sovrapposte erano tenute insieme da un cordoncino di lino, sul cui nodo chi scriveva apponeva il proprio sigillo a garanzia della segretezza dello scritto. 

Più delle tavolette però era in uso la charta, detta anche papyrus, dalla pianta omonima coltivata sulle rive del Nilo. 

Gli strati sottilissimi tolti dalla corteccia di questa pianta, sovrapposti gli uni agli altri, compressi e tenuti insieme da una sostanza glutinosa, formavano un foglia liscio e compatto, che serviva ottimamente per la scrittura. Più fogli incollati di seguito e arrotolati intorno a un bastoncino più spesso di legno, ma talvolta anche di materie preziose, come l'avorio, costituivano il volumen (volume). 
Il volumen veniva legato con un cordoncino e questo fermato con un nodo; sul nodo si poneva il sigillo. 
Sui fogli del papiro si scriveva con un inchiostro nero fatto di fuliggine e gomma (atramentum); per scrivere si usava una cannuccia (calamus) simile ad una penna d'oca. 


Altro mezzo usato per la corrispondenza era la cartapecora o membrana, consistente in mia pelle conciata con un processo, che si attribuiva ad Eumene II, re di Pergamo; era detta per questo anche pergamena; essendo però molto costosa, era di uso piuttosto raro e riservata per opere importanti, che si volevano conservare a lungo. 

* * * 

La corrispondenza epistolare raggiunse presso i Romani un'importanza e uno sviluppo, che non aveva avuto presso nessun popolo dell'antichità. 

E se ne comprendono le ragioni. 
I figli di Roma, mandati dalla madre patria a governare, sia come militari che come magistrati, gli immensi territori sottomessi, sentirono il bisogno di restare in relazione epistolare, sia con le autorità centrali, sia con gli uomini politici o di cultura più eminenti rimasti nella capitale. 
Si aggiunga a ciò la somma di interessi di ogni specie che si andavano sviluppando fra madre patria e provincie e si spiega come sorgesse la necessità di una corrispondenza epistolare estesa e frequente. 
Lo stato romano però, nonostante i progressi conseguiti nei molteplici rami della sua amministrazione, non riuscì ad organizzare un servizio postale pubblico e regolare per il recapito della corrispondenza. 
Pensò soltanto ad inoltrare i propri atti ufficiali alle persone interessate e lo fece per mezzo di corrieri (cursores) a piedi o a cavallo, che si diramavano per tutta la meravigliosa rete delle strade statali, trovando in luoghi stabiliti o il cavallo di ricambio, o il cursor a pedibus fresco, per continuare la marcia. 
Questi corrieri viaggiavano con la maggiore velocità possibile per quei tempi. 
Il cursor che portò da Roma a Brindisi l'ordine di rimpatrio per Cicerone compì il viaggio in cinque giorni, percorrendo in media 100 chilometri al giorno. 
È una velocità che oggi fa ridere, ma era la massima allora raggiungibile. 
Tutto questo però serviva solo per la corrispondenza di stato. 
A quella privata ciascuno doveva provvedere da sè o con mezzi propri o con quelli che la fortuna forniva. 
Le famiglie nobili e ricche di Roma avevano a propria disposizione un grande numero di servi adibiti, parte alla redazione o copiatura delle lettere, parte al loro recapito. 
I primi si chiamavano amanuenses (a manu servi) o actuarii, gli altri tabellarii, pueri a pedibus, cursores; questi ultimi facevano senza sosta la spola fra Roma e le villeggiature dei padroni, o fra Roma, le provincie e le città vicine. 
Ma quando le lettere andavano lontano, anche le grandi famiglie dovevano affidarsi a mezzi di fortuna. 
Per lo più compivano questi servizi mercanti o viaggiatori, diretti ai luoghi desiderati; in tali casi però non solo quei servizi erano costosi, ma poche garanzie si potevamo avere, sia per la segretezza della corrispondenza, sia per la certezza del recapito. 
Si tentava di ovviare a questi inconvenienti, mandando più copie della stessa lettera e usando parole, il cui senso fosse inteso solo dal destinatario. 

* * * 

I Romani, come noi, come tutti i popoli, scrivevano la loro corrispondenza seguendo alcune regole fisse, che davano alle lettere una forma speciale. 

Tali regole è necessario conoscere, se si vuole intendere un epistolario romano. 
La lettera cominciava col nome del mittente, al quale seguiva, in caso dativo, quello del destinatario. 
Dopo questo nome o fra il primo e il secondo si scriveva una frase di saluto: salutem dicit, "sauta", la quale di solito si abbreviava con le due iniziali maiuscole S. D. o anche solo con la D. 
Esempio: Marco Tullius Cicero Attico S. D. 
Talvolta la frase di saluto si coloriva con l'attributo plurimam, che si abbreviava con l'iniziale P. 
Esempio: Cicero Tironi salutem dicit Plurimarza, abbreviato in S. D. P. 

Con le persone più care si dava calore al saluto con vari aggettivi; si poteva allora avere un inizio come il seguente: Tullius Terentiae suae et pater suavissimae filiae S. D. P. 

Alcune volte il testo della lettera cominciava con questa espressione: Si vales bene est; ego valeo, che di regola si scriveva abbreviato S. V. B. E. E. V., e significava:- Se stai bene, me ne rallegro; io sto bene. 

Le formule di chiusura, le quali però potevano anche mancare, per lo più erano:- Vale, o Cura ut valeas, "cerca di star bene", "abbi cura della tua salute". 

La data, di regola, si poneva in fondo alla lettera; si incominciava con la maiuscola D., che significava data epistula (o litterae), oppure dabam epistulam ecc.; dopo s'indicavano il giorno, il mese e il luogo; seguiva l'anno, espresso col none dei consoli. 

Il luogo si poneva per lo più in ablativo (senza preposizione, se nome di città; altrimenti con la preposizione ex, raramente ab, più raramente de); meno frequente era l'uso del locativo; a questo caso precedeva sempre la parola data (-ae). 
Esempi: D. (=Data) a. d. VI K. Decembr., Dyrrhachio, "Durazzo, 23 nov." (del 48 a. C.) 
Data pridie K. Maj., Brundisii, "Brindisi, 30 aprile" (del 58 a. C.). 
L'ablativo rispondeva alla domanda: Unde?; il locativo a : Ubi?. 

Per ridurre con esattezza le date latine al nostro calendario bisogna tener presente che prima della riforma del calendario, fatta da Cesare nel 45, i mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre avevano 31 giorni, il mese di febbraio 28, tutti, gli altri 29. 

* * * 

Cicerone nell'epistolario ha occasione di citare spesso le sue ville, sia perchè da quelle spedisce le sue lettere, sia per altri motivi; non mi pare quindi fuori di proposito fare un cenno delle principali di esse, al fine di rendere più chiara e spedita la lettura di questa opinione. 

La villa maggiormente cara al cuore dell'oratore, per le rimembranze che ad essa lo legavano, era quella avita, la villa, cioè, dove avevano sempre vissuto i suoi antenati e che aveva dato a lui pure i natali. 

Si chiamava Arpinas e si trovava nel municipio di Arpinum, nella Campania, presso l'isola del Fibreno, ora Isola del Liri.
Altra villa cara a Cicerone, e alla quale rivolse particolari cure, adornandola di portici, tempietti e statue, fu il Tusculanum, presso Tusculum, l'odierno Frascati. 
In essa egli si ritirò spesso per attendere tranquillamente agli studi e da essa intitolò l'opera filosofica Tusculanae Disputationes. 

La villa, nella quale l'oratore si recava quando, senza allontanarsi troppo da Roma, voleva liberarsi un po' dal tumulto della vita cittadina, era l'Antias, nei dintorni di Anzio. 

Altra villa ciceroniana del Lazio era Astura, amena e silenziosa, a otto miglia da Anzio, in un'isoletta alla foce del fiume Astura. 
Fu questa la villa che ospitò sugli ultimi giorni il padrone, quando, alla notizia delle proscrizioni dei triumviri, lasciò Frascati e si rifugiò qui con la speranza di salvarsi per mare. 
Si portava invece nel Formianum, altra sua villa, situata presso Formia, tra Fondi e Minturno, non lungi da Gaeta, quando, fallito per i venti contrari il tentativo di fuggire per mare, fu raggiunto dagli sgherri di Antonio e decapitato. 

Tre amenissime ville Cicerone possedette sull'incantevole panorama del Golfo partenopeo; esse erano: il Cumanum, situata a nord del Capo Miseno, presso Cuma, il Puteolanum, a Pozzuoli, e il Pompeianum, a Pompei. 

Per completare questo rapido cenno dei beni ciceroniani ricordo che egli ebbe anche parecchie case in Roma, tra le altre una, splendida, sul Palatino, quella che fu distrutta nel periodo del suo esilio, ma poi riedificata a spese pubbliche dopo il suo ritorno e in seguito alla celebre orazione: Oratio de domo sua ad Pontifices. 

* L'epistolario ciceroniano comprende le "Lettere scelte", dove si enuncia lo scambio di lettere fra "I Grandi" della politica romana all'inizio del conflitto fra Cesare e Pompeo..., quindi le "Lettere ai familiari", a Terenzia la moglie e ai suoi figli...., seguono le "Epistole al fratello Quinto"..., e per finire le "Lettere ad Attico".


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martedì 28 maggio 2013

LETTERE AI FAMILIARI - Tullio Marco Cicerone (Epistulae ad Familiares - Letters to his friends - Cicero)

 
Busto di Cicerone presso i Musei Capitolini

LETTERE AI FAMILIARI
(Testo latino a fronte)
Tullio Marco Cicerone
Curato da Alberto Cavarzere
Nota introduttiva di Emanuele Narducci
Editore - BUR Biblioteca Universale Rizzoli
Collana - Classici greci e latini
Data di Pubblicazione 2007
Pagine 1783 - brossura

 
* "Opera monumentale e di vastissimo respiro, le "Lettere ai familiari" di Cicerone si aprono a partire dal 62 a. C. per arrivare al 43 a. C., pochi mesi prima della morte dell'autore e nel pieno della guerra civile. Una raccolta che costituisce una fonte di documentazione ricchissima e inesauribile sulla vita politica del tempo e sulla personalità dell'autore. I sentimenti, gli umori, i gusti, gli affetti, lo stile di vita di Cicerone ma anche dei suoi corrispondenti trapelano da queste pagine ora dure e taglienti, ora dolci e commoventi. Questa edizione è arricchita da un saggio introduttivo di Emanuele Narducci che affronta la storia della fortuna di queste lettere attraverso i secoli, mentre Alberto Cavarzere le inquadra nella temperie storica e ne affronta le principali problematiche. Entrambi i volumi sono corredati da una nota esplicativa generale e da un apparato di note".
    

LETTERE A TERENZIA E AI FIGLI

Cicerone sposò Terenzia nel 77 a. C., quando già toccava la trentina.
La giovine apparteneva ad una famiglia ricca e distinta, e questa parentela fu di grande vantaggio a Cicerone, il quale, tornato allora dalla Grecia, dove era andato a rafforzare la sua salute e a perfezionarsi negli studi, era appena conosciuto nel foro e aveva bisogno di conquistarsi l'attenzione e il favore del pubblico.
I due coniugi vissero per moltissimi anni in perfetta armonia, come possiamo giudicare dalle espressioni di tenerezza contenute in una parte della loro corrispondenza (le epoche in cui Cicerone scrisse a Terenzia sono tre: quando andò in esilio, quando fu inviato come proconsole in Cilicia, e durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo)...., però, dopo trenta anni di matrimonio, Cicerone divorziò da Terenzia, accusandola di essere stata incurante degli interessi domestici e di avere aggravata la casa di debiti nel tempo in cui egli aveva dovuto vivere lontano dall'Italia e da Roma durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo.
Terenzia alla sua volta affermò che Cicerone la ripudiava per sposarsi, come fece, con una fanciulla assai ricca, di nome Publilia, della quale egli era tutore.
Divorziò poi anche da questa, ma rifiutò le nuove nozze che gli proponeva l'amico Irzio, adducendo come pretesto che, essendosi dato alla filosofia, gli era assai difficile occuparsi contemporaneamente della moglie e della filosofia.
Terenzia, ripudiata da Cicerone, passò a nuove nozze per tre volte ancora, con Salustio, lo storico, con Messala Corvino e Vibio Rufo.
Morì di 103 anni.

Da Terenzia Cicerone ebbe due figli, Tullia e Marco.
Tullia stette in casa di Cicerone fino ai 15 anni, poi andò sposa a C. Calpurnio Pisone Frugi, giovine di nobile famiglia e di grande rettitudine.
Egli morì però presto e Tullia si unì in seconde nozze con Furio Crassipede, ma da lui si separò poco dopo per passare a nuove nozze con Publio Cornelio Dolabella.
Da quest'ultimo marito, uomo depravato e diversissimo dalla sua indole mite e dolce, ebbe tali afflizioni, che, costretta a divorziare, si rifugiò triste e sofferente presso il padre.
Morì non molto tempo dopo a Roma, poco più che trentenne.
Avvenente, coltissima, virtuosa, meritò il compianto di tutti.
Cicerone ne fu addoloratissimo.

L'altro figlio, Marco Tullio Cicerone, nacque nel 65 a. C.
Fu educato ed istruito nella casa Paterna.
A 14 anni seguì il padre, quando questi andò come governatore nella Cilicia.
Il ritorno fu un viaggio d'istruzione, poichè fece col padre lunghe soste a Rodi, Efeso ed Atene.
Durante la guerra civile seguì le parti di Pompeo, e si distinse come ufficiale di cavalleria.
Dopo Farsalo si trovò col padre a Brindisi a invocare il perdono di Cesare.
Avvenuta a Filippi la disfatta dell'esercito repubblicano, si recò presso il giovine Pompeo.
Più tarda si mise dalla parte di Ottaviano contro Antonio, l'acerrimo nemico di suo padre, e ottenne nel 30 il consolato.
Non si conosce nè l'anno nè la causa della sua morte.



LETTERE DALL'ESILIO (58-57 a. C.)

1 - Alla famiglia, XIV, 4
Scritta da Brindisi, il 30 aprile del 58 a. C.

La repressione energica della congiura di Catilina, se aveva procurato in un primo tempo a Cicerone il titolo di padre della patria, doveva poi causargli gravissime amarezze.
Infatti nel 58 a. C. il violento demagogo Publio Clodio, eletto tribuno della plebe, propose e fece approvare, parte con le blandizie, parte con le minacce, una legge, la quale diceva: "Chi ha mandato alla morte un cittadino romano senza regolare processo, sta condannato all'esilio".
Nessun nome era indicato nella legge, ma tutti compresero che si voleva colpire Cicerone, il quale, nella sua qualità di console (63 a. C.) aveva e fatto giustiziare in prigione, dopo un processo sommario, i complici di Catilina.
Cicerone, non potendo più sperare aiuto da nessuna parte, nè dai consoli, uomini deboli e patteggianti con Clodio, nè da Pompeo, che non voleva neppur concedergli udienza, nè da Cesare, che, pur avendo tentato di salvarlo, aveva poi ceduto alle pressioni di Clodio, anche per consiglio di autorevoli amici, fra i quali Ortensio e Catone, prese mestamente la via di un volontario esilio (dal marzo del 58 al settembre del 57).
Al momento d'imbarcarsi a Brindisi scrisse questa lettera a Terenzia, a Tullia, a Marco, prendendo da essi commiato con parole vibranti di tenerezza.
In questa lettera appare che Terenzia fu donna molto religiosa..., non se ne può tuttavia dedurre, come fanno alcuni, che Cicerone fosse contrario o anche solo estraneo a questo sentimento..., il grande oratore vuole contrapporre alla vita della moglie, data tutta alla pietà, la sua, piena di lotte e affanni per le vicende del foro e della politica.
Tutto al più si potrà dire che l'espressione è poco riguardosa per gli dei, ma bisogna pensare in quali dolorosi momenti Cicerone scriveva queste cose.


2 - Alla famiglia, XIV, 2 
Scritta a Tessalonica, il 5 ottobre del 58 a. C.

Cicerone, partito da Roma per un volontario esilio, sostò per qualche tempo nelle vicinanze di Taranto, in attesa di notizie più concrete intorno alla natura del bando che doveva colpirlo.
Là venne a sapere che era stato emanato un secondo decreto, per opera di Sesto Clodio, segretario di Publio Clodio, per il quale gli si vietava di stare entro un circuito di 400 miglia (circa 60o chilometri) da Roma.
Egli s'imbarcò allora a Brindisi con il proposito di raggiungere, attraverso la Macedonia, Cizico, città della Propontide.
Ma a Tessalonica si fermò, confortato dalle lettere di Attico, il quale gli annunziava che a Roma le cose andavano mutandosi s suo favore.
Da Tessalonica scrisse questa lettera alla famiglia esprimendo il suo profondo dolore nel sapere pure i suoi cari perseguitati dai Clodiani.



LETTERA DEL PERIODO DEL PROCONSOLATO IN CILICIA (51-50 a. C.)

3 - Alla famiglia XIV, 5
Da Atene, il 18 ottobre del 50 a. C.

Terminato ormai, come proconsole, il governo della sua provincia, durante il quale raccolse molte lodi per l'equità e l'integrità del suo carattere, e, per una fortunata azione militare contro le popolazioni ostili del monte Amano, fu persino proclamato imperator, Cicerone intraprese, il 30 luglio del 5o, la via del ritorno, non senza fare però lunghe e frequenti tappe.
Una di queste avvenne ad Atene, di dove scrisse a Terenzia questa lettera.
In essa annunzia prossimo il suo arrivo e si dichiara pronto ad affrontare i tempestosi eventi che minacciano la repubblica.



LETTERE DEL TEMPO DELLA GUERRA CIVILE (49-47 a. C.).
 
4 - Alla famiglia, XIV, 18
Scritta da Forma, il 22 gennaio 49 a. C.

Le fiamme della guerra civile già divampano.
Cesare, varcato il Rubicone nella notte tra il 10 e l'11 gennaio, s'impadronisce fulmineamente di Rimini, Pesaro, Fano, Ancona, Gubbio, Ascoli, Arezzo.
I suoi avversari abbandonano, spaventati, Roma: Pompeo, i consoli, i magistrati minori, i senatori in gran parte sono in fuga verso Brindisi.
Cicerone pure è col figlio Quinto fra i fuggitivi..., sono rimaste invece a Roma Terenzia e Tullia.
Cicerone però non è tranquillo..., scrive quindi questa lettera invitando la moglie e la figlia a riflettere accuratamente se convenga rimanere a Roma o se sia più opportuno raggiungere lui o ritirarsi in qualche villa lontana dai pericoli della guerra.


5 - Alla famiglia, XIV, 14
Scritta a Minturno, il 25 gennaio 49 a. C.

Fra i moltissimi che, all'annunzio che Cesare aveva passato il Rubicone, fuggirono frettolosamente da Roma, con Pompeo, i consoli e il senato, vi fu anche Cicerone.
Rifugiatosi dapprima a Minturno, sul Garigliano, presso Formia, scrisse di là alla moglie e alla figlia.
La lettera, scritta a Terenzia e a Tullia a nome anche del figlio, e coi titoli, l'uno di consorte e di padre, l'altro di figlio e fratello, dimostra chiaramente quanto affetto esisteva tra loro.


6 - Alla famiglia, XIV, 7
Da Formia, in partenza per l'Oriente, il 7 giugno 49 a. C.

Cicerone si è finalmente deciso: respinti gli inviti di Cesare, le preghiere dell'amico Celio, le esortazioni di Antonio, si è imbarcato insieme col figlio quindicenne a Formia per raggiungere Pompeo in oriente.
A bordo della nave in partenza scrive a Terenzia questa lettera, con la quale la informa di essersi ristabilito in salute e le raccomanda di ritirarsi in qualcuna delle loro ville più lontane dai pericoli della guerra.


7 - Alla famiglia, XIV, 19
Scritta da Brindisi, novembre del 48 a. C.

La libertà della repubblica è caduta a Farsalo con la sconfitta di Pompeo.
Cicerone, ritornato in Italia, si trova con altri Pompeiani a Brindisi, in attesa di avere da Cesare il permesso di avvicinarsi a Roma.
In queste circostanze scrive sconsolato a Terenzia dolendosi delle sue sciagure e soprattutto della malattia della figlia.
Cicerone si affligge per la perdita della libertà repubblicana e per essersi egli implicato nella guerra civile.
A questi dolori pubblici si aggiungono quelli domestici dovuti alla condotta sleale del fratello Quinto e del figlio di lui, e alla cattiva amministrazione della moglie durante la sua essenza.


8 - Alla famiglia, XIV, 12
Scritta da Brindisi, il 4 novembre del 48 a. C.

Cicerone, che aveva seguito Pompeo in Grecia, ritornò subito dopo la sconfitta pompeiana in Italia.
La moglie si congratulò con lui per questo sollecito ritorno e Cicerone rispose con questa lettera quasi scusandosi di essere venuto troppo presto e consigliando la consorte a non recarsi per prudenza da lui.


9 - Alla famiglia, XIV, 23
Da Brindisi, il 12 agosto del 47 a. C.

Cicerone si trovava a Brindisi ancora incerto se accostarsi a Cesare o no..., ma questi lo prevenne con lettere cortesi.
L'oratore scrive a Terenzia dicendo di aver ricevuto queste lettere e di non aver ancora deliberato sul partito da prendere.
Dopo che a Farsalo volse in basso la fortuna di Pompeo e salì quella di Cesare, Cicerone, che, dopo aver tentato di mettere pace tra i due rivali, si era schierato con Pompeo, si vide costretto a difendersi presso il vincitore dalle calunnie del fratello Quinto e da quelle del nipote..., rimase però incerto se accostarsi a Cesare..., ma questi lo prevenne con lettere cortesi.
Di più, giunto Cesare nelle Puglie e visto da lontano Cicerone, che gli si faceva incontro, discese da cavallo e fece a piedi parecchia strada parlando cordialmente con lui.


Una gran bella lettura questa di Cicerone, non serve conoscere il latino perchè la traduzione di Alberto Cavarzere è perfetta, quindi le parole scorrono liete sotto i nostri occhi e il pensiero ci porta lontano..................



mercoledì 31 ottobre 2012

LETTERE ROMANE - Epistole al fratello Quinto - Cicerone (Roman letters to his brother Quintus - Cicero)

Cicerone alla scoperta della tomba di Archimede - Martin Knolle
      
Quinto Tullio Cicerone, di quattro anni minore dell'oratore, seguì gli stessi studi del fratello, ma non si sentì portato all'eloquenza. 
Egli soleva dire che basta un solo oratore in una famiglia e persino in una città. 
Si dedicò invece alla poesia e alla storia e pare abbia scritto annali, tragedie ed epigrammi. 
Si unì in matrimonio con Pomponia, sorella di Tito Pomponio Attico, ma Per diversità di carattere non vi fu tra i due buona armonia. 
Aiutò con energia il fratello nella lotta contro il tribuno Clodio. 
Fu poi luogotenente di Cesare nella guerra gallica e nelle spedizioni in Bretagna. 
Durante la guerra civile seguì Pompeo, ma dopo la disfatta farsalica si avvicinò a Cesare cercando di rigettare sul fratello e sul nipote la colpa della sua defezione. 
Di questo sleale atteggiamento si lagnò più volte Cicerone nel suo epistolario. 
Cadde durante le proscrizioni del secondo triumvirato, vittima, come il fratello, dell'odio feroce di Antonio. 


"Lettere al fratello Quinto", scritte in tre libri, furono redatte da Marco Tullio Cicerone dal 60 al 54 a. C. 
Queste lettere hanno una grande importanza, sia come documento della vita intima dell'autore, sia come rappresentazione vivace della società di quel tempo... che potrei semplicemente definire guerrafondaia. 

In una lettera scritta dalla villa Cumana o da quella presso Pompei nel maggio del 54 a. C., Cicerone dice che passa il suo tempo attendendo all'opera "De Republica". 
Gli studi però non gli impediscono di occuparsi del figlio e del nipote. 
Cicerone dice che nelle sue ville vivrebbe piacevolmente, se non sentisse la mancanza del fratello. 
L'oratore si propone di vedere ogni giorno il figlio di Quinto, chiamato pure Quinto, per sorvegliarlo negli studi e fargli anche da maestro, e il piccolo Marco, allora undicenne (il nipote era di qualche anno maggiore del figlio). 
Quinto aveva scritto al fratello che si sarebbe occupato degli affari di lui..., e Cicerone risponde molto gentilmente che della cosa era certo, anche se non ne fosse stato assicurato per iscritto. 


In un'altra lettera scritta a Roma, dopo il 2 giugno del 54 a. C., durante gli anni delle grandi vittorie di Cesare in Gallia e Bretagna, Cicerone, non sempre giudice sicuro delle situazioni politiche, si accorge di avere troppo trascurato la sua amicizia con Cesare..., e quindi scrive al fratello Quinto per assicurarlo che curerà di essere in buone relazioni col vittorioso imperatore delle Gallie. 
Lo informa anche delle vicende politiche di Roma, mostrandosi disgustato di tutti e di tutto. 
Cicerone accenna ai preparativi che Cesare stava facendo, nel 54, per una nuova spedizione in Bretagna. 
Della Bretagna conquistata egli farà il quadro, cioè il poema, usando i colori che gli darà con le sue relazioni il fratello: di suo metterà il pennello, cioè la parola. 
Cicerone poi dà consigli al fratello non solo per il presente ma anche per il futuro...., perchè gli avvenimenti cittadini disgustavano Cicerone a tal punto, che egli non solo era scontento di tutti, ma anche di se stesso. 


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domenica 12 agosto 2012

LETTERE SCELTE - Cicerone (Letters choices - Cicero)


   
LETTERE SCELTE 

Scambio di lettere fra "I Grandi" della politica romana all'inizio del conflitto fra Cesare e Pompeo. 

Ad Attico, VII, 20 
Scritta a Capua, il 5 febbraio del 49 a. C. 

Le ostilità fra Cesare e Pompeo sono incominciate. 
Cesare, varcato il Rubicone, il fiumicello che segnava il confine meridionale fra la sua provincia e il territorio della repubblica, ha iniziato quella serie di azioni fulminee, della quale può dirsi giustamente con Dante.... 

che no' l seguiteria lingua, nè penna. (Paradiso VI, 61). 

Intento suo era di irrompere lungo il litorale adriatico per sorprendere Pompeo, sbarrargli la fuga verso l'Oriente e obbligarlo, ad un accordo. 
In pochi giorni caddero in potere di Cesare Rimini, Pesaro, Fano, Ancona, Gubbio, Osimo, Ascoli, Arezzo. 
La notizia della fulminea avanzata di Cesare sparge il terrore in Roma. 
Nella notte fra il 17e il 18 gennaio Pompeo e il console Lentulo lasciano in tutta fretta la città, seguiti il giorno dopo dall'altro console, Marcello, e da una numerosa schiera di senatori. 
Fra questi è pure Cicerone, che si avvia verso la Campania. 
Il giorno 5 è a Capua e scrive questa sconsolata lettera all'amico Attico manifestandogli le sue gravi preoccupazioni e chiedendo consiglio. 
Lamenta la spaventosa impreparazione del suo partito alla guerra e l'incredibile inettitudine dei consoli. 
Espone in fine un dubbio angoscioso: che farà, se Pompeo, come si dice, abbandonerà l'Italia? 
Cicerone enumera le ragioni che lo spingono da una parte a rimanere in Italia, dall'altra a seguire Pompeo. 
Finchè il comandante supremo resterà nella penisola, Cicerone sa qual è il suo dovere: morire anche, per la salvezza della libertà. 
Ma se Pompeo fuggirà in Oriente? Qui cominciano per Cicerone i dubbi e vorrebbe consigli dall'amico. 
Gli fa delle domande senza una certa risposta, ad esempio se Cesare sarà un tiranno crudele come Palaride, o mite come Pisitrato. 
(Palaride, tiranno di Agrigento (secolo VI a. C.) fu tristemente famoso per la sua ferocia e Pisistrato invece, divenuto signore di Atene, si mostrò illuminato e mite. 



Ad Attico, VIII, 11 a 
Scritta a Lucera, il 10 febbraio del 49 a. C. 

Per intendere questo laconico biglietto di Pompeo a Cicerone bisogna pensare al contenuto della lettera precedente.
Cicerone ha confessato chiaramente ad Attico che il partito conservatore è del tutto impreparato alla guerra: bellum nostri nullum administrant. 
Pompeo, che sicuramente è consapevole di questi apprezzamenti di Cicerone, vuole tranquillizzarlo, anche per non vedersi sfuggire un uomo di tanta popolarità e influenza. 
Gli manda quindi un suo ufficiale con l'elenco delle coorti di cui dispone nell'Italia centrale: 12 coorti di Domizio, 14 di Vibullio, 5 di Irro. 
Quelle di Domizio e di Vitullio, precisa Pompeo, sono già in marcia verso di lui. 
Secondo Pompeo, ce n'era abbastanza per calmare l'animo di Cicerone. 
Si trattava però di pure illusioni. 
Le coorti che Pompeo attendeva, non giunsero mai: nella presente lettera leggiamo che la partenza da Corfinio non avvenne, nè il 9 febbraio, come Pompeo sperava, nè dopo, perchè il 21 dello stesso mese Domizio e le sue coorti si arresero a Cesare, che intanto era giunto fulmineamente nei dintorni della città. 



Ad Attico, VIII, 12 b. 
Scritta a Lucera, l'11 o il 12 febbraio del 49 a. C. 

È una lettera di velati rimproveri, nella quale si annunzia anche un piano strategico. 
Cicerone nella Campania, dove le milizie pompeiane erano scarse, si sarebbe trovato esposto a qualche improvviso assalto delle forze cesariane..., nell'Apulia invece poteva ritenersi perfettamente sicuro. 
Pompeo si lamenta con Domizio del suo silenzio e più ancora del ritardo a mettersi in marcia per raggiungerlo. 
Gli manifesta quindi il suo programma: unire tutte le sue forze per avere la possibilità di opporsi all'avversario. 
Quando Pompeo scrisse questa lettera, aveva evidentemente in animo di attendere Cesare a Lucera e li dargli battaglia. 
Per questo contava sui rinforzi che dovevano venirgli da Domizio e dagli altri due suoi luogotenenti, Vibullio e Irro. 
Quando invece venne a sapere che Cesare era già nei dintorni di Corfinio e che Domizio non si era ancora mosso, cambiò piana. 
Il 13 febbraio lasciò Lucera e si portò a Brindisi per prendere di là il mare. 
Il 17 dello stesso mese ordinò a tutti due i consoli di unirsi con lui a Brindisi e non pensò più che a raccogliere il maggior numero possibile di legionari per imbarcarli con sè alla volta dell'Oriente. 
La ragione vera però era un'altra, cioè che Pompeo desiderava vicino a sè un uomo dell'autorità e popolarità di Cicerone. 
La presente lettera fu scritta prima del 13 febbraio, prima cioè che Pompeo avesse perduta la speranza di ricevere i rinforzi che sperava. 
Esprime perciò a Domizio la sua meraviglia di non avere notizie.., gli dice inoltre che non sa spiegarsi il suo ritardo a lasciare Corfinio..., gli rinnova in fine il suo pressante invito di raggiungerlo al più presto a Lucera, o, se egli non potrà muoversi personalmente (Pompeo insinua qui qualche dubbio su influenze interessate e sospette), di spedirgli almeno le milizie del Piceno e di Camerino, alle quali sta a cuore la difesa della comune salvezza. 



Ad Attico, VIII, xx c. 
Scritta a Canosa, il 20 febbraio del 49 a. C. 

A distanza di pochi giorni dal precedente biglietto Pompeo ne manda a Cicerone un altro, come il primo laconico ed evasivo. 
Il secondo invece avrebbe dovuto essere una risposta precisa ad una lettera piuttosto lunga di Cicerone, nella quale questi si dichiarava apertamente contrario al progetto di abbandonare l'Italia. 
Pompeo, rispondendo, nulla dice su tale argomento, mostrando così o di non avere compreso la profonda amarezza dell'animo di Cicerone al pensiero di lasciare Roma e l'Italia, o di non avere tenuto in alcun conto le giustificate preoccupazioni dell'eminente uomo politico. 
Pompeo accenna soltanto rapidamente all'esercito che ha nell'Apulia e rende noto che i consoli sono presenti nel campo. 
Tali notizie sembrano date coll'unico proposito di indurre Cicerone a mettere da parte ogni esitazione e a mettersi in viaggio per raggiungere gli altri, che già sono presso di lui. 
Gli indica anche la via sicura che dovrà prendere per portarsi a Brindisi: la Via Appia. 
In questa lettera scopriamo che Cicerone era stato proclamato imperator dai suoi legionari in Cilicia (51 a. C.). 
Scopriamo pure notizie sulla Via Appia: questa strada, la regina viarurn, conduceva da Roma a Brindisi passando per Capua, Benevento e Taranto..., il tratto fino a Capua fu costruito dal censore Appio Claudio il Cieco, nel 312 a. C. e da lui prese il nome. 



Ad Attico, IX, 7c. 
Scritta in marcia da Corfinio a Brindisi, il 4 o il 5 marzo del 49 a. C. 

All'inizio delle ostilità fra Cesare e Pompeo, Domizio, partigiano di quest'ultimo e acerrimo nemico del primo, delibera di radunare le sue coorti, che sono piuttosto numerose, a Corfinio, capitale dei Peligni, nel Sannio, con la fiducia di potere impedire da quella forte posizione l'avanzata di Cesare verso l'Italia meridionale. 
Condividono le speranze di Domizio Cicerone e altri Pompeiani. 
Le cose però andarono assai diversamente. 
Cesare, con quella rapidità fulminea che è dei grandi capitani, il 15 febbraio giungeva con le sue truppe nelle vicinanze di Corfinio. 
Domizio resistette 7 giorni..., il 21 febbraio fu costretto alla resa. 
Il proconsole incorporò senz'altro nel suo esercito la guarnigione che aveva capitolato, ma con un atto di abile, inusitata benignità, a cui forse era inclinato il suo animo, mandò liberi Domizio e i suoi ufficiali con tutti i senatori e cavalieri che erano al suo seguito. 
La notizia di tanta generosità commosse profondamente la cittadinanza romana. 
Della cosa approfittarono subito due fidati partigiani di Cesare, Cornelio Balbo e Oppio, i quali, esprimendogli con una lettera la loro piena soddisfazione per la sua condotta, gli domandarono, anche, se non gli paresse opportuno rendere pubblicamente noto il suo proposito di essere clemente verso i suoi avversari. 
Cesare, accogliendo il consiglio dei due seguaci, invia loro questa lettera : "una lettera aperta", diremmo noi oggi, destinata ad essere comunicata al pubblico, come un manifesto. 
Il console afferma che la sua indulgenza è stata spontanea e assicura che norma per lui costante nelle vittorie sarà questa: usare mitezza e clemenza con tutti. 



Ad Attico, IX, 6 a. 
In marcia da Corfinio a Brindisi, 6 marzo del 49 a. C. 

Cesare marcia rapidamente verso Brindisi con l'ardito proposito di impedire ai suoi nemici d'imbarcarsi per fuggire in Oriente. 
Egli sa che, per assoluta mancanza di navi, non gli sarebbe possibile inseguire Pompeo, se questi riuscisse a portarsi al di là del mare, del quale aveva l'incontrastabile dominio. 
Com'è noto, l'audace piano di Cesare non riuscì. 
Pompeo salpò con tutto il suo esercito da Brindisi e si portò nell'Epiro, mettendo così fra sè e il potente avversario il mare Adriatico e sfuggendo al pericolo di dovere affrontare in condizioni impari le agguerrite legioni di Cesare. 
Le operazioni militari però, per quanto importanti e preminenti, non distoglievano Cesare dai problemi politici. 
Sono infatti di questo periodo della sua rapida marcia verso Brindisi le due lettere che qui riporto, la precedente, inviata ai suoi fidati agenti di Roma, e questa diretta a Cicerone. 
Con la prima il proconsole cerca di cattivarsi l'opinione pubblica di Roma, manifestando sentimenti di perdono e di clemenza, con questa vuole guadagnarsi l'animo di Cicerone, il concittadino più insigne per ingegno, dottrina e patriottismo, l'uomo forse più autorevole della vita politica romana. 
Cesare gli scrive un biglietto affettuoso e gentile, un biglietto, come egli dice, che risente della rapidità della marcia...,sono poche righe, vergate in fretta, ma bastano a significare al destinatario quanto sia forte la speranza di chi scrive di averlo con sè, e d'incontrarsi presto con lui. 



Ad Attico, IX, 11 a. 
Scritta da Formia, il 19 marzo del 49 a. C. 

La lettera di Cesare (vedi le note delle lettere precedenti) non lasciò pienamente soddisfatto Cicerone, il quale, parlandone all'amico Attico (IX, 6), così si esprimeva: 

"Cesare mi rivolge più ringraziamenti di quelli che vorrei. 
Quanto poi a ciò che egli chiede da me, potrai conoscerlo dalla sua stessa lettera: poche parole egli dice, ma in tono assai autoritario". 

Nonostante la gentilezza della forma, Cicerone sentiva in quella lettera un tono d'impero che gli incresceva..., più ancora gli dispiaceva che Cesare lo ponesse senz'altro fra i suoi ed esprimesse il desiderio di vederlo quanto prima. 
Il tono autoritario della lettera di Cesare a me in verità non appare. 
Ad ogni modo la risposta di Cicerone fu quanto mai guardinga. 
Sotto il pretesto di non avere bene inteso il significato di alcune parole, l'eminente uomo politico dichiara che sarà ben lieto di prestare i suoi uffici per il bene della repubblica, ma confessa nello stesso tempo che molto gli sta a cuore la dignità di Pompeo. 
Cesare non dovette molto rallegrarsi di questa risposta di Cicerone. 
In questa lettera Cicerone finge di non avere inteso che cosa volesse significare Cesare con quelle parole..., Cicerone invece ha capito benissimo..., solo approfitta garbatamente di questi supposti dubbi per dire che non è disposto a staccarsi da Pompeo, e per esporre le sue aspirazioni alla concordia fra i due e alla pace. 



Ad Attico, IX, 3. 
Scritta da Formia, il 9 marzo del 49 a. C. 

Cicerone non ha notizie sicure sul corso degli avvenimenti. 
È perciò in ansia. 
Domizio dove sarà? 
A Brindisi o nella Spagna? 
Pompeo sa che ora è difficile uscire dall'Italia, tutta occupata da Cesare? 
Dov'è il console Lentulo? 
A Cicerone non era ancora giunta la notizia che il console si era imbarcato a Brindisi alla volta di Durazzo fino dal 4 marzo. 
Anche di Cesare Cicerone non aveva notizie certe. 
Sapeva solo che il primo marzo aveva pernottato ad Arpi e congetturava da ciò che ormai doveva essere a Brindisi. 
Postumo intanto riferiva notizie catastrofiche, ma Cicerone non le crede possibili. 
Non potendo però continuare ad ignorare la vera situazione di Brindisi, scrive questa lettera ad Attico per avere informazioni sicure. 
Cicerone chiede di poter essere memore del grande beneficio ricevuto da Pompeo, di essere stato richiamato dall'esilio. 
In questa lettera possiamo osservare con quanta garbatezza Cicerone cerchi d'insinuarsi nell'animo di Cesare. 
Egli vorrebbe mostrarsi verso Pompeo grato come ha potuto esserlo con Lentulo..., ma la possibilità di fare questo non dipende da lui, bensì dalla generosità di Cesare, che solo è l'arbitro della liberazione di Pompeo. 
Cesare non era affatto insensibile a queste lodi. 



Ad Attico, IX, 16. 
Scritta da Formia, il 26 marzo del 49 a. C. 

Ecco un altro affettuoso biglietto di Cesare a Cicerone, biglietto, di cui quest'ultimo manda copia ad Attico, premettendo però un apprezzamento non troppo benevolo. 
Si capisce assai bene che l'Arpinate (Arpino, città natale di Cicerone), condivideva con la grande maggioranza dei conservatori romani le diffidenze che essi avevano verso l'imperator invasore del territorio della repubblica. 
Quando Cesare scrisse questa seconda epistola, non aveva ricevuto la risposta di Cicerone al primo biglietto..., se l'avesse avuta, non gli avrebbe espresso nuovamente il desiderio di vederlo nelle vicinanze di Roma. 
Cicerone scherza, o meglio, ironizza sulle intenzioni di Cesare, le quali, insinua Cicerone, sembrano farsi sempre più ardite. 
Accenna alla clemenza veramente singolare dimostrata da Cesare verso i suoi avversari dopo la resa di Corfinio. 
Il proconsole perdonò a tutti e li rimandò liberi..., c'erano fra gli altri Lentulo e Domizio. 


Ai Famigliari, VII, 16 
Scritta a Ventimiglia, verso la metà di aprile del 49 a. C. 

Marco Celio Rufo è una figura rappresentativa di quell'ambiente raffinato e corrotto, che caratterizza spesso i grandi conflitti politici. 
Intelligente e colto, ma vizioso e audace, si caricò di debiti, per soddisfare alle sue passioni. 
Amante di Clodia, la famosa Lesbia di Catullo, sorella del famigerato tribuno, quando, stanco, la volle lasciare, fu accusato di avere tentato di avvelenarla. 
Difeso abilmente da Cicerone (Pro Caelio), fu assolto. 
Nella guerra civile si schierò con Cesare più per la speranza di profitti che per convinzione..., se ne staccò infatti, quando gli parve di essere stato male retribuito con la pretura. 
Morì nel 43, nel tentativo di sollevare l'Italia meridionale contro Cesare. 
La lettera di Celio, che qui traccio alcune note, è interessante, perché, contrariamente a quello che ha fatto finora e farà ancora Cesare, Celio non usa verso Cicerone parole incoraggianti e lusinghiere, ma minacce più o meno velate. 
Cesare stesso è qui presentato, non come l'avversario facile alla mitezza e al perdono, ma quale uomo vendicativo e crudele. 
Evidentemente Celio voleva fare breccia nell'animo di Cicerone. 
Quando Celio scrisse questa lettera si trovava a Ventimiglia (Album Intemelium), dove era stato inviato da Cesare per sedare alcuni torbidi provocati da agenti pompeiani. 
Qui fu raggiunto da Cesare, che lo invito a seguirlo nella Spagna. 
Nella stessa città ricevette una lettera di Cicerone, il quale gli lasciava intendere che era ormai deciso di passare ai Pompeiani. 
Celio gli rispose con questa lettera, nella quale alle calde preghiere di non staccarsi da Cesare, la cui collera avrebbe potuto tornargli funesta, aggiunge il consiglio di attendere almeno l'esito degli avvenimenti di Spagna, esito che, a parere di Celio, era molto vicino. 
In fine Celio sarebbe anche soddisfatto, se Cicerone si ritirasse in qualche luogo sicuro, attendendo, in una prudente neutralità, la fine della lotta. 
È noto che Cicerone non diede ascolto ai consigli dell'amico, perchè ai primi di giugno del 49 s'imbarcò col figlio per raggiungere Pompeo a Durazzo. 

In questa lettera leggiamo che Cesare aveva trovato molta freddezza da parte del senato. 
Nessun senatore si era prestato per portare a Pompeo nuove proposte per un'intesa, pur essendo tutti d'accordo sull'opportunità di farle. 
Nessuno voleva compromettersi. 
Disgustato di questo atteggiamento dei senatori, Cesare lasciò Roma e si recò nella Spagna per affrontare le sette legioni che Pompeo vi aveva al comando dei suoi luogotenenti Afranio e Petreio. 
Si dice che uscendo da Roma pronunciasse la celebre frase: "Vado contro un esercito senza duce, per ritornare poi contro un duce senza esercito". 



Ad Attico, x, 8 b. 
Scritta da Ventimiglia, il 16 aprile del 49 a. C. 

Seguendo il consiglio di Celio (vedi la lettera precedente), Cesare fa un ultimo tentativo presso Cicerone, per vedere di distoglierlo dalla deliberazione, che sta per prendere, di passare definitivamente fra i partigiani di Pompeo. 
Questa volta però, con le voci che correvano sulle intenzioni di Cicerone, Cesare non può rivolgersi a lui con la cordialità di chi un tempo poteva sperare di annoverarlo fra i suoi..., deve invece limitarsi a chiedergli una benevola neutralità, facendogli osservare che farebbe torto alla comune amicizia e provvederebbe male a se stesso, se seguisse una causa, che aveva riprovato fin da quando non era irreparabilmente fallita, come appare ora. 
Gli prospetta quindi la convenienza, per un cittadino onesto e amante della pace, di rimanere estraneo ai partiti e alieno dalle controversie politiche. 
Cicerone, infatti, non aderì subito alla causa del senato e di Pompeo. 
Cesare invita ora Cicerone a riflettere che, se passasse al partito pompeiano, si direbbe che lo fa, non perchè ne riconosca giusta la causa, ma solo perchè dissente da Cesare per qualche particolare azione..., nel complesso però la sua condotta sarebbe per lo meno colpevole d'incoerenza grave. 


Ad Attico, X , 8 a. 
Scritta dai dintorni di Roma, ai primi di maggio del 49 a. C. 

Quando Antonio scrisse questa lettera, era già stato in lotta aperta con Cicerone, come rivale nella candidatura ad augure per l'anno 53, ed era rimasto soccombente..., ora però, da accorto uomo politico, soffocando ogni risentimento personale, scrive all'avversario vincitore una lettera pacata e gentile. 
Egli passava per uomo impetuoso e violento..., qui invece si mostra prudente, in un savio tentativo di riavvicinamento all'avversario. 
La lettera rivela, sì, fra i due, freddezza e forse anche diffidenza.., Antonio però tenta di dissipare i sospetti con un linguaggio, che è senz'altro amichevole e cordiale. 
Antonio si trovava allora in Italia come luogotenente di Cesare, partito alla volta della Spagna, per combattervi i luogotenenti di Pompeo, Afranio e Petreio. 
Il luogotenente cesariano avrebbe fatto un ben segna lato servizio a Cesare, oltre che a sè, se avesse potuto trattenere un personaggio politico dell'importanza di Cicerone lontano dal partito di Pompeo. 
Gli indirizzò, quindi, questa lettera, con la quale, facendo appello ai sentimenti più cari all'animo di Cicerone, tentò di distoglierlo dal passo più grave e decisivo che avrebbe potuto compiere: varcare il mare per raggiungere Pompeo. 
Il tentativo, com'è noto, fallì. 
Circa un mese dopo questa lettera Cicerone raggiunse Pompeo sull'altra sponda dell'Adriatico, a Durazzo. 
L'avversione fra i due uomini politici, sopita per alcuni anni ancora, esplose violenta come un uragano, dopo le Idi di marzo del 44. 
Cicerone, in 14 veementi discorsi, "Le Filippiche", accusò Antonio di voler far rivivere nella sua persona la dittatura soffocata nel sangue..., Antonio, per vendicarsi del focoso avversario, ne chiese il capo, quando pose le condizioni di accordo con Ottaviano e Lepido (2° triumvirato). 
Pompeo, per compiacere al tribuno Clodio, lasciò che Cicerone fosse mandato in esilio, salvo poi a riparare all'ingiuria, adoperandosi per il richiamo, e questo è il "beneficio", a cui accennava Antonio.


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mercoledì 6 luglio 2011

L'ORAZIONE IN DIFESA DI ARCHIA (Pro A. Licinio Archia poeta oratio) - Cicerone (Cicero)

       





L'ORAZIONE IN DIFESA DI  ARCHIA


Marco Tullio Cicerone














ARCHIA

Vita e opere


Con la conquista definitiva, da parte di Roma, della Grecia e dell'Asia Minore, si assiste ad una rapida e progressiva penetrazione dell'ellenismo nella vita e nella cultura romana. Già in precedenza Roma era entrata in contatto col mondo greco, ma erano stati contatti quasi solo indiretti mentre, attraverso le città della Magna Grecia e della Sicilia, con le nuove conquiste Roma si mette in relazione diretta con la vita e il pensiero ellenistico. È il momento in cui l'Urbe, padrona ormai di tutto il Mediterraneo, attira a sé il mondo intellettuale con lo splendore della sua potenza e della sua gloria militare; a Roma cominciano ora ad affluire dall'Oriente filosofi ed artisti, in cerca di celebrità e di ricchezze. Cratete di Pergamo, Carneade, Critolao, Diogene, Polibio, Panezio vengono nella capitale per portarvi l'ornamento della loro cultura. Archia è uno di questi tipi rappresentanti del pensiero e dell'arte greca.
Le notizie che abbiamo intorno ad Archia sono quasi esclusivamente quelle che ci vengono dalla presente orazione (anche Quintiliano, confermando Cicerone, ponwe Archia come felice improvvisatore accanto al celebre Antipatro di Sidone). Le informazioni del nostro oratore non sono controllabili, perchè non abbiamo possibilità di confrontarle con altre testimonianze, ma c'è ragione di ritenerle veridiche, rivolgendosi Cicerone ad un uditorio assai bene informato, il quale conosceva i fatti presso a poco come l'oratore. Le divergenze potevano cominciare sull'interpretazione dei fatti, non sulla loro realtà.
Cicerone dunque ci fa sapere che Archia era un greco, nato ad Antiochia, città della Siria. Alcuni particolari fornitici nell'orazione ci permettono anche di fissare approssimativamente l'anno della nascita, la quale dovette cadere o il 119 o il 118 a.C.
Archia però non rimase a lungo nella città natale. Genio poetico precoce, improvvisatore estroso, specie di fanciullo prodigio, ritenne la città dei Seleucidi, piccola e irrequieta, ambiente troppo angusto per il suo talento poetico e per le sue aspirazioni di gloria e cercò fortuna altrove. Nè rimase deluso nelle sue speranze. Superando ovunque con l'ammirazione suscitata la fama che lo precedeva, passò, ricercato e atteso, per tutte le città dell'Asia Minore e della Grecia, portandosi da ultimo nella Magna Grecia. Anche qui accoglienze trionfali. Le più celebri città, Taranto, Reggio, Locri, Napoli andarono a gara nel tributargli onori e lodi. Tutte gli offrirono la cittadinanza onoraria. `
Finalmente giunse a Roma, meta forse sognata della sua Peregrinatio poetica. Aveva appena 17 anni (Cicerone dice che era ancora praetextatus). Erano consoli C. Mario per la quarta volta e Q. Lutazio Catulo; correva cioè l'anno 102 a.C.
Il poeta trovò facile accesso presso l'alta società romana, ormai libera dai pregiudizi catoniani sui pericoli della cultura greca per il carattere nazionale romano. I primi ad accoglierlo furono i Luculli, che lo ospitarono poi sino alla tarda vecchiaia, apprezzando in lui i nobili sentimenti dell'animo, oltre che la bella intelligenza. Ma lo ebbero caro inolte altre famiglie del patriziato romano: lo amarono i Metelli, Quinto, vincitore di Giugurta, e il figlio Pio, il futuro vincitore di Sertorio; visse in cordiale intimità con gli Ortensi, la famiglia del grande oratore Q. Ortensio Ortalo, che probabilmente fu suo discepolo; fu amico dei Lutazi, famiglia benemerita della repubblica per felici imprese militari e specialmente per la vittoria che nel 101 Q. Lutazio Catulo riportò sui Cimbri ai Campi Paudii.
Archia corrispose a queste manifestazioni di benevolenza e di stima pagando, per usare le parole dell'Ariosto, di parole e d'opera d'inchiostro. Infatti scrisse un poema sulla guerra contro i Cimbri, in onore di Mario e di Lutazio Catulo; più tardi, dopo avere accompagnato L. Lucullo in Asia durante il suo comando nella seconda guerra mitridatica (74-68), Archia celebrò la fortunata campagna del suo patrono.
Sappiamo anche che aveva cominciato a cantare il consolato di Cicerone; il lavoro però rimase incompiuto, perchè il poeta pose mano ad un altro poema inteso a celebrare le glorie della gens Cecilia, o più precisamente le felici imprese di Q. Cecilio Metello, il Pio, contro Sertorio.
Un'altra composizione poetica, di argomento assai diverso dalle precedenti, fu quella, che ci viene ricordata pure da Cicerone, sopra una visione che ebbe la nutrice del celebre attore Q. Roscio Gallo.
Di tutte queste opere o abbozzi nulla ci è pervenuto. L'Antologia Palatina ha conservato sotto il nome di Archia 35 epigrammi dedicatori e sepolcrali; la critica però tende ad attribuirli, meno pochissimi, ad un altro Archia, di cui non è detta la città.
Alcuni anni dopo il suo arrivo a Roma e probabilmente fra il 93 e il 92, Archia accompagnò in Sicilia il giovane L. Lucullo, il futuro vincitore di Mitridate. Le ragioni di questo viaggio non sono ben note; il viaggio però fu fatto. Nel ritorno, passando da Eraelea, città della Lucania, federata con Roma, ottenne, anche per le influenze dell'illustre ospite ed amico, la cittadinanza onoraria di quella città. Questo atto, come vedremo in seguito, diede ad Archia il diritto di diventare cittadino romano.


IL PROCESSO

Da ventisette anni circa Archia godeva dell'onore e dei vantaggi della cittadinanza romana (La cittadinanza piena di Roma dava molti diritti. I principali erano questi: il ius connubii, cioè il diritto di legittimo matrimonio, il ius honorum, il diritto di salire alle cariche pubbliche; il ius suffragii, il diritto di voto; il ius commercii, il diritto del possesso legittimo e del commercio; il ius testandi, il diritto di fare testamento. La cittadinanza si otteneva in più modi: per nascita, per affrancamento (rnanumissio) e per donazione [civitatis donatio]. Per affrancamento conseguivano la cittadinanza gli schiavi liberati [liberti]; non avevano però il ius honorum; per donazione la cittadinanza veniva concessa a benemeriti verso la repubblica e qualche volta a intere città), quando un tal Grazio lo chiamò in giudizio accusandolo di usurpazione del diritto di cittadinanza e chiedendo che, in applicazione della legge Pàpia (La lex Pàpia, dell'anno 65 a.C., ordinava lo sfratto da Roma di tutti i forestieri che avessero abusivamente usufruito del titolo di cittadini romani), fosse messo al bando dalla città. Per quali ragioni Grazio intentasse un tale processo non è chiaro; c'è tuttavia chi pensa, e non senza fondamento, che più che il poeta si mirasse a colpire la famiglia dei suoi ospiti, i Luculli; in tale ipotesi Grazio sarebbe stato solo strumento materiale; nell'ombra agivano segretamente i Pompeiani, nemici dichiarati della famiglia dei Luculli. Ma per meglio intendere l'origine dî questo processo bisogna fare in succinto la storia del diritto della cittadinanza romana.

È noto che la guerra sociale (90-88 a.C.) scoppiò per la decisa volontà degli alleati (socii) di ottenere la cittadinanza romana. A temperare la violenza della guerra, che gli Italici combattevano con abilità e tenacia, valse l'accortezza del console L. Giulio Cesare, il quale, dopo aver condotto egli stesso poco felicemente le operazioni militari contro Mario Egnazio, altri generali italici, sul finire dell'anno 90 concesse, con una sua legge (lex Iulia) l'ambita cittadinanza a quegli alleati, che erano rimasti fedeli a Roma. L'anno seguente (89 a.C.) si fece un altro importante passo a favore delle popolazioni italiche. I tribuni della Plebe M. Plauzio Silvano e C. Papirio Carbone fecero approvare una legge (lex Plautia-Papiria), in forza della quale diventava cittadino romano chiunque si fosse trovato in queste condizioni:

1 - essere cittadino di una città federata di Roma;
2 - avere domicilio in Italia al momento della promulgazione della legge
3 - iscriversi entro il termine di 60 giorni presso i pretori incaricati di compilare le liste dei nuovi cittadini.

Archia ottemperava a tutte le condizioni volute dalla nuova legge: era cittadino di Éraclea, città federata di diritto e di fatto con Roma, aequissinto iure ac foedere; aveva il domicilio in Italia, anzi a Roma; nel termine richiesto si era fatto iscrivere presso il pretore e amico suo Q. Metello Pio. Egli quindi era di pienissimo diritto cittadino romano; in virtù di questa sua nuova condizione giuridica prese i tre somi propri del cittadino romano e si chiamò Aulus Licinius Archia. Licinius, che era il nome gentilizio dei Luculli, suoi protettori, divenne, secondo il costume romano, il nomen; Aulus, che forse proveniva da un'altra famiglia della gens Licinia, fu il praenornen; Archia diventò il cognomen.
Due fatti però convalidavano l'accusa di Grazio. Il primo era la mancanza di documenti scritti, che ditnostrassero la cittadinanza eracleese dell'accusato; il secondo l'assenza del nome di Archia nei due censimenti che si fecero dei nuovi cittadini dopo la promulgazione della legge. Era però facile alla difesa rispondere. Mancavano i documenti, perchè erano andati distrutti nell'incendio dell'archivio di Eraclea avvenuto durante la guerra sociale; in mancanza però di essi c'era una deputazione di cittadini eracleesi venuta appositamente a Roma a testimoniare la stessa cosa. Archia non era tra i censiti per la ragione che nel censimento dell'86 si trovava in Asia con L. Lucullo, proquestore di Silla, e nel 7o accompagnava il medesimo L. Lucullo nella terza guerra mitridatica.
Il diritto quindi di Archia alla cittadinanza romana era così evidente, che non si comprenderebbe neppure l'origine del processo, se non fosse lecito supporre che non si mirava tanto a nuocere al poeta, quanto a creare imbarazzi e ostilità ai suoi protettori.
Il processo si svolse nel 62 a.C., l'anno dopo il consolato di Cicerone, davanti ad un tribunale che era presieduto, come ci informa lo scoliaste di Bobbio, dal fratello dello stesso oratore, Quinto Cicerone. L'esito del dibattito fu quasi certamente favorevole al poeta, se l'anno dopo Cicerone si lamenta di non vedere continuato da Archia il poema che doveva celebrare il suo consolato. Tale lagnanza fa supporre che il poeta vivesse ancora in Roma.


L'ORAZIONE

L'orazione per Archia, della quale anche il Leopardi (OPERETTE MORALI, comparazione delle sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto) scrisse che essa è ispiratrice di nobilissimi sentimenti, ha dato origine ad alcune questioni, che qui esporremo sommariamente, come si addice a un manuale scolastico. La prima è quella dell'autenticità. Veramente questa fu questione piuttosto dei tempi passati, quando simili discussioni erano di moda. Oggi nessun critico sosterrebbe più che l'orazione non è di Cicerone, dopo che a lui l'attribuirono senz'ombra di sospetto scrittori autorevoli come Quintiliano e Seneca, dell'età immediatamente successiva a quella di Cicerone. Anche Asconio Pediano, il quale nel 42 d.C. pubblicò un dotto commento alle orazioni ciceroniane, non ebbe il minimo dubbio che quella per Archia potesse essere apocrifa. Dei resto, per quanto si scruti, sia nella lingua che nello stile, nulla vien fatto di trovare, che si allontani notevolmente dall'uso ciceroniano, e certe piccole deviazioni o si spiegano con l'ipotesi assai fondata che l'orazione non abbia avuta l'ultima limatura, o scompaiono allo studio approfondito dei testi.
Ma la questione grave è quest'altra. Se la causa di Archia era così evidente, così chiara, che al quarto capitolo dei dodici dell'orazione Cicerone poteva già esclamare: la causa è vinta, causa dicta est, come si spiega l'intervento di un oratore dell'autorità e del valore del nostro? Per quali motivi l'ex-console, che l'anno prima aveva salvato la repubblica, l'oratore il quale dopo le quattro Verrine era ormai considerato il principe dell'eloquenza forense di Roma, si assumeva ora il patrocinio di una causa, alla cui difesa vittoriosa poteva bastare il più modesto avvocato del foro? La risposta a queste domande non è nè sicura, nè semplice. Si fanno generalmente due ipotesi. Una, non improbabile, è la seguente. Si è già osservato che Cicerone attendeva da Archia la celebrazione poetica del suo consolato. Questo aveva già dato a Cicerone delle grandi soddisfazioni, a cominciare dell'acclamazione a console, fatta dal popolo, prima ancora che fossero comunicati gli scrutini della votazione; poi il senato lo proclamò padre della patria, cioè salvatore della repubblica, per l'opera da lui compiuta contro la congiura di Catilina. Erano però cominciate assai presto anche le delusioni, prima, quella che gli procurò il tribuno della plebe Q. Metello Nepote, il giorno stesso in cui lasciava la carica di console, interdicendogli la consueta arringa che il console uscente teneva alla plebe. Anche Pompeo non aveva mostrato per l'ex-console quell'ammirazione, che questi si attendeva e sognava. Chi avrebbe potuto meglio di Archía fare il poema greco, di cui l'oratore aveva già sentito l'inizio e che avrebbe tramandato ai posteri le gesta del suo consolato? Certamente la prospettiva di diventare l'eroe di una nuova epopea, doveva sorridere all'animo ambizioso di Cicerone e potè avere un'influenza notevole nell'indurlo ad accettare la difesa dei diritti acquisiti dal poeta. Ma forse l'oratore fu spinto a ciò anche da un'altra ragione. Qualche anno prima e più precisamente nel 66, egli aveva difeso, in un dibattito politico, la legge Manilia, che conferiva a Pompeo il comando della guerra mitridatica, provocando il richiamo in patria di L. Lucullo. La cosa non dovette certamente tornare gradita ai Luculli. Quale occasione migliore, per riavere in pieno la stima e l'amicizia di quella potente famiglia, di farsi ora patrono del loro protetto, minacciato di espulsione? Ma altri motivi, oltre a quelli detti, hanno forse determinato l'atteggiamento di Cicerone, motivi facilmente riconoscibili, se si esamina con qualche attenzione il momento, in cui il processo si svolse. Purtroppo dobbo qui limitarmi a rapidi cenni, perchè un esame un po' approfondito dell'argomento mi condurrebbe troppo lontano.
Ho già osservato che Cicerone non raccolse dal suo consolato tutti gli allori che aveva sognati. L'homo novus del tempo dell'elezione a console, l'inquilinus civis urbis Romae, come diceva Catilina, cioè il romano di terz'ordine, diremmo noi familiarmente, diventò presto oggetto di attacchi assai gravi. Gli avversari politici lo chiamarono ironicamente il terzo re straniero, dopo Numa e Tarquinio; i tribuni della plebe si fecero minacciosi accusandolo di essersi portato da tiranno. Gli stessi ottimati non mostrarono per lui quella deferenza, che egli aveva desiderato, e che gli aveva fatto sperare di essere lui il princeps publici consilii, cioè capo del partito aristocratico e guida del senato. Neppure Pompeo, l'uomo più autorevole del momento, sia nel campo politico che in quello militare, gli aveva dato le soddisfazioni che s'attendeva, tanto che, nella lettera già da noi ricordata, Cicerone gli espresse la sua delusione per non avere ricevuto gli elogi, che credeva di meritare, dopo le opere del suo consolato.
Di fronte a tanta gente, o palesemente avversa o immemore e indifferente, che cosa poteva mettere ancora a suo favore nella bilancia l'ex-console amareggiato e deluso, se non la sua dottrina, i suoi studi, la sua arte oratoria? E, quale migliore occasione, per fare questo, di quella che gli offriva la difesa di Archia, poeta, letterato, studioso? Gli encomi da tributare ad Archia, non erano da riferire anche a lui? I meriti di Archia non erano meriti pure suoi?
Ecco quindi che l'orazione Pro Archia diventava l'orazione Pro Cicerone e la difesa di Archia la difesa di quella cultura, che Cicerone perseguiva con ardore e che più volte aveva messo al servizio degli amici politici. Egli avrebbe avuto, nella difesa del poeta, una fortunata occasione per dimostrare che la cultura, unita ad una felice disposizione naturale, aveva creato i grandi Romani, veri ideali di perfezione umana, quali Scipione Maggiore e Ennio, Scipione Emiliano e Lelio, legati da vincoli di un'amicizia tanto utile alla repubblica. Non poteva egli, nella nuova situazione politica che si andava formando, mentre Pompeo ritornava dall'Oriente carico di allori, mettersi accanto al nuovo Magnus come consigliere e amico? Non aveva egli come quei grandi del passato la medesima devozione alla repubblica, la medesima energia morale, gli stessi alti ideali? Che questo fosse nel segreto del suo animo si può forse dedurre dalle parole, rivolte a Porripeo, con cui si chiude la lettera da noi già ricordata e diretta al medesimo Pompeo : “questi atti (del consolato), al tuo ritorno, vedrai che sono stati da me compiuti con tanta prudenza e grandezza d'animo, che tu, superiore come sei all'Africano, permetterai che io, non inferiore a Lelio, mi unisca a te nella politica e nell'amicizia”.
È palese il proposito di Cicerone di creare un binomio Pompeo-Cicerone, com'era stato il binomio Scipione-Lelio.
Del resto, nella stessa orazione Pro Archia, era chiara l'accenno laudativo a Pompeo e l'intenzione di cattivarselo: noster hic Magnus, qui cum virtute fortunam adaequavit (X, 24).
Ci spieghiamo anche, in questo modo, come l'oratore, con una sproporzione, che a prima vista può sembrare assurda, abbia ridotta a poco più di un terzo la parte dell'orazione, che tratta propriamente la questione giuridica, per dilungarsi in tutto il rimanente a parlare di poesia, di dottrina e di studi. Evidentemente questa seconda trattazione importava a Cicerone assai più della prima.
A me pare che l'orazione per Archia, messa in questa cornice storica, acquisti un'importanza nuova e possa non solo interessare maggiormente i giovani, ma diventare più viva ed efficace.



PROSPETTO ANALITICO DELL'ORAZIONE


I – L'ESORDIO

L'esordio si divide in due parti:

a) Nella prima l'oratore espone le ragioni, per le quali difenderà Archia.
b) Nella seconda si rivolge ai giudici, che chiama severissimi, e al numeroso uditorio chiedendo venia, se, per la natura stessa del processo, il suo discorso dovrà allontanarsi dalle comuni consuetudini del foro.

Questa seconda parte costituisce ciò che tecnicamente si chiama captatio benevolentiae.
L'esordio si chiude con la propositio:

a) Archia è cittadino romano di diritto;
b) se non lo fosse, dovremmo farlo per i suoi meriti insigni di poeta.


II - LA QUESTIONE GIURIDICA

(Prima confirmatio)

La trattazione della questione giuridica è divisa in tre parti: una narratio, la questio legitima, la refutatio.

a) Nella narratio l'oratore espone sommariamente la vita di Archia prima del suo arrivo a Roma, poi in Roma stessa e in fine il suo viaggio in Sicilia fino alla sua nomina a cittadino di Eraclea.
b) La quaestio legitima è la parte centrale dell'orazione formando la confirmatio propriamente detta.

In sostanza il ragionamento di Cicerone è questo: La legge Plauzia - Papiria (legge dei tribuni M. Plauzio Silvano e C. Papirio Carbone dell'89 a. C.) concesse la cittadinanza romana ai cittadini delle città federate. Archia era cittadino di Eraclea, città federata aequissimo iure ac foedere. Archia è quindi per legge cittadino romano.

c) Refutatio. L'accusa sosteneva questi due punti:

1) Le tavole di Eraclea, comprovanti la cittadinanza di Archia, non esistono;
2) Il nome di Archia non si trova in nessuno degli elenchi redatti dai censori di Roma.

La difesa rispondeva:

1) Le tavole eracleesi andarono perdute durante la guerra sociale; esse però contenevano il nome del poeta, come dichiara una Commissione ufficiale venuta appositamente da Eraclea e come vien pure dichiarato da un teste autorevolissimo, M. Lucullo.
2) Il nome di Archia non è incluso negli elenchi compilati dai censori, perchè, quando gli elenchi furono redatti, il poeta si trovava assente da Roma.


III - LA QUESTIONE EXTRA-GIURIDICA

(Seconda confirmatio)

Cicerone, non soddisfatto di avere dimostrato, in base alla legge, che Archia è cittadino di Roma, vuole ora servirsi dei grandi meriti che il suo cliente ha come studioso e come poeta quale ulteriore, validissimo titolo al suo pieno diritto a tale cittadinanza.
La nuova trattazione dà modo all'oratore di parlare ampiamente di cose, che egli sente il bisogno di mettere molto in alto nella stima di tutti: gli studi, la cultura, la poesia. Gli argomenti svolti da Cicerone sono questi:

1) Gli studi, svago e nutrimento dell'animo, perfezionano le doti, che la natura ha dato all'uomo, forniscono un ideale morale, indispensabile per 1a vita pubblica. Chi non può darsi agli studi, deve ammirarli negli altri.
2) Archia è poeta e improvvisatore geniale. I poeti sono come persone sacre; valga l'esempio di Omero, per i cui natali ben sette città si disputano il vanto. Se tanta si onora un poeta morto, non dovremo noi rigettarne uno vivente.
3) Archia ha messa la sua arte a servizio del popolo romano, cantando le imprese di Mario (guerra contro i Cimbri) e di Lucullo (guerra contro Mitridate). Per opera di Archia la fama del popolo romano giunge ora là, dove già arrivo il valore delle sue armi.
4) La glorificazione fatta dai poeti è stimolo potente alle nobili e grandi azioni. Alla gloria aspirano tutti, i migliori più degli altri. Cicerone stesso si dice preso da tale aspirazione, che è meta elevatissima di ogni umana attività.


IV – LA PERORAZIONE

L'oratore si rivolge ai giudici, perchè siano benevoli al poeta; a questo fine riassume le sue argomentazioni.



MARCO TULLIO CICERONE

PRO A. LICINIO ARCHIA POETA ORATIO

L'ESORDIO

I - Cicerone esordisce dichiarando che, se come oratore vale qualche cosa, è giusto che fra i primi a raccogliere i frutti della sua arte sia il poeta Aulo Licinio Archia, il quale nello studio dell'eloquenza gli fu primo ispiratore e prima guida.
Incalzando poi nell'argomentazione l'oratore aggiunge che, se la sua voce, la quale tanto si giovò dei precetti di Archia, fu utile ad alcuno, è doveroso che torni ora di salvezza al poeta, che diede ad essa la possibilità di giovare ad altri.
Né sembri strano, continua Cicerone, che un poeta abbia influito su di un oratore, perchè tutte le discipline e tutte le arti sono conte unite da un vincolo di parentela.


II – Proseguendo nel suo esordio Cicerone chiede che gli venga concesso, sia per la singolare personalità del suo cliente, sia per l'eccellenza del tribunale, sia infine per l'elettissimo uditorio, di allontanarsi dal consueto linguaggio del foro per parlare un poco di letteratura e di arte; da quanto egli dirà apparirà chiaro che non solo Archia è di diritto cittadino romano, ma che, se non lo fosse, dovrebbe diventarlo per i suoi meriti.


LA QUESTIONE GIURIDICA

III - Incomincia, quella parte della orazione che era detta narratio. L'oratore espone rapidamente le vicende più importanti della vita dei poeta: la città nativa, gli studi, i trionfi giovanili, i viaggi, gli onori conferitigli, l'arrivo a Roma e la festevole accoglienza nelle più cospicue famiglie.


IV - Continua la narratio.
Archia, partito per la Sicilia con L. Lucullo, sosta nel ritorno ad Eraclea, dove gli è concessa, anche per l'influenza di Lucullo, la cittadinanza onoraria. Rientrato in Roma ne ottiene la cittadinanza in virtù della legge dei tribuni Silvano e Carbone (lex Plautia-Papiria) e si inscrive nelle liste del pretore Q. Metello. Il capitolo si chiude con la confirmatio giuridica e con una refutatio.


V - L'oratore, continuando nelle sue refutationes, attesta che il nome di Archia si trova proprio negli elenchi veramente autorevoli dei nuovi cittadini, quelli del pretore Q. Metello, mentre scarso valore hanno gli elenchi compilati dagli altri pretori, Appio e Gabinio.
Quanto all'obiezione dell'accusa, che il nome del poeta non si trova nelle liste dei censori, Cicerone afferma che la cosa è assai semplice da spiegare: Archia non era in Roma nell'epoca in cui furono fatti
i censimenti. D'altra parte il censimento non è prova del diritto di cittadinanza, ma solo dimostra che chi si fece censire agì da cittadino.


LA QUESTINE EXTRA-GIURIDICA

VI - A chi, come Grazio, faceva insinuazioni sull'eccessivo interessamento di Cicerone per Archia, l'oratore risponde che nella compagnia del poeta egli trova sollievo ai quotidiani dibattiti del foro.
Inoltre Cicerone osserva che, se ad altri gli studi offrono soltanto distrazione e diletto, a liti danno un'utilità pratica: lo elevano spiritualmente e moralmente e gli accrescono le possibilità di rendersi utile agli amici nei pericoli che sempre s'incontrano nella vita politica.


VII - Qualcuno, dice l'oratore, potrebbe obiettare che vi furono uomini sommi senza essere dotti, e che a conseguire la virtù una naturale disposizione dell'animo vale più della cultura. Bisogna tuttavia osservare, risponde Cicerone, che, se a una natura superiore si unisce la dottrina, allora ci si eleva al più alto ideale della perfezione umana. Tale ideale raggiunsero gli uomini più significativi del prossimo passato: Scipione Emiliano, Lelio, Furio, Catone.
Del resto, se anche la cultura non fosse utile, costituirebbe tuttavia per gli uomini una fonte inesauribile di diletto.


VIII - Se a tutti non è data la possibilità di coltivare gli studi, ammiriamo almeno quelli, ai quali tale possibilità è concessa. La morte dell'attore Roscio, sebbene vecchio, fu pianta da tutti i Romani, perchè la eccellenza della sua arte aveva riscosso il pubblico plauso; a maggior ragione quindi deve suscitare ammirazione l'arte di Archia, che con la vivacità del suo genio poetico commuove tutti, tanto più che la poesia è dono degli dei ed Ennio chiama sacri i poeti. Dopo la morte di Omero, ben nove città si contesero l'onore di avergli dato i natali.


IX - L'oratore, dopo essersi detto certo che nessun giudice vorrà negare la cittadinanza ad Archia, il quale, proclamandosi cittadino di Roma, ha dedicato il meglio della sua arte a cantare le mirabili gesta del popolo romano, accenna ai principali avvenimenti celebrati dal poeta: la guerra cimbrica, gloria di C. Mario, e la terza guerra mitridatrica, vanto di L. Lucullo. Anche la gloria di uno solo torna ad onore di tutto un popolo. Ennio fu caro al primo Africano per il suo poema in onore di Roma; Catone è
portato alle stelle, per avere esaltato la grandezza del popolo romano.


X - I nostri padri concessero la cittadinanza romana a Ennio, lo straniero di Rudiae; la negheremo noi ad Arrchia, cittadino di Eraclea, città confederata? Erra poi chi fa ad Archia il torto di avere scritto i suoi versi in greco e non in latino; la lingua greca è più diffusa della latina; per ciò i versi greci di Archia porteranno la fama di Roma agli estremi confini della terra, là dove è giunta la gloria delle armi romane.
Tutti amano la lode dei poeti. Alessandro Magno invidiò ad Achille un cantore come Omero; Pompeo Magno concesse la cittadinanza a Teofane di Mitilene, che aveva celebralo le sue gesta; Silla la diede a poeti Spagnoli e Galli; Q. Metello Pio ascoltò perfino goffi e ampollosi poetastri di Cordova.


XI - L'uomo, quanto più vale, tanto più è attratto dal desiderio della gloria. Gli stessi filosofi, che scrissero trattati sul disprezzo della gloria, non esitarono a porre sui loro libri il proprio nome. Anche uomini d'armi, antichi e recenti, si mostrarono amanti della poesia, dispensatrice di gloria. Vorranno i nostri giudici comportarsi, nei confronti di Archia, diversamente da generali in armi?
L'oratore stesso confessa di avere esortato Archia a condurre a termine il poema, già iniziato, sulle vicende del suo consolato, e questo fece per amore di gloria, perchè nessun premio alla virtù è più ambito di quello che ci viene dalla speranza che il ricordo delle nostre opere vada al di là del limite della vita umana.


LA PERORAZIONE

XII - È possibile credere che tutto per l'uomo finisca con la morte e che nulla rimanga oltre la tomba? Piuttosto che lasciare ai posteri l'immagine nostra scolpita o dipinta, non è preferibile tramandare il ricordo delle nostre azioni?
L'orazione è giunta con queste considerazioni al termine e Cicerone conclude riassumendo gli argomenti fondamentali della sua difesa ed esprimendo la certezza che la sentenza sarà favorevole al poeta.


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