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lunedì 24 novembre 2014

PUBLIO VIRGILIO MARONE - Il poeta della mitezza (Virgil - The poet of meekness)


VIRGILIO
   
Il poeta della mitezza

Tra i grandi poeti di Roma, Virgilio è il più vicino al nostro sentimento, perché nella sua indole mite e affettuosa c'è un fondo di malinconia, molto simile a quella che accompagna la concezione cristiana della vita. Egli, inoltre è fra gli antichi poeti quello che più ha amato e sentito la bellezza del nostro paesaggio.
Nel suo maggior poema, l'Eneide, egli volle celebrare, nel felice tempo di Augusto, la grandezza di Roma ed esaltarne le origini, proprio quando Tito Livio scriveva le Storie; cantò così Enea profugo da Troia, le sue avventurose peregrinazioni nel Mediterraneo, simili a quelle di Ulisse, e le sue battaglie sostenute per la conquista del Lazio, sino alla decisiva vittoria su Turno, I'eroe d'Italia, impetuoso come Achille e coraggioso come Ettore. 
Ma il suo affettuoso e generoso cuore era con i caduti ed i vinti: con i giovani eroi - Lauso, Pallante, Eurialo, Niso, Camilla - che cadono come fiori recisi, con i nobili re laziali - Evandro, Latino - e con i loro popoli, amanti della campagna e dei semplici costumi. 
Anche Virgilio veniva da una famiglia dedita ai campi e perciò si compiaceva della contemplazione del paesaggio e del cielo. Già nel suo maggior poema incanta il lettore con la descrizione delle marine italiche, dei colli sfumanti azzurrini nel cielo e nelle mobili nubi; ma più ancora nelle opere di argomento agricolo - le Georgiche - o pastorale le Bucoliche - lo avvicina alla pura gioia elargita dalle bellezze della Natura: fa sentire il profumo della terra smossa, il calore accogliente delle stalle, lascia intravedere la nebbiolina che indugia rasente ai prati tra i filari chiari dei pioppi e evoca il soffio della brezza primaverile che accarezza i germogli e sfiora la chioma bianca dei mandorli in fiore. 
Per questo gli Italiani, e primo fra tutti Dante, hanno sempre affettuosamente ricordato Virgilio.


Condiscepolo di Ottaviano

Chi visiti oggi il villaggio di Piètole, nel Mantovano, di Virgilio non trova traccia, a eccezione di un monumento che fu inaugurato da Giosuè Carducci nel secolo scorso. Il villaggio ha poco più di cento anni di vita; la Piètole medievale è scomparsa e scomparso è I'antico villaggio romano di Andes su cui essa era sorta e in cui settant'anni prima di Cristo nacque Publio Virgilio Marone.
Suo padre era un semplice agricoltore, ma un agricoltore agiato e ambizioso che voleva far fare strada al figlio. Virgilio fu mandato a studiare a Cremona, a Milano e, verso i diciassette anni, a Roma, meta di tutti i provinciali che volevano elevarsi dalla mediocrità del loro borgo e raggiunger gli onori. Fu così che alla scuola di un celebre maestro di eloquenza il giovane campagnolo si trovò accanto un ragazzino di poco più di dieci anni, ma di un'intelligenza quanto mai precoce, che si chiamava Ottavio e che sarebbe divenuto I'imperatore Ottaviano Augusto.
Ma la carriera degli onori non attirava Virgilio. Egli sentiva intimamente la poesia della pace campestre in cui era nato; e le agitate vicende politiche di quel tempo, le guerre civili fra cesare e Pompeo, lo allontanavano ancor più dalla vita pubblica. 
A venticinque anni lasciò Roma per recarsi a perfezionare i suoi studi a Napoli, presso uno dei più noti maestri greci, e trascorse là un periodo felice tra amici fedeli e ai gusti affini.
Virgilio avrebbe voluto vivere nei primi tempi di Roma, quando anche i maggiori personaggi erano agricoltori e pastori. Ma la sorte lo aveva fatto nascere in un'epoca in cui le campagne, sconvolte dalle guerre civili, erano senza pace: i proprietari venivano di volta in volta spogliati e le loro terre distribuite ai soldati del partito vincitore. 
Dovette tornare a Roma e sollecitare la protezione del suo antico condiscepolo, Ottaviano, divenuto potente; era già noto come poeta, fu accolto nel circolo di Mecenate: e grazie a queste amicizie poté riavere i poderi paterni che gli erano stati confiscati.


Seguace si Teòcrito

Al pari di tutte le epoche eccessivamente raffinate, la sua sentiva un'intima nostalgia di sensazioni e sentimenti semplici, di schiettezza campestre; anche la Grecia l'aveva provata agli inizi della sua splendida decadenza, fra il 300 e il 250 prima di Cristo, e un elegante poeta, Teòcrito, aveva cantato la felicità della vira agreste verseggiando gentili dialoghi fra semplici pastori. Naturalmente la sua era una campagna di maniera con pastori da salotto, ma quella poesia era stata molto popolare in Grecia e lo era adesso in Roma. Virgilio si ispirò a Teòcrito per la sua prima opera importante, le Bucoliche, ossia le poesie pastorali, ma assai più schiettamente di lui espresse il sentimento della terra, del mite gregge, del germoglio pieno di vita. Si creò così un ambiente campestre ideale e poetico in cui trovò la sua serenità.


Poeta dei campi

Ottaviano Augusto era uno spirito pratico che cercava far profitto di tutto, anche della poesia. Le guerre civili avevano danneggiato I'agricoltura, e Ottaviano voleva riportare le popolazioni italiche all'amore della terra; quel suo amico poeta che aveva così profondo il sentimento della campagna gli si presentava dunque quanto mai opportuno per un'opera di propaganda. Lo invitò a scrivere sul lavoro dei campi, e Virgilio creò la sua seconda opera, le Georgiche.
Ma ecco che, nell'anima del mite poeta, la solennità della misteriosa vita della tema sembra confondersi con la solennità stessa della storia di Roma, che era stata per eccellenza una città di pastori e di agricoltori.
E Virgilio incomincia a pensare a un grande poema che dovrebbe celebrare insieme la natura e il popolo romano.


Si delinea l'ENEIDE

Era semplice e modesto, ma aveva coscienza del proprio valore e, soprattutto, amava la sua terra, il suo popolo, le antiche tradizioni. Due antichi poeti latini, Ennio e Nevio, avevano cantato le gesta romane, imitando i poemi di Omero, ma le loro erano più che altro rozze cronache in versi. Adesso bisognava dare a Roma il grande poema epico  che non aveva ancora avuto, e celebrare la gloria romana fondendo armonicamente la realtà e la leggenda. Nacque così l'Eneide.
Un'antica tradizione voleva che Roma fosse stata fondata dai discendenti di un eroe troiano, Enea, figlio di Anchise e di Venere, il quale, dopo la distruzione di Troia, era emigrato coi suoi ai lidi italici. Il poema delle origini di Roma sarebbe stato dunque il poema di Enea, e, secondo il modello dato dall'Iliade e dall'Odissea, avrebbe cantato la distruzione di Troia, la partenza dell'esule, le sue peregrinazioni, il suo arrivo in Italia, le sue lotte per stabilirvisi.


La morte 

Virgilio lavorò per molti anni a quest'opera, che doveva essere il suo capolavoro. Quando l'ebbe finita, volle fare un viaggio in Grecia per rifinirla nella terra in cui era nata la poesia. Mancava ancora quel paziente lavoro di revisione a cui i poeti latini sottoponevano sempre i loro scritti per portarli a perfezione; molti versi erano stati addirittura lasciati in tronco per poter seguire l'estro del momento. Ma a Brindisi, quando stava per imbarcarsi, la malattia lo colse e lo portò alla tomba a cinquantun anni. Prima di morire, prese una decisione estrema: non voleva che il poema destinato a celebrare la grandezza di Roma giungesse imperfetto alla posterità, e ordinò che il manoscritto fosse dato alle fiamme. Augusto non lo permise, e i fedeli amici del poeta pubblicarono I'opera.




Virgilio fu grande di statura, abbronzato nella carnagione, di aspetto semplice e dimesso, debole di salute. Amò la semplicità e la solitudine: in mezzo alla gente si sentiva timido e sperduto. Quando divenne noto a Roma, e durante la passeggiata si sentiva osservato e seguito da alcuni, cercava rifugio nella casa più vicina, per sfuggire agli ammiratori. Amò la natura e la sua prediletta terra di Mantova, i campi, il cielo limpido, i boschi, gli animali per cui sentì una profonda tenerezza. Nei suoi versi ricordò le api, i vitellini, i buoi, i cavalli, gli uccellini, tutte le bestie che circondano gli agricoltori di cui celebrò la nobile fatica e i lucenti attrezzi levigati dal lavoro: e non si compiacque dei trionfi militari e delle vittoriose imprese di Roma che sempre considerò crudelmente necessarie. Eppure rimase stupito e riverente di fronte alla sua grande città adottiva, dinanzi all'impero di Augusto che esaltò nell'Eneide, I'immortale poema eroico e nazionale, nel momento del massimo splendore. Trascorse la vita contento nei pensieri contemplativi, e nel culto costante della poesia. Secondo quanto riferiscono i suoi biografi, lavorava molto lentamente, limando e perfezionando di continuo i versi; e paragonava se stesso all'orsa che genera i suoi piccoli ancora informi, ma dà loro la giusta forma, lambendoli e lisciandoli con assidua cura amorosa.

giovedì 6 marzo 2014

CORNELIO TACITO - GLI ANNALI (Libro XVI) CORNELIUS TACITUS - THE ANNALS (Book XVI)





INTRODUZIONE

La vita di Cornelio Tacito ci presenta non poche e non lievi oscurità. Ignoto è il prenome, che, secondo uno scrittore tardivo, del 5° secolo, sarebbe Caius; secondo il manoscritto Mediceo, Publius.
Ignoto pure è il luogo e I'anno di nascita. Da alcune notizie, forniteci dallo storico stesso (Hist. l, l) e da una lettera di Plinio il Giovane, si deduce con molta probabilità che egli dovette nascere verso il 56 a Terni; per coloro che accettano come vera la parentela di cui, due secoli dopo, si vantava I'imperatore M. Claudio Tacito, nativo appunto di Terni; a Roma, secondo altri, che si fondano su supposizioni non più sicure della precedente. Probabilmente era provinciale, se anche non proprio di Terni.
Poche altre notizie sono accertate. Studia eloquenza, e il suo nome diventa presto celebre nel foro. Nel 78 sposa la figlia di quel Giulio Agricola, che fu il conquistatore della Britannia, e la cui figura egli esaltò nell'operetta omonima.
Al tempo dell'impero di Vespasiano comincia il cursus honorum di Tacito (Hist., l, I); questore forse nel 79, fu edile o tribuno della plebe sotto Tito, pretore sotto Domiziano nell'88.
Nei quattro anni seguenti egli fu assente da Roma: si pensa con molta verosimiglianza che si sia recato, come legato legionario, in Germania, o propretore nella Gallia Belgica. Così, certo, possiamo spiegarci meglio la singolare conoscenza che egli dimostrerà delle popolazioni germaniche nella sua famosa operetta.
Tacito ritorna a Roma quando già, nel 93, era morto il suocero, non senza sospetto di veleno per opera di Domiziano, allora divenuto isidiosissimus princeps. Sono, questi ultimi di Domiziano, anni funestati da condanne, da persecuzioni, da morti contro gli onesti, gli amatori della virtù, contro chi ancora voleva avere un proprio pensiero, contro i libri stessi dei sapienti, quasi si volesse estinguere insieme "la voce del popolo romano, la libertà del senato e la coscienza del g€enere umano", (Agr. ll). 
In questi anni di dolore e di vergogna Tacito si chiuse in disdegnoso silenzio, nella meditazione sulle vicende dell'impero da Tiberio a Domiziano, da lui veduto un po' angustamente come la tragedia della tirannide, e sulla triste natura umana.
Con I'avvento al trono di Nerva, Tacito ricompare nella vita pubblica; e, sotto Traiano, comincia la sua attività di storico. Nel 97 fu consul suffectus, cioè supplente, succedendo allo scomparso Virginio Rufo, famoso uomo di stato, e del quale pronunciò l'elogio funebre, tanto Iodato da Plinio il Giovane. Fu infine, come sappiamo dall'iscrizione scoperta a Mylasa, città della Varia, proconsole d'Asia.
Visse certamente non oltre I'anno 120.

La sua attività, fin oltre i quarant'anni, essenzialmente oratoria, ha dato come frutto, con ogni probabilità, il Dialogus de oratoribusin cui, in uno stile ciceroniano, tratta delle cause della decadenza dell'arte del dire al tempo suo, ravvisandole nelle mutate condizioni politiche e sociali.
Ma la sua grandezza è tutta nella sua opera storica, intrapresa, come s'è detto, sotto Traiano: De Vita et moribus Julii Agricolae..., De origine, situ, moribus ac populis Germanorum..., e soprattutto le Historiae e gli Annales.

L'Agricola è nello stesso tempo I'elogio del suocero e la narrazione delle conquiste da lui compiute in Britannia, con preziose notizie sull'isola e i suoi abitanti: all'esaltazione delle virtù del suocero si contrappone, come monito ai futuri imperatori, la crudeltà infame di Domiziano.

La Germania è una monografia di carattere geografico ed etnografico, che interessava allora per i rapporti di quelle genti con Roma, e nella quale, forse, I'ammirazione per quei popoli sani e forti, in contrasto con la corruzione di Roma, voleva essere anche un ammonimento al pericolo che incombeva sull'impero.

Le Historiae comprendono il periodo che egli stesso visse, cioè da Galba fino a Domiziano (69-96). A queste collegò, per dare un ampio quadro di tutta la vita dell'impero, gli  Annales, dal principio del regno di Tiberio fino alla morte di Nerone (14-68): l'una e l'altra opera, sfortunatamente, ci sono giunte mutile.
Come Livio della repubblicana, egli è così, pur sotto aspetti diversi, il grande storico dell'età imperiale, di quell'impero cioè, apportatore di pace, di cui, come tutti i grandi spiriti dell'età, comprendeva la necessità e che accettava volentieri, purché il princeps sapesse congiungere la signoria con la libertà, come aveva fatto Augusto e facevano Nerva e Traiano. Questa sua concezione spiega la deplorazione sua del periodo intermedio, veduto, come ho detto, essenzialmente come tirannide.
Tacito, riconnettendosi alla tradizione storica romana, ripresa tanto stupendamente da Livio, nel quale ammirava pure la concezione eloquente della storia, segue la forma annalistica, non preoccupandosi di cadere in "un ordinamento alquanto schematico dei fatti", perché la sua concezione storica non era diretta a collegare i fatti nelle loro grandi linee di sviluppo: egli non guardava alle grandi azioni politiche e militari (tanto più che I'età da lui descritta non gli offriva molta materia di questo genere); e invece si fissava sugli interni della storia, sui retroscena, sugli episodi, sulle vicende private, su tutto ciò che servisse a denotare il carattere dei personaggi e ad illuminare i moventi psicologici e morali delle azioni.

Questa di Tacito perciò è non storia di pensiero, ma di sentimenti, profondamente umana e altamente drammatica, e dove l'individuo, con le sue passioni colpevoli, i suoi odi, i suoi delitti, le sue brutture, ma talora, raramente, con la sua bontà e col suo eroismo, è I'elemento dominante; tuttavia ad una forza trascendente, inesplicabile, il Fato, soggiace una parte delle vicende umane, e la divinità, talora, fa balenare dinanzi alla colpevole umanità il suo volto inesorabile di giudice punitore.
Perciò la sua storia è unica nella storiografia romana, e solo Sallustio, sia come scrutatore d'anime sia per la maniera stilistica, gli può essere, in piccola parte, avvicinato.
Da questa drammaticità dipende la struttura, così personale, del suo periodo, che nulla ha di ciceroniano, ma anche poco, per esempio di senechiano. 
Si parli pure di varietas, di asimmetria, di concisione di sentenziosità ecc., caratteri non certo estranei, anzi comuni, alla prosa dell'età imperiale: ciò che distingue il suo stile da quello dei contemporanei è precisamente, come è facile comprendere, l'anima, che in esso sentiamo robusta, partecipante con il suo complesso di idee salde e di sentimenti onesti al proprio racconto, che ci lascia sospesi, ammirati, indignati, cioè con un mondo tumultuoso d'affetti nell'anima, com'era lo spirito dello scrittore in quel momento,

Questo giudizio, mentre ne precisa i limiti, costituisce la lode più giusta che si possa fare alle Storie e agli Annali, grandi come opere d'arte e di eloquenza, secondo il concetto che gli antichi avevano della storia.


GLI ANNALI - Libro XVI

Il XVI degli Annali, sventuratamente pervenutoci mutilo, è I'ultimo dei quattro libri comprendenti il principato di Nerone.
Accenno brevemente a quella che possiamo chiamare storia infame di Nerone, narrata da Tacito nei tre libri precedenti. 
Nato da Domizio Nerone e da Agrippina, figlia di Germanico, egli entra, giovanissimo, con sua madre Agrippina, nella casa di Claudio, dal quale, per gli intrighi di Agrippina, viene adottato, dando inizio a quella serie di brutture e di misfatti, che continueranno con I'uccisione dell'imperatore, e, dopo la sua assunzione all'impero, quando era appena diciassettenne, e la breve influenza moderatrice di Seneca e Burro, culmineranno, prevalendo in lui gli istinti perversi, con I'uccisione di Britannico, quella della madre e della prima moglie Ottavia per istigazione dell'amante Poppea, e di tanti altri ancora, specialmente dopo l'assunzione, come prefetto del pretorio, dell'infame Tigellino.
L'anno 64 è degno di memoria per un avvenimento, che diventò, per varie ragioni, famoso: l'incendio che distrusse dieci dei quattordici quartieri di Roma. Incolpato dalla voce pubblica del disastroso incendio, egli tentò di rivolgere I'odio del popolo contro i cristiani, accusandoli del misfatto e condannandoli a morire fra orribili tormenti. Seppe però approfittare dell'incendio, per ricostruire la città secondo un grandioso piano regolatore, e fabbricare per sé un palazzo di non ancor vista magnificenza, la domus aurea.
Nell'anno seguente venne scoperta una vasta congiura, che faceva capo a un nobile romano: Caio Calpurnio Pisone: vi perirono, tra gli altri, Seneca e Lucano.

A questi avvenimenti interni se ne accompagnano altri, esterni: la lunga campagna contro i Parti, fino all'incoronazione di Tiridate a Roma per mano di Nerone; la rivolta e la sanguinosa repressione della Britannia per opera del governatore Svetonio Paolino.
La mia anima di lettore però, più che su questi avvenimenti esterni, sia pure di notevole importanza, ama rivolgersi a quelli interni per l'interesse maggiore che suscita il dramma di tante anime, profondamente analizzato dalla commossa mente dello storico.

Il libro XVI è, nella parte rimastaci, dedicato esclusivamente agli ultimi avvenimenti interni dell'obbrobrioso principato neroniano. Il libro, pur non suscitando I'intenso interesse di altri, per esempio del precedente, è però esso pure di viva attrattiva per alcune figure, che in esso hanno non comune risalto.
La figura di Nerone, amalgama di violenza, di perversità, di sensualità, e di ambizione, di cupidigia di danaro e di comando, avendo egli lasciato senza freno gli istinti ricevuti in fatale eredità dal padre e dalla madre; nello stesso tempo trasportato dall'amore per ogni forma d'arte, dalla poesia e musica all'arte scenica e ai ludi circensi, e dalla passione per tutto ciò che fosse grandioso e spettacoloso, riceve in questa parte finale dell'opera i suoi ultimi, compiuti tocchi. 
La persona di Nerone è come un nume terribile, che, presente o nascosto, domina ogni cosa, avendo ogni personaggio di questa, chiamiamola pure, tragedia la sua ragione d'essere in relazione alla potenza senza limiti di lui.
Però, trascurando alcuni fatti di secondaria importanza, come la sua indecorosa esibizione sulla scena, la morte tragica di Poppea, e la storia di alcuni processi, in cui Tacito ama mettere in luce, in mezzo a tante vergogne, i rari esempi di nobiltà umana e del dolore che non conosce confini, I'interesse mio, ora, non si volge tanto all'imperatore, quanto a due figure, dal carattere affatto diverso, anzi opposto, da cui lo storico sa trarre i più grandi effetti d'arte, creando due dramatis personae vivissime: Petronio e Peto Tràsea.

Petronio, il cortigiano di Nerone è, come oggi da tutti si ammette, l'autore del Satyricon, uomo raffinato e spregiudicato, I'arbiter elegantiae della corte, che sa morire recitando levia carmina et faciles versus.
Il secondo, un senatore, era un padovano, imbevuto di stoicismo, uomo di nota integrità morale, che teneva a modello Catone, anche nell'avversione al principato, e che muore, come Seneca, parlando dell'immortalità dell'anima.

Due figure dunque, che possiamo prendere come esempi tipici delle due correnti, nel mondo delle persone colte, che in quel tempo, si notavano in Roma, in quanto che, accanto a coloro i quali, come Petronio, vivevano senza avere interessi spirituali da far valere, incuranti, per indifferenza o per cinismo, di ogni voce che venisse dalla coscienza, gaudenti più o meno raffinati, era sorta, e si accentuava, presso gli spiriti migliori, I'esigenza di trovare una soluzione ai molti problemi interessanti I'uomo, e soprattutto di trovare finalmente una soluzione al problema capitale dell'immortalità dell'anima.
Nel contrasto tra questi due mondi, tra quello fatto d'infamie e di crudeltà di Nerone o d'indifferenza morale di Petronio, e l'altro, permeato da un profondo senso morale, da una dolorosa insoddisfazione per le non soddisfacenti soluzioni dei problemi assillanti I'anima umana, consiste I'interesse e il valore del libro XVI.
Non dunque, come del resto è tutta I'opera tacitiana, opera schiettamente storica nel senso moderno, ma storia prammatica, dominata dall'interesse umano dei fatti, scelti e giudicati in base ad un criterio morale, e che servono alll'artista per tracciare un quadro di grandiosa tragicità.


VEDI ANCHE . . .

SATYRICON - Petronio Arbitro


martedì 26 novembre 2013

OMERO - INTRODUZIONE ALL'ODISSEA (Introduction to Odyssey)



OMERO - Che taluni abbiano negato la persona di Omero, pur non potendo ignorare ed anzi dovendo accettare la realtà dei poemi che portano il suo nome, è fatto risaputo. Ma l'esistenza di Omero è tra le cose che noi dobbiamo ammettere, proprio perché ce Io impone I'innegabile realtà della sua poesia.

Altra questione, e ben più ardua, quella di voler stabilire se tutto quello che ci è giunto sotto il nome di Omero sia autentico, se altri abbiano nobilitato la propria produzione, facendola passare per sua, quanto Omero abbia creato con la sua fantasia, cosa egli debba infine all'epica a lui precedente e agli autori, certamente a lui preesistiti anche se non ne è rimasto il nome, perché cancellato nella mente degli uomini da quello di Omero più luminoso degli altri, più grande di tutti, immenso.

Si suol dire, nell'affrontare lo studio di Omero, che di lui non sappiamo nulla; ed è il più bugiardo modo di esprimersi che si possa immaginare. Come se per conoscere una persona,  per conoscere soprattutto un poeta, sia necessario sapere dove egli nacque,  di chi fu figlio, quando visse, come morì.

Di Omero non sappiamo la nascita, solo perché undici città si contesero fin dai tempi remotissimi I'onore di avergli dato i natali e poco conta che egli abbia visto la luce a Smirne o a Rodi, a Chio o a Colofone, ad Argo o nella stessa Atene. Lo si disse ben presto orfano di entrambi i genitori (Questa notizia e le seguenti sono attinte da una delle molte vite romanzate di Omero che ci sono state tramandate, quella attribuita ad Erodoto), poverissimo ed infelice ed è questa, nelle molte incertezze della vita di lui - come ebbe a dire iI Leopardi - " costantissima tradizione.... quasi che la fama e la memoria dei secoli non abbia voluto lasciar luogo a dubitare che la fortuna degli altri poeti eccellenti non fosse comune al principe della poesia".

Aprì una scuola nella sua città - racconta ancora Io Pseudoerodoto - dove si insegnavano lettere e musica, o meglio sostituì alla sua morte quel Femio da cui egli stesso aveva appreso a poetare e che sarà immortalato nelI'Odissea. Un mercante, Mente di Leucade, lo portò con sé per conoscere il mondo ed il poeta vide molti paesi e fu anche ad Itaca, dove Io afflisse una
prima malattia agli occhi. Ristabilitosi, in un viaggio a Colofone ebbe una ricaduta e fu cieco per sempre. Ma perduta la vista egli non cessò di vagabondare, ottenendo spesso più gloria che pane, finché nell'isola di Jos si fermò del tutto e morì.

Ma se anche la sua vita dovesse essere stata abbastanza diversa da questo racconto, non è cosa molto importante. Egli mai ci parla di sé, è vero, nei suoi poemi, ma dalla sua poesia traspare una coerenza di pensiero e di sentimento, di passione e di ragione che se nulla toglie al mistero della sua persona ci fa squisitamente certi sull'essenza della sua personalità.

Nulla sappiamo di certo su Omero uomo, ma sappiamo tutto su Omero poeta.

Per cui anche la dibattuta questione della cronologia di Omero perde molto del valore che le si è voluto dare. Egli certamente visse molto tempo dopo la guerra di Troia, ma in un'epoca nella quale non si era ancora diffuso I'interesse storico e biografico per le persone degli artisti. Non si sbaglierà di molto, quindi, ponendolo tra il IX e  l'VIII secolo a. C.


LA QUESTIONE OMERICA -  È la più grossa questione letteraria di tutte le letterature di ogni tempo; e la più antica, anche, giacché essa conta oltre duemila anni di vita. In venti secoli, per quanto con lunghi intervalli, sono stati scritti fiumi d'inchiostro su molti interrogativi, ai quali archeologi, filosofi, filoIogi, critici hanno tentato e tentano di dare una risposta.

Nei tempi più antichi e più vicini ad Omero nessuno, in verità, si sognò di dubitare di nulla; fu nel III secolo a. C. che i cosiddetti grammatici alessandrini (grammatici della scuola di Alessandria d'Egitto, i quali avendo a loro disposizione I'immenso materiale raccolto nella famosa biblioteca, furono benemeriti degli studi omerici; uno di essi, Zenodoto di Efeso, curò la prima edizione dei due poemi, dividendoli in 24 libri, tanti cioè quante sono le lettere dell'alfabeto greco, che li contrassegnano: maiuscole per l'Iliade e minuscole per l'Odissea), osservando che Iliade ed Odissea presentavano notevoli differenze di pensiero, di lingua e di stile, pensarono che i due poemi avessero autori diversi. 
Ma iI problema fu risolto in seno alla stessa scuola alessandrina, in quanto fu avanzata I'ipotesi, che allora parve attendibilissima, che l'Iliade fosse opera di Omero giovane, mentre l'Odissea, che rivela una maggiore maturità, poteva benissimo essere opera dello stesso Omero, in età più avanzata.

Passarono diciotto secoli, nei quali ci si accontentò di leggere e di godere la poesia di Omero. Arriviamo infine al 1600-1700, quando i due poemi e Omero stesso vennero posti sul tavolo anatomico dei Critici, e, come fossero cosa morta (ed era invece poesia viva e vitale) se ne fece un'accurata autopsia.

Si giunse cosi a dubitare di tutto, come succede in tali circostanze, e perfino della stessa esistenza di Omero.

Francesi, Inglesi, Tedeschi ed Italiani (il filosofo Giambattista Vico - Napoli, 23 giugno 1668 – Napoli, 23 gennaio 1744), con argomenti vari e non sempre validi, giunsero a conclusioni diverse.

Friedrich August Wolf (Hainrode, 15 febbraio 1759 – Marsiglia, 8 agosto 1824) per esempio, un dotto tedesco (1795), credette di poter affermare che l'uso della scrittura non c'era al tempo in cui sorsero i poemi omerici, i quali dunque sarebbero stati trasmessi oralmente e risulterebbero dall'unione di singoli canti, composti in diversi poeti, in diverse età e raccolti e ordinati in due grandi poemi, ad Atene, al tempo di Pisistrato (VI secolo a. C.).

Ma più tardi un altro tedesco, Heinrich Shliemann (Neubukow, 6 gennaio 1822 – Napoli, 26 dicembre 1890) , archeologo appassionato, dimostrò, scavando sul colle di Hissarlik, dove era sorta I'antica città di Troia, che l'affermazione del Wolf non era vera e che la scrittura c'era anche al tempo in cui sorsero i poemi d'Omero.

Questa comunque in succinto la teoria del Wolf: 

1. Omero non è mai esistito. 

2. I poemi omerici risultano dalla giustapposizione di canti separati, recitati da rapsodi e messi insieme, affidati per la prima volta alla scrittura, al tempo di Pisistrato, da una commissione di letterati.

Wolf ebbe dei seguaci, tra i quali ricorderemo  Karl Lachmann (Braunschweig, 4 marzo 1793 – Berlino, 13 marzo 1851), che nella strada segnata dal maestro, si forzò di individuare quei canti e per I'Iliade ne trovò sedici, mentre la stessa analisi fu tentata da altri per I'Odissea.
Quale conclusione dunque si dovrebbe trarre, accettando questa teoria? Che I'Iliade non è una composizione unitaria, opera cioè di un solo autore, ma il prodotto naturale della leggenda popolare.

L'affermazione sembra paradossale ai giorni nostri, ma bisogna pensare che essa fu sostenuta in un periodo nel quale conclusioni di tal genere.... erano di moda, il periodo appunto del romanticismo, una dottrina letteraria (e no solo letteraria) che concepì la poesia come manifestazione naturale più che artistica.

Un'altra teoria posteriore a quella del Wolf - e la formulo per pura curiosità - fu quella cosiddetta del "nucleo" (Hermann).
Cioè i poemi omerici, nella loro mole, deriverebbero da piccoli nuclei originari - una piccola Iliade e una piccola Odissea - e poi per ampliamenti ed elaborazioni successive, sarebbero giunti allo sviluppo che presentano attualmente.

Cosi, secondo questi critici, si spiegherebbero anche le famose contraddizioni omeriche. 
C'è, per esempio, un guerriero, Pilemene, che viene ucciso in battaglia nel libro V dell'Iliade e poi lo stesso personaggio ricompare nel libro XIII, per assistere ai funerali del figlio. Ma simili contraddizioni ben si capiscono in un'opera di cosi vasta mole! E del resto cose del genere ci sono anche nell'Orlando furioso e perfino ne I promessi sposi del romanzo di Alessandro Manzoni.
Oggi, a tali contraddizioni non si dà più molta importanza e la critica è orientata in queste tre correnti:

1. Omero si avvalse certamente di una fioritura di leggende epiche a lui preesistenti, tutti elementi che egli utilizzò rifondendoli tuttavia nella sua fantasia; iI che è valso a dare al lettore, nonostante le suaccennate e insignificanti contraddizioni, una evidente impressione di unità (teoria degli unitari).

2. Accanto agli unitari restano. sono pochi - gli antiunitari, coloro cioè che sono rimasti sulle posizioni dei seguaci del Wolf.

3. C'è infine un terzo orientamento, che potremmo definire intermedio, ed è quello dei neounitari, per i quali l'Iliade ha avuto un solo poeta e cosi pure l'Odissea, due poeti distinti, che hanno elaborato canti precedenti, per cui i due poemi presenterebbero una unità che nasce dalla molteplicità.

Ma la questione omerica ha perduto oggi molto del suo interesse di un tempo. Al di là di questo lavorio sottile dei critici per noi resta l'opera d'arte, l'Iliade e l'Odissea, di fronte alla cui bellezza di poemi umani e immortali, ogni questione critica impallidisce e perde ogni importanza.



L'ODISSEA - Come l'Iliade è il poema di Ilio, cosi l'Odissea è il poema di Odisseo, o più comunemente di Ulisse, come suona il nome dell'eroe nella latinizzazione che iI Pindemonte ha adottato traducendo.
Nel primo poema la tragedia di una città, il romanzo della guerra, dell'odio, della morte; nell'Odissea il dramma di un uomo ramingo per dieci anni alla vana ricerca di una terra che gli sfugge, la sua terra natale, della quale egli ad un certo punto, disfatto dalle sofferenze e dalla speranza eternamente delusa, si accontenterebbe di vedere il fumo che sale al cielo, per chiudere poi gli occhi per sempre.

Romanzo dei viaggi e delle avventure sulla terra e sul mare, fu definita I'Odissea, ed anche poema che sta a capo della letteratura dei libri di viaggi e di avventure, di lunghe separazioni e dispersioni e di sospirati e conseguiti ritrovamenti, di quanto eccita e intrattiene I'immaginazione senza troppo impegnare I'animo e la mente.

Ma I'Odissea è soprattutto il poema di Ulisse, che già la protasi indica come l'unico protagonista, sempre presente nella narrazione, anche in quei canti della Telemachia a nei quali, pur essendo l'eroe materialmente assente dalla scena, tutto ci parla egualmente di lui.
Già si è visto che il motivo dei ritorni degli eroi da Troia, dopo I'incendio della città e la guerra decennale, fu comune anche alla poesia ciclica, che come aveva cercato gloria nella imitazione dell'Iliade e nella continuazione delle gesta che Omero aveva omesse, proprio per esigenze di poesia, cosi sulla scorta del grande "nóstos" di Ulisse, cercò di stimolare l'interesse del pubblico degli ascoltatori col narrare i ritorni degli altri eroi da Troia.

Ma come per I'Iliade Omero aveva saputo, al di là della narrazione degli avvenimenti della guerra, farci rivivere I'atmosfera tragicamente cupa, quel senso di vanità della vita, in balia di un fato inesorabile, che va sempre più accentuandosi fino a divenire motivo dominante negli ultimi canti, cosi nell'Odissea le peregrinazioni e le avventure dell'eroe sono soltanto il substrato sul quale la fantasia spazia liberamente plasmando e modellando figure che valgono per I'eternità, non figure e tipi che hanno valore contingente, collegati col fatto storico e colla sua temporaneità.

Come già nell'Iliade anche per I'Odissea Omero entra in "medias res", offrendo ai seguaci di tutte le letterature un magnifico esempio di narrazione retrospettiva, che anima e vivifica sensibilmente il racconto ed il poema, il quale suole essere diviso in tre nuclei fondamentali:,

1. La Telemachia, cioè i primi quattro canti che celebrano l'efebia di Telemaco e narrano il suo viaggio a Pilo e a Sparta, in cerca di notizie del padre. 

2. Le avventure di Ulisse, narrate direttamente nei canti V e VI ed in visione retrospettiva dal VII al XII, col racconto dell'eroe al re Alcinoo.

3. L'arrivo a Itaca e la vendetta sui Proci dal libro XIII alla fine del poema.

Triplice distinzione questa che facciamo noi per comodità di studio, ma le tre parti - come acutamente e polemicamente osservò Nicola Festa (La realtà di Omero) - non hanno mai potuto avere quella vita autonoma che i critici hanno spesso voluto attribuire a ciascuna di esse, per cui I'unità organica del poema non è affatto turbata.


LA SCENA DEL POEMA - A differenza dell'Iliade, nella quale i cinquantun giorni di azione si svolgono in una perfetta unità di luogo, la pianura di Troia, almeno per quanto riguarda il filone principale del racconto, nell'Odissea la scena del poema si allarga enormemente cosi da abbracciare quasi sicuramente tutto il Mediterraneo. Luoghi e regioni che Omero forse vide personalmente, terre di cui egli certamente senti parlare da marinai che le avevano visitato, senza per questo che si debba ricercare e soprattutto si possa pretendere di individuare con scrupolosa esattezza le singole località.

Eppure questa individuazione fu vivissimo desiderio e vanto già degli antichi, che vi si accinsero talora con piena fiducia come lo storico Polibio (Polibio di Megalopoli fu uno storico greco, nato nel 201, condotto a Roma dopo la battaglia di Pidna - anno 168 -  scrisse una Storia in 40 Libri, di cui rimangono i primi cinque o frammenti, che andava dalla seconda guerra punica al 144), talora con dichiarato scetticismo come il geografo Eratostene (Eratostene di Cirene, scienziato e poeta "275-195" fu il fondatore della geografia scientifica, disegnò una carta della terra con i gradi della latitudine e longitudine e calcolò con buona approssimazione la circonferenza della sfera terrestre)
E sulla scia degli antichi si son messi i moderni, tra i quali Richard Hennig, geografo tedesco (Berlino 1874 - Düsseldorf 1951) e, più noto, il diplomatico e omerista francese Victor Bérard (Morez, 1864 – Parigi, 1931), per non dire dell'interesse che la questione ha suscitato dopo l'uscita de L'ItaIia sul mare, una ricostruzione giornalistica del Viaggio di Ulisse, dovuta alla penna e al buon gusto di Giacomo Etna (pseudonimo di Vincenzo Musco, Niscemi 1895 - Roma 1963).

Il Bérard non si accontentò di trarre illazioni e creare ipotesi a tavolino dopo aver consultato mappe e portolani, giacché presa in mano l'Odissea ed imbarcatosi sul suo yacht, egli girò tutto il Mediterraneo con commovente fedeltà al suo poeta, traendo delle conclusioni spesso soltanto congetturali ma sempre seducenti.

Perché se è vero che teatro delle avventure di Ulisse è il misterioso Occidente, se può esser vero che Omero vide i luoghi che il Bérard ed altri hanno tentato di riconoscere nella realtà, è anche verisimile che il poeta da quei luoghi abbia soltanto tratto ispirazione, trasfigurandoli con la propria fantasia, creandoli addirittura, sicché sarebbe fatica forse vana dal punto di vista scientifico, certamente inutile ai fini della poesia e della sua intelligenza ricercare e credere nella esatta individuazione dei luoghi dell'Odissea.

Ma ben si spiega questa affannosa ricerca nel 'reale' degli elementi anche 'fantastici' di Omero, ché nell'Odissea il paesaggio che fa da sfondo, sempre vario e diverso, alle avventure di Ulisse, è paesaggio vivo, fresco paesaggio mediterraneo, colto con una felicità e spontaneità di impressioni, con una rapidità di notazioni tutte particolari.



ILIADE E ODISSEA - L'accostamento dei due poemi per trarne giudizi estetici o constatazioni sulle analogie o profonde differenze che in essi si sono riscontrate e sui loro caratteri distintivi non è solo un'esigenza della critica moderna. Già l'Anonimo autore del Sublime  (piccolo trattato di critica, il cui autore ci è sconosciuto, databile forse verso la prima metà del I secolo a. C., nel quale l'Anonimo, con gusto fine e personalissimo dà sulle opere di poesia e in genere sui fenomeni letterari valutazioni estetiche assolutamente valide anche per noi moderni), osservava che nell'Iliade "Omero spira favorevole alle battaglie; e di lui medesimo può dirsi che è preso dà furore - come quando Ares agitator dell'asta o fuoco - funesto su pei monti infuria, nei recessi della fitta boscaglia; - e la spuma gli viene alla bocca. Invece nell'Odissea.... egli mostra che un grande genio, declinando, ha nella vecchiaia la specialità del favoleggiare". 
E più avanti: "Avendo scritta l'Iliade nella pienezza del suo spirito, tutto il corpo di quest'opera egli fece drammatico e ardente d'azione; quello dell'Odissea invece narrativo, il che appunto è proprio della vecchiezza. Quindi nell'Odissea potrebbe Omero paragonarsi al sole quando tramonta, che mantiene la sua grandezza, perduto però l'ardore. Infatti qui egli non ha più quella intensità che è nei magnifici canti dell'Iliade; non più quella elevatezza sempre sostenuta ed esente da ogni depressione, né quel diluvio di passioni le une sulle altre, né infine la rapidità ed efficacia oratoria, folta di immagini prese dal vero: però alla maniera delI'Oceano quando rientra in se stesso e nei propri termini si apparta, vi appaiono tuttora i riflessi della grandezza, perfino in quei favolosi e incredibili divagamenti".

Superiorità poetica dunque dell'Iliade nei confronti dell'Odissea? 
È la domanda alla quale da tanti anni la Critica ha cercato di dare una risposta. E non solo la Critica con tanto di maiuscola, ma anche ogni lettore, giunto alla fine dei due poemi si pone quasi inavvertitamente il quesito, ché facilmente si notano le differenze e i tratti distintivi delle due opere. 
Che differenze tra I'Iliade e I'Odissea ce ne sono e si tratta veramente di due mondi diversi, tanto diversi che proprio su questa considerazione è sorta fin dall'antichità l'ipotesi delle due personalità poetiche, Omero per I'Iliade ed un altro poeta per I'Odissea. 
Per Camillo Cessi (Rovigo, 23 luglio 1876 - Milano il 9 febbraio 1939) nella sua Storia della letteratura greca la differenza sta tutta alla superficie: chi scenda più addentro, troverà che l'unità spirituale fra I'autore dell'Iliade e quello dell'Odissea è cosi piena che le anime degli autori si debbono fondere in una sola, a meno che non si voglia contrapporre ad un fatto in sé naturale, il miracolo di due artisti diversi per tempo e per natura che nella concezione artistica si confondono si da parere uno solo).

Ma anche senza voler accettare I'ipotesi del Sublime, che è poi la tentata composizione di Aristarco delle idee dei 'separatisti' alessandrini, e cioè la teoria dell'Omero giovane per I'Iliade e dell'Omero vecchio per l'Odissea, resta tuttavia valida I'affermazione del grado poeticamente minore del secondo poema rispetto al primo?

Si osserva che "I'Odissea è più razionalmente pensata e ordinata; che è meno arcaica dell'Iliade e più moderna, cioè più riflessa; che è di arte sapiente e raffinata; che lo stile vi è meno plastico rispetto a quello dell'altra e i colori un po' scialbi; che offre non più una poesia dell'eroico e del tragico, ma dei sentimenti intimi e degli affetti domestici; che vi regna una morale più sana ed esperta e finanche vi si fa sentire un certo didascalismo moraleggiante; che gli dei vi sono considerati con maggior rispetto; che essa tiene della fiaba e del romanzo piuttosto che dell'epos e della tragedia e simili"
.
Altro discorso è dire - come disse Engelbert Drerup, filologo classico (Borghorst, Vestfalia, 1871 - Münster, Vestfalia, 1942) - che l'Odissea riesce più vicina al nostro sentire moderno che non la sanguinosa serie di battaglie delI'Iliade, dell'Iliade greve e pesante e rialzata solo dall'addio di Ettore ad Andromaca e dal colloquio di Achille con Priamo. Ché si potrebbe obiettare che l'Odissea è poema di più facile lettura e spesso a taluni capita di far coincidere il facile col bello e il difficile col meno bello; come un quadro che narri minuziosamente senza nulla trascurare attira talvolta di più di un semplice abbozzo di difficile intelligenza, ma tuttavia di arte racchiusa e profonda.

E allora concludo con Benedetto Croce (1866 – 1952) che la differenza tra i due poemi non consiste in un maggiore o minor grado poetico, ma nella loro diversa natura e che I'Odissea resta un'opera d'arte, ma non più, nel suo intrinseco, d'impetuosa poesia.


LA POESIA DELL'ODISSEA - Fu detto esattamente che chi, dopo l'Iliade legga l'Odissea, sulle prime può avere come l'impressione di ascoltare una musica elegiaca dopo una grande sinfonia marziale. E si potrebbe aggiungere che la lettura del secondo poema è come la sciabordare delle onde sulla riva del mare dopo la visione di una tremenda burrasca.

All'elemento prevalentemente drammatico si è sostituito I'elemento narrativo, dall'eroico si è discesi all'umano, da un'atmosfera tragicamente cupa il poeta ci trasporta nel regno della fantasia, dove le creazioni si aggiungono alle creazioni, dove anche i dolori passati acquistano una loro dolcezza, dove alla fine non manca un senso di serena tranquillità che sembra essere non solo la conclusione del secondo poema, ma anche del primo.

Non più la ferocia, l'odio, l'eroismo spinto al massimo delle possibilità dei personaggi iliadei, ma sentimenti in sordina, una visione piri pacata della vita, due motivi che si sviluppano contemporaneamente nel cuore del protagonista: I'ansia dell'ignoto, di conoscere, di misurare la propria umanità con quella di altri popoli e la viva nostalgia della propria casa; il desiderio di vedere Polifemo, il mostro gigante dall'unico occhio sulla fronte e le lacrime dell'eroe, seduto su di uno scoglio di Ogigia, sordo alle lusinghe di una ninfa innamorata che invano gli ha promesso I'immortalità: due motivi questi continuamente ed egualmente ricorrenti.

Del primo, che a torto si ritenne quello principale, si impossessò Dante, creando il magnifico Ulisse del canto XXVI dell'Inferno, la possente figura del navigatore anelante - a divenir del mondo esperto - E delli vizi umani e del valore -, simbolo dell'umana sete di sapere e dell'ardimentosa volontà e dopo Dante il Tennynson, il Pascoli, il D'Annunzio.

Ma il secondo motivo, il tema del ritorno, dell'amaro ritorno, è quello  fondamentale, anche se meno appariscente degli altri ed anche nei libri dal V al XII, si va si alla scoperta di un mondo nuovo, ricco di avventure e di meraviglie, ma si va soprattutto alla scoperta di Ulisse. Senza quei canti la sua grandezza sarebbe più affermata che dimostrata. Sono essi che sanano in qualche modo lo squilibrio morale e ideale dell'Odissea, e ci svelano un Ulisse ansioso di ritornare alla sua casa e alla sua donna, ma ad un tempo con un cuore di combattente pronto a commuoversi per ogni ricordo della grande vicenda di Troia, e pronto ancora ad osare e a rischiare, nel gioco inebriante del pericolo, la sua vita e quella degli altri.

Per avere poi un quadro, per quanto incompleto, della poesia dell'Odissea non va trascurato l'elemento paesaggistico, per il quale, ancora, può essere sottolineata una fondamentale differenza con I'Iliade. 
Nel primo poema, infatti, i personaggi si muovono su sfondi essenziali o appena accennati o non accennati affatto e che comunque non entrano a far parte della scena, perché il poeta non sente la necessita di descriverli. 
Nell'Odissea la situazione è capovolta e la descrizione del paese è l'obiettivo principale del poeta, e ad essa si subordina perfino I'azione che diventa un mezzo e non un fine. Per
cui la natura che nell'Iliade ha tanta parte col ritrovato, di tono essenzialmente lirico, delle similitudini, nell'Odissea diventa parte integrante dell'ispirazione del poeta.

E infine, in questa breve rassegna, non può mancare un accenno al  "meraviglioso" che tanta parte ha nel poema, del quale Omero consciamente si avvale per  rendere più agili le movenze dei suoi eroi, si che le possibilità dell'umano vengono esaltate oltre un limite che farebbe sorridere, per una spontanea comicità dell'assurdo, se la concretezza plastica di queste creature poetiche non le tenesse ben salde a una realtà vivamente umana.

Come a dire che Omero si pone come fine ultimo la rappresentazione dell'umano, ma sente la necessità di liberare i suoi personaggi dalle leggi costrittive che ne limiterebbero la personalità, per spaziare in quella magnifica libertà che è il regno del meraviglioso, nel quale il lettore è solitamente introdotto per gradi, cosi da essere dolcemente costretto ad accettare questa realtà che non è la sua, ma è realtà poetica, dominata appunto dalle leggi del fantastico e del meraviglioso.


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