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martedì 1 dicembre 2015

FELICITA FERRERO - Una donna comunista (A woman Communist)



Felicita Ferrero è nata a Torino nel 1899 e morta nel 1984.
Il padre è un operaio qualificato, la madre una pantalonaia. La città è Torino, la Torino operaia e socialista. Ultimata la scuola media, inizia a lavorare, dapprima come cucitrice, poi come impiegata in officina, la sera studia lingue al Circolo filologico. 
La mobilitazione contro la guerra la inizia alla politica attiva, nel sindacato, e nei gruppi giovanili e femminili socialisti. Gravita attorno all'Ordine Nuovo di Antonio Gramsci fin dalla fondazione della rivista, il primo maggio del 1919. Due anni dopo, aderisce al Partito comunista d'Italia, che la invia come delegata a Mosca, al congresso dell'Internazionale giovanile: può seguire così anche il III Congresso del Comintern, in cui gli italiani, capeggiati da Umberto Terracini, sono accusati da Lenin di "infantilismo di sinistra".
Osserva e ascolta con passione i capi del comunismo sovietico e mondiale, ma anche le grandi rivoluzionarie. La emozionano Alessandra Kollontaj, che rifiuta l'aiuto dei traduttori, e ripete il suo intervento a difesa dell'Opposizione operaia in francese, in tedesco e in inglese, incappando nella pesante ironia di Trotskij; e Clara Zetkin, che difende il "destro" tedesco Paul Levi, facendosi beffe del "sinistro" Zinoviev.
Non è appassionata ai temi dell'emancipazione femminile, anzi è convinta che la lotta di classe non debba fare divisioni tra uomini e donne. Ma già nella durissima vita di partito degli anni immediatamente successivi alla marcia su Roma, sempre più prossima alla clandestinità, matura un giudizio assai critico sul ruolo assegnato alle donne anche nel Pci che non cambierà per tutta la vita.
Si lega a un giovane e brillante dirigente, Velio Spano, in una sfortunata storia d'amore che sarà la più importante della sua vita, e assieme a Spano "cade" nel 1927 .
Condannata a sei anni, uscirà dalla galera, con pochi mesi d'anticipo sulla scadenza, nel 1932, dopo aver dolorosamente constatato come le detenute comuniste siano abbandonate a se stesse molto più dei loro compagni.
Nel carcere di Trani ha un "cedimento" che le verrà a lungo, e pericolosamente, ritorto contro: anche per via della (blanda) pressione delle monache, partecipa più volte alla messa, e in qualche circostanza prende anche la comunione. È malata, pesa 45 chili, e il partito clandestino, per curarla, la invia in Unione Sovietica. Dopo un breve soggiorno in sanatorio, lavora prima in una fabbrica di bambole, poi al Glavit (l'ufficio di censura della stampa estera) e a Radio Mosca. Sono gli anni del Grande Terrore, che colpisce duramente I'emigrazione comunista italiana e lambisce anche lei. 
Nell'agosto 1940, viene prelevata alla Radio e portata alla Lubjanka.
Nell'interrogatorio le viene contestato di essere stata I'amante di Michele Donati, ex quadro della Scuola leninista "passato al nemico". Lei a lungo nega, poi, esausta, cessa di rispondere alle accuse. A questo punto, l'inquisitore cambia registro, le rinfaccia il biasimo ricevuto dal partito per "la storia delle monache", le ricorda che le persecuzioni subite nell'Italia fascista non significano nulla, perché molti compagni ben più importanti di lei sono diventati dei traditori. Felicita gli grida di chiederlo ai dirigenti comunisti italiani del Comintern, del Soccorso rosso, della Radio, se lei è una traditrice. La risposta la raggela: "Ma se sono proprio loro..."
Alla fine, accetta lo scambio: uscirà libera dalla Lujanka, ma diventerà un'informatrice della NKVD. È lei stessa raccontarlo in un suo libro di memorie, Un nocciolo di verità, scritto con la collaborazione di Rachele Farina e pubblicato nel'78 da La Pietra, in cui brevemente descrive anche in cosa consistesse la sua attività:
"Andrei Serghevic mi convocò di rado, e solo per chiedermi di precisare... un dettaglio, un piccolo particolare... Faceva in modo che io non riuscissi a capire su chi indagava, però comprendevo che le mie parole costituivano sempre un piccolo tassello, una tessera mancante a un suo mosaico".

Finita la guerra, chiede ed ottiene di tornare in Italia, a Torino. Lavora come segretaria di redazione prima, coma archivista poi, all'Unità di Torino. È qui chela coglie "l'indimenticabile Cinquantasei". L'Ottobre ungherese la vede dalla parte di Imre Nagy e degli insorti: 
"Restare non era più possibile, meglio andarsene, e anche in silenzio, per evitare, oltre alle pedate dell'esecutivo della Federazione, anche la diffamazione, allora senza possibilità di difesa a sinistra". 
Il 30 novembre 1957 vede per la prima e l'ultima volta Botteghe Oscure, per chiudere la pratica burocratica della sua liquidazione. 
Lascia il partito. Resta fedele, sino alla morte, agli ideali del socialismo umanitario.

giovedì 12 novembre 2015

LENIN E LA DEMOCRAZIA DI PARTITO (Lenin and Democracy Party)


LENIN E LA DEMOCRAZIA DI PARTITO


Dieci anni dopo la rivoluzione, nel clima appassionato e teso di discussioni e di contrasti sulla piattaforma della maggioranza del Comitato Centrale (C.C.) del partito e quella del blocco delle opposizioni - definito poi blocco antipartito - capeggiato da Grigory Zinoviev e Leon Trotsky, prima durante e dopo il XV congresso dell'ottobre 1.927, circolavano nel partito, con particolare insistenza, ragionamenti come questo: chi e in quali occasioni fra i massimi esponenti del partito era stato nel passato recente o lontano in disaccordo con Lenin e chi era sempre stato d'accordo con lui. 
Al vaglio, non sempre scrupolosamente obiettivo, nessuno degli esponenti dell'opposizione si salvava. O su posizioni di destra o di sinistra, o prima della rivoluzione, o durante, o dopo tutti gli oppositori si erano sempre schierati in momenti decisivi contro Lenin. In contrapposto, gli appartenenti alla maggioranza erano coloro che meno avevano peccato contro Lenin e, taluni di essi, in primissimo luogo Joseph Stalin, erano sempre stati d'accordo con lui. Si voleva in tal modo presentare Stalin come il più fedele interprete e continuatore del pensiero e dell'opera di Lenin e, coloro che con Stalin divergevano, gli avversari incancreniti e incorreggibili del leninismo, anzi, dei nemici del leninismo, del partito, della rivoluzione e dell'Unione Sovietica. 
Era l'inizio della identificazione di Stalin con il leninismo, la rivoluzione e il socialismo.
E l'operazione riuscì abbastanza rapidamente quantunque nulla si possa immaginare di più antitetico al pensiero, allo spirito e al metodo di Lenin, il quale disistimava tra i componenti degli organismi .dirigenti del partito e dello stato massimamente coloro che sapevano dire sempre e soltanto di si, che non sapevano sbagliare perchè non ne avevano il coraggio o perchè non sapevano pensare con la propria testa. 
Dal 1924, soprattutto dal XV congresso del partito in poi, tutto quello che nell'Unione Sovietica si fece, in bene e in male, venne fatto nel nome di Lenin e del leninismo, come se gli uomini avessero cessato di avere una propria responsabilità e fossero diventati dei sacerdoti chiamati ad interpretare in modo più o meno fedele e rigoroso il verbo enunciato da Lenin. La dimostrazione della fedeltà a Lenin e al leninismo si trasformò a poco a poco in una esercitazione pedantesca di ricerca unilaterale e faziosa di brani dei suoi scritti, adatti a spiegare tutte le situazioni e a risolvere tutti i problemi. 
Il solo sacerdote veramente infallibile nella interpretazione esatta del pensiero di Lenin divenne Stalin, chi si metteva in contrasto con Stalin, si metteva automaticamente in contrasto con Lenin e commetteva non un errore, ma un crimine imperdonabile.
In conseguenza di ciò, l'opera compiuta per decenni da apologeti superficiali e unilaterali e quella dei detrattori, avversari interessati, hanno finito per imporre ad un largo pubblico una immagine falsa del pensiero di Lenin e della sua figura di uomo e di rivoluzionario. 
II teorico della natura di classe dello stato, della fase imperialistica, di sviluppo del capitalismo, della trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile, della dittatura del proletariato, del terrore rosso per stroncare il terrore bianco dei nemici della rivoluzione e della costruzione della III internazionale per promuovere e dirigere la rivoluzione socialista nel mondo, non ha mai preteso di dettare la soluzione di tutti i problemi futuri dell'Unione Sovietica e dell'umanità. Egli cercava semplicemente la via migliore per risolvere i problemi immani che la storia tormentata di quegli anni poneva di fronte al partito, al giovane stato sovietico e al movimento comunista internazionale, partendo dalla concezione rivoluzionaria di Karl Marx, consapevole che la rivoluzione bolscevica aveva aperto una nuova fase della storia universale. 
Come uomo di pensiero e di azione, come rivoluzionario moderno, che aveva studiato la realtà russa e il movimento operaio internazionale dell'ultimo mezzo secolo, era la negazione assoluta delle formule e dei dogmi. La sua nota intransigenza nella difesa delle proprie posizioni e delle proprie opinioni sui problemi concreti era pari alla sua tolleranza nell'ascoltare e studiare le ragioni e le opinioni degli altri, per coglierne tutto quanto potevano contenere di giusto e di positivo, anche se giudicato complessivamente errato. 
La conoscenza più obiettiva della sua vita di uomo e di rivoluzionario, due aspetti che in lui si integrano in sommo grado e si fondono, ce lo mostra grande per le sue incomparabili doti di combattente e di dirigente e per il coraggio di riconoscere gli errori che lui stesso poteva commettere. Egli lasciò un'impronta profonda sui primi dieci anni della rivoluzione, che costituiscono il periodo più fecondo, più umano e più ricco di fermenti e di idee.
Abbracciata la causa del proletariato e degli sfruttati, di cui conosce le immense sofferenze e le condizioni storiche e sociali che le determinano, Lenin si rende perfettamente conto che la lotta di classe e il trionfo di questa causa, che è in pari tempo la causa del progresso e della liberazione dell'umanità da tutte le schiavitù, non è un idillio. Questa lotta ha le sue leggi inesorabili alle quali è giocoforza assoggettarsi, senza l'inceppo di romantici sentimentalismi, pena la disfatta, per aprire all'uomo la via verso la futura libertà integrale. 
Tutte le volte che egli ha propugnato, sul piano teorico e pratico, l'adozione di misure coercitive e repressive, lo ha sempre giustificato con la necessità di difendere la rivoluzione e le sue conquiste, contro i nemici interni ed esterni, per scongiurare alla classe operaia e al popolo catastrofi e lutti maggiori, come è accaduto dopo la Comune di Parigi e la rivoluzione del 1905; con l'esistenza in Russia di rapporti di forza sfavorevoli alla classe operaia, la sola conseguentemente rivoluzionaria, rispetto al rimanente dei cittadini. Egli sapeva che queste due condizioni erano storicamente transitorie e che, con il superamento delle quali, le forme e il grado di coercizione e di violenza contro la minoranza degli avversari e dei nemici dovevano gradualmente perdere la loro intensità. allargando via via i confini alla libera espansione della personalità umana per tutti. 
La tesi secondo la quale più progredisce la costruzione socialista, più si inasprisce la lotta delle classi e più pericoloso diventa il nemico di classe, dalla quale è derivata nella pratica la repressione spietata di qualsiasi pur timido dissenso, l'attribuzione della responsabilità di qualsiasi difficoltà e di ogni insuccesso al sabotaggio del nemico e all'opera della controrivoluzione, con tutte le luttuose conseguenze che hanno coperto un lungo periodo storico, non è assolutamente di Lenin. Essa è anzi la negazione delle sue concezioni. 
Lenin prevedeva, al contrario, che si dovesse compiere una svolta nell'adozione dei metodi repressivi quando la controrivoluzione e lo intervento armato straniero fossero stati definitivamente sconfitti. 
In questo senso egli si esprimeva in una lettera diretta a Felix Dzerzhinsky, ricordata da Palmiro Togliatti nella sua nota intervista a "Nuovi Argomenti" del 1956.
Lenin concepisce il partito come un'associazione volontaria di combattenti consapevoli per il socialismo. Il partito deve essere la parte più cosciente della classe operaia, la sola classe conseguentemente rivoluzionaria, e questa qualità del partito deve riflettersi anche nella composizione delle sue file e dei suoi organi dirigenti, che deve essere prevalentemente operaia. L'ideologia cui si ispira il partito deve essere il marxismo inteso come pensiero rivoluzionario vivo, non corrotto dal revisionismo, che ha compiuto scoperte fondamentali di valore rivoluzionario universale, senza esaurire il campo del conoscibile, e di cui nessuno possiede il monopolio.

"Nulla sarebbe a noi più gradita di una critica marxista data dal di fuori della nostra analisi, - scriveva egli in polemica con Karl Kautsky, - Invece di scrivere frasi assurde (e in Kautzki ve ne sono molte), secondo le quali si pretende che qualcuno impedisca di criticare il bolscevismo, Kautzki avrebbe dovuto dedicarsi ad una simile critica". 
(La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautzki).

Quale strumento insostituibile, e non necessariamente isolato, di lotta per la conquista del potere e la costruzione del socialismo, il partito deve essere unito nell'azione sulla base di una piattaforma politica fissata, corretta e sviluppata dai congressi, che sono la manifestazione suprema della volontà collettiva, democraticamente espressa. I congressi devono essere tenuti regolarmente e con frequenza, perchè possano essere essi e non altri organismi delegati a decidere su tutte le questioni più importanti. 
Durante i difficili anni della rivoluzione e della guerra civile, nelle situazioni più drammatiche e pericolose, e fino a quando l'infermità non ha staccato Lenin dal lavoro regolare, i congressi sono stati tenuti tutti gli anni. Inoltre, nell'intervallo tra i congressi venivano tenute delle conferenze. 
Allora non si era ancora scoperto che i congressi fanno perdere del tempo. Lo statuto del partito stabiliva che le organizzazioni del partito, rappresentanti un terzo degli iscritti, che erano stati rappresentati al precedente congresso, potevano in qualsiasi momento chiedere la convocazione di un congresso straordinario. E se il C.C. avesse respinto la richiesta, le organizzazioni richiedenti potevano assumere tutti i poteri del C.C. per la convocazione e l'organizzazione del nuovo congresso.
Congressi e conferenze erano occasioni per mettere in discussione tutta la politica del partito. Quando la Aleksandra Michajlovna Kollontaj sostenne al congresso, a nome della "Opposizione operaia", che essa intendeva modificare la linea politica del partito, Lenin rispose che tutti hanno il diritto di volere modificare la linea politica del partito, e che tale possibilità era stata concessa anche alla "Opposizione operaia". 
La stessa larghezza di vedute si trova in Lenin in tutte le questioni della vita interna del partito.
Il concetto di monolitismo, sviluppato e applicato al partito negli anni successivi al 1927, è estraneo a Lenin. Egli parla della necessità di coesione, di compattezza, di unità, di lavoro unanime e di volontà unica nella direzione dell'azione del partito. Ma come obiettivi da raggiungere in ogni concreta situazione, in ogni fase della lotta. La disciplina del partito non è, secondo lui, semplice costrizione esterna. Essa deve fondarsi sulla coscienza dell'avanguardia proletaria, sulla sua fedeltà alla causa della rivoluzione, sulla capacità di autocontrollo, sul suo spirito di sacrificio e sul suo eroismo; essa deve basarsi sulla attitudine ad avvicinarsi alle masse proletarie in primo luogo, come pure alle masse lavoratrici non proletarie, sulla capacità di legarsi e, in una certa misura, fondersi con queste masse; sulla linea politica sicura dell'avanguardia, sulla giustezza della sua tattica e della sua strategia, con il presupposto, sempre, che le masse si convincano per esperienza propria della loro giustezza. 
Senza queste condizioni, dice Lenin, "ogni tentativo di creare una tale disciplina si trasforma inevitabilmente in frasi sconclusionate, in verbalismo e in caricatura". 
Tutte queste condizioni non sono sempre conseguibili nello stesso tempo, nella misura necessaria e una volta per tutte. Bisogna sapere mettere in moto e spingere avanti un processo in tale direzione; nel corso di tale processo si incontrano delle difficoltà, degli ostacoli che bisogna sapere affrontare, superare e vincere, anche con urti, possibilmente senza rotture. L'unità del partito si ottiene con la convinzione, con la consapevolezza di tutti i militanti, sulla base della più ampia libertà di espressione del pensiero e di critica. 
La disciplina nel senso di coercizione ha i suoi limiti e non può mai diventare imposizione amministrativa. Unità e disciplina devono essere combinate, ma nel partito rivoluzionario del proletariato l'elemento determinante e decisivo deve sempre essere la convinzione. 
La coercizione è una esigenza esterna, imposta dalla necessità di presentarsi uniti e compatti di fronte all'avversario, si seguire nella pratica una e non due o tre politiche contrastanti, pena la sconfitta. La necessità di ricorrere alla disciplina è sempre indice di debolezza. Perché la libertà di critica non risponde a considerazioni di democrazia pura, astratta, per la quale Lenin ha sempre manifestato il più altro disprezzo, ma alla necessità che ogni comunista sia un cervello pensante, per raccogliere in una sintesi generale il contributo dell'esperienza, delle riflessioni critiche e dei ragionamenti di tutti i militanti. Quando non è possibile, a queste condizioni, ottenere l'unità nell'azione, unità nell'azione si badi bene e non accettazione di posizioni della cui giustezza non si è convinti, - non si risolve il problema impedendo a chi dissente di esprimersi. 
Quando il dissenso non si può comporre, o contenere nei limiti della critica e del dibattito, e l'unità nell'azione viene irrimediabilmente compromessa, Lenin non esita ad affermare che è preferibile "una onesta e aperta scissione" del partito, anche nelle condizioni più difficili e pericolose (16 novembre 1917).
Quante cose ingiuste sono state dette e fatte dal 1924 al 1953 per tutelare il carattere monolitico del partito, avvalendosi dello schermo del centralismo democratico! La norma del centralismo democratico è diventata lo strumento per omogeneizzare gli organismi dirigenti e i cervelli, per impedire la manifestazione del dissenso, soffocare la critica e lo stimolo del pensiero, fino alla pratica sbrigativa di impedire a chi dissente di parlare e di scrivere, per fare credere che chi detiene le leve del comando del partito e dello stato, qualunque cosa faccia o dica non sbaglia mai e ha sempre ragione .
L'essenza del pensiero e dell'azione pratica di Lenin in questo campo sono chiari: la maggioranza decide in ultima istanza, dopo la libera e ampia discussione, ma non basta essere maggioranza per avere necessariamente ragione. Anche la maggioranza può sbagliare. La critica di chi è rimasto minoranza è perciò legittima e necessaria€ al partito. 
Quando David Riazanov propose al X congresso del partito un'aggiunta alla famosa risoluzione detta dell'Unità del partito, - usata poi in seguito per liquidare ogni opposizione e ogni divergenza, - nel senso di vietare che fossero portate a conoscenza del patito eventuali divergenze, Lenin si oppose decisamente, perchè:
"Non possiamo privare il partito e i membri del C.C. del diritto di rivolgersi al partito nel caso in cui sorga un dissenso su una questione fondamentale. Non riesco a figurarmi, - esclama egli, - come potremmo fare questo!" 
Così egli respinse la proposta ancora di Riazanov di impedire che nei congressi si potesse votare sulla base di distinte mozioni. 
"Se le circostanze faranno sorgere dissensi fondamentali, - argomenta Lenin - possiamo noi proibire che vengano sottoposti al giudizio del partito? No! Questa è una pretesa soverchia, non attuabile e propongo di respingerla".

Lenin riconosce persino una specie di diritto alla immunità per il membro del C.C. dissenziente, perchè quando un oppositore sostenne, sempre al X congresso, che il 7° paragrafo della risoluzione sull'unità del partito relativo alle misure disciplinari contro i membri del C.C., era inutile perchè lo Statuto dava ugualmente al C.C. il diritto di procedere, Lenin rispose che il proponente non conosceva nè lo Statuto, nè i principi del centralismo democratico, nè quelli del centralismo, e proseguiva: 
"Nessuna democrazia, nessun centralismo consentirà mai al C.C., eletto dal congresso, di destituire qualcuno dei suoi membri. Il C.C, viene eletto dal congresso e con ciò il congresso gli trasmette la direzione. E il nostro partito in nessun luogo ha mai concesso al C.C. un tale diritto nei confronti di un proprio membro".

Vivente Lenin si è tentato una sola volta di applicare i rigori del paragrafo 7° della risoluzione sull'unità del partito. Istruttivo è I'esito. 
Dopo il X congresso la "Opposizione operaia" non disarmò. Mantenne una propria organizzazione semiclandestina, ramificata nel partito e nel Paese, si concertava sul comportamento da assumere nelle varie istanze, tentò di conquistare con uomini di propria fiducia la direzione di alcuni sindacati tra i quali quello dei metallurgici, dei Soviet della provincia, e così via. Tante ne fece I'opposizione che la maggioranza del C.C. propose di espellere il proprio membro Aleksandr G. Scliapnikov. 
Il 9 agosto 1921 si tenne la riunione congiunta del C.C. e della C.C.C. prevista in questi casi dalla risoluzione sull'unità del partito. L'espulsione non potè effettuarsi perchè mancò un voto al raggiungimento dei due terzi prescritti.
La questione ebbe una coda all'Xl congresso del partito del marzo-aprile 1922. L'opposizione non si era sciolta dopo la mancata sanzione disciplnare. Il congresso nominò una commissione composta da 19 delegati per fare una richiesta e riferire. La commissione potè accertare: 

1 - Che gli oppositori avevano mantenuto una posizione equivoca verso approcci indiretti di elementi che in Occidente volevano dare vita ad una IV internazionale.

2 - Che la Kollontai aveva tenuto un discorso contro la politica del partito al congresso dell'Internazionale. 

3 - Che l'opposizione teneva riunioni di frazione, e la Kallontai non lo negò, ma si rammaricò soltanto perchè erano state poche. 

4 - Scliapnikov e Miedviediev non avevano fatto conoscere al partito lettere contro il partito medesimo a loro dirette.

5 - Gli oppositori avevano compilato in una riunione clandestina e alla presenza di un espulso dal Partito, e inoltrato al Comintern, un appello contenente accuse gratuite infondate contro il partito, la sua politica ed i suoi dirigenti, ed altri atti della medesima natura. 

A proposito dell'ultimo punto Lenin non contestò agli oppositori il diritto di rivolgersi direttamente al Comintern, ma condannò il modo e la sede dove l'appello eta stato compilato, e il suo contenuto calunnioso.

Dopo tutto questo, dopo il X congresso e la risoluzione sull'unità del partito, l'XI congresso concluse dando mandato al nuovo C.C. di espellere la Kollontai, Scliapnikov e Miedviediev, con la procedura prevista dal famoso 7° paragrafo... "nel caso in cui essi non desistessero dall'azione frazionistica!"
Venne invece espulso un tale Mitin, per la sua azione disgregatrice nel Donbass, e un tale Kuznietzov, per avere celato al partito il suo passato di borghese e di avversario.

Questo era Lenin e questo era il partito bolscevico all'epoca sua. Già allora il suo metodo, che era l'indice della sua forza ed espressione delle sue concezioni, a tutti non garbava.
Al X congresso Ossinski e Riazanov lo accusarono di fare del politicantismo per le sue insistenze di includere gli oppositori negli organismi dirigenti del partito e dello stato, talvolta contro la volontà dei medesimi.
Ma lui, Lenin, rispondeva serenamente che non era politicantismo, che si trattava della politica "che il C.Cl conduceva e avrebbe condotto". Perchè, "quando esistono gruppi e tendenze malsane, dobbiamo rivolgere ad essi un'attenzione triplicata. Se esiste anche soltanto un qualche cosa di sano in questa opposizione, bisogna compiere ogni sforzo per separare il sano dal guasto". 
Egli sapeva perfettamente che le divergenze sono sempre anche il riflesso di condizioni che esistono nella realtà politica e sociale.
Per cui, non con le misure amministrative bisogna reagire, - alle quali misure si deve ricorrere con moltissima prudenza e soltanto nei casi estremi, - ma con l'azione intelligente e paziente, per modificare gli elementi soggettivi e obiettivi della realtà.
Uno schema dei suoi appunti, sulla base dei quali egli trattò il problema dell'unità del partito, indicano nelle misure per contrastare il frazionismo, in primo luogo, la pubblicazione permanente della "Tribuna di discussioni", e la più ampia libertà di critica.
Tra le cause del frazionismo metteva il distacco dalle masse da parte del partito e citava tra i meriti dell'opposizione l'avere segnalato la necessità di migliorare le condizioni degli operai, di lottare contro il burocratismo, di sviluppare la democrazia e l'iniziativa autonoma.
Quando Lenin venne a mancare, e quando questi suoi insegnamenti vennero abbandonati o distorti, le conseguenze negative furono incalcolabili.
Soltanto le energie incommensurabili che la rivoluzione aveva sprigionato nel partito, nella classe operaia e nel popolo, permisero, malgrado tutti gli errori e immensi sacrifici, al socialismo di affermarsi e di avanzare.


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LENIN E LA DEMOCRAZIA DI PARTITO


martedì 6 ottobre 2015

4 - MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA - PROLETARI DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI! - Marx e Engels (Manifesto of the Communist Party - Workers of the world, unite! )




MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA

Karl Marx -  Friedrich Engels


4. Posizione dei comunisti di fronte ai diversi partiti di opposizione

Per quel che abbiamo detto al capo 2, quale sia la posizione dei comunisti di fronte ai partiti operai di già costituiti s'intende da sé; e così è il caso per rispetto ai Cartisti in Inghilterra, e ai riformatori agrari nel Nord-America (1).
Quei partiti combattono per fini ed interessi prossimi ed immediati, ma nel moto attuale rappresentano già il moto dell'avvenire. In Francia i comunisti si ricongiungono al partito socialista-democratico, contro la borghesia conservativa e radicale; ma non rinunciano al diritto di serbare un contegno affatto critico di fronte alle frasi ed alle illusioni, che in quel partito derivano dalla tradizione rivoluzionaria.
Nella Svizzera i comunisti sostengono i radicali, pur riconoscendo che quel partito consta di elementi contraddittori, e cioè in parte di socialisti democratici alla francese, e in parte di radicali borghesi (2).
Fra i Polacchi i comunisti appoggiano quel partito, che fa della rivoluzione agraria la condizione per venire alla emancipazione nazionale, e cioè quel medesimo partito che promosse la insurrezione di Cracovia del 1846 (3).
Tutte le volte che la borghesia proceda in Germania in modi rivoluzionari, il partito comunistico le sarà compagno di lotta contro la monarchia assoluta, contro la proprietà feudale, e contro la piccola borghesia.
Ma mai e in nessun momento il partito comunista tralascia di risvegliare negli operai la coscienza chiara e precisa dell'antagonismo dominante, quale vera e propria ostilità, fra borghesia e proletariato; perché gli operai tedeschi sappiano subito convertire in armi dirette contro la borghesia le condizioni sociali e politiche messe in essere dal dominio borghese, onde, precipitate che siano le classi reazionarie dalla Germania, cominci senza indugio la lotta contro la borghesia.
I comunisti rivolgono i loro occhi principalmente verso la Germania, che è alla vigilia di una rivoluzione borghese: e poiché essa compirà tale rivoluzione in condizioni generalmente più progredite della civiltà europea, e con un proletariato assai più sviluppato di quel che non fosse il caso dell'Inghilterra nel secolo diciassettesimo e della Germania nel diciottesimo, così codesto moto borghese sarà l'immediato preludio di una rivoluzione proletaria.
In una parola i comunisti appoggiano dappertutto ogni movimento rivoluzionario, che sia diretto contro il presente stato di cose politico e sociale.
In codesti movimenti essi mettono principalmente in rilievo, come fondamento del tutto, la questione della proprietà, quale che sia la forma più o meno sviluppata, che essa questione possa avere assunto.
Infine i comunisti lavorano all'intesa ed all'unione dei partiti democratici d'ogni paese.
I comunisti disdegnano di celare le loro vedute e i loro intendimenti. Essi confessano apertamente, che i loro intenti non possono esser raggiunti se non per via della violenta sovversione del tradizionale ordinamento sociale. Che le classi dominanti paventino lo scoppio di una rivoluzione comunista. I proletari non ci han da perdere che le loro catene. Hanno da guadagnarci tutto un mondo.

PROLETARI DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI! 

(1) Si tratta dei National Reformers, riunitisi nell'Anti-rent League (Lega anti-rendita),i quali chiedevano la distribuzione gratuita delle terre di proprietà dello Stato tra quanti fossero disposti a lavorarle.

(2) liberali-radicali svizzeri avevano appena contribuito a determinare una svolta decisiva nella vita politica del loro paese, con la vittoria riportata contro i conservatori cattolici del Sonderbund, che cercavano di impedire, anche tramite aiuti dall'estero, I'evoluzione della borghesia in senso liberale.

(3)  L'insurrezione di Cracovia del febbraio-marzo 1846, dai conservatori definita "comunista" ebbe in realtà, come sottolineò Marx nella sua commemorazione del 1848, carattere democratico interclassista. Lo czar Nicola I la represse ferocemente.




3 - MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA - La letteratura del comunismo e del socialismo - Marx e Engels (Manifesto of the Communist Party - Literature of communism and socialism)



MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA

Karl Marx -  Friedrich Engels

LA LETTERATURA DEL COMUNISMO E DEL SOCIALISMO 


1. Il Socialismo reazionario


A. Il Socialismo feudale

Per effetto della loro propria situazione storica, l'aristocrazia inglese e quella francese erano come chiamate a lanciare dei libelli contro la moderna società borghese. Così nella rivoluzione francese del Luglio 1830, come nel movimento della riforma elettorale inglese, l'aristocrazia era di nuovo soggiaciuta all'aborrita crasse dei nuovi venuti. (Con l'insurrezione parigina del luglio 1830 veniva destituito dal trono Carlo X di Borbone, il cui potere aveva trovato I'appoggio dei grandi proprietari terrieri, e insediato al suo posto Luigi Filippo d'Orleans che difendeva gli interessi dell'alta borghesia finanziaria).
Non era più il caso di pensare ad una seria lotta politica, e rimaneva aperto il solo campo della lotta letteraria. Ma anche nell'ambito letterario la vecchia fraseologia del periodo della restaurazione (si tratta, precisa Engels in una nota all'edizione inglese del 1888, della restaurazione francese del 1814-1830, non di quella inglese del 1660-1689), era diventata cosa insostenibile. Per crearsi delle simpatie l'aristocrazia doveva ben darsi l'apparenza di perder di vistai suoi propri interessi, formulando i suoi atti d'accusa contro la borghesia solo in difesa della sfruttata classe degli operai. Si procurava così il piacere d'intonare dei canti ingiuriosi contro i suoi nuovi padroni, sussurrando loro negli orecchi delle profezie di più che sinistro augurio.
Per questa via nacque il socialismo feudale, che è per metà geremiade e per metà pasquinata, parte è eco del passato e parte è paurosa minaccia del futuro, e poi al tempo stesso ferisce proprio al cuore la borghesia per via d'una critica mordace ed ingegnosa, ma rimane sempre di effetto comico per la sua assoluta incapacità a comprendere l'andamento della storia moderna.
Per raccogliere e trarsi dietro il popolo cotesti signori inalberarono a guisa di bandiera la bisaccia del proletariato mendicante. Ma quelli che si provavano a seguirli li videro per di dietro adorni dei vecchi blasoni feudali e si dispersero dando in uno scoppio di rumorose e irriverenti risate (Immagine tratta dalla satira Germania, di Heinridr Heine - 1797-1856).
Una parte dei legittimisti francesi e la giovane Inghilterra dettero questo allegro spettacolo (Legittimisti erano per lo più aristocratici latifondisti fautori della dinastia dei Borbone.La Giovane Inghilterra venne creata nel 1842 da alcuni memmbri del partito conservatore (tory), tra cui fanno spicco Disraeli, Thomas Carlyle (1795-1881) e Lord Ashley. Il primo - futuro braccio destro della regina Vittoria -, tipico rappresentante della politica imperialistica inglese aveva pubblicato nel  1845 un romanzo, Sybil o Due Nazioni, in cui rimpiangeva l'antica unione tra popolo e signore feudale di contro all'attuale antagonismo tra le due "nazioni" di ricchi e di poveri. Del Carlyle si ricorda, a questo proposito significativi, Cartismo, del 2841, e Passato e Presente del 1842. Lord Ashley, conosciuto anche come conte di Shaftesbury, era stato il promotore del famoso bill delle dieci ore).
Quando cotesti campioni della feudalità dimostrano che il modo di sfruttare dei feudatari era diverso da quello dei borghesi, essi dimenticano che quel modo di sfruttare si esercitava in condizioni e circostanze affatto diverse, ed ora del tutto superate. Quando notano, che sotto al loro regime non esisteva il proletariato moderno, dimenticano di osservare che la borghesia è un necessario derivato appunto di quello che fu il loro ordinamento sociale.
Del resto usano così poco di nascondere il carattere reazionario della loro critica, che il loro principale capo d'accusa contro la borghesia è appunto questo, che sotto il suo dominio si va sviluppando una classe, che manderà in aria tutto I'ordine sociale esistente.
Muovono rimprovero alla borghesia, non d'aver prodotto un proletariato in genere, ma d'aver prodotto un proletariato rivoluzionario.
In pratica pigliano parte attiva politica a tutte le misure violente contro la classe operaia, e nella vita di tutti i giorni, ad onta della lor gonfia fraseologia, s'accomodano a raccogliere gli aurei pomi, e a barattare mercantilmente tutta la cavalleria della fede, dell'amore e dell'onore con la lana di pecora, con la barbabietola e con l'acquavite.
Come preti e signori feudali si accompagnarono sempre in passato, così accade ora del socialismo clericale e di quello feudale.
Non c'è cosa più facile del dare un po' d'intonaco socialistico all'ascetismo cristiano. Non si è forse espresso il cristianesimo contro la proprietà privata, contro il matrimonio e contro lo stato? E non ha esso predicato i sostitutivi della carità, del mendicare, del celibato, della mortificazione della carne, della vita monastica e della chiesa?
Il socialismo cristiano non è se non l'acqua benedetta con la quale il prete consacra il rancore degli aristocratici.


B. Il Socialismo piccolo-borghese

L'aristocrazia feudale non è la sola classe andata in rovina per opera della borghesia; e non è quella le cui condizioni di vita sole vengano a deperire, e spariscano, in seno alla moderna società borghese.
Nei piccoli borghesi del Medio-Evo e nei contadini piccoli possidenti erano come i precursori della borghesia moderna. Nei paesi, nei quali il commercio e l'industria son poco sviluppati, cotesta classe continua a vegetare, a canto alla borghesia che sviluppasi in grandezza.
Nei paesi, nei quali la civiltà moderna è fiorente, si è formata una nuova piccola borghesia, che di continuo oscilla fra il proletariato e la borghesia, e come parte complementare della società borghese si va sempre di nuovo rifacendo. Gli individui che la compongono vengono di continuo ricacciati dalla concorrenza giù tra le fila del proletariato, e vengono appressarsi il momento nel quale per effetto dello sviluppo della grande industria dovranno del tutto sparire come parte indipendente della società moderna, e saranno surrogati, così nel commercio e nella manifattura, come nell'agricoltura, dai fattori, agenti e garzoni. (Si intende con ciò, in senso lato, la piccola borghesia impiegatizia).
Nei paesi nei quali, come in Francia, la classe dei contadini costituisce più della metà della popolazione, era naturale che quegli scrittori i quali scendevano in campo in favore del proletariato e contro la borghesia, usassero nella loro critica del regime borghese la stregua del piccolo borghese e del piccolo possidente contadino, e che pigliassero partito per gli operai da un punto di vista piccolo borghese. Così si venne formando il socialismo piccolo-borghese. Sismondi è il capo di cotesta letteratura, così per l'Inghilterra, come per la Francia.
Cotesto socialismo analizzò con grande acume le contraddizioni che sono inerenti ai rapporti moderni della produzione. Mise a nudo la ipocrisia, che è in fondo alle ottimistiche esposizioni degli Economisti. Dimostrò in modo irrefutabile gli effetti deleteri delle macchine e della divisione del lavoro, e poi la concentrazione dei capitali e della proprietà fondiaria, la sovrapproduzione, le crisi, la inevitabile sparizione dei piccoli borghesi e dei piccoli possidenti, la miseria del proletariato, la anarchia nella produzione, le stridenti sproporzioni nella distribuzione della ricchezza, la guerra industriale fra le nazioni portata fino allo sterminio, la dissoluzione degli antichi costumi, degli antichi rapporti familiari, delle nazionalità antiche.
Ma quanto al contenuto positivo di ciò che vuole cotesto socialismo, o mira a ristabilire gli antichi mezzi di produzione e di scambio, e con essi gli antichi rapporti di proprietà e di società antica, o pensa di far rientrare per forza i mezzi moderni della produzione e dello scambio nel ristretto quadro degli antichi rapporti di proprietà, che quei mezzi appunto spezzarono, e dovevano spezzare! In tutti due i casi esso è al tempo stesso reazionario ed utopistico.
Per la manifattura la corporazione, per l'agricoltura le condizioni patriarcali: ecco la sua ultima parola.
Da ultimo, e ossia alla fine del suo svolgimento, cotesta tendenza mette capo nella prostrazione mentale di chi abbia un triste incubo.


C. Il socialismo tedesco, ossia il Socialismo "vero"

La letteratura socialistica e comunistica della Francia, che nacque sotto la pressione di una borghesia dominante, e quale espressione letteraria appunto di una effettiva lotta contro di quella signoria, incominciò ad avere diffusione in Germania proprio nel momento nel quale la borghesia incominciava a lottare con l'assolutismo feudale.
Dei filosofi tedeschi, dei semifilosofi e dei bellimbusti dell'amena coltura s'impadronirono avidamente di cotesta letteratura, dimenticando solo questo, che mentre immigravano di Francia in Germania cotesti scritti, non perciò immigravano dall'un paese all'altro le condizioni di vita propriamente francesi. Per rispetto alle condizioni tedesche quegli scritti francesi vennero a perdere ogni immediato carattere pratico, e assunsero l'aria di una pura e semplice manifestazione polemico-letteraria. Quegli scritti furono intesi come una oziosa speculazione sulla realizzazione della vera natura umana. Così era un'altra volta accaduto, quando nel secolo diciottesimo i filosofi tedeschi ridussero i postulati della rivoluzione francese a semplici esigenze della ragion pratica  (in riferimento alla Critica della ragion pratica di Immanuel Kant - 1724-1804), in universale, e interpretarono la volontà effettiva della borghesia francese come le leggi del volere puro, del volere quale esso dev'essere, del vero volere umano.
Il vero e proprio lavoro di cotesti letterati tedeschi consistette soltanto in questo, che essi cioè procurarono di mettere in accordo le nuove idee francesi con la loro antecedente coscienza filosofica, e ossia, a dir meglio, s'impegnarono di appropriarsi le nuove idee dal loro punto di vista filosofico.
Cotesta appropriazione s'andò compiendo a quel medesimo modo nel quale in generale si giunge ad appropriarsi una lingua straniera... e ossia traducendo.
Gli è noto in che modo i monaci del Medio-Evo usassero di raschiare i manoscritti contenenti le classiche scritture del mondo pagano antico, per poi scrivervi novellamente su le assurde leggende dei santi cattolici.
I letterati tedeschi operarono in senso inverso nel maneggiare cotesti profani scritti francesi. Essi fecero scivolare la loro insensataggine su l'originale francese, e ve l'appiccicarono. Là dove, per esempio, la critica francese si aggira su i rapporti e su le funzioni della moneta, essi scrivono "alienazione della natura umana", e là dove la critica francese concerne lo stato borghese, essi scrivono "abolizione del dominio dell'universale astratto".
Coteste viziate sostituzioni della fraseologia filosofica agli svolgimenti critici dei francesi, furono dagli autori stessi battezzate per "filosofia dell'azione", per "socialismo vero", per "scienza tedesca del socialismo", per "dimostrazione filosofica del socialismo".
Per questa via la letteratura francese socialistico-comunistica rimase evirata. E come essa cessava, in mano ai tedeschi, di esprimere la lotta di una classe contro di un'altra, così a ragione i tedeschi si vantano di aver superata "la unilateralità francese" e di rappresentare invece dei bisogni veri il bisogno della verità, e in cambio degli interessi del proletariato quelli della natura umana, dell'uomo in generale, dell'uomo che non appartiene a nessuna classe, e anzi non appartiene punto alla realtà, ma solo al vaporoso cielo della fantasia filosofica. Questo socialismo tedesco, che pigliava così solennemente sul serio le sue goffe esercitazioni da scolaro, e ne menava vanto all'uso dei ciarlatani, andò poco per volta e via via perdendo la sua innocenza da pedanti.
La lotta della borghesia contro la feudalità e contro la monarchia assoluta, e ossia, in una parola, il movimento liberale, s'andò facendo più serio in Germania, e specie in Prussia.
Il socialismo "vero" ebbe così la fortunata occasione di contrapporre al movimento politico le rivendicazioni socialistiche, e di lanciare i già noti anatemi contro il liberalismo, contro lo stato rappresentativo, contro la concorrenza borghese, e così di seguito contro tutte le altre cose borghesi, libertà di stampa, diritto comune, libertà in genere, eguaglianza, e di andar predicando al popolo come esso per tal movimento borghese abbia tutto da perdere e nulla da guadagnare. Molto a proposito il socialismo tedesco seppe dimenticare, come quella critica francese, di cui esso era una misera eco, supponesse come esistente di fatto la società borghese moderna con le sue materiali condizioni di vita, e con la congrua costituzione politica; presupposti cotesti a raggiungere i quali occorreva in Germania di lottare ancora come per una conquista.
I governi assoluti di Germania, con tutto il loro codazzo di preti, di maestri di scuola, di nobiluzzi rurali e di burocratici si giovarono di tale socialismo come di spauracchio contro la borghesia, che si levava minacciosa.
Quel socialismo fu come il dolce complemento alle amare sferzate e fucilate con le quali i governi tedeschi hanno trattato le sommosse degli operai. (Ci si riferisce alle insurrezioni degli operai dell'industria tessile avvenute in Boemia e Slesia nella primavera del 1844).

Questo socialismo "vero" mentre diventava un'arma dei governi contro la borghesia tedesca, rappresentava anche direttamente un interesse reazionario, e cioè quello dei piccoli borghesi, che così come furono tramandati dal secolo sedicesimo, e così come da quel tempo in poi sono sempre riapparsi in nuove forme, costituiscono il vero e proprio fondamento sociale delle presenti condizioni della Germania.
Conservare la piccola borghesia gli è come conservare il presente assetto sociale tedesco. Questa piccola borghesia vede nel dominio della borghesia politica ed industriale la sua sicura rovina, e ciò per due ragioni: da una parte per la concentrazione del capitale, e da un'altra parte per il venir su di un proletariato rivoluzionario. Il socialismo "vero" le parve mezzo sicuro per ovviare d'un colpo ai due pericoli. E quello si diffuse come un'epidemia.
Quella veste intessuta di ragnatela speculativa, ricamata di fiori di pomposa retorica, satura di rugiada sentimentale, quella veste si direbbe quasi trascendentale, della quale i socialisti tedeschi ricopersero quel po' di loro "verità eterne" ischeletrite, valse ad aumentare lo spaccio della merce in mezzo a cotale pubblico.
E dal canto suo questo socialismo tedesco andò via via riconoscendo la sua propria missione, che è quella di rappresentare in stile pomposo gli interessi della piccola borghesia.
Elevò al grado di nazione normale la nazione tedesca, e fece del piccolo borghese tedesco I'uomo normale. A tutte le bassezze delle quali questo uomo normale è capace dette una significazione occulta, superiore, socialistica, in guisa che appaiono tutto il contrario di quel che sono. Venne alle sue ultime conseguenze col mettersi contro alle tendenze "brutalmente distruttive" del comunismo, e col proclamarsi imparzialmente superiore alle lotte di classe. Tranne poche eccezioni, tutto ciò che circola in Germania di scritti socialistici e comunistici rientra in codesta letteratura sudicia e snervante.


2. Il Socialismo conservativo, ossia dei borghesi

Una parte della borghesia cerca di portar rimedio ai mali sociali, per mettere in sicuro l'esistenza della società borghese.
Entrano in cotesta categoria degli economisti, dei filantropi, degli umanitari, dei miglioratori della sorte delle classi operaie, gli organizzatori della beneficenza, i protettori degli animali, i fondatori dei circoli di temperanza, e tutta la variopinta genia dei minuti riformatori. E codesto socialismo borghese è stato per fino ridotto nella forma del sistema bello e compiuto.
Citiamo ad esempio la Philosophie de lo Misère di Proudhon.
I socialisti borghesi vogliono le condizioni di vita della società moderna, senza i danni e le lotte che da essa inevitabilmente derivano. Vogliono la società attuale, sottrazione fattane degli elementi che la rivoluzionano e dissolvono. Vogliono la borghesia senza il proletariato. La borghesia, come è ben naturale, si rappresenta il mondo, nel quale essa domina, come l'ottimo dei mondi possibili. Il socialismo borghese elabora cotesta confortante immagine nella forma di un sistema, o di un quasi-sistema. Invitando il proletariato a realizzare i suoi sistemi, e ad entrare nella nuova Gerusalemme, esso non intende se non di impegnare i proletari a starsene in questa società attuale, ma rinunciando alle odiose opinioni che di essa si van facendo.
Una seconda forma di questo socialismo, che è meno sistematica ma è di certo più pratica, cerca d'ispirare nella classe operaia il disgusto di ogni movimento rivoluzionario, procurando di provare, come non questa o quella mutazione politica, ma solo la mutazione delle condizioni materiali, e ossia dei rapporti economici, possa tornarle di giovamento.
Ma sotto al nome di mutazione dei rapporti materiali della vita cotesto socialismo non intende già, e in nessun modo, l'abolizione dei rapporti borghesi della produzione, il che non può aver luogo se non per le vie rivoluzionarie, ma intende solo delle riforme amministrative eseguite sul terreno stesso dei presenti rapporti della produzione, le quali per ciò nulla cambiano nei rapporti fra capitale e lavoro, e che nel caso più favorevole rendono meno costoso alla borghesia l'esercizio del potere, e semplificano l'assetto della sua finanza.
Tale socialismo borghese non raggiunge la sua vera espressione se non quando diviene una mera figura retorica.
Libero scambio! e nell'interesse della classe lavoratrice; dazi protettori! e nell'interesse dei lavoratori; carcere cellulare! e nell'interesse degli operai: ecco l'ultima parola del socialismo borghese, e la sola pensata e detta sul serio.
Perché il socialismo della borghesia consiste appunto in questo enunciato: che i borghesi sono borghesi nell'interesse dei lavoratori.


3.Il Socialismo e il Comunismo critico-utopici

Non intendiamo qui di discorrere di quella letteratura, che in tutte le grandi rivoluzioni moderne si fece rappresentante delle esigenze del proletariato. (Gli scritti di Babeuf e simili.)
I primi tentativi fatti dal proletariato, per dar prevalenza ai suoi propri interessi di classe, in tempi di generale effervescenza e mentre precipitava la società feudale, dovevano di necessità fallire, e così per la condizione poco sviluppata del proletariato stesso, come per la mancanza di quelle condizioni materiali della sua emancipazione, le quali non sono se non un risultato della epoca borghese. La letteratura rivoluzionaria, che accompagnava questi primi movimenti del proletariato, è nel suo contenuto di necessità reazionaria. Essa preconizza un ascetismo generale e una rozza tendenza a tutto agguagliare.
I veri e propri sistemi socialistici e comunistici, i sistemi di Saint- Simon, Fourier, Owen, ecc., appaiono in quel primo e poco sviluppato periodo della lotta fra il proletariato e la borghesia, che abbiamo tratteggiato di sopra
I ritrovatori di tali sistemi riconoscono la opposizione delle classi, e anche l'azione dell'elemento dissolvente nella società dominante. Ma non scorgono dalla parte del proletariato nessuna azione storica, nessun movimento politico che gli sia proprio.
E poiché lo sviluppo dell'antagonismo di classe va di pari passo con lo sviluppo dell'industria, gli autori di quei sistemi, non trovando già belle e date le condizioni materiali per la emancipazione del proletariato, si mettono in cerca di una scienza sociale, o di certe leggi sociali, come per creare quelle condizioni che non esistono ancora.
La loro personale attività inventiva deve tenere il posto dell'attività sociale, delle condizioni fantastiche devono essere sostituite alle condizioni storiche della emancipazione, a quella organizzazione del proletariato in classe, che si forma poco per volta, vien surrogata una organizzazione della società tutta nuova di sana pianta. La storia del mondo di là da venire si risolve per essi nella propaganda e nella messa in azione dei loro piani sociali.
Sanno sì di rappresentare nei loro disegni gli interessi delle classi dei lavoratori, in quanto sono le classi di quelli che soffrono; ma il proletariato non esiste per essi se non sotto questo punto di vista della classe dei sofferenti.
Ma, come è naturale in uno stadio di poco sviluppo della lotta di classe, e data la condizione sociale di cotesti autori, accade che essi si credano come superiori a tutti i contrasti di classe. Essi vogliono migliorare la situazione di tutti i membri della società, compresa quella delle persone che vivono nelle condizioni più vantaggiose. Per ciò richiamano di continuo all'intera società senza far differenze, e anzi si appoggiano principalmente alla classe dominante. Poiché in fondo basta di aver capito il loro sistema per riconoscerlo come il miglior disegno fra tutti i possibili della miglior serietà fra tutte le possibili.
Rigettano qualsiasi azione politica, e segnatamente ogni azione rivoluzionaria; mirano a raggiungere i loro intenti per le vie pacifiche; e cercano di aprire la via al nuovo vangelo sociale per mezzo di piccoli esperimenti, che secondo I'opinione loro dovrebbero avere forza e valore di esempio, ma che in fatti, com'è naturale, falliscono.
La descrizione fantastica della società futura nasce quando il proletariato è ancor troppo poco sviluppato; cosicché esso si rappresenta appunto in modo fantastico la sua stessa situazione, secondo l'impulso primo verso una totale trasformazione della società, il quale impulso è accompagnato da vaghi presentimenti.
Cotesti scritti socialistici e comunistici contengono anche molti elementi critici. Essi attaccano tutti i fondamenti della società esistente.
Perciò hanno offerto del materiale di grande valore per illuminare gli operai. I loro enunciati positivi su la società futura, e per I'abolizione del contrasto fra città e campagna, I'abolizione della famiglia, del profitto privato, del salariato, e poi l'annuncio dell'armonia sociale, e la trasformazione dello stato in una semplice amministrazione della produzione - tutti cotesti enunciati non esprimono che lo sparire dell'antagonismo di classe, di quell'antagonismo che comincia appena a precisarsi nel suo sviluppo, e del quale gli autori di quei sistemi hanno notizia solo nelle sue prime forme indistinte e indeterminate. Per ciò quegli enunciati hanno ancora un senso puramente utopistico.
L'importanza di codesto socialismo e di codesto comunismo utopistico è in ragione inversa al fatto dello sviluppo storico. A misura che la lotta di classe svolge e si precisa, codesto fantastico disegno della lotta,
cotesta fantastica opposizione alla lotta, perde ogni valore pratico ed ogni giustificazione teorica. Gli è per ciò, che, mentre gli autori di questi sistemi erano per molti rispetti dei rivoluzionari, i loro scolari formano sempre delle sette reazionarie. Questi scolari tengono fermo alle opinioni dei maestri anche in opposizione allo sviluppo storico del proletariato, e cercano in conseguenza di smussare il contrasto di classe, e di conciliare gli antagonismi. Sognano sempre la realizzazione sperimentale delle loro utopie sociali, e cioè di stabilire falansteri (erano così chiamati i "palazzi sociali" ideati da Fourier), di creare colonie-domestiche ("Home-Colonies" chiamava Owens le sue società modello di tipo comunistico), e di edificare una piccola Icaria (il fantastico paese utopistico le cui istituzioni comuniste furono descritte  da Cabet) - rifacimento minuscolo della nuova Gerusalemme! - e per ostruire cotesti castelli in aria devono fare appello alla filantropia dei cuori e delle tasche borghesi. Poco per volta discendono nella categoria dei socialisti conservatori e reazionari da noi descritti più sopra, e da quelli si distinguono solo per una più sistematica pedanteria, e per la fede da fanatici e da superstiziosi che ripongono nell'azione miracolosa della loro scienza sociale.
Si levano quindi accanitamente contro qualunque movimento politico dei lavoratori, stimando che in quel movimento si riveli una cieca incredulità rispetto al nuovo vangelo.
Così ora si vede che gli Owenisti reagiscono in Inghilterra contro i Cartisti, e i Fourieristi reagiscono in Francia contro i Riformistiti (sono i radicali repubblicani francesi che facevano capo al giornale La Réforme).

NB - Traduzione di Antonio Labriola



venerdì 2 ottobre 2015

2 - MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA (Proletari e Comunisti) - MARX - ENGELS (Manifesto of the Communist Party - Proletarians and Communists)

Marx - Engels


MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA
Karl Marx -  Friedrich Engels


2. Proletari e Comunisti

Cosa sono i comunisti per rispetto ai proletari in generale?
I comunisti non costituiscono un partito a se, di fronte agli altri partiti operai.
Essi non hanno interessi propri, che sian distinti da quelli del proletariato, nel suo insieme.
Non statuiscono dei principi a parte, su i quali vogliano poi modellare il movimento proletario.
I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari solo in questo, e cioè: che essi, in primis, date le differenti lotte nazionali dei proletari, mettono in rilievo e fanno valere quei comuni interessi del proletariato tutto intero, che sono appunto indipendenti dalla nazionalità; e che essi, d'altra parte, nelle diverse fasi di sviluppo che la lotta fra il proletariato e la borghesia va percorrendo, rappresentano costantemente l'interesse del movimento complessivo.
I comunisti son dunque, in pratica, quella frazione di tutti i partiti operai di tutti i paesi, che è la più decisa, e che più spinge ad avanzare: ed essi poi s'avvantaggiano teoreticamente sulla rimanente massa del proletariato per via dell'intendimento netto che hanno, così delle condizioni e dell'andamento, come dei risultati generali del movimento proletario.
L'intento prossimo dei comunisti è quel medesimo, che è proprio a tutti gli altri partiti proletari: formazione del proletariato in classe, rovina della signoria borghese, conquista del potere politico da parte del proletariato.
Gli enunciati teoretici dei comunisti non poggiano punto sopra idee o principi, che questo, o quello fra i rinnovatori del mondo abbia escogitati o scoperti.
Quegli enunciati son soltanto la espressione generalizzata delle condizioni di fatto di una lotta di classi che realmente esiste, e ossia di un movimento storico, che si svolge sotto ai nostri occhi. L'abolizione dei rapporti di proprietà fino ad ora esistiti non è la nota veramente caratteristica del comunismo.
Tutti i rapporti di proprietà andarono sempre soggetti a storiche vicende, e ad una continua trasformazione.
La rivoluzione francese, ad esempio, abolì la proprietà feudale in favore della proprietà borghese.
Ciò che caratterizza il comunismo non è l'abolizione della proprietà in genere, ma è I'abolizione della proprietà borghese.
Ma la moderna proprietà privata borghese è l'ultima e la più perfetta espressione di quella forma di produzione e di appropriazione, che poggia su gli antagonismi di classe, e su lo sfruttamento degli uni per opera degli altri.
E in questo senso i comunisti possono compendiare la loro dottrina in questa unica espressione: abolizione della proprietà privata.
È stato mosso rimprovero a noi comunisti, di voler noi abolire la proprietà personalmente acquisita per via di penoso lavoro: quella proprietà che dicesi costituisca il fondamento di ogni libertà, di ogni attività, e della indipendenza dell'individuo.
Proprietà acquistata col penoso lavoro, e individualmente meritata! Parlate voi forse della proprieta del piccolo borghese, o del piccolo possidente contadino, che fu anteriore alla proprietà borghese?
Noi quella non abbiamo bisogno di abolirla; ché lo sviluppo dell'industria I'ha già tolta di mezzo, o è su la via di distruggerla.
O parlate voi, invece, della moderna proprietà privata borghese?
O che il lavoro a salario, il lavoro del proletario, crea esso forse della proprietà per il proletario stesso? In nessun modo. Quel lavoro a salario non genera che capitale, ossia genera la proprietà che sfrutta il lavoro a salario, e che può accrescersi se non a patto di generare nuovo lavoro a salario, da sfruttare di bel nuovo. La proprietà, quanto alla sua forma presente, si muove entro la opposizione fra capitale e lavoro a salario. Esaminiamo i due termini di tale antinomia.
Esser capitalista non vuol dire soltanto che si occupi una semplice posizione privata, ma che anzi si tiene una posizione sociale nel sistema della produzione. Il capitale è un prodotto collettivo, e non può esser messo in movimento se non per I'attività concorrente di molti membri della società, e poi, in ultima istanza, solo per mezzo dell'attività combinata di tutti i membri della società stessa.
Il capitale non è una potenza personale: esso è una potenza sociale.
Se il capitale, dunque, vien trasformato in proprietà comune, che appartenga a tutti i membri della società, non avviene già perciò che una proprietà personale venga a trasformarsi in una proprietà sociale. Gli è solo il carattere sociale della proprietà che si cambia. Essa perde il carattere di proprietà di classe.
Veniamo al lavoro a salario.
Il prezzo medio del lavoro salariato è il minimo del salario, ossia la somma dei mezzi di esistenza occorrenti per mantenere in vita l'operaio in quanto è operaio. Ciò, dunque, che l'operaio salariato, mediante l'attività sua, fa suo, basta solo a mantenere e a riprodurre la sua magra esistenza. Cotesta appropriazione personale dei prodotti del lavoro, che è indispensabile alla conservazione e riproduzione della vita, noi non vogliamo punto abolirla; essa non reca alcun profitto netto, che dia potere sul lavoro altrui. Noi vogliamo soltanto abolire il tristo e misero modo di cotesta appropriazione, per cui I'operaio vive solo per aumentare il capitale, e quel tanto vive che è richiesto dall'interesse della classe dominante.
Nella società borghese il lavoro vivo è soltanto un mezzo per aumentare il lavoro accumulato. Nella società comunista il lavoro accumulato è soltanto un mezzo per rendere più largo, più ricco, più progredito il modo di esistenza dei lavoratori.
Nella società borghese il passato domina in sul presente, nella società comunistica il presente sarà signore del passato. Nella società borghese il capitale è personale ed indipendente mentre l'individuo operante è privo d'indipendenza e di personalità.
Ora l'abolizione di tale stato di cose vien detta dalla borghesia abolizione della personalità e della libertà. Ed a ragione. Prima si tratta per fermo di abolire la personalità, la indipendenza e la libertà del borghese.
Sotto il nome di libertà ora, per entro agli attuali rapporti borghesi della produzione, s'intende il libero commercio, e il libero comprare e vendere.
Caduto il mercantare, cade anche la libertà del mercantare. Le frasi risonanti del libero trafficare e mercanteggiare, come tutte le altre vanterie liberalesche della nostra borghesia, hanno in genere un qualche senso solo per rispetto e in contrapposto all'intralciato traffico ed alla vincolata cittadinanza del Medio-Evo, ma non ne hanno alcuno rispetto all'abolizione comunistica del commercio, delle forme borghesi della produzione, e della borghesia stessa.
Voi raccapricciate all'idea che noi vogliamo abolire la proprietà privata. Ma nella società vostra attuale la proprietà fu già abolita per nove decimi dei membri suoi: e la proprietà esiste solo in quanto non esiste per quei nove su dieci. Voi dunque ci rimproverate che noi vogliamo abolire una forma di proprietà, la quale suppone come sua indispensabile condizione il tener privi di ogni proprietà il gran numero dei membri della società.
Voi ci rimproverate, insomma, di volere abolire la proprietà vostra. Senza dubbio, e per fermo, ciò noi vogliamo.
Dal momento che il lavoro non si presti più a lasciarsi trasformare in capitale, in danaro, in rendita della terra, ossia, a farla breve, non si presti più a farsi trasformare in una forza sociale monopolizzabile: il che vuol dire dal momento che la proprietà personale non può esser più trasformata in proprietà borghese, da quel momento voi dichiarate che la persona rimane soppressa.
Voi, dunque, confessate, che sotto al nome di persona non sia da intendere se non il borghese, ossia il proprietario borghese. E questa persona deve essere, non c'è dubbio, soppressa.
Il comunismo non toglie ad alcuno la facoltà di appropriarsi i prodotti sociali, ma toglie solo la facoltà di giovarsi di tale appropriazione per recare in soggezione il lavoro altrui.
Fu mossa questa obiezione, che, abolita che fosse la proprietà privata, cesserebbe ogni impulso di attività, e una generale inerzia invaderebbe il mondo.
Se tal ragionamento reggesse, da un pezzo già la società borghese avrebbe dovuto andare in rovina per effetto della indolenza; poiché quelli che in essa lavorano non raccolgono profitto, e quelli che in essa profittano non lavorano. Tutta la grave obiezione si riduce a questa tautologia: non c'è più lavoro a salario là dove non sia più il capitale.
Tutte coteste obiezioni, come furono mosse alla forma comunistica del produrre e dell'appropriarsi i prodotti materiali, così furono anche rivolte contro la produzione ed appropriazione dei prodotti intellettuali. Quello stesso borghese il quale ritiene, che, cessando la proprietà di classe, cessi la produzione, afferma del pari che cessando la coltura di classe la coltura tutta perirebbe.
La coltura, la cui perdita si rimpiange, non è per la maggior parte degli uomini se non l'avviamento a diventare delle macchine belle e buone.
Ma astenetevi dal discutere con noi, giacché voi applicate all'abolizione della proprietà borghese i vostri criteri borghesi della libertà, della coltura, del diritto e così via. Le vostre idee sono anch'esse un prodotto dei rapporti borghesi della proprietà e della produzione, come il vostro diritto non è se non il volere della vostra classe elevato a legge, un volere il cui contenuto è già dato dalle condizioni materiali d'esistenza della vostra stessa classe.
Cotesta interessata concezione, che vi fa elevare al grado di leggi eterne della natura e della ragione quei vostri rapporti della proprietà e della produzione, che son nati in verità storicamente nel corso della produzione stessa, voi l'avete di comune con tutte le classi dominanti che già perirono. Ciò che voi intendete ed ammettete per la proprietà antica, ciò che voi riconoscete per la proprietà feudale, voi non siete più in grado d'intenderlo e di riconoscerlo quando si tratti della proprietà borghese!
Ma volere abolire la famiglia! Perfino i più avanzati fra i radicali s'indignano per tale obbrobrioso proposito dei comunisti.
Su che cosa riposa l'attuale famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno personale. Non esiste nel suo pieno sviluppo se non per la sola borghesia; ma essa trova il suo complemento nella forzata mancanza della vita di famiglia presso i proletari, e nella prostituzione pubblica.
La famiglia del borghese cadrà naturalmente col venir meno di tale complemento: e famiglia borghese e suo complemento spariranno con lo sparire del capitale.
Voi ci rimproverate di voler noi abolire lo sfruttamento dei fanciulli da parte dei genitori? Noi questo delitto lo confessiamo volentieri.
Ma voi dite che noi infrangiamo i più sacri legami, perché alla educazione domestica noi sostituiamo quella sociale.
Ma la vostra educazione non è anch'essa determinata dalla società; e cioè dalle condizioni sociali, in mezzo alle quali voi educate, e dall'intervento più o meno diretto od indiretto della società stessa, per mezzo della scuola? Non sono i comunisti che inventino l'azione della società su l'educazione: essi ne mutano soltanto il carattere, e sottraggono I'educazione all'influsso della classe dominante.
Le educazioni borghesi su la famiglia, su la educazione, e su i dolci legami che uniscono i figliuoli ai genitori, divengono sempre più nauseanti quanto più, per effetto della grande industria, i legami di famiglia si van perdendo del tutto tra i proletari, e i fanciulli si trasformano in articoli di commercio e in strumenti di lavoro.
Ma voi comunisti, così grida in coro la borghesia tutta intera, voi volete introdurre la comunanza delle donne.
Il borghese non vede nella moglie se non un semplice strumento di produzione. Ora nel sentire che gli strumenti di produzione saranno sfruttati in comune, esso non può fare a meno di pensare, che la stessa sorte dell'uso in comune debba toccare anche alle donne. E non capisce punto, che si tratta precisamente di togliere alla donna il carattere di un strumento di produzione.
Del resto non si dà nulla di tanto grottesco, quanto l'orrore da moralisti raffinati, col quale i nostri borghesi riguardano la pretesa comunanza delle donne, che avrebbe presso i comunisti carattere ufficiale. I comunisti non hanno per davvero bisogno d'introdurre la comunione delle donne, perché questa c'è stata quasi sempre.
I nostri borghesi, non paghi di avere a loro disposizione le mogli e e figlie dei loro proletari, usano - per passar sopra qui alla prostituzione ufficiale - di tenere per loro principalissimo spasso quello della mutua seduzione delle consorti loro.
Il matrimonio borghese è in verità la comunanza delle donne. Tutto al più si potrebbe muovere questo rimprovero ai comunisti, che essi, cioè, vogliono sostituire ad una comunione delle donne dissimulata con ipocrisia, un'altra che sarebbe ufficiale e sincera. Ma si capisce poi del resto, che aboliti che fossero i presenti rapporti della produzione, sparirebbe del pari la presente comunanza delle donne, che da
quei rapporti deriva, e ossia la prostituzione ufficiale e la non ufficiale.
I comunisti vengono inoltre accusati di voler distruggere la patria,la nazionalità.
Gli operai non hanno patria. Non si può toglier loro ciò che non hanno. Ma come il proletariato d'ogni paese deve innanzi tutto conquistare il potere politico, deve elevarsi a classe nazionale e deve costituirsi in nazione, così esso è e rimane ancora nazionale, sebbene sia tale in un senso affatto diverso da quello della borghesia.
Le delimitazioni e gli antagonismi dei popoli vanno via via sparendo, per lo stesso sviluppo della borghesia, per la libertà del commercio, per I'azione del mercato mondiale, per la uniformità della produzione industriale e per le condizioni di esistenza che da essa derivano.
Quelle differenze e quegli antagonismi spariranno ancor di più per effetto della supremazia del proletariato. L'azione combinata, per lo meno dei proletari dei paesi civilizzati, è una delle condizioni prime della liberazione del proletariato.
A misura che verrà abolito lo sfruttamento dell'individuo, verrà anche meno lo sfruttamento di una nazione per mezzo di un'altra.
Caduto che sia il contrasto delle classi nell'interno delle nazioni, finirà anche l'antagonismo fra le nazioni stesse.
Le accuse contro il comunismo, che muovono da considerazioni religiose, filosofiche, o altrimenti ideologiche, non meritano si faccia intorno ad esse un accurato esame.
Occorre forse una grande profondità di mente per intendere, che mutandosi le condizioni di vita degli uomini, e i loro rapporti sociali e il modo d'essere della società, si mutano anche le vedute, le nozioni e le concezioni, il che vuol dire che si muta la coscienza degli uomini?
Che cos'altro mai dimostra la storia delle idee, se non che la produzione intellettuale s'è andata cambiando col rivoluzionarsi della produzione materiale? Le idee dominanti da un dato tempo non sono se non le idee della classe dominante.
Si sente a parlare d'idee che mettono in rivoluzione una intera società. Ebbene con ciò si viene semplicemente a dire, che in seno alla società preesistente si son già sviluppati gli elementi di una società nuova, e che la dissoluzione degli antichi rapporti di vita va di pari passo con la dissoluzione delle antiche idee.
Quando il mondo antico stava per declinare, le antiche religioni furono tutte vinte dalla religione cristiana. Nel secolo XVIII le idee cristiane soggiacquero alla corrente dei lumi, nel momento appunto che la società feudale sosteneva l'estrema lotta con la borghesia, allora rivoluzionaria. Le idee di libertà di coscienza e di libertà religiosa non valsero se non a proclamare il principio della libera concorrenza nel campo del sapere.
"Ma - si dirà- non c'è dubbio che le idee religiose, morali, filosofiche, politiche e giuridiche si vanno modificando nel corso degli svolgimenti storici. Se non che, però, la religione, la morale, la filosofia, la politica, il diritto si mantennero sempre in vita in tutti questi mutamenti.
Vi ha inoltre delle verità eterne, come la libertà, la giustizia, ecc. che sono comuni a tutte le forme sociali. Il comunismo abolisce invece le verità eterne: esso abolisce la religione e la morale, in luogo di rinovellarle, e con ciò contraddice a tutto lo svolgimento storico verificatosi fin qui."
A che si riduce cotesta accusa? Tutta la storia della società s'è mossa fin qui attraverso ai contrasti delle classi, i quali nelle diverse epoche assunsero forme diverse.
Ma quale che fosse pure la forma assunta da tali contrasti, lo sfruttamento di una parte della società per mezzo di un'altra fu il fatto costante in tutti i secoli passati. Non è per ciò da meravigliare, se in tutti codesti secoli, malgrado le diversità e le variazioni che pur essa mostra, la coscienza sociale si muovesse sempre in certe forme comuni, in certe forme che andranno in dissoluzione solo col completo sparire dell'antagonismo delle classi.
La rivoluzione comunistica è la più radicale rottura con tutti i tradizionali rapporti della proprietà: non è quindi da meravigliare se nel corso del suo sviluppo essa la rompe nel modo più radicale con le idee tradizionali.
Ma lasciamo ora da parte le obiezioni della borghesia contro il comunismo.
Noi abbiamo visto più su, che la prima tappa della rivoluzione operaia consiste nel fatto, che il proletariato si elevi a classe dominante, e ossia consiste di raggiungere vittoriosamente la democrazia.
Il proletariato profitterà del suo dominio politico, per togliere via via alla borghesia tutto il capitale, per concentrare nelle mani dello stato, e ossia del proletariato organizzato qual classe dominante, tutti gli strumenti della produzione, e per aumentare con la massima celerità possibile le forze produttive.
Tutto ciò non può naturalmente accadere se non per via di dispotiche infrazioni al diritto di proprietà, e di violazioni ai rapporti borghesi della produzione, e ossia per mezzo di misure che appariranno quali economicamente insufficienti e insostenibili, ma che nel corso del movimento sorpasseranno sé stesse spingendo a nuove misure, e che per intanto son mezzi indispensabili per raggiungere la sovversione della intera forma di produzione. 
Codeste misure saranno, s'intende, da paese a paese diverse.
Ma nei paesi più progrediti, quelle che qui appresso si indicano potranno essere a un di presso generalmente applicate:

4. Confisca dei beni degli emigranti e dei ribelli;

5. Centralizzazione del credito in mano allo stato, mediante una banca nazionale con capitale di stato e con monopolio esclusivo;

6. Centralizzazione dei mezzi di trasporto in mano allo stato;

7. Aumento delle fabbriche nazionali e degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano generale;

8. Eguale obbligo di lavoro per tutti, organizzazione di eserciti industriali specialmente in vista dell'agricoltura;

9. Combinazione dell'esercizio dell'agricoltura e dell'industria, e misure atte a preparare la lenta sparizione della differenza fra città e campagna;

10. Educazione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli. Abolizione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche, nella sua forma attuale. Combinazione dell'educazione con la produzione materiale.

Quando nel corso degli eventi le differenze di classe saranno sparite, e tutti i mezzi di produzione saranno venuti nelle mani degli individui associati, il potere pubblico avrà naturalmente perduto ogni carattere politico. Il potere politico, nel senso vero e proprio della parola, non è se non il potere organizzato di una classe per la oppressione di un'altra. Ora se il proletariato nella lotta contro la borghesia è forzato a raccogliersi in classe, e se fattosi poscia pur mezzo della rivoluzione classe dominante distrugge violentemente gli antichi rapporti della produzione, esso per tal modo abolendo cotali rapporti abolisce le condizioni di esistenza dell'antagonismo di classe, e cioè abolisce le classi in generale e il suo proprio dominio di classe.
Alla società borghese, con le sue classi e coi suoi antagonismi di classe, subentrerà una associazione, nella quale il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione del libero sviluppo di tutti.





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