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giovedì 12 novembre 2015

LENIN E LA DEMOCRAZIA DI PARTITO (Lenin and Democracy Party)


LENIN E LA DEMOCRAZIA DI PARTITO


Dieci anni dopo la rivoluzione, nel clima appassionato e teso di discussioni e di contrasti sulla piattaforma della maggioranza del Comitato Centrale (C.C.) del partito e quella del blocco delle opposizioni - definito poi blocco antipartito - capeggiato da Grigory Zinoviev e Leon Trotsky, prima durante e dopo il XV congresso dell'ottobre 1.927, circolavano nel partito, con particolare insistenza, ragionamenti come questo: chi e in quali occasioni fra i massimi esponenti del partito era stato nel passato recente o lontano in disaccordo con Lenin e chi era sempre stato d'accordo con lui. 
Al vaglio, non sempre scrupolosamente obiettivo, nessuno degli esponenti dell'opposizione si salvava. O su posizioni di destra o di sinistra, o prima della rivoluzione, o durante, o dopo tutti gli oppositori si erano sempre schierati in momenti decisivi contro Lenin. In contrapposto, gli appartenenti alla maggioranza erano coloro che meno avevano peccato contro Lenin e, taluni di essi, in primissimo luogo Joseph Stalin, erano sempre stati d'accordo con lui. Si voleva in tal modo presentare Stalin come il più fedele interprete e continuatore del pensiero e dell'opera di Lenin e, coloro che con Stalin divergevano, gli avversari incancreniti e incorreggibili del leninismo, anzi, dei nemici del leninismo, del partito, della rivoluzione e dell'Unione Sovietica. 
Era l'inizio della identificazione di Stalin con il leninismo, la rivoluzione e il socialismo.
E l'operazione riuscì abbastanza rapidamente quantunque nulla si possa immaginare di più antitetico al pensiero, allo spirito e al metodo di Lenin, il quale disistimava tra i componenti degli organismi .dirigenti del partito e dello stato massimamente coloro che sapevano dire sempre e soltanto di si, che non sapevano sbagliare perchè non ne avevano il coraggio o perchè non sapevano pensare con la propria testa. 
Dal 1924, soprattutto dal XV congresso del partito in poi, tutto quello che nell'Unione Sovietica si fece, in bene e in male, venne fatto nel nome di Lenin e del leninismo, come se gli uomini avessero cessato di avere una propria responsabilità e fossero diventati dei sacerdoti chiamati ad interpretare in modo più o meno fedele e rigoroso il verbo enunciato da Lenin. La dimostrazione della fedeltà a Lenin e al leninismo si trasformò a poco a poco in una esercitazione pedantesca di ricerca unilaterale e faziosa di brani dei suoi scritti, adatti a spiegare tutte le situazioni e a risolvere tutti i problemi. 
Il solo sacerdote veramente infallibile nella interpretazione esatta del pensiero di Lenin divenne Stalin, chi si metteva in contrasto con Stalin, si metteva automaticamente in contrasto con Lenin e commetteva non un errore, ma un crimine imperdonabile.
In conseguenza di ciò, l'opera compiuta per decenni da apologeti superficiali e unilaterali e quella dei detrattori, avversari interessati, hanno finito per imporre ad un largo pubblico una immagine falsa del pensiero di Lenin e della sua figura di uomo e di rivoluzionario. 
II teorico della natura di classe dello stato, della fase imperialistica, di sviluppo del capitalismo, della trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile, della dittatura del proletariato, del terrore rosso per stroncare il terrore bianco dei nemici della rivoluzione e della costruzione della III internazionale per promuovere e dirigere la rivoluzione socialista nel mondo, non ha mai preteso di dettare la soluzione di tutti i problemi futuri dell'Unione Sovietica e dell'umanità. Egli cercava semplicemente la via migliore per risolvere i problemi immani che la storia tormentata di quegli anni poneva di fronte al partito, al giovane stato sovietico e al movimento comunista internazionale, partendo dalla concezione rivoluzionaria di Karl Marx, consapevole che la rivoluzione bolscevica aveva aperto una nuova fase della storia universale. 
Come uomo di pensiero e di azione, come rivoluzionario moderno, che aveva studiato la realtà russa e il movimento operaio internazionale dell'ultimo mezzo secolo, era la negazione assoluta delle formule e dei dogmi. La sua nota intransigenza nella difesa delle proprie posizioni e delle proprie opinioni sui problemi concreti era pari alla sua tolleranza nell'ascoltare e studiare le ragioni e le opinioni degli altri, per coglierne tutto quanto potevano contenere di giusto e di positivo, anche se giudicato complessivamente errato. 
La conoscenza più obiettiva della sua vita di uomo e di rivoluzionario, due aspetti che in lui si integrano in sommo grado e si fondono, ce lo mostra grande per le sue incomparabili doti di combattente e di dirigente e per il coraggio di riconoscere gli errori che lui stesso poteva commettere. Egli lasciò un'impronta profonda sui primi dieci anni della rivoluzione, che costituiscono il periodo più fecondo, più umano e più ricco di fermenti e di idee.
Abbracciata la causa del proletariato e degli sfruttati, di cui conosce le immense sofferenze e le condizioni storiche e sociali che le determinano, Lenin si rende perfettamente conto che la lotta di classe e il trionfo di questa causa, che è in pari tempo la causa del progresso e della liberazione dell'umanità da tutte le schiavitù, non è un idillio. Questa lotta ha le sue leggi inesorabili alle quali è giocoforza assoggettarsi, senza l'inceppo di romantici sentimentalismi, pena la disfatta, per aprire all'uomo la via verso la futura libertà integrale. 
Tutte le volte che egli ha propugnato, sul piano teorico e pratico, l'adozione di misure coercitive e repressive, lo ha sempre giustificato con la necessità di difendere la rivoluzione e le sue conquiste, contro i nemici interni ed esterni, per scongiurare alla classe operaia e al popolo catastrofi e lutti maggiori, come è accaduto dopo la Comune di Parigi e la rivoluzione del 1905; con l'esistenza in Russia di rapporti di forza sfavorevoli alla classe operaia, la sola conseguentemente rivoluzionaria, rispetto al rimanente dei cittadini. Egli sapeva che queste due condizioni erano storicamente transitorie e che, con il superamento delle quali, le forme e il grado di coercizione e di violenza contro la minoranza degli avversari e dei nemici dovevano gradualmente perdere la loro intensità. allargando via via i confini alla libera espansione della personalità umana per tutti. 
La tesi secondo la quale più progredisce la costruzione socialista, più si inasprisce la lotta delle classi e più pericoloso diventa il nemico di classe, dalla quale è derivata nella pratica la repressione spietata di qualsiasi pur timido dissenso, l'attribuzione della responsabilità di qualsiasi difficoltà e di ogni insuccesso al sabotaggio del nemico e all'opera della controrivoluzione, con tutte le luttuose conseguenze che hanno coperto un lungo periodo storico, non è assolutamente di Lenin. Essa è anzi la negazione delle sue concezioni. 
Lenin prevedeva, al contrario, che si dovesse compiere una svolta nell'adozione dei metodi repressivi quando la controrivoluzione e lo intervento armato straniero fossero stati definitivamente sconfitti. 
In questo senso egli si esprimeva in una lettera diretta a Felix Dzerzhinsky, ricordata da Palmiro Togliatti nella sua nota intervista a "Nuovi Argomenti" del 1956.
Lenin concepisce il partito come un'associazione volontaria di combattenti consapevoli per il socialismo. Il partito deve essere la parte più cosciente della classe operaia, la sola classe conseguentemente rivoluzionaria, e questa qualità del partito deve riflettersi anche nella composizione delle sue file e dei suoi organi dirigenti, che deve essere prevalentemente operaia. L'ideologia cui si ispira il partito deve essere il marxismo inteso come pensiero rivoluzionario vivo, non corrotto dal revisionismo, che ha compiuto scoperte fondamentali di valore rivoluzionario universale, senza esaurire il campo del conoscibile, e di cui nessuno possiede il monopolio.

"Nulla sarebbe a noi più gradita di una critica marxista data dal di fuori della nostra analisi, - scriveva egli in polemica con Karl Kautsky, - Invece di scrivere frasi assurde (e in Kautzki ve ne sono molte), secondo le quali si pretende che qualcuno impedisca di criticare il bolscevismo, Kautzki avrebbe dovuto dedicarsi ad una simile critica". 
(La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautzki).

Quale strumento insostituibile, e non necessariamente isolato, di lotta per la conquista del potere e la costruzione del socialismo, il partito deve essere unito nell'azione sulla base di una piattaforma politica fissata, corretta e sviluppata dai congressi, che sono la manifestazione suprema della volontà collettiva, democraticamente espressa. I congressi devono essere tenuti regolarmente e con frequenza, perchè possano essere essi e non altri organismi delegati a decidere su tutte le questioni più importanti. 
Durante i difficili anni della rivoluzione e della guerra civile, nelle situazioni più drammatiche e pericolose, e fino a quando l'infermità non ha staccato Lenin dal lavoro regolare, i congressi sono stati tenuti tutti gli anni. Inoltre, nell'intervallo tra i congressi venivano tenute delle conferenze. 
Allora non si era ancora scoperto che i congressi fanno perdere del tempo. Lo statuto del partito stabiliva che le organizzazioni del partito, rappresentanti un terzo degli iscritti, che erano stati rappresentati al precedente congresso, potevano in qualsiasi momento chiedere la convocazione di un congresso straordinario. E se il C.C. avesse respinto la richiesta, le organizzazioni richiedenti potevano assumere tutti i poteri del C.C. per la convocazione e l'organizzazione del nuovo congresso.
Congressi e conferenze erano occasioni per mettere in discussione tutta la politica del partito. Quando la Aleksandra Michajlovna Kollontaj sostenne al congresso, a nome della "Opposizione operaia", che essa intendeva modificare la linea politica del partito, Lenin rispose che tutti hanno il diritto di volere modificare la linea politica del partito, e che tale possibilità era stata concessa anche alla "Opposizione operaia". 
La stessa larghezza di vedute si trova in Lenin in tutte le questioni della vita interna del partito.
Il concetto di monolitismo, sviluppato e applicato al partito negli anni successivi al 1927, è estraneo a Lenin. Egli parla della necessità di coesione, di compattezza, di unità, di lavoro unanime e di volontà unica nella direzione dell'azione del partito. Ma come obiettivi da raggiungere in ogni concreta situazione, in ogni fase della lotta. La disciplina del partito non è, secondo lui, semplice costrizione esterna. Essa deve fondarsi sulla coscienza dell'avanguardia proletaria, sulla sua fedeltà alla causa della rivoluzione, sulla capacità di autocontrollo, sul suo spirito di sacrificio e sul suo eroismo; essa deve basarsi sulla attitudine ad avvicinarsi alle masse proletarie in primo luogo, come pure alle masse lavoratrici non proletarie, sulla capacità di legarsi e, in una certa misura, fondersi con queste masse; sulla linea politica sicura dell'avanguardia, sulla giustezza della sua tattica e della sua strategia, con il presupposto, sempre, che le masse si convincano per esperienza propria della loro giustezza. 
Senza queste condizioni, dice Lenin, "ogni tentativo di creare una tale disciplina si trasforma inevitabilmente in frasi sconclusionate, in verbalismo e in caricatura". 
Tutte queste condizioni non sono sempre conseguibili nello stesso tempo, nella misura necessaria e una volta per tutte. Bisogna sapere mettere in moto e spingere avanti un processo in tale direzione; nel corso di tale processo si incontrano delle difficoltà, degli ostacoli che bisogna sapere affrontare, superare e vincere, anche con urti, possibilmente senza rotture. L'unità del partito si ottiene con la convinzione, con la consapevolezza di tutti i militanti, sulla base della più ampia libertà di espressione del pensiero e di critica. 
La disciplina nel senso di coercizione ha i suoi limiti e non può mai diventare imposizione amministrativa. Unità e disciplina devono essere combinate, ma nel partito rivoluzionario del proletariato l'elemento determinante e decisivo deve sempre essere la convinzione. 
La coercizione è una esigenza esterna, imposta dalla necessità di presentarsi uniti e compatti di fronte all'avversario, si seguire nella pratica una e non due o tre politiche contrastanti, pena la sconfitta. La necessità di ricorrere alla disciplina è sempre indice di debolezza. Perché la libertà di critica non risponde a considerazioni di democrazia pura, astratta, per la quale Lenin ha sempre manifestato il più altro disprezzo, ma alla necessità che ogni comunista sia un cervello pensante, per raccogliere in una sintesi generale il contributo dell'esperienza, delle riflessioni critiche e dei ragionamenti di tutti i militanti. Quando non è possibile, a queste condizioni, ottenere l'unità nell'azione, unità nell'azione si badi bene e non accettazione di posizioni della cui giustezza non si è convinti, - non si risolve il problema impedendo a chi dissente di esprimersi. 
Quando il dissenso non si può comporre, o contenere nei limiti della critica e del dibattito, e l'unità nell'azione viene irrimediabilmente compromessa, Lenin non esita ad affermare che è preferibile "una onesta e aperta scissione" del partito, anche nelle condizioni più difficili e pericolose (16 novembre 1917).
Quante cose ingiuste sono state dette e fatte dal 1924 al 1953 per tutelare il carattere monolitico del partito, avvalendosi dello schermo del centralismo democratico! La norma del centralismo democratico è diventata lo strumento per omogeneizzare gli organismi dirigenti e i cervelli, per impedire la manifestazione del dissenso, soffocare la critica e lo stimolo del pensiero, fino alla pratica sbrigativa di impedire a chi dissente di parlare e di scrivere, per fare credere che chi detiene le leve del comando del partito e dello stato, qualunque cosa faccia o dica non sbaglia mai e ha sempre ragione .
L'essenza del pensiero e dell'azione pratica di Lenin in questo campo sono chiari: la maggioranza decide in ultima istanza, dopo la libera e ampia discussione, ma non basta essere maggioranza per avere necessariamente ragione. Anche la maggioranza può sbagliare. La critica di chi è rimasto minoranza è perciò legittima e necessaria€ al partito. 
Quando David Riazanov propose al X congresso del partito un'aggiunta alla famosa risoluzione detta dell'Unità del partito, - usata poi in seguito per liquidare ogni opposizione e ogni divergenza, - nel senso di vietare che fossero portate a conoscenza del patito eventuali divergenze, Lenin si oppose decisamente, perchè:
"Non possiamo privare il partito e i membri del C.C. del diritto di rivolgersi al partito nel caso in cui sorga un dissenso su una questione fondamentale. Non riesco a figurarmi, - esclama egli, - come potremmo fare questo!" 
Così egli respinse la proposta ancora di Riazanov di impedire che nei congressi si potesse votare sulla base di distinte mozioni. 
"Se le circostanze faranno sorgere dissensi fondamentali, - argomenta Lenin - possiamo noi proibire che vengano sottoposti al giudizio del partito? No! Questa è una pretesa soverchia, non attuabile e propongo di respingerla".

Lenin riconosce persino una specie di diritto alla immunità per il membro del C.C. dissenziente, perchè quando un oppositore sostenne, sempre al X congresso, che il 7° paragrafo della risoluzione sull'unità del partito relativo alle misure disciplinari contro i membri del C.C., era inutile perchè lo Statuto dava ugualmente al C.C. il diritto di procedere, Lenin rispose che il proponente non conosceva nè lo Statuto, nè i principi del centralismo democratico, nè quelli del centralismo, e proseguiva: 
"Nessuna democrazia, nessun centralismo consentirà mai al C.C., eletto dal congresso, di destituire qualcuno dei suoi membri. Il C.C, viene eletto dal congresso e con ciò il congresso gli trasmette la direzione. E il nostro partito in nessun luogo ha mai concesso al C.C. un tale diritto nei confronti di un proprio membro".

Vivente Lenin si è tentato una sola volta di applicare i rigori del paragrafo 7° della risoluzione sull'unità del partito. Istruttivo è I'esito. 
Dopo il X congresso la "Opposizione operaia" non disarmò. Mantenne una propria organizzazione semiclandestina, ramificata nel partito e nel Paese, si concertava sul comportamento da assumere nelle varie istanze, tentò di conquistare con uomini di propria fiducia la direzione di alcuni sindacati tra i quali quello dei metallurgici, dei Soviet della provincia, e così via. Tante ne fece I'opposizione che la maggioranza del C.C. propose di espellere il proprio membro Aleksandr G. Scliapnikov. 
Il 9 agosto 1921 si tenne la riunione congiunta del C.C. e della C.C.C. prevista in questi casi dalla risoluzione sull'unità del partito. L'espulsione non potè effettuarsi perchè mancò un voto al raggiungimento dei due terzi prescritti.
La questione ebbe una coda all'Xl congresso del partito del marzo-aprile 1922. L'opposizione non si era sciolta dopo la mancata sanzione disciplnare. Il congresso nominò una commissione composta da 19 delegati per fare una richiesta e riferire. La commissione potè accertare: 

1 - Che gli oppositori avevano mantenuto una posizione equivoca verso approcci indiretti di elementi che in Occidente volevano dare vita ad una IV internazionale.

2 - Che la Kollontai aveva tenuto un discorso contro la politica del partito al congresso dell'Internazionale. 

3 - Che l'opposizione teneva riunioni di frazione, e la Kallontai non lo negò, ma si rammaricò soltanto perchè erano state poche. 

4 - Scliapnikov e Miedviediev non avevano fatto conoscere al partito lettere contro il partito medesimo a loro dirette.

5 - Gli oppositori avevano compilato in una riunione clandestina e alla presenza di un espulso dal Partito, e inoltrato al Comintern, un appello contenente accuse gratuite infondate contro il partito, la sua politica ed i suoi dirigenti, ed altri atti della medesima natura. 

A proposito dell'ultimo punto Lenin non contestò agli oppositori il diritto di rivolgersi direttamente al Comintern, ma condannò il modo e la sede dove l'appello eta stato compilato, e il suo contenuto calunnioso.

Dopo tutto questo, dopo il X congresso e la risoluzione sull'unità del partito, l'XI congresso concluse dando mandato al nuovo C.C. di espellere la Kollontai, Scliapnikov e Miedviediev, con la procedura prevista dal famoso 7° paragrafo... "nel caso in cui essi non desistessero dall'azione frazionistica!"
Venne invece espulso un tale Mitin, per la sua azione disgregatrice nel Donbass, e un tale Kuznietzov, per avere celato al partito il suo passato di borghese e di avversario.

Questo era Lenin e questo era il partito bolscevico all'epoca sua. Già allora il suo metodo, che era l'indice della sua forza ed espressione delle sue concezioni, a tutti non garbava.
Al X congresso Ossinski e Riazanov lo accusarono di fare del politicantismo per le sue insistenze di includere gli oppositori negli organismi dirigenti del partito e dello stato, talvolta contro la volontà dei medesimi.
Ma lui, Lenin, rispondeva serenamente che non era politicantismo, che si trattava della politica "che il C.Cl conduceva e avrebbe condotto". Perchè, "quando esistono gruppi e tendenze malsane, dobbiamo rivolgere ad essi un'attenzione triplicata. Se esiste anche soltanto un qualche cosa di sano in questa opposizione, bisogna compiere ogni sforzo per separare il sano dal guasto". 
Egli sapeva perfettamente che le divergenze sono sempre anche il riflesso di condizioni che esistono nella realtà politica e sociale.
Per cui, non con le misure amministrative bisogna reagire, - alle quali misure si deve ricorrere con moltissima prudenza e soltanto nei casi estremi, - ma con l'azione intelligente e paziente, per modificare gli elementi soggettivi e obiettivi della realtà.
Uno schema dei suoi appunti, sulla base dei quali egli trattò il problema dell'unità del partito, indicano nelle misure per contrastare il frazionismo, in primo luogo, la pubblicazione permanente della "Tribuna di discussioni", e la più ampia libertà di critica.
Tra le cause del frazionismo metteva il distacco dalle masse da parte del partito e citava tra i meriti dell'opposizione l'avere segnalato la necessità di migliorare le condizioni degli operai, di lottare contro il burocratismo, di sviluppare la democrazia e l'iniziativa autonoma.
Quando Lenin venne a mancare, e quando questi suoi insegnamenti vennero abbandonati o distorti, le conseguenze negative furono incalcolabili.
Soltanto le energie incommensurabili che la rivoluzione aveva sprigionato nel partito, nella classe operaia e nel popolo, permisero, malgrado tutti gli errori e immensi sacrifici, al socialismo di affermarsi e di avanzare.


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sabato 1 agosto 2015

CAMILLA CEDERNA - Giornalista e scrittrice italiana (Italian journalist and writer)


Camilla Cederna
(Milano, 21 gennaio 1911 – Milano, 5 novembre 1997) 

Chi voglia davvero capire com'era l'ltalia, e com'erano gli italiani cinquant'anni fa e come sono andati cambiando abitudini, mentalità, stili di vita, non potrà limitarsi a studiare le vicende politiche del paese, i contrasti sociali che l'hanno diviso, ma dovrà anche fare ricorso a quella straordinaria cronista che fu Camilla Cedema, che ha raccontato, settimana dopo settimana - prima sull'Europeo, poi sull'Espresso - le nostre abitudini, le nostre ambizioni, i nostri vizi. 
Giomalista di costume, dunque, secondo una tradizione del nostro giomalismo che risale alla grande Matilde Serao, ma che all'improvviso, a quasi sessant' anni, si trasforma in giomalista di inchiesta, di denuncia e d'assalto.

Il 12 dicembre del 1969 arriva a Piazza Fontana: una bomba esplosa dentro la Banca dell'Agricoltura ha lasciato sul terreno sedici morti e ottantotto feriti:
"Sento di colpo i piedi umidi, racconta, mi è entrato il sangue nelle scarpe".
Comincia qui una sorta di seconda vita di Camilla che indaga adesso su quella che venne chiamata la "strategia della tensione", denunciando le reticenze e le insufficienze delle inchieste, i silenzi o le menzogne della polizia, le connivenze delle autorità. 
Nel 1971 pubblica dunque Pinelli, una finestra sulla strage, nel 1975 Sparare a vista, e infine nel 1978, quel celeberrimo Giovanni Leone, la carriera di un presidente che venderà oltre 800.000 copie, le costerà un processo e una condamma per alcune notizie inesatte, ma costringerà quel presidente ad abbandonare il Quirinale.

La trasfomazione di Camilla da brillante osservatrice di moda e di costume a implacabile gionalista di denuncia ci dice qualcosa di più di una vicenda personale: è la nostra stessa storia, la storia del nostro paese, che da allora, da quel dicembre del1969, da quelle bombe a Piazza Fontana, si trasforma, si fa più cattiva, feroce, lacerata da intrighi, da altre bombe lanciate su altre piazze, e ancora da attentati e morti per le strade vittime del terrorismo.

La moda è la prima vocazione e passione della giovane Camilla che, nata nel 1911 in una famiglia della buona borghesia milanese, si laurea con una tesi sulle Prediche contro il lusso delle donne dai filosofi greci ai Padri della Chiesa
E del lusso si occuperà per decenni, come giornalista. 
Il suo primo vero articolo, pubblicato sul Corrieie della Sera il 7 settembre del 1943, intitolato "Moda Nera" è un bozzetto di costume sulle donne dei gerarchi fascisti, a cominciare da Claretta Petacci, l'amica di Mussolini. Attenzione alla data: il giomo dopo, l'8 settembre verrà annunciata la firma dell'armistizio. L'ltalia dunque è divisa in due, e al Nord tornano i fascisti.
Quell'articolo le costa una denuncia, alla quale Camilla si sottrae rifugiandosi con la famiglia lontano da Milano.

Alla Liberazione, nel 1945, è tutto un fiorire di quotidiani e settimanali. Arrigo Benedetti, che è stato uno dei più grandi giornalisti italiani, la vuole con lui all'Europeo, il primo grande settimanale italiano (lo stesso Benedetti la vorrà con sé, nel 1956 all'Espresso), dove di occuperà, essendo donna, di moda. Ma per Camilla la moda non è frivolezza, è costume. Attraverso la moda, attraverso il vestire, rivela, con uno stile brillante a volte impietoso, i gusti, gli orientamenti, le ambizioni della società milanese. 
"È una signorina di buona famiglia" scriverà di lei Guido Vergani "capace di sorridenti cattiverie, di aceti in una prosa solo apparentemente frivola [...]. Nelle sue sferzate che non hanno virulenza e sono quasi mimetizzate dalla grazia, emergono il sano moralismo della borghesia illuminata lombarda, quella che ha nel proprio sangue Pietro Verri e Carlo Catteneo, e il senso dello humour del popolino milanese".
Camilla segue i cambiamenti della moda e del gusto, il passaggio dal new look al tubino nero, dall'armadillo portato al guinzaglio, ai primi viaggi a New York e le prime vacanze a Bora Bora. Fino all'esplodere di quello che è stato chiamato il "miracolo" italiano. 
"Mai come oggi a Milano si è visto tanto danaro correre così in fretta", avverte Camilla. E segnala la moltiplicazione dei negozi di antiquariato, il trionfo defia nuovissima figura dell'arredatore, la soddisfazione della signora che ha avuto per regalo a Natale una pelliccia di zibellino da 30 milioni, la indignazione per le eccessive pretese delle cameriere. 
La buona società milanese godeva dei suoi ritratti ironici, "la delusa", "la pedante", "la snob" "l'efficiente" dietro i quali era possibile riconoscere le più note signore della città. E nessuno si offendeva. Tutt'altro.
Dopotutto era quasi un privilegio essere citati nella sua rubrica e riconosciuti. La buona società milanese coccolava Camilla, elegante signora milanese sempre ben pettinata, sempre ben truccata, sempre ben vestita che non si era mai voluta sposare e viveva con la vecchia mamma altrettanto elegante, ben vestita e truccata. 
Camilla, da buona milanese era una gran lavoratrice. Prendeva note dovunque, a un ricevimento, a una cena alla Scala. Poi, a casa, (non amava il chiasso della redazione) batteva a macchina velocissima, con due dita, su una Olivetti nera dai tasti consunri, una gatta perennemente sulle ginocchia.

Dal dicembre 1969 la vita di Camilla cambia. Uno dei più celebri giornalisti italiani, Indro Montanelli, irride alla sua tardiva passione civile (ma lei risponde "cosa mai ti fa pensare che per questa ci voglia un'età acerba?"), uno degli avvocati difensori di Leone nel corso del processo irride: "Guardate, alla sua età osa ancora portare i jeansr, per molti mesi è costretta a girare scortata da due poliziotti ("ormai, dirà, sono come parenti").

Ma se la buona società milanese preferisce adesso ignorarla, Camilla gode ora del sostegno, della simpatia del vero e proprio entusiasmo dei giovani, studenti ed operai, e di quel vasto movimento che chiede la verità sulle stragi e le trame. Lei continua a lavorare, instancabile, con le sue inchieste, senza tuttavia abbandonare la sua rubrica "ll lato debole" che terrà sull'Espresso, fino al 1976. 
Se ne va dal suo giornale qualche anno dopo, malata. Morirà nel 1997. 
Mi dicono che a Milano, la sua città, non le è stata ancora dedicata una strada.

mercoledì 29 luglio 2015

LINA MERLIN - Contro la prostituzione (Against prostitution)



Lina Merlin, all'anagrafe Angelina Merlin (Pozzonovo, 15 ottobre 1887 – Padova, 16 agosto 1979), è stata una politica e partigiana italiana, membro dell'Assemblea Costituente e prima donna a essere eletta al Senato.
Il suo nome è legato alla legge 20 febbraio 1958, n. 75 - conosciuta come Legge Merlin - con cui venne abolita la prostituzione legalizzata in Italia.


Tutti i bambini delle scuole d'Italia si mobilitarono: chi portava una coperta sfilacciata ai bordi; chi un cappottino smesso; chi una sciarpetta di lana appena approntata dai ferri della mamma; chi un paio di scarpe più volte risuolate marron con i lacci. Al suono della campanella, le bidelle correvano da una classe all'altra, ficcavano rapide "gli aiuti al Polesine" nelle lenzuola vecchie, annodate, e li portavano in Direzione. Era la fine di novembre del 1951: il Po infuriato aveva sommerso i paesini spalmati sul suo delta. Alunne con il fiocco blu e alunni col fiocco bianco venivano fotografati accanto alle montagne di pezze. L'immagine confusa di qualche classe smunta e compunta veniva pubblicata sulle gazzette locali.
"Ecco il Polesine", invece di "buongiorno senatrice" o "Ciao, Lina". Così i colleghi partigiani (comunisti, socialisti) e gli avversi (tutti gli altri) salutavano l'arrivo a Palazzo Madama di Angelina Merlin. 
Classe 1887, nativa di Pozzonovo di Padova, membro della Costituente e senatrice socialista, vedova a vita (nel senso di ufficialmente singola) del compagno Dante Galliani, fervente socialista polesano, scomparso fin dal 1936. 
Lina era fissata con leggi per il Polesine. Già prima dell'alluvione-catastrofe del 1951 e fino a quando il "miracolo economico" non blandì anche quelle sfortunate terre fangose e malariche, tutti gli dnni, in occasione dell'approvazione delle leggi di bilancio, lei si metteva alle costole del ministro dell'Agricoltura e non mollava finché non aveva ottenuto pochi o tanti stanziamenti per i comprensori del Delta.
È difficile raccontare di Lina Merlin perché è un'icona del femminismo ante litteram ed è inchiodata alla legge che porta il suo nome. Ed è anche vituperata, per questo. 
Bacchettona, irresponsabile, utopista: da una decina d'anni ne abbiamo sentite e lette tante su di lei. Lina Merlin ha semplicemente pagato, in memoria, il prezzo di una troppo persistente notorietà, adulatoria o denigratrice, dovuta all'ignavia del Parlamento italiano che, fatta la riforma del 1958 che abolì il regime della prostituzione di Stato, non è stato più capace di legiferare in materia, di riformare quella legge diventata con gli anni sempre più inadeguata alla realtà cambiata, nella prostituzione e non solo.
Agiografici sono i pochi scritti commemorativi su lei oggi reperibili. Intrisi della retorica classista e progressista dell'epoca sono i suoi discorsi in Parlamento. La dipingono come una Giovanna D'Arco della virtù la maggior parte degli articoli sui giornali che si riferiscono al periodo di massima notorietà, a ridosso dell'approvazione della legge. Tra quelli denigratori spiccano gli attacchi al fiele di Gianna Preda, sul Borghese, che la definiva "nemica della famiglia e della salute pubblica". 
C'è, però, la sua autobiografia: La mia vita pubblicata postuma (Giunti 1989). 
Elena Marinucci, anche lei senatrice socialista e protagonista nel "movimento", sul cotè istituzionale del neo-femminismo degli anni Settanta del secolo scorso, andò a scovare Franca Cuonzo Zanibon, la figlla di una cugina di Lina Merlin precocemente scomparsa che Ie fu affidata. La Zanibon aveva il testo dell'autobiografia scritta dalla madre-cugina quando questa aveva quasi ottanta anni. La pubblicò, Marinucci, perché le si stringeva il cuore: nel Partito Socialista degli anni Settanta e Ottanta della nobile compagna "Polesine" nessuno parlava più.
Nobile d'animo Lina Merlin lo era, o comunque faceva di tutto per sembrarlo. E rispettosissima del marito. Il già famoso deputato Dante Galliani, quando la sentì commemorare Rosa Luxenburg in una sezione di partito, le disse: 
"Signorina, con quegli occhi e quella voce lei può affascinare le folle. Ha parlato bene, ma non conosce il socialismo teorico. Lei è colta e non farà fatica a studiare Marx". 
E lei rispose:
"Grazie, onorevole. Studierò". 
Sembra che i due abbiano continuato a darsi del lei anche dopo il matrimonio.
Per sdrammatizzare quella che rischia di essere una fin troppo facile celebrazione, cominciamo col dire che della sua vita "vera" non sappiamo niente. La sua autobiografia, che si legge volentieri, è scritta come un discorso "alle masse". E poi insinuiamo che le "case chiuse" non le abolì Lina Merlin bensì I'Onu. 
Con I'adesione all'Onu l'ltalia sottoscrisse la Convenzione del 1949 che, tra l'altro, ordinava "la repressione della tratta degli esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione". 
Superare il regime delle Case di Tolleranza gestite dalo Stato era dunque obbligatorio. 
Il ministro degli Interni Scelba, già nel 1948, aveva smesso di rilasciare licenze di polizia per l'apertura delle Case e nello stesso anno la senatrice Merlin aveva presentato la prima e unica proposta di legge in materia. I colleghi e le colleghe, di govemo e d'opposizione, furono ben felici di delegarle quel delicato compito. Naturalmente lei ci mise del suo: richiamò l'articolo 3 della Costituzione (fu tra i membri che la scrissero) sull'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, per spiegare perché la prostituzione poteva essere abolita e basta, senza alcun controllo o permesso di esercitarla in luogo pubblico, ché altrimenti la dignità delle prostitute sarebbe stata oltraggiata. E tenne duro su quella impostazione per nove anni: l'iter della legge fu lento e costellato d'ostruzionismo, di destra e di sinistra, di parte laica e di parte cattolica. Ma lei era tenace, odiava la proprietà privata, lo sfruttamento "dell'uomo sull'uomo" e le "signore borghesi". Mentre aveva a cuore l'emancipazione delle donne oppresse.



Era rispettata, brava a parlare e a convincere. E non si perdeva in fronzoli. lndossava eleganti cappellini,  è vero, e c'è persino una foto che la ritrae in vestaglia di raso, i capelli riccioluti e le labbra dipinte. Come una prestante maitresse di bordello.
C'è un'altra drammatizzazione da sfatare, tramandata dalla vulgata femminista fino ai nostri giorni, che la vuole sola e contro tutti nella lunga battaglia per l'approvazione della legge "Per la chiusura delle case di prostituzione e lo sfruttamento della prostituzione altrui". 
Non è vero: la allora potente Unione Donne Italiane, di cui fu tra le fondatrici, l'appoggiava. La buona metà del Parlamento non fece mai mancare il suo sostegno: molti icolleghi di tutti i gruppi politici e le (poche) colleghe del suo schieramento. Andava in giro a visitare case chiuse, ospedali celtici e prigioni assieme all'inseparabile amica giornalista Carla Barberis. 
Il mestiere di parlamentare le piaceva perché le assicurava una vita indaffarata, un ruolo pubblico di tutto rispetto. E le piaceva anche destreggiarsi nelle lotte intestine al suo partito: allorquando i suoi successi e i suoi eccessi in difesa dei dannati della terra davano fastidio lei si batteva apertamente, forte della popolarità alla base del partito, dell'instancabile lavorio istituzionalele.
Come è noto, durante l'iter parlamentare della "sua" legge, Lina Merlin aveva contro la lobby dei tenutari delle Case e a favore le prostitute che ci lavoravano.
Tutte? Non lo sapremo mai. Le Lettere dalle case chiuse di Carla Barberis e Lina Merlin (Edizioni del Gallo 1951) rappresentano uno scenario univoco, a tinte fosche: corpi martoriati e menti umiliate per via dell"'indegna schiavitù". 
Effettivamente vivere e lavorare in un bordello di Stato doveva avere molti aspetti spiacevoli. Lina Merlin li trovava disgustosi. E non accettava le repliche di quante e quanti si opponevano alla chiusura delle Case di Tolleranza per la paura che sottraendo agli uomini il bordello garantito e controllato ne sarebbe derivato un cataclisma sociale e sanitario (il che, è ben" ricordarlo, non ebbe luogo). 
lnvitata da un gruppo di "signore borghesi" a tenere una conferenza nel loro circolo, quando si levarono le obiezioni apprensive delle madri che temevano per la salute dei loro figli, lei tagliò corto: 
"E voi teneteveli in casa". 
Inflessibile, la signora.
Nell'autobiografia Lina Merlin si rammarica di non aver lasciato il Parlamento dopo I'approvazione della "sua" legge. Perché subito come politica entrò nel cono d'ombra. Il Partito Socialista che cambiava per andare al governo non le piaceva né riusciva a governarlo. Praticamente fu estromessa proprio per via della sua inflessibilità. 
Nel 1961 il Psi le tolse il collegio di Rovigo. Lei restituì la tessera. Alle elezioni del 1963 che aprirono al primo governo di centro-sinistra non si presentò. Scrisse a conclusione della sua vita
"Sono stata coerente con la mia decisione, non ho accolto inviti né da sinistra né da destra, ho rifiutato interviste che avrebbero dato a un fatto serio e doloroso I'aspetto del pettegolezzo, dal quale rifuggo, e di una meschina vendetta derivante da un astio che non sento".
Morì a Milano, nel 1979, assistita dalla figlia-cugina Franca.


sabato 11 luglio 2015

CAMILLA RAVERA - Politica italiana (Italian politics)

Camilla Ravera 

Camilla Ravera (Acqui Terme, 18 giugno 1889 – Roma, 14 aprile 1988) è stata una politica italiana, senatrice a vita.


Nata ad Acqui Terme, maestra elementare, già a otto anni resta fortemente impressionata da un corteo di donne scalze e malvestite: 
"Fu allora che nacque in me coscientemente I'interesse per la condizione della donna lavoratrice", scriverà molto tempo dopo. 
Giovanissima, aderisce al Partito socialista.
Protagonista, con Antonio Gramsci, del gruppo torinese dell'Ordine Nuovo, è tra i fondatori, nel 1921, del Partito comunista d'ltalia, di cui guida l'organizzazione femminile e il periodico La Compagna. Al partito consapevolmente sacrifica ogni altra possibilità di autorealizzazione di autovalorizzazione: 
"Fin da giovane, sono stata tanto presa dalla politica da non avere né tempo né disponibilità per accettare l'idea di avere un compagno o un figlio. Infatti ho sempre creduto che per una donna formare una famiglia significhi rinunciare a molte aspirazioni, specie nel campo del lavoro e dei rapporti sociali". 
Ma sono le compagne che la hanno conosciuta in carcere, come Felicita Ferrero, le prime a testimoniare dell'umanità e della ricchezza affettiva di questa dirigente comunista che pure chiamano scherzosamente "la cattedrale".

Già dal congresso di Lione (1924) in cui si schiera con Antonio GramsciPalmiro Togliatti contro Bordiga, fa parte del Comitato centrale, dell'Esecutivo e dell'Ufficio di organizzazione del partito. In clandestinità prima con il nome di battaglia Micheli, poi Silvia, dopo la "svolta" è incaricata di ricostituire il Centro interno e di riorganrzzare il partito in Italia. 
Il 10 luglio 1930, ad Arona, dove deve incontrare altri dirigenti clandestini per preparare la giornata mondiale contro la guerra, in pogramma per il primo agosto, non trova ad attenderla i suoi compagni ma decine di poliziotti. Con vari stratagemmi, riesce a far sapere al partito il nome del delatore, Eros Vecchi.

Il tibunale Speciale la condanna a 15 anni e sei mesi di detenzione, che sconterà fino alla caduta del fascismo, salvo un brevissimo periodo dl libertà per l'amnistia del '32,incarcere a Trani e a Perugia,e al confino a Ponza e a Ventotene.
Dirà della sua detenzione in carcere: 
"Fui trattata con rispetto e non dovetti subire pressioni di sorta, ma ero considerata un'anima destinata alla dannazione [...]. Una suora entrava nella mia cella sempre tendendo in mano il crocefisso, così come i napoletani toccano il cornetto".
  
Camilla Ravera 

A Ponza, che definirà "una ciabatta abbandonata nel mare", arriva alla fine del '37, e viene subito messa al corrente dal collettivo carcerario delle "posizioni opportunistiche" del confinato comunista Umberto Terracini: non dà credito all'accusa. 
Trasferita, con gli altri, nella vicina isola di Ventotene, assieme a Terracini, a partire dall'autunno del 1939 è protagonista di un aspro conflitto con il direttivo comunista del Confino, composto da Scoccimarro, Secchia, Li Causi, Santhià, Cicalini e Pratolongo. 
In un documento non datato, ma comunque immediatamente successivo al patto Ribbentrop-Molotov, il direttivo sostiene che la lotta contro la guerra non coincide più con la lotta contro il fascismo, giacché "investe anche quei partiti democratici che ieri facevano blocco con il proletariato nella lotta per la democrazia e la libertà, e oggi fanno blocco con i ceti reazionari dell'imperialismo". 
Terracini e Ravera non condannano apertamente il patto russo-tedesco ma, in aperto contrasto con la posizione dominante tra i comunisti dell'isola, sostengono che ogni equidistanza è inammissibile: 
"Non si può non vedere non coincidente la vittoria del nazismo a conclusione della guerra con la fascistizzazione dell'Europa e l'aggravarsi estremo del pericolo di aggressione all'Unione Sovietica", sostengono. 
Accusati di "opposizione senza principi", vengono espulsi dal partito.
Scarcerata a 55 anni nel settembre del '43, malata, Camilla Ravera ripara con la sorella in un casolare del Pinerolese: dà lezioni ai figli dei contadini che, in molti casi, vanno a raggiungere i partigiani. 
Nel Pci potrà essere riammessa solo dopo la Liberazione. Palmiro Togliatti, a Torino, la abbraccia pubblicamente, e chiede ai dirigenti locali che cosa mai aspettino per farla tornare a lavorare nel partito. Lei accetta di ridurre al rango di "fesserie" le misure punitive cui è stata sottoposta al confino.

Nel 1946 è eletta consigliere comunale a Torino, dal '48 al '58 rappresenta il Pci in Parlamento. 
È a lungo dirigente dell'Unione Donne ltaliane. 
Nel 1982 il presidente della Repubblica Sandro Pertini la nomina senatrice a vita. 
Quasi centenaria, la maestrina dalla penna rossa del Pci muore a Roma nel 1988.


domenica 11 gennaio 2015

TINA ANSELMI - Parlamentare italiana DC (Italian parliamentary)


TINA ANSELMI

Tina Anselmi (Castelfranco Veneto, 25 marzo 1927) è una politica e partigiana italiana. È la prima donna ad aver ricoperto la carica di ministro della Repubblica.

Figlia del Veneto cattolico, classe 1927. Ragazzina della Resistenza. Democristiana dal 1944, quando aveva solo 17 anni, e quando anche la Dc aveva appena preso forma. 
Nel Consiglio nazionale del partito dal 1959, quando di anni ne aveva 37, ministro del Lavoro nel terzo governo Andreotti nel 1976, quando ne aveva 54. Eletta sei volte deputato tra il 1968 e il 1987. 
Le date, le stagioni, la regolarità e l'uniformità che scandiscono i suoi primi trent'anni di politica bastano da sole a fare di Tina Anselmi la dramatis persona della nascente democristianità, partigiana ciellenestica e consociativa, solida e materna, identitaria e domestica, nazionale e casalinga. Governante, perché fu questa la vera e dirimente differenza tra la Dc e il Partito Popolare. E però ancora "profumata di tisana, di sonno, di borotalco e di marmellata di prugne", come una volta l'aveva descritta Piero Citati.

Storico contrappasso, o bizzarra coincidenza, doveva essere al femminile, incarnato in una lei, questa lei, il rovescio del potere che ha tenuto il timone in mano per cinquant'anni, come il negativo di una fotografia, se è vero che la Dc, che quel potere plasmò per noi, fu l'unico partito a denominazione femminile. 
Se dare una risposta al Che fare? democristiano all'indomani del trionfo del 18 aprile 1948 aveva imbarazzato lo stesso Alcide De Gasperi, la Anselmi, maggiorenne da un mese, non esitò: "rimbocchiamoci le maniche". 
Leggende. Fiorite però su quella duplicità, essa sì leggendaria, su quella complementarità di maschile e femminile, di princìpi e di abitudine, di visione e di pragmatismo, che furono I'arcanum imperii della politica Dc.




Perfetta così, icona innocente, Tina Anselmi sarebbe passata agli annali come la prima donna italiana chiamata a fare il ministro, secondo l'ansia di catalogazione che affligge il rivendicazionismo femminile e che fa scambiare primati come questo, espressione di fatti statistici, per conquiste sul campo. Invece è passata alla storia della prima Repubblica da improbabile guerriera, la Giovanna d'Arco che avrebbe dovuto trafiggere i mostri degli anni Ottanta. 
La presidenza della commissione d'inchiesta parlamentare sulla P2, assegnatale nel 1982, cambiò il suo destino, quanto il moralismo giacobino, la vergogna del potere, l'istinto punitivo e tuttavia accomodante tra le parti, che furono la contraddittoria filosofia inquirente, dopo di allora, di tutte le commissioni parlamentari, cambiarono il corso del guerreggiato consociativismo italiano. 
Si può discutere se la Dc avesse messo in campo una donna in quel tentativo di colpire la massoneria, quale simbolico, provocatorio, omaggio al familismo cattolico in lotta con il lobbismo laicista o se la Dc, avventurandosi sul terreno minato delle indagini tra le pieghe del potere, avesse scelto il profilo da matriarca di Tina Anselmi come segno del proprio temperato machiavellismo, e come offerta di scambio nei confronti dell'opposizione comunista: suggello femminile di pari opportunità nel gioco, e nei segreti, del potere. 
Fu un po' dell'una cosa e dell'altra, lungo la frontiera "cattocomunista" secondo il neologismo con cui si indicava allora quel coacervo stabile di interessi, di umori e di malumori, che a volte diventava darwinismo sociale a volte cannibalismo politico. 
Ma era rimasto imprevedibile, e straordinario, che la furbizia contadina della presidente divenisse il controverso modello della futura demonologia politica nazionale, distruttiva e futile. 
I 120 volumi degli atti della commissione che stroncò Licio Gelli e i suoi amici, gli interminabili fogli della Anselmi's list, infatti, cacciavano streghe e acchiappavano fantasmi.



sabato 10 gennaio 2015

ADELAIDE AGLIETTA - Parlamentare italiana (Italian parliamentary)



Maria Adelaide Aglietta (Torino, 4 giugno 1940 – Roma, 20 maggio 2000) è stata una politica italiana, esponente prima del Partito Radicale e poi dei Verdi Arcobaleno e della Federazione dei Verdi, nonché parlamentare italiana ed europea.

Perché una giovane signora della buona borghesia torinese (forse la borghesia che con più convinzione ha incarnato il proprio ruolo e con più tenacia ha difeso le proprie tradizioni) decide un giorno di lasciare la bella casa in collina con vista sulla città, una sicura e protetta vita matrimoniale, un'invidiabile posizione sociale, per dedicarsi anima e corpo alla politica? E nemmeno scegliendo un vero partito, un luogo rispettabile capace di offrire qualche prospettiva di carriera, ma l'allora impresentabile Partito Radicale, sparuto gruppo di diversi ("di froci e di puttane" ripeteva con un pizzico di compiacimento Marco Pannella) al seguito di un leader decisamente anomalo.

Si potrebbe ipotizzare la noia dell'essere moglie, il fascino indiscreto della trasgressione, il traino di un amore o di un'amicizia, oppure un'attualizzazione di quella voglia di impegno sociale che in altri tempi avrebbe spinto la nostra eroina verso le Dame di San Vincenzo. Invece fu, pare, la visione di un film di Autant-Lara, Non uccidere, storia di una problematica obiezione di coscienza, a sollecitare la spinta, dunque erica prima che civile, che nel '74 la portò ad affacciarsi nella sede radicale di via Bonafous. 
La nonviolenza - da non confondersi con il pacifismo - era la singolare caratteristica di un partito che con gli scioperi della fame, la disobbedienza civile e la resistenza passiva riusciva a costituire I'unica vera alternativa a una sinistra extraparlamentare tetramente affascinata dal marxismo-leninismo e dalle scorciatoie rivoluzionarie. 
Nel Pr torinese Adelaide troverà compagni come Angelo Pezzana, storico fondatore del Fuori, e Giovanni Negri, che sarà poi, anche lui, segretario nazionale del partito.

Adelaide aveva un naturale understatement estetico, una sobrietà contraddetta dallo sguardo scuro e intenso, da un aspetto da Anna Magnani dei quartieri alti. Il volto affilato sembrava esprimere un'interiore sofferenza, una passionalità appena trattenuta. 
Si trovò subito in prima linea nelle campagne per il divorzio e I'aborto, diventando segretaria regionale, più che altro perché, come candidamente ammetteva anche lei, non dovendo lavorare aveva molto tempo libero. Ignorava quasi tutto della politica e dei suoi trucchi, ma scoprì in fretta lo straordinario tempismo radicale, la capacità di sfruttare gli interstizi della comunicazione mediatica e degli appuntamenti politici. 
Raccontano gli amici che rimase assai sorpresa dall'arrivo in sede, qualche giorno prima del voto referendario sul divorzio, di un gran pacco di copie del quotidiano radicale, Liberazione, con un titolo gigantesco: "Il no ha vinto!". 
Non potendo entrare in gara con i giornali a diffusione nazionale, Pannella aveva investito tutto sulla vittoria divorzista, facendo stampare e distribuire in anticipo il giornale. Così, Liberazione fu il primo quotidiano a riportare i risultati del voto, battendo ogni concorrenza di mercato; Adelaide stupiva, ma imparava.

Nel '76, in piena ondata femminista, il partito decise di puntare sulle donne, inserendole in testa alle liste elettorali. Lei fu eletta, ma si dimise in favore di un compagno che aveva un'esperienza politica più antica e che era stato recluso a lungo nelle carceri militari perché obiettore. 
Intanto il suo matrimonio con Marco Rocca, già in crisi, era finito. La separazione, traumatica come tutte le separazioni, sfocerà però in una lunga amicizia, in una solidarietà che porterà l'ex marito a diventare attivo sostenitore, anche lui, del partito che gli aveva "rovinato" la famiglia. 
Eppure gli inizi erano stati duri, anche perché Adelaide aveva preso una decisione drastica, lasciando le due amate figlie a Torino con il padre, e stabilendosi a Roma. Il trasferimento si era reso necessario perché nel frattempo, al congresso di Napoli del '76, era stata eletta segretaria nazionale: la prima, e finora l'unica segretaria di partito in Italia, se si eccettua la recente parentesi di Grazia Francescato come portavoce dei Verdi.

La segreteria Aglietta copre uno dei periodi più cupi e turbolenti del nostro paese, dall'uccisione di Giorgiana Masi al rapimento di Aldo Moro, e il Pr si trovò in scomodissima posizione, nel cuore della turbolenza. 
I radicali lanciarono un grande attacco contro il compromesso storico e i governi di unità nazionale, con la raccolta di firme per otto referendum. I quesiti referendari individuavano punti molto delicati per il sistema partitocratico e consociativo, come la legge Reale sull'ordine pubblico e il finanziamento pubblico dei partiti, e spostavano il confronto fuori dalle mediazioni politiche, direttamente nel paese. Perché le firme valide fossero sufficienti era necessario raccoglierne quasi un milione per ciascun referendum: il compito, per un partito "leggero", poco strutturato, implicava uno sforzo organizzativo enorme, che venne condotto miracolosamente in porto. 
In quegli anni la giustizia si andava trasformando in una frontiera politica, e si cominciò a delineare una netta divisione tra chi difendeva ad ogni costo il garantismo liberale e chi confondeva la fermezza con il giustizialismo, le leggi speciali, I'uso dei cosiddetti pentiti. 
Adelaide Aglietta, in piena coerenza con la motivazione profonda dei suoi esordi - le garanzie per gli obiettori di coscienza - assunse quindi il tema della giustizia, in tutti i suoi aspetti, come prioritario. 
Cito, alla rinfusa, alcune delle sue battaglie: il lungo digiuno per la vivibilità delle carceri, a favore degli agenti di custodia; lo scontro, assai duro, con l'allora ministro degli Interni, Cossiga, sulle responsabilità della polizia nella morte di Giorgiana Masi; la pressione in favore della trattativa durante il sequestro di Mario D'Urso da parte delle Brigate Rosse (sequestro che grazie all'impegno radicale, in particolare di Leonardo Sciascia e Lino Jannuzzi dai microfoni della radio, ebbe come esito la liberazione del prigioniero); e soprattutto, come una ciliegina sulla torta, l'incarico di giurata popolare al primo processo contro le Brigate Rosse, a Torino. 
"Non so come il sorteggio dei giurati avvenga [...]; fatto sta che era proprio un bel caso il venir fuori del nome di Adelaide Aglietta" scrive Sciascia, avanzando, fra le righe, qualche dubbio circa l'effettiva casualità di quell'indicazione. Comunque, la segretaria del Pr accetta, dopo che più di cento cittadini hanno rifiutato, permettendo la celebrazione del processo. 
Tra gi involontari primati di Adelaide c'è anche questo, di essere stata la sola segretaria di partito a far parte di una giuria popolare così significativa dal punto di vista etico, civile e politico.

È il 1978. Durante il processo, in cui sono imputati i capi storici delle BR, tra cui Renato Curcio, il clima a Torino è di concreta e tangibile paura. I giornalisti si asserragliano in albergo, evitando di uscire di sera. La città è blindata, a fatica riesce ad esprimere una giuria popolare e a fornire i difensori d'ufficio, necessari a far andare avanti regolarmente le udienze: pochi mesi prima i terroristi hanno assassinato anche il presidente dell'Ordine degli avvocati, Fulvio Croce, e gli agguati mortali si susseguono a ritmo impressionante. 
Tenendo sotto scacco Torino le BR mirano a dare di sé un'immagine di vero e proprio contropotere, in grado di paralizzare le istituzioni e la democrazia. Adelaide, nonostante le ricorrenti minacce di morte, rifiuta, con grande coraggio, la scorta: è, per lei, l'unica possibile politica della fermezza, quella che richiede che in gioco ci sia la propria pelle e non quella altrui. D'altra parte la militanza nonviolenza le ha insegnato proprio questo: la necessità di "dare corpo" (il proprio) alle idee, con i digiuni, le autodenunce, la disobbedienza civile, e soprattutto la capacità di attribuire al gesto non solo un valore simbolico o di testimonianza, ma il peso e il significato di un atto politico.

In questa impostazione rientra anche una iniziativa di Adelaide in apparenza assai più frivola: per dare una mano alle finanze del partito, perennemente in crisi, accetta di offrire la sua immagine per la pubblicità di un'azienda di moda. 
"Né strega né madonna, solo donna" è la frase chiave della campagna, che echeggia gli slogan femministi urlati nelle piazze. 
Molto prima che gli stilisti diventassero personaggi di culto e che la politica fosse costretta a bazzicare sfilate e a pubblicizzare le firme del made in Italy, Adelaide sorrideva dai rotocalchi posando in tailleur.

Eppure, niente è stato più lontano da lei della voglia di protagonismo, dell'ambizione di apparire, frequentare, occupare la scena. Fino alla fine le è rimasto appiccicato addosso qualcosa di schivo, un velo di riservatezza con cui ha vissuto ogni privata trasgressione - per esempio il lungo legame con Giovanni Negri, di molti anni più giovane di lei - e anche la responsabilità del suoi ruoli, sempre giocati con una punta di timidezza, anche se sgridava, litigava, comandava. La tenacia, e una certa rigidità di modi, si alternava alla lacrima facile (difetto che non era ancora diventato virtù, in politica, e per cui gli amici talvolta la prendevano bonariamente in giro).

Adelaide più di molte altre ha incarnato la contraddizione invisibile tra I'essere donna - e "signora" - e la vita politica. O forse era solo colpa dei suoi lineamenti scavati, delle parentesi che le segnavano gli angoli della bocca, se nella sua caparbietà a buttarsi nella mischia leggevi anche una forzatura, una tensione irrisolta ad altro. 
Si era, appena possibile, ripresa le figlie, ma certo il partito radicale era un mondo a parte, con accentuate tendenze endogamiche e una solida coesione comunitaria all'interno del nucleo storico: tutti insieme dalla mattina alla sera e oltre, uniti da motivazioni fortissime e da uno stile di vita assai libero ma a modo suo disciplinato, condiviso solo dai membri del gruppo. 
Chissà se Francesca e Alberta hanno davvero accettato quello strano "gruppo di famiglia", o hanno rimpianto la casa in collina e la rassicurante banalità del quotidiano.

Le elezioni del '79 - un grande successo per i radicali, che eleggono 18 deputati - portano Adelaide in Parlamento, dove continua a occuparsi prevalentemente di giustizia, in particolare con la lunga vicenda di Enzo Tortora, ma anche con le iniziative contro le carceri speciali, o il referendum per la responsabilità civile dei magistrati. 
Diventata capogruppo, ha buoni rapporti con Bettino Craxi, pessimi con Nilde Jotti, allora presidente della Camera e incontrastata prima donna della politica italiana. Poi la dispersione del Pr in più liste elettorali, voluta da Pannella, la farà approdare nell'88 nei Verdi Arcobaleno, e quindi al Parlamento europeo. Il Partito Radicale si sgretola, diventa altro da sé, seguendo I'imperscrutabile volontà politica del suo leader. 
"Adelaide non è mai stata un'ambientalista di quelle fissate con la foca monaca - commenta Giovanni Negri - piuttosto è rimasta se stessa, una radicale traslata nei Verdi, dove ha continuato le antiche battaglie; sempre con grande nostalgia del partito che fu".

L'ultima battaglia di Adelaide è quella contro il tumore al seno. Anche questa è vissuta con sobrietà e con coraggio, come una delle tante lotte politiche combattute a fianco degli amici di sempre. 
È, però, una lotta perdente: Adelaide muore il 00 magio 2000, a Roma. 
Lascia un'eredità apparentemente esemplare (esiste anche una associazione radicale a suo nome) ma nel fondo contraddittoria, ambigua come il suo sguardo tormentato di donna vera. Neanche la sua esperienza ci dice fino in fondo se un destino femminile si può davvero conciliare con la politica così come la cultura maschile l'ha costruita, o se per viverla da protagoniste non sia necessario operare tagli troppo costosi, interpretare ruoli in cui resta, da qualche parte, un inconfessato disagio.


lunedì 4 agosto 2014

DOTTRINE POLITICHE - LA FORMAZIONE DELLO STATO ASSOLUTO (Political Doctrines - The formation of the Absolute State)


LA FORMAZIONE DELLO STATO ASSOLUTO

I secoli XV e XVI vedono affermarsi, attraverso lotte tenaci contro i privilegi e i diritti feudali e contro i poteri universali (Impero e Chiesa) ormai in declino, una nuova forma di istituzione politica: il Principato, dal quale si sviluppa poi la Monarchia assoluta. 
I Principi, qualunque poi fosse il loro titolo (duchi, marchesi, re, a seconda dei luoghi e delle epoche) riescono in primo luogo, e quasi sempre con l'appoggio della borghesia, ad affermarsi come forza economica autonoma e potente. Essi, con metodi spesso di inaudita brutalità o di disonesta furberia e tradimento, riescono a formarsi vasti patrimoni personali, in terre e denaro, incrementati anche dalle tasse di città che essi prendono sotto la loro diretta amministrazione e "protezione". Con questo (facilitati anche dall'impiego delle armi da fuoco e dalla formazione di grosse masse di fanterie mercenarie), essi formano un esercito personale, con cui tengono a freno e rintuzzano le leghe dei nobili ribelli, che vengono così spogliati di ogni potere politico e di molti dei loro privilegi feudali (almeno di quelli che avevano nei riguardi della corona: che invece conserveranno ancora a lungo quelli dei contadini a loro soggetti).

Teorico della prassi dei Principi è stato il fiorentino Nicolò Machiavelli (1469-1527), che ha esposto le sue dottrine in varie opere di cui la più famosa è Il Principe
Egli, constatando come la debolezza politica e militare dell'Italia derivava dal fatto che mentre altrove (Spagna, Francia) si erano formate grandi monarchie nazionali assolute, I'Italia rimaneva spezzettata in piccoli Principati, invita un principe della casa dei Medici di Firenze a prendere I'iniziativa di unificare l'Italia; e così gli dà consigli, tratti da esempi della realtà politica dei suoi tempi, circa il modo di formare e governare tale principato.
Questi consigli sono rimasti famosi per il loro cinismo: frode, malafede, violenza sono considerati mezzi normali ed efficaci. Il machiavellismo, che tanto sdegno solleverà nei moralisti di tutta Europa, sarà per due secoli il normale metodo di governo di tutti i Principi, italiani ed europei.

Bisogna però osservare che se è vero che il Principe, per quanto di solito fosse un regnante legittimo, agiva tirannicamente e individualisticamente sia come forza economica sia come forza militare, tuttavia di solito si reggeva con l'appoggio di nuove forze sociali, le quali aspiravano ad avere nello Stato e nel sovrano protezione, una politica favorevole ai loro affari, rispetto delle leggi ed uguaglianza di fronte a queste. Così, prima o dopo secondo i luoghi (e la tragedia dell'Italia fu che invece qui non accadde o accadde in misura ridotta) il Principe si trasforma in Monarca nazionale che riunisce sotto il suo scettro e l'effettiva amministrazione sua il governo di tutte le regioni, abolendo particolarismi, divisioni feudali, spesso riducendo, come ho detto, privilegi nobiliari ed ecclesiastici.
Non solo: ma oramai il Monarca sente di dover agire per I'interesse e il bene della collettività, facendo le guerre e le alleanze secondo gli interessi nazionali, proteggendo le arti e le scienze in modo da patrocinare la formazione di una cultura avente, di fronte all'universalismo medievale, spiccati caratteri di nazione (francese. inglese, ecc.). 
Così si forma la concezione dello Stato come collettività giuridicamente organizzata per la tutela e l'amministrazione degli interessi e dei beni comuni e il progresso della società intera su di una base di uguaglianza (naturalmente, nello Stato moderno monarchico, si trattava di uguaglianza soltanto formale, giuridica, e anche questa imperfe€ttamente attuata). 
Certo noi oggi non desidereremmo la formazione di uno Stato monarchico assoluto contro il quale generazioni intere hanno lottato tenacemente fino alla vittoria: ma obiettivamente bisogna riconoscere che nei secoli XV e XVI le monarchie assolute hanno compiuto un'importantissima funzione storica permettendo il formarsi del mondo moderno, lo sviluppo del sapere scientifico, i progressi della tecnica.

Naturalmente, la rivoluzione monarchica, intesa nel modo che ho spiegalo, ha trovato i suoi teorici, i quali hanno gettato le basi della concezione filosofica-giuridica dello Stato moderno. 
Di questi di gran lunga il più celebre ed importante è il francese Jean Bodin (Angers, 1529 – Laon, 1596), autore di un'opera che ha esercitato una profondissima influenza sulla formazione del pensiero politico dei secoli seguenti. L'opera si intitola Les Six Livres de la République (I sei libri della Repubblica), e fu pubblicata nel 1576.
In essa il Bodin si mette in polemica con il Il Principe del Machiavelli, al quale rimprovera di aver studiato soltanto il processo della formazione della monarchia senza essersi posto il problema di indagarne la base giuridica e la funzione sociale. 
Tale fondamento è per lui dato dalla sovranità dello Stato; la sovranità è per sua natura assoluta perchè essendo la fonte e il fondamento delle leggi, è sciolta dalle leggi stesse. Essendo la sola fonte legittima del potere, non ha di fronte a sè nessun potere che possa limitarla. 
Non che con questo venga propriamente propugnata la monarchia assoluta, sebbene il Bodin tenda proprio ad esaltare tale forma di governo come la migliore: ma quello che propriamente è affermato è il concetto giuridico-politico dello Stato come sommo potere, e anzi fonte di ogni potere. Nè lo Staro va propriamente confuso col governo: infatti il Bodin distingue lo "stato della repubblica", che è propriamente la costituzione politico-giuridica dello Stato, dal "metodo di governo", che consiste nell'organizzazione degli uffici utili al governo effettivo, degli uffici di cui il sovrano si serve per l'amministrazione effettiva del potere. 
Il "sovrano" poi non è necessariamente il re. 
Il Bodin distingue tre forme di Stato assoluto: la democrazia assoluta, in cui il sovrano è il popolo..., I'aristocrazia assoluta, in cui il sovrano è la collettività dei nobili..., la monarchia assoluta, in cui iI sovrano è il re.
Tutte e tre sono forme autentiche di Stato: soltanto, per il Bodin, la migliore è l'ultima (sul che io oggi ho molte... riserve).

Comunque, una volta posta questa idea dello Stato, il machiavellismo, viene violentemente respinto: il sovrano, chiunque sia, ha una funzione storica e naturale da compiere: la sua azione può e deve ispirarsi solo al diritto naturale e favorire il benessere dei sudditi, i rapporti con i quali devono, e possono, venir regolati non con la violenza, l'arbitrio e la frode, ma con la legge e la costituzione. Senonchè, e qui è il limite del Bodin (e del resto il limite della realtà storica dello Stato moderno, per cui esso non è mai riuscito ad incarnare la propria idea), il cosiddetto "diritto naturale" comprende anche il diritto di proprietà: il quale è sostanzialmente l'unico limite che l'assolutista Bodin pone all'azione del sovrano. 
Ma con questo limite l'uguaglianza di fronte allo Stato (anche quella puramente formale), la libertà individuale, il benessere della collettività (che finisce ad identificarsi con I'interesse dei soli possidenti) restano pure parole o poco più: la rivoluzione borghese, monarchica o no, finirà ovunque a sostituire privilegi a privilegi, quando non addirittura a far convivere privilegi nuovi con i residui di privilegi vecchi. 
Per questo, sebbene più "filosofico", cioè più ideologico, più astratto, meno radicato nella realtà storica (ma non dalle aspirazioni umane), per noi presenta un notevole interesse il pensiero degli Utopisti, di cui è piena la letteratura politica del Cinquecento e del Seicento.

Nonostante le idee diverse, parecchie delle quali abbastanza strampalate, tutti questi scrittori sono concordi nel denunciare gli abusi dei ricchi, I'effettiva mancanza di uguaglianza dei cittadini, l'azione diseducatrice che la società del loro tempo esercita sui poveri, e nel reclamare uno Stato, anche esso assoluto come quello di Bodin, ma dove la proprietà è bene collettivo (non esiste cioè proprietà privata), il lavoro è obbligatorio per tutti, e a tutti deve venir data la possibilità concreta di ricevere un'educazione e di sviluppare la propria mente. 
Ma i tempi non erano ancora maturi perchè queste idee da sogni utopistici divenissero programma concreto di masse di lavoratori in movimento.


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