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mercoledì 19 maggio 2010

AVVOCATI (The lawyers) - Honoré Daumier

AVVOCATI (1848)
Honoré Daumier (1808-1879)
Pittore francese
Musée des Beaux-Arts di Lione
Tavola cm. 34 x 26


In primo piano sono due avvocati, facilmente identificabili perché indossano la toga, avvolti dal buio della penombra che oscura in parte la figura di sinistra.
Alle loro spalle è una colonna scanalata, elemento architettonico sufficiente ad evocare l'aula di un tribunale.
La forma è appena accennata dalle larghe pennellate che conferiscono al dipinto l'aspetto di un monocromo, una sorta di litografia…, malgrado le sue dimensioni ridotte (cm. 34 x 26), l'opera ha una monumentalità insolita.

Daumier ricorre all'eccessiva corpulenza dei due professionisti per mettere in evidenza la crisi morale che a suo giudizio attraversava la giustizia francese, rea di averlo condannato ingiustamente.
All'artista non interessa mettere l'accento sulla tipicizzazione dei personaggi ritratti, che quindi possono essere raffigurati anche sommariamente, bensì puntare il dito su due tipi sociali facilmente riconoscibili.


L'opera era la prima della celebre serie “Gens de Justice”, successiva di poco alle 39 litografie sullo stesso tema già pubblicate tra il 1845 e il 1848 nella rivista “Charivari”.
Probabilmente il quadro in origine era di proprietà di Daubigny, a lui donata dallo stesso Daumier.
Dopo il passaggio nelle collezioni Rouart e Tempelaere, nel 1923 l'ultimo proprietario, J. Gillet, l'ha donata al Musée des Beaux-Arts di Lione.

Fra le numerose versioni degli “Avvocati”, oggi sparsi in vari musei internazionali, desidero qui segnalare quella del Museum of Fine Arts di Boston.



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Honoré Daumier era un litografo, scultore e pittore francese..., nacque nel 1808 a Marsiglia da una famiglia di modeste condizioni sociali.

Intorno al 1815 tutta la famiglia si trasferì a Parigi.
Dal 1829 comincia la sua collaborazione come vignettista e litografo dapprima con la rivista "Silhouette" e poi con "Caricature", quest'ultima edita solo dal 1830 al 1835.

La caricatura di Luigi-Filippo pubblicata il 15 dicembre 1831 costerà a Daumier sei mesi di prigione e una multa di cinquecento franchi.

L'affare non avrà risvolti negativi nella carriera pittorica dell'artista che invece ebbe contatti sempre più stretti con i suoi colleghi, diventando amico di Daubigny, Corot, Millet e Rousseau.

Nel 1846 sposò una modesta sarta, Ninì Dassy e dal 1848 tentò, senza successo, di esporre al Salon ufficiale..., fedele alle sue idee repubblicane nel 1851 inventò il celebre "Ratapoil".


Lasciata Parigi per Valmondois, si avvicinò alla scuola di Barbizon..., sono di questi anni le opere ricche di forte incisività e di forti contrasti tonali, come il dipinto "Lo scompartimento di terza classe"..., e "Commedianti".

Le sue condizioni finanziarie precipitarono quando nel 1860 venne licenziato dalla rivista Charivari..., dopo mesi di disperazione finalmente giunse un sussidio economico dallo stato, sufficiente appena per sopravvivere e quindi non lasciando margine all'acquisto del materiale necessario per le sue opere: in suo soccorso venne l'amico Corot, donandogli un appartamento a Valdmondois.

Alle tante disgrazie si aggiunse anche la progressiva perdita della vista che in pochi anni lo portò alla cecità.

Grazie alla stima che godeva fra i suoi amici venne nominato membro della commissione di vigilanza sui beni culturali, e in questa veste si oppose vivacemente all'iniziativa di Courbet di abbattere la colonna Vendóme.

Honoré Daumier morì l'11 febbraio 1879 dopo tre giorni di agonia, assistito solo dalla moglie e dal fedele amico Daubigny..., per potere allestire la cerimonia funebre fu necessario fare una colletta che però si rivelò insufficiente per costruire un sepolcro funebre.


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sabato 6 febbraio 2010

A TEATRO (At the Theatre) - Honoré Daumier

A TEATRO (1860)
Honoré Daumier (1808-1879)
Pittore francese del XIX secolo
Neue Pinakothek di Monaco
Olio su tela cm. 98 x 90
CLICCA IMMAGINE per un'alta risoluzione
Pixel 1950 x 1785 - Mb 1,61


Erede della pittura realista di Géricault, che si ispira alla vita che si consuma nei sobborghi parigini, Honoré Daumier rivela nella sua opera una forte inquietudine, il senso tragico e allucinato di colui il quale ancora non si è abituato ai fatti e ai misfatti della grande città.
Nel corso della sua attività, l'artista ha dedicato molte opere al teatro, e quindi ai suoi interpreti e ai suoi spettatori.
In questo dipinto, nella penombra della sala di un piccolo teatro, il pubblico è piuttosto concitato, evidentemente coinvolto dallo spettacolo a cui sta assistendo.
Lo sfondo della composizione è occupato dal palco, illuminato da una forte luce, su cui si muovono i tre attori impegnati a recitare un melodramma.
Da spettatore Daumier diviene l'appassionato cronista dell'evento.
L'opera contiene tutti gli elementi costanti nella produzione pittorica dell'artista: la tendenza ad usare colori cupi, la predilezione per le grandi masse e per l'atmosfera fuligginosa immersa in un diffuso chiaroscuro.
La deformazione dei personaggi, che si riducono in figure grottesche, fa pensare ad alcune opere tarde di Goya, come ad esempio il celebre ciclo della “Quinta del Sordo”.
Daumier non dipinge mai dal vero, sempre a memoria e questo procedimento si nota dalla maniera sbrigativa con cui risolve il lavoro, un metodo piuttosto istintivo che gli deriva dall'abitudine del lavoro litografico e giornalistico.
Purtroppo proprio a causa di questa metodologia la pellicola pittorica della gran parte delle opere di Daumier, fra le quali anche questa, presenta gravi problemi di conservazione.


L'opera

Dopo vari passaggi di proprietà il dipinto fa attualmente parte della collezione della Neue Pinakothek di Monaco.
Dello stesso soggetto esiste una litografia con varianti, tratta da Daumier e pubblicata nel 1864 ne “Il Chiavari”


Daumier e il portiere Anatole

Anatole, portiere dell'artista, era irrequieto e ad una sua domanda riferì che amava moltissimo l’Opéra-Comique ma che non aveva il denaro sufficiente per pagarsi l'entrata.
Daumier gli rispose di approfittare del fatto che lui pur potendo entrare gratis, non ci andava mai…

“Non dovrete che farvi chiamare, o meglio, rispondere ad un eventuale controllo, con il mio nome…, in questo modo potrete entrare tutte le volte che vorrete all'Opéra-Comique”.

Purtroppo, qualche giorno dopo il povero Anatole aveva nuovamente una faccia tristissima. Motivo?
Era profondamente umiliato dal fatto che lui era l'unico in redingote in mezzo a tanta gente in abito nero, da sera.
Daumier risolse anche questo problema, permettendo al suo portiere di prendere ogni volta che fosse necessario il suo frac.
Ma non era finita.
Una mattina Anatole apparve desolato, vergognoso: era stato sbattuto fuori dal teatro.
Infatti ogni sera l'uomo festeggiava la sua gioia di essere tra “il bel mondo” con abbondanti libagioni col risultato di giungere in sala completamente ubriaco, interrompendo gli attori, dando pacche sullo stomaco ai suoi vicini, esclamando… “Noialtri notai!”…, cantando a squarciagola.
E fu così che il buon Anatole fece togliere il nome di Honoré Daumier dalla lista degli ingressi e fece nascere la voce della predilezione del pittore per il vino.


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sabato 20 giugno 2009

CRISPIN E SCAPIN (1864) - Honoré Daumier

CRISPIN E SCAPIN (1864 circa)
Honoré Daumier (1808 - 1879)
Pittore francese
Museo d'Orsay - Parigi
Olio su tela cm. 60,5 x 82



Il dipinto raffigura Crispin e Scapin, due protagonisti della commedia FURBERIE DI SCAPIN, scritta da Molière nel 1671.
L'obiettivo punta direttamente sui volti delle due maschere, che si confidano chissà quale maliziosa azione appena compiuta.
Crispin, con le braccia conserte, è vestito di bianco; il suo largo volto è solcato da una furba espressione.
Scapin, arretrato rispetto al compagno, bisbiglia qualche frase nell'orecchio del compare.
La pittura è veloce, appena abbozzata, e gioca sugli effetti cromatici.
Di grande effetto è anche il bozzetto preparatorio per questo dipinto, dove le due figure sembrano quasi scomparire per lasciare posto a due grandi macchie cromatiche informi, appena leggibili.

Daumier si servì di una serie di dipinti dedicati al mondo del teatro per ironizzare sulla società borghese del suo tempo.
Egli mise l'accento sui vizi e difetti della sua epoca, denunciando le miserevoli condizioni dei poveri e dei ceti meno privilegiati

Come la più parte delle opere di Daumier, questo dipinto non è né firmato né datato.
Esso è menzionato a volte come CRISPIN E SCAPIN, altre come CRISPIN E SILVESTRE, e, infine, come ATTORI COMICI IN SCENA.
In passato il quadro è appartenuto al pittore Daubigny, prima di entrare nella collezione di Henri Rouart; gli eredi di quest'ultimo, in collaborazione con la società degli Amici del Louvre, nel 1912 lo hanno donato al celebre Museo parigino.
Dal 1986 esso si trova esposto al Museo d'Orsay, sempre a Parigi.


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mercoledì 20 agosto 2008

ECCE HOMO (1850) - Honoré Daumier

ECCE HOMO (1850)
Honoré Daumier (1808-1879)
Pittore francese
Museum Folkwang - Essen
Olio su tela cm. 160 x 127
CLICCA IMMAGINE alta risoluzione
Pixel 1820 x 2300 - Mb 2,03


Si tratta di uno dei rari esempi di pittura a soggetto religioso di Daumier che, coinvolto nei fermenti repubblicani, solitamente si occupò di tutt'altri generi pittorici.
Proprio per questa sua poca dimestichezza con l'opera sacra, e soprattutto per il suo carattere laico, sorprende la straordinaria capacità dell'artista di comunicare il messaggio religioso.
Con le parole "Ecco l'uomo" Ponzio Pilato offrì Cristo, flagellato, al giudizio popolare.

In questo dipinto la concitata azione, estremamente drammatica, è risolta con esasperata gestualità: la figura di Pilato si sporge arditamente in avanti, proteso verso la folla assetata di vendetta; alle sue spalle sono Cristo, che malgrado le torture subite si erge dritto in tutta la sua dignità, e Barabba, in posa arrogante, col mento sollevato in segno di sfida.
In basso, intanto, tra il popolo gesticolante alcune teste emergono sulle altre, mentre la luce mette risalto il dorso di due bambini.

L'opera appare come un monocromo, dai cuoi toni bruni.
Le luci e le ombre si scontrano, come il bene e il male, e si incrociano sul corpo di Gesù, risolto come una massa bruna, così come il popolo i cui contorni sono evidenziati dalla decisa linea nera.
La straordinaria rapidità dell'esecuzione induce a credere che si tratti di un'opera incompiuta. Proprio questa considerazione lascia stupito lo spettatore, sicuramente affascinato dall'inusuale capacità espressiva, forse superiore ad un dipinto finito.

La medesima qualità pittorica si ritrova nella SANTA MARIA MADDALENA (Collezione privata in Svizzera), dove il corpo della Santa, sconvolto dal dolore, si piega al limite del possibile, all'indietro.


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Datata generalmente intorno al 1850, l'opera, secondo alcuni studiosi, può anche essere considerata un lavoro tardo, come dimostra l'esecuzione sciolta e rapida.

Molto probabilmente ECCE HOMO..., SANTA MARIA MADDALENA..., e CRISTO E I DISCEPOLI (Rijksmuseum ad Amsterdam) furono commissionati a Honoré Daumier per una chiesetta di provincia.
Del gruppo dovevano fare parte anche le perdute ASSUNZIONE DELLA VERGINE e DEPOSIZIONE, quest'ultima oggi nota perché compare nell'AUTORITRATTO di Daumier, oggi al Musée des Beaux-Arts di Reims.


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lunedì 28 aprile 2008

DON CHISCIOTTE (Don Quixote) - Honoré Daumier

DON CHISCIOTTE ( 1870)
Honoré Daumier (1808-1879)
Pittore francese
Neue Pinakothek – Monaco
Olio su tela cm. 52 x 32


Si tratta della più celebre versione di una serie di dipinti, eseguita dal 1850, dedicati da Daumier a DON CHISCIOTTE di Miguel Cervantes. Il poema, così come l’ILIADE e l’ODISSEA, era una delle letture preferite dal pittore affascinato dalle fantastiche vicende vissute dal protagonista insieme al suo scudiero Sancho Panza.
Daumier amava Don Chisciotte perché incarna perfettamente l’eroe idealista, pronto a morire per i suoi valori, ma sempre con ironia, senza mai scadere nel melodramma. Dunque, in qualche modo, il carattere dell’eroe spagnolo riflette quello di Daumier che fu un fedele sostenitore delle proprie idee politiche, convinto assertore che la Francia avesse bisogno di maggior giustizia e libertà. Ma siamo certi che Daumier non sia stato così folle da combattere la sua lotta senza mai alcun cedimento: non è un caso, infatti, che in quest’opera di Monaco, più che nelle altre versioni, Don Chisciotte, ridotto ad una scarna silhouette, cavalchi il suo ronzino da solo attraverso un paesaggio deserto; egli è seguito dal suo fedele compagno, ridotto anche egli ad una vaga presenza appena percepibile all’orizzonte.
Mai come in questa opera Daumier aveva saputo abbandonarsi alla potenza della pennellata, sciolta e libera, che segue la miglior tradizione della pittura francese., da Fragonard a Delacroix. Il disegno scompare completamente per lasciare libero campo al colore: terre bruciate e bitume spezzati dalle bianche lumeggiature, ma soprattutto quell’intenso azzurro del cielo.
Siglando in basso a destra “h.D.”, così come consuetudine nell’opera di Daumier, il quadro non è datato.
Considerato fino a qualche tempo fa uno studio per un dipinto oggi conservato nella Collezione Paine di Boston, il quadro, databile intorno al 1870, è invece da considerarsi un lavoro autonomo incluso da Daumier nella serie dedicata a Don Chisciotte.
Appartenuto in passato ai Boy e agli Uhle, nel 1913 la tela è stata acquistata dallo Stato tedesco per la Nuova Pinacoteca di Monaco.


SPERIMENTALISMO NELLE TECNICHE DI DAUMIER

L’approccio di Daumier con la pittura non fu tra i più ortodossi: le sue modeste origini non gli permisero una buona formazione artistica e agli esordi ebbe solo sporadici contatti con Alexandre Lenoir, più noto come direttore del Musée des Monuments Français che come pittore. Eppure quando Daumier si cimentò per la prima volta nella litografia, sebbene privo di alcuna pratica, produsse dell’ottimo materiale. Stessa cosa successe con la scultura: per mancanza di soldi dovette adottare terra non cotta che ha in seguito causato la dispersione di questa interessante attività di Daumier.
La stessa ansia creativa, apparentemente disordinata, si ripresenta in pittura. Daumier invece di trattare la tela seguendo i precisi procedimenti che le consentono di ricevere e trattenere correttamente l colore, vi stendeva sopra una rapida mano di olio, con conseguenze disastrose. Stessa cosa con la tavola, che prima di essere dipinta deve essere ricoperta con la stesura, in varie fasi, di gesso e colle gradualmente più raffinate e debitamente asciugate: l’artista invece l’”aggrediva” stendendovi tempere miste, bitume e biacca.
Questi errati procedimenti causano il deterioramento della superficie pittorica che velocemente si secca e si cretta con la conseguente caduta di colore.
Ecco perché oggi le opere di Daumier ci appaiono come volti rugosi e recano comprensibili problemi a conservatori e restauratori.


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