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giovedì 27 giugno 2013

ILLUMINISMO IN FRANCIA - L'enciclopedismo (Enlightenment in France - The encyclopaedism)



ILLUMINISMO IN FRANCIA
  
Caratteristica generale: I'enciclopedismo 


Sul finire del'600, e più ancora nella prima metà del '700, il centro d'attrazione e d'irradiazione della cultura europea si è spostato dalla Francia all'Inghilterra. I più illuminati spiriti francesi cercano in Inghilterra i modelli di vita, di pensiero, di arte da presentare all'ammirazione e all'imitazione dei propri concittadini. Le Lettres sur les Anglais di Voltaire sono il documento più significativo - ma tutt'altro che unico - di questo indirizzo. 
Si guarda all'Inghilterra come alla patria del libero pensiero e della nuova scienza, alla patria del costruttivismo e del razionalismo. 
Newton e Locke sono esaltati come i legislatori, I'uno del mondo della natura mediante l'esperimento e il calcolo, I'altro del mondo del pensiero mediante I'analisi riduttrice di ogni sapere alla sua fonte prima, I'esperienza; e vengono contrapposti a Cartesio fisico e metafisico, apriorista e innatista: sebbene fosse sempre proprio lo spirito del razionalismo cartesiano quello che agiva pur in codesta anglomania, in codesta specie  di mito della vita inglese.

Nel nuovo ambiente in cui vengono trasportati, i motivi fondamentali dell'illuminismo inglese trovano condizioni spirituali propizie agli sviluppi più radicali, senza le limitazioni e le attenuazioni prudenti che avevano subite in Inghilterra, sotto l'azione di quel buon senso pratico e di quel certo aristocraticismo proprio della mentalità inglese. 
Lo spirito logicamente consequenziario dei Francesi, la fiducia sempre più viva e diffusa nella capacità, di quelle idee a risanare tutte le piaghe dalle quali la società si sentiva intimamente travagliata in Francia dopo la morte del Re Sole (1714), un'opera di attivissimo e sapiente proselitismo, tendente a far penetrare la scienza e la filosofia - dai salotti mondani dove erano diventate articoli di moda - negli strati più bassi del popolo, tutto ciò fa sì che il movimento illuministico francese metta in piena luce le forze distruttrici e rivoluzionarie delle nuove idee.

La filosofia non è che ragione, e la ragione è uguale in tutti, è senso comune; tutti dunque sono e possono essere filosofi. La mente umana, non è che luce intellettuale, fredda ma chiara; non intorbidata da impeto di passione, non traviata da stravaganze della fantasia - la folle du logiscome l'aveva chiamata Malebranche -, non turbata da brividi di commozione o da scatti di energia o da slanci di sentimento, anche se generosi e eroici. E tutto ciò che differenzia uomo da uomo, popolo da popolo, secolo, da secolo, tutto ciò che vi è di individuale e di particolare, le differenze di costumi e di leggi, perfino le differenze di lingua sono considerate o come irrilevanti o, più ancora, come mali da eliminare, appunto perchè difformi da quel livellamento egalitario che la ragione esige.
Universale il pensiero scientifico e filosofico, universale la lingua che dev'essere espressione e strumento di diffusione, universale l'organizzazione dei popoli in uno Stato cosmopolitico, tutelatore e custode dei diritti naturali eguali in ogni individuo umano sotto tutti i cieli e in tutti i tempi. 
La ragione è umanitaria ed è pacifista: ciò che è dissenso, lotta, contrasto è effetto e segno d'immaturità spirituale, ossia d'irragionevolezza. La storia è costituita appunto da ciò che divide e pone in guerra reciproca gli uomini: essa è la creatura dell'irrazionale. 
Abbasso, dunque, la storia, con tutti i suoi pregiudizi, con tutte le sue ingiustizie e diseguaglianze, con tutte le sue calamità spaventose. E in contrasto con l'inferno della vita nella storia appare un paradiso terrestre la vita del selvaggio: il primitivo - una specie di mito del selvaggio - è presentato come I'ideale dell'uomo: l'uomo secondo ragione, che realizza tutto e solo ciò che è proprio della genuina e schietta natura umana,e mostra ciò che l'uomo deve essere.

Certo si parla anche di progresso, e anzi d'indefinita perfettibilità umana: ma in questa celebrazione del progresso si esprime per un lato I'orgoglio del secolo, che è appunto il secolo fulgido dei lumi, contrapposto alla tenebra dei secoli passati confusi nell'oscurantismo medievale, e per I'altro lato è una specie d'idea-forza, una specie, anche qui, di mito generatore di una fiducia ottimistica nell'avvenire, incitamento all'azione realizzatrice dei trionfi della ragione, immancabili dopo che questa era uscita dalla barbarie. 
Si parla di progresso, piuttosto guardando al futuro da creare, che non al passato da interpretare. È quello I'articolo fondamentale di un nuovo credo, l'oggetto d'una fede che vuole affermarsi, pugnare contro tutti gli idoli del passato; d'una fede che nel fiorire delle scienze e delle arti, nelle sempre più brillanti e varie manifestazioni della civiltà - che rendono ogni giorno più bello e comodo questo mondo qui, dove viviamo -, vede i miracoli attestanti la verità, e la potenza della nuova religione, la religione della dea ragione, e della bellezza della vita terrena, quale poteva essere sentita dalla mentalità borghese ormai trionfante in Francia.

Voltaire prima (1694-1778) 2), Diderot poi (1713-1784) furono i pontefici e gli apostoli più ardenti di questa religione.
La Massoneria ne fu l'organizzazione segreta. L'Enciclopedia ne fu la Bibbia: sintesi o diciamo meglio repertorio di tutto lo scibile dell'epoca,, efficacissimo strumento di divulgazione dei principi dell'illuminismo, riflesso fedele - nella molteplicità dei collaboratori - della varietà e anche del contrasto di opinioni e di mentalità, delineantesi sullo sfondo comune della cultura dell'epoca.
  
Voltaire
  
Voltaire, pseudonimo di François-Marie Arouet (Parigi, 21 novembre 1694 – Parigi, 30 maggio 1778), è stato un filosofo, drammaturgo, storico, scrittore, poeta, aforista, enciclopedista, autore di fiabe, romanziere e saggista francese. 
A Londra tra il 1726 e€ il 1729; poi di nuovo in Francia i poi - caduto in disgrazia della Corte e del Re - ospite dal 1750 al 1753 di Federico II di Prussia; infine avvenuta la rottura anche con Federico, si ritira - nel 1755 - nella sua villa di Farney presso Ginevra, e dl lì domina da vero sovrano il mondo della cultura europea. 
Nel 1778 si reca a Parigi dove ha accoglienze trionfali. Tra le sue numerose opere cito queste, più significative dal punto di viste filosofico:

Lettres sur les Anglaise (1734)

Métaphysique de Newton (1740)

Elements de la philosophie de Newton (1741)


Dictionnaire philosophique (1764)

Reponse au Système de la Nature (1777)
  

Denis Diderot

Denis Diderot (Langres, 5 ottobre 1713 – Parigi, 31 luglio 1784) è stato un filosofo, enciclopedista, scrittore  e critico d'arte francese, autore di romanzi e racconti, di critiche e drammi, in corrispondenza attiva con una gran quantità di personaggi, temperamento esuberante ed entusiasta sebbene non privo di volgarità anche grossolane, fu il fondatore e direttore dell'Enciclopedia ( * su cui vedi la nota seguente), e scrisse anche opere teoriche, tra le quali cito:

Pensées philosophiques (1776)

Principes de la philosophie morale (1747) - in cui egli è sotto l'influenza dello Shaftesbury

Pensées sur l'interpretation de la nature (1754)

Lettre sur les Aveugles (1749)


( * ) L'Enciclopedie ou dictionnaire des sciuences, des arts et des métiers fu pubblicata tra il 1751 e il 1772, in 72 volumi, oltre altri 5 volumi di supplementi usciti nel 1776-77 e 2 volumi di "Tavole analitiche" pubblicati nel 1780. Ne furono direttori dapprima Jean D'Alembert (1717-1783), - che vi premise un Discours préliminaire divenuto famosissimo, contenente la concezione generale dell'Enciclopedia, ispirata in gran parte al programma scientifico di Bacone, - e Denis Diderot (1713-1784), poi soltanto quest'ultimo, dopo che il primo, nel 1757 si ritirò.


sabato 29 maggio 2010

La religieuse (La monaca) - Denis Diderot

    
La religieuse (La monaca)
Denis Diderot

Le idee del tempo


Divagazione sul romanzo di Diderot











Mi ricordo che alla fine del secolo scorso il governo francese vietò la programmazione all'interno e all'estero del film tratto dal romanzo di Denis Diderot "La religieuse" (La monaca)... e ben significative sono state le crepe avvertite nel mondo cattolico a questo proposito.

Com'è noto il film è stato vietato a conclusione di una violenta campagna orchestrata dalle tre grandi associazioni nelle quali sono organizzate le monache francesi, e alla quale hanno prontamente aderito i soliti ambienti benpensanti.
Così, ancora una volta, lo spirito dell'intolleranza e del clericalismo si è accanito contro l'opera del grande filosofo ed organizzatore della cultura illuminista che ha dedicato tutta la propria esistenza alla lotta aperta contro ogni forma di oscurantismo e di superstizione ed al quale i cattolici dell'osservanza non hanno mai perdonato non tanto la grande battaglia illuministica, quando il rifiuto della benché minima ritrattazione opposto sul letto di morte al curato di Saint-Sulpice, al quale, nel corso della sua agonia, Diderot dichiarò con fermezza... "Io non credo né al Padre, né allo Spirito Santo, né ad alcun altro della famiglia".

La storia ha inizio nel 1962 quando la commissione di precensura avvisò il produttore del film tratto dal romanzo di Diderot che il suo progetto aveva buone possibilità di essere vietato. A due riprese la sceneggiatura venne riproposta alla commissione, nel 1963 e poi nel 1965 quando il progetto venne approvato. Appena iniziate le riprese del film le associazioni nelle quali sono organizzate le 125.000 monache francesi scatenarono una violenta campagna che ebbe come effetto la raccolta di 500.000 firme di benpensanti subito pronti ad esorcizzare lo spirito di Diderot prima ancora di aver visto il film tratto dal suo romanzo. Di fronte alla sollevazione delle monache francesi il ministro dell'informazione Peyrefitte si affrettò a dichiarare che condivideva i sentimenti offesi delle suore e che avrebbe usato dei suoi poteri in materia di controllo cinematografico per impedire l'uscita del film. Da parte sua un eguale atteggiamento assumeva il prefetto di polizia della regione parigina Papon, uno degli uomini coinvolti nello scandalo del rapimento e dell'assassinio del leader dell'opposizione marocchina Ben Barka.

Nonostante queste autorevoli prese di posizione rese pubbliche quando ancora il film era in lavorazione, la commissione di censura ha concesso il visto con 14 voti favorevoli contro 8. Ma il nuovo ministro delle informazioni, Bourges, ha rinviato il film in commissione e, di fronte alla perseveranza dei giudici nella loro valutazione favorevole all'opera alla quale, nel frattempo, il produttore aveva modificato il titolo da La monaca in Suzanne Simonin, la monaca di Diderot, ha deciso di intervenire per vietarne la programmazione in Francia e all'estero.

La vicenda che Diderot ha saputo costruire con arte inimitabile nel suo romanzo e che il regista Jacques Rivette ha seguito molto fedelmente, è la storia di una giovane costretta ad entrare in convento per motivi di eredità. Essa cade dapprima in una comunità di sadiche torturatrici, poi, cambiato convento, viene in contatto con una superiora di tendenze lesbiche..., infine riesce a fuggire con la complicità di un monaco che si rivela un ben pessimo prete e che tenta di sedurla. Questa storia, in fondo banale, è servita a Diderot per denunziare le perversioni e le sregolatezze dei sensi, in rapporto agli aspetti aberranti di certo misticismo, come fenomeni patologici di una civiltà corrotta e mistificata, di quella civiltà criticata in maniera insuperata nel Nipote di Rameau e che tutti i grandi pensatori da Hegel a Goethe a Marx hanno posto a fondamento del loro giudizio della società prerivoluzionaria.

La decisione del ministro di De Gaulle di impedire la programmazione del film di Jacques Rivette non ha mancato di sollevare in Francia violente reazioni. Particolarmente significativa quella di Temoignage Chrétien per cui la vicenda "rischia senza dubbio di indisporre le masse francesi molto più di un film austero, poco accessibile al grosso pubblico e il cui divieto per i minori di 18 anni avrebbe scoraggiato, senz'altro, i circuiti di sale popolari".
Dal canto suo Monsignor Delarue, vicario generale della diocesi di Parigi, lasciando al ministro Bourges la responsabilità della decisione, ha dichiarato "di condannare personalmente il carattere odioso sotto il quale i due terzi del film presentano la vita religiosa, anche se si tratta dell'adattamento di un romanzo del 18° secolo, fedelmente situato nel suo contesto. Ma io non condanno di meno la campagna con la quale si sono mobilitate tante persone di buona volontà nessuna delle quali aveva visto il film".
Molto più esplicito è stato l'abate Oraison il quale ha coraggiosamente sostenuto che "è uno scandalo aver vietato questo film. Il film non rappresenta assolutamente un insulto per la religione. Esso rappresenta, come il romanzo di Diderot, la critica, di una forma di società del 18° secolo e della decadenza della vita monacale del tempo, e non è assolutamente un attacco contro la fede cristiana né contro il principio della vita monacale. È a mio parere un errore di fondo vietarlo, errore che può far molta più male del film stesso".

Jean-Luc Godard ha, dal canto suo, portato una critica di fondo contro il regime gollista che ha permesso questo nuova attentato alla libertà di espressione... "Il candidato dell'UNR alla presidenza della repubblica [De Gaulle ] aveva dichiarato qualche mese fa a Michel Droit di fronte a venti milioni di francesi... " Io ho soppresso la censura di Ganzier e non l'ho ristabilita". Interdicendo oggi l'adattamento cinematografico di uno dei maggiori classici della libertà, il suo segretaria all'informazione Yvon Bourges, fa dunque mentire il suo illustre padrone... Grazie, Yvan Bourges, di avermi fatto vedere in faccia il vero volto dell'intolleranza contemporanea. Sartre ha detto che la libertà dì espressione si trova là dove la schiacciano i carri della polizia. Fortunatamente ve ne è sempre di più".

Il Concilio Ecumenica Vaticano II si è chiuso pochi mesi dopo questo fatto con solenni proclamazioni sulla libertà religiosa, sul rispetto delle libertà civili dell'uomo moderno, ma lo spirito del Concilio sembra estraneo alle 125.000 monache francesi che si sentono offese dalla storia di Suzanne Simonin, alle 500.000 persone che hanno montata una campagna contro la trasposizione cinematografica "fedelmente situata nel suo contesto" (monsignor Delrue), 'austera' (Temoignage Chrétien), che" non è assolutamente un attacco conti o la fede cristiana" (abate Oraison), del celebre romanzo di Diderot..., estraneo ai governanti cattolici di Francia che si sentono molto più gli eredi dei gesuiti bollati dal cattolico Pascal, che del pensiero illuministico dei Diderot, Rousseau, Voltaire, e, se si vuole, del cattolicesimo giansenista.

In Italia, qualche mese dopo, la televisione aveva in programma un romanzo sceneggiato tratto dai "Promessi sposi". Le monache italiane non erano insorte come le loro colleghe francesi contro la incarnazione scenica della Monaca di Monza, la cui vicenda sintetizza in certo senso quella di Suzanne Simonin e quella della badessa d'Arpajon. Forse perché i censori nostrani meno brutali e più ipocriti di quelli francesi avevano fatto della monaca corrotta una educanda edificante e casta?

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