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domenica 19 ottobre 2014

D - STORIA DELL'ARTE- I grandi artisti (D - Art History - The great artists)

David di Donatello

I GRANDI ARTISTI

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(In costruzione)


DAVID Jacques-Louis (Vedi biografia)

Pittore (Parigi 1748 - Bruxelles 1825).
Fu suo maestro Joseph Marie Vieu, del cui insegnamento è manifestazione prestigiosa I'opera del 1774 L'Antioco e Strafonice che gli valse il Prix de Rome, testimoniando della sua eccezionale propensione alla resa espressiva di accenti intensamente drammatici.
Fu in Italia tra il 1775 e il 1780, dove studiò I'opera di Raffaello e si avvicinò al classicismo dei Carracci, familiarizzandosi anche con altre manifestazioni dell'arte secentesca.
A Napoli ideò il suo capolavoro, che poi portò a termine a Parigi: il Ritratto equestre del Conte Patocki. 
L'influenza del classicismo di Nicolas Poussin, con la sua severità morale e il rigoroso stoicismo, connesso anche alla teorizzazione di Winkelmann della serenità e del distacco supremi come qualità principali dell'arte neo-classica, si rivelano nel Dolore di Andromaca sul corpo di Ettore, in cui si manifesta anche con pienezza la sua vocazione tragica.
La sua prima opera matura è il Giuramento degli Orazi eseguito ed esposto a Roma nel 1785, in cui si esprime compiutamente la sua passione civile sfociante nell'esaltazione della virtù che antepone I'interesse patrio alla sfera dei sentimenti privati, tema questo evidente nel Bruto che ha condannato i figli (1789).
Con la Rivoluzione, il convinto giacobinismo di David lo portò ad essere eletto deputato alla Convenzione (1792) e successivamente membro del Comitato di Sicurezza accanto a Robespierre (1793): questo periodo di fervente attivismo politico accentua I'efficacia comunicativa della sua arte che si apre anche ad esiti realistici.
Il suo più grande capolavoro è Marat assassinato nel bagno (1793).
Dopo la reazione termidoriana, il clima politico profondamente ambiguo lo induce ad abbandonare i caratteri di immediatezza del suo linguaggio, cui preferisce la rarefazione di temi letterari (Le Sabine e I ritratti).
Con l'avvento di Napoleone crea i suoi ultimi capolavori (Madame Récamier, Bonaparte al passo del San Bernardo, Sacre).
Durante l'esilio a Bruxelles torna all'astrazione degli spunti e delle suggestioni letterarie.


DEGAS Edgar (Vedi biografia)

Degas fu l'organizzatore, nel 1874, della prima Mostra degli Impressionisti.
Pur facendo parte del gruppo per un certo periodo di tempo, Degas fu in realtà sempre molto lontano dal tipo di pittura visiva ed immediata che facevano i suoi amici.
Il celebre dipinto L'assenzio (1876) ha il taglio, nuovo ed ardito, di una inquadratura cinematografica.
L'assenzio è lontano dai motivi allegri e festosi della Belle Epoquecome anche dalla gamma di colori vivaci e squillanti di un Renoir o di un Monet.
Rappresenta due tipi umani, un bohémien ed una prostituta, instupiditi dall'alcool, che, seduti ad un tavolino di un caffè, fissano il vuoto senza più alcuna luce nello sguardo e vitalità nelle membra.
Altri motivi ricorrenti nelle opere di Degas sono i cavalli, resi nel loro elegante guizzare (All'Ippodromo), ed il mondo del teatro con i suoi cantanti e, soprattutto, le sue ballerine.
Le ballerine (Classe di Danza, 1874 circa) e le donne in generale (Due stiratrici, 1884) attirano l'attenzione del pittore che ne studia le pose per rendere puri effetti di movimento nello spazio. L'interesse spaziale di Degas era infatti tale da fargli a volte preferire la scultura alla pittura (Danseuse, 1886).


DELLA ROBBIA (Luca, Andrea, Giovanni) (Vedi vita e opere)

I Della Robbia sono una famiglia di scultori italiani, specializzata nella tecnica della terracotta policroma invetriata inventata da Luca, che aprì una redditizia bottega a Firenze.
Il nome deriva da una tintura robbia cioè rosso, quindi si pensa che la famiglia, documentata dal XIII secolo in città, fosse una famiglia appartenente all'Arte dei Tintori. Le maioliche invetriate alla fiorentina tradizionalmente anche oggi si chiamano robbiane.
I suoi componenti più famosi sono: Luca (di Simone) della Robbia (1400 circa-1482)...., Andrea della Robbia (1435-1525)...., Giovanni della Robbia (1469-1529)


DONATELLO, Davide Niccolò dei Bardi (Vedi biografia)

Scultore (Firenze 1386-1466).
Si formò nella bottega di Lorenzo Ghiberti e la tradizione vuole che, a soli vent'anni, accompagnasse il Brunelleschi nel suo viaggio a Roma realizzato con intenti di studio e approfondimento archeologico. Non è sicura l'attribuzione del Profetino per la porta della Mandorla, perciò si fanno risalire al 1408 le sue prime opere accertate: la statua in marmo di David profeta, il San Giovanni Evangelista, che doveva essere collocato - insieme agli altri tre - sulla facciata di S. Maria del Fiore, e le figure di San Pietro e San Marco per Orsanmichele.
Sua prima opera famosa è, sempre per Orsanmichele, il San Giorgio, in cui dalle marginali reminiscenze gotiche si passa ad un'impostazione plastica e spaziale rigorosamente nuova.
Eseguì poi per le nicchie del campanile di Giotto i Profetinoti per il vigore drammatico e I'intensità espressiva dei tratti.
La statua in bronzo di San Ludovico è del 1423, e anteriori al 1427 le lastre marmoree, realizzate accanto a Michelozzo, per il Monumento funebre del Cardinale Brancacci in Sant'Angelo a Nilo di Napoli.
Il periodo tra il 1430 e il 1440 lo vede dislocare la sua attività tra Firenze, Siena, Pisa e Roma.
Fra il '32 e il '33 fu a Roma con Michelozzo, dove scolpì il tabernacolo del Sacramento per la sacrestia dei Beneficiati e la lastra tombale marmorea di Carlo Crivelli all'Aracoeli: questo soggiorno gli consenti cli analizzare direttamente non solo le opere antiche ma anche quelle di Arnolfo di  Cambio, in un intreccio di suggestioni classiche e non, chiaramente inscrivibili nella statua bronzea del David.
I motivi dinamici sono preminenti nel pulpito del Duomo di Prato e nella cantoria del Duomo di Firenze, mentre un certo gusto per un "antico di fantasia" è evidente nell'Annunciazione
Portò poi a termine i lavori per la sagrestia vecchia di San Lorenzo con le porte bronzee degli Apostoli e dei Martiri, ornate di stucchi policromi, e realizzò i medaglioni con le Storie di S. Giovanni, notevolissimi per gli esiti compositivi e l'audacia prospettica.
Fra il 1443 e il 1453 soggiornò a Padova, dove attese ai lavori per I'altare del Santo, sovraintendendo a un folto gruppo di collaboratori, e al monumento equestre del Gattamelata, un'opera di ardua realizzazione tecnica.
Rientrato a Firenze, realizzò il gruppo di Giuditta e Oloferne e i due pulpiti in bronzo recanti scene della Passione per San Lorenzo, la sua ultima opera.

lunedì 5 luglio 2010

DONATELLO - Vita e opere (Life and works)

Per Donato di Niccolò dei Bardi detto Donatello si devono fare una serie di considerazioni che valgono anche per Masaccio, di cui vi parlerò in un prossimo futuro.
Egli infatti, scultore, insieme con Masaccio, pittore, è l’espressione più viva ed artisticamente più potente di quella borghesia fiorentina che l’inizio del Quattrocento vede attivamente impegnata a riaffermare la propria forza economica e la propria concezione realistica della vita.
Ecco perché Donatello, come Masaccio, appare un artista così energico e nuovo nel suo ripudio d’ogni goticismo cortese, di ogni raffinatezza aristocratica. In maniera assai sintetica ma efficace, il Berenson descrive l’apparire di Donatello sulla scena dell’arte fiorentina :- “Viveva a quel tempo un uomo pieno di forza per opporsi alla tradizione, e non meno ricco di potere visivo… Grazie a quest’uomo, Donatello, l’arte istantaneamente si liberò dalle tradizioni immediate, scagliando ai quattro venti il repertorio delle immagini medievali, e volgendosi con gagliardia e con zelo alla riproduzione delle cose come ora si veniva scoprendo che fossero… Ogni uomo aveva una sua forza individuale…, e non c’era ragione di non introdurre quella d’uno invece di quella d’un altro”.
In questo brano, Berenson sottolinea il fatto che con Donatello l’arte rifugge da ogni vago idealismo per concentrarsi sulla verità del personaggio, il senso di una visione generale, storicamente fondata, è ben lungi dall’attenuarsi…, si deve anzi dire che proprio la ricerca della “singolarità” è il cardine stesso di tale visione.
Ma dove Masaccio dà vigore e presenza ai suoi personaggi attraverso un’immagine di rara solidità, di fermezza e imponenza, Donatello sprigiona invece una violenta energia, una concitazione dei sentimenti che investe dall’intimo la forma e la rende fremente.

Nella sua magistrale opera (edita da Einaudi) “Arte e umanesimo a Firenze”, Andrè Chastel scrive:- E’ noto che i profeti scolpiti sulla porta della sagrestia di San Lorenzo verranno criticati dal Filerete per il loro gestire da “schermidori”…, è possibile che già l’Alberti li avesse presi di mira quando aveva rivolto la sua ironia contro coloro che danno ai personaggi un atteggiamento di “schermitori et istrioni senza alcuna dignità di pittura, onde non solo sono senza grazia et dolcezza, ma più ancora mostrano l’ingegno dell’artefice fervente e furioso”… In scultura era questo l’ideale del Ghiberti e non quello di Donatello, nel quale, insieme con la varietà nell’organizzazione dell’opera, il gusto per la violenza non ha fatto che aumentare sempre più”.

Lorenzo Ghiberti è cioè un esempio di come anche in un artista rinascimentale potessero continuare a vivere motivi ancora spiritualmente medievali…, Donatello invece, col suo linguaggio plastico asciutto, forte, vibrante, carico d’impulso e di tensione morale, è tutto proteso verso la grandezza di un uomo nuovo, severo ed energico, spoglio di ogni finzione, un uomo di verità e di ardore.

San Giorgio
Questi aspetti dell’arte donatellesca s’intuiscono già dalle prime opere, sin dal PROFETA FANCIULLO (1406-1408) e dal DAVIDE (1408-1409), anche se in queste opere giovanili resiste ancora una certa modulazione gotica. Ma Donatello è già per intero nel SAN GIORGIO (1416-1420). Qui non vi è più nulla del decorativo linearismo gotico, qui Donatello è riuscito ad animare intensamente l’intera superficie della statua imprimendole un moto interiore che si comunica all’atteggiamento della testa, alla lieve torsione del busto, al divarico delle gambe, all’ampia spirale del manto… Si avverte in questa scultura quasi una forza pronta a scattare, una decisa energia, che l’espressione del volto intento, coi sopraccigli appena aggrondanti, sottolinea vivamente.

Questi caratteri dell’arte donatellesca toccano un punto culminante nel profeta GEREMIA (1423-1426) e nel profeta ABACUC (1427-1436), la statua che i fiorentini chiamano popolarescamente lo “Zuccone”. E’ soprattutto in quest’ultima scultura che Donatello dimostra l’assoluta indipendenza dai canoni precedenti, rinnovando con estrema libertà, nei gesti, nella fisionomia, nel panneggio, nell’intima struttura formale, i modi espressivi… la figura dura e ossuta del profeta è sormontata da una testa drammatica, marcatamente espressiva. Da tutto l’insieme si sprigiona un brusco e conscio vigore, quasi una sorta di aggressività, di impazienza. La verità del personaggio è scrutata fino in fondo, ed è una verità individuale, ben definita ed enunciata con inequivocabile evidenza.

Non in direzione così drastica e ribelle, ma sempre nel senso di una poetica dell’energia, dell’impulso, sono i famosi putti della CANTORIA eseguita per Santa Maria del Fiore (1433-1439). E’ chiaro che in questa grande composizione, Donatello si ispira ai putti eroicizzati e danzanti di molti sarcofaghi romani. Egli li ha scolpiti cercando di cogliere col movimento sfrenato della danza la terrestre vitalità della natura. La cultura umanistico-archeologica di Donatello era senz’altro vasta per la sua epoca, ma egli non ne è mai impacciato scolasticamente. E’, al contrario, una cultura che agisce su di lui come uno stimolo, come una suggestione fantastica.

Lo Zuccone
Con il profeta ABACUC e con la CANTORIA del Duomo ecco dunque enuclearsi compiutamente la tendenza donatellesca ad esprimere la tensione straordinaria della forma nella duplice indicazione di un’aspra severità e di una elementare esultanza. Questa sua duplice ispirazione si continuerà da una parte nelle formelle della PORTA DEGLI APOSTOLI e della PORTA DEI MARTIRI (1435-1443), nel monumento equestre al GATTAMELATA, che egli portò a termine negli anni del suo soggiorno padovano, (1443-1454) (in cui condusse a compimento anche l’altare per la Basilica del Santo), nella MARIA MADDALENA e nella GIUDITTA E OLOFERNE (1455)…, e dall’altra nei putti del PULPITO esterno di Prato, eseguiti con la collaborazione di Michelozzo, nell’EROS, negli ANGELI MUSICANTI di Padova e nel bassorilievo della GIUDITTA E OLOFERNE.

Il soggiorno padovano di Donatello avrà un’importanza determinante per l’arte quattrocentesca dell’Italia settentrionale. Ma a parte questo soggiorno e la visita a Roma nel 1432-33, la sua vita e il suo lavoro si svolsero soprattutto in Toscana e a Firenze in particolare.
Qui, dove era nato verso il 1386, morì il 13 dicembre del 1466, nove anni prima della nascita di Michelangelo.



VEDI ANCHE . . .

DONATELLO - Vita e opere

Donato di Niccolò dei Bardi, detto DONATELLO

DONATELLO SCULTORE




DONATELLO SCULTORE (Sculptor)

Ritratto di Donatello, anonimo del XVI secolo, Louvre


Donatello (1386 - 1466) - o piú propriamente Donato di Niccolò di Betto de' Bardi -, il piú grande rivoluzionario dell'arte italiana, lavora nella bottega di un orafo e, dopo esser stato giovanissimo a Roma insieme al Brunelleschi, segue la sua vocazione di scultore.
L'espressivo "David vincitore" (Firenze, Museo Nazionale) preludio alle più indipendenti lezioni del realismo fiorentino..., il piccolo eroe gravita sulla gamba destra con la naturalezza che i trecentisti avvertirono, e forse l'immagine pittorica è presa dagli affreschi del Gaddi in Santa Croce.
Il "San Giovanni Evangelista" (Firenze, Duomo), commesso nel 1408 e terminato nel '15, siede come il San Luca di NANNI DI BANCO.
La testa gira leggermente a destra..., la fronte si corruga, e in quel silenzio arde lo spirito formidabile del profeta.
Dal "San Marco" (Firenze, Orsanmichele) Nanni di Banco deriva, con pochi mutamenti, il San Pietro della stessa chiesa, ma nel 1416 l'arte dei corazzai può scoprire nella nicchia del patrono un capolavoro.
Il "San Giorgio di marmo" - ricoverato dalle intemperie nel Museo Nazionale - ha la leggerezza nervosa del bronzo..., piantato sulle gambe larghe, ha un terzo punto d'appoggio nello scudo, che lo copre dall'addome in giù.
Questo miracolo della giovinezza ci richiama subito alla plastica greca..., l'antico si incontra con il moderno, e dall'efebo sorge il capitano del popolo che difende la croce del suo comune.
La brutalità scientifica del fisionomista, che non indietreggia dinanzi all'espressione potente e deforme, e che la coglie nel suo valore cromatico e accidentale, può riflettere qualche influsso straniero, ma può anche essere un indizio del genio spregiudicato che nel "Giobbe" (lo Zuccone) e nel "Geremia" (il Popolano) del campanile studia gli uomini come un psicologo studia le anime.

La multiforme attività del maestro si estende - con la cooperazione di Michelozzo - all'architettura, e nel 1425-27 il Battistero di Firenze si arricchisce del "Monumento di papa Giovanni XXIII" ( * ), composto di marmo e bronzo.


DAVID (1430 - 1440) - Museo del Bargello a Firenze


Tra il 1430 e il 1440, è fuso il finissimo bronzo del "David" (Firenze, Museo Nazionale del Bargello), nudo e con il petaso contornato di edera, che sfuggi al rogo del Savonarola..., poco dopo, il famoso busto di terracotta dipinta di "Niccolò da Uzzano" (Firenze, Museo Nazionale), che non si può credere condotto sulla maschera del cadavere (tanta è l'immediatezza e la forza imperativa di quella testa che ci scruta spavalda), forse non riproduce i lineamenti dello "uomo di dolce condizione e di grossa pasta", oppositore di Giovanni de' Medici, e morto a settantacinque anni, nel 1433.

L'Annunciazione (Firenze, S. Croce), scolpita in pietra serena, e con le due figure quasi al naturale, ha gli ornati scelti dall'antico, e la dolcezza del colloquio spirituale oscilla tra la preghiera dell'angelo e la dignitosa condiscendenza della Vergine.
Fin dai primi bassorilievi del Battistero di San Giovanni in Siena, i quali raggiungono l'estremo della scienza prospettica nelle tavole di bronzo con i miracoli del Santo in Padova, Donatello scopre la "maniera pittorica": stiaccia le figure, le lamina nello spazio, le affolla, le muove e le agita con infuriata violenza sotto le vaste fabbriche..., la stessa tecnica applicata alla pietra, invece che al bronzo, produce la piú tragica e fremente "Deposizione" dell'epoca (Padova, Sant'Antonio).
Creatore di mirabili danze di putti carnosi e modellati su due piani, il maestro dà prova della sua superlativa comprensione nella "Cantoria" di Santa Maria del Fiore (Museo dell'Opera, 1433 - 1440) e nel "Pulpito" del Duomo di Prato.


Crocifisso di Donatello (1406-1408 circa)
Santa Croce (Firenze)


Il realistico "Crocifisso" dell'altare del Santo - smembrato e ricomposto con irrimediabile approssimazione - ed il "Monumento di Gattamelata" (1446-47) in Padova) basterebbero alla fama di un sommo artista.
Il primo, fra moribondo e morto, è un modello di fermezza nei risalti e nelle lucide depressioni della carme, e l'altro, "il condottiero" - dal cavallo mosso a contrattempo -, affronta il destino con la fierezza risentita, non del morto che risorge sul basamento del suo sepolcro, ma dell'immortale che vive di audacia e di gloria.
Non meno grande che nel realismo epico, il modellatore della "Giuditta ed Oloferne" (Firenze, Loggia dei Lanzi, 1455) celebra la giustizia nella serenità dell'eroina, sotto la quale i repubblicani del 1495 incidevano il monito: "Exemplum salutis publicae cives postere".


Monumento di papa Giovanni XXIII
Battistero di Firenze



( * ) Non deve essere confuso con il papa Giovanni XXIII del XX secolo ( Angelo Giuseppe Roncalli) .
L'Antipapa Giovanni XXIII, (Baldassarre Cossa - Procida, 1370 - Firenze, 22 dicembre 1419), è stato un cardinale italiano eletto papa dal Concilio di Pisa nel 1410 a seguito della morte di Alessandro V, con il nome (poi ignorato nella storiografia vaticana) di Giovanni XXIII.


VEDI ANCHE . . .

DONATELLO - Vita e opere 

Donato di Niccolò dei Bardi, detto DONATELLO

DONATELLO SCULTORE




martedì 15 gennaio 2008

Donato di Niccolò dei Bardi, detto DONATELLO

Per Donato di Niccolò dei Bardi detto Donatello si devono fare una serie di considerazioni che valgono anche per Masaccio, di cui vi parlerò in un prossimo futuro.
Egli infatti, scultore, insieme con Masaccio, pittore, è l’espressione più viva ed artisticamente più potente di quella borghesia fiorentina che l’inizio del Quattrocento vede attivamente impegnata a riaffermare la propria forza economica e la propria concezione realistica della vita.
Ecco perché Donatello, come Masaccio, appare un artista così energico e nuovo nel suo ripudio d’ogni goticismo cortese, di ogni raffinatezza aristocratica. In maniera assai sintetica ma efficace, il Berenson descrive l’apparire di Donatello sulla scena dell’arte fiorentina :- "Viveva a quel tempo un uomo pieno di forza per opporsi alla tradizione, e non meno ricco di potere visivo… Grazie a quest’uomo, Donatello, l’arte istantaneamente si liberò dalle tradizioni immediate, scagliando ai quattro venti il repertorio delle immagini medievali, e volgendosi con gagliardia e con zelo alla riproduzione delle cose come ora si veniva scoprendo che fossero… Ogni uomo aveva una sua forza individuale…, e non c’era ragione di non introdurre quella d’uno invece di quella d’un altro".
In questo brano, Berenson sottolinea il fatto che con Donatello l’arte rifugge da ogni vago idealismo per concentrarsi sulla verità del personaggio, il senso di una visione generale, storicamente fondata, è ben lungi dall’attenuarsi…, si deve anzi dire che proprio la ricerca della "singolarità" è il cardine stesso di tale visione.
Ma dove Masaccio dà vigore e presenza ai suoi personaggi attraverso un’immagine di rara solidità, di fermezza e imponenza, Donatello sprigiona invece una violenta energia, una concitazione dei sentimenti che investe dall’intimo la forma e la rende fremente.

Nella sua magistrale opera (edita da Einaudi) "Arte e umanesimo a Firenze", Andrè Chastel scrive:- E’ noto che i profeti scolpiti sulla porta della sagrestia di San Lorenzo verranno criticati dal Filerete per il loro gestire da "schermidori"…, è possibile che già l’Alberti li avesse presi di mira quando aveva rivolto la sua ironia contro coloro che danno ai personaggi un atteggiamento di "schermitori et istrioni senza alcuna dignità di pittura, onde non solo sono senza grazia et dolcezza, ma più ancora mostrano l’ingegno dell’artefice fervente e furioso"… In scultura era questo l’ideale del Ghiberti e non quello di Donatello, nel quale, insieme con la varietà nell’organizzazione dell’opera, il gusto per la violenza non ha fatto che aumentare sempre più".

Lorenzo Ghiberti è cioè un esempio di come anche in un artista rinascimentale potessero continuare a vivere motivi ancora spiritualmente medievali…, Donatello invece, col suo linguaggio plastico asciutto, forte, vibrante, carico d’impulso e di tensione morale, è tutto proteso verso la grandezza di un uomo nuovo, severo ed energico, spoglio di ogni finzione, un uomo di verità e di ardore.

Questi aspetti dell’arte donatellesca s’intuiscono già dalle prime opere, sin dal PROFETA FANCIULLO (1406-1408) e dal DAVIDE (1408-1409), anche se in queste opere giovanili resiste ancora una certa modulazione gotica. Ma Donatello è già per intero nel SAN GIORGIO (1416-1420). Qui non vi è più nulla del decorativo linearismo gotico, qui Donatello è riuscito ad animare intensamente l’intera superficie della statua imprimendole un moto interiore che si comunica all’atteggiamento della testa, alla lieve torsione del busto, al divarico delle gambe, all’ampia spirale del manto… Si avverte in questa scultura quasi una forza pronta a scattare, una decisa energia, che l’espressione del volto intento, coi sopraccigli appena aggrondanti, sottolinea vivamente.


Questi caratteri dell’arte donatellesca toccano un punto culminante nel profeta GEREMIA (1423-1426) e nel profeta ABACUC (1427-1436), la statua che i fiorentini chiamano popolarescamente lo "Zuccone". E’ soprattutto in quest’ultima scultura che Donatello dimostra l’assoluta indipendenza dai canoni precedenti, rinnovando con estrema libertà, nei gesti, nella fisionomia, nel panneggio, nell’intima struttura formale, i modi espressivi… la figura dura e ossuta del profeta è sormontata da una testa drammatica, marcatamente espressiva. Da tutto l’insieme si sprigiona un brusco e conscio vigore, quasi una sorta di aggressività, di impazienza. La verità del personaggio è scrutata fino in fondo, ed è una verità individuale, ben definita ed enunciata con inequivocabile evidenza.


Non in direzione così drastica e ribelle, ma sempre nel senso di una poetica dell’energia, dell’impulso, sono i famosi putti della CANTORIA eseguita per Santa Maria del Fiore (1433-1439). E’ chiaro che in questa grande composizione, Donatello si ispira ai putti eroicizzati e danzanti di molti sarcofaghi romani. Egli li ha scolpiti cercando di cogliere col movimento sfrenato della danza la terrestre vitalità della natura. La cultura umanistico-archeologica di Donatello era senz’altro vasta per la sua epoca, ma egli non ne è mai impacciato scolasticamente. E’, al contrario, una cultura che agisce su di lui come uno stimolo, come una suggestione fantastica.


Con il profeta ABACUC e con la CANTORIA del Duomo ecco dunque enuclearsi compiutamente la tendenza donatellesca ad esprimere la tensione straordinaria della forma nella duplice indicazione di un’aspra severità e di una elementare esultanza. Questa sua duplice ispirazione si continuerà da una parte nelle formelle della PORTA DEGLI APOSTOLI e della PORTA DEI MARTIRI (1435-1443), nel monumento equestre al GATTAMELATA, che egli portò a termine negli anni del suo soggiorno padovano, (1443-1454) (in cui condusse a compimento anche l’altare per la Basilica del Santo), nella MARIA MADDALENA e nella GIUDITTA E OLOFERNE (1455)…, e dall’altra nei putti del PULPITO esterno di Prato, eseguiti con la collaborazione di Michelozzo, nell’EROS, negli ANGELI MUSICANTI di Padova e nel bassorilievo della GIUDITTA E OLOFERNE.

Il soggiorno padovano di Donatello avrà un’importanza determinante per l’arte quattrocentesca dell’Italia settentrionale. Ma a parte questo soggiorno e la visita a Roma nel 1432-33, la sua vita e il suo lavoro si svolsero soprattutto in Toscana e a Firenze in particolare.
Qui, dove era nato verso il 1386, morì il 13 dicembre del 1466, nove anni prima della nascita di Michelangelo.


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Donato di Niccolò dei Bardi, detto DONATELLO

DONATELLO SCULTORE




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