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giovedì 2 agosto 2018

FËDOR MICHAJLOVIČ DOSTOEVSKIJ - Vita e opere (Life and Works)


Ritratto di Dostoevskij (1872) Vasilij Perov (Galleria Tret'jakov, Mosca)

FËDOR MICHAJLOVIČ DOSTOEVSKIJ

Fëdor Michajlovič Dostoevskij nasce a Mosca il 30 ottobre 1821 (11 novembre del calendario gregoriano), secondogenito di Michail Andreevič, medico, discendente da un antico ceppo lituano, e di Marija Fëdorovna Nečaeva, figlia di commercianti moscoviti.
I due figli maggiori, Michail e Fëdor, studiano insieme a Mosca e a Pietrroburgo, dove preparano gli esami per l'ammissione all'Istituto militare d'ingegneria.
Dopo la motte della moglie (febbraio 1837) il padre si è ritirato in una piccola proprietà a 150 verste da Mosca; là si abbandona al bere e maltratta i propri contadini, finché un gruppo di questi, esasperato, Io uccide. All'annuncio della sua morte Fëdor, secondo alcune testimonianze, avrebbe avuto il primo attacco di epilessia, il male che lo accompagnerà per tutta la vita.
Nell'agosto 1843, terminati i corsi, Dostoevskij  entra in servizio effettivo presso il Comando d'ingegneria militare di Pietroburgo. Ma dopo un anno rassegna le dimissioni e abbandona la vita militare. Ha appena terminato - scrive al fratello Michail - "un romanzo dell'ampiezza di Eugénie Grandet" (l'opera di Honoré Balzac da lui tradotta l'anno prima): si tratta di Povera gente, un romanzo epistolare che entusiasma i maggiori critici democratici, fra cui l'autorevolissimo Belinskij, e, pubblicato nel gennaio 1846, rende subito celebre il giovane autore, salutato come un nuovo Gogol'.
La sua attività letteraria assume subito un ritmo travolgente: più di un romanzo all'anno (senza contare i racconti), benché la malattia si stia aggravando (il primo forte attacco risale al luglio 1847). Sin dal secondo romanzo, Il sosia, Dostoevskij rivela la propria originalità, allontanandosi dalla "scuola naturale" e dall'esempio di Gogol'; ciò provoca un raffreddamento, e ben presto la rottura, con I'ambiente di Belinskij e dei critici democratici.
Dal 1847 Dostoevskij  frequenta il circolo fourierista di M. V. Petraševskij Butaševič, dove subisce l'influenza del "comunista" Spesnev, che chiamerà "il mio Mefistofele". 
Nel 1849 l'intero gruppo è arrestato e condannato a morte, Dostoevskij e i suoi compagni sono graziati davanti alle armi spianate. Ma era un'atroce commedia: già da qualche giorno Io zar Nicola I aveva commutato la pena nella deportazione.
Il 24 dicembre i condannati partono per la Siberia. Sino al febbraio 1854 Dostoevskij sconta nel penitenziario di Omsk la prima parte della condanna. Poi serve come soldato semplice nel battaglione siberiano di stanza a Semipalatinsk.
Morto Nicola I (febbraio 1855), il nuovo zar Alessandro II concede allo scrittore la nomina a sottufficiale e poi a ufficiale, poi il congedo e l'autorizzazione a tornare in Russia e a pubblicare. Il 6 febbraio 1857 Dostoevskij  sposa Marija Dmitrievna, vedova Isaeva. Nel marzo 1859 arriva finalmente il congedo, per motivi di salute (le sofferenze fisiche e morali hanno aggravato il suo male); in dicembre Dostoevskij si stabilisce a Pietroburgo. Nello stesso anno compaiono su due riviste Il sogno dello zio e Il villaggio di Stepancikovo.
A partire dal settembre 1860 escono a puntate le Memorie di una casa morta, che rievocano con animo cristiano l'esperienza della deportazione; nel gennaio seguente il primo numero di "Vremja" "Tempo), una rivista fondata e diretta da Dostoevskij, comincia a pubblicare Umiliati e offesi.
Dopo un viaggio in Francia, Inghilterra (dove incontra Aleksandr Hetzen), Germania, Svizzera e Italia (giugno-settembre 1862), Dostoevskij inizia la tempestosa relazione (adombrata poi ne Il giocatore) con Apollinarija Prokof'evna Suslova. "Vremja" chiude nel maggio 1863, a causa dell'articolo sulla Polonia di uno stretto collaboratore. 
Dostoevskij viaggia all'estero con la Suslova (agosto-novembre); rientra poi a Mosca, dove la moglie è gravemente malata.
Il 21 marzo 1864 esce il primo numero di "Epocha", fondata e diretta da Michail e Fëdor Dostoevskij. La rivista polemizza vivacemente con i giornali di tendenza democratica. Fëdor vi pubblica, oltre a vari articoli, le Memorie del sottosuolo, dalle quali si può datare la sua fase maggiore.
Il 15 aprile muore la moglie, il 10 luglio il fratello Michail, lasciando la famiglia priva di mezzi e assediata dai creditori. Fëdor, senza esservi giuridicamente tenuto, decide di far fronte ai debiti del fratello con i propri averi, e si mette disperatamente alla ricerca di denaro, anche per tenere in vita la rivista. Ma "Epocha" chiude con il numero del 22 marzo 1865, in cui compare un racconto umoristico di Dostoevskij, Il coccodrillo.
Incalzato dai creditori, Dostoevskij "fugge" all'estero (luglio-ottobre), dopo aver firmato un contratto capestro con l'editore Stellovskij. Durante il viaggio comincia a lavorare a Delitto e castigo e, con procedimento che resterà costante nelle opere successive, lo pubblica a puntate (dal gennaio 1866) mentre è ancora in corso di stesura. Intanto l'impegno con Stellovskij sta per scadere; se non riceverà il romanzo promesso, l'editore potrà pubblicare tutte le opere future di Dostoevskij  senza pagare alcun compenso. Un amico consiglia di ricorrere a una stenografa. Dal 4 al 29 ottobre 1866 Dostoevskij  detta a Anna Grigor'evna Snitkina Il giocatore, e il 1°novembre lo consegna puntualmente.
Il 15 febbraio 1867 Dostoevskij  sposa a Pietroburgo la sua stenografa, che ha vent'anni meno di lui. Sarà una compagna piena d'amore e una collaboratrice preziosa. In aprile i due sposi partono per un viaggio all'estero che durerà più di quattro anni. A Dresda e a Ginevra, in Francia, a Milano, Firenze (novembre 1868 - luglio 1869), Venezia, Vienna, Praga, di nuovo a Dresda (di là tornerà in patria nell'estate 1871), lo scrittore è travolto a più riprese dalla passione per il gioco, e più di una volta si riduce letteralmente alla fame. Ma sono anni straordinariamente fecondi. Negli ultimi mesi del 1867 Dostoevskij  inizia L'idiota, pubblicato a puntate dal gennaio e terminato a Firenze nella primavera 1869; nei due anni successivi scrive L'eterno marito (1870), racconto "umoristico" che gode di un posto a sé nell'ambito della sua opera, e il grande romanzo "contro i nichilisti", I demoni.
Tornato in Russia, Dostoevskij frequenta ambienti governativi e vicini alla corte. Dal 1° gennaio 1873 assume la direzione del "Grazdanin" "Il cittadino), quindicinale di tendenza conservatrice, dove cura le notizie di politica internazionale e scrive una rubrica fissa, il Diario di uno scrittore. Nell'aprile 1874 la rivista annuncia però, adducendo motivi di salute, che Dostoevskij lascia la direzione: in realtà lo scrittore è di nuovo controllato dalla polizia. Dopo L'adolescente (1876), egli scrive e pubblica una nuova rivista, il "Diario di uno scrittore" (1877); intanto comincia a lavorare all'ultimo grande romanzo, l fratelli Karamazov, che esce a puntate dal gennaio 1879.
Nel giugno 1880 Dostoevskij  (dal dicembre 1877 membro dell'Accademia delle Scienze) legge il discorso in onore di Aleksandr Sergeevič Puškin durante le celebrazioni per il centenario della sua nascita. In dicembre escono in volume i Karamazov.
Il 28 gennaio 1881 Dostoevskij muore di enfisema polmonare nel suo appartamento di Pietroburgo. Il 31 gennaio una grande folla accompagna la salma al cimitero dell'Aleksandro-Nevskaja lavra.



mercoledì 5 novembre 2008

I FRATELLI KARAMAZOV (The Brothers Karamazov) - Fedor Michajlovich Dostoevskij

I FRATELLI KARAMAZOV, affresco ampio e profondo della società russa e delle "profondità" della psiche umana, venne scritto da Fedor Michajlovich Dostoevskij (1821-1881) negli ultimi anni della sua vita: tra il 1879 e il 1880. Il grande scrittore non arrivò a questa opera imponente e complessa senza una lunga e tormentosa preparazione interiore. L'opera, anzi, avrebbe dovuto far parte di un più ampio affresco, intitolato VITA DI UN GRANDE PECCATORE, abbozzi e frammenti del quale erano entrati in romanzi precedenti quali I DEMONI (in particolare l'episodio allucinante della "confessione di Stavrogin", il "demonio" che rappresentava, nella trasfigurazione poetica e drammatica, il "distruttore" Bakunin) e ne L'ADOLESCENTE, il poema dell'ossessione del denaro: ossessione che ritorna anche, fra i filoni tematici dominanti, nel KARAMAZOV e, in particolare, nelle figure di due esseri "maledetti", il vecchio e bestiale padre, Fjodor Karamazov e il malvagio Smerdjakov.
Il romanzo è, senza dubbio, il più profondo dei romanzi di Dostoevskij; questa stessa complessità può essere tra le cause di certi difetti che sono stati riscontrati: per esempio la non perfetta fusione di "sottoromanzi" o "linee tematiche organizzate" di cui I FRATELLI KARAMAZOV è "composto2: il romanzo poliziesco (l'uccisione del vecchio Karamazov, l'istruttoria, il processo, la condanna di Dmitrij Karamazov per parricidio), il romanzo ideologico (l'ateismo di Ivan Karamazov, l'influenza spirituale di Ivan su Smerdjakov, la redenzione di Grusen'ka e di Dmitrij), il romanzo utopistico-religioso, e cioè il tema di padre Zosima e Aljosa, come risposta alla sfida atea di Ivan alla problematica dell'orrore sociale: a questo "romanzo nel romanzo" è collegato il "motivo dei bambini", che è un altro romanzo, che non può essere considerato solo una "novella" laterale (il tema di Iljusa e dei suoi compagni di scuola). Il tema dei bambini è presente nell'opera dostoevskiana in molte opere precedenti, come in UMILIATI E OFFESI. Il tema dei bambini ne I FRATELLI KARAMAZOV - benché laterale rispetto al tema fabulistico centrale, la vicenda dei Karamazov - è però di fondamentale importanza perché porta la prospettiva profetica del romanzo, è strettamente collegato ad Aljosa: non per nulla l'opera si conclude proprio con il discorso armonico di Aljosa sulla pietra di Iljusa e sulla risposta corale dei ragazzi.



UN ROMANZO APERTO

Il romanzo, nella forma pervenutaci, non è concluso, se lo si considera in base alle intenzioni dello scrittore e anche secondo le regole del cosiddetto "romanzo ben fatto", tipica manifestazione del romanzo ottocentesco. Difatti l'opera avrebbe dovuto continuare, perché il tema di Aljosa è solo iniziato: nulla sappiamo dell'evoluzione successiva del giovane, dopo la sua uscita dal convento. E così del destino futuro di Dmitrij e di Grusen'ka abbiamo solo delle indicazioni (la notizia che si prepara la loro fuga e il loro trasferimento in America); né sappiamo dell'evoluzione di Ivan e della consorte Sara (alla fine del romanzo, Aljosa ci dice che è morente), e di Katerina. Dobbiamo però osservare che, dal punto di vista della tensione poetica, il romanzo è concluso: solo esteriormente si potrebbe chiedere lo sviluppo dei fatti, le vicende storiche, o cronachistiche, dei personaggi. In realtà I FRATELLI KARAMAZOV è, prima di tutto, un romanzo ideologico e profetico, una specie di "cattedrale", per cui l'autore ha cercato e trovato le forme, le strutture, le espressioni più acconce. Certamente, Dostoevskij tende a superare il concetto ottocentesco del romanzo oggettivo o dell'autore onnisciente e, introducendo un personaggio-narrratore (che racconta le vicende verificatesi nella cittadina dal nome assai poco "lirico" di Skotoprogonevsk = Spingilbestiame, all'incirca pressapoco quasi), si avvicina al romanzo "ben fatto" nell'accezione che l'espressione ha dato Henry James. Tuttavia anche questo concetto deve essere interpretato in modo un po' diverso. Senza dubbio Dostoevskij è, fra gli scrittori russi dell'Ottocento, il più moderno, dal punto di vista della tecnica narrativa, delle vertiginose "discese" nel profondo della psicologia, della struttura poetica stessa che tiene insieme il romanzo. Non posso dire altrettanto dal punto di vista ideologico, e cioè se consideriamo il pensiero di Dostoevskij: in questo senso Dostoevskij idealizza una Russia arcaica e inventata, che egli contrappone all'"Occidente" razionalista, ateo o, se cristiano, cristiano in senso sbagliato, "eretico" (cattolico e protestante: due forme di negazione, dovuta al "vizio razionale", dell'autentico cristianesimo, portato dal popolo slavo-ortodosso, interprete autentico di Cristo). È interessante far osservare che il "medievalismo" di Dostoevskij trova sostanzialmente riscontro in Tolstoj. E che i populisti russi, pur con tutti i riferimenti ideologici a varie forme di pensiero politico occidentale, erano in sostanza, e cioè nell'effettiva realtà delle cose, "restauratori" di un'antica, mitica Russia in cui sarebbe esistita una società più giusta, rappresentata dal "mir", dalla comunità contadina, che essi populisti, con scarso senso storico, idealizzavano. Tanto Tolstoj, quanto Dostoevskij, quanto i populisti, nella comune, appassionata, sinceramente sofferta condanna dell'ingiustizia presente, miravano a realizzare un ideale remoto: di qui, proprio per il carattere pre-marxista e antiscientifico delle loro posizioni (ivi comprese quelle di Bakunin) le ragioni del fallimento politico, anzi della débacle, di tutti i tentativi populisti; compresi, s'intende, quelli dei terroristi: l'attentato ad Alessandro II fu, fermo restando il riconoscimento della generosità e del coraggio degli attentatori, un atto di vera follia politica. Atto che, fermò il progresso del movimento di liberazione russo e lo fece anzi retrocedere: movimento che sarebbe ripreso in seguito solo in concomitanza con il formarsi di gruppi marxisti in Russia. Ed è curioso che le condanne che Dostoevskij, da posizioni di destra, rivolgeva ai populisti e agli anarchici (per esempio nel romanzo I DEMONI) coincidevano in parte con le dure critiche di Marx, fatte, ovviamente, per altre ragioni e da un contrapposto punto di vista. Per Dostoevskij la "salvezza" della Russia è solo in una rigenerazione autenticamente cristiana del paese, rigenerazione di cui lo scrittore vedeva uno degli strumenti del movimento dello starčestvo, e cioè nell'opposizione, nei monasteri russi, ai vecchi sistemi di vita monastica, fondati sulla sclerosi spirituale, sull'osservanza esterna e superstiziosa delle regole, sul dominio dei monaci fanatici, ignoranti e di fatto non cristiani, di una nuova concezione del cristianesimo e della vita monastica fondata sull'amore autentico per il Cristo. Su una concezione viva, da "terzo regno" della figura di Cristo nella storia dell'umanità: in questo senso, si capisce l'importanza di personaggi quali padre Zosima e di episodi quale quello, così celebre, del Grande Inquisitore, in cui il simbolo del falso cristianesimo, rappresentato dalle chiese storiche e, in particolare, dal cattolicesimo (ma anche dalla falsa ortodossia), un cristianesimo che, al posto del Cristo come simbolo e garanzia di libertà autentica e di autentica vita religiosa, come liberazione dell'uomo nell'amore, contrappone l'autorità, il miracolo e il mistero...
"Abbiamo corretto l'opera Tua - dice il Grande Inquisitore al Cristo che ha fatto arrestare e gettare nelle carceri di Siviglia, nella notte che precede il "grandioso autodafè", durante il quale lo farà bruciare davanti alle folle - abbiamo corretto l'opera Tua e l'abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull'autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere nuovamente condotti come un gregge e di vedersi infine tolto dal cuore un dono così terribile, che aveva loro procurato tanti tormenti".
Il dono della libertà: perché "la tranquillità e perfino la morte è all'uomo più cara della libera scelta fra il bene e il male". È questo il "cuore" del romanzo, la realtà interiore che brucia, autenticamente, le pagine della grandiosa opera.

Profondamente intrecciata con questa "dimensione" religiosa è la tematica realista, lo spaccato angoscioso e tormentoso della realtà russa contemporanea, nonché la polemica di Dostoevskij nei confronti di situazioni e istituti che, secondo lui, avrebbero accelerato la disgregazione del paese. Qui la condanna della realtà negativa, esasperata dalla presa di coscienza dei drammi provocati dalle trasformazioni economiche del paese, dalla rottura sempre più rovinosa dei vecchi equilibri, si intreccia con prese di posizione di Dostoevskij, di carattere pubblicistico; a questo proposito va osservato che le "condanne" di Dostoevskij sono spesso ingiuste e dettate dal nazionalismo grande-russo: ma questo concetto nazionalistico è particolare; l'autenticità "russa", per Dostoevskij, non consiste solo o tanto in un fatto di nazionalità inteso nel senso occidentale del termine, ma in una realtà più profonda, in un qualcosa che manca, per esempio, ai "polaccuzzi" e che manca anche a quei russi, come Rakitin, che sono imbevuti di cultura (o pseudocultura) europeo-occidentale, e così tradiscono la verità ortodossa. Gli autentici russi sono, per esempio, proprio Grusen'ka e Dmitrij i quali, attraverso la dialettica della colpa, riscattano se stessi. E il loro riscatto è tanto più profondo e vero in quanto passa anche per la punizione di una colpa non commessa: il parricidio di cui è accusato Dmitrij.



IL KARAMAZOVISMO

Ma la realtà è che la cosiddetta "karamazoscina", o "karamazovismo" o modo di concepire la vita alla Karamazov, era un fatto storico. Ed ecco che I FRATELLI KARAMAZOV è anche un quadro ampio e profondo della realtà russa della fine degli anni'70, dell'ultimo periodo del regno di Alessandro II. La "karamazoscina" come fatto storico concreto della società russa del tempo si manifesta in modo pieno e tragico nel destino di Dmitrij. È il pubblico ministero che, durante l'arringa contro l'imputato, indica lo stretto legame che esiste fra la "tragica insensatezza" della vita russa, il delitto compiuto da Mitja, e lo stesso Mitja, lo stesso Dmitrij Fiodorovich Karamazov, in quanto "espressione" dell'"essenza" della famiglia Karamazov.
Come è stato osservato, il principio fondamentale del karamazovismo può essere espresso con le parole del vecchio Karamazov...
"Bruci pure l'intero mondo, purchè io stia bene".
È, cioè, il principio dell'egoismo assoluto. Noteremo che questo principio dell'egoismo assoluto è alla base delle azioni di eroi dostoevskiani di romanzi precedenti: del protagonista di DELITTO E CASTIGO, Raskol'nikov, per esempio.

Raskol'nikov giustifica e nasconde il suo principio dell'egoismo assoluto dietro le cortine ideologiche del diritto dell'uomo "eccezionale" a realizzare se stesso anche con l'omicidio, e di altri personaggi dello stesso romanzo, quali il capitalista Luzin e il depravato Vidrigajlov. Dostoevskij è, posso dirlo, lo spietato analizzatore di questa condizione umana, di questo vizio umano, che ha assunto le forme più mostruose proprio in concomitanza con il sorgere e lo svilupparsi della società industriale (oggi è divenuto un fatto ancora più mostruoso nel suo automatismo). Se deve esistere umanesimo, l'umanesimo non può opporsi a questo principio: la scienza e al tecnica, in realtà, sono favorevoli; o almeno lo sono state finora, nella loro essenza, a questo principio.
Così si comprende l'odio dell'umanista Dostoevskij contro la scienza e la tecnica occidentali, mostruose degenerazioni razionalistiche che servono solo a truccare il bestiale karamazovismo che governa la società capitalista europea e anche la Russia, in quanto accetta la società capitalista. La critica di Dostoevskij, però, contrappone a questa civiltà e società, come ho già descritto, una società idealizzata e fantastica, russo ortodossa. Così si spiega il fatto che Mitja, durante il processo (e anche prima) prenda come simbolo della scienza europea (non cristiana e quindi, per lui, non umana) uno scienziato allora assai noto, Claude Bernard (1813-1878), eminente fisiologo, assertore dell'applicazione del metodo sperimentale alla fisiologia, di cui si parlò molto, in occasione della sua morte, proprio negli anni in cui Dostoevskij si accingeva a scrivere I FRATELLI KARAMAZOV. Bernard ebbe importanza (a parte il fatto che fu fondatore della patologia sperimentale) anche - sia pur indirettamente - perché sul suo metodo si basò Emil Zola quando elaborò la teoria del romanzo sperimentale. L'opposizione, lo scherno di Mitja sono dovuti a un elemento vistoso (e cioè al fatto che Bernard negava l'immortalità dell'anima). Tuttavia poiché dietro l'opposizione di Mitja c'è, naturalmente, l'opposizione di Dostoevskij posso dire che il simbolo di Claude Bernard nell'economia ideologico-immaginativa del romanzo non è soltanto il portatore di un momento negativo dal punto di vista mitologico-cristiano, ma lo è anche da un altro punto di vista: da quello, cioè, della scienza ostile all'umanità, della scienza fredda e indifferente al "pianto dei bambini". E' naturale: la posizione di Dostoevskij è unilaterale, tuttavia non è priva di ragioni. Le ragioni che gli venivano suggerite dalla realtà russa, dalla realtà che egli esprimeva di un popolo contadino violentemente scosso dall'ingresso di strutture economiche diverse che si realizzavano sulla sua pelle. Anche il processo contro Mitja venne imposto secondo i "metodi scientifici" rabbiosamente scherniti dall'autore: e, in effetti, dal punto di vista formale, il processo è perfetto, le testimonianze sono convincenti, i testimoni sono convinti. Tutto procede nel migliore e più scientifico dei modi, e il povero Mitja è, secondo tutte le regole del diritto, della ragione e della scienza, incastrato e si becca vent'anni di lavori forzati.
Però Mitja è innocente. Però Mitja non ha ucciso suo padre!
Dostoevskij, in modo tormentoso, rappresentò tutto quel groviglio di sentimenti e reazioni che era la Russia degli ani '70, quando dominava Pobedonoscev, quando per l'affermarsi di rapporti economici capitalisti e anche in conseguenza dello sterile massimalismo astratto dei populisti, la condizione dei contadini e degli operai si trovava in una situazione ancora più arretrata, quando tentativi di confusi di riforme si scontravano con una realtà oscura e sonnolenta. La "piccola città" di provincia in cui si svolge la vicenda dei Karamazov è una "monade" della Russia: con mirabile perspicacia di artista, Dostoevskij rende la coralità delle voci: dietro i protagonisti, c'è la massa della gente, i vari strati sociali. Il contraddittorio democratismo religioso di Dostoevskij gli ispira rappresentazioni commosse e partecipi della "povera gente", di coloro cioè che, in città, ma in una piccola città ancora vicina alla campagna, non hanno perso i legami con la terra. D'altra parte c'è tutta la "gente nuova", gli sradicati che, per l'ossessione del denaro o per l'adesione al razionalismo (o meglio all'esasperazione del razionalismo astratto di derivazione occidentale) hanno perso i legami con la madre terra russa. E diventano criminali o impazziscono; come impazzisce Ivan, figura, in questo senso, emblematica. La condanna non tanto della ragione, quanto dell'esasperazione fanatica del razionalismo è un tema che troverà larghi sviluppi nella letteratura russa (per esempio anche nel DOTTOR ZIVAGO).



UN ROMANZO CORALE

Non è certo possibile, nell'ambito stretto di una opinione, esaminare tutti i problemi che un romanzo corale come i Karamazov può suscitare. Cercherò però di fare qualche considerazione sulla struttura compositiva del romanzo. Se guardiamo dal di fuori l'opera, essa ci appare come una multiforme successione di episodi più o meno drammatici, di convulsi colpi di scena, di tutto l'armamentario della suspense, dell'oratoria ideologica, dell'appassionato monologo, del dialogo pacato o convulso. Se però penetriamo nelle strutture che la sostengono, ci rendiamo subito conto della semplicità compositiva, dell'unità per cui tutti quegli episodi e momenti sono strettamente uniti: unità architettonica che corrisponde alla sostanziale unità ideologico-patetica dell'opera. Come un poema epico, l'opera è divisa in dodici libri, distribuiti in quattro parti; precede una "prefazione" e segue un "epilogo".



PRIMO LIBRO

Nel primo libro, STORIA DI UNA FAMIGLIA, Dostoevskij traccia la storia dell'infanzia dei tre Karamazov figli e presenta il padre: il primo libro ha il compito di condurre il lettore al momento in cui ha inizio la storia vera e propria narrata nel romanzo.



SECONDO LIBRO

Nel secondo libro, mediante l'episodio dell'incontro nella cella del monaco Zosima, l'autore presenta tutti gli eroi principali insieme; e ciascuno, secondo il suo carattere e il suo destino, si esprime; le contraddizioni e gli odi si rivelano, l'inimicizia del vecchio Fjodor Karamazov e dei suoi figli appare qui nella sua nuda asprezza. In questo libro compare Zosima, e si preparano così gli eventi successivi, dedicati alla morte di Zosima e all'uscita di Aljosa dal monastero. Con una soluzione da maestro Dostoevskij in un colpo solo, per così dire, permette all'osservatore di afferrare i caratteri e i rapporti dei protagonisti. Tuttavia - in un certo senso - questi conflitti e la tragedia interiore si rivelano a un piano non del tutto profondo.



TERZO LIBRO

L'approfondimento procede invece nel terzo libro, rigorosamente legato al precedente: nel terzo libro si allude, proprio nell'approfondire il contenuto dei rapporti tra i figli e il padre, all'inevitabile conclusione tragica. I partecipanti alla tragedia (Fjodor Karamazov, Dmitrij Karamazov, Smerdjakov, Grusen'ka, Katerina Ivanovna ecc.) agiscono nel libro presentandosi nelle loro varie sfaccettature; il terzo libro è uno dei più analitici; le varie linee fabulistiche si annodano e si intrecciano. Il lettore (io) continua a salire lungo la curva ascendente che porterà all'acme drammatica dell'opera, o a scendere sempre più negli abissi delle coscienze. Il che è lo stesso: perché negli abissi delle coscienze si determinano le condizioni che porteranno all'orrore e poi alla catarsi.



QUARTO LIBRO

L'analisi a volte spasmodica dei personaggi e delle situazioni continua nel quarto libro, il "libro degli strazi", in cui si definiscono altre contrapposizioni (Zosima e Ferapont) ed entrano personaggi come Iljusa e suo padre.



QUINTO e SESTO LIBRO

Importante è la funzione compositiva del quinto libro e del sesto libro, nel senso che, in ciascuno di essi, sono sviscerati due personaggi chiave dal punto di vista ideologico, Ivan Karamazov (nel quinto libro, PRO E CONTRO) e padre Zosima (nel sesto libro, IL MONACO RUSSO).
Ivan è rilevato come "ispiratore" dell'omicidio che verrà compiuto da Smerdjakov, Zosima è l'ispiratore di Aljosa, il "portatore di luce", e attraverso Aljosa è colui cui si devono il riscatto di Grusen'ka e quindi anche di Dmitrij Karamazov, e il sorgere della speranza "dei bambini". Inoltre Ivan e Zosima esprimono sentimenti, pensieri, intuizioni, aspirazioni, condivisi in un modo o nell'altro dagli altri personaggi. Ivan e Zosima sono uniti da un rapporto di opposizione: i loro ideali sono opposti.
La drammatica problematicità di questa contrapposizione o, meglio, della visione del mondo di Ivan è espressa nei due capitoli centrali del quinto libro, intitolati LA RIVOLTA e IL GRANDE INQUISITORE.
Ne LA RIVOLTA Ivan si dimostra sottile e abile interlocutore di Aljosa: è capace di suscitare in lui il dubbio quando gli racconta la terribile vicenda di quel generale che, per punire un bambino di otto anni che gli aveva azzoppato un cane, lo fece inseguire e sbranare dai cani. Il mite Aljosa non resiste e alla precisa domanda di Ivan, se si dovesse fucilarlo, quel generale, risponde impetuosamente di sì. Ma Ivan è impietoso e continua...
"Immaginati di essere tu a costruire questo edificio dei destini umani con lo scopo di rendere felici gli uomini, di dar loro infine il riposo e la pace; ma per questo sia necessario e inevitabile tormentare una sola minuscola creaturina, quella stessa bambina..." (Ivan si riferisce a un altro episodio, narrato prima, di una bambina seviziata dai genitori).
Aljosa non accetterebbe di essere "architetto", ma, alla dichiarazione religiosa e appassionata del giovane novizio, Ivan risponde raccontando il suo "poema", la leggenda del Grande Inquisitore, cui ho già accennato e che è, appunto, uno dei centri se non il vero centro ideologico del romanzo. Lo spirito "euclideo" di Ivan si manifesta nella sua profonda protesta contro la chiesa, la religione, lo Stato; si manifesta in una forma lucida di negazione anarchica, accompagnata dal più profondo disprezzo per gli umili, per la massa della gente semplice, incapace di governarsi e che ha bisogno, appunto, del miracolo e dell'autorità, come voleva il Grande Inquisitore: di qui il fallimento del Cristo, che è il Cristo di Aljosa. Ma il discorso di Ivan suscita in Dostoevskij la naturale necessità di contrapporre al discorso ateo, geometrico, "euclideo" di Ivan, la predica cristiana dell'amore e della salvezza. E il capitolo successivo è appunto dedicato a Zosima, personaggio per nulla convenzionale e appassionato nella sua viva fede. È Zosima che dovrebbe "rispondere" alle domande angosciose di Ivan; rispondere con una concezione vissuta, non ecclesiastica, della religione; per rendere più convincente il suo personaggio Dostoevskij attinse con fine senso dell'arte al ricco patrimonio della letteratura popolare religiosa russa.
Tuttavia anche Zosima non riesce a rispondere del tutto: o, per lo meno, il tono della sua "risposta" non è così forte e convincente (disperatamente convincente) come il tono delle parole di Ivan.



REALISMO E LEGGENDA

È stato giustamente osservato che il carattere dei primi sei libri del romanzo è "statico", nel senso che non si ha uno sviluppo dell'azione; i primi sei libri sono in sostanza dedicati alla confessione diretta o indiretta dei personaggi davanti ad Aljosa che, senza essere l'eroe di questi sei libri, ne è però il centro compositivo.
La seconda parte del romanzo, formata pure da sei libri (dal settimo al dodicesimo), è diversa dalla prima nel senso che la funzione compositiva di Aljosa va diminuendo, tanto che centri compositivi, specialmente nel undicesimo e nel dodicesimo libro, sono Mitja e Ivan. Nella seconda parte prevale l'azione, che ha uno dei suoi culmini nell'assassinio di Fjodor Karamazov e nel processo (ma anche nell'indimenticabile scena dell'osteria, o nell'incubo di Ivan, che viene visitato dal diavolo-doppio): direi anche che i libri settimo ÷ dodicesimo sono un susseguirsi di scene di alta drammaticità: mentre la drammaticità nei primi sei libri è prevalentemente ideologica e mentale, e si esprime in parole, nei libri della seconda parte è prevalentemente dinamica, e si esprime in movimenti, incontri frenetici, colpi di scena, deliri, allucinazioni. Assistiamo al tormentoso processo del rinascere di un essere umano, al ritorno di Grusen'ka, cioè, alla sua dignità, che ella riconquista con l'amore e la sofferenza e la dedizione di sé.



SETTIMO LIBRO

L'inizio di questo riscatto si ha già, nel settimo libro, nell'episodio della visita di Rakitin e Aljosa alla ragazza (che aveva intenzione di sedurre il novizio). È interessante osservare che Grusen'ka ritrova un punto d'appoggio spirituale proprio in Aljosa e che Aljosa, sconvolto dalla morte di Zosima (e dallo scandalo scatenatosi poi a causa dei mancati miracoli e del puzzo di cadavere che emanò dal corpo del vecchio subito dopo la morte, nonostante tutte le leggende popolari sui santi e con gran gioia sia dei miscredenti sia dei monaci avversari, che poterono subito dire che Zosima non era stato certo un santo), Aljosa dunque ritrovò nel colloquio con Grusen'ka la fede nell'umanità e nell'amore.
Abbiamo qui tutta una serie di immagini e scene realiste intrecciate con racconti ed episodi di derivazione leggendaria popolare: c'è il matrimonio spirituale di Aljosa e Grusen'ka, premessa della salvezza della ragazza; c'è il racconto, famoso, narrato dalla ragazza, della "cipolla": cioè di quella donna malvagia che, dopo la morte, andò all'inferno, nel lago di fuoco e il suo angelo, volendo salvarla disse a Dio che una volta, una sola volta, aveva dato una cipolla ad un mendicante; e Dio concesse alla donna di aggrapparsi a quella cipolla per uscire dal lago di fuoco; già stava per uscirne, quando gli altri dannati vollero aggrapparsi anch'essi per essere salvati; ma la donna, malvagia com'era, si mise a tirar calci per ributtarli giù: e così la cipolla si sciolse e la donna ricadde nel lago di fuoco "dove brucia tuttora".
"Quella donna cattiva sono io" dice Grusen'ka ad Aljosa : ma da questo momento ha inizio il riscatto morale di Grusen'ka, la sua speranza.



IL DRAMMA DI MITJA


OTTAVO LIBRO

L'ottavo libro è il libro di Mitja: Dmitrij Karamazov è preso come da un delirio, egli è innamorato pazzo di Grusen'ka, e con le sue proprie mani, nelle sue forsennate azioni (colpisce anche il vecchio Grigorij e crede di averlo ucciso) si costruisce la trappola che lo porterà alla condanna. Mentre il povero Dmitrij è in preda al suo delirio amoroso, che non lo porta però ad oltrepassare il limite estremo del parricidio, un altro, Smerdjakov, con fredda premeditazione uccide il vecchio sensale Fjodor Karamazov.



NONO LIBRO

La baldoria all'osteria si chiude, nel nono libro, con l'arresto di Mitja. Mitja e Grusen'ka, che si sono ormai "trovati", sono travolti dalla catastrofe. Ma attraverso la catastrofe che distrugge le loro illusioni, essi maturano nella loro coscienza quel rinnovamento che si realizzerà come una specie di processo sotterraneo negli ultimi libri dell'opera. Accanto al processo giudiziario difatti (processo cui è dedicato il dodicesimo libro) si svolge come un sotterraneo processo di risveglio spirituale di Dmitrij, si realizza l'incontro profondo tra Dmitrij e Grusen'ka da una parte, e Dmitrij e Aljosa dall'altra.



DECIMO LIBRO

Il Tema dei bambini, sviluppato nel decimo libro, vuol essere un'altra risposta, o, meglio, un approfondimento della risposta di Aljosa alle domande di Ivan e alla tragedia di Mitja. Il tema dei bambini prepara la visione dell'armonia, dell'amore universale, del mito della resurrezione nell'amore con cui si chiude il romanzo.
Questo tema permette all'autore, da una parte, di rivelare un'ennesima volta le sue grandi doti di scrittore realista, nel rappresentare la realtà della vita dei bambini nella città, le loro interne sofferenze in un ambiente innaturale, l'influsso della povertà sul carattere (l'orgoglioso Iljusa e il suo coraggio nel difendere il padre insultato). Inoltre, come ho già osservato, il tema dei bambini permette a Dostoevskij di dare al romanzo una dimensione epica, oltre la contemporaneità, incidendo nella prospettiva di tre generazioni (i vecchi, come Fjodor o Zosima, i contemporanei, come i fratelli Karamazov, Grusen'ka ecc., e il "futuro", come gli amici di Iljusa, di cui è seguita la formazione psicologica, il rinnovamento, poiché, secondo l'autore, saranno proprio essi a rinnovare la Russia).



UNDICESIMO LIBRO

Al centro dell'undicesimo libro c'è la tragedia di Ivan: i suoi colloqui con Smerdjakov, che poi si impiccherà (nel raffigurare Smerdjakov, Dostoevskij ha non poco calcato la mano, facendone un personaggio assolutamente negativo, una specie di demone malvagio di ascendenza romantica); e poi il delirio di Ivan, durante il quale gli compare il diavolo sotto l'aspetto di un intellettuale di provincia meschino e vanitoso ad un tempo; questo diavolo è, naturalmente, la proiezione dell'"io" autentico e naturale di Ivan, è l'incarnazione dei lati negativi del suo carattere, il suo "io" meschino e filisteo sotto il linguaggio razionalistico. Il "colloquio" tra Ivan e il diavolo (non senza reminescenze, appositamente ricordate da Dostoevskij nel corso della"conversazione" stessa, di Lutero che scagli il calamaio contro il demonio e di Faust che s'incontra con Mefistofele) è senza dubbio tra le scene più potenti dell'opera.



DODICESIMO LIBRO

Quest'ultima scena, nel dodicesimo capitolo, arriva alla conclusione con una lucidità di scene e una serrata concatenazione di fatti e discorsi tali da rendere perfettamente il pathos polemico di Dostoevskij nei confronti del formalismo legale in atto, accompagnato com'era da disinteresse per l'umanità dei "soggetti".



ECCO, ANDIAMO TENENDOCI PER MANO


EPILOGO

L'epilogo, come ho detto, è dedicato, da una parte, alle voci sulla preparazione della fuga di Mitja, che non sappiamo se si effettuerà veramente, se riuscirà: ma possiamo pensare anche a un fine, escluso dal romanzo, relativamente lieto, e quindi credere nella riuscita dell'impresa, tanto più che ad essa concorreranno due forze notevoli: i soldi di Katerina Ivanovna e la facilità a farsi corrompere dei poliziotti di scorta dei convogli dei deportati.
Ma la conclusione del romanzo, nel senso ideologico, e patetico, è data dal discorso di Aljosa sulla pietra di Iljusa e, più particolarmente ancora, dalle sue ultime parole...
"Ecco, andiamo tenendoci per mano!"..., ripetute dalla voce entusiasta di Kolja...
"E così in eterno, tutta la vita per mano! Un urrah per Karamazov"..., e dalla voce di tutti gli altri ragazzi.
Con questa promessa millennaristica di un amore fra tutti gli uomini prefigurato nell'amicizia eterna dei ragazzi, Dostoevskij ha voluto dare una risposta, non si sa se serena o disperata (disperata per il suo utopismo) alla massa ingente e angosciosa di dolori e tragedie umane che nel romanzo si è andata via via tormentosamente dipanando.

VEDI ANCHE . . .


FËDOR MICHAJLOVIČ DOSTOEVSKIJ - Vita e opere

IL GIOCATORE - Fedor Dostoevskij

DELITTO E CASTIGO – Fëdor Dostoevskij

I DEMONI - Fedor Dostoevskij

L'IDIOTA (The Idiot) - Fedor Dostoevskij (Prima versione)




lunedì 7 aprile 2008

DELITTO E CASTIGO (Crime and Punishment) – Fëodor Dostoevskij

TRAMA

E’ il tramonto di una sera di luglio: da due giorni Rodin Raskolnikov non mangia; è malvestito, emaciato. Da quando a lasciato la sua stanzetta d’affitto il giovane studente cammina per le strade del centro di Pietroburgo quasi barcollando, strisciando contro i muri, sopraffatto dalla fame e dalla vergogna. E’ ossessionato da un’idea, da un progetto, dalla ricerca di una soluzione: continua a pensare che “deve” uccidere.
Orgoglioso della sua intelligenza, consapevole del proprio ingegno e sicuro di una superiorità assoluta sugli uomini comuni, Rodin è convinto che, se fosse in grado di agire, di fare, egli potrebbe essere di enorme vantaggio all’umanità, potrebbe fare del bene, tutta la sua vita avrebbe un senso e uno scopo. Soltanto la povertà lo paralizza. Essa lo costringe ad esaurirsi, a sciuparsi in un’umiliante lotta contro le difficoltà quotidiane di un’esistenza meschina. Ma ora sente che deve decidersi, che occorre uscire da quella ossessione: l’importante è dimostrare a se stesso che un uomo il quale ritiene di poter aiutare l’umanità non può, non deve fermarsi davanti a un delitto se la persona che viene soppressa è invece una piaga del genere umano, un essere dannoso.
E così Rodin, aggirandosi per Pietroburgo, abbruttito dalla fame, umiliato dalla povertà e inebriato dall’orgoglio, pensa, giudica e sceglie. La vittima sarà una megera, una vecchia usuraia: Aliona Ivanovna. Nel pensiero la rivede: vecchia, secca, con due occhi acuti e cattivi, un piccolo naso aguzzo e i capelli biondicci, un po’ brizzolati, sempre unti di grasso. E’ lei che deve morire, perché Rodin possa compiere il suo destino di “redentore”.
Lo studente intanto vaga incessantemente per la città, ma i suoi passi ora sono guidati da una decisione ben radicata e lo conducono verso la casa della strozzina per la prova generale del delitto.
Dopo il colloquio con la vecchia (ha dato in pegno un orologio ricevendone in cambio pochi copechi) il giovane ritorna al suo vagabondare per le strade. E’ sempre più turbato: lo spettro del delitto ingigantisce dentro di lui ed egli lo alimenta in mille modi. Egli cerca ogni pretesto per giustificare a se stesso ciò che sta per commettere, tuttavia qualcosa si ribella ancora in lui: il delitto progettato è ripugnante. Non solo sarebbe una mostruosità commetterlo, ma anche l’avervi pensato; l’aver covato in cuore un progetto così atroce è già un’infamia.
“Tutto – continua a ripetere a se stesso, quasi in delirio – è ripugnante e abietto.”
Sopravvengono però fatti nuovi a vincere le sue ultime resistenze, e precisamente la conoscenza occasionale del consigliere Marmeladov e una lettera della madre.
Marmeladov è un relitto umano che vive sfruttando la figlia Sonja. La fanciulla è ridotta alla prostituzione per la necessità di aiutare la sua famiglia, ma ha in sé qualità tali che le permettono di non essere contaminata dalla bassezza della sua attività. Attraverso la descrizione che il padre ne fa, Sonja si rivela una creatura indifesa (“E’ remissiva e ha una nocetta così timida… è biondina, e il suo viso è sempre palliduccio, magrolino.”), ma al tempo stesso forte. In questa creatura avvilita è ancora miracolosamente vivo il principio del bene, quel bene che Raskolnikov, nella sua ossessione delittuosa, non vuole ammettere.
La miseria altrui, lungi dal commuovere Rodin, lo rafforza nella sua decisione.
Lo stesso effetto ha su di lui la lettera della madre in cui la povera donna gli comunica che la sorella Dunja sposerà un ricco possidente: non c’è amore fra di loro, ma quel matrimonio darà sicurezza e tranquillità all’intera famiglia. Il giovane accusa il colpo. La sua miseria gli sembra intollerabile, ora che sa del sacrificio della sorella, consumato anche per lui.

* * * * *
Intanto il destino si incarica di rafforzare Rodin nel suo proposito: ecco che durante il suo vagabondare il giovane capita in una bettola, dove coglie il dialogo fra uno studente e un amico. L’argomento attira la sua attenzione: i due parlano della strozzina Aliona e, coincidenza molto strana, il ragionamento dello studente è lo stesso che egli ha rimuginato per giorni e giorni…
“Non sarebbe bene – dice lo studente sconosciuto – ucciderla e con i suoi quattrini dedicarsi al bene dell’umanità? Dopo tutto non si tratterebbe che di un piccolo delitto consumato per un grande ideale!”.
La decisione è presa: Rodin ritorna in fretta e furia alla casa dell’usuraia: l’accetta nascosta sotto il cappotto gli pesa come un enorme macigno, le mani che devono impugnarla tremano, la mente che ha concepito il delitto è sconvolta. Ma ormai è troppo tardi per tirarsi indietro, “deve” uccidere, e la scure cala di colpo sul capo della vecchia Aliona.
Ma il sangue chiama sangue: scoperto da Lisaveta (la giovane sorella di Aliona, che vive con lei), è costretto a uccidere anche lei. L’orrore lo soffoca, tuttavia riesce a raggiungere la sua stanzetta, dopo aver trafugato alle sue vittime tutto quanto è possibile. Ma una volta solo avverte l’inutilità del duplice delitto. Non ha neanche il coraggio di toccare il suo bottino: disperazione e rimorso lo sommergono. Sia pure vagamente, intuisce di aver infranto la legge naturale della pietà e dell’amore. Comincia così in lui un nuovo delirio, un altro incubo, il dramma più umano di Rodin Raskolnikov: egli ha ora bisogno di confidarsi, di parlare, di sfogarsi, di strapparsi di dosso il suo mostruoso segreto, di liberarsi insomma la coscienza. Comincia a frequentare, in un allucinante alternarsi di abbandoni e di timori, magistrati e poliziotti. Alla fine questi finiscono per notare le sue stranezze; si meravigliano, poi s’insospettiscono, infine intuiscono.
Particolarmente scaltro è il giudice istruttore Porfirij Petrovič. Egli induce il giovane a tradirsi in mille modi. Da principio Rodin reagisce: l’istinto di conservazione, l’orgoglio, la paura lo spingono a lottare; ma infine crolla, si lascia andare. Al di là del male compiuto, egli intravede il principio di un nuovo bene, di redenzione nell’espiazione. Ma prima di consegnarsi al magistrato che lo farà condannare, Rodin vuole confessarsi a Sonja, l’unica creatura da cui sente di poter essere compreso, poiché anche essa è vittima della vita, poiché è scesa tanto in basso e ne ha sofferto. La confessione lo intenerisce e lo fa piangere: durante la confessione, Rodin ritrova la propria umanità, al fondo di un delitto disumano. Sente che non può, che non deve sfuggire al castigo. Si costituisce e viene condannato alla deportazione. Sonja lo seguirà in Siberia. Un gesto d’amore riscatterà entrambi dall’abiezione e renderà meno triste il loro doloroso destino.
Il romanzo si chiude con un breve epilogo che permette di gettare uno sguardo sul futuro dei due giovani.
Un anno di Siberia trasformeranno Rodin in un uomo migliore; l’amore di Sonja riuscirà a sciogliere il gelo del suo cuore, mentre la dura vita della deportazione lo avvicinerà ai suoi compagni di sventura.
Vinti il cieco egoismo e l’orgoglio, Rodin troverà nella lettura del Vangelo la forza per sopportare gli anni di prigionia che ancora lo dividono dal ritorno alla libertà.

UNA PAGINA

- Così non puoi indovinare? – egli domandò a un tratto, con la stessa sensazione come si buttasse giù da un campanile.
- No no – sussurrò appena percettibilmente Sonja.
- Guardami, su, per benino.
E come ebbe detto ciò, di nuovo una precedente, nota sensazione gli agghiacciò l’anima: egli la guardava e di colpo, nel viso di lei, gli parve di scorgere il viso di Lisaveta, quando egli, quel giorno, si avvicinava a lei con l’accetta e lei si scostava verso la parete, portando in avanti una mano, con uno spavento del tutto infantile sul viso, come i piccoli bimbi quando improvvisamente cominciano ad aver paura di qualche cosa guardano immobili e inquieti l’oggetto che li spaventa, indietreggiano e, tendendo in avanti la manina, si preparano a piangere. Quasi la stessa cosa accadde ora anche a Sonja: nella stessa impotenza, con lo stesso spavento, ella lo guardò per un po’ di tempo e, a un tratto, portata avanti la mano sinistra, leggermente, appena appena si appoggiò con le dita al suo petto e lentamente prese a sollevarsi dal letto, scostandosi da lui sempre più, mentre il suo sguardo a lui rivolto si faceva sempre più fisso. Il suo sgomento si comunicò d’un tratto anche a lui: uno spavento proprio uguale comparve anche sul suo viso, proprio allo stesso modo egli prese a guardarla, quasi perfino con lo stesso sorriso infantile.
- Hai indovinato? – sussurrò infine.
- O Signore! – un terribile gemito eruppe dal petto di lei. Ella cadde impotente sul letto, col viso sui guanciali. Ma di lì ad un attimo, rapidamente si sollevò, rapidamente si accostò a lui, lo afferrò per tutte e due le mani e, stringendole forte, come in una morsa, con le sue dita sottili, si rimise, immobile, come inchiodata, a guardarlo in viso…
…In modo tutto, tutto diverso aveva pensato di rivelarle la cosa, ma era andata così.
Come inconscia di sé, ella balzò su e, torcendosi le mani, andò fino in fondo alla stanza; ma rapidamente tornò indietro e sedette di nuovo accanto a lui, quasi toccandolo, spalla contro spalla. A un tratto, come trafitta, sussultò, mandò un grido e si buttò, senza sapere ella stessa perché, in ginocchio davanti a lui.

COMMENTO ALLA PAGINA

E’ questa la pagina culminante della confessione di Raskolnikov a Sonja. In essa balzano evidenti le doti narrative di Dostoevskij: una straordinaria immediatezza di immagini, uno stile reso efficace dall’analisi minuziosa degli atteggiamenti e dei pensieri più intimi dei protagonisti. Lo scrittore ama scrutare nel cuore e nella mente delle sue creature.
Rodin e Sonja non sono mostri di malvagità e di bassezza, né creature superiori; sono più realisticamente esseri umani impastati di bene e di male, per i quali la sofferenza è diventata quasi una seconda natura, un modo di vivere.
Dei due, Sonja è indubbiamente la più forte; abbracciando il giovane ella lo riammette nella società e nello stesso tempo, secondo l’insegnamento della morale cristiana, non lo giudica, ma quasi si carica dei peccati di lui, liberandolo in parte del loro peso.

VALORE DELL’OPERA

Fëodor Dostoevskij é, prima di tutto, il romanziere degli umiliati e degli offesi, il poeta delle sofferenze dei vinti. Lo scrittore non è attratto dalla folla dei benpensanti, degli eroi, di coloro che sono destinati a vincere nella vita, egli si occupa di creature capaci di accogliere in sé aneliti di bene e nello stesso tempo cupi istinti delittuosi: le studia e le analizza davanti a due istinti primordiali: il delitto e l’amore.
Nelle sue opere si profilano tre tipi fondamentali: l’uomo dominato dall’intelligenza; l’uomo semplice e puro e, infine, l’uomo passionale, dominato dalla carne. Questo è il suo campo d’indagine. Nei suoi libri, i paesaggi e le descrizioni hanno scarso interesse; egli li abbozza soltanto, dato che non hanno molto peso nella narrazione. E’ l’anima dell’uomo che lo appassiona. Non cerca di inserire se stesso e la propria personalità nei personaggi; li fa vivere di vita propria, autonoma, che egli segue e descrive con la preoccupazione di spingere la propria analisi fino ai motivi reconditi e quasi incomprensibili delle loro azioni. L’influsso dello scrittore sul romanzo moderno, spesso impostato sull’analisi dei più intimi moti dell’animo, è notevole. Per Dostoevskij talvolta le radici delle azioni sono nel subcosciente: forze oscure e sconosciute possono portare a decisioni e a gesti imprevedibili e assurdi.
“Delitto e castigo”, l’opera più famosa dello scrittore russo, è il primo dei quattro romanzi, apparso nel 1866, ma concepito un anno prima quale breve “resoconto psicologico di un delitto”. Il racconto dovette enormemente dilatarsi durante la stesura, complicandosi, nell’analisi delle motivazioni, di elementi teorici che hanno radice in una serie di fermenti culturali e politici, allora più che mai vivi, tra i quali sono facilmente riconoscibili un certo misticismo fatalistico di impronta russa, la filosofia del superomo di Nietzsche, gli ideali societari di Marx. La stessa trama, in apparenza elementare, divenne lo specchio su cui si proiettano i pensieri e i sentimenti del protagonista, Raskolnikov, in funzione del quale, dominatore assoluto della scena, agiscono numerosi personaggi, non minori.
Lo studente Raskolnikov, che per mancanza di mezzi ha dovuto abbandonare l’università, decide di uccidere una vecchia usuraia, prepara con meticolosità il delitto, e massacra a colpi di scure anche la sorella della vecchia, sopraggiunta casualmente. Il motivo di questo gesto cresce su se stesso da una considerazione distruttiva sulla vecchia (“Perché vive?”, “A cosa serve?”), sino ad assumere una valenza positiva, umanitaria (fare del bene con il denaro della vecchia a chi ne ha bisogno). Al centro, ma è una giustificazione, una razionalizzazione che Raskolnikov si sforza di rendere convincente più a sé che agli altri, è l’astratta ideologia (emergere dalla morale convenzionale, disporre della vita umana, eliminare gli inetti per uno scopo alto), esemplifica schematicamente attraverso un personaggio storico (Napoleone, di cui Raskolnikov vorrebbe imitare lo spirito superiore ed eroico, votato all’intransigenza).
Compiuto il delitto con allucinante freddezza, ha inizio in Raskolnikov la disperata difesa di una coerenza che in lui si va lentamente sfaldando, lasciando il posto a un dissidio, tipicamente dostoevskiano, che lo porta a vivere in modo sconnesso e contraddittorio: da un lato il Raskolnikov buono, solidale con gli umili, dall’altro il Raskolnikov tormentato dai dubbi, travolto dagli avvenimenti, carnefice e vittima a un tempo del suo odioso delitto.
Gli fanno corona, in una Pietroburgo surreale, fatta di ingressi, corridoi, scale, porte, covi, stanzucce, i familiari, gli amici, tutti con una serie di storie parallele: la madre e la sorella di Dunja, l’amico Razumichin, la misera famiglia di Marmeladov, con la figlia Sonja, la quale indurrà Raskolnikov a confessare e lo seguirà in Siberia, e ancora il giudice Porfirij Petrovič, il gretto Svidrigajlov. A tutti Raskolnikov vorrebbe parlare del delitto, per discuterlo e giustificarsi, ed è una sequenza a volte sconnessa di accenni, ammiccamenti, e di probabili intuizioni. L’intrigo acquista veri e propri elementi di suspence, e la tensione crea un’atmosfera di sospetto, l’attesa snervante di un epilogo mille volte rinviato (solo in Siberia, e non senza una iniziale, testarda resistenza, Raskolnikov si redimerà completamente.
In tutto ciò Dostoevskij si rivela maestro, dando la prova più alta e inconfondibile della propria arte, la quale solo per certi aspetti può essere ricondotta alle influenze di Balzac e della scuola sensazionale francese, e a Dickens.
Di questo romanzo, non facile, fatto, come qualcuno ha detto, “di soli personaggi intorno a cui non vi è spazio”, intenso e drammatico, oltre alla pagina che ho proposto, è l’incontro tra Raskolnikov e il giudice Porfirij. E’ un po’ il gioco a gatto e topo, dove si nota l’abilità con cui l’idea di Raskolnikov viene rigirata e riflessa nelle sue varie sfaccettature. Raskolnikov ha bisogno di Porfirij sul quale impostare il suo dialogo-confessione; nello stesso tempo lo odia e ne paventa il giudizio. La figura del giudice è del resto fondamentale in tutto il romanzo: Porfirij Petrovič è un uomo mancato, come egli stesso si definisce, e proprio in quanto tale è in grado di riconoscere e smascherare a poco a poco quel   Raskolnikov che in parte poteva essere lui. La più felice rivelazione di questo personaggio è nelle parole rivolte, in un momento di amaro ripiegamento, a Raskolnikov…
…”Abbandonati al fiume della vita: ti condurrà in qualche posto”.
E’ l’unica parentesi autentica, tanto scoperta e imprevedibile da suonare persino stonata; per il resto Porfirij resta fedele al modello di diabolico inseguitore del riconosciuto assassino.
In “Delitto e castigo” il delitto è un’azione abominevole che nasce dagli intimi conflitti di un uomo troppo orgoglioso per accettare i colpi della sventura. Chi uccide non ha più diritto di sentirsi uomo fra gli uomini. Ecco come lo stesso Dostoevskij esprime questa idea, in una lettera del 1867…
…“…il sentimento di distacco e di separazione dall’umanità, che egli (Rodin) ha provato subito dopo aver compiuto il delitto, è il suo tormento”.
La critica ha giudicato “Delitto e castigo” il romanzo della perdizione: una perdizione però che, nel toccare il fondo del proprio abisso, riesce a scorgere la luce destinata a riscattarla, a trovare nell'espiazione volontaria un ritorno alla legge morale e cristiana.




martedì 5 febbraio 2008

I DEMONI (The Demons) - Fedor Dostoevskij

Scritto fra il 1871 e il 1872, è il romanzo prevalentemente politico di Dostoevskij, e più ricco forse di figure protagoniste: il sinistro Stavrogin, l’ateo Kirillov, lo strusciante assassino Verchovenskij, la vittima Satov.
La tesi di fondo, che non riesce perfettamente a fondersi nell’azione vera e propria del romanzo, nasce dalla condanna del nichilismo terroristico nel quale Dostoevskij volle vedere il minimo comune denominatore dei movimenti rivoluzionari diffusi in Russia tra il 1870 e il 1880, sulla scia di fermenti liberal socialisti e anarchici.
La vicenda, frantumata in una serie di episodi minori che non è facile riassumere brevemente, si dipana da un’idea centrale: lo sconvolgimento portato, nella media e piccola borghesia di una cittadina di provincia, da una organizzazione di delitti con il quale un capo fanatico, Stavrogin, cerca di legare con patto ferreo i cospiratori. Un demone, lo spettro della stessa rivoluzione, semina ovunque assassini, incendi, sommosse, di cui l’esecutore materiale, sorretto dalla diabolica mente ispiratrice di Stavrogin, è Verchovenskij. Kirillov e Satov rappresentano invece gli ideali allo stato puro, gli estremismi darammatici della fede, pagati di persona con la vita, l’uno uccidendosi (la lotta), l’altro venendo ucciso (la colpa).
Kirillov, la figura forse meglio delineata del romanzo, costruisce sul proprio suicidio una vera teoria: la negazione dell’esistenza divina. Persuaso che il significato universale della storia sia nella continua invenzione di dio per sopravvivere, per non uccidersi, egli al contrario consacra nel proprio gesto, sacrificio volontario di sé a profitto degli altri, il culmine del libero arbitrio. Qualcosa vagamente ci riporta allo stravagante disegno di Raskolnikov (Delitto e castigo), nel quale però il profitto, il bene altrui era perseguito attraverso l’eliminazione degli empi o degli inetti, vittoria della ragione sul sentimento. E’ chiaro che il significato ultimo della vita umana dovette essere per Dostoevskij eccessivamente problemizzato in funzione della negazione o affermazione di Dio, quasi che paradossalmente lo scrittore, creando personaggi che negano con recisione Dio, ne volesse affermare e dimostrare l’effettiva, in conoscibile essenza.
Sotto questo aspetto il personaggio di Kirillov rassomiglia da vicino forse più a Ivan (I fratelli Karamazov), il quale rifiuta l’esistenza divina e nega il mondo medesimo in nome della sofferenza, in particolare la sofferenza inflitta ai bambini innocenti (da un episodio realmente accaduto ebbe spunto il romanzo).
Ma il loro ateismo scivola verso due opposte concezioni, le stesse che agitarono la coscienza di Dostoevskij: Dio è necessario per Ivan, in quanto esiste appunto il male; Dio è necessario per Kirillov, poiché ogni uomo è potenzialmente Dio, come dimostra poco prima della superba scena del suicidio, rappresentata nelle ultime pagine di questo stupendo romanzo. Non a caso l’epilessia di Kirillov, come quella di Myskin ( L'IDIOTA ), di Smerdjakov (I fratelli Karamazov), e dello stesso Dostoevskij, contiene in sé una oscura componente superumana.


lunedì 28 gennaio 2008

MEMORIE DEL SOTTOSUOLO (Notes from Underground) - Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Pubblicato nel 1864, un anno particolarmente infelice per Dostoevskij, Le Memorie del sottosuolo hanno un’importanza fondamentale, e non sempre pienamente riconosciuta. Sono anzi l’opera più originale, che fa, per così dire, da introduzione al Dostoevskij più maturo.

E’ necessario precisare, a questo proposito, che il Dostoevskij delle prime opere è diverso o minore dal Dostoevskij dei cosiddetti romanzi.
Nelle Memorie situate quasi a cavallo tra i due momenti della sua produzione artistica, lo scrittore affina, mette a punto una serie di elementi tematici e stilistici che avranno in seguito ulteriore sviluppo.
Lo Memorie contengono inoltre l’idea fondamentale (sarà l’ossatura del pensiero dostoevskiano) che l’anima è irrazionale e che nell’universo spirituale della personalità umana, in quanto assoluto e supremo, viene a cadere ogni distinzione bene e male, normalità e anormalità, libertà e restrizione. Con questa tragica consapevolezza di carattere esistenziale Dostoevskij supera arte, letteratura, filosofia, spingendosi ai confini di una interpretazione o rivelazione mistica dell’essere che ha il suo culminante nell’esaltazione della sensazione (il trionfo della ragione si compirà invece in alcuni personaggi–chiave dei romanzi, quali Raskolnikov, Ivan, Kirillov, come riporterò nelle brevi recensioni dei suoi romanzi).
Il “sottosuolo” rappresenta il retroterra della nostra coscienza interiore, quello che di lì a poco sarebbe stato definito il “subconscio” dell’anima (Freud aveva allora soltanto otto anni, e neppure lo stesso Dostoevskij si potè rendere conto forse dell’importanza della propria intuizione).
Se ne IL SOSIA, come ho cercato di spiegare nel precedente rapporto, il dialogo di Goljadkin era un emblematico esempio di auto-confessione, qui è in forma di monologo, il più intenso e spietato di tutta l’opera dostoevskiana, che il protagonista, l’uomo del sottosuolo, torturandosi con gusto sadomasochistico, scende nei recessi della propria anima e mette a nudo la meschinità, l’umiliazione, il rancore della propria dignità vilipesa.
Non è la voce dell’autore, bensì quella dello stesso protagonista che si ha l’impressione di udire e quasi prender forma d’individuo completo, autonomo e vivo davanti a noi.
Le parole del monologo, infatti, sembrano impostarsi e misurarsi con un immaginario ascoltatore, precorrendo addirittura i commenti, correggendone il giudizio, interrompendosi come in attesa di una replica.
Sin dalle prime battute, l’uomo del sottosuolo riflette il proprio pensiero, avviluppandolo di premesse, accuse, giustificazioni, contorcimenti, sui mille sprechi delle coscienze altrui, e riporta a se stesso l’ombra dell’anti-eroe.
Nella seconda parte del libro, più narrativo, il protagonista dimostrerà, in una serie di episodi della sua vita contemplativa, la propria impotenza di fronte alla realtà.Sappiamo, e sino all’epilogo soffriamo di questa insopportabile aspettativa, che l’ultima parola sarà polemicamente sua.




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