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mercoledì 19 marzo 2014

DEISTI E MORALISTI INGLESI - LA SCUOLA SCOZZESE (English Deists and moralists - The Scottish School)




DEISTI E MORALISTI INGLESI - LA SCUOLA SCOZZESE

Abbiamo visto più volte, nella storia del pensiero europeo, la filosofia discutere, fondare, chiarire dottrine interessanti in sommo grado la fede religiosa.
Il Rinascimento, la rivoluzione protestante, l'empirismo, il razionalismo filosofico e scientifico del Seicento produssero, come si sa, profondi rivolgimenti nel campo delle credenze religiose e diedero origine, prima in Inghilterra e poi in Francia e altrove, all'accentuazione della tendenza, già affermatasi nel Cinquecento, al libero pensiero e alla professione d'una religione naturale o razionale. Questa tendenza, quando ebbe ricevuto la sua sistemazione, prese il nome di deismo e, se fiorì soprattutto nel Settecento, stampò profondamente la sua impronta anche nello spirito dell'Ottocento, così da costituire, in molte persone colte, il fondo della povera vita religiosa contemporanea.

Espressione dei tempi, il deismo costituisce una riduzione delle credenze religiose a quelle che si ritengono essenziali, quali I'esistenza di Dio, la spiritualità e I'immortalità dell'anima e la sanzione morale della vita. Ma questa stessa riduzione ha prodotto in molti una specie di "galvanizzazione" della vita spirituale, un soddisfacente facile "credo", un comodo servizio sussidiario. Evidentemente è questa una degenerazione della concezione deistica e delle intenzioni che la reggono, ma essa ne porta in seno le cause, che sono un empirismo di bassa lega, una marcata estrattezza intellettualistica e, quindi, una manchevole concretezza storica.

Varie erano le forme del deismo nel Settecento, ma tutte concordavano nel negare la rivelazione e il principio di autorità in materia religiosa. Veniva resa di nessun valore tutta la dogmatica cristiana. Si salvava, come ho già detto, il riconoscimento dell'esistenza di Dio e dell'immortalità dell'anima. Tutta la grandiosa elaborazione teologica e metafisica del neo-platonismo, della patristica e della scolastica veniva ritenuta infondata e vana. Poi ecco le estreme conseguenze: la stessa tesi dell'immortalità dell'anima si immiserì e indebolì fino a svanire, e la stessa concezione del Dio personale si risolse, a poco a poco, nelle concezioni antiche di "causa prima" della realtà, di "essere supremo", di "forza infinita", anzi di forza infinita inerente alla materia e produttrice dei fenomeni della natura.

Così ci spieghiamo come la teoria religiosa anche del migliore deismo si chiamasse religione naturale irrazionale, ma ci spieghiamo ancor meglio la qualifica di "liberi pensatori", che diedero a se stessi i primi deisti inglesi e che certo non hanno demeritata i deisti francesi, quali il Voltaire e il Rousseau.

I deisti inglesi più noti furono tutti del Settecento:

John Toland 

John Toland (Inishowen, 30 novembre 1670 – Londra, 11 marzo 1722) è stato un filosofo e scrittore irlandese. Sostenitore prima del deismo e poi di una forma di panteismo materialistico, fu avversato e combattuto da Leibniz e da Clarke.


Anthony Collins

Anthony Collins (Heston, 21 giugno 1676 – Londra, 13 dicembre 1729) è stato un filosofo inglese. Ha segnato il pensiero europeo per le sue considerazioni radicali contro fanatismi e conformismi, ed è stato vivace promotore del deismo. È anche conosciuto come bibliofilo, avendo raccolto una delle biblioteche private più fornite del suo tempo.


Samuel Clarke

Samuel Clarke (Norwich, 11 ottobre 1675 – Londra, 17 maggio 1729) è stato un filosofo inglese. Figlio di sir Edward Clarke, studiò presso la libera scuola di Norwich e al Caius College di Cambridge. La filosofia cartesiana era il sistema di pensiero dominante all'epoca; tuttavia Clarke accettò il sistema newtoniano e contribuì alla sua diffusione pubblicando una versione latina del Traité de physique di Jacques Rohault (1620 - 1675), arricchito da un notevole apparato di note, che portò a termine prima di avere compiuto il ventiduesimo anno di età.


Anthony Ashley-Cooper (Shaftesbury)

Anthony Ashley-Cooper, primo conte di Shaftesbury (22 luglio 1621 – 21 gennaio 1683), è stato un politico, filosofo e scrittore inglese. È conosciuto per essere stato il maggior protettore di John Locke.


Accanto al deismo, e in parte collegata con esso, si svolse in Inghilterra una corrente di moralisti, detti del sentimento o altrimenti del "senso morale" innato. L'iniziatore ne fu il Shaftesbury  ora ricordato, che rivendicò i diritti del sentimento immediato, contrapponendolo alla ragione. 


Francis Hutcheson

Lo seguì Francis Hutcheson (Drumalig, 8 agosto 1694 – Glasgow, 8 agosto 1746)  che dava alla ragione un ufficio subordinato nel processo dell'azione morale.


Adam Smith 

Il più notevole rappresentante di questa corrente fu lo scozzese Adam Smith (Kirkcaldy, 5 giugno 1723 – Edimburgo, 17 luglio 1790)  che, sviluppando un concetto analogo del suo connazionale Hume, pose il principio della moralità nella "simpatia". Per lui, agir bene consiste nell'ubbidire a sentimenti che ottengono la simpatia altrui; agir male è ubbidire a sentimenti coi quali gli altri non possono simpatizzare.
La simpatia universale è il fine della vita umana.
Questa sua dottrina morale è contenuta nel libro Teoria dei sentimenti morali
Maggior fama conseguì Adam Smith con lo scritto Ricerche sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, col quale contribuì, più d'ogni altro, a fondare l'economia politica come scienza.




L'accenno all'economia politica ci fa ricordare un altro moralista del Settecento, Bernard de Mandeville (Rotterdam, 15 novembre 1670 – Londra, Hackney, 21 gennaio 1733) è stato un medico e filosofo olandese, che, benchè nato in Olanda, visse quasi sempre e scrisse a Londra e nella famosa Favola delle api sostenne con tutta imperturbabilità che i vizi dei singoli sono necessari alla prosperità economica della nazione.

Ai problemi generali della filosofia e specialmente a quello del conoscere, campo di battaglia dei grandi empiristi e razionalisti, ci riporta la scuola scozzese del "senso comune", così detta per il ricorso che essa vi fa per evitare il fenomenismo e io scetticismo in cui era finito, con lo David Hume, l'indirizzo lockiano.
Era, nel campo conoscitivo, lo stesso atteggiamento assunto dai moralisti del "senso morale" nel campo pratico. Si voleva garantirsi della fondatezza oggettiva delle nostre percezioni, facendo appello alla testimonianza del buon senso "comune".

Era una filosofia alquanto terra terra, adatta del resto al comune delle persone colte, come era adatta l'altra filosofia della stessa consistenza, diffusasi contemporaneamente in Francia e in buona parte d'Italia, cioè il sensismo, che era l'empirismo alla portata di tutti.
Per fortuna, accanto ai nomi dei filosofi di queste scuole, possiamo mettere quelli di un Vico e di un Kant.


Thomas Reid 

Il fondatore della scuola scozzese del senso comune fu Thomas Reid. Nacque a Strachan, in Scozia il 26 aprile 1710; insegnò a Glascow, scrisse le Ricerche sull'intelletto umano e i Saggi sulle potenze attive dell'uomo. Si spense  a Londra il 2 aprile 1820.



Thomas Brown 


Dugald Stewart 

La sua scuola di Thomas Reid fu continuata da Dugald Stewart (Edimburgo, 22 novembre 1753 – Edimburgo, 11 giugno 1828) che è stato un filosofo britannico, rappresentante della Scuola scozzese di filosofia e da Thomas Brown (Kirkmabreck, 9 gennaio 1778 – Londra, 2 aprile 1820) un filosofo e medico scozzese.

Generalmente si fa appartenere alla scuola di Thomas Reid anche lo scozzese William Hamilton, ma le sue vedute personali in realtà ne lo distaccano. Lo vedremo, quando parlerò dei filosofi inglesi dell'Ottocento.





sabato 26 febbraio 2011

IMPERIALISMO E CAPITALISMO (Imperialism and Capitalism) - Lenin


"Se si volesse dare la più concisa definizione possibile dell'imperialismo si dovrebbe dire che l'imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo. Tale definizione conterrebbe l'essenziale, giacché da un lato il capitalismo finanziario è il capitale bancario delle poche più grandi banche monopolistiche, fuso col capitale delle unioni monopolistiche industriali, e dall'altro lato la ripartizione del mondo significa passaggio dalla politica coloniale, estendentesi senza ostacoli ai territori non ancora dominati da nessuna potenza capitalistica, alla politica coloniale del possesso monopolistico della superficie terrestre definitivamente ripartita".(Lenin)


PREMESSA

La guerra franco-prussiana del 1870 aveva segnato la vittoria del giovane, ma dirompente capitalismo tedesco. I rapporti di forza tra i più grandi paesi capitalistici (Inghilterra, Francia, Germania) erano andati da allora mutando rapidamente e sulla scena della politica europea era entrata, sia pure in sottordine, anche l'Italia.

L'Inghilterra, che aveva avuto durante tutto il secolo una prevalenza quasi assoluta nella produzione industriale, nelle ferrovie, nei trasporti marittimi, nel commercio estero, nella finanza mondiale, si trovava ad affrontare la concorrenza tedesca, attuata anche con forme di dumping, ossia di vendita sotto costo all'estero grazie alla possibilità di mantenere con la protezione prezzi elevati all'interno, e con l'aperto appoggio dello Stato. Tramonta così anche in Inghilterra in questo periodo l'ideologia del libero scambio. Joe Chamberlain chiede la protezione contro il dumping tedesco e Cecil Rodhes una ulteriore espansione coloniale, per creare nuove riserve di mercati e di fonti di materie prime e nuovi sbocchi al capitale britannico, e per sottrarli nello stesso tempo ai paesi capitalistici concorrenti.
Dal Cairo al Capo è la parola di ordine che porta, a cavallo tra ottocento e novecento, alla guerra angloboera.
In questa situazione sorge l'ideologia dell'« imperialismo » e l'economista inglese Hobson scrive nel 1902 il suo libro "Imperialism: a study".
La nuova parola si diffonde e penetra anche nel movimento operaio.
Ma con quale significato? Vi era e vi è ancora nel linguaggio comune un significato volgare della parola 'imperialismo', quale politica di sopraffazione, di espansione e di dominio territoriale. Così si parla allo stesso modo di 'imperialismo' romano nell'antichità, e di singoli imperialismi: spagnolo, britannico e poi francese, russo ecc.
Questo modo non scientifico di interpretare la realtà sempre in movimento e sempre nuova serve solo per confondere le idee. Nel suo libro tuttavia, Hobson, non cade nell'errore di una interpretazione volgare dell'imperialismo e di confondere assieme fenomeni così diversi. Già otto anni prima (1894) aveva scritto un libro in cui parlava della evoluzione del capitalismo della sua epoca. Però l'imperialismo, parola che egli usa per la prima volta in modo scientifico, rimaneva per lui una scelta politica del capitalismo, dovuta sì alla esigenza di nuovi sbocchi, alla accresciuta produzione industriale, ma che poteva essere modificata con una diversa politica di distribuzione del reddito, che aumentasse i redditi dei lavoratori.
Anche negli scrittori socialisti che si richiamavano al marxismo le idee non erano allora molto chiare.

E' vero che a partire dal 1896 le risoluzioni dei vari congressi della II Internazionale contengono condanne continue del militarismo, delle sopraffazioni del capitalismo, dei pericoli di guerra, e ricordano che tutti questi fenomeni sono conseguenze del capitalismo. Però, sia negli scrittori marxisti, in grado maggiore o minore, sia ancor più nelle risoluzioni della II Internazionale, questi fenomeni sono considerati come conseguenza del capitalismo, ma non conseguenze necessarie, dovute cioè al fatto che il capitalismo per le sue leggi di sviluppo ha subito grandi modificazioni ed è passato dallo stadio della media industria di prevalente concorrenza allo stadio monopolistico.In fondo predomina anche nel movimento operaio la tesi che l'imperialismo sia una politica particolare del capitalismo, e come tale possa essere combattuta e modificata dalla lotta politica della classe operaia e delle masse popolari.

Il crollo della Seconda Internazionale di fronte allo scoppio della prima guerra mondiale ha, tra le molte
cause, senza dubbio anche quella debolezza ideologica, che no aveva permesso la giusta comprensione del fenomeno dell'imperialismo la natura imperialistica della guerra mondiale.


IMPERIALISMO E CAPITALISMO

Lenin vede al contrario, fin dall'inizio della prima guerra mondiale, la necessità di dare una chiara interpretazione marxista dell'imperialismo nelle sue origini economiche e ciò per dare la indispensabile arma teorica al movimento operaio, e far comprendere la natura imperialistica della guerra in corso e come essa rappresentasse lo sbocco inevitabile dei contrasti tra i paesi imperialistici per la divisione del mondo in sfere influenza.

Lenin scrive così, negli anni 1915 e 1916, dopo aver consultato e annotato una vastissima letteratura, come appare dai 2Quaderni sull'imperialismo", la sua opera che intitola "L'imperialismo fase suprema del capitalismo", e che chiama "saggio popolare", proprio perché doveva servire come arma teorica a larghe masse.

Egli dichiara subito qual è lo scopo del suo libro nella prefazione alla prima edizione russa, che appare nell'aprile 1917. Egli intende chiarire il problema economico fondamentale, senza l'esame del quale sono incomprensibili l'attuale guerra e l'attuale situazione politica: vale a dire il problema dell'essenza economica dell'imperialismo, e già nella prima pagina del testo dice ... "non ci occuperemo, benché lo meritino, dei lati non economici del problema".

Lo scopo della sua lotta politica e ideologica era infatti quello di combattere la tesi che l'imperialismo fosse una politica del capitalismo, come, specie dopo il loro tradimento, sostenevano teorici come Kautsky e compagni, contro i quali Lenin scrive numerosi articoli..., e di dimostrare che l'imperialismo è uno stadio o fase del capitalismo, il suo stadio più elevato e ultimo.

Per questo il titolo diventerà più chiaro e polemico: "L'Imperialismo quale ultimo stadio o fase del capitalismo".

Lenin introduce cioè il concetto importante di 'fase'. E' importante questo concetto perchè dimostra che l'imperialismo è un momento necessario, che nasce in base alle leggi proprie dello sviluppo capitalistico, che Marx aveva scoperto, e che quindi è sempre capitalismo, non qualche cosa di nuovo, ma è un capitalismo particolare: il capitalismo dei monopoli. Tener presente questo concetto di fase è ancor più importante oggi, perché l'ideologia borghese cerca di dimostrare che non si è più nel capitalismo, ma in un regime economico particolare e ciò per mistificare la realtà, confondere le idee.

Vi è una corrente teorica, infatti, la quale sostiene che noi viviamo in una specie di "capitalismo popolare o democratico" e questa tesi, sostenuta teoricamente da socialdemocratici, specie dallo Strachey il cui libro "Capitalismo contemporaneo" è stato tradotto anche in italiano, ha avuto fortuna attorno al 1960 ma la sua influenza è successivamente andata riducendosi. Essa sostiene che lo sviluppo democratico ha cambiato la natura del capitalismo e delle sue leggi economiche e di sviluppo e che il controllo popolare dello "Stato democratico" può permettere un controllo dei monopoli ed uno sviluppo economico nell'interesse delle masse.
Riappare ancora la scissione tra politica ed economia.

Vi era poi, molto più importante e di moda negli anni sessanta, la tesi della tecnostruttura sostenuta in particolare dal Galbraith, da ultimo nel suo libro apparso anche in italiano, "Il nuovo Stato industriale". Qui si sostiene che non si è più nel capitalismo, perché le grandi società sono amministrate dai tecnici e non dai capitalisti. Sono amministrate cioè, secondo lui, in modo da raggiungere il massimo di espansione economica, nell'interesse di tutti. Si dice ancora che il 'mercato' conta sempre di meno, perché la tecnica produttiva moderna esige che si pianifichino per un periodo abbastanza lungo produzione e consumo. Di conseguenza non sono più operanti le vecchie leggi economiche del capitalismo: siamo in un nuovo sistema, nè capitalista, nè socialista, che si può definire di 'tecnostruttura'.

Anche con questa tesi si cerca di mistificare la realtà, cogliendo qualche fenomeno che trova riscontro in essa, ma generalizzandolo, al fine di negare la interpretazione marxista.

Le masse si accorgono nella loro esperienza quotidiana di lotta che si vive sempre nel capitalismo, che opera sempre la legge del profitto e dello sfruttamento e che si deve lottare sempre contro il capitale, privato o di Stato che sia, e tale coscienza si va accrescendo con le grandiose lotte unitarie che rappresentano la caratteristica degli ultimi tempi. Ma non è sufficiente. Occorre rendersi conto anche teoricamente di questa realtà: per questo Lenin è sempre vivo, e vivo è il suo concetto di imperialismo quale fase del capitalismo, rispondente alle leggi proprie dello sviluppo capitalistico. Per far un esempio che mi pare chiaro, anche la vita dell'uomo passa attraverso varie fasi, l'infanzia, la gioventù, la maturità, la vecchiaia. In ognuna di queste fasi vi sono modificazioni nell'organismo umano, che tutte assieme caratterizzano la fase particolare. Ma le leggi biologiche fondamentali continuano sempre ad operare, anche nella vecchiaia, che, riportandoci al capitalismo, può paragonarsi all'imperialismo.

Vi erano stati nel capitalismo grandi mutamenti già ai tempi in cui Lenin scriveva e tutti assieme hanno caratterizzato la fase che Lenin chiamò imperialismo. Altri e grandiosi mutamenti sono intervenuti negli seguenti, dall'epoca in cui Lenin scrisse "L'imperialismo fase suprema del capitalismo". Di questi mutamenti occorre tener conto, e il pensiero marxista ne tiene conto, tanto che ha caratterizzato il periodo che si è aperto con la prima guerra mondiale, come periodo della crisi generale del capitalismo, in cui vi è una perenne instabilità economica e politica. Sorge e si sviluppa il sistema socialista, crolla per la lotta di liberazione nazionale la vecchia organizzazione colonialistica, si susseguono crisi di ogni genere. Ma siamo sempre nello imperialismo, cioè in una fase del capitalismo e vigono e operano sempre le leggi economiche fondamentali del sistema capitalistico. Questo non deve mai essere dimenticato: combattere e abbattere l'imperialismo significa combattere e abbattere il capitalismo.

Oggi, dopo oltre novant'anni dalla stesura de "L'imperialismo fase suprema del capitalismo", questo valido "saggio popolare" di Lenin, masse sempre più numerose hanno preso coscienza della realtà in cui vivono e lottano contro l'imperialismo e i suoi continui misfatti.
Ma per questo occorre meglio conoscere il significato leninista di imperialismo, ricordare le caratteristiche con cui Lenin ha definito l'imperialismo, che sono:

1) la concentrazione e centralizzazione crescente del capitale, fenomeno già presente in modo rilevante quando scriveva Lenin, ma che ha continuato a svilupparsi e in modo sempre più rapido negli ultimi anni (basta ricordare la recente colossale fusione Fiat e Chrysler ).

2) l'aspetto sempre più finanziario che assume il capitale, con la creazione di complessi che dominano finanziariamente settori produttivi e di servizi sempre più vasti. Anche il concetto leninista di capitale finanziario, altra caratteristica dell'imperialismo, si è cioè ulteriormente sviluppato.

3) così, importanza ancora maggiore, ha assunto l'esportazione di capitali, la internazionalizzazione del capitale. Tuttavia le nuove forme non modificano la sostanza del concetto sviluppato già da Lenin.

4) più stretto si è fatto il rapporto tra oligarchia finanziaria e Stato, anche se il mutarsi dei rapporti di forza tra classe dirigente capitalistica e classe operaia nella società, grazie alla lotta delle masse e all'esistenza del sistema socialista, influisce sulla struttura dello Stato e apre nuove possibilità di sviluppo democratico.

5) non è cessato il fenomeno della divisione del mondo in sfere di influenza, anche se l'imperialismo statunitense è oggi predominante, non è cessata la legge dello sviluppo diseguale del capitalismo e quindi il continuo mutarsi dei rapporti di forza tra i capitalismi, base economica dei contrasti tra i paesi imperialistici e degli squilibri economici internazionali.

Non è cessato, anche se ha assunto nuovi aspetti, lo sfruttamento dei paesi imperialistici sui paesi sottosviluppati, anche se questi ultimi sono formalmente indipendenti e questo sfruttamento venne mantenuto sotto la guida dell'imperialismo statunitense per tutto il secolo scorso, non solo con armi economiche, ma con misfatti vergognosi, aggressioni, come nel Vietnam, intrighi e colpi di Stato come in America Latina, in Africa, in Asia.... , che tutt'oggi si susseguono.

Non ha modificato questa situazione l'unico fenomeno veramente nuovo, che era sul nascere ai tempi di Lenin e a cui Lenin ha accennato in scritti successivi al questo suo libro sull'imperialismo e cioè il capitalismo monopolistico di Stato.
Anche questo fenomeno, reso necessario nell'ulteriore sviluppo del capitalismo, per evitare crisi economiche disastrose e assicurare la riproduzione economica, deve, nelle intenzioni della classe dirigente capitalistica, garantire il saggio di profitto desiderato. Questo è il suo scopo e per questo vengono usati tutti gli strumenti di politica economica, di controllo di salari, di sussidi, di premi di produzione, e infine lo strumento più importante, la manovra monetaria, che attraverso la lenta inflazione riduca i salari reali e accresca i profitti.

Siamo sempre nel capitalismo e nella sua fase dell'imperialismo e il lettore che sia un combattente contro l'imperialismo deve sentire il dovere anche di approfondire la sua conoscenza teorica, leggendo il saggio di Lenin e gli scritti più recenti, tra i quali mi permetto di suggerire "Economia Politica" di Antonio Pesenti, che nell'ultima parte tratta ampiamente dell'imperialismo attuale.


I cinque principali contrassegni dell'imperialismo sono:

1. la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica.

2. la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo capitale finanziario, di un'oligarchia finanziaria.

3. la grande importanza acquistata dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci.

4. il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti che si ripartiscono il mondo.

5. la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche. L'imperialismo é dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l'esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell'intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.


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giovedì 16 dicembre 2010

SCRITTI ECONOMICI (The Economic) - William Petty


SCRITTI ECONOMICI

The Economic

Scritti di Sir William Petty [1662]

Editore - Kessinger Publishing, Stati Uniti

Data di pubblicazione - 2007

Lingua - Inglese

Pagine 392






Le considerazioni dei primi economisti sulla natura della ricchezza condussero necessariamente i loro immediati successori ad affrontare il problema fondamentale dell'economia politica, ossia il problema del valore.
Infatti una volta affermato che la ricchezza di un dato paese è costituita non dall'oro e dall'argento, ma dalle merci e quindi dalle risorse umane (il lavoro) e naturali (la terra) disponibili, una volta sottolineato che l'oro e l'argento monetati svolgono la duplice funzione di mezzo di pagamento e di misura dei valori, resta evidentemente da sapere che cosa sia questo valore cui continuamente si fa riferimento.

I primi accenni ad una vera e propria teoria del valore si trovano, verso la fine del XVII secolo, sparsi nelle opere di William Petty, il medico-economista che Karl Marx definì “padre dell'economia politica”.
Il fatto che tali accenni sembrino in certo qual modo accidentali, nulla toglie al loro interesse, dato il nesso organico da cui sono legati e che dà loro il carattere unitario d'una teoria.

Ed ecco come Wiliam Petty definisce, nel suo “The Economic Writings Of Sir William Petty V2: Together With The Observations Upon The Bills Of Mortality” (1662), il valore - o come egli dice, il “prezzo naturale” - delle merci…

« Supponiamo che, per estrarre dalle miniere del Perù e recare a Londra un'oncia d'oro, un uomo -metta tanto tempo quanto è necessario per la produzione d'uno staio di grano: l'oncia d'oro sarà il prezzo naturale del grano.
Supponiamo ora che, in seguito alla aumentata produttività della miniera, due once d'oro richiedano lo stesso tempo già necessario per una sola: ne deriva che, a parità di condizioni, il grano non costerà in realtà più caro, ora che il suo prezzo è di 10 scellini lo, staio, di quanto non costasse prima, a 5 ».

In sostanza si dice (e il Petty più volte ritorna sulla questione) che il valore delle merci è dato dal lavoro necessario a produrle e che lo stesso si misura in quantità di tempo.


Quanto poi al “prezzo naturale” del lavoro, egli si esprimeva nei seguenti termini, dai quali è facile comprendere che per lui il valore del lavoro è dato dai mezzi di sussistenza necessari:

« La legge non dovrebbe accordare all'operaio che quanto gli è necessario per vivere: se gli si accorda il doppio, egli non esegue che la metà del lavoro di cui é capace e che senza ciò avrebbe fornito.
Ne risulta quindi per la società la perdita di un'eguale somma di lavoro ».


Sulla base di queste due premesse era inevitabile che la rendita della terra apparisse al Petty in forma non molto dissimile da quello che il socialismo scientifico chiamerà “pluvalore”.
Si prenda il caso di una terra coltivata a grano: il valore del grano è determinato dal tempo di lavoro richiesto per produrlo.
Ora se vi è una rendita, essa deve esser eguale al prodotto totale meno i salari e le sementi (se la si vuole esprimere in termini di prodotto)…, uguale alla quantità totale di lavoro meno quello che corrisponde al valore del lavoro e delle sementi (se la si vuole esprimere in termini di lavoro, anzi, come direbbe Marx, di “sopralavoro”).


Leggo qualche riga di William Petty…

« Supponiamo che un individuo possa eseguire con le sue stesse mani, su una terra di grandezza data, tutti i lavori agricoli indispensabili ... e che disponga delle sementi necessarie.
Quando egli avrà dedotto dal raccolto il grano per te sementi, per il suo consumo, nonchè quanto egli spende per procurarsi dei vestiti e soddisfare gli altri suoi bisogni naturali, il resto del grano costituisce, per l'anno in corso, la rendita fondiaria... ».

Qui voglio subito avvertire chi legge queste pagine che il Petty considera la rendita come la forma tipica di ogni plusvalore e che ad essa riconduce anche l'interesse del capitale.
E' questo un punto di vista che, come vedremo in seguito, ha avuto molta importanza nel pensiero economico del secolo successivo, soprattutto presso i Fisiocrati.


Tralascio qui gli altri numerosissimi spunti che si possono rintracciare nelle opere del Petty su questioni di vario interesse, per soffermarmi invece su una questione di metodo.
Il Petty infatti, non solo ha il merito di aver affrontato il problema del valore con rara coerenza, ma ha anche il grandissimo pregio di aver concepito l'economia politica come una scienza vera e propria, sul tipo delle scienze, naturali: egli infatti introduce nello studio dei fatti economici quella che egli chiama “aritmetica politica”, ossia l'analisi quantitativa dei fenomeni sociali.
Da questo punto di vista egli è anche il precursore della statistica ( * ).
Ma quel che soprattutto conta è il fatto che nei suoi scritti i fatti economici sono considerati al di fuori di ogni preconcetto metafisico e che d'altro canto ci si eleva al di sopra del mero empirismo dei pratici.
Quindi anche sotto questo profilo, il Petty merita lo appellativo di “padre dell'economia politica”.



* LA STATISTICA: SUA FUNZIONE E SUOI LIMITI

Premessa utile per una migliore comprensione della opinione.


La statistica è una scienza sociale che studia i fatti che hanno carattere collettivo, di massa; e li studia dal punto di vista della loro “quantità”.
A seconda del carattere dei fatti di cui questa disciplina si occupa, all'interno di essa si sono venute formando diverse branche, la più importante delle quali è costituita dalla statistica metodologica che studia in generale, indipendentemente dall'oggetto specifico dell'indagine, gli strumenti logico matematici necessari allo studio dei fenomeni di massa, al fine di offrire una visione riassuntiva di essi, che permetta di individuarne le relazioni, regolarità, leggi: come studiare, ad esempio, il movimento dei prezzi di un determinato paese, o il variare della statura di una certa popolazione, o l'aumentare o il diminuire della produzione.

Per studiare le variazioni intervenute nella statura degli uomini in un certo paese, ad esempio, si trova comodo utilizzare i dati forniti ogni anno dagli uffici della leva militare.
Ma questi dati ci dicono solo che la recluta Tizio era alto m. 1,68, la recluta Caio, m, 1,84 e così via.
Per procedere allo studio della statura devo ordinare ed elaborare questi dati: posso, ad esempio, fare una media aritmetica ponderata agendo in questo modo: se le reclute fossero per ipotesi 4000 così suddivise: 100 alte m. 1,58…, 1000 - alte m. 1,60…, 2000 alte m. 1.64…, 500 alte m. 1,70…, 400 alte m. 1,80, posso moltiplicare questi dati tra loro (1,58 x 100 =158…, 1,60 x 1000 = 1600 e così via)…, poi sommo questi risultati e divido il dato così ottenuto per 4000 che è il numero delle reclute: ottengo in questo caso una statura media di m. 1.65.
Questo è un dato sintetico che rappresenta tutti i dati in mio possesso e mi permette di fare dei confronti.
In questo modo si è venuti a sapere, ad esempio, che la statura media, alla leva, dei nati nell’anno 1855, in Italia, era di m. 1,62 …, mentre quella dei nati nell'anno 1927 era di m. 1,67.
A seconda che i metodi statistici elaborati dalla statistica metodologica vengano applicati a questo o a quel campo di indagine, si differenziano le varie branche di questa disciplina.
Si ha così una statistica demografica (che ha per oggetto la popolazione in generale, analizzandone la composizione, le cause di morte, la vita media specie con l'ausilio dei periodici censimenti), la statistica economica e finanziaria (che ha per oggetto la produzione, gli scambi, i prezzi, i salari il reddito nazionale ecc.) la statistica sociale (che riguarda l'amministrazione della giustizia, i culti, il lavoro, la previdenza, le elezioni ecc.).

Va però osservato che in rapporto con il decadere della scienza economica capitalistica, si è pervenuti da parte di alcuni statistici a posizioni radicalmente sbagliate nell'uso del metodo statistico e nella interpretazione dei risultati.
Si è pensato, ad esempio, da taluni, che la statistica si fosse tanto sviluppata da poter pervenire, da sola, attraverso la raccolta e la elaborazione dei dati riguardanti l'economia nazionale, a formulare le leggi di sviluppo.

Viceversa la sola raccolta ed elaborazione dei dati statistici non può portare a risultati siffatti.
In questi casi, si perde di vista il movimento reale della società.
Il ragionare “statisticamente” per medie statistiche, è utile, anzi indispensabile, ma anche pericoloso ove non ci sia la necessaria circospezione e un adeguato spirito critico.
Non è infrequente il caso che statistiche le quali sembrano rigorose e aggiornatissime (e che magari anche lo sono) diano un quadro falso di una situazione economica, inducendo a giudizi errati.
Faccio un esempio: la produzione di un anno in un determinato paese rivela in media un incremento rispetto all’anno precedente.
Si è subito tentati di parlare di ascesa economica di quel paese.
Ma può darsi invece che la situazione sia in realtà peggiorata, come nel caso che ad un forte aumento di certe produzioni non specializzate, ad esempio quella granaria, faccia riscontro una sia pur meno sensibile flessione nella produzione di acciaio, il che può significare una prospettiva di contrazione delle basi stesse dell'economia.

Bisogna poi armarsi di diffidenza di fronte all'uso che le classi dominanti, i loro governi e i loro “uffici-studi” fanno delle statistiche economiche.
A parte i casi di manipolazione e falsificazione vera e propria, spesso le statistiche sono redatte in modo tale da mettere in rilievo ciò che interessa mettere in rilievo, e da nascondere ciò che interessa tenere in ambra (“addomesticamento” delle statistiche).
Così pure: si sente spesso vantare un aumento del “reddito nazionale”…, ma nel computo di esso non si è tenuto conto, per esempio, del contemporaneo aumento della popolazione e, cosa ancor più significativa, non si fa sapere in che modo l'aumento di reddito si è ripartito tra cittadini o tra i principali gruppi sociali.
Ci si limita di solito a parlare di reddito nazionale complessivo e di reddito nazionale per abitante, ottenuto dividendo il reddito complessivo per il numero degli abitanti.
Troppo facile in verità e, soprattutto, troppo comodo!



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lunedì 13 settembre 2010

PENSIERO ECONOMICO MODERNO - Vincenzo Vitello

    
 PENSIERO ECONOMICO MODERNO
Vincenzo Vitello
Editori Riuniti




È uscito in seconda edizione presso gli Editori Riuniti un fortunato testo dovuto alla penna di Vincenzo Vitello e dedicato alle correnti essenziali manifestatesi nel pensiero economico moderna dopo il 1874.
L'agile e scorrevole volumetto è nato da un corso di lezioni tenuto presso l'Istituto Gramsci di Roma nel 1963.

Lo svolgimento di un argomento di interesse così rilevante e così discusso quale l'evolvere del pensiero economico posteriormente sia ai classici dell'economia politica sia a Marx, assume molto felicemente, nell'esposizione di Vincenzo Vitello, due caratteristiche che raramente si incontrano tanto mirabilmente fuse assieme: semplicità e chiarezza d'esposizione accoppiate ad una indubbia originalità di pensiero e d'impostazione.

Vincenzo Vitello infatti non tiene per nulla a fornire pedissequamente al lettore, come è d'uso, le solite informazioni non sempre di prima mano circa le opere e gli autori di maggiore notorietà: egli svolge invece un proprio discorso logicamente coerente, nel quale, pur tenendo rigorosamente conto degli studi e del pensiero altrui, fornisce una propria personale interpretazione delle vicende e dello svolgimento delle correnti fondamentali del pensiero economico contemporaneo, il che contribuisce non poco a rendere il testo di piacevole e scorrevole lettura. Per di più, egli fa questo senza calcare la mano, con molta modestia, lasciando parlare fatti e citazioni, accennando solo raramente e con molta cautela valutazioni ed apprezzamenti, dando libero sfogo alla robusta originalità del proprio pensiero anzitutto nella logica e nella coerenza della propria esposizione.

La struttura stessa del libro è mirabile per semplicità e per coerenza, in quanto riesce perfettamente ad attuare, in soli nove capitoli, ciò che era nelle intenzioni dell'autore, e cioè "una sistemazione concettuale di alcuni punti nodali dello svolgimento dell'analisi economica moderna, seconda un criterio che può considerarsi al tempo stesso logico e storico".

Nei primi tre capitoli Vitello esamina infatti gli aspetti fondamentali che, presi assieme, stanno alla base dell'evoluzione del pensiero economico occidentale dopo Marx e che costituiscono il nocciolo di quell'impostazione teorica che dopo il 1874 oppone il pensiero economico occidentale sia alla teoria dei classici sia all'analisi di Marx: le dottrine dell'utilità marginale, la teoria dell'equilibrio economico generale e la `teoria dello sviluppo capitalistico di Schumpeter.
In un quarto capitolo Vitello esamina poi l'apparire di teorie destinate a spiegare le particolarità della fase monopolistica del capitalismo e le "nuove forme di mercato".

Nei tre capitoli seguenti l'autore si occupa di tre correnti di pensiero legate tutte in qualche modo all'intervento statale nell'economia, in veste dì moderatore e di regolatore della vita economica, esaminando successivamente le teorie e le politiche keynesiane, la costruzione di modelli macroeconomici e la metodologia della programmazione e infine, in un apposito capitolo, alcuni problemi collegati al rapporto che passa tra analisi economica e pianificazione in una economia socialista.

Nei due ultimi capitoli Vitello si occupa infine dei pensiero economico più vicino a noi, esaminando sia le varie interpretazioni date negli ultimi decenni dagli economisti occidentali più in vista alle trasformazioni subite dal capitalismo contemporaneo, sia la crisi della teoria economica moderna e i tentativi fatti da singoli pensatori per uscirne.

E' chiaro che tale impostazione dell'autore può, volendo, essere discussa, ma non si può certo negarne la coerenza.

Vediamo ora brevemente il contenuto dei singoli capitoli.

Il primo capitolo, dedicato all'avvento delle teorie dell'utilità marginale e all'abbandono delle linee di ricerca degli economisti classici, da Smith a Marx, esamina anzitutto la sostanziale contrapposizione di analisi e di metodo tra la scuola classica e le nuove teorie. Mentre per i classici l'economia politica risulta "anzitutto fondata su una teoria della produzione, giacchè è dai rapporti di produzione che discendono quelli di scambio", per i marginalisti il punto di partenza dell'analisi economica non è più la produzione, "ma il consumo delle merci e l'utilità, che al margine un individuo generica può trarre dal consumo di certi beni", partendo dal concetto che "l'importanza relativa dei beni dipende dalie valutazioni soggettive che di essi danno i singoli consumatori".
I marginalisti sostituiscono dunque ai tentativi di elaborare una teoria di valore che analizzi la produzione e i suoi rapporti il tentativo di costruire una teoria dei prezzi e delle loro oscillazioni.

Nel secondo capitolo, dedicato essenzialmente al sistema walrasiano dell'equilibrio economico generale, viene mostrato come la scuola marginalista, facendo "derivare come estensione della teoria soggettiva del valore una teoria della distribuzione del reddito", costruisce astrattamente un sistema, "in cui le variabili economiche, essendo tra di loro in rapporti di reciproca dipendenza, vengono simultaneamente determinate in condizioni di equilibrio statico".
L'autore pone in rilievo come per la teoria walrasiana momenti essenziali appaiano due condizioni che nella realtà concreta non si verificano mai: la totale staticità del sistema e l'ipotesi della libera concorrenza perfetta.
Il che permette di passare così agevolmente ai due capitoli successivi, che trattano sia della teoria schumpeteriana dello sviluppo capitalistico sia delle teorie sulla concorrenza imperfetta.

Nel terzo capitolo, dedicato alla teoria dello sviluppo capitalistico di J. Schumpeter, viene posto in rilievo quanto in realtà le ricerche di Schumpeter sul ciclo e sullo sviluppo capitalistico debbano all'influenza del pensiero di Marx.
Molto coerentemente dunque Vincenzo Vitello esamina l'impostazione shumpeteriana ponendo in luce sia le analogie sia le differenze sostanziali che la distinguono dalla teoria di Marx, rilevando come Schumpeter, partendo dalla classica ipotesi statica marginalistica del "flusso circolare di un'economia stazionaria in cui il profitto non esiste e il reddito è imputato ai cosiddetti fattori originari deila produzione", introduce la figura dell'imprenditore-innovatore, che provoca innovazioni, inventa o rende popolari nuovi prodotti, cerca nuovi sbocchi per essi, riducendo in tal medo i costi e permettendo così la formazione di un profitto di origine differenziale, sostituendo alla visione statica walrasiana un'economia dinamica al cui centro sta l'imprenditore.
Vincenzo Vitello pone giustamente in rilievo a questo punto come per Schumpeter sia il profitto che l'accumulazione siano conseguenze dell'azione imprenditoriale, mentre per Marx è vero il contrario: "le innovazioni medesime sono una conseguenza "necessaria" del processo di accumulazione del capitale".

Nel quarto capitolo vengono prese in esame le nuove caratteristiche del capitalismo monopolistico e le teorie sulla concorrenza imperfetta, esaminando parallelamente sia gli apporti di Hobson, Hilferding e Lenin ad una teoria dell'imperialismo, sia i tentativi di Sraffa, della Robinson e di Chamberlin di inserire i nuovi fenomeni monopolistici negli schemi cari alle teorie dei prezzi di derivazione marginalistica, sostituendo al "mercato generale" tanti mercati particolari intersecantisi quante sono le aziende produttrici.

Nel quinto capitolo l'autore passa a trattare di J. M. Keynes e delle politiche keynesiane, ponendo in rilievo come lo sconvolgimento provocato dalla grande crisi del 1929 sollecitasse anche in campo economico un riesame della teoria marginalista tradizionale, "nell'ambito della quale non era possibile trovare una spiegazione dei preoccupanti fenomeni di insufficiente utilizzazione delle forze produttive ed in particolare del lavoro".
Viene dunque esaminata la nuova impostazione teorica dell'equilibrio tra reddito, consumi e investimento, produzione e occupazione offerta da Keynes, e í suggerimenti pratici che Keynes e i suoi seguaci ne dedussero per opporre alle fluttuazioni congiunturali coscienti politiche statali di "sostegno della domanda effettiva", teorizzando così la necessità di un intervento regolatore dello Stato nella vita economica, per rimediare alle lacune e alle deficienze delle forze spontanee del mercato, cioè dell'iniziativa privata.

Il successivo sesto capitolo esamina le più recenti applicazioni della matematica all'economia, i tentativi di costruire modelli macroeconomici - ossia schemi per lo studio delle relazioni tra le grandezze globali di un sistema economico - e l'elaborazione di nuovi metodi per la soluzione dei problemi connessi ad una programmazione economica.
In altre parole Vincenzo Vitello, dopo aver esaminato la giustificazione data da Keynes all'intervento attivo dello Stato nella vita economica, passa ad esaminare le ricerche concernenti gli strumenti atti a razionalizzare tale intervento, sia nel campo delle rilevazioni economiche, sia nella ricerca dei mezzi atti a influire sul funzionamento dell'economia.
Vengono così passati in rassegna i modelli macroeconomici di Harrod, Domar, Kaldor, Kalecki, l'alisi delle interdipendenze intersettoriali di Leontiev e le più recenti tecniche della programmazione lineare.

L'esame delle tecniche e delle metodologie applicabili alla soluzione di problemi di previsione e di programmazione economiche porta immediatamente l'autore ad occuparsi, nel capitolo seguente, dei problemi in un certo, senso paralleli che si pongono nei paesi socialisti, ossia là dove l'intervento dello Stato nella vita economica è da tempo il fattore decisivo e le tecniche di previsione, di rilevazione e di programmazione economiche hanno avuto ben altri sviluppi.
In questo capitolo, indubbiamente uno dei più nutriti e dei più documentati dei libro, dato che l'autore segue personalmente ormai da anni le discussioni teoriche che si svolgono nei paesi socialisti, Vincenzo Vitello esamina con molto acume le tappe dell'evoluzione della prassi e della teoria economica nei paesi socialisti e analizza le discussioni tuttora in corso sui rapporti tra pianificazione e mercato e le nuove soluzioni prospettate per migliorare le tecniche di pianificazione.

Nell'ottavo capitolo Vitello passa in rassegna i punti di vista più rilevanti espressi dagli economisti occidentali sulla più recente evoluzione del capitalismo contemporaneo, esaminando così le teorie del "ristagno" di Hansen e di Steindl, la teoria del "potere di equilibrio" di Gailbraith e la variante formulatane da Strachev, la teoria della "rivoluzione manageriale" di Burnham, nonchè le più recenti teorizzazioni circa le cause delle disuguaglianze di sviluppo tra paesi capitalistici sviluppati e paesi sottosviluppati.

Nel capitolo conclusivo, il nono, vengono posti in rilievo i sintomi più appariscenti della crisi della teoria economica moderna, "che si manifesta nel moda più immediato nel disagio e nell'insoddisfazione che provano alcuni economisti quando cercano di dare risposta a certi quesiti, che sorgono nelle attuali ricerche economiche, con l'apparato concettuale che é offerto dalla teoria dominante".
Ciò permette all'autore dì trarre le proprie conclusioni dall'esposizione delle vicende del pensiero economico postmarxiano, ponendo in luce come gli sviluppi più recenti della teoria economica mostrano che la linea di ricerca e l'insegnamento della teoria classica - cioè di quella corrente di pensiero che va da Smith a Marx attraverso Ricardo - rimangono oltremodo fecondi, non solo per la robustezza e il realismo dell'impostazione, ma per lo sviluppo del pensiero economico che può derivare da quella linea di ricerca, qualora sia approfondita in modo coerente e con l'ausilio degli strumenti dell'analisi moderna.

In relazione a ciò, Vitello esamina in particolare la più recente opera di P. Sraffa: "Produzione di merci a mezzo di merci", in cui viene effettuato un tentativo di estremo interesse di giungere al calcolo, del valore e dei rapporti di valore cari all'economia classica, partendo da un sistema reale di prezzi in equilibrio, mediante l'introduzione quale misura del valore di una particolare "merce composita", la cui struttura sia uguale a quella del prodotto nazionale netto.

Un libro notevole dunque, questo di Vincenzo Vitello, nutrito, stimolante e di facile lettura, il cui successo è più che meritato.

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MARX E L’ECONOMIA – IL CAPITALE - DAS KAPITAL - Kritik der politischen Oekonomie

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giovedì 10 giugno 2010

MARX E L’ECONOMIA – IL CAPITALE - DAS KAPITAL - Kritik der politischen Oekonomie

Il capolavoro di Marx, il cui primo volume venne pubblicato nel 1867 in una edizione di mille esemplari, analizza i rapporti di produzione di una società determinata (quella capitalistica), nella loro origine, sviluppo e decadenza.

Marx nel 1867 scrisse….

“Lo scopo della mia opera è la scoperta della legge economica dello sviluppo della società moderna”.


Il rapporto tra Marx e gli economisti classici è importante non solo per comprende la discendenza teorica della dottrina economica dell'autore de “Il Capitale” ma per valutare in generale la posizione che Marx occupa nell’evoluzione del pensiero economico.
Due aspetti fondamentali caratterizzano tale rapporto: l'uno ci rivela la derivazione della dottrina economica di Marx dalla teoria classica di Smith e Riccardo in particolare, l'altro pone invece in rilievo la soluzione originale che Marx diede ad alcuni problemi posti dai classici e quindi ciò che costituisce il suo contributo personale nel campo della teoria economica.
Il primo aspetto è stato trascurato di proposito da quanti avevano interesse a presentare la teoria economica di Marx come qualcosa di estraneo alla linea di evoluzione del pensiero economico stesso. Più raramente esso è stato accentuato fino a presentare Marx quasi come l’ultimo discendente degli economisti classici ponendo così in ombra le differenze profonde tra la sua interpretazione delle tendenze evolutive del sistema capitalistico e la visione che ebbero i classici di tale sistema agli albori della sua formazione.

Vi è stata poi anche una certa tendenza a mettere in particolare rilievo ciò in cui Marx si differenzia dai classici e a porre con ciò in ombra tutto quello che deve ad essi per la costruzione del suo impianto teorico. In tal modo l'aspetto analitico della sua elaborazione è apparso quasi meno importante di quella grande sintesi teorica che egli seppe fare dei risultati della sua analisi.

Ora, se è vero che Marx fu capace di compiere grandi sintesi teoriche, egli però le trasse da analisi particolareggiate degli aspetti economici, tecnico-economici e storico-sociali del sistema capitalistico che fu al centro della sua indagine. Ciò rilevò giustamente lo Sehumpeter (pur essendo stato critico aspro di certi aspetti del suo pensiero), il quale collocò Marx tra i grandi economisti sia per il disegno gigantesco della sua costruzione teorica, sia per i contributi specifici dati nei vari campi della elaborazione teorica (1).

Questo duplice aspetto della personalità scientifica di Marx - capacità eccezionale di sintesi teorica e ricerca analitica attenta di ogni particolare - risalta in modo particolare nella sua opera maggiore “Il Capitale” e nelle “Teorie sul plusvalore”, nelle quali è contenuta una minuziosa analisi delle dottrine degli economisti che lo precedettero e in particolare dei fisiocratici e dei classici.
Ciò deve essere oggi sottolineato anche come avvertimento per coloro che continuano quasi inavvertitamente a considerare, in modo astratto e improprio, la visione generale di Marx economista quasi come l'approdo dell'applicazione del suo metodo al campo specifico dell'economia, e non anche come il risultato di laboriosissime ricerche analitiche, senza le quali sarebbe stato impossibile dare sostanza e coerenza a quella visione più generale e alle conclusioni contenute nelle sue sintesi.
Questo atteggiamento, che si riscontra talvolta anche tra coloro che si richiamano a Marx, può avere in qualche modo contribuito ad alimentare taluni preconcetti tuttora diffusi nei riguardi dell'opera economica dì Marx: essere cioè essa una sorta di « filosofia dell'economia »…, il che è esattamente l'opposto del lavoro svolto da Marx sin da quando egli intraprese lo studio dei classici con quell'ardore teorico che fu anzitutto rivolto a forgiare l'apparato analitico, il più rigoroso possibile per la sua epoca, che egli derivò sì dai classici (da Ricardo in particolare) ma che fu anche in gran parte sua originalissima elaborazione.
Molto, certamente, egli attinse al pensiero economico classico: Smith, Ricardo e Quesnay tra i fisiocratici in particolare gli fornirono, si può ben dire, le basi su cui egli elevò la sua costruzione teorica.

L'economia classica, che aveva avuto una grande influenza sul pensiero della sua epoca, aveva creato il concetto di « sistema economico determinato », di un sistema cioè regolato da particolari leggi che consentivano di formulare previsioni sul corso dei futuri eventi economici.
La teoria - secondo Ricardo ad esempio - doveva essere tale da poter dire come si sarebbero modificate certe grandezze economiche nella situazione reale quando si fossero modificate altre grandezze funzionalmente correlate alle prime. Si trattava di sapere (per dirla con questo grande rappresentante del pensiero classico) come ad esempio variano i profitti al variare dei salari e quali dunque saranno in conseguenza di tale mutamento le proporzioni in cui si dividerà i1 prodotto sociale; perché secondo Ricardo « la determinazione delle leggi che regolano questa distribuzione è il problema fondamentale dell'economia politica » (2)

Ecco qui dunque l'indagine dei rapporti economici fra le classi sociali e delle condizioni in base alle quali si determinano le modificazioni nella ripartizione delle grandi categorie dei redditi: quella che Marx chiamava la fisiologia dell'economia capitalistica. Ed era in risposta a questi quesiti che sorge-va la necessità di una teoria del valore che avesse il requisito di spiegare in modo coerente le condizioni che determinano tanto i rapporti di scambio delle merci quanto la ripartizione del prodotto sociale tra le varie classi (3).

Tanto Ricardo che Marx trassero dai fisiocratici l'idea che il livello dei salari corrisponde a ciò che nella terminologia classica era il cosiddetto « consumo necessario » o « livello abituale di sussistenza » (4).

Ora, però, col passaggio dal mondo agricolo dei fisiocratici a quello industriale di Ricardo era evidente che il prodotto netto – “produit net” dei fisiocratici, plusvalore o sovrappiù - poteva essere posto in relazione con le merci costituenti i mezzi di sussistenza dei lavoratori solo in termini di valore, e non più come complesso di quantità fisiche (5).

Ecco dunque come sorge il problema del valore come elemento essenziale della teoria classica, anzi come principio unificatore delle relazioni tra le grandezze economiche studiate dalla teoria.
Qui Ricardo andò più avanti di Smith nel definire le circostanze che regolano i rapporti di scambio tra le merci e evitò alcune contraddizioni nelle quali il fondatore dell'economia classica si era imbattuto. Ciò che per Ricardo in definitiva regola i rapporti di scambio tra le merci sono le quantità di lavoro diretto e indiretto incorporate nelle merci, quantità che sono state necessarie per produrle. Ne deriva che i rapporti determinanti e che stanno al fondo dei rapporti di scambio sono i rapporti tra i produttori, sicché le proporzioni in cui le merci si scambiano sul mercato dipendono in ultima analisi dai rapporti tra i costi reali delle merci (nel senso di costi oggettivi misurabili in termini di lavoro).
Sicché l'economia politica risulta in definitiva fondata anzitutto su una teoria della produzione, giacché è dai rapporti di produzione che discendono quelli di scambio.
Ciò è importante tener presente, per la diversa impostazione che fu poi data dagli economisti dopo Ricardo…, quando cioè l'analisi dei rapporti di scambio tra le merci, ovverosia del processo di circolazione, fu al centro delle indagini degli economisti postricardiani, che si fermarono soprattutto ad indagare gli aspetti più appariscenti dei processi economici, senza collegare i fenomeni dello scambio ai più profondi rapporti di produzione che li sottendono.

E' in base a questi presupposti teorici che Ricardo aveva cercato di formulare la sua teoria della distribuzione e del processo economico. Quando egli affermava che « i profitti dipendono dai salari alti o bassi e da null'altro » e che « quando i salari aumentano, i profitti cadono », egli in sostanza veniva a determinare il saggio di profitto come un rapporto tra ciò che rimane del prodotto sociale dopo aver dedotto il « consumo necessario » dei lavoratori, e il capitale complessivo.
Qui tuttavia egli incontrò le maggiori difficoltà, perché, quando sono diverse le proporzioni tra lavoro e mezzi di produzione impiegati per produrre le merci, i rapporti in cui queste si scambiano sul mercato non corrispondono nel caso generale ai rapporti tra le quantità di lavoro incorporate.
Questa difficoltà, come vedremo, si presentò anche a Marx che l'affrontò nella sua teoria dei « prezzi di produzione » indicando alcune linee di soluzione (nel III libro del Capitale) lungo le quali si sono mossi successivamente altri economisti per mostrare la coerenza di quella impostazione.

L'opera di Marx risulta, dunque, profondamente radicata nella tradizione del pensiero economico classico, dal quale egli era partito per elaborare la sua concezione originale dell'evoluzione della società capitalistica. Ciò spiega come accanto alla critica degli economisti che lo precedettero vi è in Marx una profonda considerazione e un alto apprezzamento del pensiero economico classico.
Marx riconobbe il contributo di Smith, ad esempio, nell'individuare la « vera origine del plusvalore nel pluslavoro »;…, egli considerò questa come una visione penetrante nell'indagine del processo economico e rese omaggio alla genialità di Adamo Smith.
Così pure, a proposito di Ricardo, egli mise in rilievo il « grande significato storico della sua opera per la scienza economica » e in particolare apprezzò la spregiudicatezza scientifica e l'amore della verità di questo grande rappresentante dell’economia politica classica.
Tra i predecessori dei classici particolare attenzione pose Marx allo studio dei fisiocratici..., di cui apprezzò in particolare il contributo all'analisi del capitale e del processo economico considerato come un tutto, che fu la geniale scoperta fatta dal Quesnay nel suo “Tableau économique”, in cui per la prima volta si considera appunto il processo complessivo di riproduzione della ricchezza sociale. Egli attinse dunque ai maggiori rappresentanti del pensiero classico e ai fisiocratici in particolare.
Ma se egli mutuò dai classici la concezione di un sistema economico regolato da proprie leggi, concepì però tale sistema come regolato da leggi non immanenti ad un ordine naturale, ma specifiche del sistema stesso, cioè del sistema capitalistico che fu al centro della sua indagine…, arrivando a questo fondamentale risultato attraverso un continuo affinamento dei suoi strumenti analitici - vale la pena di sottolinearlo ancora - giacché è qui il punto di svolta del suo pensiero rispetto all'apparato concettuale fornitogli dagli economisti classici.
Questo punto di svolta segna tuttora il suo contributo originale allo sviluppo della teoria del valore, soprattutto per ciò che concerne la spiegazione che Marx cercò di dare della natura del plusvalore, e quindi dell'origine del profitto come categoria di reddito determinante del sistema capitalistico, nonché delle contraddizioni interne al sistema stesso.
E questo egli fece con uno studio approfondito dei processi economici della sua epoca, che - come disse Schumpeter - egli « sapeva abbracciare con uno sguardo che penetrava attraverso le casuali irregolarità della superficie, fin dentro la grandiosa logica dei fatti storici ».

Qui egli si differenzia dai classici soprattutto in ciò che concerne l'indagine dei rapporti economici specifici della società capitalistica e delle forze operanti al fondo del processo dello sviluppo capitalistico.
In questa indagine delle contraddizioni del sistema sociale egli sviluppò l'analisi dei classici in una direzione che fu propriamente adeguata al compito che egli si era posto, spiegare cioè le « leggi di movimento » della società capitalistica. La forza della sua analisi deriva pertanto dalla capacità di saper penetrare all'interno delle forze in conflitto dal cui movimento risulta la dinamica del sistema stesso nelle sue contraddizioni (6)

E' appunto questa specificità delle forme capitalistiche di produzione che Marx cercò di cogliere nella loro esatta determinazione storica e logica. E' qui che risalta « quel tratto geniale col quale Marx ha inserito la sua teoria in una vasta trama di connessioni sociologiche ».

Se Marx appare dunque profondamente radicato nel pensiero economico classico, che gli fornì le basi della elaborazione teorica, egli però se ne distacca per lo sviluppo originale che diede alla teoria classica.
Punto di partenza della sua analisi, com'è noto, fu la teoria del valore elaborata dai classici…, egli però sviluppò questa teoria cercando di superare le maggiori difficoltà che Smith e Ricardo avevano incontrato nell'analisi del plusvalore in modo particolare.
Essi infatti avevano concepito il plusvalore come un residuo, ossia come quella differenza tra prodotto e salario che costituisce il sovrappiù economico.
Le difficoltà di fronte alle quali si trovarono Smith e Ricardo furono appunto relative al modo con cui era possibile conciliare la teoria del profitto con la teoria del valore.
Quando infatti essi determinavano il salario in termini di quantità di lavoro necessario per la produzione dei mezzi di sussistenza non sorgevano particolari difficoltà per collocare la teoria del salario nell'ambito della teoria del valore-lavoro…, quando tuttavia essi passavano alla determinazione del tasso di profitto per tutto il sistema economico, sembrava presentarsi una anomalia per la legge del valore nel senso che, mentre si poteva ricondurre la determinazione del salario alla quantità di lavoro incorporata, il sovrappiù appariva come una grandezza determinata dal saggio medio del profitto prevalente nell'economia e dalle dimensioni dei capitali investiti. Ciò faceva sì che la determinazione del profitto sembrava non essere coerente con la legge generale del valore, che era alla base della teoria dei classici.
Questa difficoltà fu tale da far nutrire dei dubbi, a Smith prima e a Ricardo poi., sulla possibilità di inserire nella legge del valore una teoria del profitto.

Marx cercò di superare questa difficoltà riconducendo anche la categoria del profitto sotto la forma originaria del plusvalore alla teoria generale del valore-lavoro, e questa analisi egli condusse tanto nel I che nel III volume del Capitale, in cui cercò, sulla base della teoria dei prezzi di produzione, di giungere ad un principio unificatore della teoria del valore e del prezzo (in cui appunto il profitto è determinato dal rapporto tra plusvalore complessivo e capitale complessivo).
Essendo il capitale per Marx lavoro accumulato, cioè lavoro cristallizzato nei beni di produzione, egli trovava coerente la determinazione del tasso di profitto per tutto il sistema economico in base al capitale complessivo. Fu questa una soluzione alla quale egli arrivò in termini di analisi macroeconomica, che lascia tuttavia scoperto il problema della determinazione dei prezzi (intesi come prezzi di breve - e non di lungo periodo) alla quale questione egli era meno interessato.

Un altro punto importante dell'analisi di Marx concerne, a differenza dell’analisi dei classici, la natura del rapporto capitale-lavoro…, qui Marx introduce degli elementi originali della sua analisi rispetto alla analisi del salario che era stata fatta da Smith e da Ricardo. Infatti, per sciogliere l'enigma del plusvalore (come egli disse), aveva trovato che era necessario analizzare quella merce particolare che era la forza lavoro, o capacità lavorativa dell'operaio…, la quale, a differenza delle altre merci, secondo Marx, era in grado di creare nel processo lavorativo una somma di valore superiore al valore contenuto nei mezzi di sussistenza necessari per riprodurla.
In questo egli vide la soluzione del problema dell'origine (ossia della fonte) del plusvalore, come valore creato nel processo lavorativo dall'operaio e appropriato dal capitalista come proprietario dei mezzi di produzione (7).


Quelle che da Marx furono considerate le lacune di Ricardo nella spiegazione dell'origine del plusvalore diedero luogo ai successivi tentativi che gli epigoni di Ricardo cercarono di compiere per spiegare il profitto in termini di una presunta produttività del capitale, imputando al possessore del capitale una corrispettiva remunerazione. Marx respinse tanto questa concezione del profitto quanto la spiegazione, data da altri, come equivalente di un “costo reale”.
Egli ricondusse la spiegazione del profitto alla specifica natura dei rapporti di produzione del sistema capitalistico, e la sua critica fu al tempo stesso critica di tali teorie e del sistema, come tale.
Perciò egli, come aveva altamente apprezzato il contributo degli economisti classici alla elaborazione della teoria economica, con altrettanto vigore criticò quelli che chiamava economisti “volgari”, che si fermavano cioè all'analisi dei rapporti (superficiali) dei fenomeni economici quali apparivano al livello dei rapporti di scambio.
Sicché, per dirla con Marx, quelli che erano dei rapporti fra uomini apparivano ai loro occhi come “la forma fantastica di un rapporto tra cose”: ciò che egli definiva “feticismo delle merci”.
Sicché, in questo processo di mistificazione di quella che per Marx era la vera sostanza dei rapporti capitalistici di produzione, « l'esistenza del reddito qual esso, appare alla superficie viene separato dalle sue relazioni interne e da tutte le connessioni. Così la terra diventa la fonte della rendita, il capitale la fonte del profitto e il lavoro la fonte dei salari » (“Teorie sul plusvalore”).
Questo modo di considerare i processi economici secondo le relazioni che appaiono “prima facie” fu all’origine della degenerazione dell'economia politica classica ad opera di alcuni epigoni di Ricardo.

Ma il fatto che Marx abbia sviluppato la sua indagine nella direzione appunto di scoprire le contraddizioni del sistema sociale che egli analizzava e di mettere in luce gli elementi non solo economici ma sociali di queste contraddizioni) - questo fatto appunto fu tale da dar luogo a una serie di critiche al sua sistema teorico, così come del resto analoghe critiche erano state mosse nei riguardi della dottrina di Ricardo, considerato (da un economista come Jevons) colui che aveva portato fuori strada il carro della scienza economica, mentre “Il Capitale” di Marx ne costituiva la “reductio ad absurdum”.
Secondo alcuni economisti marginalisti, che crearono una nuova dottrina fondamentalmente diversa da quella dei classici, ciò che effettivamente era valido nella elaborazione economica che si era svolta lungo il pensiero degli economisti classici era tutto ciò che si riferiva all'analisi dei rapporti di scambio (e a quell'accentuazione che alcuni economisti antiricardiani avevano fatto della utilità e della domanda del consumatore in contrapposizione a quello che per i classici era il valore di scambio e il lato dell'offerta, ossia l'indagine del processo produttivo).
Anche un economista come Marshall, che aveva considerato Marx come un discendente delle teorie classiche, ritenne che in realtà Marx avesse frainteso Ricardo e che quindi si fosse allontanato da quella che era la sua linea di ricerca.

Ben si comprendono del resto certi attacchi alla teoria di Marx qualora si tenga presente non soltanto quella che era stata la degradazione del pensiero di Ricardo ad opera di alcuni dei suoi epigoni, ma quando si tenga presente che l'analisi di Marx metteva a nudo proprio quelle contraddizioni che da un economista come Carey erano state già prima rimproverate allo stesso Ricardo, il cui sistema era considerato come un “sistema di discordia... un manuale per demagoghi”.

In realtà fu merito particolare di Marx quello di avere indagato i modi e le forme specifiche del sistema capitalistico e di avere indagato la logica del suo movimento, che procede per forza di impulsi interni al sistema stesso e che determina le condizioni del suo ulteriore sviluppo. Questa geniale analisi delle forze endogene del sistema capitalistico di produzione, che ò stata compiuta da Marx particolarmente nel Capitale, rende ragione del perché alla distanza di cento anni quest'opera resta come un monumento di pensiero nella storia umana.

* * *

(1)Dice Joseph Schumpeter in proposito:- L'analisi teorica era per Marx una profonda necessità, né egli riusciva mai a dirsi soddisfatto dei suoi dettagli. Anche questo contribuisce a spiegare il suo successo in Germania. All'epoca in cui apparve il suo primo volume non vi era altri che potesse competere con lui, sia per vigore intellettuale, sia per sapere teorico »
(“Il sistema classico e i suoi sviluppi” in “Epoche di storia delle dottrine dei metodi” – Editore Utet).

(2) DAVIDE RICARDO – “Principi dell'economia politica e delle imposte”, Torino, Editore Utet, 1948

(3) Quando infatti si tratta di determinare il modo in cui avviene la divisione del reddito tra salari, profitti e rendite, diventa necessario per la teoria che i valori dell'insieme di merci che costituiscono il prodotto sociale possano essere espressi in termini di una unità di misura, le cui variazioni siano indipendenti dalle variazioni nella distribuzione del reddito. Ciò chiarisce l'importanza che diede Ricardo alla ricerca di una misura ‘invariabile’ del valore che testimonia non già di confusi intendimenti nell'analisi (come è stato a volte sostenuto da qualche economista) ma al contrario della sua penetrazione nell'analisi delle basi stesse della teoria.

(4) Come Marx precisò in proposito:- Una delle basi dell'economia moderna il cui compito è l'analisi della produzione capitalistica è quindi quello di concepire il valore della forza lavoro come qualcosa di fisso, come una grandezza data, cosa che essa è anche praticamente in ogni caso determinato »
(KARL MARX – “Storia delle teorie economiche”, Torino, Einaudi, 1954, vol. I).

(5) Quando infatti si assume l'ipotesi semplificatrice, già adottata inizialmente da Ricardo, che il grano - inteso come prodotti agricoli in generale - rappresenta tanto il consumo necessario ai lavoratori quanto il prodotto del loro lavoro, il confronto tra produzione e costi può essere fatto in termini fisici; ma, evidentemente, quando sono eterogenei (com'è nella realtà) i beni che entrano sia nel consumo necessario che nella produzione finale, per calcolare il rapporto tra produzione e costi sorge la necessità di . ridurli all'omogeneità in termini in una certa unità di misura.

(6) Ecco ad esempio un brano dal quale appare chiaramente questa caratteristica dell'analisi di Marx in confronto con gli economisti che lo procedettero. « Tutte le difficoltà sollevate da Ricardo contro la sovraproduzione - egli nota - si basano sul fatto che si considera la produzione borghese come un modo di produzione in cui non esiste alcuna differenza tra acquisto e vendita (...), ovvero la si considera come produzione sociale, come se la società ripartisse secondo un piano i suoi mezzi di sussistenza e le sue forze produttive.nel grado e nella misura in cui sono necessari al soddisfacimento dei suoi diversi bisogni (...). Questa finzione non ha origine in generale che dalla incapacità di concepire la forma specifica della produzione borghese ».

(7) Dal punto di vista della legge del valore questo scambio tra salario anticipato dal capitalista e lavoro prestato dall'operaio si presenta come uno scambio di equivalenti (essendo per ipotesi nello schema di Marx il salario uguale al valore della forza lavoro). Nel libero contratto (che è caratteristico della società capitalistica fondata sul rapporto tra capitale e lavoro salariato) tra capitalisti da una parte e lavoratori dall'altra, questo scambio si presenta appunto come uno scambio di equivalenti; ma solo dal punto di vista formale, secondo Marx, perché l'analisi della sostanza di questo rapporto rileva che si tratta in realtà di una appropriazione da parte dei possessori dei mezzi di broduzione di una parte del lavoro creato dall'operaio - ossia la parte corrispondente a quello che Marx chiama lavoro supplementare, che egli distingue dal lavoro necessario considerato uguale al cosiddetto consumo necessario dei classici, o tempo di lavoro necessario nello schema di Marx. Questa distinzione tra scambio di equivalenti formalmente, e scambio di non equivalenti secondo la sostanza economica, è appunto ciò che Marx cercò di mettere in luce in modo particolare per svelare quello che egli chiamò l'arcano della produzione capitalistica, per svelare cioè la sostanza del rapporto tra capitale e lavoro, che non può essere afferrata osservando il processo dello scambio, ma risalendo al processo di produzione specifico della società capitalistica.


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