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venerdì 13 dicembre 2013

APOCALISSE DI GIOVANNI - Revelation or the Apocalypse


APOCALISSE DI GIOVANNI

Il termine greco "apocalisse" significa rivelazione e come tale si presenta questo libro (1,1-3), che per molti aspetti è di tipo unico nel Nuovo Testamento. La difficoltà fondamentale per una facile intelligenza del libro è il ricorso allo stile apocalittico di cui si hanno altri esempi sia nell'Antico Testamento (Isaia cc. 24-27 e 34-35..., Zaccaria cc. 9-14..., Ezechiele..., Daniele)) sia nel Nuovo Testamento (Matteo c. 24 e paralleli..., Seconda lettera Tessalonici 1,7-10..., 2,3-12..., Prima lettera Corinzi 15,23-28.35-37). 
Questo stile risulta oscuro per un complicato gioco di visioni e di simboli, che utilizzano numeri, colori, astri, animali mostruosi, ecc.; con questo astruso linguaggio l'autore prende le mosse dal presente per protendere il suo sguardo verso l'ultimo futuro. 
L Apocalisse affonda nel terreno dell'Antico testamento -  di cui si contano 219 citazioni nei 405 vv. del libro - ed è l'unico libro profetico del Nuovo Testamento. 
Quando si è riusciti a penetrare il "velame de li versi strani", il messaggio dell Apocalisse emerge come un grido di ferma speranza nella vittoria sicura di Cristo, Verbo di Dio e re dei re, dominatore della storia, su tutte le potenze del male che fine alla fine dei tempi contrastano il regno da lui fondato sulla terra.
Fin dal II secolo la tradizione cristiana attribuisce il libro a Giovanni evangelista (cfr. 1,1), che lo scrisse durante un periodo di relegazione da lui subita nell'isola di Patmos (1,9), verso gli anni 94-95, al tempo della persecuzione dell'imperatore Domiziano (81-96) contro i cristiani, i quali si rifiutavano di adorarlo come Dio.
L'intreccio dell'Apocalisse, che si presenta come un messaggio epistolare a sette chiese dell'Asia Minore (1,1 - 3,22) si svolge come una visione in più atti e scene, distribuiti su due piani: celeste e terrestre.
Il festoso grido di suprema speranza dell'Apocalisse conclude in gloria il libro di Dio ed è la chiave cristiana del mistero della Chiesa nella storia.


Luoghi dei Vangeli

LA SUGGESTIVA VISIONE STORICA DELL'APOCALISSE

L'Apocalisse è l'ultimo scritto del Nuovo Testamento e si differenzia molto dai Vangeli e dalle Lettere per il suo stile, per il genere letterario e per la sua prospettiva. Va, però, detto che quando fu scritto il libro dell'Apocalisse, attribuito a Giovanni autore del quarto Vangelo e solo più tardi inserito nel Nuovo Testamento, questo genere letterario era molto diffuso nel giudaismo come documentano il libro di Daniele e molte opere apocrife redatte intorno dl'era cristiana.
Questa letteratura religiosa, carica di suggestivi simbolismi e di immagini straordinarie, aveva riscosso molto successo, in particolare negli ambienti giudaici, almeno due secoli prima I'inizio della predicazione di Gesù, avvalendosi di quanto avevano detto ed annunciato i profeti Ezechiele e Zaccaria. Fu, quindi, ripresa, dall'apostolo Giovanni ed è lui stesso a dichiararlo: 

"Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell'isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù" (1,9). 

Anche se, per il fatto che nel corso del testo egli non dice mai di essere uno degli apostoli, nè di aver conosciuto direttamente Gesù, un sacerdote romano di nome Caio dell'inizio del III secolo avanzò delle riserve fino ad attribuire lo scritto all'eretico Cerinto. Ma, al di là di questi dubbi dettati anche da motivi personali e che dimostrano come abbia faticato la dottrina cristiana ad affermarsi, gli studiosi ritengono che l'autore sia stato Giovanni perché molte sono le somiglianze con il suo quarto Vangelo e con le sue lettere.

Apocalisse, dal latino revelare e dal greco apo-kalyptein, significa rivelazione nel senso che l'autore, partendo da una situazione presente che è drammatica e carica di pessimismo per il male che grava su di essa, si propone di svelare in chiave ottimistica qual è il termine finale della storia sulla base di visioni avute e di annunciare che Dio vincerà e creerà un mondo nuovo. 

"...Ebbi una visione una porta aperta nel cielo. La voce che prima avevo udito parlarmi come una tromba diceva: Sali quassù, d mostrerò le cose che devono accadere in seguito. Subito fui rapito in estasi". 

In questo modo così suggestivo Giovanni descrive come venne a sapere da Dio ciò che sarebbe accaduto per fare uscire i cristiani dalla situazione di persecuzione e di pericolo in cui si trovavano e per rinsaldarli nella fede che, dopo un periodo di difficoltà e di lotte aspre, ci sarà la vittoria di Cristo e di quanti credono nella prospettiva annunciata.

Giovanni, infatti, scrive l'Apocalisse mentre era esiliato nell'isola egea di Patmos per aver manifestato pubblicamente la fede in Gesù Cristo invisa alle autorità politiche del tempo. La tradizione vuole che l'abbia scritta sotto il regno di Domiziano verso il 95 e alcune parti fin dal tempo di Nerone poco prima del 70 d.C. 
In ogni caso, l'autore dell'Apocalisse ha di fronte, per averle sperimentate anche con l'esilio, le persecuzioni violente contro le comunità cristiane che tanto turbamento avevano provocato nei suoi membri, molti dei quali si chiedevano come tutto quello potesse accadere se I'ispiratore di quella Chiesa nascente aveva detto ai suoi discepoli e seguaci: 

"Non temete, io ho vinto il mondo".

Ecco perché Giovanni, riallacciandosi ai grandi temi profetici della tradizione biblica -riguardanti la salvezza per il popolo eletto che, perseguitato e sottomesso dagli assiri, dai caldei, dai greci, alla fine sarebbe stato liberato dall'oppressione da Dio - rassicura i cristiani che sarebbe venuto il giorno in cui avrebbero avuto da Dio la libertà e il riconoscimento dei loro legittimi diritti di cittadini, mentre sarebbero stati puniti severamente ed annientati gli empi persecutori. 
Segue un lamento su Babilonia per far comprendere, identificando quella città biblica e quell'esperienza tragica con la Roma del suo tempo, che lumi, rovine ed altre insidie di Satana ci saranno ancora, ma chi avrà fede nell'opera divina avrà la certezza di godere, poi, la felicità del nuovo Regno. E, per rendere credibile questa profezia, Giovanni descrive a forti tinte la maestà e la potenza di Dio che domina il cielo ed è padrone assoluto dei destini dell'umanità. 
Dice ancora, evocando il "suono delle sette trombe", che ci saranno nuove invasioni di barbari, guerre, flagelli, carestie e peste, ma, alla fine, le forze del male manovrate da Satana, la "bestia" che è la Roma persecutrice, saranno distrutte e vinte. Ed allora per la Chiesa, per l'umanità ci sara un periodo di prosperità.
Di qui l'esortazione ad avere fiducia in un futuro, finalmente, migliore e per il quale vale la pena di lottare per vincere le gravi difficoltà del presente.

Quella che troviamo nell'Apocalisse è un'interpretazione della storia che nasce in un tempo di crisi in cui molte comunità cristiane, i cui membri erano perseguitati e discriminati sul piano sociale e civile, vacillano o risultano indebolite e incerte sulla prospettiva. 
Giovanni, che soffre per il suo esilio e per la condizione difficile di tanti cristiani, si rivolge alle "sette Chiese che sono in Asia" ma il numero è simbolico per indicare la totalità e, quindi, la Chiesa nel suo insieme.
Ed è ad essa che parla per ricordare che nell'Antico Testamento la fiducia del popolo si fondava sulla promessa di Dio che sarebbe rimasto "con il suo popolo" per proteggerlo e salvarlo dai nemici. Così ora Dio è con il suo popolo nuovo che ha unito a sè nella persona del Figlio, l'Emmanuele (Dio-con-noi) e, perciò, chi crede in lui non deve disperare nella vittoria finale. 
Il Cristo resuscitato ha fatto la sua promessa:

"Ecco io sono con voi per sempre, fino alla fine del mondo".

Ci potranno essere tutte la disgrazie possibili che tanto faranno soffrire, ma i fedeli non devono temere e dubitare perché, alla fine, Satana sarà sconfitto e tutte le sue perverse macchinazioni saranno debellate e vinte.

Il messaggio dell'Apocalisse, pur partendo da una situazione pessimista, è di grande speranza e di indiscusso ottimismo perché, essendo Dio - che non ha rivali per potenza, intelligenza e bontà - a guidare la storia, il futuro non può che essere il suo trionfo. L'importante è sapere interpretare la storia presente per scoprirvi, anche attraverso una riflessione sul passato, il senso nascosto dell'avvenire che non può essere che positivo se il cammino sarà animato da una ferma fede in Lui che Io ispira, lo illumina, lo guida. 
Del resto Gesù, secondo questa visione cristiana della storia, non pensava di essere rifiutato dai giudei e da quanti non cristiani si mostravano ostili alla sua predicazione, ma dovette accettare la sofferenza di non essere capito e di non essere accettato. 
Così come non voleva la morte e fugge per evitarla, ma accettò il martirio della crocifissione e la morte sulla croce a cui seguirono la sua risurrezione ed il suo trionfo.

È stato, perciò, detto che l'Apocalisse è un libro di fuoco e di sangue come è il nostro mondo tormentato da millenni da guerre e sventure a cui si sono alternati periodi di pace troppo brevi. E se, ancor oggi, questi conflitti e sofferenze continuano, chiamandosi Afghanistan o  Nigeria o morte per fame e denutrizione rispetto all'opulenza dei paesi ricchi e turbando I'umanità come I'ombra funesta di quell'Olocausto di sei milioni di ebrei per mano nazifascista, non può morire la speranza nella resurrezione che è la vita. 

È questo, forse, il messaggio più forte e più significativo che si può trarre da un libro la cui lettura colpisce per uno stile, per le immagini, per una logica che solo chi ha fede può accettare e che affascina anche chi non crede al di là dei simbolismi.


VEDI ANCHE . . .

IL VANGELO E GLI EVANGELISTI

L'APOCALISSE di Giovanni

GLI ATTI DEGLI APOSTOLI - Luca Evangelista



lunedì 20 settembre 2010

IL VANGELO e gli evangelisti

       
PREMESSA STORICO-GEOGRAFICA

LA PALESTINA, PAESE DI GESÙ 
        


Sebbene la missione di Gesù trascenda, per il suo carattere universale,i termini storici e geografici entro i quali si è svolta, tuttavia sarà utile, anche per una migliore intelligenza delle pagine evangeliche, conoscere, sia pur per brevi cenni, la terra in cui egli visse e le genti tra le quali operò: poichè egli non si estraniò dal suo ambiente, anzi a questo informò le consuetudini della sua vita quotidiana, da questo prese gli spunti e il modo del suo insegnamento.
Il paese di Gesù, detto con denominazione greco-ebraica Palestina, è costituito dalla parte sud-ovest della Siria e, nei suoi confini naturali, è limitato a nord in gran parte dalla catena del Libano, a sud dall'Arabia Petrea, a est dal Deserto Siriaco, a ovest dal Mediterraneo. La sua lunghezza è di circa 280 km..., la larghezza media di circa 100..., la superficie di circa 28000 Km quadrati, quasi quanto il nostro Piemonte: piccolo paese, invero, ma, di una, importanza.storica e spirituale incommensurabile.
La Palestina, è un territorio montuoso, diviso da, nord a sud in due parti dall'unico fiume importante, il Giordano, la cui valle è fiancheggiata da alture che partono dalle cime del Libano, dirette verso sud. Il Giordano nasce dal Monte Hermon (2759 m.)..., verso la metà del suo corso forma il Lago di Genezareth o Tiberiade, che si trova a 208 metri sotto il livello del Mediterraneo, quindi scende tortuoso per una vasta depressione e finisce nel Mar Morto, il famoso lago salato, a 394 metri sotto il livello del Mediterraneo, che deve il suo nome alla completa assenza di vita animale e vegetale sulle sue sponde.
Le regioni ad est del Giordano, quali la Perea, la Decapoli, la Batanea, la Traconitide, ecc., abitate da genti pagane, tranne la Perea, la cui popolazione era prevalentemente israelita, non facevano parte integrale del paese di Gesù vero e proprio, pur gravitando su questo, ed avevano scarsa importanza..., moltissima ne avevano, invece, le regioni ad ovest del fiume: la Galilea, a settentrione, la Samària, al centro, la Giudea, a mezzogiorno.
La Galilea era un paese, mirabile per bellezze naturali, fertilissimo, ricco e vario di flora e fauna, con una popolazione forte, laboriosa, che si addensava specialmente nelle graziose cittadine o villaggi disposti a corona del ridente e pescoso lago di Genezareth, o più lungi, fra le alture: Betsaida, Cafarnao, Chorazin, che ebbero il privilegio della ripetuta presenza di Gesù..., Magdala, Tiberiade..., e, nella parte collinosa, Cana, Naim..., infine, signoreggiante tutti quei villaggi, Nazareth in una, conca di smeraldo: la città di Gesù fanciullo.

La Samària, meno bella della Galilea, assai più della Giudea, fertile, con ampie valli, e pianure aperte verso il mare e il Giordano, era abitata da una popolazione numerosa, originatasi, nei tempi antichi, dalla mescolanza di Ebrei e di colonizzatori provenienti dalla Babilonia. La gente samaritana, era odiatissima dai giudei, perchè professava una religione mista di ebraisimo e paganesimo.
La Giudea, arida e pietrosa, era il centro religioso, politico e culturale del mondo ebraico. Nella sua capitale, Gerusalemme, era l'unico Santuario della Nazione, il Tempio fastoso e immenso, cui più volte all'anno affluivano migliaia di fedeli; intorno a questo si riunivano le supreme autorità religiose e il fiore dei sacerdoti, dei dotti; intorno a questo pullulavano e fermentavano le sette ed i partiti che dividevano il popolo d'Israele.
Il Tempio copriva una superficie di 144.000 metri quadrati e consisteva in una vasta riunione di fabbricati, al centro dei quali era il tempio vero e proprio, il Sancta Sanctorum; una cerchia di mura lo cingeva. Costruito interamente di marmo bianco e ricoperto di pesanti piastre d'oro in ogni parte, appariva, da lungi, come una montagna candida di neve, sfavillante di rosse luci. Oltre al Santuario della Nazione, in Gerusalemme, vi erano nelle città e nei villaggi della Giudea, come di tutta la Palestina, le sinagoghe; ma queste erano semplici luoghi di riunione, a carattere laico, per le letture bibliche e la, preghiera in comune.
Al servizio del Tempio erano addetti: i Leviti, serventi dei Sacerdoti; i Sacerdoti, divisi in ventiquattro classi, con un capo o princeps; il Sommo Sacerdote o Pontefice. Quest'ultimo presiedeva, inoltre, il supremo tribunale ebraico, Gran Sinedrio, di cui facevano parte: i Principi dei Sacerdoti, gli Scribi, interpreti della Legge, gli Anziani, scelti fra le persone più ragguardevoli.
Le sette e i partiti che, come abbiamo detto, dividevano il popolo d'Israele, comprendevano: i Sadducei, negatori della Provvidenza e dell'immortalità dell'anima; bramosi di ricchezze e di onori, accettavano la dominazione straniera e sostenevano il partito degli Erodiani, fautori di Erode; i Farisei, ipocriti e superbi, osservanti scrupolosi della Legge e delle tradizioni ad litteram, non secondo lo spirito; avevano come naturali alleati, gli Scribi, che della Legge erano gli interpreti cavillosi e gelosi.
La Palestina, dopo varie e secolari vicende, che non occorre enumerare qui, ai tempi di Cesare e Pompeo divenne tributaria di Roma (63 a.C.: presa di Gerusalemme), ed ebbe come governatore Antipatro Idumeo. A questi. successe, nel 40 a.C., il figlio Erode, col titolo di re dei Giudei, per concessione di Cesare Ottaviano. Alla sua morte (750 di Roma), la Palestina fu divisa fra i suoi tre figli che assunsero il titolo di etnarchi o capi della nazione: Archelao governò la Samària, la Giudea e, a sud di questa, l'Idumea; Erode Antipa ebbe la Galilea e la Perea; Filippo, i paesi a nord-est del Giordano. Nell'anno 6o d.C., Archelao fu destituito e sostituito da un procuratore romano che, dal 26 al 36, fu Pilato.


IL VANGELO E GLI EVANGELISTI

I Vangeli non vogliono essere opere d'arte letteraria, sono bensì impareggiabile capolavoro di spiritualità, ma sono anche opera di poesia..., perché la loro divina semplicità parla direttamente al cuore, e spesso supera la poesia raffinata dei più grandi poeti.

Vangelo, dal greco Evanghélion, significa "buona novella", cioè messaggio di bene recato da Gesù agli uomini bramosi di giustizia, d'amore e di pace ed indica, anche il libro, o meglio i libri, che contengono questa lieta novella, quindi con essa Gesù annunziò agli uomini che tutti potranno salvarsi, che per tutti è aperto il regno dei cieli.
Quattro sono i libri evangelici e quattro ne sono gli autori: Matteo, Marco, Luca, Giovanni.
Nessuno dei quattro libri contiene tutta la vita e tutto l'insegnamento di Gesù: molte altre cose furono fatte e dette dal Salvatore, "le quali - ben dice San Giovanni (XXI, 25) - se si scrivessero ad una ad una, neppure il mondo intero potrebbe contenere i libri che sarebbero da scriverne".
Gli evangelisti, con criteri diversi, e a seconda delle comunità cristiane cui inizialmente ciascun libretto è dedicato, raccolgono in brevi pagine le principali verità riguardanti Gesù Cristo e il suo insegnamento, e tutti, pur discordando nei particolari, concordano nella sostanza; cosicchè i quattro libretti vengono a costituire non "i Vangeli", ma "il Vangelo".

Il valore storico di questi è inconfutabile, perchè furono scritti tra il 40 e il 100 d.C. da contemporanei di Gesù e dei suoi discepoli; che furono quindi in grado di riferire per diretta conoscenza (o quasi).
I Vangeli furono stesi originariamente in greco, lingua assai diffusa, allora, in Palestina e in tutti i paesi del Mediterraneo; tranne il Vangelo di S. Matteo scritto in aramaico, lingua del gruppo semitico, come l'ebraico, e parlata comunemente in Palestina, fin dal quinto secolo a.C...., questo ben presto fu tradotto in greco, forse dall'autore stesso.

Matteo, dopo aver esercitato l'ufficio di pubblicano, cioè esattore delle tasse per conto dei Romani, fa veduto da Gesù e invitato a seguirlo, e divenne uno dei dodici Apostoli.
Scrisse il suo Vangelo verso il 50 d.C., indirizzandolo agli Ebrei, con il fine di persuaderli che Gesù era il Messia annunziato dai Profeti.

Marco fu segretario dell'apostolo Pietro e, intorno al 54, scrisse il secondo Vangelo, rivolgendosi ai Romani, per dimostrare loro che il Cristo è Figlio di Dio.

Luca, autore del terzo Vangelo, fu medico, e dotato di buona cultura letteraria e scientifica; divenuto discepolo e compagno di S. Paolo, scrisse il suo libro nel 60 d.C circa, dedicandolo a un illustre personaggio del mondo greco-romano, Teofilo; la sua opera, che attinge alle testimonianze dei primi discepoli, è la più completa biografia del Maestro ed ha lo scopo di dimostrare che Cristo è il Salvatore di tutta l'umanità.

I Vangeli di Marco, Matteo e Luca si dicono "sinottici" (dalla parola greca 'sinopsi'..., 'sinossi'), perché essi sono così simili, da potersi leggere insieme, abbracciandoli con uno stesso colpo d'occhio.

L'ultimo a scrivere, fra il 90 e il 100 d.C, fu Giovanni, l'apostolo, il discepolo prediletto di Gesù; il suo Vangelo è detto, per antonomasia, spirituale, perchè la dottrina vi è esposta con maggior elevatezza che negli altri; suo scopo è di dimostrare la divinità di Gesù, negata dai Gnostici, eretici.

L'angelo, simbolo dell'evangelista Matteo



 Il leone, simbolo dell'evangelista Marco


Il bue, simbolo dell'evangelista Luca


L'aquila, simbolo dell'evangelista Giovanni


IL LATINO DEI VANGELI

La versione latina dei libri evangelici, come di tutti gli altri del Vecchio, e del Nuovo Testamento, è la cosidetta Volgata (da "vulgus"; popolo, massa), di cui è considerato autore o revisore il santo vescovo dalmata Girolamo,
vissuto fra il 3° e 4° secolo d.C...., è in uso presso la Chiesa Romana fin dal sesto secolo ed è l'unica riconosciuta autentica.

E' scritta in una lingua semplice, chiara, aderente alla parlata del popolo, e pur nobilmente espressiva; ma, per il tempo in cui fu compiuta e i fini cui era diretta, si allontana notevolmente dai modelli dell'età aurea della lingua e della letteratura romana; forse perchè il traduttore non intese minimamente di fare un lavoro di classicità.
Non pochi usi e forme sfuggono a quei modelli, ma sono tutti, o quasi, immediatamente comprensibili da chi sappia un po' di latino.


martedì 13 maggio 2008

GLI ATTI DEGLI APOSTOLI (Acts of the Apostles) – Luca evangelista


Gli ATTI DEGLI APOSTOLI contengono la narrazione dei primi anni del cristianesimo, dall’”Ascensione in cielo” di Gesù Cristo fino all’anno 60 della nuova era. Attribuiti all’evangelista Luca, gli ATTI DEGLI APOSTOLI fanno parte dei ventisette libri canonici che compongono il NUOVO TESTAMENTO (cinque libri storici: i quattro VANGELI e, appunto, gli ATTI DEGLI APOSTOLI; - ventuno libri didattici: le quattordici lettere di Paolo e sette lettere “cattoliche”; un libro profetico: L’APOCALISSE), fanno cioè parte di quel complesso di testi che la Chiesa cattolica ha definito “ispirati”, di origine divina, in contrapposizione a numerosi altri testi definiti “apocrifi”.
Gli ATTI sono stati attribuiti dalla tradizione cristiana, la quale ha trovato come sostenitore inatteso in Adolf Harnack, allo stesso Luca “autore” del terzo Vangelo, e la loro composizione viene fatta risalire ad una data anteriore al 64 dopo Cristo. Secondo gli autori cattolici “ciò che sappiamo degli ATTI è compendiato da San Girolamo in queste parole…
“Luca scrisse anche un altro egregio libro intitolato ATTI DEGLI APOSTOLI, il racconto del quale giunge fino al secondo anno della dimora di Paolo in Roma, cioè fino al quarto anno di Nerone. Si comprende bene che il libro è stato composto a Roma e che Luca lo ha scritto dopo essere stato testimone oculare dei fatti raccontati”.
Il 12 giugno 1913 la Commissione biblica pontificia in un suo documento ha garantito che l’autore degli ATTI è senz’altro l’evangelista Luca, che l’opera va attribuita a un solo autore e che quindi l’opinione contraria è destituita di ogni fondamento.
In realtà le cose sono ben più complicate di quanto non ritenessero San Girolamo e i padri vaticani. Con un accurato lavoro di scavo la critica neotestamentaria è giunta ad escludere che l’autore del terzo Vangelo e degli ATTI siano la stessa persona, anche se la prefazione del terzo Vangelo e quella degli ATTI DEGLI APOSTOLI mostrerebbero che i due libri formavano originariamente due parti di una stesa opera. Come ha notato il Loisy, “la prefazione degli ATTI è stata mutilata in un lavoro di rimaneggiamento che è stato esteso, a quel che sembra, a tutta l’opera; e il Vangelo dev’essere stato rifuso e completato in modo analogo. Non sembra possibile ammettere che il primo autore sia stato colui che in alcuni passi degli ATTI dice “noi”, e che s’identificherebbe con Luca, il compagno di Paolo”.
A Luca, che comunque non va identificato con l’autore del terzo Vangelo, la critica attribuisce solo il diario di viaggio degli ATTI. Il primo nucleo degli ATTI può essere fatto risalire alla fine del primo secolo, e la sua stesura definitiva, frutto di mutilazioni, rimaneggiamenti, aggiunte, interpolazioni successive, va situata tra il 125 e il 140 dopo Cristo.
Il libro degli ATTI DEGLI APOSTOLI, quale ci si presenta nella sua forma canonica, è un amalgama di dati primitivi sui primordi della predicazione cristiana e sui viaggi missionari di Paolo, di finzioni mitiche e leggendarie e di discorsi costruiti artificialmente, alla maniera della storiografia antica. Esso si divide in due parti e copre con la sua narrazione lo spazio di circa trent’anni. La prima parte (12 capitoli) comprende lo spazio di dodici anni e racconta come il cristianesimo si sia diffuso sotto la guida di Pietro a Gerusalemme, in Giudea e nella Samaria. La seconda parte (16 capitoli) copre l’arco di venti anni e dopo aver narrato i progressi della Chiesa tra i pagani, specialmente in Antiochia, nelle isole e in Asia, segue Paolo di Tarso nei suoi viaggi missionari in Asia e in Europa e si conclude con il suo arresto e il suo trasferimento a Roma per esservi giudicato.


IL GIUDIZIO DI ENGELS SUL CRISTIANESIMO PRIMITIVO

Secondo gli apologeti cattolici “gli ATTI sono il seguito, il complemento, la corona del Vangelo; si possono dire il Vangelo in compendio e in pratica, perché narrano la vita della Chiesa, i trionfi della grazia e delle virtù cristiane”. Altra, naturalmente, la valutazione marxista.
Questo, come gli altri testi neotestamentari, contiene al lato di molti elementi leggendari, anche la raccolta di preziose tradizioni antiche, utili per la ricostruzione della storia del cristianesimo primitivo. Già Engels ha notato che “una religione che ha sottomesso a sé l’impero mondiale romano, e che ha dominato per 1.800 anni la massima parte dell’umanità civile, non si liquida spiegandola puramente e semplicemente come un insieme di assurdità originate da impostori; si liquida, semmai, solo quando se ne sappia spiegare l’origine e lo sviluppo delle condizioni storiche nelle quali è sorta ed è giunta a dominare. Ciò vale in modo speciale per il cristianesimo. Si tratta di risolvere la questione come accadde che le masse popolari dell’impero romano preferirono questa assurdità, per di più predicata dagli schiavi e da oppressi, a tutte le altre religioni, tanto che alla fine l’ambizioso Costantino poté vedere nell’adozione di questa assurda religione il mezzo migliore per affermarsi come unico dominatore del mondo romano”.
In questa prospettiva gli ATTI restano un documento di notevole interesse da tre punti di vista: per quanto riguarda i rapporti del cristianesimo primitivo con il giudaismo; per quanto attiene al problema dei rapporti tra Pietro e Paolo, tra il cristianesimo ebraico cioè e quello pagano; infine per quanto si riferisce alla dottrina sociale del cristianesimo primitivo.


LA POLEMICA ANTIGIUDAICA

Anche gli ATTI DEGLI APOSTOLI, come gli altri libri neotestamentari, contengono una decisa polemica antigiudaica. Solo che, come è stato notato dal Loisy, negli ATTI questa polemica assume una forma particolarmente tendenziosa, giacché il cristianesimo viene presentato nel solco della tradizione giudaica e, anzi, come la forma più autentica di giudaismo. Gli apostoli e i loro seguaci “erano assidui nel frequentare ogni giorno tutti insieme il Tempio” (Atti, II, 46) e solo collateralmente si riunivano nelle case private per la comunione e l’agape. Il primo miracolo di Pietro, dopo le Pentecoste, avviene nel Tempio dove il “principe degli apostoli” si era recato insieme a Giovanni per la preghiera (Atti, III, 1-11). Anche dopo il giudizio davanti al Sinedrio, gli apostoli “ogni giorno non cessavano d’insegnare e di annunziare la buona novella di Gesù Cristo sia nel Tempio che nelle stesse case” (Atti, III, 42). Infine, quando Stefano viene tratto in giudizio davanti al Sinedrio, egli rivendica ai cristiani la tradizione giudaica, da Abramo a Davide, e accusa i sacerdoti di persistere nella tradizione degli idolatri che sempre si erano rifiutati di ascoltare lo Spirito Santo (“Duri di cervice e incirconcisi di cuore e di orecchie, voi sempre resistete allo Spirito santo: come furono i vostri padri, così siete voi. Quali dei profeti non perseguitarono i vostri padri? Essi uccisero coloro che predicevano la venuta del Giusto, di cui voi, in questi giorni, siete stati i traditori e gli omicidi. Voi che avete ricevuto la Legge per ministero di Angeli e non l’avete osservata”).
La spiegazione di questa “tendenziosità va ricercata sia nel fatto che il cristianesimo non si sentiva ancora come una religione a parte, separata dal giudaismo, sia anche perché, come ha suggerito il Loisy, presentandosi come la forma più autentica di giudaismo, il cristianesimo poteva pretendere di ottenere dalle autorità romane la stessa tolleranza di cui godeva il giudaismo ufficiale.


SAN PIETRO E SAN PAOLO

Per quanto si riferisce al problema dei rapporti tra Pietro e Paolo, tra il cristianesimo ebraico e quello pagano, gli ATTi tentano di avvalorare un’immagine edificante dalla quale viene accuratamente soppressa ogni traccia delle antiche controversie. Pietro e Paolo sono i protagonisti degli ATTI e si direbbe quasi che l’autore (o gli autori) della narrazione si sia sforzato di equipararli, ingegnandosi ad attribuire loro gli stessi miracoli (ciascuno dei due risuscita un morto, guarisce un paralitico, e compie un gran numero di miracoli). Al fondo, però, il testo tende a subordinare Paolo (che pure va considerato come il vero artefice del cristianesimo, che egli ha saputo trasformare da setta ebraica in una vera religione autonoma, universale) agli antichi apostoli e in particolare a Pietro, al quale, per sminuire l’importanza universale dell’apostolato paolino, si attribuisce anche l’iniziativa della conversione dei gentili (cfr. il capo X degli ATTI, e quello XI, nel quale Pietro si giustifica davanti agli apostoli di aver predicato il Vangelo anche a uomini “incirconcisi”, cioè a non Ebrei.

Nonostante tutti gli sforzi di avvalorare l’idea fittizia di una tradizione apostolica, custodita dai Dodici, finzione che pure domina la rappresentazione della Chiesa primitiva, tuttavia il ruolo di Paolo è, negli ATTI, dominante. E mentre per poter attribuire a Pietro l’iniziativa della conversione dei Gentili l’autore deve ricorrere al pio centurione Cornelio, ben altro e più universale respiro ha l’apostolato paolino tra le genti del mondo allora conosciuto.
Di grande interesse appaiono gli ATTI per una valutazione del comunismo cristiano che è stato uno dei caratteri del cristianesimo primitivo. Nei suoi scritti sulla storia del cristianesimo Engels ha riconosciuto che “la storia del cristianesimo primitivo offre notevoli punti di contatto col movimento operaio moderno. Come questo, il cristianesimo era all’origine un movimento di oppressi: si manifestò dapprima come religione degli schiavi e dei liberti, dei poveri e dei senza diritti, dei popoli soggiogati o dispersi da Roma. Entrambi, cristianesimo e socialismo operaio, predicano un imminente riscatto dalla schiavitù e dalla miseria; ma il cristianesimo pone questo riscatto in una vita dell’al di là, dopo la morte, in cielo; il socialismo lo pone in questo mondo, in una trasformazione della società. Entrambi sono perseguitati e braccati, i loro seguaci messi al bando, colpiti da leggi eccezionali, gli uni come nemici del genere umano, gli altri come nemici dell’Impero, come nemici della religione, della famiglia, dell’ordine sociale. E nonostante tutte le persecuzioni, anzi proprio favorite da esse, entrambi avanzano vittoriosamente, irresistibilmente. Trecento anni dopo il suo sorgere, il cristianesimo è religione di Stato, riconosciuta dall’Impero mondiale romano, e in appena sessant’anni il socialismo si è conquistata una posizione che gli assicura assolutamente la vittoria”.


IL COMUNISMO DEI PRIMI CRISTIANI

La prima comunità apostolica era fondata sulla comunione dei beni…
“Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano tutto in comune. Vendevano i loro beni e ne distribuivano il prezzo fra tutti, secondo il bisogno di ciascuno” (ATTI, II, 44-45). Certo il cristianesimo primitivo non rappresentava, con il suo comunismo, una novità per quei tempi. In Grecia i pitagorici vivevano in comunità; Platone aveva sostenuto un ideale comunistico che contemplava la comunanza dei beni e delle donne; e, in Palestina, gli Esseni vivevano in un regime di rigoroso comunismo. Quello che appare caratteristico del comunismo cristiano è che esso rappresentava uno degli elementi costitutivi della Chiesa.
Il Giordani il quale afferma, nella sua opera sul MESSAGGIO SOCIALE DEL CRISTIANESIMO, che “non si può sostenere che il movente economico, assistenziale, creasse la Chiesa: [giacché] fu la Chiesa che, per eseguire il comandamento di Cristo, curò anche l’assistenza materiale”, è tuttavia costretto ad ammettere che i poveri “accorsero alla Chiesa, tanto più volentieri in quanto trovavano una tavola, un cuore aperto, una casa, con una dottrina che li pacificava ai ricchi e beatificava la loro condizione”, e che i poveri rappresentavano la maggioranza dei primi cristiani. E’ un fatto che i primi seguaci di Gesù, che già vivevano comunisticamente, videro ingrossare le loro fila dall’afflusso dei poveri che trovavano nella collettività “una sorta di assicurazione contro la fame e un’assistenza nella vecchiaia e nelle malattie”. E’ anche un fatto che questa comunità entrò in crisi quando si dimostrò incapace di soddisfare le esigenze di tutti i suoi membri e che, per ovviare agli inconvenienti lamentati, venne creato il diaconato con la nomina di un gruppo di sette uomini con l’incarico preciso di assicurare a tutti la soddisfazione dei bisogni materiali (ATTI, capo VI).
Quanto fondamentale fosse il ruolo del comunismo nella Chiesa primitiva è dimostrato dall’episodio dei coniugi Anania e saffica puniti con la morte per aver versato alla cassa comune solo una parte della somma ricavata dalla vendita di un loro campo. Naturalmente il racconto degli ATTI giustifica la punizione dei coniugi col fatto che avevano “mentito a Dio”, ma è significativo che la menzogna fosse in connessione con le norme della vita in comune, liberamente accettate ma non per questo meno vincolanti.


UN PASSATO CHE DA’ FASTIDIO

Particolarmente significativo appare il fatto che gli autori cattolici siano in genere portati a minimizzare il significato del comunismo nel cristianesimo primitivo. Anni fa, commentando i passi relativi al comunismo cristiano, il curatore di una edizione di massa delle Edizioni Paoline del NUOVO TESTAMENTO ha creduto di poter correggere il significato scrivendo…
“Questa pittura (sic!) [del comunismo cristiano] dimostra come diventerebbe il mondo, se tutti fossero veramente cristiani, e se il Vangelo divenisse codice della società. Ma questo santo comunismo esige alta perfezione, e non può mai abbracciare tutta la società”.
Dal canto suo il Giordani ha sostenuto che non “si può vedere in quella vita comune l’attuazione d’un programma economico materialisticamente rivoluzionario: il suo movente è spirituale e il suo obiettivo è religioso; in conseguenza la sua realizzazione è contingente, e manca di una norma determinante”, infine, ma le citazioni potrebbero durare a lungo, il padre Van Gestel, a suo tempo, ha ricondotto tutto alla carità e ad un problema assistenziale. In realtà proprio il programma e la prassi sociale del cristianesimo primitivo, ne hanno fatto, nella crisi della società schiavistica, il movimento rivoluzionario delle classi oppresse e sfruttate, e gli hanno dato quelle eccezionali capacità di espansione che nello spazio di circa te secoli ne hanno fatto l’ideologia e il modello sociale dominanti dell’umanità allora civilizzata. Quando il cristianesimo ha cessato di essere una ideologia rivoluzionaria per identificarsi con il nuovo ordine sociale fondato, non sulla comunanza dei beni, ma sull’assetto proprietario, prima feudale e poi capitalistico, il cui fondamento era l’elevazione della proprietà privata a elemento costitutivo della società, allora il comunismo primitivo è divenuto un ingombrante bagaglio da riporre in soffitta tra gli arnesi smessi.


IL CRISTIANESIMO IERI E OGGI

Negli ATTI DEGLI APOSTOLI, laddove, non senza un intento apologetico, viene sottolineata l’inaggressività politica nei confronti del potere costituito della vita dei cristiani, si può già scorgere il germe del compromesso costantiniano. Tuttavia sino all’apparizione del comunismo marxista, è proprio agli ideali comunistici delle origini cristiane che si richiameranno i movimenti rivoluzionari delle classi oppresse. Oggi la riproposizione degli ATTI DEGLI APOSTOLI può avere solo un valore di curiosità e serve solo a testimoniare di quanto il cristianesimo attuale sia lontano e diverso da quello delle origini.


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