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giovedì 15 gennaio 2015

TEMI STORICI NELLA PITTURA ROMANTICA (Historical themes in painting romantic)

 Antoine-Jean Gros - Bonaparte al ponte di Arcole (Vedi scheda)


TEMI STORICI NELLA PITTURA ROMANTICA

Nella prima metà dell'Ottocento, durante la Restaurazione, in Italia la pittura di storia ebbe una straordinaria fortuna. Il periodo più rappresentato fu il Medioevo, cioè I'età in cui si poteva trovare I'origine di un sentimento nazionale italiano. In questo modo, i pittori partecipavano alla causa per I'indipendenza: non potendo, per ovvie ragioni di censura, dipingere opere apertamente critiche verso la dominazione straniera, erano costretti a rievocare la grandezza antica d'Italia oppure mostravano episodi di rivolta, uccisioni di tiranni, manifestazioni di orgoglio. 
Francesco Hayez per esempio dipinse, su commissione della nobiltà lombarda, quadri come i Vespri siciliani e la Congiura dei Lampugnani; Giuseppe Bezzuoli (Firenze, 28 novembre 1784 – Firenze, 13 settembre 1855) nell'Ingresso di Carlo VIII in Firenze mise in evidenza la figura del Machiavelli che volta sdegnosamente le spalle al re straniero alla testa di uno sfarzoso corteo. 
Era ben difficile per un artista rappresentare un episodio di storia contemporanea: Hayez si limitò a ritrarre il conte Francesco Arese - che era stato imprigionato dagli austriaci - all'interno della sua cella, e si fece anche prestare le catene originali dalla polizia per ottenere una maggiore verosimiglianza. 
Per la maggior parte delle opere il rischio era però che il messaggio, allusivo, espresso per metafora, non venisse recepito da tutto il pubblico.

Quando venne proclamata I'unità d'Italia, le cose mutarono profondamente: i pittori poterono rappresentare liberamente momenti della storia a loro contemporanea, soprattutto le grandi battaglie risorgimentali. Spesso però gli artisti cedettero alla tentazione dell'enfasi celebrativa oppure sottolinearono troppo gli aspetti patetici e sentimentali; solo pochi - come Giovanni Fattori  - seppero vedere le cose in maniera disincantata e realistica.
Un Paese dove la pittura di storia nell'Ottocento ebbe molta fortuna fu anche la Francia dove, non sussistendo il problema dell'indipendenza, gli artisti (da Antoine-Jean Gros a Géricault a Delacroix) riuscirono ad affrontare sempre la realtà presente e le sue contraddizioni. 



Vespri siciliani, una delle opere dipinte dall'Hayez per la nobiltà lombarda e che intendevano contribuire ad una presa di coscienza politica: anche nell'Ottocento gli italiani subivano angherie, alle quali sarebbe stato giusto ribellarsi.




I martiri cristiani portati in cielo dagli angeli, un quadro dipinto nel 1851 da Domenico Morelli (Napoli, 4 agosto 1826 – Napoli, 13 agosto 1901), ha un contenuto religioso ma anche un significato politico: allude alle sofferenze dei patrioti napoletani, condivise dal pittore che nei moti del 1848 era rimasto ferito.




Nella Battaglia di Magenta, dipinta nel 1862 dopo uno visita accurata dei luoghi, Giovanni Fattori non rappresenta il momento culminante dello scontro, ma si sofferma sul movimento confuso delle retrovie, rinunciando così ad ogni retorica.




Nel 1809 genitori di Charles Legrand ordinarono nel 1808 ad Antoine-Jean Gros un Ritratto del figlio, ucciso in Spagna nel corso di un'insurrezione popolare contro le truppe francesi.




Delacroix dipinse La Libertà che guida il popolo sulle barricate (vedi scheda)  per celebrare la rivoluzione del 1830 che portò al potere Luigi Filippo. Un critico ha definito l'opera "il primo quadro politico nella storia della pittura moderna", ma in realtà il pittore, in alcune lettere private, espresse sulla rivoluzione del 1830 un giudizio tutt'altro che positivo.



mercoledì 16 ottobre 2013

CAVALLO SPAGNOLO (Spanish horse) Théodore Géricault

CAVALLO SPAGNOLO (1813)
Théodore Géricault (1791-1824)
Museo del Louvre - Parigi
Olio su tela cm 61 x 50

Il quadro, di modeste dimensioni, raffigura uno dei bellissimi cavalli di razza di proprietà delle scuderie imperiali a Versailles. 
L'esemplare in questione, di color bruno, è presentato in primo piano, ed emerge dal fondo dallo stesso tono cromatico, in tutta la sua monumentalità e dignità. La bellissima e lunga coda gli scivola fra le zampe posteriori come un morbido mantello.
Le lumeggiature cromatiche che corrono lungo il corpo indicano che il pelo del suo manto è stato appena tirato a lucido. 

Fiero, distaccato, lo stallone appare consapevole della sua bellezza sfoderata con un'aristocrazia pari a quella dei suoi padroni.
Nulla può confrontarsi con la sua bellezza, e I'altro stallone, raffigurato alle sue spalle, diviene un anonimo cavallo ospite nelle scuderie quasi per caso.

E noto che Géricault durante la sua carriera pittorica ritrasse numerosi cavalli, ma questo del Louvre è considerato dalla critica il più suggestivo. Ancora una volta Géricault dimostra una
grande capacità di interpretare la natura: in questo caso la semplice visione di un cavallo si trasforma in pretesto per descrivere un romantico romanzo, denso di palpitanti emozioni.
  
Cavallo pomellato spaventato dal fulmine (Londra, National Gallery)

Nel 1813 il pittore Horace Vemet dà l'incarico a Géricault di ritrarre gli splendidi cavalli ospiti nelle scuderie imperiali di Versailles. Il primo ritratto della serie è quello del Cavallo spagnolo, seguito da Lo stallone anglo arabo (Svizzera, Collezione privata), Cavallo pezzato nella scuderia (Collezione privata) e il Cavallo pomellato spaventato dal fulmine (Londra, National Gallery) . 

Il Cavallolo spagnolo, insieme a Cinque cavalli visti dalla groppa, è stato acquistato dallo Stato francese alla vendita Mosselman tenutasi a Parigi nel 1849.


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CAVALLO SPAGNOLO - Théodore Géricault

mercoledì 17 aprile 2013

Eugéne Delacroix e Jean-Louis-Théodore Géricault - La pittura romantica francese (The French Romantic painting)

Eugéne Delacroix - Autoritratto

Eugéne Delacroix e Jean-Louis-Théodore Géricault sono gli esponenti più simbolici della pittura romantica francese.


Ferdinand Victor Eugène Delacroix, è noto più semplicemente  come Eugène Delacroix (Saint-Maurice, 26 aprile 1798 – Parigi, 13 agosto 1863).
Fin dall’esordio al Salon del 1822, con La barca di Dante, le opere di Delacroix dividono la critica e il pubblico e sono al centro di un vivace dibattito, che riguarda tanto le sue ardite scelte stilistiche, quanto i temi rappresentativi.

Egli ama e ammira i dipinti di Peter Paul Rubens e di Paolo Veronese, ma nello stesso tempo studia con attenzione le novità stilistiche di Turner e Constable e stringe amicizia con Géricault, per il quale posa per uno dei naufraghi della Zattera della Medusa e da cui impara ad amare i cavalli e le tinte accese, violente.

Il viaggio in Marocco e Algeria nel 1832 segna una tappa importante nella sua formazione e apre il periodo migliore nella sua maturità espressiva, che tocca il culmine nei dipinti a tema orientalista e nei grandi cicli decorativi parigini per il Palazzo Borbone, per quello di Luxembourg, nell’Hotel de la Ville e per la galleria di Apollo al Louvre.
   
Théodore Gèricault - Autoritratto   

Nella sua breve esistenza (è morto a soli 32 anni) Géricault ha svolto un ruolo fondamentale nell’evoluzione dello stile e delle tematiche dell’arte europea dei primi decenni del secolo.

Nel 1811 viene ammesso all’Ecole des Beaux-Arts e nel 1812 esordisce al Salon, dove riceve una medaglia d’oro nel 1820.

Ossessionato dalla morte e dalla malattia, fisica e mentale, egli crea opere di fortissimo impatto emotivo, che suscitano scandalo e polemiche, ma anche una grande impressione.

All’inizio della sua carriera si appassiona al tema dei cavalli, che rappresenta in dipinti, litografie e sculture, dove ritrae gli animali imbizzarriti, impennati o al galoppo, simbolo di energia e libertà.

Tra il 1820 e il 1824, anno della morte, esegue una serie di dipinti su invito del medico psichiatra Etienne-Jean  Georget, in cui raffigura dei malati di mente, indagati con straordinaria abilità introspettiva.
  
Morte di Sardanapalo (1827Eugène Delacroix 
Musée du Louvre a Parigi 
Olio su tela cm 392 x 496 
(VEDI SCHEDA)     

Questa è una delle opere più celebri del periodo orientalista di Delacroix: il re Sardanapalo, prossimo alla morte, ordina ai suoi funzionari di uccidere e distruggere tutto ciò che aveva posseduto nella vita: i cavalli i cani e perfino i paggi e le donne del suo harem. Egli è appoggiato sul grande letto e osserva la strage con atteggiamento distaccato e indifferente.

Rispondendo alle critiche dei classicisti rivolte a questa tela, ironicamente ribattezzata “La morte del Romanticismo”, Charles Baudelaire osserva che nelle donne di Delacroix lo spettatore avverte il fascino del delitto e l’aureola del martirio
.  
La Libertà che guida il popolo (1830) - Eugène Delacroix 
Musée du Louvre a Parigi 
Olio su tela cm 260 x 325 
(VEDI SCHEDA)







Il quadro è ambientato durante i moti liberali del 1830. Delacroix fa parte della guardia nazionale anche se non viene mai coinvolto in scontri armati si raffigura nel personaggio con il cappello a cilindro ed il fucile tra le mani.

Tutta l’attenzione dello spettatore è concentrata sull’allegoria della Libertà, al centro del dipinto, per mezzo di una luce chiara e intensa che la circonda come un’aureola.

Il quadro, presentato al Salon del 1831, viene acquistato da Luigi Filippo per tremila franchi. Nel 1855 Napoleone III lo presenta all’Esposizione Universale di Parigi.
  
La zattera della medusa (1818-1819) - Théodore Géricaut 
Musée du Louvre a Parigi 
Olio su tela cm 65 x 83 
(VEDI SCHEDA)


  
L’artista trasforma un fatto di cronaca in un evento epico: partita dalla Francia il 18 giugno 1816 e diretta nel Senegal con quattrocento uomini a bordo, la fregata “Medusa” naufraga sulla secca d’Arguin il 2 luglio. In cinque giorni i marinai costruiscono una zattera su cui salgono in 149; la fame, la sete e la disperazione li decimano a tal punto che dodici giorni dopo la nave “Argo” raccoglie solo dodici superstiti.

L’artista raffigura il culmine del dramma, quando i naufraghi, allo stremo delle forze, scorgono all’orizzonte una nave a cui tentano di segnalare la loro presenza.

Il quadro è esposto al Salon del 1819 e suscita scandalo e polemiche per il crudo realismo del soggetto e lo stile rivoluzionario, lontano dai canoni accademici.

sabato 4 ottobre 2008

LA FORNACE DI GESSO (The furnace of plaster) - Théodore Géricault


FORNACE DI GESSO (1822 - 1823)Théodore Géricault (1791 - 1824)
Pittore francese Museo del Louvre di ParigiOlio su tela cm. 50 x 61
Clicca immagine per un'alta risoluzione
Pixel 1600 x 1340 - Kb 430


Si tratta di una delle ultime opere dipinte da Théodore Géricault prima della morte, avvenuta nel gennaio del 1824.

E' un periodo in cui l'artista, da poco rientrato a Parigi dal soggiorno in Inghilterra, alterna periodi di sconforto e depressione, dovuti anche alla frenetica attività, ma soprattutto alle precarie condizioni fisiche e ai numerosi incidenti avuti.
Frutto di questi momenti di felicità creativa è LA FORNACE DI GESSO.

In un paesaggio appena definito vediamo una strada di campagna, impervia e fangosa, che conduce a uno squallido edificio, parzialmente distrutto e con tetti sfondati.

Dall'edificio esce una densa nuvola di fumo bianco-grigio: è il risultato della lavorazione all'interno della fornace.
Dal largo portale sta uscendo un carro trainato da robusti cavalli, mentre altri cavalli da tiro attendono a poca distanza, docili e quasi remissivi di fronte al loro duro lavoro con i musi infilati nei sacchi di biada.

L'atmosfera è cupa: la scena è giocata su toni grigi e marroni, ravvivati qua e là da rapidi tocchi di bianco, bagliore di luce piuttosto sinistra.

Questa sorta di monocronismo è caratteristica della tarda attività di Géricault, che si ricollega idealmente con queste opere alla grande lezione caravaggesca.


Il dipinto, firmato in basso a sinistra Géricault, era presente nel catalogo della vendita postuma dell'artista, e fu acquistato dal Louvre alla vendita Mosselmann nel 1849.
Tuttavia, alcuni studiosi credono che il quadro sia stato comperato direttamente dal pittore da Costantin, un mercante d'arte, il quale lo avrebbe poi rivenduto.



GÉRICAULT INCISORE

Oltre all'attività pittorica e scultorea, Géricault si dedicò anche all'incisione e alla litografia.
Nel catalogo delle sue prove grafiche una particolare attenzione è devoluta allo studio del cavallo.
Ricordo ad esempio la serie di dodici litografie inglesi pubblicata a Londra nel 1821; quella destinata al volume VOYAGES PITTORISQUES ET ROMANTIQUES DANS L'ANCIENNE FRANCE di Taylor e Nodier; quella composta da dieci piccoli pezzi pubblicati da Gihaut e quella di dodici grandi litografie francesi, raffiguranti ancora soggetti equestri, stampata da Villani ed edita da Gihaut nel 1822.


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LA CORSA DEI BERBERI - Théodore Géricault

LA FORNACE DI GESSO - Théodore Géricaault

CAVALLO SPAGNOLO - Théodore Géricault


domenica 18 maggio 2008

LA CORSA DEI CAVALLI BERBERI A ROMA (The horse race in Rome) - Jean Louis Théodore Géricault

 
LA CORSA DEI BERBERI A ROMA (1817)
Jean Louis Théodore Géricault (1791-1824)
Pittore francese
Walters Art Gallery – Baltimora
Olio su tela cm. 44,5 x 59,5


Il dipinto illustra I preparativi della corsa dei cavalli berberi a Roma. L’interesse di Géricault si concentra sulla lotta tra bestia e uomo.
Non importa tracciare i contorni architettonici dell’ambente in cui si svolge il torneo, non importa curare i particolari della scena: siamo davanti all’ossessiva ricerca dell’artista della contrapposizione fra la forza dell’uomo con quella dell’animale. Una ricerca testimoniata da una lunga serie di disegni e dipinti, fra cui la celebre versione del Louvre, che indicano con quale tensione emotiva Géricault ricostruì la semplice festa cittadina.
La drammaticità della scena riporta alla mente i fregi del Partenone di Atene, trasferiti a Londra da Lord Elgin nel 1806 e noti in tutta Europa grazie alle incisioni che se ne ricavarono, ma anche al celebre gruppo scultoreo di epoca ellenica LACOONTE, la cui drammaticità già dal ‘500 (secolo in cui era stato ritrovato) affascinava gli artisti più sensibili.
Jean Louis Théodore Géricault eseguì il quadro al tempo del suo soggiorno a Roma, precisamente nel febbraio del 1817. L’intento era quello di realizzare una grandissima composizione, mai portata a termine a causa dell’improvvisa partenza per Parigi.
Per questo motivo la redazione finale dell’opera è stata preceduta da numerosi studi preparatori, fra cui ricordo quello del GIOVANE ROMANO CHE TENTA DI FERMARE UN CAVALLO AL GALOPPO (Parigi, Collezione privata) relativo al giovane in basso a destra di questo dipinto. Inoltre esistono una litografa di Eugène Le Roux (Svizzera, Collezione privata) e un acquerello (già nella Collezione Coutan-Hauguet).
Il dipinto è stato di proprietà di numerosi collezionisti. Nel 1889 lo troviamo nella Collezione Secrétan, nel 1907 in quella Henry, fino a quando non viene acquistato da Henry Walters.
Alla morte di questi, avvenuta nel 1931, la ricchissima raccolta, una delle più consistenti degli Stati Uniti, venne messa a disposizione del pubblico.


LA CORSA DEI BERBERI A ROMA

A Roma era d’uso concludere il carnevale con la corsa di circa quindici cavalli di origine araba, notoriamente selvaggi. Il tragitto della gara era racchiuso fra Piazza del Popolo Piazza Venezia.
La tradizionale festa era alquanto nota in Francia grazie alla presenza di artisti francesi a Roma, praticanti presso l’Accademia di Francia di Villa Medici
Oltre a Géricault la gara venne ripresa anche da Horace Fernet in una tela oggi purtroppo perduta, ma di cui si conosce l’immagine grazie a una litografia e a uno schizzo conservato al Metropolitan Museum di New York.


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domenica 30 marzo 2008

UFFICIALE DEI CAVALLEGGERI DELLA GUARDIA IMPERIALE ALLA CARICA (An Officer of the Imperial Horse Guards Charging) - Jean Louis Théodore Géricault


UFFICIALE DEI CAVALLEGGERI DELLA GUARDIA IMPERIALE ALLA CARICA (1812)
Jean Louis Théodore Géricault (1791-1824)
Museo del Louvre – Parigi
XIX secolo
Tela cm. 292 x 194









La scena è dominata da un cavallo impennato, incitato dall’ufficiale che seguendo il movimento dell’animale sfodera la spada e la agita animatamente pronto alla carica; il busto girato verso destra controbilancia lo scatto della bestia che girandosi mostra il fiero e coraggioso sguardo.
L’azione è veloce ma colta con grande attenzione. La bellezza del quadro cela gli “errori” anatomici del disegno: le gambe posteriori del cavallo sono troppo esili e sembrano eccessivamente sforzate, come sottoposte a un gesto titanico; ma questo errore, contestato dai critici che videro il quadro al Salon del 1812, è da considerare una precisa scelta di Géricault che voleva così esaltare il movimento eroico dell’animale.
Ancora, sia il braccio destro del cavaliere che la spada che tiene in pugno sono troppo corti, ma forse tale accorgimento può essere letto come mezzo per suggerire la profondità.
Il dipinto spicca per le indubbie qualità pittoriche: la stesura del colore così netta e contrastata non mancò tra l’altro di stupire David, grande protagonista dell’arte francese.
Ancora quasi del tutto sconosciuto, Géricault ebbe l’onore di vedere il suo quadro presente al Salon del 1812, esposto accanto al RITRATTO EQUESTRE DI MURAT di un artista di grande fama come Gros.
I giudizi favorevoli ricevuti misero in buona luce il giovane pittore, tanto da essere premiato con una medaglia.
Malgrado le tante lodi, il quadro non trovò nessun acquirente e si risolse con un insuccesso di Géricault anche il tentativo di venderlo mediante il pare del suo allievo, Jamar, che era un mercante d’arte.
Pare che la mancata vendita avesse creato tanti problemi all’artista che giunse al punto di girare il verso del quadro contro il muro e di chiedere all’allievo di ridipingerlo con colore bianco e di sbarazzarsene.
Ma nonostante gli sforzi, il quadro restò nell’atelier e lì fu ritrovato: venne poi acquistato dal Duca d’Orleans, futuro re Luigi Filippo.
La presenza all’esposizione al bazar Bonne-Nouvelle nel 1848, salvò l’opera dall’incendio che distrusse la collezione della galleria del Palais Royal.

IL CORPO DEI CAVALLEGGERI

Nel ritrarre questo quadro Géricault pose molta attenzione nel descrivere l’ufficiale a cavallo, facilmente identificabile come appartenente al corpo dei cavalleggeri grazie all’elegante divisa, simile a quella degli Ussari, adottata solo dopo la vittoria di Marengo il 14 giugno 1800.
Il corpo, considerato il migliore dell’esercito francese, venne inviato in Egitto personalmente da Napoleone e si distinse nelle battaglie di Austerlitz, Eylan e Wagram.
I successi riportati in campo fecero sì che dal 1804 al 1815 l’imperatore in persona affidasse a loro il compito di affiancarlo durante le battaglie.



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giovedì 13 dicembre 2007

LA ZATTERA DELLA MEDUSA (The Raft of the Medusa) - Théodore Géricault

LA ZATTERA DELLA MEDUSA (1818)
Théodore Géricault (26.6.1791 - 26.1.1824)
Museo del
Louvre - Parigi
Tela cm. 491 x 719

Clicca immagine alta risoluzione
Pixel 1745 x 2500 - Mb1,76



Géricault ha scelto di rappresentare il momento cruciale in cui l’ingegnere Corréard indica al medico Savigny, appoggiato all’albero, l’avvicinarsi del brigantino Argus, che li porterà in salvo.
L’ardita e imponente rappresentazione è basata su un groviglio di corpi, ammassati in una composizione piramidale.
Dal basso in alto i personaggi esprimono i vari atteggiamenti umani di fronte alla morte, alla sofferenza e alla speranza… terrore, incredulità, stupore.
In primo piano giacciono i morti…, un uomo disperato, volgendo il dorso all’orizzonte, sorregge il cadavere del figlio.
In secondi piano sono ritratti coloro che, oramai prossimi alla fine, trovano comunque l’energia per rialzarsi e per gettare un ultimo sguardo in lontananza.
L’insieme dei gesti e degli sguardi crea un movimento ascendente che culmina nella mano dell’uomo che, ancora in forze, riesce ad agitare un drappo segnaletico per attirare l’attenzione dell’equipaggio dell’Argus.
Il senso di orrore della scena è rafforzato inoltre dall’uso del colore… il pallore dei cadaveri, soprattutto del giovane corpo a destra, il grigio plumbeo del mare dove le onde si scatenano.
LA ZATTERA DELLA MEDUSA, che fu accolta molto male in Francia, venne considerata a Londra come il manifesto della scuola romantica, apparsa in Europa in reazione alla cultura neoclassica.
Il Romanticismo esprime una nuova sensibilità in cui la natura si fa portatrice di sentimenti e di stati d’animo sul razionalismo ed ogni artista rivendica una libertà interpretativa che si allontana radicalmente dai dettami del neoclassicismo.
Esposta al Salon del 1819, LA ZATTERA DELLA MEDUSA fece subito scandalo. L’opera venne considerata quella di un visionario… pur obbedendo a un realismo intenso era direttamente legata alla sensibilità artistica del tempo e il soggetto venne subito interpretato come un’aspra critica al regime napoleonico.
LA ZATTERA DELLA MEDUSA fu giudicata, quindi, come un manifesto politico anziché un’opera d’arte e i conservatori la attaccarono ferocemente.
Il dipinto figurava con il numero 1 alla vendita postuma dell'artista (2 - 3 novembre 1824)..., in quell'occasione fu acquistato da Dedreux-Dorcy per 6.500 franchi e da lui ceduto al Louvre l'anno successivo per la stessa somma. Al Salon del 1819 era esposto con il numero 510 e con il titolo a scena di naufragio.


LA STORIA DELLA ZATTERA DELLA MEDUSA

Il 17 giugno 1816 una flottiglia francese salpò dal porto di Le Havre per condurre in Senegal un gruppo di funzionari e di coloni..., il capitano era privo di esperienza e ciò si rivelò fatale per la spedizione.
Durante una tempesta la fregata "Medusa" naufragò..., quando i 365 passeggeri tentarono di imbarcarsi sulle scialuppe di salvataggio risultò drammaticamente evidente che queste non erano sufficienti.
Fu così che venne deciso di costruire la famosa zattera, dove trovarono posto 149 passeggeri.
Solo 15 di essi sopravvissero alla fame, alla sete e al sole.
Su di loro pesò anche il sospetto di cannibalismo e l'opinione pubblica rimase scossa da questa tragedia.
Géricault impiegò più di un anno per documentarsi prima di eseguire la versione finale del suo quadro, e ciò è attestato dai numerosi studi preparatori, che si trovano al Louvre.
Egli si incontrò con due superstiti, Corréard e Savigny, dai quali apprese i particolari del naufragio, e che gli fecero da modelli insieme al giovane Delacroix.
Géricault fece inoltre costruire un modello della zattera, studiò l'anatomia dei cadaveri e contemplò il mare in tempesta per tentare di carpirne i segreti.


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