
A GENNAIO.. fa freddo … ma non per tutti ....
A dieci persone fu chiesto di completare una frase cominciante con le parole “In gennaio...”.
Otto risposero: "In gennaio fa freddo".
E' difficile in questo mese sentire una conversazione dove non si accenni, almeno di sfuggita, ai rigori dell'inverno.
Chi è per il freddo e chi contro: ma in ogni caso si finisce per ripetere i soliti tre o quattro luoghi comuni.
Vediamo, allora, l'opinione di qualche famoso personaggio del passato.
Al primo posto fra i nemici del freddo viene D'Annunzio, che non poteva lavorare se nella stanza la temperatura non raggiungeva i 22/23 gradi.
Peggio di lui il poeta Malherbe, francese (1555-1628); si metteva fino a dieci paia dì calze e una dozzina di maglie e camicie.
Il suo connazionale Fontenelle in una sera freddissima in cui uno sciagurato scrittore lo trattenne a lungo per leggergli un interminabile poemetto, gli disse: “Se avessi messo più fuoco nei tuoi versi, o i tuoi versi nel fuoco, noi non geleremmo così”.
Giusto. Almeno si sarebbe scaldato anche il poeta.
Meno imparziale di Fontenelle una nobildonna fra le più note dell'aristocrazia francese alcuni anni prima della grande rivoluzione, la marchesa Du Deffard.
Essa passava la maggior parte del giorno a letto a ricever visite.
Una sera d'inverno gli invitati battevano i denti intirizziti.
Quando la marchesa se ne accorse sembrò stupita, e chiese se nella stanza c'era molto freddo.
Tutti risposero di sì. Allora la Du Deffand chiamò un servo.
Ma non gli ordinò di accendere il caminetto, chiese semplicemente un'altra coperta per sè.
Modo di comportarsi che ci fa venire in mente il dialogo fra Luigi XIV e un gentiluomo squattrinato.
“Non capisco come facciate a resistere con quel vestito leggero mentre io, coperto come sono, sto gelando”, disse il re.
“Maestà, se aveste indosso tutto quello che ho indosso io. non sentireste più freddo”.
“Perché?”.
“Perchè io porto addosso tutto il mio guardaroba”.
In Inghilterra il freddo godeva dell’autorevole appoggio della regina Vittoria, che gli aneddoti ci descrivono intenta a spegnere caminetti e a spalancare finestre in tutto il palazzo con uno zelo da rasentare la mania ma la figlia Vittoria Adelaide imparò presto a far scendere i termometri, - con alcune sapienti scosse, - a temperatura incredibilmente basse, precedendo di nascosto la madre nella solita ispezione attraverso le stanze; e la regina, contemplando allibita la colonnina ferma un palmo sotto lo zero, ordinava che si attizzasse subito il fuoco e si tappassero tutti gli spiragli.
All'insensibilità del re e della marchesa preferiamo la stramberia di La Rochefoucauld-Liancourt che in una giornata di maltempo fece entrare in carrozza anche i lacchè.
Poichè subito qualcuno osservò che la cosa era sconveniente, rispose seccato: “Anzi, avevo fatto entrare anche i cavalli: ma poi ho dovuto farli scendere perché non era rimasto nessuno a tirare la carrozza”.
Fra gli amici del freddo troviamo Turgheniev, il grande scrittore russo, e il pittore italiano Segantini.
Il primo per lavorare aveva bisogno degli inverni freddissimi della sua terra; a Parigi, diceva, si sentiva soffocare.
Il secondo amava dipingere all'aperto in montagna, con una temperatura così rigida che i colori si gelavano nei tubetti.
Il freddo, in conclusione, ad alcuni dà fastidio, ad altri no.
Ma c'è un'altro aspetto della questione: la stagione rigida e inclemente ha anche essa un suo fascino?
Il cosiddetto “brutto tempo“ può essere bello?
Anche qui troviamo atteggiamenti discordi.
Del tutto esagerato ci sembra quello dello scultore francese Chateaubriand (1768-1848) che si fa legare all'albero della nave per potersi godere la visione di una furibonda tempesta di mare senza esser trascinato via dalle onde.
L'idea gli era venuta leggendo il passo di Omero in cui Ulisse si fa legare per non cedere ai richiami delle Sirene.
Il bello è che dopo un paio d'ore, fradicio d'acqua, il romantico scrittore esclamò scontento: “O tempesta, sei meno bella di come ti ha descritta Omero!”.
Forse per non andare incontro a delusioni simili pittore Meissonier (1815-1891) preparandosi a dipingere l'armata napoleonica in ritirata durante la campagna russa si costruì con molta pazienza, perdita di tempo e spesa un modello della neve impastando parecchi sacchi di farina e di sale con argilla e altri ingredienti.
Soddisfattissimo del risultato ne parlò ad un amico, il quale osservò: “Con quello che hai speso potevi andare sul posto a dipingere la neve dal vero”.
“Già, - disse il pittore, ma sapessi a viaggiare come mi annoio”.
A proposito di nevicate, attenti a non esagerare.
Un vecchio uomo politico, quando un marsigliese gli raccontò che nella sua città era caduta più di un metro di neve, chiese: “In larghezza?”.
Certo, una bella nevicata fece fare a Eginardo un buon matrimonio.
Era andato a trovare di nascosto la figlia di Carlo Magno, entrando dalla finestra, e la mattina quando si affacciò vide il terreno ricoperto di neve caduta durante la notte.
Per andarsene avrebbe dovuto lasciare ben visibili le orme, ciò che voleva dire far scoprire tutto: d'altra parte non poteva restare a lungo nella camera della ragazza.
Fu quest'ultima a trovare una via d'uscita: sarebbe scesa lei per prima, e avrebbe portato in salvo il giovane sulle spalle; le sue impronte naturalmente non avrebbero destato sospetti.
Così fecero, ed ebbe inizio la difficoltosa traversata.
Sembrava che il tentativo fosse riuscito: ma purtroppo qualche volta le cure dell'impero danno dei pensieri agli imperatori; così Carlo Magno, insonne, si affacciò all'improvviso.
Figurarsi i poveri innamorati: d'un lampo si videro già legati, chini sul ceppo, con le due teste mozzate da un sol colpo di scure.
Invece Carlo Magno, da quel politico che era, ordinò che si affrettassero le nozze.
In tal modo il giovane Eginardo trovò una sistemazione.
Se col freddo vi capita un raffreddore di testa non ditelo.
Qualche maligno potrebbe commentare come a suo tempo il commediografo Sacha Guitry:
“Nulla di strano. Il raffreddore si attacca sempre alle parti più deboli”.
Otto risposero: "In gennaio fa freddo".
E' difficile in questo mese sentire una conversazione dove non si accenni, almeno di sfuggita, ai rigori dell'inverno.
Chi è per il freddo e chi contro: ma in ogni caso si finisce per ripetere i soliti tre o quattro luoghi comuni.
Vediamo, allora, l'opinione di qualche famoso personaggio del passato.
Al primo posto fra i nemici del freddo viene D'Annunzio, che non poteva lavorare se nella stanza la temperatura non raggiungeva i 22/23 gradi.
Peggio di lui il poeta Malherbe, francese (1555-1628); si metteva fino a dieci paia dì calze e una dozzina di maglie e camicie.
Il suo connazionale Fontenelle in una sera freddissima in cui uno sciagurato scrittore lo trattenne a lungo per leggergli un interminabile poemetto, gli disse: “Se avessi messo più fuoco nei tuoi versi, o i tuoi versi nel fuoco, noi non geleremmo così”.
Giusto. Almeno si sarebbe scaldato anche il poeta.
Meno imparziale di Fontenelle una nobildonna fra le più note dell'aristocrazia francese alcuni anni prima della grande rivoluzione, la marchesa Du Deffard.
Essa passava la maggior parte del giorno a letto a ricever visite.
Una sera d'inverno gli invitati battevano i denti intirizziti.
Quando la marchesa se ne accorse sembrò stupita, e chiese se nella stanza c'era molto freddo.
Tutti risposero di sì. Allora la Du Deffand chiamò un servo.
Ma non gli ordinò di accendere il caminetto, chiese semplicemente un'altra coperta per sè.
Modo di comportarsi che ci fa venire in mente il dialogo fra Luigi XIV e un gentiluomo squattrinato.
“Non capisco come facciate a resistere con quel vestito leggero mentre io, coperto come sono, sto gelando”, disse il re.
“Maestà, se aveste indosso tutto quello che ho indosso io. non sentireste più freddo”.
“Perché?”.
“Perchè io porto addosso tutto il mio guardaroba”.
In Inghilterra il freddo godeva dell’autorevole appoggio della regina Vittoria, che gli aneddoti ci descrivono intenta a spegnere caminetti e a spalancare finestre in tutto il palazzo con uno zelo da rasentare la mania ma la figlia Vittoria Adelaide imparò presto a far scendere i termometri, - con alcune sapienti scosse, - a temperatura incredibilmente basse, precedendo di nascosto la madre nella solita ispezione attraverso le stanze; e la regina, contemplando allibita la colonnina ferma un palmo sotto lo zero, ordinava che si attizzasse subito il fuoco e si tappassero tutti gli spiragli.
All'insensibilità del re e della marchesa preferiamo la stramberia di La Rochefoucauld-Liancourt che in una giornata di maltempo fece entrare in carrozza anche i lacchè.
Poichè subito qualcuno osservò che la cosa era sconveniente, rispose seccato: “Anzi, avevo fatto entrare anche i cavalli: ma poi ho dovuto farli scendere perché non era rimasto nessuno a tirare la carrozza”.
Fra gli amici del freddo troviamo Turgheniev, il grande scrittore russo, e il pittore italiano Segantini.
Il primo per lavorare aveva bisogno degli inverni freddissimi della sua terra; a Parigi, diceva, si sentiva soffocare.
Il secondo amava dipingere all'aperto in montagna, con una temperatura così rigida che i colori si gelavano nei tubetti.
Il freddo, in conclusione, ad alcuni dà fastidio, ad altri no.
Ma c'è un'altro aspetto della questione: la stagione rigida e inclemente ha anche essa un suo fascino?
Il cosiddetto “brutto tempo“ può essere bello?
Anche qui troviamo atteggiamenti discordi.
Del tutto esagerato ci sembra quello dello scultore francese Chateaubriand (1768-1848) che si fa legare all'albero della nave per potersi godere la visione di una furibonda tempesta di mare senza esser trascinato via dalle onde.
L'idea gli era venuta leggendo il passo di Omero in cui Ulisse si fa legare per non cedere ai richiami delle Sirene.
Il bello è che dopo un paio d'ore, fradicio d'acqua, il romantico scrittore esclamò scontento: “O tempesta, sei meno bella di come ti ha descritta Omero!”.
Forse per non andare incontro a delusioni simili pittore Meissonier (1815-1891) preparandosi a dipingere l'armata napoleonica in ritirata durante la campagna russa si costruì con molta pazienza, perdita di tempo e spesa un modello della neve impastando parecchi sacchi di farina e di sale con argilla e altri ingredienti.
Soddisfattissimo del risultato ne parlò ad un amico, il quale osservò: “Con quello che hai speso potevi andare sul posto a dipingere la neve dal vero”.
“Già, - disse il pittore, ma sapessi a viaggiare come mi annoio”.
A proposito di nevicate, attenti a non esagerare.
Un vecchio uomo politico, quando un marsigliese gli raccontò che nella sua città era caduta più di un metro di neve, chiese: “In larghezza?”.
Certo, una bella nevicata fece fare a Eginardo un buon matrimonio.
Era andato a trovare di nascosto la figlia di Carlo Magno, entrando dalla finestra, e la mattina quando si affacciò vide il terreno ricoperto di neve caduta durante la notte.
Per andarsene avrebbe dovuto lasciare ben visibili le orme, ciò che voleva dire far scoprire tutto: d'altra parte non poteva restare a lungo nella camera della ragazza.
Fu quest'ultima a trovare una via d'uscita: sarebbe scesa lei per prima, e avrebbe portato in salvo il giovane sulle spalle; le sue impronte naturalmente non avrebbero destato sospetti.
Così fecero, ed ebbe inizio la difficoltosa traversata.
Sembrava che il tentativo fosse riuscito: ma purtroppo qualche volta le cure dell'impero danno dei pensieri agli imperatori; così Carlo Magno, insonne, si affacciò all'improvviso.
Figurarsi i poveri innamorati: d'un lampo si videro già legati, chini sul ceppo, con le due teste mozzate da un sol colpo di scure.
Invece Carlo Magno, da quel politico che era, ordinò che si affrettassero le nozze.
In tal modo il giovane Eginardo trovò una sistemazione.
Se col freddo vi capita un raffreddore di testa non ditelo.
Qualche maligno potrebbe commentare come a suo tempo il commediografo Sacha Guitry:
“Nulla di strano. Il raffreddore si attacca sempre alle parti più deboli”.
_________________________________________________