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lunedì 20 ottobre 2014

G - STORIA DELL'ARTE- I grandi artisti (G - Art History - The great artists)

Fuga dall'Etna (1939) Renato Guttuso

I GRANDI ARTISTI

A - B - C - D - E - F - G - H - I - J - K - L - M - N - O - P - Q - R -  S - T - U - V - W - X - Y - Z
(In costruzione)


GIORGIONE, Giorgio di Castelfranco (Vedi biografia)

Pittore italiano (Castelfranco Veneto 1477 - Venezia 1510).

Sulla vita di questo grande artista abbiamo pochissime notizie. 
Scolaro del Giambellino, si distaccò subito dallo stile veneto:
A Venezia lavorò comunque certamente, presso la bottega dei fratelli Bellini. Intorno al 1505 eseguì la Pala per I'altare della cattedrale di Castelfranco, verso il 1506 i Tre filosofi del Museo di Vienna, e poi la celebre Tempesta. Il suo stile esercitò una notevole influenza sui pittori veneti, cominciando da Tiziano che portò a termine alcune opere dell'Artista, scomparso prematuramente, a soli trentatré anni, per gli effetti della peste.


GIOTTO di Bondone (Vedi biografia completa)

Pittore e architetto italiano (Colle di Vespignano 1267 -Firenze 1337).
Seguendo la via aperta da Cimabue, suo maestro, soggiornò a Roma e quindi a Firenze. Lavorò su commissione degli Scrovegni, alla cappella di Padova
Realizzò inoltre scene profane per il palazzo reale di Napoli. 
Nel 1334 fu nominato capomastro del duomo di Firenze, di cui iniziò a disegnare il campanile.


GUARDI Fancesco (Vedi biografia)

Pittore italiano (Venezia 1712-1793).
Appartenente a una dinastia di pittori e cognato del Tiepoloalla morte del padre continuò ad operare nella bottega del fratello maggiore, producendo numerose opere sacre. Nella sua maturità artistica, fu autore di celebri ''vedute'' di Venezia e piccole tele di ''capricci'', immagini ispirate alla magia della laguna. 
Soggetti comuni a quelli del Canaletto, che fanno del Guardi il più evoluto dei "vedutisti" veneziani e il rappresentante maggiore, con il Tiepolo, della pittura settecentesca.


GUTTUSO Renato

Pittore italiano (Bagheria 1912 - Roma 1987).
Partecipò molto giovane a due mostre a Milano, nel 1932 e nel 1934, e aderì successivamente al gruppo di Corrente (1940). 
È di questi anni la sua prima opera importante, la Fuga dall'EtnaÈ importante ricordare il ciclo Gott mit uns (1945), terribile testimonianza della Resistenza, poi rielaborato nel 1980. Dopo la guerra precisò la sua posizione di impegno politico e sociale, militando attivamente nel Partito Comunista italiano.


martedì 6 agosto 2013

ADORAZIONE DEI MAGI (Adoration of the Magi) - Giorgione



ADORAZIONE DEI MAGI (1504 circa)
National Gallery, Londra
Olio su tavola cm 29 x 81

Il soggetto preferito da Giorgione e dai suoi committenti, durante il primo lustro del Cinquecento, sembra essere la Natività o la Madonna col Bambino nel paesaggio. La versione più ricca di personaggi è l'Adorazione dei Magi della National Gallery di Londra, una tavola non di grandi dimensioni, di forma allungata, in cui Giorgione sperimenta colori vividi (inconsueto il giallo-oro del mantello di San Giuseppe), ma sempre armonizzati in una calibrata sfumatura dei contorni.

Il formato allungato della tavola suggerisce a Giorgione una netta divisione in due della scena, sottolineata dal muro di mattoni: la Sacra Famiglia, a sinistra, è avvolta da una quieta penombra, mentre il corteo dei Magi, di cui fanno parte paggi dagli sgargianti costumi, è in piena luce.

Nell'Adorazione dei Magi della National Gallery di Londra c'è un contrasto deliberato: su un lato la Sacra Famiglia, tranquillamente seduta con l'asino e il bue, semplice di forma ma tanto più maestosa nella sua solidità, le ampie pieghe dei voluminosi panneggi che fiammeggiano nella tiepida ombra; dall'altra parte, a una reverente distanza accentuata dalle verticali di piatti mattoni nel mezzo,la carovana reale, mondana e inquieta nella varietà dei colori; i palafrenieri all'estremità stanno, spensierati, presso i loro cavalli, nel pieno splendore della luce meridiana.
È un dipinto piccolino, gioioso e ingenuo in molte espressioni. Ma in ogni figura c'è il pieno sapore della poesia visiva che stava per far diventare Venezia famosa nel XVI secolo.


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sabato 13 luglio 2013

MADONNA CHE LEGGE - (Reading Madonna) - Giorgione


MADONNA CHE LEGGE (1504 circa) - Giorgione
Ashmolean Museum - Oxford
Olio su tavola cm 76 x 60

Raro dipinto "in interno" di Giorgione, che nelle composizioni a carattere sacro sceglie quasi sempre ambientazioni campestri.
In questo caso, la luce fioca aumenta il senso di raccoglimento, mentre la finestra si apre sullo sfumato panorama del bacino di sa Marco (forse rimasto incompiuto).
  
 MADONNA CHE LEGGE (1504 circa)  Giorgione
Particolare del Bacino di San Marco

Ashmolean Museum - Oxford
Olio su tavola cm 76 x 60

La Madonna che legge dell'Ashmolean Museum di Oxford, dal taglio compositivo più monumentale di altre Madonne di Giorgione,  propone un tema sottile, legato all'immagine del paesaggio urbano. La finestra sullo sfondo si apre sull'inconfondibile panorama del bacino di san Marco a Venezia, e la definizione sfumata, appena accennata di Palazzo Ducale e degli altri monumenti ha fatto sorgere l'ipotesi che il quadro sia rimasto incompiuto, a meno che non si tratti di una originale meditazione su Leonardo. 

Partito dal gusto di maestri quali Bellini e Carpaccio, il Giorgione si è avviato incertamente in diverse direzioni, verso la finezza lineare come verso il tocco pittorico, bruciando in pochi anni le tappe che la pittura veneziana ha percorso in un secolo, improvvisando volta a volta tutto, eccettuato il modo di sentire che è la sua costante.
Né si dica che Giorgione sia stato più poeta che pittore, anzi proprio perchè più poeta degli altri egli ha creato una nuova civiltà pittorica e una nuova visione del mondo.
Né meravigli che un giovane tra i venticinque e i trenta anni, nel compiere questo portento, abbia avuto i suoi momenti di incertezza, di ritorni su sé stesso, di slanci subitanei e di stanchezza.


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martedì 9 novembre 2010

TRAMONTO (Sunset) - Giorgione




TRAMONTO (1508 circa)

Giorgione (1477-1510)


National Gallery di Londra

Tela cm. 91,5 x 73,3
Clicca immagine per un'alta risoluzione
Pixel 2000 x 1710 - Mb 1,73


Nell'ampio paesaggio del TRAMONTO, più maturo rispetto a quello della TEMPESTA del museo dell'Accademia di Venezia, s'inseriscono a destra il San Giorgio che lotta con il drago e a sinistra un uomo ,maturo, forse da identificare con il Buon Samaritano, che medica la gamba ad un giovane.

Ancora oggi il significato iconografico del soggetto è oscuro, forse si tratta di San Rocco (l'uomo maturo) protettore della peste, di Sant'Antonio (il mostro che esce dall'acqua) e di San Giorgio che lotta contro il male rappresentato dal drago.

Stilisticamente il quadro è vicino ai TRE FILOSOFI (1508) di Vienna.

Stessa è la maniera morbida di trattare la materia pittorica, il vivace gioco di ombre e la grande resa naturalistica.

Giorgione è lontano dalla rigorosa costruzione prospettica quattrocentesca ed il senso lirico del suo paesaggio è molto vicino a quello delle testimonianze pittoriche di Leonardo nel nord Italia.

La tipologia del paesaggio del TRAMONTO di Giorgione è molto vicina ad ORFEO ED EURIDICE, quadro giovanile di Tiziano, ancora legato alla sua formazione giorgionesca.

Ma se nel Maestro il paesaggio è puro sentimento, un sogno, in Tiziano c'è forse un forte senso della realtà.

Il quadro di Bergamo è stato per secoli attribuito a Giorgione, mentre oggi si è più propensi a credere che sia una copia di Tiziano desunta da un originale perduto di Giorgione.


Il dipinto è stato ritrovato nel 1933 in condizioni rovinose da G. Lorenzetti, allora direttore del Museo Correr di Venezia, in passato proprietà dei Michel e poi dei Donà delle Rose.

Sebbene fosse riconosciuto il suo valore artistico, negli anni '40 viene dato il permesso di esportazione del quadro come "opera di imitazione o copia".

Negli anni '60 il quadro è acquistato da un collezionista privato inglese e, successivamente, passa alla National Gallery di Londra, dove si trova tutt'oggi.

All'Albertina di Vienna è conservata un'incisione di G. Campagnola desunta dalla figura del giovane seduto che si fa medicare la gamba.


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sabato 15 maggio 2010

CRISTO PORTACROCE (Christ Carrying the Cross) - Giorgione


CRISTO PORTACROCE (1500 circa)
Giorgione (1477 circa - 1510)
Pittore italiano
Isabella Steward Gardner Museum di Boston
Olio su tavola cm. 52,9 x 42,3


La tavola presenta un primo piano di Cristo, intento a portare la croce, strumento del suo martirio.
Il suo bellissimo volto, solcato da una pungente lacrima, è triste, e gli occhi fissano malinconicamente lo spettatore.
Sul capo porta ancora la corona di spine impostagli dai soldati per schernirlo.
Non c'è rabbia nella sua espressione, dolore, quello sì, un dolore che scaturisce dalla consapevolezza di essere stato abbandonato.
La decorazione della veste in giallo oro, con una fascia decorata con una scritta in lettere arabiche, ricorda quella di uno dei personaggi de "I tre Filosofi" (Vienna, Kunsthistorisches Museum).

La tipologia stilistica dell'opera è molto vicina a delle tavole dello stesso soggetto di Giovanni Bellini (una all'Accademia dei Concordi a Rovigo e un'altra al Museum of Fine Arts di Toledo negli Stati Uniti) eseguite su suggerimento di un disegno lasciato da Leonardo durante il soggiorno nel 1501 a Venezia, e certamente viste dal giovane Giorgione all'interno della bottega del maestro.
È anche possibile che la commissione del quadro sia stata fatta all'interno della bottega, notoriamente la più famosa dell'area veneta.
Nel dipinto di Giorgione si avvertono mutamenti stilistici rispetto al Bellini, sicuramente apportati grazie all'influenza del naturalismo della pittura fiamminga, nota a Venezia in virtù degli scambi commerciali della città lagunare con le Fiandre.

La critica specializzata non è unanimemente concorde ad assegnare questa tavola a Giorgione.., e io non mi pronuncio in merito.
La prima attribuzione al maestro veneto risale al Cavalcaselle (1871), quindi negli anni si è assistito ad una girandola di nuovi nomi: Venturi (1913) parla di un "Anonimo mediocre seguace del Bellini"..., Hendy (1930) pensa sia un'opera giovanile di Palma il Giovane..., Heinemann (1962) è certo di trovarsi davanti ad un quadro di Tiziano..., Zampetti (1975) ritiene che la tavola sia opera di Giovanni Bellini.
A parte ogni controversia attributiva, appare certo che l'esecuzione dell'opera cada nei primissimi anni del Cinquecento.
Se si tratta di un lavoro di Giorgione certamente non si dovrebbe andare più in là dell'esecuzione della Pala di Castelfranco, quindi prima del 1504.


La tavola prima di emigrare in America faceva parte della collezione del conte A. Zileri dal Verme di Vicenza.
Nel 1898 Bernard Berenson, noto critico d'arte, l'acquistò come opera di Giorgione per la ricchissima Isabella Stewart Gardner, che grazie ai consigli dello studioso aveva costituito una delle più interessanti collezioni d'arte degli Stati Uniti, oggi aperta al pubblico.
Il Morelli (1884) aveva messo la tavola in relazione con uno dei quadri in casa di Taddeo Contarini, citati dal Michiel nel 1525 come opera del Bellini.


COMMITTENTI GIORGIONESCHI

Le notizie relative alle opere del Giorgione circolanti a Venezia ci sono fornite dal manoscritto conservato alla Biblioteca Marciana della città lagunare, redatto da Marcantonio Michiel, un nobile veneziano morto nel 1552, vicino agli intellettuali e agli artisti del suo tempo.
Grazie alle sue informazioni sappiamo che Taddeo Contarini possedeva del Giorgione "I tre Filosofi" (Vienna, Kunsthistorisches Museum), che Girolamo Marcello aveva in casa "La Venere dormiente" (Dresda, Gem~ldegalerie) e che Gabriele Vendramin, il quale possedeva la collezione più prestigiosa della città, aveva "La Vecchia" e "La Tempesta" (ambedue conservate presso le Gallerie dell'Accademia di Venezia).


PICCOLE TRACCE DI GIORGIONE

Nella storia e nella storiografia dell'arte il "caso" di Giorgione è veramente unico, quasi paradossale.
Dell'artista, fiorito a Venezia nel cuore del Rinascimento, durante un periodo in cui non scarseggiano certo notizie sui pittori, ci sono arrivati pochissimi dati..., i dipinti certi, ricordati dalle fonti più antiche, sono un numero limitatissimo.
Eppure, in quasi quattro secoli la fama e la gloria di Giorgione non hanno mai conosciuto dubbi, e il maestro di Castelfranco è un punto di riferimento preciso per l'evoluzione dell'arte italiana alle soglie del XVI secolo, oltre che uno dei pittori sicuramente più conosciuti e amati dal pubblico.

Ricamando leggende fantasiose intorno agli scarni episodi della biografia è stata costruita la figura di un eroe romanzesco: un giovane appassionato, morto poco più che trentenne, che evoca con il suo pennello il soffio leggero e amabile del paesaggio veneto, l'idillio campestre, un mondo di ragazzi innamorati, di suonatori di liuto e di splendide fanciulle. La lettura critica dell'arte di Giorgione, e la ricostruzione del catalogo delle sue opere (resa difficile dall'intenso rapporto di collaborazione con altri pittori contemporanei, e in particolare con Sebastiano del Piombo e Tiziano) hanno spesso dovuto piegarsi all'interpretazione letteraria, in chiave romantica, del personaggio.

Sarebbe effettivamente difficile dire di Giorgione qualcosa di più di questo: che le sue opere non sono null'altro che il limpido specchio del Rinascimento alla sua altezza suprema.
Egli mi appare più come un mito che come un uomo.
Nessun destino di poeta è comparabile al suo, in terra.
Tutto, o quasi, di lui si ignora.
Il suo nome non è scritto in nessuna sua opera..., e qualcuno non gli riconosce alcuna opera certa.
Pure, tutta l'arte veneziana sembra infiammata dalla sua rivelazione.

Il suo ingegno originale ed eminentemente poetico irraggia una luce così pura, la sua indole artistica, semplice e franca, ci parla con tanta forza e con tali attrattive, che, come è capitato a me, a chiunque lo abbia inteso una volta non uscirà mai più di mente.


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giovedì 8 aprile 2010

RITRATTO DI GIOVANE UOMO - Portrait of young man (Ritratto Giustiniani) 1506 - Giorgione

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RITRATTO DI GIOVANE UOMO
Ritratto Giustiniani (1506 circa)
Giorgione (1477 - 1510)
Pittore italiano
Staatliche Museen di Berlino
Tela cm. 58 x 46
CLICCA IMMAGINE per un'alta risoluzione
Pixel1620 x 2500 - Mb 1,66


Nel campo tuttora molto dubbio della ritrattistica giorgionesca, questo è uno dei dipinti che incontrano maggiore consenso dei critici, anche per la sottile definizione psicologica, venata di malinconia, caratteristica dei ritratti di Giorgione.

Su un fondo grigio scuro tendente al verde-azzurro (purtroppo l'immagine immessa non rende la giusta visione), un giovane dai lunghi capelli castani, bene acconciati, mi sta osservando di tre quarti, serio e muto.
Indossa una semplice e ampia veste, forse di raso di seta, color lilla.
Appoggia la mano destra su un parapetto, che lo spinge più in profondità.
L'impianto della figura e dei suoi volumi è quasi geometrico, addolcito da un colore tenero e caldo e dall'espressione intensa e un po' malinconica.

La superficie pittorica è piuttosto abrasa, ma permette ugualmente di notare la morbida e leggera stesura delle tinte e il graduale e vibrante trapasso dei toni, specie nell'abito.
Il colore e il chiaroscuro sfuggono a ogni definizione precisa di contorno, dando l'impressione che lo spazio atmosferico avvolga il personaggio.
Anche l'atteggiamento di quest'ultimo e soprattutto la sua espressione rivelano sentimenti difficilmente comprensibili: qualcosa di nascosto e impenetrabile esprimono quegli occhi, pensieri intimi e momentanei.

Il quadro prende così i connotati del ritratto moderno, svelando una sottile psicologia del giovane aristocraticamente solitario.
Il personaggio infatti non è rappresentato in veste eroica e distaccata, in una sorta di omaggio dell'artista verso il committente, come risulta invece dalle opere di Antonello da Messina, quali il "Ritratto di uomo" sempre a Berlino, o di Giovanni Bellini, come il "Ritratto del doge Leonardo Loredan" alla National Gallery di Londra.

L'affascinante quadro di Giorgione è dunque esemplare per i ritratti successivi ed è pressoché contemporaneo al "Ritratto di Laura" del 1506 al Kunsthistorisches Museum di Vienna, con il quale presenta affinità di stile e di carattere.


Databile intorno al 1506, l'opera nel 1884 passò dalla Collezione Giustiniani (da cui prese l'appellativo) di Padova al critico J.P. Richter.
Questi lo attribuì a Giorgione e lo vendette ai Musei di Berlino.
Sulla balaustra rappresentata nel dipinto è iscritta la sigla «V.V.».

martedì 2 giugno 2009

RITRATTO DI GIOVANE SPOSA (LAURA - Portrait of young bride)- Giorgione

RITRATTO DI GIOVANE SPOSA (LAURA) (1506)
Giorgione (1477 circa - 1510)
Kunsthistorisches Museum di Vienna
Tela su tavola di cm. 41 x 33,5


Il quadro è il ritratto di una giovane donna, florida e sensuale... Laura.

Ai lati del volto rotondo pendono due ciocche scomposte dei capelli castani.
Con la mano destra la giovane discosta la veste rossa con i bordi di pelliccia e scopre un turgido seno, quasi accarezzato dal velo che scende dai capelli.
Alla fissità apparente del volto fa eco il gioco malizioso e un po' perverso del corpo.
Alle spalle, contro lo sfondo nero, si trova un ramo di alloro.
Risaltando contro la superficie scura le nudità di Laura sono illuminate da un intenso chiarore e appena oscurate da una lieve ombreggiatura che dà loro una dolce rotondità.
Questo lieve distendersi di luci e colori è l'ambiguità dell'immagine ricordano certi ritratti di Leonardo ben noti al Giorgione.




Si pensi in particolare alla GINEVRA BENCI, il cui nome è ricordato dal ramo di ginepro sul fondo.
Analogamente nel quadro di Vienna il ramo di alloro potrebbe alludere al nome di Laura.
Si è anche ipotizzato che si tratti del ritratto di una poetessa oppure di quello di una cortigiana dotto l'effige di Dafne.

Il quadro ora al Kunsthistorisches Museum di Vienna reca sul retro un'iscrizione di Giorgione, secondo la quale il dipinto fu compiuto il primo giugno 1506 per un certo messer Giacomo.
Si tratta dunque dell'unico dipinto esistente del pittore datato con certezza.
L'opera è documentata nel 1636 a Venezia nella collezione di Bartolomeo della Nave, dove è inventariata come il RITRATTO DI LAURA PETRARCA e attribuita al Giorgione.
In seguito passò al duca di Hamilton in Inghilterra e di qui all'arciduca Leopoldo Guglielmo a Bruxelles come opera di ignoto.

Originariamente il dipinto comprendeva la mano sinistra che fu tagliata nel Diciassettesimo secolo quando il quadro è stato ridotto nella forma ovale.
In un restauro del 1832 gli sono state restituite le misure originarie.


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RITRATTO DI VECCHIA (Portrait of old) - Giorgione

RITRATTO DI VECCHIA (1508 - 1510)
Giorgione (1477 circa - 1510)
Gallerie dell'Accademia di Venezia
XVI secolo
Olio su tela cm. 68 x 59

CLICCA IMMAGINE Alta risoluzione
Pixel 1780 x 2170 - Mb 1,99


Il busto di una vecchia, affacciata da un parapetto, emerge dall'ombra dello sfondo.
Nella mano destra, poggiata sul seno (coperto ora) tiene un cartiglio, sul quale è la scritta COL TEMPO.
Il suo volto è segnato dall'età avanzata.
Giorgione va al di là del semplice ritratto, soffermandosi, soprattutto, sul carattere della donna.

Questo procedimento risale a Leonardo, che raccomandava vivamente gli artisti di ritrarre anche i lati meno affascinanti della natura.

Sembra che il tema della "vecchia", inteso come il "trascorrere del tempo", derivi dall'AVARIZIA di Dürer (Kunsthistorisches Museum di Vienna).
Il suggerimento trova conferma dal fatto che Giorgione incontrò l'artista tedesco durante il suo soggiorno a Venezia.

Nel Cinquecento fu ipotizzato che potesse trattarsi del RITRATTO DELLA MADRE DI TIZIANO ALLA MANIERA DI GIORGIONE, citato negli inventari della Collezione Manfrin.
Tale attribuzione fu rettificata, a favore di Giorgione, già alla metà del secolo, e confermata del tutto dopo il restauro del 1949.
In epoca più recente è stata avanzata l'ipotesi, suffragata dalla presenza del cartiglio, che si tratti dell'allegoria della vanità, che non tiene conto del passare del tempo.
Questa interpretazione è in sintonia con la proposta del noto critico d'arte Bernard Berenson, secondo il quale la vecchia somiglia alla giovane de LA TEMPESTA (Galleria dell'Accademia di Venezia); quindi, alla luce di questo giudizio, il compito della "vecchia" sarebbe quello di ricordare alla "giovane" il valore effimero della bellezza.


Il quadro giunse nelle Gallerie dell'Accademia nel 1856, proveniente dalla Collezione Manfrin.
Insieme a LA TEMPESTA, esso è citato nell'inventario del 1528 della Collezione Vendramin, come TESTA DI DONNA VECCHIA CON UN VELO INTORNO AL CAPO.
Nell'inventario del 1565, fatto redigere da Luca Vendramin in occasione della trattativa di vendita (MAI PERFEZIONATA) della collezione di famiglia ad Alberto V di Baviera, il quadro è citato come RITRATTO DELLA AMDRE DI GIORGIONE DI MANO DIO GIORGIONE.


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IL CORPUS GIORGIONESCO

Le scarne notizie biografiche di Giorgione hanno ostacolato la ricostruzione del suo percorso artistico.
Le uniche date certe sulle quali è stato possibile ricostruire il corpus giorgionesco sono...

- Il 1500, anno degli affreschi del Fondaco de' Tedeschi a Venezia.
- Il 1506, anno dell'esecuzione di RITRATTO DI LAURA (Kunsthistorisches Museum di Vienna).
- Il 1510, anno del RITRATTO TERRIS (Fines Arts Gallery di San Diego).

Oggi le opere assegnate con certezza a Giorgione sono circa centotto, un numero assai esiguo se si pensa che l'artista è stato uno dei più importanti protagonisti della pittura italiana del Cinquecento.
La sua attività può essere divisa in tre momenti..., la prima maniera, indicata dal Vasari come quella più influenzata dal Bellini..., la maniera moderna in cui l'artista subisce il fascino della pittura di Leonardo..., infine, l'ultima maniera, spesso confusa con l'opera giovanile di Tiziana.


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TRE FILOSOFI (Three Philosophers) - Giorgione

TRE FILOSOFI (1508 circa)
Giorgione (1477 circa - 1510)
Pittore italiano
Kunsthistorisches Museum a Vienna
Tela cm 123,3 x 144,5
CLICCA IMMAGINE Alta risoluzione
Pixel 1800 x 1630 - Mb 1,27


Tre uomini di età diversa compaiono sulla destra del quadro.
Due di loro hanno carte e oggetti da studio.
I tre personaggi, solenni nelle pose e nei panneggi, sono ben distinti fra loro sia per i caratteri fisionomici che per gli abiti dai colori accesi: verde e bianco per il giovane seduto, rosso per l'uomo di centro vestito all'orientale, giallo per il vecchio.
Il paesaggio ha un ruolo preminente nel dipinto, caratterizzato da netti passaggi fra zone in luce e zone in ombra.
La natura varia e rigogliosa circonda i suoi abitanti che sono in perfetto accordo con essa.
La rappresentazione è unitaria grazie all'armonica distribuzione della luce.
L'opera è databile intorno al 1508 per le affinità stilistiche con il "Festino degli dei" firmato da Giovanni Bellini, maestro di Giorgione, datato 1514 ma iniziato almeno cinque anni prima.
Numerosissime sono state le interpretazioni proposte per il quadro di Vienna: si è ritenuto che esso rappresentasse effettivamente dei filosofi, oppure degli astronomi, i Re Magi, le tre età dell'uomo, l'allegoria della vita contemplativa, o, infine, tre aspetti dell'anima (celeste, spirituale e terrena).

Nel 1525 il veneziano Marcantonio Michiel vide il dipinto nella collezione di Taddeo Contarini a Venezia e la intitolò i "Tre filosofi nel paese".
Presente nella collezione di Bartolomeo della Nave nel 1636, l'opera nel 1638 era nella collezione di Fielding Hamilton di Londra, nel 1658 giunse in quella di Leopoldo Guglielmo a Bruxellles.
In quest'ultima collezione la tela fu tagliata a sinistra di circa 17,5 cm, e venne copiata dal Teniers (Dublino, National Gallery of Ireland).
Il quadro passò quindi al Kunsthistorisches Museum di Vienna con tutta la collezione di Leopoldo Guglielmo.

Dalle radiografie risultano alcune varianti nella composizione dovute al Giorgione stesso: l'uomo di destra aveva un diadema sul capo, quello di centro la pelle scura, il giovane seduto una berretta e la grotta era più evidente.


lunedì 1 giugno 2009

GIUDITTA (Judith) - Giorgione


GIUDITTA (1505 circa)

Giorgione (1477 circa - 1510)
Pittore italiano
Museo dell'Ermitage
San Pietroburgo

Olio su tavola
( trasportato su tela) cm 144 x 66,5




CLICCA IMMAGINE
Alta risoluzione
Pixel 1120 x 2500 - Mb 1,17






















Giuditta che decapita Oloferne, capo degli Assiri, dopo averlo ubriacato, salvando così il suo popolo dall'aggressione, è uno degli episodi biblici più drammatici e cruenti.
Da quest'opera è però impossibile avvedersene perché Giorgione ha scelto di rappresentare 1'episodio in modo particolarmente idillico privilegiando, fra i molti significati attribuiti a questo soggetto, quello che vede in esso la vittoria della virtù sul la forza bruta e bestiale.
A tal fine è determinante, innanzi tutto, l'ambiente nel quale è immersa la scena.
Non ci troviamo in un luogo chiuso ma in uno splendido paesaggio, in prossimità di un muretto che indica la presenza di una casa poco lontana, certo quella dove Oloferne è stato ucciso.
Sullo sfondo, la distesa verde di alberi e prati è lambita dal dispiegarsi tranquillo e sereno del mare azzurro dietro il cui orizzonte sta per sorgere, più che tramontare, il sole.
Il pittore ci ha risparmiato il violento antefatto della scena che stiamo osservando.
Il corpo senza vita di Oloferne giace in un letto insanguinato che noi non vediamo e del terribile atto compiuto dall'eroina biblica non vi è nel quadro altro eco che la testa mozzata e abbandonata per terra.
In segno di vittoria, Giuditta ha appoggiato il piede sulla fronte di Oloferne ma vi è una tale dolcezza nel suo gesto da rendere difficile credere che sia lei l'assassina.
I suoi occhi scivolano con timida tenerezza sul capo reciso e la mano destra si appoggia all'enorme spada servendosene come di un sostegno più che come di un'arma da aggressione.
Con lenta malinconia, le luci, unite in un tono cromatico omogeneo e caldo, avvolgono la scena contribuendo a trasmettere un'atmosfera di serenità e di tranquillo abbandono che scagiona Giuditta da qualsiasi senso di colpa per quello che ha fatto.

Originariamente in Italia, la Giuditta fu portata in Francia alla fine del Seicento dal Forest.
Successivamente la tavola appartenne alla collezione di Bertin e, nel 1729, a quella di Pierre Crozat dal quale, per successione ereditaria, giunse al figlio Louis François.
Quando questi morì, la tela di Giorgione passò a Caterina di Russia che nel 1772 acquistò tutta la raccolta di quadri del francese destinandola all'Ermitage.
Considerata di Raffaello fino a gran parte dell'Ottocento. la Giuditta fu attribuita a Giorgione solo nel 1891 e datata intorno al 1504-1505.


Il libretto di Marcantonio Michiel

Marcantonio Michiel, un autodidatta di fine educazione artistica che ebbe stretti rapporti con gli artisti e i dotti del suo tempo, costituisce una delle fonti più importanti per la conoscenza dell'arte veneta fino al primo Cinquecento e, in particolare, di Giorgione.
Egli raccolse in un testo, edito incompleto solo nel 1800, varie notizie messe insieme fra il 1521 e il 1543 durante i suoi viaggi e le sue visite alle collezioni d'arte del Veneto e della Lombardia.
È proprio grazie alle "Notizie del Disegno", così era intitolato il libretto, che veniamo a conoscenza della grande fortuna di Giorgione presso i collezionisti privati veneti.
Michiel, che descrisse soprattutto le collezioni della regione, cita infatti molti quadri dell'artista presenti in esse (per esempio "I Tre Filosofi" e "La Tempesta") cercando anche di coglierne i significati spesso enigmatici e misteriosi.



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