La tavola presenta un primo piano di Cristo, intento a portare la croce, strumento del suo martirio.
Il suo bellissimo volto, solcato da una pungente lacrima, è triste, e gli occhi fissano malinconicamente lo spettatore.
Sul capo porta ancora la corona di spine impostagli dai soldati per schernirlo.
Non c'è rabbia nella sua espressione, dolore, quello sì, un dolore che scaturisce dalla consapevolezza di essere stato abbandonato.
La decorazione della veste in giallo oro, con una fascia decorata con una scritta in lettere arabiche, ricorda quella di uno dei personaggi de "I tre Filosofi" (Vienna, Kunsthistorisches Museum).
La tipologia stilistica dell'opera è molto vicina a delle tavole dello stesso soggetto di Giovanni Bellini (una all'Accademia dei Concordi a Rovigo e un'altra al Museum of Fine Arts di Toledo negli Stati Uniti) eseguite su suggerimento di un disegno lasciato da Leonardo durante il soggiorno nel 1501 a Venezia, e certamente viste dal giovane Giorgione all'interno della bottega del maestro.
È anche possibile che la commissione del quadro sia stata fatta all'interno della bottega, notoriamente la più famosa dell'area veneta.
Nel dipinto di Giorgione si avvertono mutamenti stilistici rispetto al Bellini, sicuramente apportati grazie all'influenza del naturalismo della pittura fiamminga, nota a Venezia in virtù degli scambi commerciali della città lagunare con le Fiandre.
La critica specializzata non è unanimemente concorde ad assegnare questa tavola a Giorgione.., e io non mi pronuncio in merito.
La prima attribuzione al maestro veneto risale al Cavalcaselle (1871), quindi negli anni si è assistito ad una girandola di nuovi nomi: Venturi (1913) parla di un "Anonimo mediocre seguace del Bellini"..., Hendy (1930) pensa sia un'opera giovanile di Palma il Giovane..., Heinemann (1962) è certo di trovarsi davanti ad un quadro di Tiziano..., Zampetti (1975) ritiene che la tavola sia opera di Giovanni Bellini.
A parte ogni controversia attributiva, appare certo che l'esecuzione dell'opera cada nei primissimi anni del Cinquecento.
Se si tratta di un lavoro di Giorgione certamente non si dovrebbe andare più in là dell'esecuzione della Pala di Castelfranco, quindi prima del 1504.
La tavola prima di emigrare in America faceva parte della collezione del conte A. Zileri dal Verme di Vicenza.
Nel 1898 Bernard Berenson, noto critico d'arte, l'acquistò come opera di Giorgione per la ricchissima Isabella Stewart Gardner, che grazie ai consigli dello studioso aveva costituito una delle più interessanti collezioni d'arte degli Stati Uniti, oggi aperta al pubblico.
Il Morelli (1884) aveva messo la tavola in relazione con uno dei quadri in casa di Taddeo Contarini, citati dal Michiel nel 1525 come opera del Bellini.
COMMITTENTI GIORGIONESCHI
Le notizie relative alle opere del Giorgione circolanti a Venezia ci sono fornite dal manoscritto conservato alla Biblioteca Marciana della città lagunare, redatto da Marcantonio Michiel, un nobile veneziano morto nel 1552, vicino agli intellettuali e agli artisti del suo tempo.
Grazie alle sue informazioni sappiamo che Taddeo Contarini possedeva del Giorgione "I tre Filosofi" (Vienna, Kunsthistorisches Museum), che Girolamo Marcello aveva in casa "La Venere dormiente" (Dresda, Gem~ldegalerie) e che Gabriele Vendramin, il quale possedeva la collezione più prestigiosa della città, aveva "La Vecchia" e "La Tempesta" (ambedue conservate presso le Gallerie dell'Accademia di Venezia).
PICCOLE TRACCE DI GIORGIONE
Nella storia e nella storiografia dell'arte il "caso" di Giorgione è veramente unico, quasi paradossale.
Dell'artista, fiorito a Venezia nel cuore del Rinascimento, durante un periodo in cui non scarseggiano certo notizie sui pittori, ci sono arrivati pochissimi dati..., i dipinti certi, ricordati dalle fonti più antiche, sono un numero limitatissimo.
Eppure, in quasi quattro secoli la fama e la gloria di Giorgione non hanno mai conosciuto dubbi, e il maestro di Castelfranco è un punto di riferimento preciso per l'evoluzione dell'arte italiana alle soglie del XVI secolo, oltre che uno dei pittori sicuramente più conosciuti e amati dal pubblico.
Ricamando leggende fantasiose intorno agli scarni episodi della biografia è stata costruita la figura di un eroe romanzesco: un giovane appassionato, morto poco più che trentenne, che evoca con il suo pennello il soffio leggero e amabile del paesaggio veneto, l'idillio campestre, un mondo di ragazzi innamorati, di suonatori di liuto e di splendide fanciulle. La lettura critica dell'arte di Giorgione, e la ricostruzione del catalogo delle sue opere (resa difficile dall'intenso rapporto di collaborazione con altri pittori contemporanei, e in particolare con Sebastiano del Piombo e Tiziano) hanno spesso dovuto piegarsi all'interpretazione letteraria, in chiave romantica, del personaggio.
Sarebbe effettivamente difficile dire di Giorgione qualcosa di più di questo: che le sue opere non sono null'altro che il limpido specchio del Rinascimento alla sua altezza suprema.
Egli mi appare più come un mito che come un uomo.
Nessun destino di poeta è comparabile al suo, in terra.
Tutto, o quasi, di lui si ignora.
Il suo nome non è scritto in nessuna sua opera..., e qualcuno non gli riconosce alcuna opera certa.
Pure, tutta l'arte veneziana sembra infiammata dalla sua rivelazione.
Il suo ingegno originale ed eminentemente poetico irraggia una luce così pura, la sua indole artistica, semplice e franca, ci parla con tanta forza e con tali attrattive, che, come è capitato a me, a chiunque lo abbia inteso una volta non uscirà mai più di mente.
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