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martedì 19 novembre 2013

FRANCISCO GOYA e i ROMANTICI a ROMA (Romantics in Rome)

Autoritratto di Goya (1815)

Ho tratto lo spunto per questa pagina su Goya da una recensione fatta da Giovanni Battista Angioletti (Milano, 27 novembre 1896 – Santa Maria la Bruna, 3 agosto 1961) è stato un giornalista e scrittore italiano.

L'autore, prendendo lo spunto da un soggiorno a Roma del grande pittore spagnolo, paragonandolo ad un suo amico pittore, morto giovanissimo, vuole dirci che anche ad un pittore del talento dello spagnolo è stato impossibile cogliere il vero volto, sempre sfuggente e mutabile, della città, anche a lui che fu in grado di cogliere la più drammatica realtà del suo Paese; ciò è stato possibile solo ai registi cinematografici neo-realisti del dopoguerra.

Francisco Goya (1746-1828 - pittore ed incisore spagnolo, fu in Italia nel 1770; ritornato in Spagna, trasferitosi a Madrid, fu pittore di corte sotto Carlo IV e Ferdinando VII; di tendenze liberali, dopo i moti del 1820, fuggì in Francia, dove morì) era venuto a Roma nel 1769, per sottrarsi alle conseguenze di una sanguinosa avventura personale; e se ne tornò a Saragozza quattro anni dopo, rimpatriato in gran fretta dal suo ambasciatore in seguito ad un nuovo malanno: il rapimento di una giovane trasteverina.

Nel frattempo, il soggiorno romano era stato un susseguirsi di risse, di serenate sotto i balconi, di scorribande notturne; e dipingere, il meno possibile, più per forza che per amore.

Certo, a Roma il giovane spagnolo ebbe modo di impadronirsi di un mestiere nel quale gli Italiani dettavano ancora legge, ma la città non era fatta per un temperamento come il suo, esuberante, sempre portato a drammatizzare, a indignarsi, a commuoversi.

Qui la sola tragedia visibile era suscitata dalla bellezza che si logorava, si sgretolava senza tuttavia scomparire del tutto, perché sempre le si poneva accanto qualcosa di somigliante e anzi di più imponente.

Dalla Roma dei Cesari a quella dei Papi era stato tutto un ingrandirsi, un gonfiarsi dei medesimi motivi stilistici, passando dal sobrio al solenne, dal grandioso al fastoso; sicché dal Pantheon (tempio romano, fatto costruire da Agrippa, genero di Augusto, in onore di tutti gli dei) a San Pietro non c'era frattura, né si poteva scorgere il segno di una rivoluzione.

L'eternità di Roma era assicurata da quel suo rimaner fedele ad ogni costo, perfino attraverso le allucinazioni barocche (il barocco è uno stile, caratteristico del '600, particolarmente pomposo, eccessivo, stravagante: l'architettura romana ne fu molto influenzata, tanto che Roma resta una città prevalentemente barocca), agli antichissimi canoni.

E Goya era invece un romantico, un novatore, convinto che l'uomo doveva essere liberato da ogni tirannia, non esclusa, anzi fra le primissime, la tirannia estetica.

Aveva detto che "il sonno della ragione produce mostri". Ma non certo a Roma, dove la ragione dormiva sempre con un occhio solo, bene attenta a mantenere intatta la propria gravità; e il giovane pittore non sarebbe mai riuscito a cogliere la città in fallo, neppure in un giorno di carnevale o di sommossa: ché in breve ora tutto tornava placido, tutto riassumeva quell'apparenza magnanima che inebriava di sé perfino i quartieri popolari, tra il salmodiare delle processioni e la studiata dignità dei nobili e dei prelati.

Quando poi non poteva far a meno di sfogarsi e chiamar le cose col proprio nome, Roma usava il dialetto: un modo anche questo di escludere lo straniero da ogni confidenza sincera.

Non rimaneva allo Spagnolo, dunque, se non distruggere in sé ogni ricordo di colonne e di archi; e, tornato in patria, affidarsi tutto al proprio genio per scoprire l'uomo nella sua solitudine e nella sua miseria, nelle sue debolezze e perfidie e torture.

Divenne, sì, pittore di corte, presidente dell'Accademia, ritrattista ricercatissimo; 'ma era l'inevitabile scotto che doveva pagare affinché lo lasciassero libero nel suo più segreto lavoro, e così passassero quasi di contrabbando i Capricci, i Disastri, e quelle grandi tele narrative che dovevano aprire la strada a tanta pittura moderna.
  
Fucilazioni del tre maggio - Francisco Goya

Una strada che porterà dalla Maja desnuda alle Fucilazioni del tre maggio, ma passando sempre lontano da Roma: dove la storia continuava ad assumere in pittura le parvenze del melodramma e in poesia si ammansiva nell'epica popolaresca.

Eppure, qualche decina d'anni fa un pittore italiano (a questo punto l'autore si lascia prendere dal ricordo di un suo amico pittore, il maceratese Gino Bonichi, detto Scipione (1904-1933) morto giovanissimo di tisi) era riuscito a spezzare, con una violenza simile a quella di Goya, l'incantesimo classico, per darci finalmente una Roma viva, vibrante, perfino tragica.

Anche fisicamente assomigliava al grande spagnolo: il volto largo e aperto, lo sguardo dritto, che partiva dagli occhi meravigliati e tuttavia attenti ad ogni mossa, ad ogni apparizione; il collo corto e robusto, e in tutto il corpo una solidità che purtroppo era più apparente che non reale: ché entrambi erano corrosi dal male, e se Goya poté dominarlo, e anzi trarne maggior potenza d'ingegno, Scipione ne fu condotto ancora giovanissimo alla morte.
Anche si somigliavano per il calore vitale, per il prepotere dei sensi e l'ansia tormentosa di domarli, infine per quel bisogno di liberarsi dalle convenzioni e snidare la verità ovunque fosse andata a celarsi.

Non stupisca il raffronto.
Scipione morì a ventinove anni, nell'età in cui Goya non era ancora Goya, ma un ottimo pittore sempre in cerca della propria fisionomia.

Scipione, certo, aveva inteso la lezione dei maestri, non escluso fra questi lo spagnolo, ma già il suo stile particolare si avvicinava alla potenza e lo avrebbe portato molto lontano.

Noi, che lo abbiamo conosciuto, non potevamo dubitarne, noi eravamo sicuri che egli, interprete delle nostre speranze e dei nostri furori; avrebbe messo finalmente a nudo il cuore della nostra generazione, così come Goya aveva denudato il cuore della Spagna.

Qui l'autore ricorda certe notti passate insieme all'amico pittore, in piazza del Popolo (celebre e bellissima piazza di Roma, ancor oggi punto d'incontro di artisti e poeti).

Ognuno di noi faceva volare a proprio modo gli angeli, emblemi della nostra insofferenza per la fallace realtà terrena (i discorsi degli amici erano di condanna e d'irrisione per la grandezza, ormai divenuta fastidiosa, della grande città: I'autore risolve questo loro senso di ribellione e di insofferenza nell'immagine degli angeli, che adornano tanti monumenti e tante chiese di Roma, lanciati in aria), ognuno escogitava inferni sulla propria misura, forzava la città che ci ospitava a svelare un suo disperato lirismo (l'essenza poetica della città, difficile da rappresentare).

Ma gli angeli di Scipione erano i più 'veri', erano gli angeli di pietra che abbandonavano i ponti sul Tevere per imporre un brivido di stupore ai placidi cittadini (questi giovani poeti e pittori vogliono scandalizzare e impaurire i gretti borghesi: un celebre quadro ha per tema infatti gli angeli che abbandonano i ponti e si precipitano contro gli abitanti di Roma), le Apocalissi (altro quadro di Scipione, raffigurante la fine della città) più probabili erano le sue, con quegli uomini nudi, color del fuoco, che correvano verso mete oscurissime, terrorizzanti; e la città più trasfigurata era la sua, questa Roma non mai prima dipinta, con le statue divincolantisi tra le spire del vento, i gracili obelischi, i tritoni e le sirene di biacca, le cortigiane obese sdraiate tra corvi, pettini, tartarughe, piovre (altra allusione a terni ed aspetti dei suoi quadri).

Talvolta, mentre stavamo seduti a fantasticare sull'orlo della vasca, nella grande piazza deserta, Roma ci concedeva qualcuno dei suoi spettacoli più rari: come quei meravigliosi temporali dalle scariche secche e strepitose tra cupola e cupola, e il subito diluviare sulle mattonelle fumanti del lastrico; o l'aprirsi di una finestra all'alba, e una donna che si affacciava con i capelli sciolti sulle spalle, quasi a suscitare l'inquieto, avido sorriso di Scipione, già pronto a tramutarla in una baccante infuriata sotto Io scoccare di larghe saette, tutte a pezzi e segmenti, in un cielo di zolfo e d'amaranto (baccanti erano le invasate sacerdotesse del dio Bacco: altro quadro, rappresentante una donna romana dai lineamenti stravolti come quelli di una baccante).

Scipione aveva ben capito che il demoniaco, a Roma, non si poteva esprimere nell'orrido, nel mostruoso, ma in quello scomporsi degli atteggiamenti solenni, in quel decadere e corrompersi della venustà, della magniloquenza. E se il grandissimo Goya giunse all'audacia di raffigurare la famiglia reale di Spagna (una delle più celebri pitture dello spagnolo) senza la minima adulazione per nessuno, anzi accentuando il grottesco dei volti, il nostro perduto amico ebbe da solo il coraggio di ritrarre principi e cardinali al limite estremo della loro dignità, già come mummificati in una grandiosa decrepitezza.

Fu un gesto rivoluzionario, compiuto in una città che ignorava o addomesticava tutte le rivoluzioni.

Poi Scipione scomparve, gli anni passarono, diventò così vasta da perdere, con la solennità, la propria magia.

Non fu più la città di poeti e pittori classici o romantici; fu la città dei registi cinematografici di tendenza neorealistica del dopoguerra spintisi con giovanile baldanza nelle periferie, a cercarvi un'ormai smascherata umanità, una tendenza che mira a rappresentare la realtà nella sua cruda evidenza.



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domenica 2 agosto 2009

LA MARCHESA DI PONTEJOS - Francisco Goya

LA MARCHESA DI PONTEJOS (1786 circa)
Francisco Goya (1746 - 1828)
Pittore spagnolo
National Gallery di Washington
Olio su tela cm. 211,5 x 126


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Pixel 1770 x 2500 - Mb 2,14


Si tratta del ritratto a figura intera della marchesa di Pontejos, probabilmente eseguito in occasione delle sue nozze con il colonnello Francisco de Monino Y Rodondo, ambasciatore del Portogallo, nonché fratello del conte Floridablanca, ministro di Carlo III, ritratto da Goya nel 1783 (Madrid, Banco de Espana).

La nobildonna, abbigliata alla moda spagnola del tempo e con un garofano rosa nella mano destra, è colta durante una passeggiata in giardino accompagnata da un piccolo cane, simbolo di fedeltà.

Dietro di lei si apre un fitto bosco il cui profilo si confonde con il cielo ravvivato dagli ultimi raggi di un sole ormai al tramonto.

La calda atmosfera contribuisce ad evidenziare le doti morali della nobildonna.


Questo tipo di ritratto a figura intera e inserito nel paesaggio, venne adottato da Goya per la prima volta nel 1783, nel ritratto di Maria Teresa de Vallabriga (moglie dell'infante Don Luìs), accompagnata dalla figlia, Maria Teresa di Borbone.

E possibile che la nuova tipologia ritrattistica, adatta ad esaltare lo status sociale del personaggio, sia stata espressamente richiesta all'artista dagli stessi committenti, sulla scia del successo ottenuto dal "Ritratto di Maria Luisa di Parma" (Madrid, Museo del Prado), eseguito dal pittore tedesco Anton Raphael Mengs nel 1765.


L'OPERA

Il ritratto fa parte della Mellon Collection, il nucleo di opere d'arte più consistente della National Gallery di Washington messo insieme all'inizio del nostro secolo.

Il Mellon, stimolato da H. C. Frick, si rivolse alle più importanti gallerie europee, alla ricerca di dipinti di suo gusto, unico criterio di scelta da lui adottato.

Quando il Mellon nel 1921 arrivò a Washington per assumere la carica di Segretario del Tesoro, si prodigò affinché la capitale venisse dotata di una galleria nazionale degna di rappresentare gli Stati Uniti d'America.

A tale scopo egli legò tutta la sua collezione a quel museo che, purtroppo, vide la luce solo dopo la sua morte.


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LA MARCHESA DE LA SOLANA - Francisco Goya


LA MARCHESA DE LA SOLANA - Francisco Goya

LA MARCHESA DE LA SOLANA (1794 - 1795)
Francisco Goya (1746 - 1828)
Pittore spagnolo
Museo del Louvre a Parigi
Olio su tela cm. 181 x 122


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Pixel 1640 x 2500 - Mb 1,77


In un ambiente chiuso, spoglio di ogni arredamento, è ritratta la giovane Rita Barrenechea y Morante, marchesa de La Solana e contessa del Carpio, donna intellettuale e autrice di opere teatrali.
L'esecuzione del ritratto risale immediatamente prima della morte della donna, avvenuta nel novembre del 1795, a soli trentotto anni.

Il carattere dolce della marchesa emerge dai vellutati tratti somatici del volto ovale, incorniciato da un velo trasparente che le avvolge le spalle, e dal vistoso fiocco color rosa che contrasta fortemente con i capelli scuri.
La posa delle affusolate mani, tra le quali tiene un ventaglio chiuso, emula quella dei piedi che calzano delle scarpine a punta arricchite da una preziosa decorazione.
La figura aggraziata è fasciata nell'elegante abito scuro che si stacca con grande efficacia cromatica dallo sfondo costruito grazie la sovrapposizione di toni grigi.
La posa assunta dalla donna è molto vicina a quella della "Marchesa di Santa Cruz" (Parigi, Louvre), ritratta da Goya intorno al 1798 all'aperto, circondata da un bel paesaggio.

Nonostante alla fine del Settecento in Spagna fosse molto di moda il ritratto a taglio classico importato dal pittore tedesco Anton Raphael Mengs, Goya fu uno dei maggiori ritrattisti del suo tempo e godette di un enorme successo fra l'aristocrazia spagnola.
Per i suoi personaggi l'artista scelse una posa anticonvenzionale, desunta dalla tradizione spagnola e in particolare da Velàzquez, puntando ad accentuare i loro valori morali e a indagare sui 'moti' dell'animo.


L'OPERA

Il dipinto in passato è appartenuto alla collezione del marchese del Socorro e venne acquistato dagli eredi da Carlos de Beistegui.
In deposito al Louvre dal 1942 con il Legato Beistegui..., esso è entrato a far parte definitivamente delle Collezioni di Stato nel 1953.


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sabato 1 agosto 2009

ASSEMBLEA DELLA COMPAGNIA DELLE FILIPPINE (The Junta of the Philippines) - Francisco Goya

ASSEMBLEA DELLA COMPAGNIA DELLE FILIPPINE (1815)
Francisco Goya (1746 - 1828)
Pittore spagnolo
Staatliche Museen Dahlem a Berlino
Olio su tela cm. 54 x 70


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Pixel 2481 x 1770 - Mb 1,95


Il dipinto raffigura re Ferdinando VII che assiste al Consiglio della Compagnia Reale delle Filippine, presieduto da Don José Luis Munarriz, presidente dal 1815.
I fratelli sono disposti ai lati della stanza: il gruppo di sinistra è colpito dalla luce solare che giunge dalle grandi finestre..., il gruppo di destra è invece totalmente avvolto dalla penombra.
A fianco del re siede Don Miguel de Lardizabal, ministro delle Indie dal maggio del 1814 al settembre del 1815, che dopo qualche tempo dalla realizzazione di questo quadro fu imprigionato.

E' noto che Goya sostenne il governo di Giuseppe Bonaparte..., tuttavia, al suo ritorno in Spagna, nel 1814, Ferdinando VII lo riabilitò, tanto da commissionargli un dipinto che lo raffigura durante il suo primo impegno ufficiale: si tratta della "Assemblea della Compagnia delle Filippine", oggi conservato nel Museo Goya di Castres.

Questa versione di Berlino è sicuramente uno studio preparatorio di quel dipinto, che oltre ad essere di più vaste dimensioni (cm. 319 x 433) si differenzia anche per il suo aspetto decisamente più rifinito, per lo spazio pittorico più ampio, per la decorazione geometrica del pavimento, per la tenda che ricopre la seconda finestra.
Infine, nella versione definitiva davanti alla porta d'ingresso compare una figura che tradizionalmente è considerata come un autoritratto di Goya.
Di contro, il bozzetto è risolto in maniera molto più audace..., lo spazio che separa i due gruppi è investito da una vibrante luce, modulata da un gioco chiaroscurale, che ricorda soluzioni di Velàzquez.


L'OPERA

Acquistato dallo Staatliche Museen di Berlino nel 1900, il dipinto, meno famoso della versione finale, ma non per questo meno affascinante, fu esposto nella mostra "Trésor de la Peinture espagnole" allestita a Parigi nel 1963.


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LA LETTURA - Francisco Goya


LA LETTURA (Men Reading) - Francisco Goya

UOMINI CHE LEGGONO (1821 - 1823)
Francisco Goya (1746 - 1828)
Pittore spagnolo
Museo del Prado di Madrid
Olio su intonaco trasportato su tela cm. 125 x 66

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Pixel 1810 x 450 - Mb 1,62


L'opera appartiene al ciclo delle "pitture nere", cosiddetto dalle colorazioni cupe adottate, composto da quattordici episodi che decoravano la casa di campagna di Francisco Goya nei pressi di Madrid, soprannominata "del Sordo", in riferimento all'infermità che affliggeva l'artista.

La scena qui presentata era inclusa nella serie del primo piano, caratterizzata da una maggiore varietà linguistica ed espressiva, che si attenua negli episodi successivi che decorano il piano terreno.
Discusso è il titolo di questa scena, posta ad ornare la parete di fronte all'ingresso, accanto ad un altro episodio raffigurante DUE GIOVANI DONNE DERIDONO UN UOMO, in cui sono rappresentati quattro uomini che si stringono intorno a un quinto personaggio barbuto che richiama l'attenzione sulle parole di un testo scritto.
Il dipinto è noto anche come LA LETTURA o I POLITICI, per il clima di terrore e di soffocata clandestinità espresso dagli atteggiamenti caricati ed inquieti dei personaggi, costruiti attraverso accostamenti coloristici giocati su improvvisi bagliori di luce alternati a campi d'ombra.
La materia grassa e scura di questa pittura e il cattivo stato di conservazione rendono in alcune parti i contorni delle figure sfuggenti e indefiniti.


Francisco Goya realizzò la serie della QUINTA DEL SORDO nella sua villa di campagna durante la convalescenza successiva alla misteriosa malattia che lo aveva colpito nell'inverno del 1819.

L'artista fece quindi restaurare la casa per poi donarla ne,1823 al nipotino Mariano.

Nel 1860 la villa apparteneva a R.M. Caudmont..., nel 1873 ne divenne proprietario il banchiere di origine tedesca F. Émile Erlanger, che ordinò il distacco delle pitture e il loro trasferimento su tela.
L'edificio venne poi demolito nel 1910, nonostante fosse stato proposto di trasformarlo in un museo dedicato all'opera di Goya.

Fortunatamente è possibile riconoscere i soggetti del ciclo e ricomporre la loro originaria dislocazione, grazie all'inventario dei beni di Goya rimasto nella villa alla sua morte e steso nel 1828 da Brugada, e dalle successive descrizioni di Yriarte (1867).

Prima di essere donati da Erlanger al Prado, i dipinti furono presentati all'Esposizione Universale di Parigi.


LE PITTURE NERE DELLA "QUINTA DEL SORDO"

L'opera fu concepita da Goya nel momento in cui lo scontento popolare serpeggiava in Spagna, per la violenta politica del sovrano Ferdinando VII da poco ritornato al potere.

Cadute le speranze l'artista vide riaffacciarsi i "mostri" contro i quali aveva combattuto la "ragione" degli Illuministi, e venne colto da un travaglio interiore che lo spinse a decorare le pareti della sua casa, dando vita ad uno sfogo che esalta la libertà espressiva e l'immediatezza della resa pittorica, conducendo ad esiti di vero e proprio delirio artistico, attraverso pennellate dense di materia, che anticipano le soluzioni coloristiche dei pittori realisti e romantici dell'Ottocento francese.


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LA FAMIGLIA DI CARLO IV (The family of Charles IV) - Francisco de Lucientes Goya

LA FAMIGLIA DI CARLO IV (1800 - 1801)
Francisco de Lucientes Goya (1746 - 1828)
Pittore spagnolo
Museo del Prado a Madrid
Tela cm 280 x 336

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Pixel 2500 x 1790 - Mb 1,86


Questo grande dipinto deve la sua celebrità alla carica ironica con cui l'artista ha ritratto la famiglia reale di Spagna e all'eccezionale qualità dell'impasto cromatico.
La struttura dell'opera vede i due gruppi di familiari ai lati e al centro le figure di Carlo IV e di Maria Luisa.
La regina, con il suo favorito Goday, detiene il potere e lo sfortunato re sarà vinto e mandato in esilio da Napoleone.
II personaggio in azzurro a sinistra è il principe ereditario, gli è accanto la fidanzata che volge il viso verso il fondo, nascondendolo all'osservatore: Goya ricorre a questo espediente poiché, al momento della stesura dell'opera, la fidanzata non è ancora stata scelta.
Alle spalle del principe si è ritratto lo stesso pittore in atto di dipingere la tela.
Le figure sono disposte secondo la loro importanza, ma l'artista ha colto i personaggi in un momento di distrazione, che rivela al suo occhio disincantato tutta la loro mediocrità, il loro orgoglio e la loro vanità.
Immagine della corte madrilena e dunque simbolo del potere, essi sono vestiti con uniformi eclatanti e vesti la cui
fastosità rende ancora più vivo il senso di vuoto e di precarietà emanato dai volti.
Da rilevare la fluidità della pennellata, dovuta all'uso di colori molto diluiti in acqua che permette al pittore di ottenere quei passaggi graduati dai bruni ai rossi, dai gialli ai bianchi e ai dorati, che fanno di quest'opera una delle più ammirate dell'arte spagnola.


L'OPERA

Nel 1799 Goya era stato nominato "primo pittore di corte" e un anno dopo, precisamente nel marzo del 1800, si accingeva a dipingere nella residenza di Aranjuez questo grande ritratto della famiglia reale, il più celebre tra quelli dei regnanti di Spagna.
Di particolare interesse è la serie di schizzi preparatori, in cui l'artista è riuscito a cogliere, con grande penetrazione psicologica, il carattere di ciascun personaggio.
Purtroppo dei dieci abbozzi, allora realizzati, non ne restano che cinque, comprendendo quelli conservati al Museo del Prado.


DIETRO L'IMMAGINE

II quadro è finito, l'artista ha terminato la sua fatica.
Saranno i personaggi a parlare per lui.
Goya si ritrae alle loro spalle, in ombra davanti a un cavalletto che ormai non serve più.
La famiglia del re occupa il proscenio e ciascuno è ripreso nel suo ruolo secondo la propria importanza.
Già Velazquez si era rappresentato davanti al cavalletto, ma in atto di dipingere, ne "Las Meninas", e lo stesso Goya, nel ritrarre la famiglia di Don Luis, fratello minore di Carlo IV, si porrà in primo piano, rivolto alla propria opera.
Lo schema sarà lo stesso, tredici personaggi e il pittore, ma l'artista, in piena attività, si volge verso di loro.
Ne "La famiglia di Carlo IV", al contrario, tutto è statico e Goya, seminascosto, è in ombra, come distaccato dalla scena.


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FRANCISCO de Lucienes y GOYA

FRANCISCO GOYA, con libertà di osservazione e di tratto, diede una drammatica testimonianza delle vicende del suo tempo.



  
Francisco Goya è considerato il maggior artista spagnolo del periodo storico (1750 - 1850) del Romanticismo e Realismo.
La sua grandezza si manifesta in tutta la sua variegata produzione artistica.
Nel 1789, quarantenne, Goya ottenne il primo, vero, grande incarico: fu nominato "Pintor de camera del Rey".
In questo periodo è particolarmente intensa la sua produzione di ritratti di personaggi dell'alta società madrilena.
Ma Goya, a dispetto delle committenze che fu costretto ad accettare, non fu mai un pittore di corte formale, accademico: infatti anche quando, in veste di primo pittore di Corte, rappresentò i Grandi di Spagna ("La famiglia di Carlo IV", 1799 - Museo del Prado a Madrid) riuscì, con intensa osservazione psicologica e spregiudicata stesura del colore a grandi macchie contrastanti, a rendere interamente l'ottusità e la grettezza della famiglia reale, le sue piccole e meschine vanità, tutto il senso dell'arretratezza che la monarchia spagnola in modo quasi emblematico rappresentava dopo i secoli del suo grande splendore.
La Spagna del Settecento, mirabilmente evocata da Goya, è infatti una nazione in regresso in un'Europa in progresso.
Goya è tra quegli intellettuali spagnoli che, prima sensibili alle idee illuministe e poi tentati dal fascino dell'idealismo romantico, vivono sulla loro pelle i laceranti dilemmi della loro cultura.
Ne sono esempio le incisioni dei "Capricci" (1799) , in cui Goya visualizza come il venir meno della ragione possa solo generare mostri, superstizione, malvagità ed oppressione.
Con l'invasione dell'esercito napoleonico (1808), i sogni progressisti di Goya, a contatto con la violenta e cruda realtà della guerra e di un nuovo dispotismo, crollarono miseramente, ed in questo momento difficile il pittore si schierò con la 'nazione' spagnola, anticipando quello che poi diverrà un tema del romanticismo storico.
Testimonianza di questa sofferta e travagliata esperienza sono le acqueforti "Los desastres de la guérra" (1810) e soprattutto "Los Fusilamientos" (1808) che è un quadro decisamente realista.
Infatti, documentando la repressione spietata dei moti antifrancesi, ci presenta dei soldati che, di notte, stanno giustiziando dei patrioti terrorizzati.
I giustizieri sono ripresi di spalle, senza volto, come burattini in uniforme, simbolo di una forza cieca e bestiale che può solo produrre violenza e morte.
La città (espressione della coscienza dell'uomo moderno) è immersa in un sonno simbolico, che la taglia fuori dalla consapevolezza dei drammi della storia.
La storia è per Goya una serie infinita di disastri, violenze, morte.
La libertà è solo un'illusione, un miraggio, un sogno dell'infanzia dell'uomo.


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martedì 16 giugno 2009

LA LAMPADA DEL DIAVOLO (The Devil's lamp) - Francisco Goya

LA LAMPADA DEL DIAVOLO (1797 - 1798)
Francisco Goya (1746 - 1828)
Pittore spagnolo
National Gallery di Londra
Olio su tela cm. 42,5 x 30,8

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Pixel 1770 x 2500 - Mb 2,29


Un timoroso personaggio versa dell'olio nella lampada del diavolo, per evitare che questa si spenga lasciandolo nel buio, in balia del mostruoso essere, che non aspetta altro che accompagnarlo all'inferno.

Alla scena, sullo sfondo, assistono degli equini, che probabilmente alludono all'ignoranza e alla superstizione, e accennano i passi di una macabra danza.

Nella seconda metà del Settecento Francisco Goya era l'artista più famoso di Spagna.
Grazie al suo successo a corte fu nominato direttore della prestigiosa Accademia di San Fernando.
Eppure in questo periodo l'artista fu duramente criticato per la sua relazione con la libertina duchessa d'Alba.

Nonostante i pettegolezzi l'aristocrazia amava farsi ritrarre da lui; fra questi anche i duchi di Osuna che, soddisfatti del felice esito dei loro ritratti, gli commissionarono la decorazione dello studiolo della duchessa nella residenza di campagna, alle porte di Madrid.

I sei dipinti eseguiti tra il 1797 e l'anno successivo, raffigurano temi della stregoneria, un argomento questo molto in voga in Spagna, alimentato dal clima austero e dal livello culturale assai arretrato di quel paese.
Per Goya la commissione si rivelò un'opportunità per ridicolizzare un retaggio medioevale, che riscuoteva grande successo soprattutto fra l'aristocrazia.


Il dipinto, di cui esistono diversi disegni preparatori, fa parte della serie "Stregoneria", sei pannelli destinati a decorare le pareti dello studiolo della già duchessa di Osuna, commissionati a Goya nel 1796 e pagati due anni dopo.
La serie, insieme ai due ritratti dei duchi, fu esposta per la prima volta all'Accademia di San Fernando a Madrid nel 1799, con il titolo CAPRICIOS RAROS.
L'intera Collezione Osuna fu venduta dagli eredi il 18 maggio, e alcune opere, fra cui LA LAMPADA DEL DIAVOLO, furono acquistate dalla National Gallery di Londra.


LA FONTE LETTERARIA DI GOYA PER LA LAMPADA DEL DIAVOLO

Per questo soggetto Francisco Goya prese lo spunto dalla commedia "El Hechizado por Fuerza" di Antonio Zamora, rappresentata per la prima volta a Madrid nel 1698.
A indicare tale fonte è la scritta LAM/DESCO, tratta dalla commedia, che compare sul frontespizio del libro appena accennato sulla destra della composizione.

Il racconto narra lo scherzo fatto a don Claudio, notoriamente fifone, in occasione delle sue nozze con donna Lucia.
Allo sposo fu lasciato credere che egli sarebbe rimasto in vita solo fino a quando la lampada nella stanza da letto non si fosse spenta.
La paura di morire da un momento all'altro rovinò al neo sposo la prima notte di nozze...


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TRIBUNALE DELL'INQUISIZIONE (Tribunal of the Inquisition) - Francisco Goya

TRIBUNALE DELL'INQUISIZIONE (1812 - 1814)
Francisco Goya (1746 - 1828)
Pittore spagnolo
Accademia di San Fernando a Madrid
Olio su tavola cm. 46 x 73
CLICCA IMMAGINE alta risoluzione
Pixel 2500 x 1770 - Mb 2,14


Siamo all'interno di un'aula dove si sta svolgendo un processo per eresia.
Il Grande Inquisitore, insieme ad altri tre rappresentanti del Tribunale, tutti abbigliati con gli antichi sai dell'Istituto, polarizza su di sé l'attenzione del pubblico, curioso di ascoltare l'esito della sentenza.
I tratti dei personaggi presenti in sala, in massima parte rappresentanti del clero, sono volutamente caricaturali: un modo per denunciare le condizioni di sopraffazione del popolo spagnolo, schiacciato dallo strapotere di un governo ottuso.
Il "Tribunale dell'Inquisizione", che in realtà a monito della cittadinanza svolgeva la sua attività nella pubblica piazza, è un'opera che accusa l'attività repressiva della Chiesa cattolica.
Il clero fu abilmente manovrato da Ferdinando VII, che, in nome di una falsa morale, spezzò ogni tentativo di rivolta.

Francisco Goya, con un gruppo di opere, delle quali la più famosa è "Il 3 maggio 1508: fucilazione alla Montagna del Principe Pio" (Madrid, Museo del Prado), si schierò apertamente contro la repressione, di efferata crudeltà, del Governo spagnolo.
II suo impegno politico lo indusse ad abbandonare la pittura vivace dai toni chiari, che aveva caratterizzato la sua produzione giovanile, a favore di temi sociali realizzati con toni cupi, che certamente esprimono il suo tormento.


L'OPERA

L'opera, insieme ai "Disciplinantes"..., "La Casa de locos"... e "Corridas de toros", fu donata all'Accademia di San Fernando da Manuel Garcia de la Prada, ritratto da Goya intorno al 1808 (Iowa, Art Center).


IL TRIBUNALE DELLA SANTA INQUISIZIONE IN SPAGNA

L'Istituto dell'Inquisizione affonda le sue radici nel Medioevo.
Nel 1236 il compito di tutelare la Chiesa cattolica dal pericolo dell'eresia venne affidato all'Ordine dei Domenicani.
Dapprima gli eretici furono scomunicati e condannati alla clausura, quindi, con l'inasprimento delle pene, alla condanna a morte.
Dal 1483 al 1489, il potente Inquisitore Torquemada trasformò la Chiesa cattolica in un esercito di uomini bigotti, decisi a combattere con la tortura gli aderenti alle altre religioni.
In realtà l'Istituto si trasformò in abile arma politica, tanto che, nel 1492, in nome del cattolicesimo, gli ebrei furono perseguitati, trucidati e scacciati dal suolo spagnolo.
Ancora al tempo di Goya, il Tribunale della Santa Inquisizione perseguitò tutti coloro i quali sfidarono con il loro impegno sociale e politico l'ottuso regime di Ferdinando VII.


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giovedì 22 gennaio 2009

IL COLOSSO (The Colossus) - Francisco Goya


IL COLOSSO
(1808 - 1810)
Francisco Goya
(1746 - 1828)
Pittore spagnolo
Museo del Prado
Madrid
Olio su tela
cm. 116 x 105



Risoluzione foto Mb 2,64









All'orizzonte, oltre le montagne, semiavvolto dalle nuvole, emerge un terrificante colosso umano.
Alla sua vista la folla accalcata nella prateria, resa con spicciole pennellate di una straordinaria varietà cromatica, fugge terrorizzata.
Solo un asino, in primo piano, resta immobile, inconsapevole del pericolo a cui va incontro.

Con questo dipinto Francisco Goya denuncia il sanguinoso attacco del 1808 delle truppe napoleoniche alla Spagna.
L'identificazione delle figure è chiara: il gigante è l'esplicita allusione alla guerra, la gente che fugge rappresenta lo sgomento del popolo e l'immobilità dell'asino indica il sordo e cieco atteggiamento politico del governo spagnolo.
Con quale efficacia emotiva l'artista riesce ad esprimere il suo dissenso!
L'eccezionale capacità narrativa di Goya non trova pari nella cultura figurativa spagnola e traccia un impietoso profilo di uno dei periodi più bui della storia del suo paese.

È probabile che il tema sia stato suggerito a Goya dal poema antinapoleonico di Juan Battista Arriaza, PROFECIA DEL PIRINEO, pubblicato nel 1808, che racconta della guerra contro i francesi delle truppe spagnole protette da un gigante sorto dai Pirenei.
La fonte iconografica della figura del gigante è l'ERCOLE FARNESE, antica statua romana, nota a quel tempo in Europa grazie all'incisione del fiammingo Hendrik Goliuz.
Le radiografie fatte in occasione di un recente restauro rivelano i numerosi ritocchi di questa figura.

Alla morte dell'artista il quadro con il titolo IL GIGANTE è citato nell'inventario del 1812 che elenca le opere rimaste a casa Goya.
Esso compare nell'inventario del Prado con il titolo IL COLOSSO ...o IL PANICO (da un'incisione dallo stesso nome, datata 1810 ca.).
Ricordo, infine, che il Museo del Prado di Madrid conserva la più ricca collezione di opere del grandissimo maestro spagnolo.


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lunedì 21 gennaio 2008

LA MAYA DESNUDA - LA MAYA VESTIDA - Francisco Goya Y Lucientes


La Maya desnuda (1805 circa)
Francisco Goya (1746-1828)
Museo del Prado - Madrid
Tela c. 95 x 190 (particolare)



PREMESSA

Quando parliamo di Romanticismo e, più in generale, quando parliamo di Ottocento, in arte come in letteratura, ci riferiamo agli anni che seguirono la caduta di Napoleone e, ancor più precisamente, alla fine della Restaurazione (ossia dal 1830 in poi). E’ a partire, più o meno, da questo periodo, che la pittura si stacca dal Neoclassicismo e assume, sempre più decisamente, i suoi connotati romantici. Ma questi “distacchi” non furono così netti, come si può essere indotti a pensare: già in piena era neoclassica un grandissimo pittore spagnolo, Francisco Goya (1746-1828) anticipava, operando controcorrente, le acquisizioni del Romanticismo. Dinanzi a una pittura tesa all’esaltazione del bello e del nobile, Goya reagì dipingendo il “brutto” e il “tragico”. Crudelmente realista, in uno dei suoi stupendi quadri … LA FUCILAZIONE… egli presenta i patrioti che stanno per morire non trasfigurati in una espressione eroica (come avrebbe fatto un pittore neoclassico) ma stravolti dal terrore o dal fanatismo. La realtà, come Goya la vede, è fatta di incubi e di paure, di brutali irrisioni. Qualcosa che non solo preannuncia il Romanticismo ma addirittura lo supera, prima ancora che esso nasca.

Esulando da questo contesto di crudo realismo, presento quella che penso sia l’opera più nota di Goya : LA MAYA DESNUDA.

Da un documento del 1808 risulta che il dipinto era nella collezione del principe Goday, menzionata col titolo di GITANA. A seguito del regio decreto del 12 settembre 1901 è stato trasferito insieme a LA MAYA VESTIDA al Museo del Prado, che custodisce la più pregiata collezione di dipinti di Goya.

Una giovane donna, sdraiata su un divano ricoperto di trasparenti veli, offre con spudorata malizia il suo corpo nudo allo spettatore. La posa anticonformista mette in mostra i turgidi seni, le fresche carni, una sensualità acerba. La carnagione scura e i capelli corvini rispecchiano i caratteri della bellezza mediterranea. Nonostante le varie ipotesi, la spregiudicata modella che posò per Goya non è mai stata identificata: in passato è stato suggerito il nome della contessa d’Alba, ma i tratti fisionomici non corrispondono a quelli della nobildonna, noto attraverso i vari ritratti eseguiti tra il 1795 e il 1798 dallo stesso artista; inoltre è anche possibile che al tempo di questo dipinto la donna fosse già morta. Il nipote di Goya riferì a Don Pedro de Medrazzo, redattore del primo catalogo della collezione del Prado, che la donna effigiata fosse l’amante di padre Bavi, finito sulla forca dopo averla assassinata. Ma l’ipotesi più accreditata è che si tratti di Pepita Tudò, amante del committente dell’opera, il principe Goday che teneva il quadro appeso nel suo inetto privato, sotto la MAYA VESTIDA (dipinto anch’esso al Prado): la bellissima modella si presentava vestita con un sensuale abito trasparente, pronta a mostrare la sua bellezza ogni qualvolta il suo protettore volesse ammirarla. Il segreto del principe di Goday era noto a tutti, tanto da attirare l’attenzione del Tribunale della Santa Inquisizione, che il 22 novembre 1814 fece sequestrare ambedue le opere e Goya venne chiamato personalmente a rispondere del reato di oscenità. Il fatto non appare strano se si considera che l’Inquisizione spagnola fu una delle più rigide di tutta Europa e che nella pittura spagnola non era mai stato dipinto un nudo di donna ad eccezione della VENERE di Vélasquez.

La Maya vestida (1800 circa)
Francisco Goya (1746-1828)
Museo del Prado – Madrid
Tela cm. 95 x 190 (Particolare)














 
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