TRASFORMAZIONE DELLA LIRICA D'AMORE
La letteratura poetica, all'inizio del Trecento, non è ancora - o è sporadicamente e casualmente - arte.
Gli stessi rimatori della scuola siciliana, o imitassero i Provenzali, o porgessero l'orecchio alle voci della ingenua poesia popolare, erano più vicini all'artificio o alla rozzezza che non all'arte..., che è misura, proporzione, selezione.
Comunque, la prima poesia d'arte è pur sempre uno sviluppo di quella loro poesia d'amore, quando essa venne coltivata in ambienti di cultura e di vita, quali Bologna e la Toscana..., poiché senza il vigore di correnti che pervadano l'attività del pensiero e dell'opera, la poesia non può vivere che di vita fittizia, come fiore senza radice.
A Bologna, oltre la giuridica, era in fiore la cultura filosofica e teologica.
Ora, non è difficile a capire che la poesia d'amore, passando per di là dalle classi cortigiane alle colte, si colorasse, per così dire, di elementi filosofici: che l'amore fosse riguardato e studiato come una potenza dell'anima, e confuso con la stessa volontà: che la donna non fosse più la dama della poesia provenzale e siciliana, ma un'intermediaria di Dio, bellezza perfetta che si rivela all'uomo, o come grazia che tocca i cuori, o come verità che illumina l'intelletto.
Ma se la nuova scuola poetica sembrò tradurre l'amore in filosofia, in realtà lo rendeva più intimo: da omaggio lo convertiva in adorazione, da galanteria in passione, talvolta serena, più spesso dolorosa.
Dalle corti lo traeva nel sacrario dell'anima.
L'ispirazione era perciò il canone fondamentale della nuova poesia, che, con frase dantesca, fu chiamata del "Dolce stil nuovo" (Purgatorio, C. XXIV).
Di questo "Dolce stil nuovo" Dante e i suoi contemporanei rimatori d'amore sono i poeti veri.
Ma Dante stesso riconosce, nel Purgatorio, come suo "padre", e io direi precursore, nella poesia amorosa, un bolognese: Guido Guinizelli: dottore in giurisprudenza a Bologna, nato forse nel 1240, morto nel 1276.
Di lui ci sono arrivate canzoni, ballate, sonetti, quasi esclusivamente d'amore.
Incominciò imitatore di Guittone, e parecchie delle sue canzoni sono le solite galanterie e complimenti e lamenti disperati nella maniera provenzale o siciliana.
Ma in una canzone, che dovette fare l'impressione delle cose semplici e nuove ("Al cor gentil ripara sempre Amore"... che è il suo manifesto poetico), pose vigoroso il principio della equivalenza dell'amore e della nobiltà d'animo, e, andando più oltre, fece tutt'uno del femmineo e del divino..., giacché se Dio rimprovera il poeta di aver amato una donna più di Lui, il poeta risponde, difendendosi, che quella donna pareva un angelo del cielo.
In realtà, forse più di questa astrusa canzone, sono belli i sonetti esaltanti la pura bellezza beatificante della donna: dei quali si avvertono vestigi nelle rime di Dante.
Vivezza, delicatezza, concisione sono le virtù di quelle rime, ma la durezza è frequente, e si sente più spesso il travaglio del pensiero che l'impeto della passione.
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Gli stessi rimatori della scuola siciliana, o imitassero i Provenzali, o porgessero l'orecchio alle voci della ingenua poesia popolare, erano più vicini all'artificio o alla rozzezza che non all'arte..., che è misura, proporzione, selezione.
Comunque, la prima poesia d'arte è pur sempre uno sviluppo di quella loro poesia d'amore, quando essa venne coltivata in ambienti di cultura e di vita, quali Bologna e la Toscana..., poiché senza il vigore di correnti che pervadano l'attività del pensiero e dell'opera, la poesia non può vivere che di vita fittizia, come fiore senza radice.
A Bologna, oltre la giuridica, era in fiore la cultura filosofica e teologica.
Ora, non è difficile a capire che la poesia d'amore, passando per di là dalle classi cortigiane alle colte, si colorasse, per così dire, di elementi filosofici: che l'amore fosse riguardato e studiato come una potenza dell'anima, e confuso con la stessa volontà: che la donna non fosse più la dama della poesia provenzale e siciliana, ma un'intermediaria di Dio, bellezza perfetta che si rivela all'uomo, o come grazia che tocca i cuori, o come verità che illumina l'intelletto.
Ma se la nuova scuola poetica sembrò tradurre l'amore in filosofia, in realtà lo rendeva più intimo: da omaggio lo convertiva in adorazione, da galanteria in passione, talvolta serena, più spesso dolorosa.
Dalle corti lo traeva nel sacrario dell'anima.
L'ispirazione era perciò il canone fondamentale della nuova poesia, che, con frase dantesca, fu chiamata del "Dolce stil nuovo" (Purgatorio, C. XXIV).
GUIDO GUINIZELLI
Di questo "Dolce stil nuovo" Dante e i suoi contemporanei rimatori d'amore sono i poeti veri.
Ma Dante stesso riconosce, nel Purgatorio, come suo "padre", e io direi precursore, nella poesia amorosa, un bolognese: Guido Guinizelli: dottore in giurisprudenza a Bologna, nato forse nel 1240, morto nel 1276.
Di lui ci sono arrivate canzoni, ballate, sonetti, quasi esclusivamente d'amore.
Incominciò imitatore di Guittone, e parecchie delle sue canzoni sono le solite galanterie e complimenti e lamenti disperati nella maniera provenzale o siciliana.
Ma in una canzone, che dovette fare l'impressione delle cose semplici e nuove ("Al cor gentil ripara sempre Amore"... che è il suo manifesto poetico), pose vigoroso il principio della equivalenza dell'amore e della nobiltà d'animo, e, andando più oltre, fece tutt'uno del femmineo e del divino..., giacché se Dio rimprovera il poeta di aver amato una donna più di Lui, il poeta risponde, difendendosi, che quella donna pareva un angelo del cielo.
In realtà, forse più di questa astrusa canzone, sono belli i sonetti esaltanti la pura bellezza beatificante della donna: dei quali si avvertono vestigi nelle rime di Dante.
Vivezza, delicatezza, concisione sono le virtù di quelle rime, ma la durezza è frequente, e si sente più spesso il travaglio del pensiero che l'impeto della passione.
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