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domenica 10 maggio 2009

ADDIO ALLE ARMI (A Farewell to Arms) - Ernest Hemingway




ADDIO ALLE ARMI

Ernest Hemingway

Editore Mondadori

Collana - Oscar Mondadori

Traduzione di Fernanda Pivano



Nella primavera del 1916 ci furono molte vittorie contro gli Austriaci e in agosto, attraversato il fiume, gli Italiani si stabilirono a Gorizia. Pochi chilometri più in là si combatteva sulle montagne; erano montagne difficili da conquistare: gli Austriaci le tenevano saldamente e quando venne l'inverno non si era ancora fatto un passo avanti. Quando la neve bloccò l'offensiva, sul fronte italiano si ebbe un periodo di stasi; a molti fu concessa una licenza: bisognava approfittare di quella temporanea tranquillità.


Anche Frederick Henry, giovane tenente americano aggregato all'esercito italiano, ottenne la sua licenza. Aveva svolto per parecchi mesi un buon lavoro nei servizi sanitari, al comando di quattordici autoambulanze per il trasporto dei feriti, e si meritava un premio. Il maggiore medico e gli altri ufficiali di Sanità lo stimavano molto e lo consideravano uno dei loro; Henry portava la loro stessa divisa, amava l'Italia, e parlava l'italiano abbastanza bene. Il tenente Rinaldi, giovane e simpaticissimo medico napoletano, considerava Frederick un vero amico; dividevano la medesima stanza e facevano cassa comune, fraternamente.

Quando il tenente Henry ritornò dalla licenza, Gorizia era ancora quasi intatta; forse gli Austriaci non l'avevano bombardata nella speranza di riprendersela presto. Da parte italiana si stava organizzando l'offensiva sul fiume Isonzo e anche Frederick ebbe subito il suo da fare: il maggiore lo incaricò di allestire gli ospedaletti da campo e preparare le autoambulanze per il momento dell'attacco. In città era stato installato qualche nuovo ospedale; in una grande villa circondata da un vasto giardino c'era l'ospedale inglese, molto bene attrezzato.

Il tenente Rinaldi informò Frederick che c'erano anche delle bellissime infermiere inglesi; una soprattutto spiccava, miss Barkley, addirittura meravigliosa... "Voglio condurti da lei".. disse Rinaldi a Frederick.

Miss Barkley era davvero molto bella: alta e bionda, aveva la pelle abbronzata e gli occhi grigi. Portava con disinvolta eleganza la sua uniforme di infermiera. Frederick Henry ritornò a trovarla, ma da solo.
Rinaldi aveva capito di non attirare le simpatie dell'inglesina e aveva lasciato il posto al "pupo". Così chiamava affettuosamente il suo amico Frederick, tanto più alto di lui.

Il tenente Henry era un bel ragazzo, riusciva simpatico a tutti e la sua audacia con le donne era di una estrema naturalezza, Catherine Barkley si trovò innamorata di lui quasi senza accorgersene e in principio ne fu spaventata; intuiva che Frederick non aveva nessuna idea di amarla; per lui era il gioco di sempre, in cui il cuore non c'entrava per nulla. La sera precedente all'attacco sull'Isonzo, il maggiore comandò al tenente Henry di partire con quattro autoambulanze e recarsi nel luogo prestabilito, che era vicinissimo al fiume ma abbastanza al riparo. Frederick passò con le ambulanze davanti all'ospedale inglese: non voleva partire senza salutare Catherine Barkley. Fino alla sera prima aveva dato poca importanza alla cosa, ma ora sentiva che gli era impossibile allontanarsi senza dirle almeno "addio".

"No - disse lei - non addio" ... "Bene"... rispose Frederick; si allontanò e poi si voltò a salutarla ancora. Le mandò un bacio sulla mano. Lei stava ferma sugli scalini e sorrideva. Era bellissima.


La prima esplosione, forte come un fracasso di locomotiva in partenza, colse di sorpresa il tenente Henry e i suoi uomini; il terreno del ricovero tremò. Non era un ricovero scavato in profondità. Alla seconda esplosione, Henry
vide una vampata, come se si spalancasse lo sportello di un altoforno, poi si sentì scagliare fuori e un attimo dopo si ritrovò disteso sulla schiena, su un terreno sconvolto. Qualcuno lì vicino si lamentava ad alta voce.

Era Passini, uno dei suoi soldati; lo riconobbe alla luce di un razzo accesosi all'improvviso sopra di loro. Si stirò, si contorse e riuscì finalmente a liberare le gambe, ma si accorse subito che non potevano servirgli: era stato ferito e non gli riusciva assolutamente di rimettersi in piedi.

Ora Passini non gemeva più. Il tenente Henry strisciò fino a lui, gli toccò il viso e si accorse che era morto... "Oh, Dio, - disse - fammi uscire di qui!".

Pochi minuti dopo si sentì sollevare per le ascelle e per le gambe... "Sono Manera. - udì - Siamo andati a cercare un portaferiti ma non c'è. Come sta, tenente?".

"Dove sono Gordini e Gavuzzi?"... "Gordini è al posto di raccolta a farsi bendare. Gavuzzi le tiene le gambe. Si tenga al mio collo, tenente".

Il tenente Henry fu sommariamente medicato in un ricovero del pronto soccorso. Era ferito gravemente a tutte e due le gambe; il ginocchio destro non c'era quasi più. Qualche ora dopo, mentre ancora infuriava il combattimento, lo caricarono su un'ambulanza inglese e lo portarono al più vicino ospedale da campo. Vi rimase per molti giorni, disteso sulla schiena nel lettino stretto, in una lunga corsia piena di letti simili al suo, sempre tutti occupati. Poi decisero di mandarlo all'ospedale americano che era stato installato da poco tempo a Milano; lì avrebbe potuto essere operato al ginocchio, fare una cura di raggi X e la meccanoterapia. Rinaldi andò a salutare il suo amico Henry.... "Oh, pupo bello, - disse - che cosa farò quando te ne sarai andato?... Senti, ho una sorpresa per te. La tua inglese. Sai? L'inglese che andavi a trovare la sera all'ospedale? Va anche lei a Milano. Va con un'altra all'ospedale americano".

Il tenente Henry partì la mattina presto e il viaggio, penosissimo, durò quarantotto ore. Miss Barkley giunse all'ospedale americano il giorno dopo. Quando Catherine si avvicinò sorridente al suo letto, gli sembrò di non avere mai visto una ragazza così bella. Senti che era felice, veramente felice di rivederla. Comprese in quel momento di essere innamorato di lei.
Catherine guardò verso la aperta, vide che non c'era nessuno e allora si piegò su di lui e lo baciò. Frederick la tenne stretta a lungo; non gli pareva possibile di averla lì con sé e si sentiva pazzo di gioia.

"Tesoro, non sei stata magnifica a venire qui?... Devi rimanere. Oh, sei stupenda"... disse. Non aveva voluto innamorarsi di lei, non aveva voluto innamorarsi di nessuna donna, ma adesso si era innamorato davvero e non c'era più scampo.


Il dottor Valentini, maggiore medico e abilissimo chirurgo, operò Henry al ginocchio e riuscì a rimetterlo in piedi. Quell'estate fu straordinariamente bella per Frederick e Catherine. Frederick poté presto camminare con le grucce ed egli e Catherine andavano fuori insieme al Parco in carrozza e poi a pranzo in Galleria, al Biffi o al Grande Italia. Poi prendevano una carrozza davanti al Duomo per ritornare all'ospedale. Frederick si sedeva fuori, sul balcone della sua stanza, con la gamba su una sedia, e si stava a guardare le rondini sfreccianti nel tramonto, mentre aspettava che Catherine terminasse il suo lavoro di infermiera. Quando lei arrivava era come se fosse stata via molto tempo e si abbracciavano stretti.

Frederick voleva sposarla e in cuor suo la considerava già sua moglie, ma Catherine temeva che appena sposata l'avrebbero allontanata dall'ospedale, secondo il regolamento.

"Ma caro, mi manderebbero via... Mi manderebbero a casa e saremmo separati fin dopo la guerra".

Così passò quella calda estate. Alla fine di agosto Frederick smise le grucce e Catherine non poté più uscire con lui, non era più necessario che si facesse ancora accompagnare da un'infermiera. Gli fecero una cura per riattivare l'articolazione al ginocchio operato e alla fine dell'estate fu in grado di camminare quasi bene.

Ora usciva da solo, ma girava pochissimo per la città; aveva voglia soltanto di rivedere presto Catherine e niente altro lo interessava. Alla fine di settembre giunse una lettera del Comando: il tenente Henry doveva ritornare al fronte. La guerra, dopo le speranze dell'estate andava male; sulla Bainsizza e sul Carso erano caduti decine di migliaia di soldati. Venivano richiamati al fronte anche gli ufficiali che ancora non potevano essere dichiarati ben guariti dalle precedenti ferite.

In ottobre, pochi giorni prima della sua partenza per Gorizia, seppe che Catherine attendeva un bimbo.

"Non devi preoccuparti. - disse Catherine - Tutti hanno bambini, è una cosa naturale".
"Sei magnifica".
"No, non è vero".

Volle accompagnarlo alla stazione la sera della partenza. Era una sera piovosa e fredda; l'estate sembrava già lontana come fosse appartenuta a un altro periodo della vita... "Arrivederci. - disse Frederick - Abbi cura di te e della piccola Catherine".

"Arrivederci, caro"... Si sporse dalla carrozza che si allontanava e Frederick vide il suo viso attraverso la pioggia. Restò immobile a guardare la carrozza finché svoltò.

In quel terribile autunno si scatenò l'offensiva austro-tedesca sul fronte italiano e quando il nemico spezzò le linee italiane a Nord, verso Caporetto incominciò la ritirata. I Tedeschi e gli Austriaci irruppero dal Nord e scesero per
le valli verso Cividale e Udine. Il tenente Henry e i suoi uomini continuarono per ventiquattro ore, sotto la pioggia, a evacuare i feriti dagli ospedali da campo sparsi nei villaggi dell'altipiano. In mattinata passarono l'Isonzo e giunsero a Gorizia con le autoambulanze vuote. Caricarono tutto il materiale ammucchiato all'ingresso dell'ospedale e proseguirono verso Pordenone. Sulla strada principale incontrarono le colonne dei soldati e dei cannoni in lentissima marcia.

Il tenente Henry decise di districarsi dalla colonna e portarsi con le autoambulanze su una via più sgombra, tagliando per i campi. Ma non riuscirono a fare molta strada: le tre macchine rimasero impantanate nel terreno fangoso e cedevole e non fu più possibile smuoverle. Frederick e i suoi uomini dovettero abbandonarle e proseguire a piedi, sotto la pioggia sempre più fitta. Riuscirono a ricongiungersi alla fiumana della ritirata e camminarono quasi alla cieca per tutta la notte, verso il Tagliamento. Vi giunsero poco prima dell'alba. Il fiume era in piena e l'acqua sfiorava le tavole del ponte gremito di folla.
All'estremità del ponte, Henry vide un gruppo di ufficiali e di carabinieri che scrutavano nella calca e ogni tanto gettavano in faccia a qualcuno la luce delle lampade a pila. Ricordò che proprio quella mattina si era parlato di spie e sobillatori tedeschi mescolati all'esercito in ritirata. La storia gli era parsa inverosimile, ma ora sentiva che tutto poteva accadere. Quando passò davanti al gruppo degli ufficiali e dei carabinieri, si accorse che qualcuno di loro segnava a dito proprio lui. Poi un carabiniere si mosse e attraversò la colonna.
Frederick comprese che, a causa della sua pronuncia straniera, potevano crederlo un tedesco in uniforme italiana. Non avrebbero esitato a fucilarlo. Si lasciò quindi condurre dai carabinieri senza opporre resistenza, in silenzio. Nessuno poteva aiutarlo: in quella calca spaventosa aveva perduto anche i suoi uomini. Fu spinto in un campo vicino al fiume, dove era già un gruppo di prigionieri. Appena entrato nel gruppo, Frederick si chinò, corse a testa bassa verso il fiume e vi si gettò. L'acqua era gelida, ma lui rimase sotto, nuotando il più rapidamente possibile, perché era sicuro che gli stavano sparando addosso. Emerse dall'acqua con la testa soltanto quando non ne poté più; vide una trave che galleggiava davanti a lui, la raggiunse e si aggrappò, lasciandosi trascinare dalla corrente. Quando osò voltarsi indietro a scrutare nell'aria buia, vide che la riva era già lontana.


Non aveva mai dubitato di cavarsela, ma quando finalmente giunse a Milano riconobbe che una buona dose di fortuna l'aveva assistito. L'acqua gelida del fiume aveva cancellato la sua pena, il suo impegno di soldato e la collera per l'ingiusto sospetto che l'aveva colpito. Ora voleva liberarsi della sua divisa; sentiva che la sua parte era finita. Secondo il codice militare egli era un disertore, ma anche di questo non gli importava: desiderava soltanto raggiungere Catherine e vivere con lei. Il portinaio dell'ospedale americano gli disse che miss Barkley era andata a Stresa, due giorni prima. Frederick, procuratosi un vestito borghese e una valigia con pochi indumenti, raggiunse Stresa quel giorno stesso e fissò una stanza, ampia e luminosa, al Grand Hòtel, dove il barman gli era amico.

"Sono in licenza di convalescenza e attendo qui mia moglie. - disse - Deve arrivare oggi stesso.". Gli bastò mezz'ora per trovare Catherine. Quando ella lo vide il viso le si riempì di luce. Non riusciva a crederci. Anche il mattino dopo, quando si svegliò nella grande stanza e vide Frederick accanto a sé, le parve di sognare. Non osava credere a tanta felicità. Pochi giorni dopo, con una barca procurata dal barman, Frederick e Catherine riuscirono a raggiungere il territorio svizzero. Fu una dura impresa: Frederick remò per tutta una notte sulle acque turbolente del lago; remò senza fermarsi mai per trentacinque chilometri, fino a sentirsi sfinito, con le mani piagate e tutto il corpo dolente, spezzato dalla fatica. Quando giunsero a Brissago, la prima cittadina svizzera dopo il confine italiano, era ormai giorno e cadeva una pioggia sottile, che velava appena le case bianche dietro gli alberi della riva.

"Non è bella questa pioggia? - disse Catherine - Non c'è mai stata una pioggia simile in Italia. È una pioggia allegra".

La sua voce tremava di felicità. Andarono ad abitare in un villaggio sopra Montreux, in casa dei coniugi Guttingen, una coppia simpaticissima e ospitale. Dalla finestra della loro stanza, Frederick e Catherine vedevano il lago di Ginevra e i monti oltre il lago, sulla riva francese. Andavano spesso a Montreux scendendo a piedi per il monte, lungo una strada che tagliava i campi. In città passeggiavano tenendosi a braccetto, comperavano libri e riviste, si fermavano a guardare le vetrine. Erano felici. Avevano entrambi la sensazione di vivere un meraviglioso periodo della loro vita... "Sposiamoci, subito"... diceva Frederick.
"No. È troppo imbarazzante, adesso... Non mi sposerò in questo stupendo stato matronale".
"Non sei matronale.".
"Oh, si, lo sono, caro..."
"Quando ci sposiamo?".
Appena sono di nuovo magra. Da Montreux ritornavano al loro villaggio in montagna col treno elettrico e giungevano in tempo per la cena, che consumavano da soli nella loro stanza ben riscaldata. Qualche volta, di notte, Frederick pensava al fronte e a quelli che aveva conosciuto lassù: Rinaldi, il maggiore, il cappellano e tanti altri. Ma non indugiava a lungo sui ricordi: non aveva voglia di pensare alla guerra. Voleva pensare a Catherine, a se stesso, al bambino che stava per nascere.


In marzo decisero di trasferirsi a Losanna dove era l'ospedale che avevano scelto per la nascita del bimbo. Lasciarono i Guttingen con rincrescimento e promisero che sarebbero ritornati a primavera inoltrata, col piccolo. Rimasero per tre settimane in albergo. Catherine preparava il corredino del nascituro e girava per i negozi, eccitata e lieta come per i preparativi di una festa. Spesso uscivano in carrozza per la campagna, ed era bellissimo nelle giornate miti. Tutto era stupendo per loro. Sapevano che il bambino non poteva tardare e questo dava a tutti e due una specie di fretta, come se dovessero affrettarsi a vivere la loro vita. Una notte, verso le tre, Frederick condusse Catherine all'ospedale: i dolori erano già forti, eppure lei li sopportava bene e si sforzava coraggiosamente di sorridere. Ma a mezzogiorno le cose stavano ancora allo stesso punto. Catherine aveva ora un aspetto stanchissimo, stravolto.

"Non sono buona a niente, caro. - disse - Mi dispiace tanto. Pensavo che sarebbe stato così facile...".
Frederick ebbe paura... "Ma se morisse? Non morirà... Sta soltanto male. Dopo si dirà come stava male, e Catherine dirà che non stava poi tanto male".
Verso sera l'ostetrico decise di praticare il taglio cesareo, perché diventava pericoloso attendere ancora. Il bimbo nacque morto: forse si era intervenuti troppo tardi. Ma Catherine non lo seppe. Non fece in tempo a saperlo: morì poche ore dopo l'operazione. Le sue ultime parole furono per Frederick, che piangeva disperatamente accanto a lei.
"Non preoccuparti, caro. Non ho paura..."...


VALORE DELL'OPERA


Quando nel 1929 uscì "Addio alle armi", l'arte di Hemingway aveva già dato buoni frutti, ma è con questo romanzo di guerra e di amore che lo scrittore americano raggiunse il capolavoro.
Guerra e amore sono per Hemingway due temi di uguale importanza e hanno nel libro uno svolgimento quasi parallelo. Contro le fosche immagini della guerra si stagliano luminose le immagini della vicenda d'amore quasi un'affermazione di vita contro la morte. Ma Hemingway è cosciente che alla morte non si sfugge. Da un momento all'altro la "trappola" scatterà e sarà impossibile sfuggirle.
Anche Frederick e Catherine pagheranno duramente la breve felicità che hanno avuta. Si erano fatti la loro isola in mezzo a un mare in tempesta, si erano illusi di sfuggire alla sorte comune dimenticandola, ma nessuno può sfuggire al proprio destino. Morte per Catherine e disperata solitudine per Frederick a questo dovevano inevitabilmente giungere, questo era stato decretato per loro.



Il pessimismo di Hemingway rispetto alla vita non risparmia nessuno dei suoi personaggi. Nemmeno quelli che, come Frederick Henry e Catherine Barkley, sembrano avere tutti i numeri per essere dei vincitori. Sono invece come tutti gli altri, soggetti a una legge che è più forte di ogni cosa, anche dell'amore.
I1 personaggio di Catherine così appassionato, così appassionato, sincero e dolce, non lo si dimentica tanto presto; è la più bella figura di donna creata da Hemingway. Egli ne fa un ritratto così vivo che vien fatto di pensare che gli sia stato suggerito dal ricordo struggente di un'esperienza realmente vissuta dallo scrittore.

La superiorità di Hemingway rispetto agli scrittori americani del suo tempo sta soprattutto nello stile. Un modo di scrivere che ha fatto scuola e che moltissimi scrittori hanno cercato di imitare.
Gran parte della letteratura successiva al 1930 subì l'influenza di Hemingway e specialmente i giovani furono magnetizzati dal suo stile rapido e secco, così limpido e incisivo nel rappresentare le cose e nel creare una atmosfera.
Uno stile in cui realtà e poesia raggiungono spesso la fusione perfetta.
In molte pagine di questo romanzo il dialogo ha un ritmo veloce, che non lascia respiro; ma ogni parola sembra contenerne molte altre, tanto è piena di significato.
Dietro le parole stanno pensieri e sentimenti, il chiuso dolore che si potrebbe esprimere soltanto con urla di disperazione e d'angoscia.
Nell'intensa semplicità dei dialoghi, nelle frasi brevi, scarne, martellanti, si avverte una tensione portata all'ultimo limite di resistenza.
Al di là di quel limite si perde il proprio controllo. E l'eroe di Hemingway, non può perderlo.


In "Addio alle armi", rivivono molte delle esperienze di guerra realmente vissute dallo stesso Hemingway che, nel 1916, non ancora ventenne, si arruolò come autista per il trasporto dei feriti nel nostro esercito. Si comportò valorosamente e fu gravemente ferito a Fossalta di Piave. Da quei ricordi nacquero, dieci anni più tardi, le bellissime pagine che rievocano la guerra del 1915-18, i nostri soldati, Milano, Udine e Gorizia di quegli anni.

Guidato da un'ispirazione intensa e lucida, Hemingway riuscì a presentare con arte vigorosa le sue esperienze giovanili. Dopo dieci anni, poté finalmente parlarne con obiettività, ma è evidente che egli recava nel suo spirito le cicatrici incancellabili di una bruciante esperienza.
E forse è incominciata di lì la tragica concezione della vita, presente in tutte le sue opere; quell'amara filosofia che è caratteristica dei personaggi dei suoi libri, così dolorosamente simili allo stesso Hemingway.


VEDI ANCHE ...

La vita di Ernest Hemingway

PER CHI SUONA LA CAMPANA - Ernest Hemingway

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domenica 8 giugno 2008

PER CHI SUONA LA CAMPANA - Ernest Hemingway


TRAMA

Guerra civile spagnola, 1937.
Dietro le linee del generale Franco, in mezzo alle montagne, nella zona di Navacerrada, agisce una banda di partigiani comandati da una coppia singolare: Pablo, ex stalliere d'arena, combattete duro e feroce, e Pilar, sua amante, donna non più giovane ma intelligente e sensibile, che un passato avventuroso ha reso forte e saggia.
Un giorno, in mezzo a essi capita uno straniero. Si chiama Robert Jordan, americano, professore di spagnolo in una Università degli Stati Uniti.
All'inizio della guerra civile in Spagna, egli ha lasciato l'America ed è corso ad arruolarsi nelle Brigate internazionali filocomuniste: gli è stato affidato un compio rischioso e difficile: azioni di sabotaggio dietro le linee franchiste. Con un carico di dinamite ha raggiunto la banda di Pablo, che deve servirgli da base d'operazione. Le forze comuniste stanno preparando un attacco massiccio in quella zona ed egli ha il compito di fra saltare, immediatamente dopo l'inizio dell'attacco, un ponte sulla strada di fondo vale, per impedire l'afflusso di rinforzi e di rifornimento al nemico.
Pablo è rozzo e ignorante ma, al tempo stesso, furbo e intelligente: ha subito compreso ciò che è sfuggito a tutti i suoi compagni, e cioè che la venuta dell'americano costituisce una inevitabile fonte di guai. Essi finora si sono accontentati di piccoli colpi di mano eseguiti lontano dalla loro base; ma adesso l'attacco al ponte richiamerà su di loro tutte le forze nemiche della zona. Perciò rifiuta di collaborare e cerca anzi di intralciare in tutti i modi l'azione di Jordan.
C'è però un motivo più intimo, più profondo, in questa ostilità. Alla base partigiana c'è una ragazza, Maria Pia, che i guerriglieri hanno preso con sé dopo un attacco a un treno nemico, carico di prigionieri. Al primo sguardo, alle prime parole, un amore violento, bruciante, divampa tra Jordan e Maria Pia. Pablo, segretamente innamorato della giovane, vede e soffre in silenzio. Anche Pilar comprende e, nella sua umanità, favorisce come può l'idillio dei due giovani.
Jordan ha il presentimento che quell'amore sarà forse il primo e l'ultimo della sua vita, ma la vicenda sentimentale non gli impedisce di predisporre l'azione per far saltare il ponte. Nel frattempo i partigiani hanno tenuto consiglio e Pablo, fautore della non collaborazione, è stato messo in minoranza: anche Pilar gli ha votato contro. Si pongono, quindi, agli ordini dell'americano. Ma non si tratta solo di compiere l'azione: occorre anche studiare un piano di sganciamento e di ritirata che offra un minimo di possibilità. Jordan sa che questa possibilità sono quasi inesistenti, ma sa anche che l'unico che possa farli uscire dalla zona dopo l'azione è Pablo. E Pablo, alla fine, si dice disposto a tentare.
Passano i giorni in attesa dell'attacco che deve dare il via all'azione. Intanto Maria Pia, presa e rapita da quel suo primo amore, vagheggia piani per il futuro: ma Jordan sa che non c'è futuro per loro due e che tutto è destinato a bruciarsi nel giro di giorni, forse di ore.
La morte è molto vicina. Già un'altra banda di partigiani, comandati da El Sordo, è stata completamente distrutta. Ora mancano uomini e mancano cavalli: senza uomini, impossibile attaccare il corpo di guardia del ponte; senza cavalli, impossibile tentare lo sganciamento. La neve, insolita per la stagione, interviene a complicare i piani dell'americano.
Finalmente Pablo riesce a mettersi in contatto con un'altra banda che opera in una zona vicina e che manda rinforzi e cavali. La neve ha cessato di cadere. Tutto è pronto e la tensione di Jordan e di tutti gli altri è al colmo.
Ecco il segnale d'attacco. Le squadriglie degli aerei comunisti sorvolano la zona e poco dopo si sente l'eco del bombardamento di là dai monti. Scatta il dispositivo d'attacco di Jordan. Le sentinelle vengono eliminate e il giovane, arrampicato sui tralicci del ponte, colloca le cariche di dinamite e le fa esplodere. Appena in tempo: già sulla strada compaiono i primi carri armati franchisti. Ma ora si tratta di ritirarsi. Pablo, uomo di pochi scrupoli, elimina anche i guerriglieri della banda amica per avere i cavalli necessari alla fuga. Tutti montano in sella e la ritirata è incominciata. Forse tutto è andato bene: forse riusciranno ad abbandonare la zona e a raggiungere le loro linee. Ma, in un passaggio obbligato battuto dalle granate, il cavallo di Jordan è colpito: trascinato nella caduta, il giovane si frattura una gamba.
Così Jordan è giunto alla fine. Dopo uno straziante addio a Maria Pia, si sistema dietro al cavallo ucciso, con il mitragliatore puntato verso io sentiero in attesa del nemico. La sua morte servirà a favorire la fuga degli altri e alla salvezza di Maria Pia. In quegli estremi momenti della vita, i pensieri si affollano nella sua mente, e con essi i rimpianti, le speranze deluse, l'amarezza della morte giunta quasi a tradimento sulla soglia della salvezza. Eppure anche egli è riuscito ad avere qualche cosa di buono dalla vita: quei pochi giorni d'amore. E mentre si abbandona a questo pensiero, il comandante della colonna nemica compare alla curva del sentiero. Jordan lo fissa attento attraverso il mirino, appoggia il dito sul grilletto e aspetta.


UNA PAGINA

"Pensa agli altri che sono lontani" disse. "Ora attraversano il bosco. Poi guaderanno un torrente. Poi galopperanno nell'erica. Poi si arrampicheranno sul versante. Pensa che stasera saranno al sicuro. Pensa che viaggeranno tutta stanotte. Pensa che domani si troveranno un altro nascondiglio. Pensa a loro. Perdio. Questo è tutto quello che posso pensare di loro", disse.
"Pensa a Montana. Non posso. Pensa a Madrid. Non posso. Pensa a un sorso d'acqua fresca. Ecco come sarà. Come un sorso d'acqua fresca. Sei un bugiardo. Non sarà niente. Fallo allora. Fallo. Fallo ora. E' arrivato il momento di farlo. Non devi aspettare. Perché? Lo sai benissimo. Allora aspetta."
"Ora non posso aspettare più", disse. "Se aspetterò ancora perderò i sensi. Lo so, perché sono stato già tre volte sul punto di svenire e ho resistito. Sono riuscito a resistere. Ma non credo che riuscirò a resistere ancora. Ho l'impressione che tu abbia un'emorragia interna nel punto dove il femore rotto ha tagliato tutt'intorno. Specialmente quando ti sei voltato. Così si spiega il gonfiore. Ed è perciò che tu sei così debole e che stai per svenire: Sarebbe proprio questo il momento di farlo. Ti dico onestamente che sarebbe questo il momento."
"Ma se tu aspetti e riesci a trattenerli anche un poco, o anche solo ammazzare l'ufficiale, potrebbe essere una cosa molto importante, una piccola cosa fatta bene può..."
"Va bene", disse. E giacque completamente immobile cercando di nascondere a se stesso che gli pareva di scivolare fuori di sé, come qualche volta si vede la neve cominciare a muoversi giù per la china di un monte.
Disse allora tranquillo... "Voglio resistere finché verranno".
Robert Jordan ebbe fortuna fino all'ultimo, poiché proprio allora vide la cavalleria uscire dal bosco e attraversare la strada.


COMMENTO

Il passo che ho riportato è un esempio tipico della prosa di Hemingway, sia per lo stile, sia per il contenuto. Il periodo incalzante, rapido, a frasi molto brevi e spezzate, con ripetizioni che acquistano un ritmo e un significato quasi ossessivi, ricorre spesso in Hemingway e forse potrebbe dare a qualche lettore disattento l'impressione di una prosa "facile". Hemingway è invece uno scrittore sorvegliatissimo, e la sa pagina è sempre curata fino allo scrupolo.

Ernest Hemingway seguì sempre in tutta la sua opera letteraria un unico, fondamentale motivo: quello della morte, considerata come l'inevitabile scacco finale cui l'uomo - chiunque sia stato e qualunque cosa abbia fatto nella vita - è destinato.
Si può dire che in tutta la sua opera, e perfino nella produzione non rigorosamente narrativa, come in MORTE NEL POMERIGGIO e in VERDI COLLINE D'AFRICA, la morte violenta abbia il ruolo principale. Il problema, per Hemingway, fu sempre quello di definire l'atteggiamento dell'uomo di fronte alla morte: esemplare a questo proposito è questo stupendo romanzo... PER CHI SUONA LA CAMPANA.
Lo scrittore lo risolse nel senso di una serena accettazione non disgiunta da un poco di sprezzo, come fa un buon giocatore che rimane al tavolo e accetta la posta anche dopo essersi accorto che una carta è segnata e la perdita è sicura.



DUE NOTE SU HEMINGWAY

Ernest Hemingway nacque il 21 luglio 1898 a Oak Park, nell'Illinois (USA). Iniziò la sua carriera come giornalista durante la prima guerra mondiale e partecipò poi a tutte le principali guerre del secolo scorso. Egli sentiva un'attrazione irresistibile per le forti emozioni: le corride, la caccia grossa, la boxe, l'alcool. Fu uno dei più grandi scrittori del Novecento e nel 1954 ottenne il premio Nobel per la letteratura.
Morì il 2 luglio 1961.


Conclusione : Un esempio tipico della prosa di Hemingway, sia per lo stile, sia per il contenuto.

VEDI ANCHE ...

ADDIO ALLE ARMI - Ernest Hemingway

PER CHI SUONA LA CAMPANA - Ernest Hemingway



domenica 25 maggio 2008

Ernest Hemingway - Fernanda Pivano


Negli anni immediatamente successivi alla fine della prima guerra mondiale la letteratura americana stava di casa a Parigi. Romanzieri, poeti, saggisti erano calati nel vecchio continente alla ricerca di facili emozioni: "generazione perduta" li chiamarono, ma per molti di loro era una "perdita" accettata con molta disinvoltura e piuttosto piacevolmente, una soluzione turistica di una crisi spirituale i cui reali elementi non si volevano mettere in luce ( fa eccezione lo scrittore Scott Fitzgerald, soprattutto per il romanzo TENERA E' LA NOTTE, in cui interpretò con tono appassionato ambienti e personaggi dell'età del jazz. Autore di alcuni dei più bei racconti della letteratura americana del tempo, finì rovinato dall'alcool).
Tra questi intellettuali c'era anche chi era venuto in Europa qualche anno prima, non proprio da turista: ma in divisa di soldato Yankee, per la grande avventura della guerra. Finita questa, non aveva più voluto tornare. E si era fermato nella capitale francese, entrando in quegli ambienti cosmopoliti, spezzando i legami con la realtà del suo paese, e creandosi tutto un mondo letterario in cui confluivano le influenze più eclettiche.
Questo fu il caso di Ernest Hemingway.
Nato il 21 luglio 1898 a Oak Park, nell'Illinois, era venuto in Europa nel 1917 come corrispondente di un giornale di Kansas City; volontario, poi, nell'esercito italiano, era stato ferito e aveva trascorso una lunga convalescenza a Milano. Stabilitosi a Parigi nel 1921, era entrato nell'ambente dei letterati americani emigrati, le cui due più forti personalità, la scrittrice Gertrude Stein (1874-1946, nata in Pennsylvania, parigina di adozione, introdusse nella prosa americana un periodiare disarticolato, alogico, basato sulla ripetizione ossessiva delle parole e delle frasi, che fu poi imitato da altri scrittori americani, come Faulkner, Anderson, e lo stesso Hemingway) e il poeta Ezra Pound (nato nel 1885 nell'Idaho, visse in Europa fin dal 1908. Simpatizzante del fascismo, partecipò a trasmissioni radiofoniche per conto della Repubblica di Salò. Si salvò dal processo per tradimento perché riconosciuto infermo di mente) lo aiutarono, correggendogli addirittura i primi scritti. Frutto di questa specie di tirocinio fu il romanzo FIESTA del 1936.
FIESTA una storia ambientata in Spagna, tra fieste e corride, e i personaggi sono sempre molto ubriachi in una specie di "interessanti" avventure. Gente che l'autore vuole indicarci come tormentata da rapidi drammi psicologici, incapaci di vivere una vita normale; ma che tutto sommato sentiamo tendere continuamente a fare quella di vita un piacevole mito letterario.
Questa superficialità è dunque il principale difetto del primo romanzo di Hemingway.

Ma per fortuna sua Hemingway aveva dentro qualcos'altro, un vero talento che si palesò a poco a poco, e sempre nei suoi libri migliori. Hemingway non è mai stato lo scrittore adatto ad esprimere complicazioni psicologiche e incerti tormenti di "generazioni perdute". Non è solo il tono di una involuta drammaticità. Il suo tono più reale e più ricco è quello di una specie di epicità naturale, di gusto intenso per la vita, per le sensazioni vitali. Hemingway non è riuscito a creare tanti personaggi veramente convincenti (e questo forse proprio perché gli è mancato un ambiente suo proprio dove vivere e penetrare la vita di determinati uomini): ma ha saputo scrivere molte pagine piene di sensazioni, ricche di descrizioni di ambienti naturali assolutamente intense e vitali. Questa e quella di saper rendere forte efficacia visiva certi avvenimenti generali che egli descrive, sono le sue doti più ricche: e in fondo la prima spiega benissimo la seconda. Molti critici quando parlando di Hemingway insistevano sulla sua "passione" per la morte, sul senso della morte che c'è nei suoi libri: e citavano specialmente MORTE NEL POMERIGGIO (1932), l'interpretazione rituale e nonostante tutto un po' letteraria che Hemingway ha dato della corrida. Non c'è forse scrittore che sia portato a far uso dei suoi cinque sensi tanto intensamente quanto lui.

Il gusto di vivere, di assaporare, di sentire, di vedere, di ricordare: ecco quello che Hemingway sa rappresentare meglio di ogni altra cosa. E basta leggere proprio in MORTE NEL POMERIGGIO quelle ultime pagine, piene di disordinate sensazioni accumulate una sull'altra ("la gran cosa è resistere e fare il nostro lavoro e vedere e udire e imparare e capire; e scrivere quando si ha qualcosa"). E sempre in questo tono sono le belle pagine del soggiorno svizzero in ADDIO ALLE ARMI, il libro ispirato dall'esperienza della guerra in Italia (in cui venne ferito e poi decorato) e uscito nel 1929 (dove ci sono anche le pagine su Caporetto, che sono un bell'esempio di quell'altra dote di Hemingway - da grande "giornalista", potrei dire). E i racconti di pesca e di caccia nel libro dei 49 RACCONTI, quelli sulle giornate in campagna: più bello di tutti i racconti dove Hemingway cerca di creare personaggi e intrecci drammatici. E tutto il bellissimo lungo racconto di caccia che è VERDI COLLINE D'AFRICA (1935): dove quell'"epicità naturale" di cui parlavo prima fa le sue prove forse migliori.
Ho detto in sostanza che di Hemingway convivono relativamente ambienti e personaggi (anche per quel vizio di "gusto letterario" che è eredità delle sue prime esperienze di scrittore e di uomo); e che invece riescono più vere le rappresentazioni di sensazioni e le descrizioni di avvenimenti. Questo ci può dare elementi sufficienti per renderci ragione dei suoi limiti e del suo reale talento. Ma è evidente che, in questi termini, il punto da superare resta per Hemingway, alla lunga, quello di una sorta di naturalismo delle sensazioni, per quanto brillante esso sia. E bisogna dire che Hemingway è riuscito in alcune sue pagine a superare questo limite. Così si può ricordare in AVERE E NON AVERE (romanzo ambientato tra i contrabbandieri e turisti americani a Cuba, uscito nel 1937), al di là delle pesantezze dell'intreccio, la tragica e oscura dignità del protagonista in punto di morte. E certe pagine di PER CHI SUONA LA CAMPANA(1940): il discusso romanzo ispirato a Hemingway dalla guerra di Spagna, che egli visse come esperienza diretta schierandosi apertamente per la Repubblica contro i fascisti.
Ma, dopo le nebulosità del romanzo DI LA' DAL FIUME TRA GLI ALBERI, ispirato da un precedente viaggio in Italia e qui ambientato (la storia di un colonnello dell'esercito americano che vede avvicinarsi la morte), il superamento più conseguente e intimo di quel limite è forse realizzato da Hemingway nella sua opera uscita nel 1953: il lungo racconto IL VECCHIO E IL MARE.


E' la storia molto semplice di un vecchio e povero pescatore cubano che dopo mesi di sfortuna esce solo con la sua barca in alto mare e riesce a prendere all'amo un enorme pescespada; la storia della sua lotta di giorni e di notti contro la bestia dura a morire; e del suo ritorno con la gigantesca preda finalmente uccisa legata alla barca; e infine, della sua delusione: i pescicani si avventano contro la sua pesca straordinaria e la dilaniano brano a brano, e lui torna in porto con l'enorme scheletro che solo testimonia della sua lotta e della sua vittoria.
Inizialmente ho detto che qui Hemingway riesce ad andare oltre i limiti più pericolosi della sua stessa natura. E questo perché nel IL VECCHIO E IL MARE il gusto della vita diventa sovente austera coscienza di vita: come sforzo, e combattimento, e fatica dell'uomo.
Dice il pescatore, durante la lunghissima lotta col pesce...
"...gli farò vedere che cosa sa fare un uomo e che cosa sopporta un uomo".
Il racconto diventa una celebrazione di questa forza nella fatica, anche nella sofferenza, anche se alla fine viene sconfitta. E non sembra un caso che con questo suo racconto Hemingway si ricolleghi in un certo senso ad uno dei più grandi scrittori americani: a Melville, l'autore di MOBY DICK - dove nella storia della lunga lotta del capitano Achab contro la terribile balena bianca era cantata come in un poema la forza e la fatica e la titanica dignità dell'uomo.
Il definitivo riconoscimento della sua attività di scrittore e della sua importanza nel panorama letterario del dopoguerra si ebbe con l'assegnazione nel 1954 del premio Nobel per la letteratura
Morì a Ketchum il 2 luglio 1961.


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