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martedì 20 agosto 2013

ITALO SVEVO e LA CULTURA ITALIANA (Italo Svevo and the Italian culture)

Italo Svevo e la cultura italiana


Italo Svevo, pseudonimo di Ettore Schmitz, nacque a Trieste nel 1861.
Secondo la tradizione della sua famiglia fu indirizzato agli studi commerciali e, non ancora compiuti gli studi, a causa di un grave dissesto finanziario del padre, si impiegò in una banca. La formazione letteraria si svolge parallelamente all'esistenza quotidiana di Svevo: e in essa egli riversa tutti i suoi sogni, le sue aspirazioni e le sue ambizioni.

La filosofia tedesca (e in particolare Schopenhauer) il romanzo francese (in particolare Zola, ma anche Balzac, Flaubert, Daudet e Stendhalalcuni classici italiani come Machiavelli, Guicciardini, Boccaccio e, soprattutto, quale punto di orientamento De Sanctis: queste sono le sue letture fondamentali. Così egli arriva a concepire il primo romanzo, Una vita (1892) e, dopo la delusione seguita al quasi completo insuccesso del libro, a continuare la sua strada fino al secondo romanzo, Senilità (1898). L'insuccesso, ancora maggiore, di questo romanzo persuase Svevo a non insistere. Dovranno così passare venticinque anni, prima che appaia alla luce il terzo romanzo La coscienza di Zeno (1923). 
In questo periodo Svevo continuò a scrivere qualche cosa, ma soprattutto s'incontrò davvero con alcuni aspetti fondamentali della cultura europea, come Joyce (di cui fu amico), con Proust, con Freud. Poté in tal modo rendere più esplicite, anche di fronte a se stesso, alcune questioni che aveva già intuite e affrontate nei precedenti romanzi. Tale maggiore coscienza riflessa si nota chiaramente nella Coscienza di Zeno ed è la causa prima del suo tono diverso - distaccato ed ironico -, dei suoi limiti e del suo enorme successo.

Scoperto quasi contemporaneamente in Italia da Montale e in Francia dal Crémieux, Svevo si trovò improvvisamente alla ribalta della notorietà e raggiunse pochi anni prima della morte (avvenuta nel 1928) quella gloria letteraria a cui aveva sempre aspirato. 
Oltre i tre romanzi cui ho fatto cenno, scrisse anche numerose novelle e alcuni lavori teatraIi (ora raccolti in volume).

Parallela a quella di Pirandello e per molti aspetti simile - corre la vicenda letteraria di Italo Svevo. Anch'egli parte da una formazione naturalistica che svuota fin dal suo primo romanzo; anch'egli passa inosservato dalla cultura italiana (Croce, attento cronista della letteratura della nuova Italia, non si accorge della sua esistenza, nemmeno per stroncarlo come aveva fatto per Pirandello); anch'egli opera fuori da quel fervore di iniziative, da quei numerosi circoli letterari e movimenti di idee che caratterizzano l'inizio del secolo; anch'egli si afferma solo dopo la prima guerra mondiale, quando la sensibilità umana e gli orientamenti letterari sono mutati e sono divenuti già pronti a comprenderlo, ma anche a deformarlo; anch'egli, infine, approda ad una lucida consapevolezza dell'alienazione umana nella società contemporanea.

Ma Svevo ha su Pirandello il vantaggio di essere arrivato a tale consapevolezza attraverso uno scavo interiore compiuto senza l'ausilio di quegli elementi intellettualistici che spesso intorbidano e frenano il racconto pirandelliano. Questo vantaggio è forse dovuto al fatto che Svevo nacque, si formò e visse a Trieste, vale a dire in una città non solo geograficamente ai margini dell'Italia. Una città con una cultura autonoma, che di quella italiana sapeva assorbire gli aspetti meno formalistici ed esternamente letterari, ma non rimaneva insensibile agli influssi delle altre culture europee e, in specie, di quelle slave e germaniche.
Questo spiega il modo autonomo, naturale, non riflesso, maturato nelle ragioni stesse della sua cultura e del suo ambiente e non ricevuto in prestito dall'esterno, con cui Svevo scopre il romanzo analitico (il romanzo cioè che alla rappresentazione oggettiva dei fatti, sostituisce quella di una inafferrabile, tortuosa e torbida inquietudine interna), la tecnica del monologo interiore (una tecnica, cioè, di narrazione indiretta e automatica, per cui gli avvenimenti sono presenti solo attraverso il riflesso che essi hanno avuto nella coscienza o subcoscienza del protagonista), l'esistenza del subcosciente. Sarà facile, dopo, fare i nomi di Joyce e di Freud. Ma essi sono davvero conosciuti e meditati da Svevo solo quando si era conclusa la sua prima stagione di narratore.
Oggetto della sua analisi è la irrimediabile frattura che si è determinata fra l'individuo e la vita organizzata in società; e, ancora, la dissociazione che l'uomo moderno ormai soffre all'interno della propria coscienza. La "solitudine" e la "alienazione" sono manifestazioni della "malattia" mortale che corrode non solo lo spirito del singolo individuo, ma lo stesso tessuto connettivo di credenze, costumi, abitudini su cui si strutturano e si organizzano i rapporti umani della società borghese. Sicché, risulta, in definitiva, che I'uomo borghese ha perduto finanche la speranza di una umana fruizione della vita.
La lucidità con cui i protagonisti dei suoi romanzi avvertono la loro crisi, è essa stessa a determinare in loro un profondo, incolmabile scompenso fra il momento della "passione" e quello della "azione".
La viva mobilità del pensiero, l'intensa accensione dei sentimenti, mentre portano il personaggio alla diagnosi della propria condizione alienata (e alla professione della propria inettitudine), bloccano in lui ogni residua possibilità di azione. E, quanto più è acuta la sua sofferenza della vita, quanto più viva è la sua aspirazione a realizzarsi in esperienze totali, tanto più il personaggio è immobilizzato nei gesti, incapace cioè di un qualsiasi atto valido alla costruzione di se stesso. Suo destino è di subire la realtà: la sua "malattia" è nella coscienza di questo destino, I'impossibilità della guarigione è nella sua disposizione, tutta borghese, a guardare a quel destino da una prospettiva individualistica, che reca già in sé la inevitabilità della sconfitta. In questa coscienza che il personaggio ha della sua "malattia" si riflette I'idea del fallimento della borghesia come classe egemone e della sua incapacità di trovare ormai, sia pure a livello di proposta, una qualche soluzione alla crisi di ordine storico che investe la società italiana ed europea.
Svevo viene così a porsi, accanto a Pirandello, come il maggior narratore della malattia del nostro secolo (il frantumarsi dei rapporti sociali, la solitudine, I'alienazione), come colui che sa rappresentarla con analoga lucida consapevolezza ma nello stesso tempo con una più sofferta e più profonda partecipazione.

Già all'inizio di questa mia narrazione storica abbiamo osservato come già il primo romanzo di Svevo si inserisca in questo suo modo di guardare la realtà e il mondo. Una vitainfatti, come ho detto, svuota dall'interno la poetica naturalistica, presentando sotto le vesti di un romanzo tradizionale un personaggio che avrà molti fratelli nella letteratura del Novecento. Si tratta di Alfonso Nitti, un giovane venuto dalla campagna a Trieste per impiegarsi in una banca. Egli vive una doppia vita, quella dell'impiegatuccio a cui non riesce ad adattarsi e quella dei suoi sogni letterari e dei suoi studi. La fortuna sembra arridergli perché la figlia del proprietario della banca, Annetta, gli apre la porta della sua casa e intraprende con lui la stesura di un romanzo a due mani. Ma per Annetta la letteratura è solo un capriccio (ed anche uno specchio in cui si rivela la sua anima piccolo-borghese), cosicché tutto finisce in una passione proibita. Ma, proprio quando Alfonso sembra che abbia raggiunto lo scopo, viene preso da una invincibile inerzia, dall'incapacità di agite e di portare fino in fondo quella relazione. La malattia della madre gli dà il pretesto per allontanarsi, lucidamente consapevole che questo avrebbe significato la sua sconfitta.
La morte della madre e il fidanzamento di Annetta con un altro uomo gli tolgono ogni superstite ragione di vita. Non gli rimane che il suicidio.
Come si vede la sicurezza scientifica su cui si fondava il naturalismo è completamente crollata: qui ci troviamo di fronte ad un uomo incapace di inserirsi nel tessuto connettivo di credenze, costumi, abitudini che gli viene offerto dalla società borghese e che contrappone a quell'ambiente sociale, meschino ma reale, un mondo velleitario di sogni irrealizzabili; un uomo
in cui la paralisi della volontà ha il sopravvento sulle esigenze della ragione.

Del suo secondo romanzo, Senilitàl'autore, in un profilo autobiografico del 1928, così scriveva: "E' il racconto dell'avventura amorosa che il trentenne Emilio Brentani si concede cogliendola di proposito sulle vie di Trieste. Emilio è un impiegatuccio che gode nei circoli cittadini di una piccola fama letteraria e si duole di aver sprecata (e di non aver goduto) tanta parte di vita. Vorrebbe vivere come fa lo scultore Balli, suo amico, ch'è indennizzato dall'insuccesso artistico da un grande successo personale, con Ie donne specialmente. Finora ad Emilio era sembrato di non aver saputo imitare l'amico, per le grandi responsabilità che su lui incombevano, la sorte di una sorella, Amalia, che vive accanto a lui nella stessa inerzia, non più giovane e affatto bella. Subito la sorella è agitata vedendo che il fratello senza alcun ritegno si dedica al gioco pericoloso e proibito dell'amore, ma presto si convince in seguito all'esempio del fratello e alle teorie del Balli, ch'essa fu ingannata e che l'amore dovrebbe essere il diritto di tutti. Per Emilio intanto la piccola avventura cui aveva voluto abbandonarsi si fa importante proprio in sproporzione al valore morale di Angiolna. Anzi ogni scoperta di una bassezza o di un tradimento di Angiolina non ha altro effetto che di legarlo meglio a lei. Egli sente il suo attaccamento e la sua soggezione a quella donna quale un delitto. Non sapendo imitare il Balli ne invoca l'aiuto. 
L'intervento del Balli fra i due amanti ed anche tra il fratello e la sorella ha degli effetti disastrosi. Tutt'e due le donne s'innamorano di lui. Inutilmente Emilio tenta di allontanarlo da Angiolina, perché costei gli si attacca, ma con facilità lo allontana dalla sorella che ora dovrebbe ritornare alla sua prima inerzia e invece segretamente si procura I'oblio con l'etere profumato. 
Un giorno Emilio trova la sorella nel delirio della polmonite. Richiama il Balli e i due uomini aiutati da una vicina assistono la moribonda. Ancora una volta per aver scoperto un nuovo tradimento di Angiolina, Emilio lascia sola la sorella, ma poi ritorna a lei e le resta accanto finché chiude gli occhi.
Emilio si dibatte, dunque, in un groviglio inestricabile. Con la mente, egli giudica la depravazione di Angiolina e avverte I'umiliazione che gliene deriva; ma la sofferenza che patisce sul piano sentimentale , anziché spegnere o mitigare il suo amore, gliene acuisce il rovello. Nello scompenso tra la chiaroveggenza intellettuale e la inettitudine sentimentale è la sua tragica contraddizione: egli sa quello che dovrebbe fare, ma gliene manca la necessaria energia morale. Sicché la sua confusione sentimentale intorbida e avvilisce anche la mente, la quale in definitiva si piega al compromesso ed escogita futili giustificazioni in cui la passione trova, vuole trovare, ulteriore e più intenso alimento.


Édouard Émile Louis Dujardin (Saint-Gervais-la-Forêt, 1861 – Parigi, 31 ottobre 1949) definisce il monologo interiore: 

"Il monologo interiore, come ogni monologo, è il discorso di un dato carattere usato per introdurci nella sua vita interiore, senza che I'autore intervenga per commentare o spiegare, o come ogni monologo è un discorso senza ascoltatori e un discorso non detto; ma differisce dal monologo tradizionale in questo: riguardo alla sostanza, riflette i pensieri più intimi e più vicini all'inconscio; riguardo allo spirito, è un discorso privo di organizzazione logica che riproduce i pensieri nel loro stato originale così come vengono alla mente; riguardo alla forma, si esprime per mezzo di affermazioni dirette ridotte a un minimo di sintassi.



UNA VITA - Italo Svevo


IL PESSIMISMO GIOVANILE DI ZENO COSINI (Confessions of Zeno) - Italo Svevo

Statua di Italo Svevo in Piazza Hortis, di fronte al Museo di storia naturale di Trieste

Il pessimismo giovanile di Zeno Cosini

Il terzo romanzo, La coscienza di Zeno nasce in un momento in cui il pessimismo di Italo Svevo ama piuttosto vestirsi di giovialità che di cordoglio.
La biografia di Zeno è la storia di tanti fallimenti successivi che poi, per un caso ironico, o per un capriccio, la vita si incarica di rendere vantaggiosi. 
Zeno è I'uomo che, non sapendo guarirsi con una semplice rinunzia dal vizio di fumare, arriva alla più grave rinunzia di farsi chiudere in una casa di cura (con tutte le comiche e paradossali conseguenze: corruzione della infermiera per avere sigarette, evasione notturna, sospetti sulla fedeltà della moglie che forse in quel momento lo tradirà col dottore). E' l'uomo che conserva la sua prosperità economica, proprio perchè è sempre deluso nei suoi disastrosi tentativi di fare affari. Per incapacità di esimersi da un vago impegno, sposa la seconda delle sorelle Malfenti, che non amava, dopo di essere stato rifiutato dalla prima e dalla terza, che amava: e trova in costei la moglie ideale. Egli è il malato che accompagna al cimitero molti sani; è l'inetto che salva la posizione finanziaria del brillante cognato Guido, stupendo animale meravigliosamente dotato per il successo. Non ha, o crede di non aver tatto, e riesce a tradire la moglie senza destare il minimo sospetto, mentre il cognato, nelle stesse condizioni, fa nascere un finimondo di gelosie, Zeno è la conseguenza degli altri personaggi di Svevo, per i quali tuttala vita è un male; conseguenza rincarata dall'ulteriore, ironica constatazione che non tutto il male viene per nuocere.


Zeno Cosini malato immaginario

Zeno Cosini, il protagonista più che cinquantenne, è, dunque, un malato immaginario, sempre attento ad analizzare la sua malattia. A scrivere la sua autobiografia è indotto da uno psicanalista che, così, pensa di guarirlo dalla nevrosi. Per questo, nel romanzo sembra venga proposta l'indagine psicanalitica secondo il metodo di Freud, la cui teoria Svevo aveva studiato intorno al 1918, poco prima cioè della stesura del romanzo (1923). Ma contrario al metodo di Freud è già il tentativo del protagonista di autopsicanalizzatsi. 
Dal "preambolo" del romanzo, peraltro, si evince la sfiducia di Svevo nei confronti della psicanalisi, a cui in fondo egli non riconosce alcuna possibilità sul piano della terapia e, anzi, ne ironizza le istanze ("il mio testo asserisce che con questo sistema si può arrivare a ricordare la prima infanzia, quella in fasce. Subito vedo un bambino in fasce, ma perchè dovrei essete io quello?"), confermandosi nella convinzione che lo stato di "malattia" è un dato permanente nell'uomo e che si manifesta come sentimento alienato della vita ("La malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione"). Prova ne è il fatto che nel romanzo la malattia non si risolve. Ad ogni modo, il sentimento della malattia Zeno lo vive in uno stato di continua tensione verso la "salute", che proprio quando pare stia per raggiungere e tenere, invece gli sfuma e svanisce.


La psicoanalisi come metodo d'indagine

In questa condizione, la psicanalisi vale, se non come terapia, almeno come metodo di indagine dei sintomi della malattia. La quale è coscienza della precarietà e relatività della vita, e resta sempre attuale.
Zeno, in tal modo, è come dissociato dalla sua coscienza: o meglio, il movimento del suo pensiero non coincide con quello dei sentimenti. Questi sono convenzionali e conformistici, il pensiero è spregiudicato ed eversivo. Lo scompenso interiore si rivela nei gesti con cui egli esprime proprio quello che non vorrebbe. Così, mentre agisce per conseguire un risultato, ne ottiene un altro. Quando si dedica tutto in un impegno è la volta che sbaglia; e quando non s'interessa alle cose e alle persone è la volta che tutto gli riesce. Sicchè si perde ogni criterio di comportamento, poichè Zeno stesso non sa giudicare se vale più la "furberia" o la "bestialità".
Risulta, così, evidente la irrisione delle abitudini borghesi di vita (e, ancora, delle istituzioni, come ad esempio il matrimonio): apparentemente manifestazioni di equilibrio e di saggezza; di fatto, segni di pochezza interiore, viltà spirituale, di alienazione.

Nella narrazione si intrecciano due piani, quello del ricordo e quello dell'analisi: il "ricordo" propone i fatti, che però la "analisi" provvede subito a corrodere. 
Con questo procedimento il romanzo naturalistico è definitivamente messo in crisi e superato. Il "monologo interiore" è lo strumento narrativo con cui Svevo scardina la sintassi del romanzo ottocentesco e, in ciò, la sua operazione è simile a quella che, ad un livello superiore, fa James Joyce.

La "malattia" consiste nella disposizione a vedere la realtà ridotta a frammenti e a vedere come irrimediabile la stessa scissione della propria coscienza. La "salute" è, invece, la capacità di vivere ogni esperienza con la volontà di farne un momento decisivo della vita, in modo da assolutizzarla in condizioni (o forme o valori) eterne e universali. Così riesce a fare la moglie di Zeno, Augusta che opera sempre la riduzione del reale alla dimensione univoca del "presente", per potere assumere ogni dato, ogni evento, come esperienza totalizzante. Augusta può in tal modo realizzare interezza di coscienza, poichè in questa aderisce e si adegua pienamente alle cose del momento.
Zeno non riesce a sistemarsi nella dimensione del "presente" perchè la sua coscienza non si accorda mai con la realtà. Ma è evidente che Augusta è "sana" perchè nella sua coscienza ridotta, sente come naturali sentimenti che, invece, sono di fatto distorti e alienati.
Ed è come dire che ella, in fondo, è più ammalata di Zeno, perchè vive da alienata ma senza che la sfiori neppure il sospetto della sua alienazione. In questa ambivalenza della "verità" ("comincio a dubitare se quella salute non avesse avuto bisogno di cura o d'istruzione per guarire"), in questa possibilità di rovesciare ogni proposizione, ogni pensiero, nel suo contrario è la coscienza della precarietà dell'esistenza che, qui, però scatta in rilievi umoristici più che patetici ("Però mi sbalordiva; da ogni sua parola, da ogni suo atto risultava che in fondo essa credeva alla vita eterna", ecc.). 
La commistione dei due piani diversi, del comico e del patetico, deriva dall'uso "patetico" che Svevo fa della "allegoria" il nuovo strumento operativo con cui in questo ultimo romanzo compie l'indagine della realtà per meglio penetrarne la sostanza e dissolverne le strutture utilitarie o le incrostazioni moralistiche, e denunciarle come sintomi della "malattia" universale.
Dopo aver "praticato assiduamente per sei mesi interi" la terapia psicanalitica, Zeno si avvede che la cura l'ha reso "squilibrato e malato più che mai". Anche perchè, per concentrarsi tutto nella cura, per "un anno" aveva smesso di scrivere.
Constatato il fallimento della cura, per ovviare alla noia e rimpiazzare la psicanalisi, decide di riprendere a scrivere, fiducioso che questo impegno possa liberarlo "più facilmente del male che la cura gli ha fatto".
Naturalmente scrive "la storia" di quella esperienza, che è come una vera e propria parodia della psicanalisi e dello psicanalista che l'ha curato. La psicanalisi risulta, in definitiva, "una sciocca illusione" e il dottore un "uomo ridicolo". Tanto che fra lui e il paziente, è questo che la sa più lunga e inventa, ma solo per illudere il dottore, confessioni che quello presume di essere lui, con la sua terapia, a suggerirgli. Non passa neppure per la mente all'ingenuo dottore la mistificazione che ci può essere nelle confessioni, tanto più in quelle scritte (specie se chi confessa, parla il dialetto e non lo sa scrivere). La sua specializzazione professionale, anzicchè utile, gli riesce nociva, perchè lo induce ad affidarsi alle formule (le "benedette confessioni") e a schematizzare.
Giunge, così, ad attribuire a Zeno la malattia "diagnosticata a suo tempo dal defunto Sofocle sul povero Edipo: avevo amata mia madre e avrei voluto ammazzare mio padre" (con ciò, ovviamente, è preso di mira lo stesso Freud che nella psiche infantile aveva individuato la presenza del complesso di Edipo).


L'alienazione professionale

Così, tra i due quello che appare più bisognoso di cure (perchè non sospetta neppure la sua alienazione professionale) appare proprio il dottore. Il paziente si presta, ossequioso, ad illuderlo inventando "immagini che avevano la solidità, il colore, la petulanza delle cose vive". "E il dottore registrava. Diceva: Abbiamo avuto questo, abbiamo avuto quello".
Finché non dichiara la guarigione, proprio quando quelle immagini (sui suoi rapporti col fratello, con la madre, col padre) cominciano ad assumere sostanza di autenticità per lo stesso paziente che le ha inventate.

"La vita attuale - scrive Svevo nell'ultima pagina del romanzo - è inquinata alle radici. L'uomo s'è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinato l'aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V'è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza...,
nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà della mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco!".
"Ma non è questo, non è questo soltanto".
"Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorchè la rondinella comprese che per essa non c'era altra possibile vita fuori dell'emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. La talpa s'interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s'ingrandì e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute.
Ma l'occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c'è stata salute e nobiltà in chi I'inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l'uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma oramai, l'ordigno non ha più alcuna relazione con l'arto. Ed è I'ordigno che crea la malattia con l'abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati".


La visione catastrofica del futuro

"Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' più ammalato, ruberà tale esplosivo e si arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie".

In realtà, ed è questa la conclusione del romanzo, la malattia non è solo dell'uomo, ma è della vita, la quale è mortale e non "sopporta cure". Per riportate la salute nella vita, occorrerebbe forse distruggere gli ordigni costruiti per la sua maggiore potenza dall'uomo, che però ha così creato "la malattia con l'abbandono della legge che fu su tutta la terra creatice". 
Di qui le profezie della distruzione universale che Svevo avanza con raccapricciante lucidità.


mercoledì 16 luglio 2008

SENILITA' (Senility) - Italo Svevo



Del suo secondo romanzo, SENILITÀ, l'autore Italo Svevo, traccia un profilo autobiografico.



Il racconto parla di un'avventura amorosa che il trentenne Emilio Brentani si concede cogliendola di proposito sulle vie di Trieste.



E' lo stesso autore che scrive in una prefazione autobiografica del 1928...



"Emilio è un impiegatuccio che gode nei circoli cittadini di una piccola fama letteraria e si duole di aver sprecata (e di no aver goduto) tanta parte di vita.

Vorrebbe vivere come fa lo scultore Balli, suo amico, che è indennizzato dall'insuccesso artistico da un grande successo personale, con le donne specialmente.
Fin'ora ad Emilio era sembrato di non aver saputo imitare l'amico, per le grandi responsabilità che su di lui incombevano, la sorte di una sorella, Amalia, che viveva accanto a lui nella stessa inezia, non più giovane e affatto bella.
Subito la sorella è agitata vedendo che il fratello senza alcun ritegno si dedica al giuoco pericoloso e proibito dell'amore, ma presto si convince in seguito all'esempio del fratello e alle teorie del Balli, che essa fu ingannata e che l'amore dovrebbe essere il diritto di tutti.
Per Emilio intanto la piccola avventura cui aveva voluto abbandonarsi si fa importante proprio in sproporzione al valore morale di Angiolina.
Anzi ogni scoperta di una bassezza o di un tradimento di Angiolina non ha altro effetto che di legarlo meglio a lei.
Egli sente il suo attaccamento e la sua soggezione a quella donna quale un delitto. Non sapendo imitare il Balli ne invoca l'aiuto.
L'intervento del Balli fra i due amanti ed anche fra i fratello e la sorella ha degli effetti disastrosi.
Tutte e due le donne si innamorano di lui.
Inutilmente Emilio tenta di allontanarlo da Angiolina, perché costei gli si attacca, ma con facilità lo allontana dalla sorella che ora dovrebbe ritornare alla sua prima inerzia e invece segretamente si procura l'oblio con l'etere profumato.
Un giorno Emilio trova la sorella nel delirio della polmonite. Richiama il Belli e i due uomini aiutati da una vicina assistono la moribonda.
Ancora una volta per aver scoperto un nuovo tradimento di Angiolina, Emilio lascia sola la sorella, ma ritorna a lei e le resta accanto finchè chiude gli occhi".





Emilio si dibatte, dunque, in un groviglio inestricabile.
Con la mente, egli giudica la depravazione di Angiolina e avverte l'umiliazione che gliene deriva; ma la sofferenza che patisce sul piano sentimentale, anziché spegnere o mitigare il suo amore, gliene acuisce il rovello.
Nello scompenso fra la chiaroveggenza intellettuale e la inettitudine sentimentale è la sua tragica contraddizione: egli sa quello che dovrebbe fare, ma gliene manca la necessaria energia morale.
Sicché la sua confusione sentimentale intorbida e avvilisce anche la mente, la quale in definitiva si piega al compromesso ed escogita futili giustificazioni in cui la passione trova, vuol trovare, ulteriore e più intenso alimento.



domenica 30 marzo 2008

UNA VITA (A life) – Italo Svevo

Ancor oggi UNA VITA desta meraviglia per la sua freschezza e modernità, e mi stupisce che sia un’opera della fine dell’Ottocento.Questo romanzo sembra scritto adesso, e con qualche ritocco formale, l’inganno sarebbe perfetto.
Ma in che cosa consiste, di preciso, questa modernità, questa attualità di Svevo?

UNA VITA è la storia di un giovane provinciale, Alfonso Nitti, che si reca a Trieste per lavorare e farvi fortuna, se negli affari o nella vita artistica neppure lui sa di preciso.
S’impiega in banca. Egli vive una doppia vita, quella dell’impiegatuccio a cui non riesce di adattarsi e quella dei suoi sogni letterari e dei suoi studi.La fortuna sembra arridergli quando viene a conoscere la figlia del proprietario della banca, Annetta, e se ne innamora. Annetta gli apre la porta della sua casa e intraprende con lui la stesura di un romanzo a due mani, ma per la donna la letteratura è solo un capriccio (ed anche uno specchio in cui si rivela la sua anima piccolo-borghese), cosicché tutto finisce in una passione proibita.Alfonso non è ricambiato come vorrebbe: quel matrimonio è, socialmente e psicologicamente, impossibile, e proprio quando sembra che abbia raggiunto lo scopo, viene preso da una invincibile inerzia, dall’incapacità di agire e di portare fino in fondo quella relazione.La malattia della madre gli dà il pretesto per allontanarsi, lucidamente consapevole che questo avrebbe significato la sconfitta.La morte della madre e il fidanzamento con Annetta con un altro uomo gli tolgono ogni superstite ragione di vita.
Il giovane è, alla fine, stritolato dall’ambiente borghese e spinto al suicidio.
Come si vede la sicurezza scientifica su cui si fondava il naturalismo è completamente crollata: qui ci troviamo di fronte ad un uomo incapace di inserirsi nel tessuto connettivo di credenze, costumi, abitudini che gli viene offerto dalla società borghese e che contrappone a quell’ambiente sociale, meschino ma reale, un mondo velleitario di sogni irrealizzabili; un uomo in cui la paralisi della volontà ha il sopravvento sulle esigenze della ragione.
Inizialmente, Svevo pensava di intitolare il suo romanzo UN INETTO, e in parte la sua storia è la storia di un giovane che fantastica troppo e conclude poco (questo tratto sarà poi ricorrente nell’opera di Svevo).

UNA VITA è un eccellente quadro d’ambiente e una non meno pregevole analisi di sentimenti, stati d’animo, passioni e pensieri.
Con un linguaggio spoglio, scarno, senz’ombra di retorica o di ampollosità, capace di delineare con due righe un carattere o una situazione, Svevo descrive con grande precisione l’ambiente bancario ed impiegatizio della Trieste fine di secolo, ed è da questo ambiente che nasce il dramma del suo protagonista, le cui aspirazioni non trovano riscontro nella realtà sociale che lo attornia.

La nostra letteratura di quegli ultimi anni non era aliena da interessi simili, e basterà ricordare, ma su un piano regionalistico, Bersezio o, a Milano, il De Marchi del DEMETRIO PIANELLI.Ma mentre i nostri scrittori di quel tempo per lo più seguivano le correnti naturalistiche e veristiche, spesso innestandole in modo grezzo sul ceppo centrale di un romanticismo gonfio e ridondante, Svevo al naturalismo allora in voga concedeva non più di un paio di capitoli (la morte della madre in UNA VITA, la morte della sorella in SENILITA’), e per il resto, dotato di uno spirito sottilissimo d’osservazione, s’inoltrava sul terreno dell’analisi dei fatti del cuore e della mente, contribuendo così a gettare le basi del romanzo psicologico nella narrativa italiana.


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