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mercoledì 2 luglio 2014

CONTRATTO SOCIALE (Social Contract) - Jean-Jacques Rousseau

 Jean-Jacques Rousseau

Il "contratto sociale" di Rousseau

Al polo opposto dell'affermazione liberale del nesso proprietà-libertà e della promozione dell'individuo come soggetto dell'iniziativa economica (l'uomo è tanto più libero quanto più è proprietario), noi incontriamo, nell'ambito delle concezioni politiche della borghesia, la posizione democratica. Essa trova la sua espressione più conseguente, nel pensiero borghese, in Jean-Jacques Rousseau (1742-1778). Anch'egli parte dall'ipotesi di un contratto originario. Ma il contratto non stabilisce il rapporto fra popolo e governo:

* "Molti hanno preteso che I'atto che stabilisce questo rapporto tra popolo e governo fosse un contratto tra il popolo e i capi che esso si dà; contratto per mezzo del quale si stipulavano fra le due parti le condizioni sotto le quali una si impegnava a comandare e I'altra ad obbedire. [Ma] l'autorità suprema non può modificarsi più che alienarsi; limitarla, significa distruggerla. E' assurdo e contraddittorio che il sovrano si dia un superiore; costringersi ad obbedire a un padrone, significa darsi prigionieri essendo pienamente liberi. *

* "... l'atto che istituisce il governo non è un contratto, ma una legge; ... i depositari del potere esecutivo non sono i padroni del popolo, ma suoi funzionari; ... [il popolo] può designarli e destituirli quando gli piace; ... essi non devono contrattare, ma obbedire; ... assumendo le funzioni che lo Stato loro impone, essi non fanno
che adempiere al loro dovere di cittadini ...". *


Noi troviamo qui non la distinzione tra i tre poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) che è tipica della concezione liberale, ma l'affermazione dell'assoluta preminenza del legislativo e dell'assoluta dipendenza dell'esecutivo dal primo.
Un principio, dunque, che verrà ripreso da Lenin nella sua concezione del soviet. Troviamo qui il principio del continuo controllo del popolo sul governo e'della revocabilità dei mandati. Gli uomini di governo sono dei cittadini cui è commesso un incarico. La Rivoluzione d'Ottobre li chiamerà commissari del popolo.
Questa affermazione della sovranità del popolo discende, anche in Rousseau, dall'ipotesi di uno stato di natura, che è il più perfetto e felice sino a quando gli uomini pervengono al punto in cui...

* " ... gli attacchi che muovono alla loro condizione, nello stato di natura, prevalgono sulla loro resistenza [individualmente esercitata]. *

* "A questo punto questo stato primitivo non può più sussistere; e il genere umano perirebbe se esso non mutasse maniera di vivere". *

Per resistere e non perire gli uomini devono unirsi. Di qui il contratto di associazione che unisce gli individui tra loro e fonda la società.

* "Trovare una forma di associazione che difenda e protegga, per mezzo di tutta la forza comune, la persona e i beni di ogni associato, e per mezzo della quale ognuno, unendosi a tutti, non obbedisca tuttavia che a se stesso e resti libero come prima: ecco il problema fondamentale di cui il contatto sociale offre la soluzione". *

Tale alienazione del singolo nella comunità deve essere totale, poichè questa stabilirà tra i singoli un'eguaglianza totale. L'eguaglianza è indispensabile * "...perchè la libertà non può esistere senza di essa" *
Perchè il problema è questo: "L'uomo è nato libero e dovunque è in catene". *
L'uomo può trovare la sua libertà solo in un contratto associativo che, alienando il singolo nella collettività, garantisca con l'eguaglianza la libertà e faccia della sovranità indivisibite del popolo la garante della libertà collettiva e dei singoli.

* "Io dico che la sovranità, non essendo che l'esercizio della volontà generale, non può mai alienarsi, e che il sovrano, non essendo altro che un essere collettivo, non può essere rappresentato che da se stesso ..." *.
* "Per la stessa ragione che rende la sovranità inalienabile, essa è anche indivisibile, poiché la volontà è generale, oppure non lo è; essa è la volontà del corpo del popolo, oppure di una sua parte. Nel primo caso, questa volontà, quando sia dichiarata, è un atto di sovranità e fa legge; nel secondo, non è che una volontà particolare, ovvero un atto della magistratura; può dar luogo al massimo a un decreto". *

Da ciò deriva che:

* "Colui che redige le leggi non ha dunque o non deve avere alcun diritto legislativo; e il popolo stesso non può, neanche quando lo volesse, spogliarsi di questo diritto incomunicabile, poiché, secondo il patto generale non vi è che la volontà generale che obblighi i singoli e non si può essere mai sicuri che una volontà particolare sia conforme alla volontà generale se non dopo averla sottoposta ai liberi suffragi del popolo". *

Il rapporto liberale individuo (proprietario)-libertà è in Rousseau rovesciato nel rapporto popolo-eguaglianza-libertà.
Lo Stato non si sovrappone, in quanto Stato di diritto, alla sovranità popolare - come€ nella concezione liberale - ma si identifica con la sovranità popolare.
Vi è di più: in pochi pensatori democratici il concetto di eguaglianza esce o tende ad uscire, come in Rousseau, dall'ambiguità che lo caratterizza nel pensiero borghese: tende cioè a divenire non semplice eguaglianza politica (in diritti sanciti dalla legge), ma eguaglianza economico-sociale. Egli è il pensatore che, stando nell'ambito delle concezioni della borghesia, più si spinge a cogliere la ragione economica della diseguaglianza e quindi dello stato di non-libertà degli uomini che, nati liberi, si trovano ovunque in catene.


Le origini dello proprietà

** "Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire "questo è mio" e trovò delle persone abbastanza stupide per credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii. quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i piuoli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: "Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti". **

In un alto passo Rousseau afferma:

** " ... dal momento che un uomo ebbe bisogno dell'aiuto di un altro, dal momento che era utile ad uno solo di avere provviste per due - da quel momento l'eguaglianza disparve, s'introdusse la proprietà, il lavoro divenne necessario e le vaste foreste si cambiarono in ridenti campagne che bisognò innaffiare col sudore degli uomini e nelle quali presto si videro germogliare e crescere con le messi la schiavitù e la miseria". **

In che senso il rapporto liberale proprietà-libertà sia capovolto è a questo punto ancora più chiaro. Per Rousseau il rapporto è: proprietà-diseguaglianza-schiavitù.
Tuttavia, quando Rousseau si chiede come la proprietà possa essere abolita e fondata una reale democrazia, egli si arresta, perchè non riesce, nè storicamente poteva farlo, a individuare forze reali capaci di operare questo rovesciamento.
Egli, che trae ispirazione per il suo pensiero politico dalla democrazia di Ginevra, scaturita dalla riforma calvinista, esprime essenzialmente, col suo pensiero, le aspirazioni egualitarie della piccola borghesia artigiana e condivide i limiti storici di questo ceto. Così egli dice della democrazia:

* "A prendere il termine [di democrazia] nella sua accezione rigorosa, non è mai esistita vera democrazia e mai esisterà. E' contro l'ordine naturale che il gran numero governi e il piccolo sia governato. Non ci si può immaginare che il popolo resti incessantemente riunito in assemblee a per badare agli affari politici e si vede facilmente che esso non potrebbe stabilire [per questi compiti] delle commissioni, senza che cambi la forma dell'amministrazione". *

Qui Rousseau tocca uno dei problemi che ancor oggi è dei più brucianti e discussi: il valore insostituibile dell'assemblea sovrana, la necessità che essa esprima rappresentanze, il modo di stabilire il controllo reale dell'assemblea sulle rappresentanze. Ancora la difficoltà di conciliare la democrazia diretta con le complesse mediazioni rappresentative, ed anche di apparato, di esperti, di burocrazia di cui ha pur bisogno una società complessa come è quella moderna.
E' certo che il pensiero di Rousseau si spinge comunque molto avanti, sembra superare i limiti del suo tempo, avviare problemi che il socialismo farà propri.
E' stato osservato che Rousseau capovolge la concezione illuministica di uno stato di natura viziato di inciviltà e che può elevarsi soltanto per mezzo della ragione e dei suoi lumi. Per lui viziata è la civiltà, e non lo stato di natura.
Tuttavia, è di Rousseau lo stesso limite che è proprio dell'illuminismo settecentesco: un senso ancora inadeguato della storicità che consente di postulare uno stato di natura fittizio, e che non consente di cogliere le molle reali (di classe) del divenire storico. Così il popolo di cui egli parla resta generico ed astratto. Al suo concetto di popolo ben si applicano le considerazioni che Marx svolge a proposito del concetto popolazione:

*** "La popolazione è un'astrazione, se tralascio ad esempio le classi di cui è composta. A loro volta, queste classi sono una parola priva di senso se non conosco gli elementi su cui esse si fondano, per lavoro salariato, capitale, ecc.". ***

Ma vi è di più: l'individuo che, secondo Rousseau, si associa per mezzo del contratto sociale è astrattamente posto al di fuori della storia. Infatti, esso è l'individuo per eccellenza, presupposto a priori del contratto sociale. L'opposizione della democrazia russoiana al liberalismo mantiene con questo un nesso profondo, una sorta di cordone ombelicale: il fatto di postulare l'uomo in astratto, l'individuo dato a priori.
Ed è da qui che parte il formalismo giuridico della democrazia borghese e il carattere ambiguo del principio di eguaglianza, che in Rousseau oscilla tra il concetto di eguaglianza politico-giuridica e quello di eguaglianza economico-sociale. Sicchè in Rousseau si trovano insieme due cose: la fondazione della democrazia borghese - con il principio di proprietà che essa include - e un preannuncio di socialismo. Ma in lui questo preannuncio non può - storicamente - rompere i limiti del democraticismo borghese. Di qui il suo arrendersi quando si tratta di porre il problema di come realizzare una democrazia effettiva.
Eppure senza Rousseau non si potrebbe spiegare il comunismo utopistico dei primi anni del XIX secolo ed è nel solco russoiano che, pur operando una negazione dialettica di quella impostazione, si colloca il marxismo.

Vi è in Rousseau un'affermazione molto importante, che diventerà un motivo ricorrente della critica di Lenin democrazia borghese: "la libertà degli inglesi consiste nel diritto di votare ogni tre anni e nulla più"


IL COMUNISMO UTOPICO

L'acuta percezione del limite della democrazia borghese - che la concezione di Rousseau da un lato fonda e dall'alto supera - diventa centrale nei comunisti utopisti.
Non a caso, prescindendo dai progetti politici di pensatori isolati come il Campanella e il Moro, noi ci troviamo di fronte ad un movimento di comunismo utopistico sul finire e subito dopo la grande rivoluzione francese (1789-93). Tali movimenti nascono dalla esperienza della grande rivoluzione borghese: dalle rivendicazioni che essa ha accese e che essa ha deluse.
Sono perciò una riflessione della rivoluzione borghese su se stessa - compiuta dalle forze democraticamente più avanzate della piccola borghesia.

Scrive Engels:

****Abbiamo visto ... come i filosofi francesi del XVIII secolo, coloro che prepararono la rivoluzione, si appellassero alla ragione come unico giudice di tutto ciò che esiste. Dovevano istituirsi uno Stato secondo ragione e una società secondo ragione e tutto ciò che contraddiceva alla ragione eterna doveva essere eliminato senza misericordia. Abbiamo visto del pari che questa ragione eterna in realtà non era altro che l'intelletto idealizzato del cittadino della classe media che proprio allora andava evolvendosi nel borghese moderno. Ora, quando la Rivoluzione francese ebbe realizzato questa società secondo ragione e questo Stato secondo ragione, le nuove istituzioni, per quanto razionali esse fossero a paragone del precedente stato di cose, tuttavia non risultarono affatto assolutamente razionali. Lo Stato secondo ragione era completamente andato in fumo. Il Contratto sociale di Rousseau aveva trovato la sua realizzazione nel Terrore, uscita dal quale la borghesia, che aveva perduto la fede nella propria capacità politica, si era rifugiata prima nella corruzione del Direttorio e finalmente sotto la protezione del dispotismo napoleonico. La pace perpetua che era stata promessa si trasformò in una guerra di conquista senza fine. La società secondo ragione non ebbe sorte migliore. 
Il contrasto tra ricchi e poveri, anziché risolversi nel benessere generale, fu acuito dall'eliminazione dei privilegi corporativi e di altro genere che lo mitigavano e delle istituzioni benefiche della Chiesa che lo attenuavano; la "libertà della proprietà" dai ceppi feudali, diventata ora una realtà, si presentava ai piccoli borghesi e ai piccoli contadini come la libertà di vendere la loro piccola proprietà, schiacciata dalla concorrenza preponderante del grande capitale e della grande proprietà terriera, precisamente a questi grandi signori, e quindi come libertà di trasformarsi, per i piccoli borghesi e i piccoli contadini, nella libertà dalla proprietà; lo slancio dell'industria su base capitalistica elevò miseria e povertà delle masse lavoratrici a condizione di vita per la società. 
Il pagamento in contanti divenne sempre più, secondo I'espressione di Carlyle, I'unico elemento di coesione della società. Il numero dei delitti crebbe di anno in anno. Se i vizi feudali che prima facevano spudoratamente mostra di sé alla luce del sole, furono, se non soppressi, almeno temporaneamente confinati in secondo piano, al loro posto tanto più rigogliosamente fiorirono i vizi borghesi sino allora coltivati in segreto. 
Il commercio, sviluppandosi, divenne sempre più imbroglio. 
La parola d'ordine rivoluzionaria della "fratellanza" si realizzò nelle angherie e nell'invidia della lotta della concorrenza. Al posto dell'oppressione violenta subentrò la corruzione, al posto della spada, quale leva principale del potere sociale, subentrò il denaro. Il diritto della prima notte passò dai signori feudali ai fabbricanti borghesi. 
La prostituzione dilagò in misura sinora inaudita. 
II matrimonio stesso rimase, come prima, una forma giuridicamente riconosciuta, un mantello che ufficialmente copriva la prostituzione e venne inoltre completato dall'adulterio praticato su larga scala. 
Per farla breve, confrontate con le pompose promesse degli illuministi, le istituzioni sociali e politiche instaurate col "trionfo della ragione" si rivelarono caricature e amare delusioni. 
Mancavano ancora solo gli uomini che costatassero questa delusione: e questi uomini vennero all'inizio del nuovo secolo. 
Nel 1802 apparvero le Lettere ginevrine di Saint-Simon; nel 1808 apparve la prima opera di Fourier, quantunque le basi della sua teoria datassero dal 1799; il primo gennaio del 1800 Robert Owen prese la direzione di New Lanark". ****


* Tratto dal CONTRATTO SOCIALE - Jean-Jacques Rousseau

** Tratto da ORIGINE DELLA DISEGUAGLIANZA - Jean-Jacques Rousseau

*** Tratto da PER LA CRITICA DELL'ECONOMIA POLITICA - Editori Riuniti

**** Tratto da ANTI-DÜHRING - Friedrich Engels


VEDI ANCHE . . .

PENSIERO POLITICO DEL XIX SECOLO – LIBERALISMO e SOCIALISMO

IL LIBERALISMO DI JOHN LOCKE

IL LIBERALISMO CLASSICO DI KANT

CONTRATTO SOCIALE - Jean-Jacques Rousseau (Prima versione)

CONTRATTO SOCIALE - Jean-Jacques Rousseau (Seconda versione)

EMILIO - Jean-Jacques Rousseau




venerdì 18 gennaio 2008

IL CONTRATTO SOCIALE - Jean-Jacques Rousseau - On The Social Contract


IL CONTRATTO SOCIALE
Jean-Jacques Rousseau
2005 - Rizzoli Editore
A cura di Roberto Gatt
i


Il concetto di POPOLO SOVRANO in Rousseau


La sua massima opera filosofico-politica, IL CONTRATTO SOCIALE, è uscita lo stesso anno, 1762, della sua massima opera filosofico-pedagogica, l’EMILIO. L’una e l’altra gli procurarono fama imperitura e persecuzioni poliziesco-religiose. Poche opere sono state tanto lette ed ammirate ed altrettanto fraintese come il CONTRATTO SOCIALE. Qui Rousseau parte dalla sua concezione filosofica generale : tutto ciò che esce dalle mani della natura è perfetto, anche l’uomo, allo stato di natura, prima di ogni commercio e unione sociale, è perfettamente sano di corpo e di mente, incorrotto (non morale, ma senza immortalità), perfettamente libero ; e in quello stato ogni uomo è uguale ad ogni altro uomo, non vi sono né padroni né servi, né ricchi né poveri, né potenti né umili. Soltanto lo stato di civiltà ha prodotto tutti i guai, generando la disuguaglianza, la ricchezza e la povertà, lo Stato, il governo, ecc. ecc.
Nel DISCORSO SULLA ORIGINE DELLA DISUGUAGLIANZA TRA GLI UOMINI (1754), Rousseau aveva descritto questo stato di decadenza dell’uomo dal primitivo stato di perfezione come alienazione (concetto che in seguito verrà ripreso da Marx nei MANOSCRITTI ECONOMICO-FILOSOFICI), ossia separazione dell’uomo da se stesso, divisione dell’uomo in lavoratore e uomo, proprietario e uomo, cittadino e uomo, ecc. ecc.; e ne aveva attribuito la causa alla divisione del lavoro e alla conseguente origine della proprietà, per difendere la quale venne poi creato lo Stato con le leggi e il governo.
Nel CONTRATTO SOCIALE Rousseau si pone il problema tipicamente dialettico: visto che non è possibile ritornare allo stato di natura e alla selva primigenia per porre fine alla miseria umana e reintegrare l’uomo nella sua completa umanità, cerchiamo di ottenere questo proprio attraverso l’alienazione, nello Stato e mediante lo Stato, di recuperare la libertà nella legge e mediante la legge.

A questo scopo Rousseau riprende la vecchia idea del contratto sociale, ma in un senso affatto nuovo: egli non crede, come pare credesse ancora nella ORIGINE DELLA DISUGUAGLIANZA, e come aveva creduto la maggior parte dei contrattualisti prima di lui, che di fatto, in una certa epoca della storia, gli uomini, dapprima isolati, si siano uniti in una società mediante la stipulazione reale di un patto. Rousseau dice che noi potremo conciliare libertà e comunità, stato di natura e stato di civiltà, se considereremo la società politica come se fosse sorta da un contratto in virtù del quale ogni individuo cede alla comunità di cui entra a far parte tutta la sua libertà, divenendo però contemporaneamente membro di tale collettività libera e sovrana e quindi sovrano di essa. In virtù di tale patto la libertà cambia senso: mentre la libertà allo stato di natura significava assenza di legge, ora significa partecipazione alla volontà legislatrice, quindi volontà sovrana. Quella libertà che prima era pura irresponsabilità ora diviene responsabilità piena; in una parola, la libertà di natura, animale, diviene libertà morale, umana. E poiché tutti i membri della società sono ugualmente sovrani, alla uguaglianza negativa dello stato di natura (uguaglianza come non differenza) subentra l’uguaglianza positiva della società democratica (uguaglianza dei diritti sovrani). E siccome l’uomo cede totalmente la sua libertà al consorzio sociale, egli vi porta dentro tutta la sua umanità: come cittadino sovrano ridiventa uomo totale, totalmente uomo e totalmente cittadino. L’individuo si risolve totalmente nella società; ma la società, il potere politico, il governo, etc. , si risolvono totalmente nella volontà del cittadino. Questa volontà non è più il volere immediato, impulsivo, dell’uomo bruto, bensì la volontà generale, cioè la volontà razionale, consapevole, riflessa del cittadino cosciente, che vuole ciò che è bene per tutti e non soltanto per se.
Da queste idee Rousseau trae le conseguenze politiche che gli servono a disegnare le linee dello Stato democratico. Come per Hobbes e a differenza dei liberali, anche per lui il contratto è unico: lo stesso atto che unisce gli individui in società costituisce l’esistenza dello Stato. Ma a differenza di Hobbes, egli concepisce questo atto unico non come "darsi a un sovrano", bensì come costituzione di un sovrano collettivo: dunque per lui il governo vero, legittimo, fondato sul contratto sociale, non può essere che quello repubblicano. Tanto più che la sovranità è indivisibile e inalienabile: il popolo, unico e vero sovrano, non può né cedere la sua sovranità (perché diventerebbe schiavo, e quindi non più libero di contrarre), né dividere i "poteri" fra vari enti ciascuno sovrano del proprio ordine, come volevano i liberali. Governo, parlamento, magistratura restano per lui soltanto varie forme di servizio sociale sotto l’unica indivisibile sovranità del popolo. Niente garantismo quindi: lo Stato è per lui totalmente sovrano, senza limiti alla sua azione; ma esso non è la volontà di un despota o di un gruppo, bensì azione di volontà collettiva e universale.

Questo nelle grandi linee il contenuto della bellissima opera di Rousseau. Per quanto la teoria appaia seducente, non è a dire che in essa manchino difficoltà e soprattutto contraddizioni politiche. Prendo in esame le due difficoltà principali. L’una riguarda il significato che può avere il concetto di "volontà generale". E’ questa che è veramente sovrana e fonte della legge giusta. Ma se io voglio una cosa (per esempio una legge o un provvedimento di politica estera), e il mio vicino ne vuole una del tutto contraria, chi deciderà chi di noi due vuole di "volontà generale" e non egoisticamente, secondo il proprio interesse? Rousseau stesso osserva che la maggioranza dei voti non offre in ciò nessuna garanzia: può darsi che la volontà della minoranza sconfitta sia più razionale, e quindi più generale, della volontà della maggioranza vincente nelle votazioni. E allora? Tanto più, e qui sta un’altra difficoltà, che Rousseau non vuole abolire la proprietà privata, e quindi la divisione del lavoro, e quindi le classi sociali, e quindi..ecc. ecc.
Ora noi sappiamo, per averlo appreso prima ancora da lui (1754) che da Marx (4844), che dove ci sono classi c’è alienazione umana, quindi non può essere "uomo totale" e "volontà generale". Dove ci sono classi non c’è uguaglianza, e la "volontà generale" diventa in pratica la volontà egoistica dei più ricchi e dei più potenti.
Per questo la democrazia politica, sebbene a partire dai giacobini francesi molti si siano detti discepoli del filosofo ginevrino, non ha mai realizzato gli ideali di Rousseau, contaminandoli con l’ideologia liberale, dividendo l’uomo dal cittadino, i diritti dell’uomo dai diritti (e i doveri) del cittadino. La democrazia borghese non ha potuto, e non poteva, realizzare gli ideali teorici di Rousseau. Lo potranno fare altre forme di democrazia?
Queste, comunque, dovranno far subire ai pensieri di Rousseau una profonda revisione in sede teorica e anche più profonde modificazioni pratiche per arrivare ad un programma concretamente realizzabile.


VEDI ANCHE ...

PENSIERO POLITICO DEL XIX SECOLO – LIBERALISMO e SOCIALISMO

IL SOCIALISMO SCIENTIFICO (Scientific socialism)

MATERIALISMO STORICO

IL CAPITALE - THEORIEN UBEN DEN MEHRWERT - Karl Marx

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LA CITTA' DEL SOLE di Tommaso Campanella

EMILIO - ÉMILE - Jean-Jacques Rousseau

CONTRATTO SOCIALE - Jean-Jacques Rousseau (Prima versione)

TRATTATO SUL GOVERNO - John Locke

SAGGIO SULL'INTELLETTO UMANO - John Locke

Storia del pensiero filosofico e scientifico - Ludovico Geymonat

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martedì 15 gennaio 2008

EMILIO - ÉMILE - Jean-Jacques Rousseau


Il Concetto pedagogico

Jean Jacques Rousseau (1712-1778), ginevrino, è il massimo ideologo settecentesco della democrazia radicale, in contrapposizione tanto con l'assolutismo hobbesiano (dal quale derivano non pochi motivi e con il quale mostra non poche affinità), quanto con il garantismo liberale. Figlio di modesto artigiano (suo padre era orologiaio) elevatosi al rango di uno dei massimi pensatori del suo secolo, Rousseau ebbe vita avventurosissima, la vita di uno spirito geniale ed estremamente irrequieto, immorale e dotato di un'acutissima sensibilità morale (donde un continuo squilibrio nella sua personalità).

Il pensiero pedagogico di Rousseau si sviluppò e si svolse nell'ambito dell'Illuminismo e, per certi aspetti, in polemica con esso.
Alla fede assoluta nella ragione il Rousseau oppone il mondo della spontaneità e del sentimento..., allo stato sociale, lo stato di natura, fondamentalmente buono e non ancora alterato e corrotto da schemi artificiosi e guasti.
Così, "educare" significa per Rousseau soprattutto preoccuparsi di non deformare e opprimere con le convenzioni e i formalismi la spontaneità naturale del bambino...., significa aiutare questo a realizzare la propria naturale umanità. Di qui il principio dell'educazione negativa..., il maestro, come rappresentante di un sapere codificato nei libri, da impartirsi dall'esterno, deve scomparire, per lasciare il posto al compagno del fanciullo nella sua ricerca costante e attiva, a contato con la natura, di un nuovo sapere, più vivo e autentico, perché nasce dall'esperienza e dall'interesse.
Questa è la grande lezione che la pedagogia moderna ha accolto da Rousseau... far sì che il bambino sia attivo di fronte alle cose che apprende, che il suo sapere nasca da un'esperienza di vita e non da uno studio mnemonico e disinteressato. Nello stesso tempo la pedagogia moderna deve a Rousseau la prima considerazione dell'infanzia come fase di vita a sé stante, con le sue leggi e i suoi caratteri, avente cioè un suo valore autonomo..., con Rousseau, per la prima volta nella storia dell'educazione, il bambino è bambino e non "adulto in miniatura" o "uomo in potenza".
Tuttavia, se il suo famoso "Emilio" è opera ricca di felici intuizioni pedagogiche, che, come ho detto, hanno esercitato una grande influenza nella storia dell'educazione, non è difficile rilevarne o limiti alla luce della problematica educativa più recente. Soprattutto in due direzioni possiamo considerare superata la posizione di Rousseau..., innanzi tutto, dal punto di vista psicologico, per quel che riguarda le varie tappe dello sviluppo del bambino, che egli tende a separare astrattamente e rigidamente l'una dall'altra (per cui, ad esempio, il bambino prima dei dodici anni sarebbe esclusivamente "senso", e sarebbe incapace di moralità fino ai quindici anni), mentre la psicologia moderna concepisce il fanciullo come un tutto in ogni fase del suo processo evolutivo..., in secondo luogo, per la sua illimitata fiducia nella "buona natura", Rousseau tende a svalutare l'apporto dell'ambiente sociale in educazione. Così Emilio, il protagonista dell'opera omonima, viene allevato in un mondo astratto, dove l'assoluto isolamento, se lo salvaguarda dai pericoli di contatti diseducativi, lo priva anche della ricchezza dei motivi educativi provenienti dal rapporto con gli altri uomini.
Per questa ragione la pedagogia moderna, accogliendo da Rousseau l'istanza dell'autonomia del bambino e dell'attivismo pedagogico, cerca di integrare questi motivi costituendo la scuola come ambiente sociale, in cui tutte le complesse strutture etico-culturali della società intervengano a costituire la personalità individuale.


EMILIO
Jean Jacques Rousseau
Edizione - Laterza
Collana - Economica Laterza
Traduzione di A. Visalberghi
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