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sabato 5 luglio 2014

LETTERATURA ITALIANA - NEOREALISMO - Francesco Jovine, Vasco Pratolini, Beppe Fenoglio, Pier Paolo Pasolini


LA LETTERATURA ITALIANA DEL DOPOGUERRA

Caratteristiche generali

La guerra, la sconfitta, la Resistenza avevano profondamente inciso nella coscienza degli Italiani e avevano aperto, nella cultura, un processo di ripensamento. Letterati e artisti si mossero sulla via della ricerca e dell'impegno a rimeditare criticamente tutta I'esperienza passata.

Guardando a questi anni, non si può dire che la strada percorsa dalla nostra letteratura sia stata agevole e lineare: essa ha tuttavia proceduto con una sostanziale aderenza ai processi di sviluppo della società. e ai fattori politico-sociali che ne sono stati alla base. Arte e letteratura hanno infatti partecipato, con un proprio specifico contributo, ai fermenti unitari che caratterizzarono il primo dopoguerra; hanno riflesso, o subito, la crisi di certezze politiche e ideologiche degli anni cinquanta, nonché l'affermarsi, lento ma sicuro, della civiltà industriale; hanno registrato, reagendovi in parte, il travaglio della società tecnologica, rispondendo con le invenzioni delle "avanguardie" agli interrogativi drammaticamente posti dal mondo moderno.

Seguirò perciò queste fasi diverse, a partire dalla prima, passata alla nostra storia letteraria col nome di £neorealismo".


Il neorealismo

Il neorealismo  fu un movimento artistico che sulla base di una esperienza già maturata nel corso degli anni trenta - e configuratasi in una letteratura di opposizione al regime fascista - seppe cogliere in tutta la sua portata il significato politico e rivoluzionario della Resistenza.

Il neorealismo si nutrì, innanzi tutto, di un nuovo modo di guardare il mondo, di una morale e di una ideologia nuove che erano proprio della rivoluzione antifascista. In esse vi era la consapevolezza del fallimento della vecchia classe dirigente e del posto che, per la prima volta nella nostra storia, si erano conquistato sulla scena della società civile le masse popolari. Vi era l'esigenza della scoperta dell'Italia reale, nella sua arretratezza, nella sua miseria, nelle sue assurde contraddizioni e insieme una fiducia schietta e rivoluzionaria nelle nostre possibilità di rinnovamento e nel progresso dell'intera umanità. II tono poteva variare dall'epico al narrativo, ma la posizione ideale rimaneva la stessa.

Questo orientamento fu netto e vigoroso nel cinema (che del neorealismo costituì la più incisiva e riuscita espressione) ma ebbe enorme importanza, nello spazio di un decennio, in tutte le manifestazioni dell'arte e della cultura italiane.
Fu un movimento di avanguardia, ma nel senso più concreto che questa parola può avere, poiché si collegava non a ipotesi astratte bensì a un movimento di masse che andava sviluppandosi con molta forza nella società, rivendicando un nuovo assetto democratico e popolare per il paese. Era cioè un'arte politicamente impegnata, che aveva qualcosa da dire e voleva dirla in maniera polemica contro la cultura del passato.
Al suo centro poneva i problemi reali e, quali protagonisti, sceglieva operai o partigiani, contadini o sottoproletari.

Certo, per la letteratura il discorso neorealistico si presentava assai più difficile che per il cinema: infatti, mentre quest'ultimo poteva risolvere il problema della rappresentazione di una condizione umana e sociale attraverso la forza delle immagini, del documento visivo incontrovertibile, alla letteratura incombeva l'arduo compito di proporre i nuovi contenuti in maniera tale che il documento - che non poteva consistere nella pura descrizione - si sostanziasse di una precisa analisi storica. Si doveva, cioè, creare un modo nuovo di narrare, che riuscisse a cogliere la realtà nel suo movimento e che utilizzasse, per questo, un linguaggio il più possibile lontano da quello accademico e corrispondente alle esigenze e ai nuovi valori che nascevano nella società.

Impresa difficile e non meraviglia che la letteratura si muovesse inizialmente con un certo disagio, tentando di partire proprio dal documento, dalla narrazione di fatti della guerra o della lotta partigiana, dal romanzo-saggio.

Il Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi (Torino, 29 novembre 1902 – Roma, 4 gennaio 1975) e Se questo è un uomo di Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987) costituirono l'esempio di una narrazione che era insieme documento (o cronaca) e saggio (o analisi). In questo iniziale filone si inserivano opere come Il sergente nella neve di Mario Risoni-Stern (Asiago, 1º novembre 1921 – Asiago, 16 giugno 2008)  e  16 ottobre 1943  di Giacomo Debenedetti (Biella, 25 giugno 1901 – Roma, 20 gennaio 1967).

La cronaca fu dunque I'elemento sul quale la letteratura neorealistica fece leva, per evitare ogni tentazione accademica e rimanere fedele al suo assunto di una rappresentazione dinamica e stimolante della realtà.

Naturalmente restava la grossa questione del linguaggio: una volta riconosciuta la necessità che esso dovesse riflettere condizioni, problemi, speranze di quelle masse operaie e popolari che avevano conquistato un loro spazio nella società civile, la suggestione più immediata era fornita dal dialetto. Si trattava però non di promuovere i dialetti a lingue letterarie ma di attingere dai dialetti le forme storicamente più valide e integrarle in una rinnovata lingua letteraria.

Dinanzi a questi problemi si trovarono dunque gli scrittori neorealisti: tra i più rappresentativi di essi possono essere annoverati Francesco Jovine,  Vasco Pratolini, Beppe Fenoglio, Carlo Levi, Pier Paolo Pasolini. 
Vediamone, in sintesi, I'opera.


Francesco Jovine

Tra gli scrittori che concorsero in misura rilevante a fare della letteratura qualcosa di più che una sequenza di belle pagine, Jovine merita un posto di particolare spicco.
Nato a Gualdalfiera nel Molise nel 1902 e prematuramente scomparso nel 1950, fu, agli inizi della sua carriera, un isolato, una solitaria "voce" della provincia, assai poco inserito nel giro della cultura ufficiale. Studioso di problemi meridionali, visti "dall''interno" perché meridionale egli stesso, lo scrittore molisano proponeva non solo all'attenzione letteraria ma all'impegno politico I'aspra realtà delle regioni del Sud, in questo collegandosi a Verga. 
Due temi sono presenti nella narrativa di Jovine: quello della città, dei personaggi cittadini annoiati e inconcludenti (Un uomo provvisorio..., Il pastore sepolto...., Tutti i nostri peccatie quello della campagna molisana, altrettanto triste e stagnante ma scossa, di tanto in tanto, da un fremito d'improvvisa ribellione. Su questo sfondo si snodano le vicende della Signora Ava e del suo ultimo romanzo, pubblicato l'anno stesso della sua morte: Le terre del Sacramento
In quest'opera, ritenuta il capolavoro di Jovine, la tetra, accidiosa esistenza di un intellettuale di campagna, figlio di proprietari, viene scossa da una rivolta di contadini. Con questi si schiera, facendo una scelta precisa, Luca Marano, I'intellettuale, che pagherà poi di persona cadendo sotto il piombo dei carabinieri e dei fascisti. La figura di Luca Marano, che sacrifica la propria vita per una causa che non lo riguarda direttamente ma che direttamente è legata alla vita dei contadini del suo Molise, è una delle più belle e riuscite della letteratura neorealista.


Vasco Pratolini

Vasco Pratolini  (Firenze, 19 ottobre 1913 – Roma, 12 gennaio 1991) iniziò, alternandola al suo lavoro di operaio tipografo, una intensa attività di studio che ben presto gli procurò legami con l'ambiente letterario fiorentino. L'amicizia con Elio Vittorini gli fu di stimolo per un impegno culturale di chiara impronta antifascista. Trasferitosi a Rorna, egli precisò, nel clima della Resistenza, quella visione realista che doveva poi costantemente ispirare i suoi scritti. Naturalmente, pur restando ferma tale concezione, l'opera di Pratolini ha conosciuto momenti diversi di evoluzione: tra Cronache di poveri amanti (1947) e Metello (1955) corre infatti la differenza tra un'opera concepita e pubblicata nel pieno del fervore neorealista dell'immediato dopoguerra e un'altra che interviene, invece, in un momento se non ancora di crisi, certo di riflessione su tutta l'esperienza del neorealismo.

Lo sfondo entro il quale si colloca la poetica di Pratolini è la città; protagonisti ne sono operai, popolani, ragazze.
Fra questi s'intrecciano rapporti di solidale amicizia, di consapevolezza della comune condizione di sfruttati e insieme della superiorità dei loro sentimenti rispetto a quelli di coloro che li sfruttano. Dalla solidarietà alla coscienza di classe, il passo è breve e i personaggi di Pratolini sembrano tutti concorrere, anche nella loro apparente rozzezza, a radicare nelle coscienze il bisogno di un mutamento rivoluzionario.

Tra le opere più importanti dello scrittore fiorentino vanno ricordate: Il tappeto verde (1941)..., Via dei Magazzini (1942)...., Il quartiere (1943)..., Cronache di poveri amanti (1947)..., La costanza della ragione (1963)...,  e una trilogia comprendente tre romanzi: Metello (1955)..., Lo scialo (1960)...,  Allegoria e derisione (1966).
Il primo narra la storia di un edile, ambientata nel'Italia di fine secolo, cioè nel momento in cui il movimento operaio si dava una propria fisionomia politica con il Partito socialista; il secondo riflette gli atteggiamenti e la rivolta della piccola borghesia che si appresta a sostenere il fascismo; il terzo - in parte autobiografico - racconta della crisi degli intellettuali che si accompagna alla crisi del fascismo.

In tutta la sua produzione - assai importante e discussa - Pratolini dimostra uno straordinario talento di narratore.


Beppe Fenoglio

Al filone neorealista, e in maniera forse più robusta di quanto la critica letteraria non abbia posto in evidenza, appartiene Beppe Fenoglio,  (Alba, 1º marzo 1922 – Torino, 18 febbraio 1963). Coerente fino allo scrupolo, egli seguì questo indirizzo anche quando gran parte della letteratura realistica entrava in crisi o degenerava verso forme vecchie di narrazione intimista. La crisi del fascismo e la guerra partigiana costituiscono gli argomenti essenziali dell'opera di Fenoglio, nella quale le esperienze personali si saldano con naturalezza, senza forzature, al contesto dei fatti narrati; il tutto sostenuto da uno stile stringato e tuttavia capace di realizzare il massimo di comunicativa. Tra gli scritti maggiori, i racconti pubblicati sotto i titoli I venitré giorni della città di Alba...,  Un giorno di fuoco..., Il partigiano Johnny...,  e i romanzi Primavera di bellezza..., Una questione privata..., La paga del sabato (questi ultimi due postumi).


Carlo Levi

Di Carlo Levi (Torino, 29 novembre 1902 – Roma, 4 gennaio 1975)è stato uno scrittore e pittore italiano, tra i più significativi narratori del Novecento. Una medesima impronta realista accomuna ai suoi quadri l'opera narrativa, che si ispira a un argomento già affrontato da Jovine: Il Mezzogiorno d'Italia, cui Levi s'era accostato anche per particolari circostanze della sua vita, essendo stato confinato in Lucania per la sua opposizione al fascismo.

Il Cristo si è fermato ad Eboli - qualcosa di mezzo, come già detto, tra narrativa e saggio - costituisce uno degli scritti più esemplari della letteratura neorealista.
Rielaborando appunto la propria personale esperienza di confinato, Levi pone in evidenza, da un lato, la condizione di arretratezza del Mezzogiorno, vittima della oppressione burocratica di uno Stato estraneo e sostanzialmente ostile e, dall'altro, indica nella società meridionale l'estremo approdo di una antica civiltà contadina, chiusa, refrattaria a ogni sollecitazione esterna, passiva nel subire la continua offesa, cui tuttavia di tanto in tanto reagisce, attraverso incontenibili scoppi di collera e con il brigantaggio.


Pier Paolo Pasolini

Di impostazione neorealistica deve essere considerata l'opera - o almeno la parte più significativa di essa - di uno scrittore fortemente rappresentativo della letteratura italiana: Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Lido di Ostia, 2 novembre 1975).

Nei suoi due romanzi di maggiore importanza, Ragazzi di vita e Una vita violenta, Pasolini, descrivendo la storia allegra e tragica di ragazzi delle borgate romane, sostiene la tesi secondo cui proprio l'istintiva, immediata allegria del popolo, la sua non-coscienza, costituiscono le componenti essenziali di un processo che può rinnovare la società.
Il semplice e viscerale anarchismo del sottoproletariato si contrappone con violenza all'ordine costituito, anche se non è in grado di prospettare una diversa e alternativa concezione del mondo. 
Nel secondo dei romanzi, tuttavia, pur rimanendo fedele alla sua scelta di ambiente, alle borgate (che non comprendono più la plebe descritta dal BelIi, né la piccola borghesia di cui furono espressione Trilussa e Pascarella, ma rappresentano una realtà nuova, sorta da una commistione tra il vecchio ceppo popolare, cacciato via dal centro storico e I'immigrazione, soprattutto meridionale), Pasolini delinea, nella figura del protagonista, il formarsi di una coscienza che dal primitivismo iniziale (che si identifica con l'adesione data al partito neofascista) passa attraverso la scelta del partito democristiano per poi giungere a una collocazione di classe nel partito comunista. 
Il sottoproletario diventa così proletario cosciente.

Caratteristica assai rilevante e molto discussa di questi due romanzi è il linguaggio, che Pasolini adopera facendo largo e sapiente ricorso alle espressioni dialettali e di gergo romanesche. Lo scrittore, tuttavia, più che "inserire" tali espressioni nella narrazione, se ne serve per creare una lingua capace di esprimere con pari immediatezza, l'immediatezza e la spontaneità, dei ragazzi di vita delle borgate romane.

Dotato di straordinaria sensibilità e di grandissima cultura, Pasolini (che ha dato tra l'altro un contributo rilevante al cinema come regista) vanta una copiosa produzione. Assieme ai romanzi citati, sono da ricordare, infatti, la raccolta di liriche Le ceneri di Gramsci, il volume di saggi Passione e ideologia e quello sulla poesia friulana (La meglio gioventù) e, ancora, Il sogno di una cosa..., La religione del mio tempo..., Poesia in forma di rosa..., Alì dagli occhi azzurri.


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LETTERATURA ITALIANA DEL DOPOGUERRA

LETTERATURA ITALIANA - IL NEOREALISMO

IL CINEMA MERIDIONALISTICO

FRANCESCO JOVINE - Vita e morte






ACCATTONE - Pier Paolo Pasolini

MAMMA ROMA - Pier Paolo Pasolini

UCCELLACCI E UCCELLINI - Pier Paolo Pasolini

EDIPO RE - Pier Paolo Pasolini

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LA SEQUENZA DEL FIORE DI CARTA (Amore e rabbia) - Pier Paolo Pasolini

PORCILE - Pier Paolo Pasolini



sabato 31 agosto 2013

LETTERATURA ITALIANA DEL DOPOGUERRA - Il neorealismo (Italian literature of the post-war period - Neorealism)

Foto di Giulia Rossi Ferrini 

Se si guarda bene il panorama del
la letteratura italiana durante il ventennio fascista si vedrà che esso presenta, in tutti i suoi aspetti, un volto ambiguo, o, se si preferisce, ambivalente nei confronti del regime. Un'arte fascista voleva il movimento di Strapaesema nello stesso tempo con il richiamo alla nostra tradizione plebea e alle squadre d'azione, contraddiceva il programma mussoliniano di assorbire i quadri della vecchia classe dirigente borghese e l'ambizione del regime di conquistare una propria egemonia anche culturale. Un'arte fascista proclamava di volere il movimento di 900ma nello stesso tempo, con il suo cosmopolitismo contraddiceva l'esigenza del regime fascista di richiamarsi alla tradizione italiana, di esaltare un primato italiano, di seguire una politica autarchica anche nel campo letterario.

L'autonomia del fenomeno artistico veniva affermata, invece, dagli scrittori della prosa d'arte e, in questo senso, essi opponevano una linea di resistenza al tentativo del fascismo di asservire la letteratura ai propri fini propagandistici. Ma, d'altra parte, il rifugio nella bella pagina e la fuga dalla realtà, poteva far comodo a un regime che proprio sulla deformazione della realtà fondava gran parte del suo potere. 

Voglio dire che in tutte queste manifestazioni letterarie - sia pure in misura diversa a seconda dei casi - s'intrecciano elementi di appoggio o di fiancheggiamento del regime fascista a elementi di opposizione. Tanto che la politica culturale nel fascismo ondeggiò spesso fra i due poli della richiesta di un'arte fascista (che esaltasse le imprese del regime) e del favoreggiamento di un'arte pura, che per  lo meno non desse fastidio al regime. 
Dopo il 1928, invece (quando, cioè, crollarono definitivamente i miti, le illusioni e gli equivoci che avevano accompagnato il sorgere e l'affermarsi del fascismo e che avevano potuto ingannare o rendere perplessi gruppi notevoli di intellettuali), cominciò a manifestarsi e ad affermarsi una letteratura chiaramente d'opposizione e di orientamento realistico.

Questa letteratura faceva propri gli aspetti più positivi della prosa d'arte (e molti di quegli scrittori faranno le loro prime prove proprio in Solaria), si richiamava alle grandi esperienze europee in polemica con la cultura ufficiale, cercava i suoi modelli italiani in Verga e in Svevo, scopriva nella letteratura americana un grande esempio di arte realistica e democratica, ma, soprattutto, s'impegnava a conoscere e a rappresentare la realtà italiana nelle sue più stridenti contraddizioni.

Vengono subito alla mente i nomi di Corrado Alvaro, Carlo Bernari, Alberto Moravia, Elio Vittorini, Cesare Pavese i quali, proprio nell'ultimo decennio della dittatura fascista, prepararono il terreno per I'esplosione neorealistica che verrà prodotta dalla seconda guerra mondiale e dalla lotta di liberazione. E' appunto il dramma degli anni 1941-45 che sconvolge fino alle radici la società e insieme la cultura italiana: il movimento artistico che cerca di riflettere tale nuova situazione storica viene definito neorealismo.
 Il neorealismo si nutrì, innanzitutto di un nuovo modo di guardare il mondo, di una morale e di una ideologia nuove che erano proprie della rivoluzione antifascista. In esse vi era la consapevolezza del fallimento della vecchia classe dirigente e del posto che, per la prima volta nella nostra storia, si erano conquistate sulla scena della società civile le masse popolari. Vi era I'esigenza della scoperto dell'Italia reale, nella sua arretratezza, nella sua miseria, nelle sue assurde contraddizioni e insieme una fiducia schietta e rivoluzionaria nelle nostre possibilità di rinnovamento e nel progresso dell'intera umanità. Il tono poteva variare dall'epico al narrativo o aI lirico, ma la posizione ideale rimaneva la stessa. 
E' evidente che un movimento di questo tipo si presentava
come un autentico movimento di avanguardia, rispetto ad altre cosiddette avanguardie che avevano proposto riforme soltanto formali, che non rompevano il cerchio della cultura della classe dominante, e che, qualche volta, compivano rivoluzioni canonizzate nell'Accademia d'Italia. Autentica avanguardia, perchè tendeva a riflettere i punti di vista, le esigenze, le denunce, la morale di un movimento rivoluzionario reale e non soltanto culturale. 
E dell'avanguardia il neorealismo ebbe il piglio aggressivo e polemico, la volontà di caratterizzarsi e di distinguersi nettamente dalla cultura tradizionale, accademica, arretrata, staccata dalla realtà..
Si presentò così come arte impegnata contro I'arte che tendeva ad eludere i problemi reali del nostro Paese; contrappose polemicamente nuovi contenuti (partigiani, operai, scioperi, bombardamenti, fucilazioni, occupazione di terre, baraccati, sciuscià), all'arte della pura forma e della morbida memoria (ma non fece mai, almeno nei migliori, di questi contenuti una precettistica); cercò un mutamento radicale delle forme espressive che sottolineasse la rottura con l'arte precedente e potesse esprimere più adeguatamente i nuovi sentimenti; si pose il problema di una tradizione di arte autenticamente realistica e rivoluzionaria a cui riferirsi, scavalcando le esperienze decadenti dell'arte moderna. 
Naturalmente un simile processo avvenne in modi e in tempi diversi a seconda del carattere specifico delle varie arti. E in letteratura (al contrario che nel cinema) avvenne con una certa difficoltà e in modo sempre incerto e caotico.
Si cominciò col documento nella ricerca di un massimo di concretezza e di oggettività. Basterà ricordare quelli pubblicati nelle prime annate della rivista Società curati da Bilenchi, oppure le opere più notevoli che, nei limiti del documento, si ebbero in quegli anni, da 16 Ottobre 1943 di Giacomo Debenedetti a Campo degli ufficiali di Giampiero Carocci, al Sergente nella neve di Rigoni-Stern e, soprattutto, a Se questo è un uomo di Primo Levi.

Tentò l'esperienza narrativo-saggistica, il cui esempio più cospicuo fu dato dal Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi; cercò di trasformare la memoria autobiografica in memoria storica e si ebbero le Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini. 
Ma si orientò soprattutto verso la cronaca come la forma narrativa che le garantisce il massimo di presa sulla realtà o di immunizzazione da ogni tentazione lirica. Per il linguaggio la strada era obbligata: bisognava innestare i dialetti nella lingua tradizionale. Bisognava però farlo accompagnando o anticipando il processo di formazione di una comunità linguistica che si era iniziato con la caduta del fascismo e corrispondeva sul piano della lingua alla rottura dei limiti regionali e corporativi, alla conquista da parte di grandi masse di una coscienza nazionale, all'affermarsi nella società civile delle classi popolari. 
Vanno comunque ricordati, accanto agli scrittori già citati, Francesco Jovine, Vasco Patolini, Italo Calvino, Domenico Rea, Mario Tobino per limitarmi solo ad alcuni nomi.

La debolezza ideologica del neorealismo si manifestò quando esso non venne più sorretto dall'ondata ascendente della rivoluzione democratica italiana. La crisi del movimento, iniziatasi grosso modo nel 1950 in coincidenza con la restaurazione capitalistica del nostro Paese, ha come aspetti più appariscenti la perdita della capacità espansiva, la riduzione della carica combattiva, la minore fiducia nella realtà, un certo ripiegamento su toni più intimi e smorzati. Esso, cioè, presenta alla sua base la restaurazione ideologica della sfiducia, dello scetticismo, dell'intimismo, del lirismo.
In effetti il neorealismo aveva troppo puntato su una presa diretta sulla realtà italiana e troppo aveva trascurato quegli approfondimenti storici, economici, sociologici ed ideologici con i quali doveva nutrirsi una nuova letteratura, aveva troppo presunto di poter arrivare a una conoscenza letteraria del nostro mondo e ci aveva offerto una sorte di Sturm und Drang mentre avevamo bisogno dei lumi dell'Enciclopedia
Comunque la crisi del neorealismo favorisce da una parte il risorgere di una letteratura intimistica e lirica la quale proprio nella simiglianza con la letteratura tradizionale deve cercare le ragioni prime del suo successo: e basterà pensare a Cassola, Bassani e Tomasi di Lampedusa; dall'altra spinge la nuova generazione di scrittori alla ricerca di nuove strade, non sempre chiare nel loro tracciato, che tuttavia hanno approdato in taluni, casi a risultati di grande interesse. 
Sperimentale si potrebbe definire tutta I'area di questa letteratura (anche se a tale definizione da molte parti si vuol dare una portata assai più ristretta) che va dalle esperienze di linguaggio e dalla scoperta del sottoproletariato di Pier Paolo Pasolini alle posizioni neoavanguardistiche del gruppo 63dalla ricerca di una letteratura della ragione, a ispirazione illuministica, di Leonardo Sciascia a quella non meno interessante di un gruppo di scrittori meridionali (Prisco, Incoronato, Pomilio) e alle più recenti, felici prove di Volponi. 

Un posto a parte spetta a Carlo Emilio Gadda, uno scrittore già maturo prima della seconda guerra mondiale, ma che nel dopoguerra ha raggiunto la piena affermazione tanto da costituire con Joyce il punto di riferimento quasi d'obbligo della giovane letteratura. 
La cosa che più colpisce nella prosa di Gadda è il momento linguistico, e stilistico, la ricerca, cioè, di un nuovo linguaggio narrativo che investe il lessico più che la sintassi ed utilizza come elementi fondamentali il dialetto, il linguaggio tecnico e, sia pure in misura minore, il richiamo dotto (il latino o altre lingue straniere, la figura etimologica ecc.). 
Va detto subito che all'origine di tale ricerca di linguaggio, non c'è una preoccupazione formalistica, ma un'esigenza profonda di verità, un bisogno di realtà. 
Gadda (e con lui, almeno all'inizio, tutti coloro che lo hanno seguito o fiancheggiato) parte dalle parole per raggiungere le cose e sente I'esigenza di frantumare il linguaggio letterario tradizionale proprio perchè trova quel linguaggio generico e retorico e desiderava mezzi espressivi che gli permettano davvero di conoscere la realtà. Il furore con cui Gadda aggredisce la lingua letteraria tradizionale e la lingua convenzionale della piccola-borghesia è animato da un desiderio irresistibile di raggiungere la realtà. Per questo lo affascina il modo di scrivere dei tecnici (notai, ingegneri, avvocati, spedizionieri, direttori di banca): perchè "ciascuno manovra nel suo campo feroce e diritto e, ciò che importa, secondo un'idea: e riesce come vuole l'idea: e non è, il girovagare prolisso dello pseudo-scrittore che par I'onda lunga di cert'uggia oceanica; uggia dell'infinito, dell'informe". 
Proprio, dunque, attraverso la ricerca di un linguaggio che stabilisca una presa diretta sulle cose, Gadda può compiere quel processo di demistificazione dei costumi piccolo borghesi e dei miti retorici del fascismo, e, nello stesso tempo, quel processo di enucleazione di sentimenti autentici dal velo di pudore che sempre li accompagna, che caratterizzano la spietata ironia e la coperta commozione di molte sue pagine indimenticabili.


VEDI ANCHE . . .

LETTERATURA ITALIANA DEL DOPOGUERRA

FRANCESCO JOVINE

Cristo si è fermato a Eboli - Carlo Levi

Cronache di poveri amanti - Vasco Pratolini

Se questo è un uomo - Pimo Levi

LE COSMICOMICHE - Italo Calvino

LA LUNA E I FALO' - Cesare Pavese

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana - Carlo Emilio Gadda

IL GATTOPARDO - Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Versione Sauvage)

IL GATTOPARDO - Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Versione Gramigna)

Accattone - Pier Paolo Pasolini



giovedì 22 maggio 2008

FRANCESCO JOVINE


IL CAMMINO INTERROTTO DI UN NARRATORE

Nella cultura italiana degli anni intorno al 1930, ed in particolare nella narrativa, c'era tutto un fermento di discussioni e di polemiche sulla validità della nostra più recente tradizione letteraria, caratterizzata da un astratto impegno di perfezione stilistica, e ponevano l'esigenza di una letteratura più umana, più ricca, di respiro più vasto. Basta pensare a Giuseppe Antonio Borghese, che fu il rappresentante più significativo di questo atteggiamento.
Ma queste esigenze e questi tentativi rimasero spesso nei limiti di un astratto intellettualismo. Ed anche il primo romanzo di Francesco Jovine, UN UOMO PROVVISORIO, che uscì proprio in quegli anni (1934), ne risentì in modo assai negativo.
Eppure questa esperienza culturale in Jovine rispondeva ad una profonda esigenza, umana e narrativa al tempo stesso. Se egli , in UN UOMO PROVVISORIO, si orientava verso il racconto e non verso la ricerca della bella pagina, verso i fatti e non verso le parole, non lo faceva soltanto per obbedire ad una moda letteraria. Ce lo dimostra il fatto - come ha osservato giustamente Natalino Sapegno - che in questa storia di Giulio Sabò (un giovane medico "fuggito" dalla provincia nella grande città e tornato nella sua terra natale, rassegnato e "sconfitto") si vengano delineando i motivi fondamentali del mondo di Jovine: il disorientamento dell'intellettuale piccolo-borghese della provincia meridionale che fugge ma non riesce a trovare una ragione di vita neppure nelle esperienze e nelle "avventure" della grande città; le cittadine e i villaggi di un'antica civiltà agraria, chiusa nelle sue consuetudini arcaiche; i "galantuomini" oziosi; i contadini del Molise (un motivo appena accennato, per ora) con la loro terra "indocile, dura".
Sono tutti motivi che si ritrovano sviluppati nel romanzo successivo, SIGNORA AVA, del 1942. Un romanzo assai felice, scritto in un momento di importanti fermenti per la nostra narrativa. E' la storia di una famiglia di possidenti, i De Risio, con i loro servi, i loro contadini, e con tutto il paese che fa coro alle loro vicende. La storia si svolge nel Molise, in quel di Campobasso, a Guardialfiera (dove Jovine è nato il 9 ottobre del 1902), negli ultimi anni del regime borbonico, ma tutto il racconto è avvolto come in un alone fiabesco. Basta pensare al titolo; la SIGNORA AVA non è che un personaggio mitico, proverbiale, appartenente ad un mondo favoloso del passato. E c'è anche un canto popolare del Mezzogiorno, che dice...

..."O tempo da Gnora Ava
nu vecchio imperatore
a morte condannava
chi faceva a 'mmore"...

Sotto quel velo di favola prende forma un mondo di un paese del Mezzogiorno, con il suo povero prete Don Matteo Tritone (la figura più felice del romanzo), vessato e impoverito dai canonici della zona e costretto per questo ad "arrangiarsi" per vivere, i servi dei De Risio rassegnati alla loro sottomissione, i contadini molisani con la loro nera miseria e con le loro case umide e nude, i "galantuomini" del paese che passano il loro tempo a lanciarsi epigrammi, a giocare a tresette e ad escogitare sistemi per imbrogliare i poveri "cafoni". Il tono narrativo do Jovine è apparentemente diseguale, dolente e divertito, affettuoso e distaccato, pensoso e ironico; si tratta in realtà del diverso esprimersi di uno stesso atteggiamento dello scrittore, la ricostruzione tenera e appassionata di una sopravvissuta civiltà che egli vede immobile l tempo.
Eppure Jovine sente intimamente l'esigenza di ribellarsi a quella immobilità, e la sente soprattutto attraverso il dramma dell'intellettuale piccolo-borghese della provincia meridionale, eternamente "sconfitto". Al personaggio di Giulio Sabò altri ne seguono, in tutta la sua produzione: in SIGNORA AVA, i liberali inascoltati che parlano invano di "fratellanza" e di "equità", ed i giovani studenti garibaldini che dopo aver combattuto si ritrovano con la loro "interiore solitudine"; i poveri istitutori dei racconti GIUSTINO D'ARIENZO e DIECI SETTIMANE, soli con le loro "malinconiche speranze"; tanti altri personaggi di IMPERO IN PROVINCIA, UNO CHE SI SALVA, ecc.
E qualche critico aggiunge anche Luca e Gesualdo, nelle TERRE DEL SACRAMENTO, l'ultimo romanzo di Jovine, uscito pochi mesi dopo la morte dello scrittore.
Le vicende narrate nelle TERRE DEL SACRAMENTO sono radicate profondamente nella realtà viva degli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale; ma anche qui ritroviamo personaggi e motivi già noti. Il mondo addormentato dei piccoli centri urbani del Mezzogiorno, il mondo contadino chiuso nella sua miseria e nella sua dolorosa rassegnazione, gli studenti smaniosi di "andarsene", di ribellarsi. E soprattutto il solito mondo immobile; i possidenti inetti e incapaci di far fruttare i loro feudi, i contadini legati a superstiziose credenze che li tengono lontani dalle "terre del Sacramento".
Ma in questo mondo dove "non accade mai nulla", dove la vita scorre lenta ed uguale come le stagioni, accade finalmente qualcosa. La moglie dell'ozioso signore, padrone del feudo, si propone di far rinascere le sue terre abbandonate e Luca Marano, un povero studente ex-seminarista figlio di contadini di Morutri, convince i compaesani a lavorarle con la promessa che saranno loro in enfiteusi. Si sviluppa allora una lotta dura e tenace per condurre a termine il lavoro, lotta nella quale i contadini "si mostrano contenti di trovarsi uniti" ed hanno fiducia in chi li guida, Luca Marano, "uno di loro, un ragazzo compagno dei loro figli e che aveva mangiato per venti anni il pane amaro di Morutri".
Il personaggio di Luca Marano s sviluppa in queste pagine in perfetta coerenza con l'ambiente ed i personaggi minori. La lotta farà di Luca e dei contadini una cosa sola, e la sua tragedia sarà la tragedia di tutti.
Quando infatti la promessa non sarà mantenuta, Luca guiderà i contadini all'occupazione delle terre che spettano loro di diritto, e cadrà insieme all'amico Gesualdo sotto il piombo dei carabinieri e delle camicie nere.
Ma dobbiamo considerare anche Luca e Gesualdo due "sconfitti"? Ha notato Luigi Russo che solo apparentemente la chiusa è pessimistica; " ma si indovina una fede lenta e penetrante, una fede nella lotta, e nel riscatto progressivo delle popolazioni oppresse" (I NARRATORI di Luigi Russo). Le terre del Sacramento mostrano in modo assai significativo che Jovine ha saputo rivivere artisticamente i fermenti ideologici e culturali di quel dopoguerra, portando a maturazione un lungo processo di ricerca che si può seguire nel corso d tutta la sua produzione.
Per questo LE TERRE DEL SACRAMENTO sono il suo capolavoro; sono anche scomparse certe figure di maniera che si incontravano in SIGNORA AVA e quel certo gusto dell'intrigo romanzesco arbitrario che si potava notare nello stesso romanzo. Il linguaggio delle TERRE DEL SACRAMENTO, poi, così asciutto e sobrio, è quasi sempre perfettamente aderente alla narrazione, alle cose e ai fatti che Jovine vien raccontando, e segna un passo importante nel rinnovamento espressivo della nostra narrativa. I nomi di Manzoni, Nievo e Verga, fatti a questo proposito, non sono affatto sprecati.
Francesco Jovine, quando morì a Roma il 30 aprile del 1950, era arrivato ad una piena maturità di scrittore. Era giunto a quel "punto di arrivo" che è sempre "punto di partenza" per i veri narratori. E questo ce ne fa sentire ancor più la mancanza.

Opere principali
  • Un uomo provvisorio - Guanda - Parma 1934
  • Ladro di galline - Guanda - Parma 1940
  • Signora Ava - Editore Tumminelli, Roma 1943
  • Il pastore sepolto - Editore Tumminelli, Roma 1945
  • Tutti i miei peccati - Einaudi - Torino 1948
  • Le terre del Sacramento (postumo) - Einaudi, Torino 1950 - Premio Viareggio

Conclusione: Jovine a fatto rivivere artisticamente i fermenti ideologici e culturali del secondo dopoguerra...


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