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mercoledì 29 luglio 2009

LETTERA AL PADRE (Letter to His Father) - Franz Kafka

  

LETTERA AL PADRE

Franz Kafka

Editore Feltrinelli

Anno 1999

Genere - Narrativa straniera








Franz Kafka (1883 - 1924) scrisse nel 1919 questa "Lettera al padre".
È una testimonianza drammatica delle terribili condizioni psicologiche in cui si svolse l'esistenza di quest'uomo, che inutilmente si sforzò di affermare la propria individualità, schiacciata dalla presenza di un padre autoritario e incomprensivo.
Kafka ripercorre qui le tappe dei suoi rapporti col genitore, e rileva amaramente quanto essi siano stati carenti sul piano affettivo. Suo padre era una persona di scarsa cultura: un commerciante che si era costruito una discreta fortuna al prezzo di dure fatiche, e che non sapeva certo apprezzare le tendenze artistiche del figlio. Ma il peggio è che egli non sapeva apprezzare quasi nulla nel suo prossimo: in tutti vedeva difetti, pigrizia, mollezza di carattere.
Si può quindi facilmente capire quanto dovessero soffrirne i rapporti coi figli.
Come tutte le persone deboli e incapaci di reagire, Kafka conserva meticolosamente nella propria memoria il ricordo degli scontri avuti col padre. E ad un certo punto sente il bisogno di vuotare il sacco, mettendo sulla carta tutto quanto.
Egli si rivolge allora al padre tiranno, rinfacciandogli l'intolleranza, l'autoritarismo, la severità eccessiva, e rammentandogli che proprio questo suo atteggiamento insofferente ha acuito il senso di insicurezza da cui si sentiva tormentato.
Particolarmente sofferto è il punto in cui Kafka rifà la storia dei propri tentativi di matrimonio, sul cui fallimento il padre ha tanto pesantemente influito.
Il messaggio contenuto in questa lettera è, nella sostanza, molto duro: è un'autentica invettiva. Ma bisogna dire che Kafka compie anche su se stesso un grande sforzo di obiettività, obbligandosi alla sincerità anche sugli argomenti più imbarazzanti.
Egli non teme di ammettere le proprie colpe (per esempio, riconosce che il fallimento dei propri fidanzamenti è stato anche dovuto al proprio comportamento), e soprattutto si astiene dall'usare espressioni apertamente irriguardose.
Il tono della lettera è anzi molto pacato, e presenta quelle tipiche caratteristiche di chiarezza e di lucidità che sono rintracciabili anche nella produzione letteraria di questo scrittore..., qui, poi, si sente ovunque rimpianto ed amarezza, e desiderio di riconciliazione.
Ma questo non fa che accentuare la drammaticità dello scritto.

È chiaro che Kafka ha provato fin dall'inizio un grande senso di ammirazione per la figura di suo padre, e non teme di confessarlo.
La sua incapacità di reazione nei confronti del genitore indica quindi che egli non è mai riuscito a rendersi veramente indipendente da lui, cioè a superare la propria sudditanza psicologica. Tant'è vero che questa lettera, pur così lunga e così dettagliata, non fu mai spedita. Kafka non ebbe mai il coraggio di dare a suo padre un simile shock, e forse non desiderava neppure di farlo. Essa rappresenta più che altro uno sfogo personale, nato dall'esigenza di far luce dentro di sé, mettendo in chiaro le ragioni della propria infelicità. Pertanto, anche se esteriormente questo scritto manifesta tutte le caratteristiche di una normale lettera (tranne la sua non comune lunghezza), si deve ammettere che il padre, qui, non è che un finto interlocutore.
Kafka ha scelto la forma di comunicazione più diretta ed immediata, che consiste nel rivolgersi apertamente a qualcuno, soltanto per mascherare meglio a se stesso la propria reale, e dolorosissima, incapacità di dialogare col padre.

Non è sempre vero, allora, che la lettera è una forma di incontro tra due persone, un modo per sentirsi più vicini..., essa può anche diventare un espediente per evitare un incontro temuto, o non desiderato.
Anzi, in generale, quando due individui che potrebbero benissimo parlarsi a voce preferiscono comunicare per iscritto, lo fanno proprio per evitare di trovarsi faccia a faccia (a meno che non sussistano motivi speciali..., come accade, ad esempio, nei casi in cui ci si vuole impegnare ufficialmente a rispettare un patto, e si vuole lasciare all'altro un attestato della propria buona fede).
Viste sotto quest'angolatura, le parole di Kafka, pur così amaramente intrise di affetto e di un disperato desiderio di farsi comprendere, mi appaiono come un angoscioso esempio di incomunicabilità tra due esseri appartenenti ad una stessa famiglia.


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Mio caro papà,
non è molto che mi hai chiesto perché asserisco di aver paura di Te....

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In tutta la lettera Kafka usa la maiuscola per indicare il padre. E' un segno tangibile di rispetto, ma anche della distanza affettiva che lo separa da lui.


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venerdì 22 agosto 2008

LA METAMORFOSI (Metamorphosis) - Franz Kafka

   
IL MALE DEL SECOLO ... NEI PERSONAGGI DI KAFKA


Il nome di Franz Kafka è diventato il simbolo noto anche a coloro che non hanno letto niente di lui..., il simbolo del male del secolo, della condizione di insicurezza e di profondo disagio in cui vengono a trovarsi la piccola e media borghesia in seguito alla fase monopolistica del capitalismo e che questi ceti, per lo più incapaci di analizzare le ragioni reali, confondono col destino dell'uomo in generale.
Nessuno scrittore riuscì a esprimere questo sentimento in modo più preciso e drammatico di Kafka, perché nessuno lo visse più intensamente. Egli apparteneva a una minoranza sia linguistica (i tedeschi di Praga) che religiosa e razziale (era ebreo). Già questo lo predisponeva alla solitudine. Si aggiunga una famiglia patriarcale con un padre dotato di un'autorità oppressiva, ostile alla cultura, che voleva fare del figlio un commerciante come lui.. Franz, estremamente sensibile e alieno all'attività pratica, si adattò a malincuore a fare l'impiegato di una società di assicurazioni.
Come mostrano i suoi diari, egli aveva parecchi amici, frequentava circoli culturali ebraici e slavi. Ma nel suo intimo egli viveva la tragedia di chi non riesce a trovare un vero rapporto umano coi propri simili.
Le sue opere travestono in forma fantastica questa impossibilità di trovare una comunicazione col prossimo, impossibilità che è per lui un destino che coglie l'individuo indipendentemente dalla sua volontà..., una specie di peccato originale di cui non ci si accorge nella vita di tutti i giorni, ma che a un certo momento interviene a rendere il mondo assurdo e privo di senso.
Per esempio il protagonista del famoso racconto "Le metamorfosi" si sveglia un bel giorno trasformato in un enorme scarafaggio, che i familiari trattano dapprima con compatimento, poi con indifferenza e disprezzo.



LA METAMORFOSI

Metamorfosi è una parola greca che significa "trasformazione".
Il protagonista è un commesso viaggiatore di nome Gregorio Samsa, che col suo duro lavoro mantiene la propria famiglia, composta dal padre malato, dalla madre e dalla sorella Grete. Un bel giorno, svegliandosi, egli si accorge di essersi trasformato in una specie di enorme scarafaggio. Di qui iniziano i suoi guai: egli perde il proprio posto di lavoro ed è costretto a vivere recluso nella sua stanza. La sua famiglia vuole evitare che questa notizia 'vergognosa' si sappia nel vicinato.
Così, poco per volta, Gregorio viene privato di tutto: della sua umanità, della sua intimità (gli portano via persino i mobili della stanza), dei suoi affetti. I suoi familiari, infatti, non lo possono sopportare per fastidi che egli procura loro, a cominciare dal fatto che egli non porta più a casa uno stipendio. Si direbbe anzi che essi siano più che altro preoccupati per questa perdita economica.
Ad un certo punto il padre arriva persino a scagliare delle mele contro Gregorio, colpevole di essersi introdotto in una stanza che non è la sua: e una di queste mele resta conficcata nel dorso del figlio, rendendone assai difficili i movimenti. Alla fine, questi muore, senza aver mai cessato di amare i suoi genitori e la sorella, nonostante il disprezzo e il disgusto che essi mostrano verso di lui; e la sua morte è accolta come una liberazione dai familiari.


COMMENTO

Questa, per sommi capi, è la vicenda. E' superfluo dire che si tratta di una situazione allegorica: Kafka ha, per così dire, materializzato nell'immagine dell'insetto il senso di isolamento del protagonista all'interno della sua famiglia, e l'ostilità di quest'ultima nei suoi confronti.
In questa luce si intendono tutti i dettagli del racconto.
La mela che resta conficcata nel dorso di Gregorio, per esempio, potrebbe essere interpretata come la materializzazione della crudeltà del padre, che ferisce inguaribilmente il figlio.
Alcuni hanno definito questo modo di rappresentare le cose con il termine "realismo magico": nel senso che certi fatti fantastici, cioè non reali, vengono descritti come se fossero assolutamente veri e naturali. L'autore finge insomma che tutti i dettagli della storia siano perfettamente accettabili nel mondo in cui viviamo.
Molta attenzione è dedicata soprattutto alla puntuale descrizione degli stati fisici dell'insetto-Gregorio; in effetti, si nota che c'è quasi una sorta di coincidenza fra la descrizione degli stati fisici e quella della situazione psicologica del protagonista. L'animalità di Gregorio è, nella metafora inventata da Kafka, la proiezione all'esterno della sua angosciosa condizione spirituale.
Ci sono molti modi di leggere questo racconto.
Il ruolo dell'istituzione che schiaccia l'individuo (ed anzi, proprio l'individuo più fragile, più sensibile, è più portato alla tenerezza ed agli slanci affettivi) è svolto qui dalla famiglia. Dunque, la famiglia del racconto può essere interpretata come una raffigurazione ideale dell'istituzione familiare in se stessa, che crea al proprio interno dei drammatici conflitti e dei meccanismi punitivi nei confronti di qualcuno dei suoi membri. Ma essa può anche essere interpretata, contemporaneamente, come una rappresentazione metaforica di una società oppressiva, che impedisce ai suoi membri di manifestarsi pienamente e liberamente.
C'è, inoltre, il senso di colpa. Questo è un problema più difficile da chiarire, perché affonda le sue radici nella complessa personalità di Kafka; ma provo comunque a fare una riflessione sopra.
Notiamo infatti unna cosa: e cioè l'assenza di stupore con cui Gregorio (vale dire Kafka stesso, che in lui si identifica) accetta la propria condizione animalesca. In nessun momento egli è assalito dal dubbio che questa trasformazione sia qualcosa di assurdo e ingiusto, che non avrebbe dovuto colpirlo; al contrario, egli l'accetta come qualcosa di naturale e di dovuto, come la giusta conseguenza della realtà in cui vive. Ma allora mi chiedo se questa brutale metafora dell'insetto, in cui il protagonista si trasforma, non nasconda qualcosa di più della semplice idea di esclusione dalla normale vita affettiva della famiglia. Non è detto che l'aspetto repellente con cui Gregorio-Kafka viene descritto sia soltanto dovuto all'ostilità della famiglia. Insomma, nell'immagine dell'insetto non sono rappresentati soltanto gli atteggiamenti punitivi della famiglia verso il figlio, ma anche gli (inconsci) atteggiamenti autopunitivi del figlio, che si accorge di odiare i propri familiari.
Del resto, anche il comportamento dei familiari non è esente da sensi di colpa: sotto l'apparente indifferenza da essi dimostrata verso Gregorio-Kafka, si affaccia anche, di tanto in tanto, il rimorso per il poco amore che essi sanno dargli.

Raramente uno scrittore ha saputo descrivere con altrettanta crudezza il groviglio affettivo che si sviluppa talvolta nell'ambito dei nuclei familiari, in un intreccio inestricabile di amore e di odio, di tenerezza e di crudeltà.


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RACCONTI (comprende La metamorfosi)
Franz Kafka
A cura di Giansiro Ferrata e Ervino Pocar
*1970 - Arnoldo Mondadori Editore
Sulla collana - I Meridiani




giovedì 17 gennaio 2008

FRANZ KAFKA - Vita e opere (Life and Work)

   
LA VITA DI FRANZ KAFKA


E' forse lo scrittore più grande, certo il più inquietante del secolo scorso. Eppure la sua fama è tutta postuma. Mentre visse, non ebbe che rari e stentati riconoscimenti, anche se tra gli amici qualcuno già lo considerava apertamente un genio. Ma a lui della gloria "mondana" non importava gran che. Considerava l'atto dello scrivere come una forma di preghiera, un modo di penetrare al di là dell'apparenza delle cose, di avvicinarsi all'Inconoscibile, a Dio.
Per questo, prima di morire, manifestò il fermo desiderio che i manoscritti che lasciava fossero interamente distrutti. Max Brod però, l'amico incaricato di compiere tale opera, non gli obbedì. In tal modo furono salvati, e via via pubblicati, i grandi romanzi incompiuti…:
- "Il castello"…, "Il processo"…, "America"…, che fecero "scoppiare" il "caso" Kafka.
E' necessario tuttavia precisare che questi libri non rappresentano da soli il genio dello scrittore.
Almeno un grande racconto (o romanzo breve) Franz Kafka lo aveva già pubblicato da vivo…, intendo riferirmi a "La metamorfosi", la terribile e allucinante storia di un uomo che un mattino si sveglia trasformato in un insetto immondo. Scrivendo appunto de "La metamorfosi", in anni in cui il nome di Kafka era conosciuto unicamente in una ristretta cerchia di "iniziati", Giovanni Papini disse che il racconto sapeva di zolfo, che era direttamente ispirato dal demonio. Ma la pittoresca definizione sfiorava appena la verità. Kafka attingeva le proprie inquietitudini da un "male" inguaribile che portava dentro di se e che lo faceva dolorosamente sentire straniero tra gli uomini.

"Tutto è fantasia…, la famiglia, l'ufficio, gli amici, la strada…, fantasia, lontana o vicina, la donna…, la verità più prossima è che tu premi la testa contro il muro di una cella senza finestre e senza porte".

Così egli scrisse un giorno nei suoi "Diari", e non poteva essere più esplicito nel rifiuto e nella condanna del mondo. Del resto, ecco come definì altrove se stesso… "Una immagine della mia esistenza sarebbe quella di una pertica inutile, incrostata di brina e neve, infilata obliquamente nel terreno, in un campo profondamente sconvolto, al margine di una grande pianura, in una buia notte invernale…".


UNA LEGGENDA SBAGLIATA

Kafka era uno di quegli uomini che nascono con impresso nello spirito il sigillo incancellabile di una vocazione bruciante. Tutto ciò che era letteratura, ma la letteratura nel modo assoluto e purissimo com'egli la intendeva, non lo interessava realmente.

"La mia sorte è molto semplice - confessò una volta. - La capacità di descrivere la mia sognante vita interiore ha respinto tutto il resto tra le cose secondarie e lo ha orrendamente atrofizzato".

Sulla base di dichiarazioni di questo genere, che paiono quasi far da contrappunto agli angosciosi "temi" dei grandi romanzi kafkiani, è nata la leggenda di un Kafka misantropo, brutto, infelice, triste. Benché suggestiva (si pensi, per esempio, al "gobbo" Leopardi), tale leggenda non ha alcun fondamento di verità. Nei suoi anni migliori, prima che la malattia che doveva condurlo precocemente alla tomba ne corrodesse il fisico robusto, Franz Kafka fu un giovanotto alto un metro e ottanta, dalle orecchie a sventola, i capelli divisi da una lunga scriminatura, le gambe lunghissime, il portamento eretto. Conversatore brillante, sapeva rendersi simpatico a chiunque, e aveva due occhi che stregavano le donne. La sua giovinezza è costellata da "folli" amori, che tuttavia "scoppiavano" presto come bolle di sapone, perché egli aveva il genio di complicarli e svuotarli con i suoi scrupoli incredibili.
La verità è che anche in amore Franz Kafka cercava l'assoluto, l'irraggiungibile. E questo anche se, sull'esempio del padre amato e odiato nello stesso tempo, il suo desiderio più vivo era quello di costruirsi una famiglia, di mettere al mondo dei figli. In uno dei documenti più drammatici della sua vita interiore, quella lunga "Lettera al padre" che noi oggi possiamo leggere ma che non pervenne mai nelle mani del suo destinatario, il giovane Kafka non esitò a scrivere…

"Sposarsi, fondare una famiglia, accettare tutti i figli che vengono, mantenerli in questo mondo incerto e magari anche un poco guidarli, è, a mio parere, il massimo che possa riuscire a un uomo".

A lui non riuscì, ma non certo per mancanza di buona volontà o impegno.
Era scritto nel suo destino che dovesse fallire in tutto, perché la sua arte acquistasse luce e forza.


IL TERRIBILE ANTAGONISTA

Franz Kafka nacque a Praga il 3 luglio 1883. Suo padre, Hermann, era una specie di gigante che s'imponeva tirannicamente a tutta la famiglia…, sua madre, Julie, era invece una creatura dolce e sensibile, che cercava in tutti i modi di proteggere i figli dall'eccessivo rigore paterno.
La fanciullezza e l'adolescenza di Franz si svilupparono all'ombra di queste due figure familiari in perenne contrasto. Naturalmente, egli teneva per sua madre che sentiva più vicina al proprio spirito, ma non poteva impedirsi di ammirare in suo padre tante cose e, soprattutto, la prorompente gioia di vivere che gli si accendeva negli occhi a ogni momento della giornata. Hermann Kafka era un uomo che si era fatto tutto da sé e che perciò aveva fondati motivi di proporsi come modello al proprio figlio primogenito. Dopo anni di miseria e di fatiche, aveva conquistato una solida posizione nel commercio ed era ormai considerato uno dei maggiori esponenti della comunità israelitica di Praga.
Primo di sei figli, Franz ebbe la sventura di veder morire in tenera età i suoi fratellini maschi, per cui si trovò fatalmente a occupare la non invidiabile posizione di erede e antagonista del padre, il quale avrebbe voluto fare di lui un esperto commerciante. Ma Franz non aveva attitudini alla vita pratica. E poi con gli estranei era di una timidezza e di una discrezione incredibili.
Un giorno, mentre si recava a fare visita a un amico, gli accadde di svegliarne involontariamente il padre, che si era appisolato su una poltrona…, allora, sollevando le braccia in un gesto di disappunto, gli sussurrò…
"Mi consideri un sogno", e proseguì il cammino in punta di piedi.


LA RICERCA DI UN IMPIEGO

La parola "kafka" in lingua ceca significa "cornacchia", e infatti una bella cornacchia faceva spicco, come stemma, sulle buste commerciali della ditta di Hermann Kafka. Tuttavia, in contrasto con le tradizioni di famiglia, Franz frequentò scuole tedesche, ebbe di conseguenza un'educazione tedesca e soltanto da grande e per propria esclusiva iniziativa acquistò una precisa conoscenza della lingua ceca.
Benchè dotato di una intelligenza nettamente superiore alla media, Franz non brillò mai molto negli studi. Se la cavò senza infamia e senza lode, compensando con il buon profitto nelle materie letterarie la sua irriducibile avversione alla matematica.
Comunque terminò regolarmente il Liceo e si affacciò alle soglie dell'Università. Non volendo"chiudersi" nel commercio paterno, gli si pose drammaticamente il problema della scelta di una carriera. Scelse la facoltà di chimica, ma resistette appena due settimane, giusto il tempo di rendersi conto di aver commesso uno sbaglio.
Che fare? Dopo aver perduto altri sei mesi a studiare germanistica, finalmente Franz si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza, la cui laurea gli apriva dinanzi la possibilità di molte carriere ma, soprattutto, gli consentiva di rimandare di qualche anno la scelta definitiva.
Studente disciplinato ma privo di entusiasmo, Franz Kafka seguì la routine universitaria coltivando in segreto la passione della letteratura e a ventitré anni si laureò in legge. Quale fosse il suo stato d'animo in questo periodo è detto chiaramente da una osservazione che troviamo nei "Diari".
Alla vigilia di un esame importante, Kafka rimase una notte intera chino sui libri. All'alba, ormai esausto, fu vinto dalla sonnolenza e quando si risvegliò si accorse con stupore che la sua mano sinistra stringeva la destra in segno di compassione.


L'INUTILE FIDANZAMENTO

Franz Kafka non aveva un vero bisogno di cercarsi un impiego, perché il padre non chiedeva di meglio che assorbirselo nei suoi affari. Il desiderio di trovarsi un posto nasceva perciò in lui unicamente dalla ferma determinazione di costruirsi una vita autonoma, indipendente dalla famiglia. Se avesse potuto scegliere secondo la propria inclinazione, Franz avrebbe chiesto una cosa sola…, di essere lasciato libero di dedicarsi alla letteratura. Ma questo era proprio ciò che suo padre non gli avrebbe mai concesso.
Ecco perché, un anno dopo il conseguimento della laurea, il giovane Kafka entrò come impiegato nella filiale di Praga delle Assicurazioni Generali, dove tuttavia non rimase a lungo. L'orario di lavoro troppo intenso non gli permetteva di consacrare alle lettere tutto il tempo che avrebbe voluto. Il posto ideale, nella situazione in cui si trovava, poteva essere anche un impiego modesto in un ufficio statale o parastatale, visto che in tali uffici era in vigore l'orario unico, che consentiva praticamente libero quasi tutto il pomeriggio. Con un po' di pazienza, Kafka raggiunse il suo scopo.
Nel 1908 fu assunto dall'Istituto di Assicurazione contro gli infortuni dei Lavoratori del Regno di Boemia. Era la libertà dalla tirannia paterna e, insieme, la possibilità di coltivare i prediletti studi letterari. Ma a Kafka tutto questonon bastava ancora. Per sentirsi emancipato e completo, egli riteneva indispensabile crearsi una famiglia.
Dopo aver scartato parecchie candidate, finalmente gli parve di aver trovato la ragazza adatta.
La scelta cadde su una graziosa giovane della quale non ci8 è pervenuto il nome. Kafka la conobbe nell'estate del 1912 e la sottopose subito a una corte intensa che ella ne fu quasi spaventata.
La vicenda sentimentale si protrasse per circa due anni, tra continue alternative che facevano precipitare Kafka dall'altezza della gioia agli abissi della disperazione. Finalmente la ragazza parve accettare il matrimonio, e il fidanzamento ufficiale ebbe luogo a Berlino nel maggio 1914. Ma fu solo una breve parentesi di calma. Lo scoppio della Prima guerra mondiale e, soprattutto, l'eterna indecisione di Kafka, portarono nel giro di pochi mesi alla rottura della relazione. Sotto il peso del proprio fallimento sentimentale, Kafka abbandonò la famiglia e andò a vivere per conto suo in una stanzetta d'affitto. Da qui ricominciò a scrivere alla ragazza, la convinse che nonostante tutto erano fatti l'uno per l'altra, la raggiunse a Marienbad, dove trascorse accanto a lei alcune deliziose settimane di vacanza.
Luglio 1917..., i due sono di nuovo fidanzati ufficialmente. Kafka è come preso dalla smania di fare presto, di affrettare i tempi del matrimonio, di impedire alla ragazza (o a se stesso) un nuovo colpo di testa. Eccolo dunque impegnato a cercare un appartamento, a scegliere i mobili per arredarlo, a fare i conti col proprio stipendio. Ma è un fuoco di paglia. L'anno non è ancora terminato che egli già si sente stanco, sfiduciato, incompreso. Passa intere settimane chiuso in se stesso, senza vedere nessuno, preda della più nera malinconia. Invano la ragazza lo sollecita, gli ricorda i suoi impegni, il matrimonio imminente.
Egli non s'impegna, accampando mille futili pretesti per rimandare una decisione definitiva. E così il matrimonio va a monte. La ragazza scompare per sempre dalla sua vita e di lei i biografi dello scrittore non ci tramanderanno neppure il nome, accontentandosi di chiamarla "la berlinese", dalla sua città di origine.


L'AVVISO DEL DESTINO

Il mancato matrimonio con "la berlinese" non è però l'avvenimento più importante verificatosi nella vita di Kafka in quel drammatico scorcio del 1917 che vedeva l'Europa insanguinata dalla guerra. Il 4 settembre, infatti, i medici diagnosticarono che il giovane era affetto da tubercolosi. Kafka, tuttavia, prese l'annuncio alla leggera. Il male non sembrava avere un decorso maligno ed egli, per il momento, se ne servì come pretesto per chiedere lunghe licenze, durante le quali viaggiava o si dedicava al prediletto lavoro letterario. Aveva cominciato a pubblicare i primi racconti che, pur senza dargli una vera e propria notorietà.
Lo avevano fatto conoscere a una ristretta cerchia di amici, alcuni dei quali erano diventati subito suoi ferventi ammiratori. Kafka non si compiaceva troppo di questi successi limitati, che però in qualche modo lo lusingavano. Era curioso come un bambino di vedere che effetto facevano sugli altri i suoi scritti, anche se riteneva di non essere riuscito ad esprimere nemmeno la millesima parte di ciò che sentiva, del tormento che gli rodeva il cuore e l'anima.
Quando apparve il suo primo libro, intitolato "Meditazione", si racconta che Kafka, incontrato per strada un amico, gli disse…"Sono stato dal libraio Andrè, che ha venduto undici copie del mio volume. Dieci le ho comperate io…, mi piacerebbe sapere chi ha acquistato l'undicesima".
Intanto in segreto, portava avanti la stesura di ben tre romanzi ("Il castello"…, "Il processo"…, "America"), ai quali manoscritti non riuscirà mai a mettere la parola "fine". Ma in realtà questi libri non hanno bisogno di una conclusione. Essi pongono un problema, quello del destino dell'uomo che, nella concezione della vita che aveva Kafka, non poteva avere una risposta definitiva. Protagonista di tutti e tre questi romanzi è lo stesso Kafka, ora nelle vesti di un ragazzo che insegue una fortuna che sempre gli sfugge ("America"), ora nei panni di un non meglio precisato agrimensore K., che si consuma nella vana attesa di essere accolto tra gli impiegati effettivi di un misterioso castello ("Il castello"), ora infine nella tormentata figura di un giovane accusato di una colpa che nessuno si prende la briga di precisare ("Il processo").
La verità è che Kafka sentiva gravare su di se una sola "colpa", quella che ai suoi occhi accomunava tutti gli uomini in un unico destino… la "colpa di essere vivo". Privo di una fede che gli illuminasse il cammino, il suo cuore batteva al ritmo di un'angoscia senza speranza.


L'INCONTRO CON MILENA

Ma l'uomo che era in lui non era affatto rassegnato a cedere le armi alla disperazione. Cercava ancora e sempre qualcosa a cui ancorare la propria vita…, un amore se non una certezza. E quando al suo orizzonte apparve la giovane e ardente Milena Jesenska, si abbandonò alla nuova passione che la donna gli ispirò come a una specie di esaltante delirio. Colta, bella, malmaritata, Milena conobbe Kafka attraverso i pochi scritti di lui che erano dati alle stampe e desiderò tradurli in ceco. Solo per questo cercò il giovane autore che aveva imparato a stimare e gli chiese un incontro. Tra quelle due anime l'amore scoppiò improvviso, violento. Kafka aprì a Milena il proprio cuore, le rivelò i dubbi e le angosce che lo tormentavano. La donna gli corrispose pienamente, lo esaltò, lo illusero che fossero tornati i tempi più belli della "berlinese". Di questo amore farneticante, teso continuamente sul filo di una lucida disperazione e illuminato dai sinistri riflessi della malattia, che nel frattempo si era aggravata, rimane un documento, veramente prezioso, che non si può leggere a cuore freddo…, le belle "Lettere a Milena", ritrovate e raccolte in un volume nel 1952.
Due anni durò la relazione tra Kafka e Milena…, quando si dissero definitivamente addio, nel maggio del 1922, Kafka era ormai un uomo condannato, che vedeva davanti a se nient'altro che lo spettro della morte, e tuttavia non si arrendeva, non voleva arrendersi. E piaceva ancor di più alle donne, forse per quella strana luce che a tratti gli brillava negli occhi, resi lucidi dalla febbre…, forse per le sue improvvise timidezze di bambino, che lo facevano arrossire per un nonnulla…, e forse anche per i suoi cupi, prolungati silenzi, durante i quali era come se fosse infinitamente lontano dal mondo dei vivi.
Certo, l'antico sogno di contrapporsi al padre creando anche lui una famiglia solidamente piantata nella realtà, opra gli si rivelava un'illusione. E la propria vita non poteva non apparirgli come un fallimento. Ma il desiderio (e la ricerca) della felicità era in lui più forte di qualsiasi disperazione. E così dimenticò Milena per un'altra donna, una ragazza ventenne che conobbe nell'estate del 1923 a Muritz, una località balneare sul Mar Baltico.Si chiamava Dora Dymant. Era una creatura semplice, che chiedeva solo di amare e di essere amata. Kafka ne rimase incantato. Quando fece ritorno a Praga, disse un addio definitivo alla famiglia ne corse a Berlino, dove Dora nel frattempo si era stabilita. Privi quasi di mezzi, i due vissero in una specie di allegra miseria, finché la malattia di lui non li costrinse a cercare un clima mite. Eccoli dunque a Praga e poi a Vienna. Un terribile inverno si era intanto abbattuto sull'Europa, ma essi non se ne diedero pensiero, Kafka, per esempio, sfidò il proprio male andando in giro coperto di un soprabito leggero, che gli svolazzava sulle spalle. Era come se avesse ingaggiato l'ultima battaglia con la vita e non volesse cedere le armi.
Ma il male si abbatté. Dora e un amico, il dottor Robert Klopstock, riuscirono a farlo ricoverare nel sanatorio di Kierling, presso Vienna. Qui, lucido di mente fino all'ultimo istante, Franz Kafka visse la sua lunga, dolorosa agonia.
Un giorno, disperato, chiese al dottor Klopstock di porre fine al proprio tormento praticandogli un'iniezione mortale….
"Mi uccida, altrimenti lei è un assassino", gli grida.
Ma il medico scuote la testa di fronte alla richiesta che non può accogliere.


LA GLORIA DOPO LA MORTE

Franz Kafka morì il 3 giugno del 1924. Il suo corpo venne trasportato a Praga e il silenzio più assoluto parve scendere sulla sua vita e sulla sua opera di scrittore, che solo pochissimi amici ricordavano. Nessuno sapeva infatti, dell'esistenza dei grossi manoscritti inediti affidati a Max Brod perché li distruggesse. Ma in Franz Kafka tutto è mistero. Anche la sua gloria postuma, che al termine di una lenta maturazione è veramente "scoppiata" solo dopo la Seconda guerra mondiale, durante la quale i nazisti, penetrati nella sua casa di Praga, gettarono alle fiamme tutti i documenti che vi trovarono.
Kafka era ebreo, era uno scrittore distruttivo…, dunque ogni traccia di lui doveva scomparire. Il suo nome venne fatto togliere da tutti i libri di letteratura tedesca, fu proibito a tutti di nominarlo. Le sue sorelle furono rinchiuse in un campo di concentramento, dove morirono.
E in un campo di concentramento finì i suoi giorni anche la dolce Milena. Ma si può soffocare, non distruggere per sempre l'opera di un uomo che ha dato voce alle angosce dell'umanità. Ecco perché Franz Kafka è come risorto dalle ceneri dell'ultima guerra e i suoi grandi romanzi incompiuti, l'allucinante racconto "La metamorfosi", ci appaiono oggi in una luce nuova. Essi sono i primi autentici scritti dell'era atomica. Sono lo specchio, anche se deformato ed esasperato, delle nostre angosce e dei nostri dubbi, quando ci domandiamo il perché della vita, del nostro destino. E ora, per concludere, un ultimo mistero nella vita di quest'uomo pieno di misteri…, Franz Kafka, che sognò invano la "felicità infinita, calda, profonda, redentrice di star vicino alla culla di un bambino, di fronte alla madre", divenne padre, ma non lo seppe mai. Al tempo della sua relazione con la "berlinese" egli ebbe una breve avventura con una non meglio identificata M.M., dalla quale nacque appunto un bambino che morì nel 1921, all'età di sette anni, senza che il padre nemmeno sospettasse la sua esistenza.


IL MALE DEL SECOLO … NEI PERSONAGGI DI KAFKA

Nell'assurdo destino degli Joseph K., travolti da una forza misteriosa cui non è possibile sfuggire, si riflette, in una forma artisticamente suggestiva, la condizione di solitudine e di impotenza dei "piccoli borghesi" d'Europa tra le due Guerre.
Il nome di Franz Kafka è diventato il simbolo noto anche a coloro che non hanno letto niente di lui..., il simbolo del male del secolo, della condizione di insicurezza e di profondo disagio in cui vengono a trovarsi la piccola e media borghesia in seguito alla fase monopolistica del capitalismo e che questi ceti, per lo più incapaci di analizzare le ragioni reali, confondono col destino dell'uomo in generale.
Nessuno scrittore riuscì a esprimere questo sentimento in modo più preciso e drammatico di Kafka, perché nessuno lo visse più intensamente. Egli apparteneva a una minoranza sia linguistica (i tedeschi di Praga) che religiosa e razziale (era ebreo). Già questo lo predisponeva alla solitudine. Si aggiunga una famiglia patriarcale con un padre dotato di un'autorità oppressiva, ostile alla cultura, che voleva fare del figlio un commerciante come lui.. Franz, estremamente sensibile e alieno all'attività pratica, si adattò a malincuore a fare l'impiegato di una società di assicurazioni. Come mostrano i suoi diari, egli aveva parecchi amici, frequentava circoli culturali ebraici e slavi. Ma nel suo intimo egli viveva la tragedia di chi non riesce a trovare un vero rapporto umano coi propri simili.
Le sue opere travestono in forma fantastica questa impossibilità di trovare una comunicazione col prossimo, impossibilità che è per lui un destino che coglie l'individuo indipendentemente dalla sua volontà…, una specie di peccato originale di cui non ci si accorge nella vita di tutti i giorni, ma che a un certo momento interviene a rendere il mondo assurdo e privo di senso.

Per esempio il protagonista del famoso racconto "Le metamorfosi" si sveglia un bel giorno trasformato in un enorme scarafaggio, che i familiari trattano dapprima con compatimento, poi con indifferenza e disprezzo.

Il ragazzo protagonista del romanzo "America" viene sbalestrato, in un'America misteriosa e incomprensibile, per una colpa che non è sua (è stato sedotto da una cameriera).

Il procuratore del "Processo" Joseph K. Si vede un giorno arrestato senza sapere di che cosa lo si accusi e vaga nei tribunali nella vana speranza di scoprirlo, finché viene condannato a morte.

L'agrimensore chiamato a prestare la sua opera nel "Castello", che dà il titolo al terzo romanzo, deve fermarsi al villaggio, situato ai piedi della collina dove esso sorge, perché in alto nessuno sa di averlo invitato e non lo si vuole quindi ammettere. Egli fa ogni tentativo per cercare di mettersi in contatto con la complicata organizzazione burocratica che domina il castello e per chiarire la questione, ma tutto è inutile.

Questi strani simboli, ed altri che si trovano nei numerosi racconti minori, sono stati variamente interpretati, ed è probabile che essi siano spesso di ispirazione religiosa (la colpa del procuratore è il peccato originale, il castello è la Grazia cui l'uomo tende, ma che secondo Kafka non riesce mai a raggiungere).
L'essenziale non è però il loro significato filosofico o religioso, ma il fatto che Kafka se ne serve per descrivere la situazione dell'uomo che non perviene a comprendere ciò che lo circonda. Per questo egli non ha bisogno di creare un mondo del tutto immaginario…, prende anzi gli aspetti più comuni e banali della vita quotidiana per trasformarli, alla luce del simbolo fantastico (lo scarafaggio, il castello, ecc. ecc..), in qualche cosa di allucinante e di ossessionante perché insieme lucido, preciso, oggettivo.
A questo proposito si è anche detto che Kafka descrive ciò che Marx chiama "alienazione".
Poiché, secondo Marx, nella società capitalistica il prodotto del lavoro umano è staccato dall'uomo stesso e acquista un'esistenza autonoma (diviene cioè merce), le cose diventano a lui estranee ed incomprensibili. Il peccato originale, la colpa per cui si è processati e non si è ammessi al castello, senza mai capire il perché, sarebbe quindi un simbolo dell'alienazione…
Occorre però osservare che tra questa "alienazione" kafkiana e quella marxista passa una grande differenza. Per Marx l'alienazione è un fenomeno storico, transitorio e superabile…, le cose sono un prodotto del lavoro umano, delle relazioni tra uomini, e si tratta appunto di sopprimere le condizioni per cui esse si presentano in forma alienata, come merci. Invece per Kafka l'alienazione è un destino metafisico cui non ci si può sottrarre e che corrisponde a un mondo realmente e irrimediabilmente estraneo all'uomo.
Il grande successo di Kafka è in buona parte dovuto, come ho appena sopra indicato, al fatto che il sentimento della solitudine dell'uomo in un mondo ostile, in cui tutto può venire annientato da un momento all'altro (dallo scoppio di una bomba atomica, per esempio), è diventato dopo le due guerre mondiali comune a vasti strati della borghesia. Bisogna riconoscere che, a differenza di tanti suoi imitatori, egli ha dato alla sua opera quell'accento di implacabile sincerità che domina anche nella sua vita e che rende entrambe se non esemplari, certo commoventi e degne di essere meditate.


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KAFKA
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AMERICA (Il Disperso)
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