Visualizzazione post con etichetta Lenin. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lenin. Mostra tutti i post

giovedì 12 novembre 2015

LENIN E LA DEMOCRAZIA DI PARTITO (Lenin and Democracy Party)


LENIN E LA DEMOCRAZIA DI PARTITO


Dieci anni dopo la rivoluzione, nel clima appassionato e teso di discussioni e di contrasti sulla piattaforma della maggioranza del Comitato Centrale (C.C.) del partito e quella del blocco delle opposizioni - definito poi blocco antipartito - capeggiato da Grigory Zinoviev e Leon Trotsky, prima durante e dopo il XV congresso dell'ottobre 1.927, circolavano nel partito, con particolare insistenza, ragionamenti come questo: chi e in quali occasioni fra i massimi esponenti del partito era stato nel passato recente o lontano in disaccordo con Lenin e chi era sempre stato d'accordo con lui. 
Al vaglio, non sempre scrupolosamente obiettivo, nessuno degli esponenti dell'opposizione si salvava. O su posizioni di destra o di sinistra, o prima della rivoluzione, o durante, o dopo tutti gli oppositori si erano sempre schierati in momenti decisivi contro Lenin. In contrapposto, gli appartenenti alla maggioranza erano coloro che meno avevano peccato contro Lenin e, taluni di essi, in primissimo luogo Joseph Stalin, erano sempre stati d'accordo con lui. Si voleva in tal modo presentare Stalin come il più fedele interprete e continuatore del pensiero e dell'opera di Lenin e, coloro che con Stalin divergevano, gli avversari incancreniti e incorreggibili del leninismo, anzi, dei nemici del leninismo, del partito, della rivoluzione e dell'Unione Sovietica. 
Era l'inizio della identificazione di Stalin con il leninismo, la rivoluzione e il socialismo.
E l'operazione riuscì abbastanza rapidamente quantunque nulla si possa immaginare di più antitetico al pensiero, allo spirito e al metodo di Lenin, il quale disistimava tra i componenti degli organismi .dirigenti del partito e dello stato massimamente coloro che sapevano dire sempre e soltanto di si, che non sapevano sbagliare perchè non ne avevano il coraggio o perchè non sapevano pensare con la propria testa. 
Dal 1924, soprattutto dal XV congresso del partito in poi, tutto quello che nell'Unione Sovietica si fece, in bene e in male, venne fatto nel nome di Lenin e del leninismo, come se gli uomini avessero cessato di avere una propria responsabilità e fossero diventati dei sacerdoti chiamati ad interpretare in modo più o meno fedele e rigoroso il verbo enunciato da Lenin. La dimostrazione della fedeltà a Lenin e al leninismo si trasformò a poco a poco in una esercitazione pedantesca di ricerca unilaterale e faziosa di brani dei suoi scritti, adatti a spiegare tutte le situazioni e a risolvere tutti i problemi. 
Il solo sacerdote veramente infallibile nella interpretazione esatta del pensiero di Lenin divenne Stalin, chi si metteva in contrasto con Stalin, si metteva automaticamente in contrasto con Lenin e commetteva non un errore, ma un crimine imperdonabile.
In conseguenza di ciò, l'opera compiuta per decenni da apologeti superficiali e unilaterali e quella dei detrattori, avversari interessati, hanno finito per imporre ad un largo pubblico una immagine falsa del pensiero di Lenin e della sua figura di uomo e di rivoluzionario. 
II teorico della natura di classe dello stato, della fase imperialistica, di sviluppo del capitalismo, della trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile, della dittatura del proletariato, del terrore rosso per stroncare il terrore bianco dei nemici della rivoluzione e della costruzione della III internazionale per promuovere e dirigere la rivoluzione socialista nel mondo, non ha mai preteso di dettare la soluzione di tutti i problemi futuri dell'Unione Sovietica e dell'umanità. Egli cercava semplicemente la via migliore per risolvere i problemi immani che la storia tormentata di quegli anni poneva di fronte al partito, al giovane stato sovietico e al movimento comunista internazionale, partendo dalla concezione rivoluzionaria di Karl Marx, consapevole che la rivoluzione bolscevica aveva aperto una nuova fase della storia universale. 
Come uomo di pensiero e di azione, come rivoluzionario moderno, che aveva studiato la realtà russa e il movimento operaio internazionale dell'ultimo mezzo secolo, era la negazione assoluta delle formule e dei dogmi. La sua nota intransigenza nella difesa delle proprie posizioni e delle proprie opinioni sui problemi concreti era pari alla sua tolleranza nell'ascoltare e studiare le ragioni e le opinioni degli altri, per coglierne tutto quanto potevano contenere di giusto e di positivo, anche se giudicato complessivamente errato. 
La conoscenza più obiettiva della sua vita di uomo e di rivoluzionario, due aspetti che in lui si integrano in sommo grado e si fondono, ce lo mostra grande per le sue incomparabili doti di combattente e di dirigente e per il coraggio di riconoscere gli errori che lui stesso poteva commettere. Egli lasciò un'impronta profonda sui primi dieci anni della rivoluzione, che costituiscono il periodo più fecondo, più umano e più ricco di fermenti e di idee.
Abbracciata la causa del proletariato e degli sfruttati, di cui conosce le immense sofferenze e le condizioni storiche e sociali che le determinano, Lenin si rende perfettamente conto che la lotta di classe e il trionfo di questa causa, che è in pari tempo la causa del progresso e della liberazione dell'umanità da tutte le schiavitù, non è un idillio. Questa lotta ha le sue leggi inesorabili alle quali è giocoforza assoggettarsi, senza l'inceppo di romantici sentimentalismi, pena la disfatta, per aprire all'uomo la via verso la futura libertà integrale. 
Tutte le volte che egli ha propugnato, sul piano teorico e pratico, l'adozione di misure coercitive e repressive, lo ha sempre giustificato con la necessità di difendere la rivoluzione e le sue conquiste, contro i nemici interni ed esterni, per scongiurare alla classe operaia e al popolo catastrofi e lutti maggiori, come è accaduto dopo la Comune di Parigi e la rivoluzione del 1905; con l'esistenza in Russia di rapporti di forza sfavorevoli alla classe operaia, la sola conseguentemente rivoluzionaria, rispetto al rimanente dei cittadini. Egli sapeva che queste due condizioni erano storicamente transitorie e che, con il superamento delle quali, le forme e il grado di coercizione e di violenza contro la minoranza degli avversari e dei nemici dovevano gradualmente perdere la loro intensità. allargando via via i confini alla libera espansione della personalità umana per tutti. 
La tesi secondo la quale più progredisce la costruzione socialista, più si inasprisce la lotta delle classi e più pericoloso diventa il nemico di classe, dalla quale è derivata nella pratica la repressione spietata di qualsiasi pur timido dissenso, l'attribuzione della responsabilità di qualsiasi difficoltà e di ogni insuccesso al sabotaggio del nemico e all'opera della controrivoluzione, con tutte le luttuose conseguenze che hanno coperto un lungo periodo storico, non è assolutamente di Lenin. Essa è anzi la negazione delle sue concezioni. 
Lenin prevedeva, al contrario, che si dovesse compiere una svolta nell'adozione dei metodi repressivi quando la controrivoluzione e lo intervento armato straniero fossero stati definitivamente sconfitti. 
In questo senso egli si esprimeva in una lettera diretta a Felix Dzerzhinsky, ricordata da Palmiro Togliatti nella sua nota intervista a "Nuovi Argomenti" del 1956.
Lenin concepisce il partito come un'associazione volontaria di combattenti consapevoli per il socialismo. Il partito deve essere la parte più cosciente della classe operaia, la sola classe conseguentemente rivoluzionaria, e questa qualità del partito deve riflettersi anche nella composizione delle sue file e dei suoi organi dirigenti, che deve essere prevalentemente operaia. L'ideologia cui si ispira il partito deve essere il marxismo inteso come pensiero rivoluzionario vivo, non corrotto dal revisionismo, che ha compiuto scoperte fondamentali di valore rivoluzionario universale, senza esaurire il campo del conoscibile, e di cui nessuno possiede il monopolio.

"Nulla sarebbe a noi più gradita di una critica marxista data dal di fuori della nostra analisi, - scriveva egli in polemica con Karl Kautsky, - Invece di scrivere frasi assurde (e in Kautzki ve ne sono molte), secondo le quali si pretende che qualcuno impedisca di criticare il bolscevismo, Kautzki avrebbe dovuto dedicarsi ad una simile critica". 
(La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautzki).

Quale strumento insostituibile, e non necessariamente isolato, di lotta per la conquista del potere e la costruzione del socialismo, il partito deve essere unito nell'azione sulla base di una piattaforma politica fissata, corretta e sviluppata dai congressi, che sono la manifestazione suprema della volontà collettiva, democraticamente espressa. I congressi devono essere tenuti regolarmente e con frequenza, perchè possano essere essi e non altri organismi delegati a decidere su tutte le questioni più importanti. 
Durante i difficili anni della rivoluzione e della guerra civile, nelle situazioni più drammatiche e pericolose, e fino a quando l'infermità non ha staccato Lenin dal lavoro regolare, i congressi sono stati tenuti tutti gli anni. Inoltre, nell'intervallo tra i congressi venivano tenute delle conferenze. 
Allora non si era ancora scoperto che i congressi fanno perdere del tempo. Lo statuto del partito stabiliva che le organizzazioni del partito, rappresentanti un terzo degli iscritti, che erano stati rappresentati al precedente congresso, potevano in qualsiasi momento chiedere la convocazione di un congresso straordinario. E se il C.C. avesse respinto la richiesta, le organizzazioni richiedenti potevano assumere tutti i poteri del C.C. per la convocazione e l'organizzazione del nuovo congresso.
Congressi e conferenze erano occasioni per mettere in discussione tutta la politica del partito. Quando la Aleksandra Michajlovna Kollontaj sostenne al congresso, a nome della "Opposizione operaia", che essa intendeva modificare la linea politica del partito, Lenin rispose che tutti hanno il diritto di volere modificare la linea politica del partito, e che tale possibilità era stata concessa anche alla "Opposizione operaia". 
La stessa larghezza di vedute si trova in Lenin in tutte le questioni della vita interna del partito.
Il concetto di monolitismo, sviluppato e applicato al partito negli anni successivi al 1927, è estraneo a Lenin. Egli parla della necessità di coesione, di compattezza, di unità, di lavoro unanime e di volontà unica nella direzione dell'azione del partito. Ma come obiettivi da raggiungere in ogni concreta situazione, in ogni fase della lotta. La disciplina del partito non è, secondo lui, semplice costrizione esterna. Essa deve fondarsi sulla coscienza dell'avanguardia proletaria, sulla sua fedeltà alla causa della rivoluzione, sulla capacità di autocontrollo, sul suo spirito di sacrificio e sul suo eroismo; essa deve basarsi sulla attitudine ad avvicinarsi alle masse proletarie in primo luogo, come pure alle masse lavoratrici non proletarie, sulla capacità di legarsi e, in una certa misura, fondersi con queste masse; sulla linea politica sicura dell'avanguardia, sulla giustezza della sua tattica e della sua strategia, con il presupposto, sempre, che le masse si convincano per esperienza propria della loro giustezza. 
Senza queste condizioni, dice Lenin, "ogni tentativo di creare una tale disciplina si trasforma inevitabilmente in frasi sconclusionate, in verbalismo e in caricatura". 
Tutte queste condizioni non sono sempre conseguibili nello stesso tempo, nella misura necessaria e una volta per tutte. Bisogna sapere mettere in moto e spingere avanti un processo in tale direzione; nel corso di tale processo si incontrano delle difficoltà, degli ostacoli che bisogna sapere affrontare, superare e vincere, anche con urti, possibilmente senza rotture. L'unità del partito si ottiene con la convinzione, con la consapevolezza di tutti i militanti, sulla base della più ampia libertà di espressione del pensiero e di critica. 
La disciplina nel senso di coercizione ha i suoi limiti e non può mai diventare imposizione amministrativa. Unità e disciplina devono essere combinate, ma nel partito rivoluzionario del proletariato l'elemento determinante e decisivo deve sempre essere la convinzione. 
La coercizione è una esigenza esterna, imposta dalla necessità di presentarsi uniti e compatti di fronte all'avversario, si seguire nella pratica una e non due o tre politiche contrastanti, pena la sconfitta. La necessità di ricorrere alla disciplina è sempre indice di debolezza. Perché la libertà di critica non risponde a considerazioni di democrazia pura, astratta, per la quale Lenin ha sempre manifestato il più altro disprezzo, ma alla necessità che ogni comunista sia un cervello pensante, per raccogliere in una sintesi generale il contributo dell'esperienza, delle riflessioni critiche e dei ragionamenti di tutti i militanti. Quando non è possibile, a queste condizioni, ottenere l'unità nell'azione, unità nell'azione si badi bene e non accettazione di posizioni della cui giustezza non si è convinti, - non si risolve il problema impedendo a chi dissente di esprimersi. 
Quando il dissenso non si può comporre, o contenere nei limiti della critica e del dibattito, e l'unità nell'azione viene irrimediabilmente compromessa, Lenin non esita ad affermare che è preferibile "una onesta e aperta scissione" del partito, anche nelle condizioni più difficili e pericolose (16 novembre 1917).
Quante cose ingiuste sono state dette e fatte dal 1924 al 1953 per tutelare il carattere monolitico del partito, avvalendosi dello schermo del centralismo democratico! La norma del centralismo democratico è diventata lo strumento per omogeneizzare gli organismi dirigenti e i cervelli, per impedire la manifestazione del dissenso, soffocare la critica e lo stimolo del pensiero, fino alla pratica sbrigativa di impedire a chi dissente di parlare e di scrivere, per fare credere che chi detiene le leve del comando del partito e dello stato, qualunque cosa faccia o dica non sbaglia mai e ha sempre ragione .
L'essenza del pensiero e dell'azione pratica di Lenin in questo campo sono chiari: la maggioranza decide in ultima istanza, dopo la libera e ampia discussione, ma non basta essere maggioranza per avere necessariamente ragione. Anche la maggioranza può sbagliare. La critica di chi è rimasto minoranza è perciò legittima e necessaria€ al partito. 
Quando David Riazanov propose al X congresso del partito un'aggiunta alla famosa risoluzione detta dell'Unità del partito, - usata poi in seguito per liquidare ogni opposizione e ogni divergenza, - nel senso di vietare che fossero portate a conoscenza del patito eventuali divergenze, Lenin si oppose decisamente, perchè:
"Non possiamo privare il partito e i membri del C.C. del diritto di rivolgersi al partito nel caso in cui sorga un dissenso su una questione fondamentale. Non riesco a figurarmi, - esclama egli, - come potremmo fare questo!" 
Così egli respinse la proposta ancora di Riazanov di impedire che nei congressi si potesse votare sulla base di distinte mozioni. 
"Se le circostanze faranno sorgere dissensi fondamentali, - argomenta Lenin - possiamo noi proibire che vengano sottoposti al giudizio del partito? No! Questa è una pretesa soverchia, non attuabile e propongo di respingerla".

Lenin riconosce persino una specie di diritto alla immunità per il membro del C.C. dissenziente, perchè quando un oppositore sostenne, sempre al X congresso, che il 7° paragrafo della risoluzione sull'unità del partito relativo alle misure disciplinari contro i membri del C.C., era inutile perchè lo Statuto dava ugualmente al C.C. il diritto di procedere, Lenin rispose che il proponente non conosceva nè lo Statuto, nè i principi del centralismo democratico, nè quelli del centralismo, e proseguiva: 
"Nessuna democrazia, nessun centralismo consentirà mai al C.C., eletto dal congresso, di destituire qualcuno dei suoi membri. Il C.C, viene eletto dal congresso e con ciò il congresso gli trasmette la direzione. E il nostro partito in nessun luogo ha mai concesso al C.C. un tale diritto nei confronti di un proprio membro".

Vivente Lenin si è tentato una sola volta di applicare i rigori del paragrafo 7° della risoluzione sull'unità del partito. Istruttivo è I'esito. 
Dopo il X congresso la "Opposizione operaia" non disarmò. Mantenne una propria organizzazione semiclandestina, ramificata nel partito e nel Paese, si concertava sul comportamento da assumere nelle varie istanze, tentò di conquistare con uomini di propria fiducia la direzione di alcuni sindacati tra i quali quello dei metallurgici, dei Soviet della provincia, e così via. Tante ne fece I'opposizione che la maggioranza del C.C. propose di espellere il proprio membro Aleksandr G. Scliapnikov. 
Il 9 agosto 1921 si tenne la riunione congiunta del C.C. e della C.C.C. prevista in questi casi dalla risoluzione sull'unità del partito. L'espulsione non potè effettuarsi perchè mancò un voto al raggiungimento dei due terzi prescritti.
La questione ebbe una coda all'Xl congresso del partito del marzo-aprile 1922. L'opposizione non si era sciolta dopo la mancata sanzione disciplnare. Il congresso nominò una commissione composta da 19 delegati per fare una richiesta e riferire. La commissione potè accertare: 

1 - Che gli oppositori avevano mantenuto una posizione equivoca verso approcci indiretti di elementi che in Occidente volevano dare vita ad una IV internazionale.

2 - Che la Kollontai aveva tenuto un discorso contro la politica del partito al congresso dell'Internazionale. 

3 - Che l'opposizione teneva riunioni di frazione, e la Kallontai non lo negò, ma si rammaricò soltanto perchè erano state poche. 

4 - Scliapnikov e Miedviediev non avevano fatto conoscere al partito lettere contro il partito medesimo a loro dirette.

5 - Gli oppositori avevano compilato in una riunione clandestina e alla presenza di un espulso dal Partito, e inoltrato al Comintern, un appello contenente accuse gratuite infondate contro il partito, la sua politica ed i suoi dirigenti, ed altri atti della medesima natura. 

A proposito dell'ultimo punto Lenin non contestò agli oppositori il diritto di rivolgersi direttamente al Comintern, ma condannò il modo e la sede dove l'appello eta stato compilato, e il suo contenuto calunnioso.

Dopo tutto questo, dopo il X congresso e la risoluzione sull'unità del partito, l'XI congresso concluse dando mandato al nuovo C.C. di espellere la Kollontai, Scliapnikov e Miedviediev, con la procedura prevista dal famoso 7° paragrafo... "nel caso in cui essi non desistessero dall'azione frazionistica!"
Venne invece espulso un tale Mitin, per la sua azione disgregatrice nel Donbass, e un tale Kuznietzov, per avere celato al partito il suo passato di borghese e di avversario.

Questo era Lenin e questo era il partito bolscevico all'epoca sua. Già allora il suo metodo, che era l'indice della sua forza ed espressione delle sue concezioni, a tutti non garbava.
Al X congresso Ossinski e Riazanov lo accusarono di fare del politicantismo per le sue insistenze di includere gli oppositori negli organismi dirigenti del partito e dello stato, talvolta contro la volontà dei medesimi.
Ma lui, Lenin, rispondeva serenamente che non era politicantismo, che si trattava della politica "che il C.Cl conduceva e avrebbe condotto". Perchè, "quando esistono gruppi e tendenze malsane, dobbiamo rivolgere ad essi un'attenzione triplicata. Se esiste anche soltanto un qualche cosa di sano in questa opposizione, bisogna compiere ogni sforzo per separare il sano dal guasto". 
Egli sapeva perfettamente che le divergenze sono sempre anche il riflesso di condizioni che esistono nella realtà politica e sociale.
Per cui, non con le misure amministrative bisogna reagire, - alle quali misure si deve ricorrere con moltissima prudenza e soltanto nei casi estremi, - ma con l'azione intelligente e paziente, per modificare gli elementi soggettivi e obiettivi della realtà.
Uno schema dei suoi appunti, sulla base dei quali egli trattò il problema dell'unità del partito, indicano nelle misure per contrastare il frazionismo, in primo luogo, la pubblicazione permanente della "Tribuna di discussioni", e la più ampia libertà di critica.
Tra le cause del frazionismo metteva il distacco dalle masse da parte del partito e citava tra i meriti dell'opposizione l'avere segnalato la necessità di migliorare le condizioni degli operai, di lottare contro il burocratismo, di sviluppare la democrazia e l'iniziativa autonoma.
Quando Lenin venne a mancare, e quando questi suoi insegnamenti vennero abbandonati o distorti, le conseguenze negative furono incalcolabili.
Soltanto le energie incommensurabili che la rivoluzione aveva sprigionato nel partito, nella classe operaia e nel popolo, permisero, malgrado tutti gli errori e immensi sacrifici, al socialismo di affermarsi e di avanzare.


VEDI ANCHE ...

Materialismo ed empiriocriticismo - Vladimir Lenin

SULLA RELIGIONE - Vladimir Lenin

TESI D’APRILE (The April Theses) - Lenin e la rivoluzione russa

IMPERIALISMO E CAPITALISMO (Imperialism and Capitalism) - Lenin

LENIN E LA DEMOCRAZIA DI PARTITO


sabato 26 febbraio 2011

IMPERIALISMO E CAPITALISMO (Imperialism and Capitalism) - Lenin


"Se si volesse dare la più concisa definizione possibile dell'imperialismo si dovrebbe dire che l'imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo. Tale definizione conterrebbe l'essenziale, giacché da un lato il capitalismo finanziario è il capitale bancario delle poche più grandi banche monopolistiche, fuso col capitale delle unioni monopolistiche industriali, e dall'altro lato la ripartizione del mondo significa passaggio dalla politica coloniale, estendentesi senza ostacoli ai territori non ancora dominati da nessuna potenza capitalistica, alla politica coloniale del possesso monopolistico della superficie terrestre definitivamente ripartita".(Lenin)


PREMESSA

La guerra franco-prussiana del 1870 aveva segnato la vittoria del giovane, ma dirompente capitalismo tedesco. I rapporti di forza tra i più grandi paesi capitalistici (Inghilterra, Francia, Germania) erano andati da allora mutando rapidamente e sulla scena della politica europea era entrata, sia pure in sottordine, anche l'Italia.

L'Inghilterra, che aveva avuto durante tutto il secolo una prevalenza quasi assoluta nella produzione industriale, nelle ferrovie, nei trasporti marittimi, nel commercio estero, nella finanza mondiale, si trovava ad affrontare la concorrenza tedesca, attuata anche con forme di dumping, ossia di vendita sotto costo all'estero grazie alla possibilità di mantenere con la protezione prezzi elevati all'interno, e con l'aperto appoggio dello Stato. Tramonta così anche in Inghilterra in questo periodo l'ideologia del libero scambio. Joe Chamberlain chiede la protezione contro il dumping tedesco e Cecil Rodhes una ulteriore espansione coloniale, per creare nuove riserve di mercati e di fonti di materie prime e nuovi sbocchi al capitale britannico, e per sottrarli nello stesso tempo ai paesi capitalistici concorrenti.
Dal Cairo al Capo è la parola di ordine che porta, a cavallo tra ottocento e novecento, alla guerra angloboera.
In questa situazione sorge l'ideologia dell'« imperialismo » e l'economista inglese Hobson scrive nel 1902 il suo libro "Imperialism: a study".
La nuova parola si diffonde e penetra anche nel movimento operaio.
Ma con quale significato? Vi era e vi è ancora nel linguaggio comune un significato volgare della parola 'imperialismo', quale politica di sopraffazione, di espansione e di dominio territoriale. Così si parla allo stesso modo di 'imperialismo' romano nell'antichità, e di singoli imperialismi: spagnolo, britannico e poi francese, russo ecc.
Questo modo non scientifico di interpretare la realtà sempre in movimento e sempre nuova serve solo per confondere le idee. Nel suo libro tuttavia, Hobson, non cade nell'errore di una interpretazione volgare dell'imperialismo e di confondere assieme fenomeni così diversi. Già otto anni prima (1894) aveva scritto un libro in cui parlava della evoluzione del capitalismo della sua epoca. Però l'imperialismo, parola che egli usa per la prima volta in modo scientifico, rimaneva per lui una scelta politica del capitalismo, dovuta sì alla esigenza di nuovi sbocchi, alla accresciuta produzione industriale, ma che poteva essere modificata con una diversa politica di distribuzione del reddito, che aumentasse i redditi dei lavoratori.
Anche negli scrittori socialisti che si richiamavano al marxismo le idee non erano allora molto chiare.

E' vero che a partire dal 1896 le risoluzioni dei vari congressi della II Internazionale contengono condanne continue del militarismo, delle sopraffazioni del capitalismo, dei pericoli di guerra, e ricordano che tutti questi fenomeni sono conseguenze del capitalismo. Però, sia negli scrittori marxisti, in grado maggiore o minore, sia ancor più nelle risoluzioni della II Internazionale, questi fenomeni sono considerati come conseguenza del capitalismo, ma non conseguenze necessarie, dovute cioè al fatto che il capitalismo per le sue leggi di sviluppo ha subito grandi modificazioni ed è passato dallo stadio della media industria di prevalente concorrenza allo stadio monopolistico.In fondo predomina anche nel movimento operaio la tesi che l'imperialismo sia una politica particolare del capitalismo, e come tale possa essere combattuta e modificata dalla lotta politica della classe operaia e delle masse popolari.

Il crollo della Seconda Internazionale di fronte allo scoppio della prima guerra mondiale ha, tra le molte
cause, senza dubbio anche quella debolezza ideologica, che no aveva permesso la giusta comprensione del fenomeno dell'imperialismo la natura imperialistica della guerra mondiale.


IMPERIALISMO E CAPITALISMO

Lenin vede al contrario, fin dall'inizio della prima guerra mondiale, la necessità di dare una chiara interpretazione marxista dell'imperialismo nelle sue origini economiche e ciò per dare la indispensabile arma teorica al movimento operaio, e far comprendere la natura imperialistica della guerra in corso e come essa rappresentasse lo sbocco inevitabile dei contrasti tra i paesi imperialistici per la divisione del mondo in sfere influenza.

Lenin scrive così, negli anni 1915 e 1916, dopo aver consultato e annotato una vastissima letteratura, come appare dai 2Quaderni sull'imperialismo", la sua opera che intitola "L'imperialismo fase suprema del capitalismo", e che chiama "saggio popolare", proprio perché doveva servire come arma teorica a larghe masse.

Egli dichiara subito qual è lo scopo del suo libro nella prefazione alla prima edizione russa, che appare nell'aprile 1917. Egli intende chiarire il problema economico fondamentale, senza l'esame del quale sono incomprensibili l'attuale guerra e l'attuale situazione politica: vale a dire il problema dell'essenza economica dell'imperialismo, e già nella prima pagina del testo dice ... "non ci occuperemo, benché lo meritino, dei lati non economici del problema".

Lo scopo della sua lotta politica e ideologica era infatti quello di combattere la tesi che l'imperialismo fosse una politica del capitalismo, come, specie dopo il loro tradimento, sostenevano teorici come Kautsky e compagni, contro i quali Lenin scrive numerosi articoli..., e di dimostrare che l'imperialismo è uno stadio o fase del capitalismo, il suo stadio più elevato e ultimo.

Per questo il titolo diventerà più chiaro e polemico: "L'Imperialismo quale ultimo stadio o fase del capitalismo".

Lenin introduce cioè il concetto importante di 'fase'. E' importante questo concetto perchè dimostra che l'imperialismo è un momento necessario, che nasce in base alle leggi proprie dello sviluppo capitalistico, che Marx aveva scoperto, e che quindi è sempre capitalismo, non qualche cosa di nuovo, ma è un capitalismo particolare: il capitalismo dei monopoli. Tener presente questo concetto di fase è ancor più importante oggi, perché l'ideologia borghese cerca di dimostrare che non si è più nel capitalismo, ma in un regime economico particolare e ciò per mistificare la realtà, confondere le idee.

Vi è una corrente teorica, infatti, la quale sostiene che noi viviamo in una specie di "capitalismo popolare o democratico" e questa tesi, sostenuta teoricamente da socialdemocratici, specie dallo Strachey il cui libro "Capitalismo contemporaneo" è stato tradotto anche in italiano, ha avuto fortuna attorno al 1960 ma la sua influenza è successivamente andata riducendosi. Essa sostiene che lo sviluppo democratico ha cambiato la natura del capitalismo e delle sue leggi economiche e di sviluppo e che il controllo popolare dello "Stato democratico" può permettere un controllo dei monopoli ed uno sviluppo economico nell'interesse delle masse.
Riappare ancora la scissione tra politica ed economia.

Vi era poi, molto più importante e di moda negli anni sessanta, la tesi della tecnostruttura sostenuta in particolare dal Galbraith, da ultimo nel suo libro apparso anche in italiano, "Il nuovo Stato industriale". Qui si sostiene che non si è più nel capitalismo, perché le grandi società sono amministrate dai tecnici e non dai capitalisti. Sono amministrate cioè, secondo lui, in modo da raggiungere il massimo di espansione economica, nell'interesse di tutti. Si dice ancora che il 'mercato' conta sempre di meno, perché la tecnica produttiva moderna esige che si pianifichino per un periodo abbastanza lungo produzione e consumo. Di conseguenza non sono più operanti le vecchie leggi economiche del capitalismo: siamo in un nuovo sistema, nè capitalista, nè socialista, che si può definire di 'tecnostruttura'.

Anche con questa tesi si cerca di mistificare la realtà, cogliendo qualche fenomeno che trova riscontro in essa, ma generalizzandolo, al fine di negare la interpretazione marxista.

Le masse si accorgono nella loro esperienza quotidiana di lotta che si vive sempre nel capitalismo, che opera sempre la legge del profitto e dello sfruttamento e che si deve lottare sempre contro il capitale, privato o di Stato che sia, e tale coscienza si va accrescendo con le grandiose lotte unitarie che rappresentano la caratteristica degli ultimi tempi. Ma non è sufficiente. Occorre rendersi conto anche teoricamente di questa realtà: per questo Lenin è sempre vivo, e vivo è il suo concetto di imperialismo quale fase del capitalismo, rispondente alle leggi proprie dello sviluppo capitalistico. Per far un esempio che mi pare chiaro, anche la vita dell'uomo passa attraverso varie fasi, l'infanzia, la gioventù, la maturità, la vecchiaia. In ognuna di queste fasi vi sono modificazioni nell'organismo umano, che tutte assieme caratterizzano la fase particolare. Ma le leggi biologiche fondamentali continuano sempre ad operare, anche nella vecchiaia, che, riportandoci al capitalismo, può paragonarsi all'imperialismo.

Vi erano stati nel capitalismo grandi mutamenti già ai tempi in cui Lenin scriveva e tutti assieme hanno caratterizzato la fase che Lenin chiamò imperialismo. Altri e grandiosi mutamenti sono intervenuti negli seguenti, dall'epoca in cui Lenin scrisse "L'imperialismo fase suprema del capitalismo". Di questi mutamenti occorre tener conto, e il pensiero marxista ne tiene conto, tanto che ha caratterizzato il periodo che si è aperto con la prima guerra mondiale, come periodo della crisi generale del capitalismo, in cui vi è una perenne instabilità economica e politica. Sorge e si sviluppa il sistema socialista, crolla per la lotta di liberazione nazionale la vecchia organizzazione colonialistica, si susseguono crisi di ogni genere. Ma siamo sempre nello imperialismo, cioè in una fase del capitalismo e vigono e operano sempre le leggi economiche fondamentali del sistema capitalistico. Questo non deve mai essere dimenticato: combattere e abbattere l'imperialismo significa combattere e abbattere il capitalismo.

Oggi, dopo oltre novant'anni dalla stesura de "L'imperialismo fase suprema del capitalismo", questo valido "saggio popolare" di Lenin, masse sempre più numerose hanno preso coscienza della realtà in cui vivono e lottano contro l'imperialismo e i suoi continui misfatti.
Ma per questo occorre meglio conoscere il significato leninista di imperialismo, ricordare le caratteristiche con cui Lenin ha definito l'imperialismo, che sono:

1) la concentrazione e centralizzazione crescente del capitale, fenomeno già presente in modo rilevante quando scriveva Lenin, ma che ha continuato a svilupparsi e in modo sempre più rapido negli ultimi anni (basta ricordare la recente colossale fusione Fiat e Chrysler ).

2) l'aspetto sempre più finanziario che assume il capitale, con la creazione di complessi che dominano finanziariamente settori produttivi e di servizi sempre più vasti. Anche il concetto leninista di capitale finanziario, altra caratteristica dell'imperialismo, si è cioè ulteriormente sviluppato.

3) così, importanza ancora maggiore, ha assunto l'esportazione di capitali, la internazionalizzazione del capitale. Tuttavia le nuove forme non modificano la sostanza del concetto sviluppato già da Lenin.

4) più stretto si è fatto il rapporto tra oligarchia finanziaria e Stato, anche se il mutarsi dei rapporti di forza tra classe dirigente capitalistica e classe operaia nella società, grazie alla lotta delle masse e all'esistenza del sistema socialista, influisce sulla struttura dello Stato e apre nuove possibilità di sviluppo democratico.

5) non è cessato il fenomeno della divisione del mondo in sfere di influenza, anche se l'imperialismo statunitense è oggi predominante, non è cessata la legge dello sviluppo diseguale del capitalismo e quindi il continuo mutarsi dei rapporti di forza tra i capitalismi, base economica dei contrasti tra i paesi imperialistici e degli squilibri economici internazionali.

Non è cessato, anche se ha assunto nuovi aspetti, lo sfruttamento dei paesi imperialistici sui paesi sottosviluppati, anche se questi ultimi sono formalmente indipendenti e questo sfruttamento venne mantenuto sotto la guida dell'imperialismo statunitense per tutto il secolo scorso, non solo con armi economiche, ma con misfatti vergognosi, aggressioni, come nel Vietnam, intrighi e colpi di Stato come in America Latina, in Africa, in Asia.... , che tutt'oggi si susseguono.

Non ha modificato questa situazione l'unico fenomeno veramente nuovo, che era sul nascere ai tempi di Lenin e a cui Lenin ha accennato in scritti successivi al questo suo libro sull'imperialismo e cioè il capitalismo monopolistico di Stato.
Anche questo fenomeno, reso necessario nell'ulteriore sviluppo del capitalismo, per evitare crisi economiche disastrose e assicurare la riproduzione economica, deve, nelle intenzioni della classe dirigente capitalistica, garantire il saggio di profitto desiderato. Questo è il suo scopo e per questo vengono usati tutti gli strumenti di politica economica, di controllo di salari, di sussidi, di premi di produzione, e infine lo strumento più importante, la manovra monetaria, che attraverso la lenta inflazione riduca i salari reali e accresca i profitti.

Siamo sempre nel capitalismo e nella sua fase dell'imperialismo e il lettore che sia un combattente contro l'imperialismo deve sentire il dovere anche di approfondire la sua conoscenza teorica, leggendo il saggio di Lenin e gli scritti più recenti, tra i quali mi permetto di suggerire "Economia Politica" di Antonio Pesenti, che nell'ultima parte tratta ampiamente dell'imperialismo attuale.


I cinque principali contrassegni dell'imperialismo sono:

1. la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica.

2. la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo capitale finanziario, di un'oligarchia finanziaria.

3. la grande importanza acquistata dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci.

4. il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti che si ripartiscono il mondo.

5. la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche. L'imperialismo é dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l'esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell'intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.


VEDI ANCHE ...









lunedì 24 gennaio 2011

TESI D’APRILE (The April Theses) - Lenin e la rivoluzione russa (Lenin and the Russian Revolution)




TESI D’APRILE

Lenin



Le Tesi di Aprile formano il programma sviluppato da Lenin nel corso della Rivoluzione russa del 1917.
In questo programma Lenin è chiamato al controllo dello stato sovietico.
Quando ha pubblicato la tesi ha contribuito allo sviluppo delle giornate di luglio e al successivo colpo di stato di ottobre del 1917, portando i bolscevichi al potere.










Lenin e la rivoluzione russa


Il 4 aprile in una riunione di bolscevichi a Pietrogrado, Vladimir Ilic annunciò le tesi che sono entrate nella storia col nome di Tesi d'aprile. Esse ebbero un'influenza decisiva per la determinazione di una linea giusta del partito nella nuova situazione storica. In queste tesi Lenin espose un concreto e dettagliato piano di lotta per il passaggio dalla rivoluzione democratico-borghese alla rivoluzione socialista. Lenin riteneva che nelle condizioni venutesi a creare fosse possibile un pacifico sviluppo della rivoluzione.
Tutta la vita di Lenin dopo il suo ritorno fu caratterizzata da un lavoro intenso. Egli dirigeva il Comitato Centrale del Partito, la Pravda e la attività dell'organizzazione bolscevica di Pietrogrado. Sotto la sua guida si svolsero la conferenza cittadina di Pietrogrado e la VII conferenza panrussa del POSDR (Partito Operaio Socialdemocratico Russo). Egli inoltre tenne discorsi alle riunioni ed alle assemblee degli operai di Pietrogrado, dei soldati e dei marinai.
Al I congresso panrusso dei deputati dei contadini Lenin sollecitò l'immediata occupazione delle terre dei proprietari fondiari e parlò della necessità di un'organizzazione indipendente dei braccianti e dei contadini più poveri. Intervenendo alle riunioni, Lenin smascherò la politica controrivoluzionaria del governo provvisorio, dei menscevichi e dei social-rivoluzionari, che cercavano un accordo con questo governo. Lenin si sforzava di convincere gli operai e i soldati del fatto che soltanto il passaggio di tutto il potere ai Soviet dei deputati degli operai e dei contadini poteva far uscire la Russia dal vicolo cieco in cui l'aveva spinta il potere della borghesia.
Il governo provvisorio scatenò una campagna di calunnie contro Lenin e i bolscevichi, cercando di privare il partito bolscevico dei suoi capi. In luglio il governo ordinò l'arresto di Lenin e prese tutte le misure possibili affinchè fosse preso e ucciso. Per decisione del Comitato Centrae Vladimir Ilic entrò nella clandestinità. Rifugiatosi nei pressi di Pietrogrado, in una capanna in riva al lago Razliv, Lenin continuò a lavorare: scrisse articoli, lettere e il libro Stato e rivoluzione. Niente poteva interrompere il suo lavoro. In Stato e rivoluzione  Lenin, in polemica con gli opportunisti, ristabilì e sviluppò le idee di Marx ed Engels sullo Stato e la dittatura del proletariato nella nuova situazione storica.
Ma la vita nella capanna divenne pericolosa. In agosto Lenin passò in Finlandia, viaggiando su una locomotiva, travestito da fuochista. Dalla clandestinità Lenin diresse il VI congresso del partito, i cui lavori si svolsero a Pietrogrado alla fine di luglio e ai primi d'agosto del 1917. Il congresso decise all'unanimità che Lenin non doveva presentarsi al processo che la borghesia chiedeva fosse intentato contro di lui ed espresse la sua protesta contro la persecuzione di cui era fatto oggetto il capo del proletariato rivoluzionario. Il congresso invitò il partito, la classe operaia e i contadini poveri a lottare per l'abbattimento del potere della borghesia controrivoluzionaria e dei proprietari fondiari mediante l'insurrezione armata, poichè nelle nuove condizioni era impossibile prendere il potere per via pacifica.
Nell'autunno del 1917, quando la crisi rivoluzionaria era ormai matura ed era giunto il momento di un'azione rivoluzionaria del proletariato, Lenin arrivò clandestinamente a Pietrogrado per dirigere di persona l'insurrezione. Il 10 e il 16 ottobre la questione dell'insurrezione armata fu discussa nelle riunioni del Comitato Centrale del partito. Il Comitato Centrale approvò le storiche risoluzioni leniniane sull'organizzazione dell'insurrezione armata. Soltanto Kamenev e Zinovjev si comportarono da pusillanimi e votarono contro. Trotskij non votò contro, ma insistette perché l'insurrezione fosse rimandata fino alla convocazione del II congresso dei Soviet. Il partito seguì la via indicata da Lenin. Nella riunione del 10 ottobre fu eletto per la direzione politica dell'insurrezione un Ufficio Politico capeggiato da Lenin. Il 16 ottobre fu eletto un Comitato Militare Rivoluzionario incaricato di dirigere l'insurrezione. Ne facevano parte A. S. Bubnov, F. E. Dzerzhinskij, J. M. Sverdlov, I. V. Stalin e M. S. Uritskij.
Vladimir Ilic chiedeva insistentemente che l'insurrezione armata avesse inizio prima dell'apertura del II congresso dei Soviet, convocato per il 25 ottobre. Su proposta di Lenin, l'insurrezione cominciò il 24 ottobre. Il 25 ottobre (7 novembre) l'insurrezione armata, diretta da Lenin e dal partito bolscevico, trionfò.
La sera del 25 ottobre (7 novembre) si aperse a Pietrogrado il II congresso dei Soviet. Da ogni parte del paese erano arrivati 650 delegati, di cui 400 erano bolscevichi. Il congresso proclamò solennemente il passaggio di tutto il potere ai Soviet.
I delegati accolsero con entusiasmo il discorso di Lenin, da lui tenuto al congresso il 26 ottobre. I delegati ascoltarono in piedi la relazione con cui il capo della rivoluzione proletaria propose un appello ai popoli e ai governi di tutti i paesi belligeranti per un armistizio immediato. Su proposta di Lenin il congresso approvò il decreto sulla pace, cioè sulla questione più scottante e più sentita dagli operai e dai contadini. Questo fu il primo atto della politica estera di pace del potere sovietico.
Lenin parlò poi sulla questione della terra e rese noto un progetto di decreto. Il decreto sulla terra aboliva senza riscatto la grande proprietà fondiaria e concedeva la terra ai contadini. In mano a questi ultimi passarono più di 150 milioni di ettari. Si realizzava ciò che per secoli era stato il loro sogno, per il quale avevano lottato. In base al decreto leniniano la proprietà fondiaria privata veniva sostituita dalla proprietà di tutto il popolo, dalla proprietà statale. Il decreto sulla terra fu approvato tra i fragorosi applausi dei delegati al congresso.
Il II congresso dei Soviet elesse lo Esecutivo Centrale Panrusso dei Soviet dei deputati degli operai e dei soldati (VZIK) e costituì il consiglio dei Commissari del Popolo, del quale fu eletto presidente Lenin.



Nel novembre del 1917 egli scrisse un appello alla popolazione per incitarla a raccogliersi intorno ai Soviet e a prendere audacemente in mano la direzione dello Stato. Nei comizi e nelle manifestazioni egli non faceva che incitare le masse a costruire una vita nuova. « Il socialismo non nasce in seguito a direttive dall'alto », diceva Lenin. La viva creazione delle masse era considerata da lui come l'elemento più importante ed essenziale nella costruzione del socialismo.
Il governo sovietico aveva la sua sede nel Palazzo Smolnyj. Qui ferveva giorno e notte un'intensa attività. Da qui partivano direttive e indicazioni. Qui arrivavano uomini da ogni parte del paese. Al centro di tutta questa enorme attività si trovava Lenin. Venivano a trovarlo operai, soldati, marinai e contadini. Dai più lontani villaggi i rappresentanti dei contadini giungevano nella capitale per poter vedere Lenin e parlare col capo del loro governo. Vladimir Ilic ascoltava tutti attentamente, risolveva rapidamente le questioni, insegnava agli operai e ai contadini e a sua volta imparava da loro. Egli non perdeva di vista niente ed elaborava tutte le questioni essenziali della politica del partito e dello Stato.
Ma la situazione del paese era molto difficile. Anzitutto si doveva porre fine alla guerra. I soldati, esausti dopo la permanenza al fronte, non vedevano l'ora di raggiungere le loro case. I governi dell'Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti, nonostante i molteplici appelli del governo sovietico, rifiutavano di intavolare trattative di pace con la Germania. Lenin riteneva che in questa situazione il governo sovietico dovesse concludere una pace separata con la Germania, senza tener conto dell'Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti. Non esisteva altra via d'uscita. Gli imperialisti tedeschi accettarono di intavolare trattative, ma avanzarono condizioni inaccettabili. Essi esigevano la cessione di un largo tratto del territorio sovietico. Che cosa si doveva fare? Accettare queste pesanti condizioni di pace o continuare la guerra? Lenin propose di firmare il trattato di pace. Secondo lui, il paese, esausto e privo di forze, doveva riprendere respiro. Era indispensabile affrontare dei sacrifici pur di salvare la Repubblica sovietica: si doveva porre assolutamente termine alla guerra e ottenere un sia pure breve periodo di tranquillità per consolidare il potere sovietico, per salvare le conquiste della rivoluzione proletaria. Era indispensabile, secondo Lenin, permettere agli operai e ai contadini di riprendersi dopo gli orrori della guerra imperialistica, cominciare la ricostruzione dell'economia nazionale e creare un esercito nuovo, operaio e contadino, capace di difendere le conquiste della rivoluzione. Contro la firma del trattato di pace con la Germania presero posizione i residui della borghesia ormai battuta, i socialrivoluzionari, i menscevichi, Trotskij e i cosiddetti "comunisti di sinistra" (Bucharin, Bubnov, Lomov, Osinskij ed altri). I "comunisti di sinistra" esigevano l'interruzione delle trattative di pace e lo scatenamento di una guerra rivoluzionaria contro la Germania, anche se mancavano le forze per farlo. La situazione nel partito era molto difficile. Questo fu per Lenin un periodo duro. Egli prese posizione nella stampa contro i "comunisti di sinistra" e Trotskij, indicando i pericoli della frase rivoluzionaria. Lenin definì la politica dei "comunisti di sinistra" un'avventura e il loro comportamento "strano e mostruoso", quando essi conclusero che si poteva sacrificare il potere sovietico nell'interesse di una rivoluzione internazionale. Lenin sottolineava che proprio la salvezza della Repubblica dei Soviet e il suo rafforzamento erano il migliore appoggio che si potesse dare al movimento mondiale d'emancipazione dei lavoratori.
La questione della pace fu discussa più volte nelle riunioni del Comitato Centrale del partito. Il dibattito era molto animato. Dapprima la maggior parte dei membri del CC non appoggiò Lenin. Trotskij, che era stato nominato capo della delegazione sovietica per le trattative con i rappresentanti della Germania, non seguì le indicazioni di Lenin, del Comitato Centrale del partito e del governo sovietico, non firmò le condizioni proposte dalla Germania e ruppe le trattative. Nel febbraio 1918 l'esercito tedesco passò all'offensiva: gli imperialisti intendevano soffocare il potere sovietico e trasformare la Russia in una loro colonia.
Il paese dei Soviet era esposto a un grave pericolo. Lenin e il partito organizzarono in gran fretta la difesa. Il 21 febbraio a nome del Consiglio dei Commissari del Popolo Lenin rivolse al popolo un appello infiammato: "La Patria Socialista è in pericolo!".
La questione della pace era divenuta talmente urgente e importante che il Comitato Centrale decise di convocare il congresso del partito. Cominciarono i preparativi per il congresso. Nella Pravda quasi ogni giorno apparivano articoli di Lenin, in cui si dimostrava la necessità di concludere la pace. Il 6 marzo 1918 a Pietrogrado si aprì il VII congresso del partito. Fu il primo congresso del partito dopo il trionfo della Rivoluzione Socialista d'Ottobre. Lenin ne diresse i lavori e prese molte volte la parola. Nel rapporto politico a nome del Comitato Centrale egli dimostrò in modo irrefutabile la necessità di concludere la pace di Brest.
Il VII congresso del partito approvò a maggioranza di voti la linea di Lenin. Fu approvata la risoluzione "Sulla guerra e sulla pace", in cui si sottolineava che la pace tra la Russia sovietica e la Germania era indispensabile. Il congresso invitò il partito e i lavoratori ad accrescere la vigilanza e la disciplina rivoluzionaria, a creare organizzazioni capaci di portare le masse alla difesa della patria socialista, dato che erano inevitabili nuove offensive degli imperialisti.
In base al rapporto di Lenin il congresso approvò la risoluzione, da lui scritta, sulla nuova denominazione da dare al partito. Da questo congresso esso prese a chiamarsi Partito Comunista Russo (bolscevico). L'appellativo di comunista; a detta di Lenin, esprimeva il concetto che il comunismo era la meta.
La conclusione del trattato di pace di Brest Litovsk è un chiaro esempio della duttilità della tattica leniniana, della sua capacità di ritirarsi, quando era indispensabile, per guadagnare tempo e accumulare le forze necessarie per la vittoria nei successivi combattimenti.
L'11 marzo 1918 il governo si trasferì a Mosca, che divenne la capitale dello Stato sovietico. II Consiglio dei Commissari del Popolo e l'Esecutivo Centrale scelsero come sede il Cremlino, ove si trasferì anche Lenin. Il IV congresso straordinario panrusso dei Soviet, convocato a Mosca il 14 marzo, approvò la risoluzione scritta da Lenin sulla ratifica del trattato di pace. Dopo la conclusione di questo trattato lo sviluppo del movimento mondiale d'emancipazione confermò il saggio calcolo di Lenin e la sua capacità di previsione. Nel novembre del 1918 in Germania scoppiò una rivoluzione e questo trattato brigantesco perse ogni valore.
Abbattuto il potere dei proprietari fondiari e dei capitalisti, il popolo doveva affrontare un compito che nessun paese al mondo aveva mai risolto. Si trattava di organizzare un nuovo apparato statale, di rimettere ordine nell'economia nazionale, di imparare a dirigere lo Stato. Gli operai e i contadini erano divenuti i proprietari delle fabbriche, delle officine e della terra. Ma non tutti erano consapevoli del fatto che la proprietà sociale e statale doveva essere salvaguardata ed accresciuta. Come educare le masse nello spirito del socialismo? Come insegnare loro a lavorare in maniera nuova? A queste questioni Lenin dedicava ogni sua energia. Il 29 aprile 1918 egli illustrò all'Esecutivo Centrale i compiti attuali del potere sovietico. Nella relazione e nell'opuscolo dedicati a questo tema Lenin chiarì le cause della vittoria della Rivoluzione d'Ottobre, indicò il compito della trasformazione socialista dell'economia russa, mostrò gli ostacoli che si trovavano sul cammino verso la società nuova, incitò gli operai a imparare a organizzare la produzione. La creazione di una nuova economia socialista era il compito principale.
Fra gli operai e i contadini, diceva Lenin, non mancano talenti organizzativi. Occorre scovare questi talenti, incoraggiarli, offrire loro la possibilità di svilupparsi. Lenin attribuiva particolare importanza all'organizzazione e alla realizzazione dell'emulazione socialista di massa. Sotto il socialismo, egli diceva, si presentava per la prima volta la possibilità di realizzare l'emulazione su scala vastissima.
Lenin insegnava che il socialismo veniva creato dalle masse popolari, che faceva scaturire una sorgente ancora intatta di talenti e faceva partecipare milioni di lavoratori alla creazione della storia. Lenin affermava che è indispensabile organizzare il calcolo e il controllo della produzione e della distribuzione dei prodotti. Egli incitava gli operai ad accrescere 1a produttività del lavoro, a sviluppare la grande industria, la produzione di combustibili, ferro e macchine, e anche ad elevare il livello dell'istruzione e della cultura delle masse e a consolidare la disciplina. Lenin osservava che l'aumento della produttività del lavoro non era un compito facile. Le indicazioni di Lenin ebbero grande importanza per la costruzione del socialismo.
La lotta del Partito Comunista per l'attuazione del piano leniniano d'edificazione del socialismo si svolgeva in una situazione straordinariamente difficile. Nell'estate del 1918 la situazione alimentare era particolarmente complicata. I contadini ricchi e gli speculatori nascondevano il grano, volevano soffocare la rivoluzione con la fame. Lenin lanciò la parola d'ordine: "La lotta per il grano è lotta per il socialismo". II partito organizzò una spedizione degli operai nelle campagne. Decine di migliaia di operai d'avanguardia, a cominciare dai proletari di Pietrogrado, costituirono "reparti alimentari" e, rispondendo all'appello di Lenin e del partito, si recarono nelle campagne. Nel giugno 1918 Lenin firmò un decreto che istituiva i comitati dei contadini poveri. Questi comitati divennero il sostegno dello Stato sovietico nella lotta contro la borghesia agraria, per il rifornimento di grano alle città e all'esercito. Tutto ciò valse a consolidare il potere dei Soviet nelle campagne e contribuì a conquistare i contadini medi e a portarli dalla parte del potere sovietico.


Guardate ad Oriente!
Sembrava che per il popolo russo non vi fosse via d'uscita dalle tenebre dello zarismo. Per una rivoluzione e soprattutto per una rivoluzione vittoriosa non vi erano speranze.
Ma la Russia è il paese dove si realizza anche l’impossibile. I bolscevichi ora realizzano fino in fondo questo impossibile.
(Anatole France)

La bandiera della repubblica socialista sovietica è la rossa bandiera della liberazione dell'umanità! Su di essa spicca l’effige e una scritta in oro. La effige sono la falce e il martello incrociati.
La scritta non è il titolo di una uccisione di massa, come sta sulle nostre vecchie bandiere del militarismo barbarico, no, questa è una esclamazione della ragione, fatta al mondo da Karl Marx: "Proletari di tutti i paesi, unitevi!".
(Henri Barbuse)

Che significato ha questa rivoluzione operaia e contadina? Prima di tutto l'importanza di questo rivolgimento sta nel fatto che noi avremo un governo sovietico, il nostro organo di potere senza una qualsivoglia compartecipazione della borghesia. Le masse oppresse creeranno esse stesse il potere. Il vecchio apparato statale sarà tagliato alla radice e sarà creato un nuovo apparato di direzione costituito dalle organizzazioni sovietiche. Inizia un capitolo nuovo nella storia della Russia e l'attuale, terza rivoluzione russa deve alla fin fine portare alla vittoria del socialismo.
(Lenin)


VEDI ANCHE ...

Materialismo ed empiriocriticismo - Vladimir Lenin

SULLA RELIGIONE - Vladimir Lenin

TESI D’APRILE (The April Theses) - Lenin e la rivoluzione russa

IMPERIALISMO E CAPITALISMO (Imperialism and Capitalism) - Lenin

LENIN E LA DEMOCRAZIA DI PARTITO 





domenica 5 luglio 2009

Materialismo ed empiriocriticismo (Materialism and Empiriocriticism) - Vladimir Lenin

Lenin sul significato della scienza

Negli anni Settanta del secolo scorso, in tutto il mondo si stava parlando e scrivendo della "rivoluzione scientifica e tecnologica". Tutti noi siamo stati testimoni di quanto sia aumentata, di anno in anno, l'influenza di questa rivoluzione sulla produzione dei beni materiali e di quanto grandi siano stati i suoi riflessi su tutti gli aspetti della vita sociale. A parte ciò si può anche dire che la rivoluzione tecnologica era diventata quasi il banco di prova e il settore principale della competizione internazionale tra mondo socialista e mondo imperialista, tanto il problema veniva addirittura posto in questi termini: qual è il sistema più adatto per accogliere la rivoluzione scientifica e tecnologica e dirigerla nel modo più consono a servire gli interessi e il progresso sociale dell'umanità? Perché il contenuto e la funzione sociale di ogni sistema può essere valutata e giudicata soltanto in base alle caratteristiche, ai valori e agli ordinamenti che esso è stato capace di esprimere.
L'aspra lotta ideologica in corso allora sui problemi posti dalla rivoluzione scientifica e tecnologica era quindi tutt'altro che casuale. Gli ideologi borghesi e reazionari si sforzavano di accreditare la tesi secondo la quale soltanto il sistema capitalistico sarebbe stato capace di applicare fino in fondo i risultati della rivoluzione tecnologica dando loro una dimensione ed un significato mondiale. Non solo: gli avversari del marxismo-leninismo sostenevano pure che Lenin non aveva mai potuto approfondire i problemi relativi all'evoluzione scientifica e tecnologica dal momento che egli era vissuto in un paese arretrato, la Russia, in cui il gigantesco progresso scientifico e tecnico raggiunto, non era nemmeno lontanamente prevedibile. Si pensava che l'esistenza stessa della teoria marxista-leninista, della concezione del mondo che essa necessariamente implicava e della prassi socialista che essa anticipava, costituisse nella visione socialista la miglior confutazione di questa affermazione così gratuita e degli argomenti che venivano addotti a suo sostegno. Si pensava che il materialismo dialettico avesse previsto con matematica esattezza anche gli sviluppi della rivoluzione tecnologica; che le sue concezioni ed i suoi metodi si accordassero perfettamente con le più moderne conoscenze scientifiche e tecniche e le deduzioni che si potessero trarre da esso rappresentavano un'arma teorica formidabile per una corretta interpretazione dei risultati conseguiti nel campo delle scienze naturali e della tecnica, e per la loro applicazione pratica. D'altra parte va sottolineato anche il fatto che i rapporti stessi tra la filosofia marxista-leninista da una parte e le scienze e la tecnica dall'altra, avevano un carattere dialettico e quindi non potevano mai essere né automatici né statici.

Lenin stesso, occupandosi di questi problemi, ha ripetutamente sottolineato che una concezione veramente marxista del mondo doveva essere il risultato di una continua evoluzione, di una continua rimeditazione condotta alla luce dei nuovi temi proposti dalla scienza e in armonia con i nuovi principi da essa scoperti. Le scoperte scientifiche realizzate negli ultimi anni dell'Ottocento e nei primi anni del secolo scorso, forniscono un chiaro esempio di come si articoli una rivoluzione nel campo delle scienze naturali. Grazie alle ricerche scientifiche di Becquerel, di Pierre e Maria Curie, di Planck e di Rutherford e ai progressi realizzati dalla fisica con la scoperta della possibilità di disintegrare l'atomo, di trasmutare gli elementi, di sfruttare i fenomeni elettronici e radioattivi, i principi della fisica classica vennero completamente demoliti. Naturalmente, come Lenin ebbe occasione di sottolineare nel suo libro "Materialismo ed empiriocriticismo" (1909), questa rivoluzione nel campo delle scienze naturali era strettamente legata alla crisi "che tutta la vecchia concezione del mondo, finora accettata" stava attraversando in quel periodo: le leggi e i principi fondamentali su cui era basata la concezione della natura venivano sottoposti ad una critica e ad una revisione sistematica. Nasceva la fisica moderna che, nonostante i suoi non sempre riusciti tentativi iniziali ed i suoi iniziali smarrimenti, sembrava orientarsi quasi istintivamente verso l'unica concezione del mondo e verso l'unica metodologia veramente valide, quelle suggerite dal materialismo dialettico, abbandonando definitivamente l'idealismo e il positivismo.
Nel corso di questo fondamentale processo di chiarificazione, la scienza si è orientata in modo definitivo verso la ricerca e il riconoscimento della "verità oggettiva". Lo stesso fenomeno si sta verificando anche oggi: la dinamica dell'attuale rivoluzione scientifica e tecnologica e i suoi molteplici riflessi sulla produzione, tende sempre di più a far coincidere la posizione degli interpreti del pensiero marxista-leninista con quella degli scienziati moderni. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che una chiara concezione del mondo e una metodologia realistica costituiscono due fatti inscindibili e interdipendenti.
Anche in questo caso Lenin ebbe il grande merito di dimostrare che alla base della crisi che si stava manifestando nel campo della scienza e dell'incapacità dimostrata da parte di molti scienziati di comprenderla e superarla, c'era l'influenza negativa del pensiero idealista e delle scuole filosofiche a indirizzo reazionario. A quel tempo infatti molti scienziati, influenzati dall'idealismo e dall'agnosticismo, erano giunti ad una errata concezione del mondo sostenendo, in piena armonia con i principi dell'«idealismo scientifico» e dell'evoluzionismo «metafisico», concetti assurdi e gratuiti, come quello di "distruzione della materia" o di "impossibilità di comprendere razionalmente l'universo". In polemica con queste concezioni errate Lenin aveva spiegato da un punto di vista materialista e dialettico i veri motivi che stavano alla base di quella "improvvisa crisi" delle scienze naturali.
Da un punto di vista filosofico, le scoperte scientifiche sopra citate rappresentavano, secondo Lenin, dei nuovi passi compiuti dall'umanità verso il progresso e la comprensione della realtà oggettiva.
"Fino a ieri l'approfondimento della conoscenza dei fenomeni naturali doveva arrestarsi all'atomo, oggi siamo già giunti all'elettrone e all'etere - scriveva Lenin in "Materialismo ed empiriocriticismo" -. E' per questo che il materialismo dialettico non deve stancarsi di sottolineare il carattere relativo e provvisorio di ogni acquisizione e di ogni progresso scientifico degli uomini. L'elettrone, come a suo tempo l'atomo, non rappresenta affatto una meta, perché la natura comprende infinite forme in continua evoluzione. Quindi l'unica affermazione veramente categorica che si possa fare è quella che deriva dal riconoscere esplicitamente questa verità e cioè che la natura e le sue infinite forme hanno un'esistenza oggettiva indipendente dalla coscienza dell'uomo e dalle sue conoscenze. Ed è proprio il riconoscimento di questa verità che costituisce la differenza fondamentale tra il materialismo dialettico e il relativismo agnostico o l'idealismo".
Il problema ideologico centrale su cui si imperniava la rivoluzione scientifica agli inizi del secolo consisteva quindi nel riconoscere l'eternità della materia e il carattere dialettico della sua evoluzione e dei suoi fenomeni. Lo stesso problema ideologico si ripresenta ancora oggi nel corso dell'attuale rivoluzione tecnologica, rivoluzione che è stata resa possibile appunto dalle nuove scoperte e dalle nuove vedute che hanno caratterizzato la scienza alla metà del secolo scorso. Questo concetto fondamentale è stato sottolineato anche nelle tesi pubblicate in Russia in occasione del centesimo anniversario della nascita di Lenin... "Lenin è stato il primo pensatore dei nostro secolo che ha saputo scorgere nelle scoperte fatte dalle scienze naturali del suo tempo l'inizio di una grandiosa rivoluzione scientifica e che abbia giustamente inquadrato l'opera degli scienziati individuando lo spirito rivoluzionario e conferendole un'unità filosofica".
L'attuale rivoluzione tecnologica comporta tutta una serie di interrogativi e di problemi ideologici a cui si può rispondere scientificamente soltanto sulla base della filosofia del materialismo dialettico. Quindi, anche in questo campo, lo strumento ideologico più efficace a cui si possa ricorrere è rappresentato dal pensiero di Lenin. Non dimentichiamo infatti che ogni problema, anche scientifico o tecnico, può essere impostato seguendo due metodi contrastanti e inconciliabili, quello materialista o quello idealista, quello dialettico o quello metafisico o meccanicistico.
Oltre che farsi antesignano della rivoluzione scientifica, Lenin auspicava e prevedeva anche la possibilità di realizzare una vasta rivoluzione tecnologica. E non sorprenda questa distinzione che facciamo dal momento che a quei tempi scienza e tecnica erano due realtà dei tutto separate e prive di quegli stretti rapporti di interdipendenza che si sono realizzati soltanto in questi ultimi anni.

Nel suo articolo "Una grande vittoria della tecnica", scritto nel 1913, Lenin aveva sottolineato con grande vigore l'importanza dei processo con cui si era potuto ottenere il gas combustibile dal carbone, analizzando acutamente sia le basi scientifiche che avevano permesso di raggiungere un risultato tecnico così importante, che le conseguenze sociali dei nuovi metodi produttivi che esso comportava. Le conclusioni che egli ne traeva riecheggiavano un'idea fondamentale che egli aveva chiaramente espresso già nel 1893 nel suo scritto "Sul cosiddetto problema dei mercati ". e cioè che "... il progresso tecnico... deve avere come scopo supremo la graduale sostituzione dei lavoro fornito dall'uomo col lavoro fornito dalle macchine".

Sorretto da questa ferma convinzione, Lenin si occupò durante la sua vita dei problemi connessi alla fisica atomica, alla meccanizzazione e all'automazione, all'elettrificazione e alle applicazioni della chimica alla produzione, alla tecnica delle comunicazioni, al ciclo del carbone e degli oli combustibili - in sostanza di tutti quei problemi che nascevano dall'applicazione pratica e produttiva dei risultati conseguiti dalla scienza. Non c'è quindi da meravigliarsi se Lenin ha anche preso in attenta considerazione il problema di una pianificazione dei rapporti tra scienza, tecnica e produzione mediante l'organizzazione razionale dei lavoro scientifico. Con un notevole anticipo sui suoi tempi Lenin era arrivato alla conclusione che "... anche l'economista deve oggi guardare verso il futuro, in direzione dei progresso tecnologico, se non vuol correre il rischio di rimanere indietro...".
Trattando i problemi della rivoluzione scientifica e tecnologica e l'inevitabile evoluzione che ne sarebbe seguita anche nella produzione industriale, Lenin previde esattamente che le ripercussioni sociali di questa grande svolta avrebbero assunto nella società capitalista, basata sullo sfruttamento, un carattere del tutto diverso di quello che si sarebbe presentato nella società socialista. Oggi qualcuno constata ancora che proprio nel settore della scienza e della tecnica appare con particolare evidenza quanto sia ormai storicamente sorpassato il capitalismo come sistema di organizzazione sociale.

Analizzando l'applicazione delle principali scoperte nell'interesse esclusivo del profitto capitalistico, Lenin scriveva che " ... la tecnica... nel suo continuo processo di espansione rende ogni giorno più anacronistico il sistema basato sullo sfruttamento dei lavoratori condannati alla schiavitù del salario". La scienza, la tecnica e le forze produttive che esse avevano scatenato avevano poi superato gli angusti limiti del sistema capitalistico. La classe operaia, guidata dal suo partito rivoluzionario d'avanguardia, era riuscita in numerosi paesi a mettere la scienza e la tecnica al servizio del socialismo anziché a quello del capitalismo.... ma poi...

Questo compito storico della classe operaia si è posto per la prima volta dopo la rivoluzione socialista d'ottobre realizzata dagli operai e dai contadini poveri sotto la guida del Partito di Lenin.
Lenin capì che nella nostra epoca, una delle fondamentali condizioni per costruire il socialismo e il comunismo consiste nello stare al passo con il progresso tecnico e scientifico. Nella lotta tra socialismo e capitalismo, pensava Lenin, la vittoria andrà a quel sistema sociale che avrà dimostrato di possedere la tecnica più avanzata, la più grande capacità organizzativa e la maggior disciplina. Scienza e tecnica non sono tuttavia due elementi che, per il solo fatto di esistere, portano ad un automatico rafforzamento del socialismo: la loro funzione diventa progressiva soltanto nella misura in cui la classe operaia riesce ad utilizzarle e a sfruttarle per l'edificazione di una società nuova in armonia con i principi del marxismo-leninismo. Bisogna cioè, come diceva Lenin, che "tutto ciò che l'uomo ha saputo realizzare nel campo della scienza e della tecnica, tutti i miglioramenti, tutto il sapere degli specialisti... venga messo a disposizione e al servizio dei lavoratori".
Lenin aveva quindi capito che era assolutamente necessario legare la rivoluzione socialista alla rivoluzione tecnologica. Questa conclusione viene chiaramente espressa da Lenin anche nel corso della trattazione di molti problemi contingenti. Così, ad esempio, nel suo celebre scritto "La grande iniziativa" egli sostiene che l'eroismo più generoso nella lotta rivoluzionaria contro il capitale deve sempre essere sorretto dalla coscienza che si sta lottando per modificare profondamente le condizioni e l'organizzazione del lavoro umano e che queste modificazioni così radicali non sono possibili se non si inserisce, nel quadro di una massiccia produzione socialista, anche il contributo della scienza, della tecnica e del lavoro degli specialisti legati alle masse. Lenin anzi si diceva sorpreso che "i legami così evidenti tra scienza, proletariato e tecnica... fossero ancora così misconosciuti e oscuri".
Lo stesso concetto ispira le sue osservazioni nel 1920: l'edificazione del socialismo deve avvenire su basi tecniche nuove e soprattutto sull'elettrificazione del paese. Significativa in questo senso la parola di ordine lanciata da Lenin nel corso dell'VIII congresso panrusso dei Soviet... "Comunismo significa potere sovietico più elettrificazione di tutto il paese".
Ogni successo nell'edificazione del socialismo era legato, secondo Lenin, all'esistenza di un piano che riassumesse tutti i termini scientifici ed umani della produzione e fosse applicato secondo i principi del centralismo democratico...
"Ogni effettivo progresso del nostro sistema sociale sovietico dipende dallo sviluppo simultaneo delle forze produttive e della cultura delle masse".
Se alla classe operaia vengono forniti i metodi più recenti e aggiornati della tecnica, il suo ruolo e la sua funzione produttiva e ideale diventeranno sempre più importanti. Quindi bisogna rafforzarla dal punto di vista della conoscenza scientifica e tecnologica; è pertanto compito del partito rivoluzionario che la rappresenta realizzare questo legame tra la filosofia marxista-leninista da una parte e gli scienziati e i tecnici dall'altra.
In armonia con questi principi, Lenin indicò i nuovi compiti riservati all'Accademia delle Scienze nel suo "Schema di un piano di lavoro scientifico e tecnico" (1918). Poiché egli aveva capito che l'aumento della produttività era strettamente legato alle basi materiali e tecniche dell'industria, cioè alla possibilità di disporre di combustibili, macchine, prodotti chimici, egli assegnò come compito principale all'Accademia delle Scienze quello di studiare a fondo tutte le risorse naturali del paese e i metodi più moderni ed economici per il loro sfruttamento...
"Una razionale distribuzione dei centri industriali in relazione alle fonti di approvvigionamento delle materie prime, eventuali concentrazioni di industrie affini in determinate aree in modo da avere il minimo spreco e la minima utilizzazione passiva di lavoro nella catena di produzione che va dal trattamento del materiale greggio alla distribuzione del prodotto finito... con particolare riguardo all'elettrificazione dell'industria dei mezzi di trasporto e dell'agricoltura...".
Il piano leninista di elettrificazione del paese fu inserito nel famoso piano GOELRO, elaborato sotto la sua personale direzione, e divenne lo strumento principale col quale nell'Unione Sovietica fu realizzata la saldatura tra rivoluzione sociale e rivoluzione tecnologica con i risultati positivi.
L'idea marxista-leninista che la scienza e la tecnica debbano svilupparsi in stretta unione con la società ha sempre ispirato l'opera socialista che ha seguito sempre con attenzione l'evoluzione scientifica, mettendo a disposizione tutti i mezzi atti a favorirla, a favorire la sua dinamica interna e la sua stretta adesione alla realtà quotidiana perché, come diceva Lenin...
"La scienza non deve essere un insieme di conoscenze aride o di frasi imparaticcie... essa deve diventare sangue e carne... ed una guida preziosa per elevare le condizioni di vita delle masse".


"Solo il socialismo libera la scienza dalle sue catene borghesi, dal suo asservimento al capitale, dal sua stato di schiava degli interessi dei sordido egoismo capitalistico. Solo il socialismo dà la possibilità di diffondere largamente e di sottomettere veramente la produzione e la distribuzione sociale dei prodotti a criteri scientifici aventi come scopo di garantire a tutti i lavoratori una vita più agevole, procurando loro la possibilità del benessere. Solo il socialismo può realizzare tutto questo". (Lenin)...


VEDI ANCHE ...









lunedì 29 giugno 2009

SULLA RELIGIONE (On religion) - Vladimir Lenin


I pochi scritti in cui Lenin si è occupato espressamente del problema religioso sono stati raccolti e pubblicati ripetutamente, anche in traduzione italiana.
Una prima volta negli anni '30, a Bruxelles, a cura delle "Edizioni di Cultura Sociale", la casa editrice del centro estero del Partito comunista italiano; poi nel 1949, a Roma, dopo la liberazione, dalle "Edizioni Rinascita"; e poi nel 1957, sempre a Roma, presso gli "Editori Riuniti" (Lenin, "Sulla religione", Piccola Biblioteca Marxista). Queste tre edizioni hanno avuto nel complesso una diffusione notevole, che a buon diritto può essere detta "di massa" : e hanno contribuito in misura rilevante alla formazione, su questo delicato e scottante problema, dei quadri dirigenti del movimento operaio italiano, nell'arco decisivo dell'ultimo quarantennio.
Nella cassapanca che ho ereditato da una mia prozia, ho trovato questo piccolo volume in lingua inglese, da titolo... Religion.


Mi sarebbe in gran parte facile, ma superfluo, in questa occasione, descrivere scolasticamente, con copiose e facili citazioni, a tutte queste pubblicazioni, che sono state ampiamente sfruttate anche da alcuni dei meno sprovveduti teorizzatori di parte confessionale, più portati al ricorso alle fonti dirette, nei limiti tuttavia di una meccanica semplificazione della questione, ad uso dei comitati civici e delle facoltà di scienze politiche e filosofiche: alludo in particolare, in Italia, a Cornelio Fabro (Introduzione all'ateismo moderno, Editrice Studium, Roma, 1964) e al volumetto di Henri Arvon (L'Atheisme, Presses Universitaires de France, Paris, 1967).

Mi sembra invece più utile, lasciando da parte ogni polemica sul cosidetto "ateismo"..., che per me è un argomento consunto e privo di senso, tale da sviare soltanto l'attenzione dal centro del problema, che è quello dell'uomo e non di una supposta entità extramondana, richiamare a grandi tratti l'essenza del pensiero di Lenin sulla religione, che non è mai disgiunto in lui, e tale dovrebbe restare per coloro che si attengono ai fatti concreti e non alle astrazioni, da una giusta interpretazione della dialettica marxista e dalla prassi della lotta di classe del proletariato. La sopravvivenza di miti e concetti che consolidano, sul terreno della religiosità, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, è legata infatti all'esistenza di tutta una società che la classe operaia è chiamata a distruggere.

Il punto di partenza, naturalmente, è quello della concezione generale della natura e della storia, che Lenin ha tratto e sviluppato dal pensiero di Marx e di Engels. Non si tratta davvero, checché ne abbia discorso Charles Wackenstein, uno dei più noti postillatori antimarxisti che si sia misurato con l'argomento (La faillite da la religion d'aprés Karl Marx, Presses Universitaires de France, Paris, 1963), di far risaltare dalle posizioni filosofiche dei fondatori del socialismo scientifico il "fallimento" della religione: questa stessa impostazione è abbastanza strana, perché dagli scritti di Marx e di Engels, e poi da tutta la pubblicistica di Lenin in materia, risulta piuttosto che la religione, sino ad oggi, ha tutt'altro che "fallito" al suo scopo, essendo riuscita a imprigionare nella passività e nella rassegnazione, al di là talvolta delle stesse intenzioni dei suoi promotori, le masse decisive della società umana, dai riti totemistici e animistici del clan originario alle sottili evasioni delle dottrine dell'irrazionale e della filosofia esistenziale, che non sono mai uscite dal cerchio storicamente ristretto delle esperienze magiche dei primitivi.

Karl Marx
"Il fondamento della critica irreligiosa è... "l'uomo fà là religione", e non la religione l'uomo.
Infatti, la religione è la coscienza di sé e il sentimento di sé dell'uomo che non ha ancora conquistato o ha già di nuovo perduto se stesso. Ma "l'uomo" non è un essere astratto, posto fuori dei mondo. L'uomo è "il mondo dell'uomo", Stato, società. Questo Stato, questa società producono la religione, una "coscienza capovolta del mondo", poiché essi sono un "mondo capovolto". La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo "point d'honneur" spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo solenne compimento, il suo universale fondamento di consolazione e di giustificazione. Essa è la "realizzazione fantastica" dell'essenza umana, poiché "l'essenza umana" non possiede una realtà vera.
La lotta contro la religione è dunque mediatamente la lotta contro "quel mondo", del quale la religione è "l'aroma" spirituale. La miseria a religiosa » è insieme "l'espressione" della miseria reale e la "protesta" contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è io spirito di una condizione senza spirito. Essa è "l'oppio dei popolo". (KARL MARX)

Se mai, di "fallimento" della religione si potrebbe parlare, in chiave marxista, nella misura in cui la intera struttura economica, politica e culturale della società capitalistica è destinata a cedere il posto a una riorganizzazione razionale di tutta la vita degli uomini, essendosi essa rivelata del tutto incapace di risolvere i problemi dell'esistenza associata, che sono spirituali non meno che materiali: la libertà dall'oppressione e dal bisogno, la necessità di una reale eguaglianza di fronte al crescente sviluppo delle risorse dell'uomo e dell'illimitata espansione delle sue facoltà creative.

In una visione coerentemente scientifica della natura e della storia, non c'è posto per la religione come fattore esterno all'uomo. E' l'uomo stesso che ha proiettato nel cielo della irrealtà le proprie esperienze e le proprie esigenze; è dalla mente ancora offuscata dell'uomo che è nato il concetto di trascendente e di ultraterreno; è l'uomo che ha creato tutte le divinità a propria immagine e somiglianza, dai primi feticci al Dio della Bibbia. Su questo punto il pensiero di Lenin è lucido e preciso: e la sua polemica contro tutti coloro che, in un modo o nell'altro, anche all'interno del movimento operaio, hanno cercato di far rivivere delle interpretazioni "spiritualistiche" o si sono proposti di affinare la fede grossolana delle masse per utilizzarla in senso misticizzante sul terreno sociale, quasi si trattasse di un surrogato del divino, è stata sempre aspra e senza ipocrisie. Non c'è spazio, nella visione di Lenin, per una qualsiasi valutazione positiva del sentimento religioso, se non esclusivamente nei ristretti limiti in cui tale stato d'animo, ben individuabile nella storia delle masse umane e legato pur sempre all'insopprimibile aspirazione a una radicale trasformazione della società, tende a staccarsi dalle nebbie dell'aldilà e diventa strumento e impulso per una lotta reale, che alla religione può anche richiamarsi, ma sul terreno della religione e dell'organizzazione di classe conduce le proprie battaglie e definisce le proprie rivendicazioni.

Il fatto che in determinate epoche storiche, come ricorda Lenin, "la lotta della democrazia e del proletariato si sia svolta nella forma di una lotta tra un'idea religiosa e una altra" non toglie nulla al carattere sostanzialmente retrivo e reazionario dell'ideologia religiosa.

Ma proprio da questa valutazione obiettiva del fatto religioso, delle sue origini e del suo sviluppo nella storia, scaturiscono alcune conseguenze di grande importanza teorica e pratica.

La prima, che costituisce un elemento assolutamente nuovo nei confronti di tutta la precedente polemica antireligiosa di tipo illuministico e banalmente positivistico, è quella della impossibilità - non inutilità, si badi bene - di combattere i vecchi pregiudizi religiosi delle masse facendo ricorso a una predicazione basata sui diritti della ragione o attraverso la semplice divulgazione della cultura e della scienza. Le radici della fede non sono mai di tipo intellettivo, ma di carattere essenzialmente sociale. Le credenze religiose, in ogni società basata sulla divisione tra classi contrastanti, rinascono ogni volta in virtù della "miseria reale" dell'uomo e non della sua "miseria concettuale"..., la stessa alienazione dell'uomo moderno non trae origine da presupposti ideologici, anche se sul terreno dell'ideologia trova poi il suo campo fertile di' sviluppo. Essa è la traduzione fantastica dello stato reale di soggezione dell'uomo, in quanto dominato dalle "forze cieche" che lo circondano e che hanno assunto, sin dai tempi antichissimi, connotati essenzialmente sociali e aspetti certi di sfruttamento e di dominio da parte dei ceti privilegiati.

Nessuna opera di divulgazione o di propaganda, per intelligente ed abile che sia, è di per sé in grado di liberare lo spirito dell'uomo, alienato, dal rivestimento religioso del suo stato di subordinazione e di servitù. Impossibilità, dunque, ma non inutilità: che anzi Lenin ha sempre vigorosamente consigliato lo studio e la diffusione dei grandi maestri dell'età dei lumi, che hanno esaltato il valore della ragione umana e hanno cercato di dimostrare, con argomenti seri ed inoppugnabili, la nessuna consistenza dei miti religiosi, ai quali le masse subalterne hanno di volta in volta affidato la loro disperazione e i gruppi al potere la loro volontà di dominio.

"Sia per la nostra concezione del mondo, scientifica, materialistica, estranea ad ogni pregiudizio, sia per i nostri compiti generali di lotta per la libertà e la felicità di tutti lavoratori, noi socialdemocratici abbiamo un atteggiamento negativo verso la dottrina cristiana. Ma, dichiarandolo, ritengo mio dovere dire subito, esplicitamente apertamente, che la socialdemocrazia lotta per la completa libertà di coscienza e ha un atteggiamento di pieno rispetto verso qualsiasi sincera fede religiosa, se questa fede e le sue pratiche non vengono imposte con la violenza o l'inganno. (LENIN)

La seconda conseguenza che si può trarre dalle premesse ideali del pensiero di Lenin sulla religione è quella del rispetto assoluto della libertà di coscienza dei lavoratori, quale elementare forma di distacco delle masse dai propalatori ufficiali dell'oppio religioso, addormentatore di ogni spirito di indignazione e di rivolta, e della tolleranza assoluta da parte dello Stato democratico, e molto più dello Stato socialista, nei confronti di tutti i credenti. Se gruppi di lavoratori, tuttora soggetti alla plurimillenaria pressione dell'indottrinamento religioso, avvertono l'esigenza di una lotta in comune per la costruzione non più utopistica di un "paradiso in terra", ogni richiamo dogmatico alla preliminare rinuncia alla fede in un "paradiso in cielo" va condannato e respinto, come un aiuto obiettivo recato alla propaganda delle chiese e dei teorizzatori del sentimento religioso.

Sin dal dicembre 1905, sull'onda delle prime manifestazioni di massa degli operai e dei contadini russi contro l'oppressione zarista, Lenin ammoniva, nel suo magistrale articolo su "Socialismo e religione" (riprodotto nel già citato volumetto edito in inglese), che la schiavitù economica essendo la vera causa dell'asservimento religioso dell'umanità, non si doveva, esitare ad aprire le porte del partito della classe operaia ai lavoratori tuttora credenti e agli stessi ministri del culto, se dedicati alla lotta anticapitalistica e non alla diffusione della fede religiosa in seno al movimento politico di classe. E nel maggio 1909, dopo aver aspramente polemizzato con i fautori di un cosidetto "socialismo edificatore di Dio", e tra essi contro Maksim Gor'kij Lenin avvertiva tuttavia che una "guerra di religione", anziché chiarire la situazione, "sarebbe stata soltanto di aiuto ai preti e alla borghesia" ("Sull'atteggiamento del partito operaio verso la religione", nello stesso libretto).

Questi due principi basilari del pensiero di Lenin in materia di religione restano più che mai validi ai nostri giorni e devono ispirare la politica del movimento operaio internazionale nei confronti delle masse dei fedeli. [Lenin aveva fondato le sue esperienze concrete dentro ai confini della vecchia Russia, ma l'esperienza andrebbe diretta anche negli Stati capitalistici e nelle nazioni che hanno conquistato la loro indipendenza dal colonialismo, senza poter tuttavia districare la loro battaglia per l'emancipazione dall'imperialismo dalla tenace sopravvivenza di riti e costumi religiosi (per esempio, i paesi del mondo musulmano)].

"Diffondere la concezione scientifica del mondo è cosa che faremo sempre, combattere l'incoerenza di certi "cristiani" è per noi necessario..., ma ciò non significa affatto che bisogna portare la questione religiosa in primo piano, in un posto che non le compete, né che bisogna ammettere una divisione delle forze economiche e politiche effettivamente rivoluzionarie per opinioni e fantasticherie di terzo ordine, che perdono rapidamente ogni importanza politica e sono ben presto gettate fra le anticaglie dal corso stesso dello sviluppo economico. (LENIN)

Coerente con questa sua impostazione, subito dopo la vittoriosa rivoluzione dell'ottobre 1917, Lenin fu il principale ispiratore del primo provvedimento legislativo che il partito bolscevico si trovò a dover promulgare, in materia di rapporti con le chiese e con i credenti. Si tratta del decreto del 28 gennaio 1918, che proclamava in primo luogo la separazione della Chiesa dallo Stato e confermava la libertà per ogni cittadino di professare un culto di propria scelta o di non professarne alcuno, garantendo il libero esercizio delle cerimonie religiose che non comportassero attentato di sorta alla nuova realtà socialista. La scuola veniva essa pure separata dalla Chiesa e l'insegnamento religioso proibito in tutte le istituzioni scolastiche, lasciando naturalmente liberi i cittadini di istruirsi religiosamente a titolo privato (uno Stato che tolleri nelle proprie scuole ufficiali l'insegnamento di una qualsiasi dottrina religiosa può solo con grande approssimazione essere definito democratico). Allo stesso tempo, Lenin invitata i giovani a non dimenticare che la morale della nuova società..., l'etica comunista..., deve sempre dipendere "in tutto e per tutto, dagli interessi della lotta di classe del proletariato" ("Morale religiosa e morale comunista", discorso del 2 ottobre 1920 al III Congresso della Gioventù Comunista Russa).

Era questo il coronamento di lunghi anni di ricerche e di riflessione da parte di Lenin: e a questo modello si è sostanzialmente ispirato il nuovo Stato sovietico, dagli anni burrascosi della guerra civile alla drammatica costruzione del socialismo in un solo paese, dalla resistenza all'aggressione nazifascista all'ampio sviluppo di tutte le forze produttive e culturali, dopo la fine della seconda guerra mondiale e nel periodo della non facile politica della "coesistenza pacifica", che non è abbandono o rinuncia dei principi fondamentali del leninismo, ma sua tenace anche se contrastata applicazione, in un mondo che cambia e che suscita sempre nuovi problemi e richiede nuove soluzioni. (Poi Stalin ha distrutto un sogno...).

Problemi nuovi e soluzioni nuove - ma nello spirito della impostazione teorica e pratica data da Lenin al problema della religione. Questa impostazione, che affonda le sue radici nella metodologia marxista, non può essere sottoposta a revisioni senza intaccarne la validità storica e scientifica. Chi parla oggi dell'opportunità di un suo "aggiornamento ideologico" tende in realtà a sostituire al leninismo, che è una metodologia, e non una delle tante teorie filosofiche legate alla struttura delle diverse società che si sono succedute sino ad oggi, un altro metro di orientamento e di azione.
L'applicazione di questa visione globale della natura e della storia in epoche e paesi diversi, è una cosa; ma ciò non significa riportarsi indietro, al periodo delle incertezze premarxiste o del dogmatismo idealisteggiante, facendo ricadere nella subordinazione ideale e nell'azione subalterna la parte più avanzata della classe operaia, che è la forza motrice di ogni progresso umano.


VEDI ANCHE ...









Afrodisiaco (1) Aglietta (1) Albani (2) Alberti (1) Alda Merini (1) Alfieri (4) Altdorfer (2) Alvaro (1) Amore (2) Anarchici (1) Andersen (1) Andrea del Castagno (3) Andrea del Sarto (4) Andrea della Robbia (1) Anonimo (2) Anselmi (1) Antonello da Messina (4) Antropologia (7) APPELLO UMANITARIO (5) Apuleio (1) Architettura (5) Arcimboldo (1) Ariosto (4) Arnolfo di Cambio (2) Arp (1) Arte (4) Assisi (1) Astrattismo (3) Astrologia (1) Astronomia (3) Attila (1) Aulenti (1) Autori (7) Avanguardia (11) Averroè (1) Baccio della Porta (2) Bacone (2) Baldovinetti (1) Balla (1) Balzac (2) Barbara (1) Barocco (1) Baschenis (1) Baudelaire (2) Bayle (1) Bazille (4) Beato Angelico (6) Beccafumi (3) Befana (1) Bellonci (1) Bergson (1) Berkeley (2) Bernini (1) Bernstein (1) Bevilacqua (1) Biografie (11) Blake (2) Boccaccio (2) Boccioni (3) Böcklin (2) Body Art (1) Boiardo (1) Boito (1) Boldini (3) Bonheur (3) Bonnard (2) Borromini (1) Bosch (4) Botanica (1) Botticelli (7) Boucher (9) Bouts (2) Boyle (1) BR (1) Bramante (2) Brancati (1) Braque (1) Breton (3) Brill (2) Brontë (1) Bronzino (4) Bruegel il Vecchio (3) Brunelleschi (1) Bruno (2) Buddhismo (1) Buonarroti (1) Byron (2) Caillebotte (2) Calcio (1) Calvino (2) Calzature (1) Camillo Prampolini (1) Campanella (4) Campin (1) Canaletto (4) Cancro (2) Canova (2) Cantù (1) Capitalismo (3) Caravaggio (19) Carlevarijs (2) Carlo Levi (3) Carmi (1) Carpaccio (3) Carrà (1) Carracci (4) Carriere (1) Carroll (1) Cartesio (3) Casati (1) Cattaneo (1) Cattolici (1) Cavalcanti (1) Cellini (2) Cervantes (3) Cézanne (19) CGIL (1) Chagall (3) Chardin (4) Chassériau (2) Chaucer (1) CHE GUEVARA (1) Cialente (1) Cicerone (8) Cimabue (4) Cino da Pistoia (1) Città del Vaticano (3) Clarke (1) Classici (28) Classicismo (1) Cleland (1) Collins (1) COMMUNITY (2) Comunismo (28) Condillac (1) Constable (4) Copernico (2) Corano (1) Cormon (2) Corot (9) Correggio (4) Cosmesi (1) Costa (1) Courbet (9) Cousin il giovane (2) Couture (2) Cranach (3) Crepuscolari (1) Crespi (2) Crespi detto il Cerano (1) Creta (2) Crispi (1) Cristianesimo (3) Crivelli (2) Croce (1) Cronin (1) Cubismo (1) CUCINA (9) Cucina friulana (2) D'Annunzio (1) Dadaismo (1) Dalì (5) Dalle Masegne (1) Dante Alighieri (8) Darwin (2) Daumier (6) DC (1) De Amicis (1) De Champaigne (2) De Chavannes (1) De Chirico (4) De Hooch (2) De La Tour (4) De Nittis (3) De Pisis (1) De' Roberti (2) Defoe (1) Degas (17) Del Piombo (4) Delacroix (6) Delaroche (2) Delaunay (2) Deledda (1) Dell’Abate (2) Derain (2) Descartes (2) Desiderio da Settignano (1) Dickens (8) Diderot (2) Disegni (2) Disegni da colorare (11) Disegni Personali (2) Disney (1) Divisionismo (1) Dix (3) Doganiere (5) Domenichino (2) Donatello (4) Donne nella Storia (42) Dossi (1) Dostoevskij (8) DOTTRINE POLITICHE (75) Dova (1) Du Maurier (1) Dufy (3) Dumas (1) Duprè (1) Dürer (9) Dylan (2) Ebrei (9) ECONOMIA (7) Edda Ciano (1) Edison (1) Einstein (2) El Greco (10) Eliot (1) Elsheimer (2) Emil Zola (3) Energia alternativa (6) Engels (10) Ensor (3) Epicuro (1) Erasmo da Rotterdam (1) Erboristeria (7) Ernst (3) Erotico (1) Erotismo (4) Esenin (1) Espressionismo (3) Etruschi (1) Evangelisti (3) Fallaci (1) Fantin-Latour (1) Fascismo (26) Fattori (4) Faulkner (1) Fautrier (1) Fauvismo (1) FAVOLE (2) Fedro (1) FELICITÀ (1) Fenoglio (2) Ferragamo (1) FIABE (6) Fibonacci (1) Filarete (1) Filosofi (1) Filosofi - A (1) Filosofi - F (1) Filosofi - M (1) Filosofi - P (1) Filosofi - R (1) Filosofi - S (1) FILOSOFIA (56) Fini (1) Finkelstein (1) Firenze (1) Fisica (5) Fitoterapia (10) Fitzgerald (1) Fiume (1) Flandrin (1) Flaubert (4) Fogazzaro (2) Fontanesi (1) Foppa (1) Foscolo (6) Fougeron (1) Fouquet (4) Fra' Galgario (2) Fra' Guglielmo da Pisa (1) Fragonard (9) Frammenti (1) Francia (2) François Clouet (2) Freud (2) Friedrich (5) FRIULI (8) Futurismo (4) Gadda (2) Gainsborough (14) Galdieri (1) Galilei (2) Galleria degli Uffizi (1) Gamberelli (1) Garcia Lorca (1) Garcìa Lorca (1) Garibaldi (2) Gassendi (1) Gauguin (17) Gennaio (1) Gentile da Fabriano (2) Gentileschi (2) Gerard (1) Gérard (1) Gérard David (2) Géricault (7) Gérôme (2) Ghiberti (1) Ghirlandaio (2) Gialli (1) Giallo (1) Giambellino (1) Giambologna (1) Gianfrancesco da Tolmezzo (1) Gilbert (1) Ginzburg (1) Gioberti (1) Giordano (3) Giorgione (15) Giotto (12) Giovanni Bellini (10) Giovanni della Robbia (1) Giovanni XXIII (8) Giuseppe Pellizza da Volpedo (1) Giustizia (1) Glossario dell'arte (19) Gnocchi-Viani (1) Gobetti (1) Goethe (9) Gogol' (2) Goldoni (1) Gončarova (2) Gorkij (3) Gotico (1) Goya (11) Gozzano (2) Gozzoli (1) Gramsci (5) Grecia (2) Greene (1) Greuze (4) Grimm (2) Gris (2) Gros (7) Grosz (3) Grünewald (5) Guadagni (1) Guardi (6) Guercino (1) Guest (1) Guglielminetti (1) Guglielmo di Occam (1) Guinizelli (1) Gutenberg (2) Guttuso (4) Hals (3) Hawthorne (1) Hayez (4) Heckel (1) Hegel (6) Heine (1) Heinrich Mann (1) Helvétius (1) Hemingway (3) Henri Rousseau (3) Higgins (1) Hikmet (1) Hobbema (2) Hobbes (1) Hodler (1) Hogarth (4) Holbein il Giovane (4) Horus (1) Hugo (1) Hume (2) Huxley (1) Il Ponte (2) Iliade (1) Impressionismo (88) Indiani (1) Informale (1) Ingres (7) Invenzioni (31) Islam (5) Israele (1) ITALIA (2) Italo Svevo (5) Jacopo Bellini (4) Jacques-Louis David (9) James (1) Jean Clouet (2) Jean-Jacques Rousseau (3) Johns (1) Jordaens (2) Jovine (3) Kafka (3) Kandinskij (4) Kant (9) Kautsky (1) Keplero (1) Kierkegaard (1) Kipling (1) Kirchner (4) Klee (3) Klimt (5) Kollwitz (1) Kuliscioff (1) Labriola (2) Lancret (3) Land Art (1) Larsson (1) Lavoro (2) Le Nain (3) Le Sueur (2) Léger (2) Leggende (1) Leggende epiche (1) Leibniz (1) Lenin (7) Leonardo (58) Leopardi (3) Letteratura (22) Levi Montalcini (1) Liala (1) Liberalismo (1) LIBERTA' (28) LIBRI (23) Liotard (5) Lippi (5) Locke (4) Lombroso (1) Longhi (3) Longoni (1) Lorenzetti (3) Lorenzo il Magnifico (1) Lorrain (5) Lotto (6) Luca della Robbia (1) Lucia Alberti (1) Lucrezio (2) Luini (2) Lutero (10) Macchiaioli (1) Machiavelli (10) Maderno (1) Magnasco (1) Magritte (4) Maimeri (1) Makarenko (1) Mallarmé (2) Manet (14) Mantegna (8) Manzoni (4) Maometto (4) Marcks (1) MARGHERITA HACK (1) Marquet (2) Martini (7) Marx (18) Marxismo (9) Masaccio (7) Masolino da Panicale (1) Massarenti (1) Masson (2) Materialismo (1) Matisse (6) Matteotti (2) Maupassant (1) Mauriac (1) Mazzini (5) Mazzucchelli detto il Morazzone (1) Medicina (4) Medicina alternativa (23) Medicina naturale (17) Meissonier (2) Melozzo da Forlì (2) Melville (1) Memling (4) Merimée (1) Metafisica (4) Metalli (1) Meynier (1) Micene (2) Michelangelo (11) Mickiewicz (1) Millais (1) Millet (4) Minguzzi (1) Mino da Fiesole (1) Miró (2) Mistero (10) Modigliani (4) Molinella (1) Mondrian (4) Monet (15) Montaigne (1) Montessori (2) Monti (3) Monticelli (2) Moore (1) Morandi (4) Moreau (4) Morelli (1) Moretto da Brescia (2) Morisot (3) Moroni (2) Morse (1) Mucchi (16) Munch (2) Murillo (4) Musica (14) Mussolini (5) Mussulmani (5) Napoleone (11) Natale (8) Nazismo (17) Némirovsky (1) Neo-impressionismo (3) Neoclassicismo (1) Neorealismo (1) Neruda (2) Newton (2) Nietzseche (1) Nievo (1) Nobel (1) Nolde (2) NOTIZIE (1) Nudi nell'arte (52) Odissea (25) Olocausto (6) Omeopatia (18) Omero (26) Onorata Società (1) Ortese (1) Oudry (1) Overbeck (2) Ovidio (1) Paganesimo (1) Palazzeschi (1) Palizzi (1) Palladio (1) Palma il Vecchio (1) Panama (1) Paolo Uccello (5) Parapsicologia (1) Parini (3) Parmigianino (3) Pascal (1) Pascoli (3) Pasolini (3) Pastello (1) Pavese (3) Pedagogia (2) Pellizza da Volpedo (1) PERSONAGGI DEL FRIULI (30) Perugino (3) Petacci (1) Petrarca (4) Piazzetta (2) Picasso (8) Piero della Francesca (9) Piero di Cosimo (2) Pietro della Cortona (1) Pila (2) Pinturicchio (2) Pirandello (2) Pisanello (2) Pisano (1) Pissarro (10) Pitagora (1) Pittura (1) Plechanov (1) Poe (1) Poesie (4) Poesie Classiche (18) POESIE di DONNE (2) Poesie personali (16) POETI CONTRO IL RAZZISMO (1) POETI CONTRO LA GUERRA (18) Poliziano (1) Pollaiolo (4) Pomodoro (1) Pomponazzi (1) Pontano (1) Pontormo (1) Pop Art (1) Poussin (9) Pratolini (1) Premi Letterari (3) Prévost (1) Primaticcio (2) Primo Levi (1) Problemi sociali (2) Procaccini (1) PROGRAMMI PC (1) Prostituzione (1) Psicanalisi (2) PSICOLOGIA (5) Pubblicità (1) Pulci (1) Puntitismo (3) Puvis de Chavannes (1) Quadri (2) Quadri personali (1) Quarton (2) Quasimodo (1) Rabelais (1) Racconti (1) Racconti personali (1) Raffaello (21) RAPHAËL MAFAI (1) Rasputin (1) Rauschenberg (1) Ravera (1) Ray (1) Razzismo (1) Realismo (3) Rebreanu (1) Recensione libri (15) Redon (1) Regina Bracchi (1) Religione (7) Rembrandt (10) Reni (4) Renoir (21) Resistenza (8) Ribera (4) RICETTE (3) Rimbaud (2) Rinascimento (3) RIVOLUZIONARI (55) Rococò (1) Roma (6) Romantici (1) Romanticismo (1) Romanzi (3) Romanzi rosa (1) Rossellino (1) Rossetti (1) Rosso Fiorentino (3) Rouault (1) Rousseau (3) Rovani (1) Rubens (13) Russo (1) S. Francesco (1) Sacchetti (1) SAGGI (11) Salgari (1) Salute (16) Salvator Rosa (2) San Francesco (5) Sandokan (1) Sannazaro (2) Santi (1) Sassetta (2) Scapigliatura (1) Scheffer (1) Schiele (3) Schmidt-Rottluff (1) Schopenhauer (2) Sciamanesimo (1) Sciascia (2) Scienza (8) Scienziati (13) Scipione (1) Scoperte (33) Scoto (1) Scott (1) Scrittori e Poeti (24) Scultori (2) Scultura (1) Segantini (2) Sellitti (1) Seneca (2) Sereni (1) Sérusier (2) Sessualità (5) Seurat (3) Severini (1) Shaftesbury (1) Shoah (7) Signac (3) Signorelli (2) Signorini (1) Simbolismo (2) Sindacato (2) Sinha (1) Sironi (2) Sisley (3) Smith (1) Socialismo (45) Società segrete (1) Sociologia (4) Socrate (1) SOLDI (1) Soldi Internet (1) SOLIDARIETA' (6) Solimena (2) Solženicyn (1) Somerset Maugham (3) Sondaggi (1) Sorel (2) Soulages (1) Soulanges (2) Soutine (1) Spagna (1) Spagnoletto (4) Spaventa (1) Spinoza (2) Stampa (2) Steinbeck (1) Stendhal (1) Stevenson (4) Stilista (1) STORIA (68) Storia del Pensiero (81) Storia del teatro (1) Storia dell'arte (124) Storia della tecnica (24) Storia delle Religioni (48) Stubbs (1) Subleyras (2) Superstizione (1) Surrealismo (1) Swift (3) Tacca (1) Tacito (1) Taoismo (1) Tasca (1) Tasso (2) Tassoni (1) Ter Brugghen (2) Terapia naturale (18) Terracini (1) Thomas Mann (6) Tiepolo (4) Tina Modotti (1) Tintoretto (8) Tipografia (2) Tiziano (18) Togliatti (2) Toland (1) Tolstoj (2) Tomasi di Lampedusa (3) Toulouse-Lautrec (6) Tradizioni (1) Troyon (2) Tura (2) Turati (2) Turgenev (2) Turner (6) UDI (1) Ugrešić (1) Umanesimo (1) Umorismo (1) Ungaretti (3) Usi e Costumi (1) Valgimigli (2) Van Der Goes (3) Van der Weyden (4) Van Dyck (6) Van Eyck (8) Van Gogh (16) Van Honthors (2) Van Loo (2) Vangelo (3) Velàzquez (8) Veneziano (2) Verdura (1) Verga (10) Verismo (10) Verlaine (5) Vermeer (8) Vernet (1) Veronese (4) Verrocchio (2) VIAGGI (2) Viani (1) Vico (1) Video (13) Vigée­-Lebrun (2) VINI (3) Virgilio (3) Vittorini (2) Vivanti (1) Viviani (1) Vlaminck (1) Volta (2) Voltaire (3) Von Humboldt (1) Vouet (4) Vuillard (3) Warhol (1) Watson (1) Watteau (9) Wells (1) Wilde (1) Windsor (6) Winterhalter (1) Witz (2) Wright (1) X X X da fare (34) Zurbarán (3)